Geografia dei conflitti nel continente africano
“Nelle regioni del
mondo situate al margine dei grandi mutamenti tecnologici contemporanei, la decostruzione
materiale dei quadri territoriali esistenti va di pari passo con la messa in
opera di un’economia della costrizione il cui obiettivo è la distruzione pura e
semplice delle popolazioni superflue e lo sfruttamento delle risorse allo stato
primario. Il funzionamento di una tale economia – e la sua sostenibilità – è
subordinato al modo in cui si stabilisce la legge di ripartizione delle armi
nelle società considerate. In queste condizioni, la guerra in quanto economia
generale non oppone più necessariamente tra loro coloro che dispongono di armi.
Oppone, di preferenza, chi dispone di armi e coloro che ne sono privi”.
(A.
Mbembe, in Le Monde Diplomatique, 11.99)
Premessa
Per capire i conflitti in corso in
questi anni in Africa bisogna rivedere il nostro concetto di conflitto. Se
infatti pensiamo alla guerra come a uno scontro tra due stati o comunque tra
due entità territorialmente organizzate, che configgono per il controllo di
porzioni di territorio, non riusciremo a capire quasi nulla di ciò che accade
in varie parti dell’Africa negli ultimi decenni. Allo stesso modo non capiremmo
nulla se volessimo applicare agli attuali conflitti africani uno schema di
lettura che faccia solo riferimento (come ai tempi della guerra fredda) agli
interessi strategici esterni. L’ipotesi di lettura che invece io propongo si
pone all’interno delle definizione contenuta nella citazione iniziale: la
guerra come economia generale; la guerra come strategia che oppone soprattutto
chi è armato e la popolazione inerme. In questo senso credo si possa dire che
il sistema economico di guerra è il modo specifico con il quale l’Africa partecipa
ai processi di globalizzazione.
Parte prima
Tra il 1954 e il 1994 si sono
contati in Africa 35 conflitti maggiori, con circa 10 milioni di morti. Nel
1990 c’erano 30 conflitti aperti. Ad oggi ce ne sono 26, che coinvolgono una
trentina di paesi, ma in realtà il numero dipende da come li si giudica. Di
questi 26 infatti, 10 hanno registrato episodi violenti recenti, 6 sono in
corso ma senza scontri recenti e altri 10 sono da considerare “quiescenti”,
cioè apparentemente chiusi, ma le cui cause restano irrisolte. Ma, variando la
definizione, può variare la “contabilità”: un rapporto del PNUD del 1994
indicava che “negli ultimi 3 anni” vi erano stati 82 conflitti, ma di questi
ben 79 erano non delle classiche guerre internazionali, bensì delle crisi originate
all’interno di singoli paesi, spesso per motivi economici.
La prima parte di questa relazione,
che – inutile dirlo - non pretende di avere rintracciato una spiegazione vera
una volta e per tutte sui conflitti del continente africano, sarà quindi di
tipo principalmente descrittivo e si pone sul piano della geopolitica.
La descrizione degli avvenimenti si
rende necessaria soprattutto per l’ovvia ragione che non sempre i conflitti in
corso sul continente africano generano un sufficiente flusso di informazioni
sui nostri media. Come tutti sappiamo accade spesso che alcuni avvenimenti,
alcune fasi particolari attirino l’attenzione dei nostri mezzi di informazione
per un periodo limitato per poi scomparire completamente per lunghi periodi o
venire dimenticati per sempre.
Personalmente ricordo molto bene le
immagini televisive (in bianco e nero) della tragedia del Biafra dei primi anni
sessanta, quando ero bambino. Tuttavia mi rendo conto che la parola Biafra da
noi ha un qualche significato solo per quelli della mia generazione, i bambini
di allora la cui immaginazione veniva ferita dalla visione di altri bambini,
neri, con il ventre gonfio, che morivano per una ragione che era impossibile
capire. Quella del Biafra è una guerra dimenticata, ma la sua memoria ci può
aiutare a comprendere ciò che sta avvenendo oggi nel paese che comprende la
regione del Biafra, che – a proposito – è la Nigeria.
Ma procediamo con ordine, seguendo
un primo criterio meramente geografico, percorrendo da nord a sud il continente.
MAROCCO – SAHARA – MAURITANIA -
ALGERIA
In questo modo il primo conflitto
irrisolto che incontriamo è quello del Sahara occidentale. Pur volendo limitare
questo panorama all’Africa propriamente subsahariana, per non correre il
rischio di dover includere anche le grandi tematiche che derivano dal prendere
in considerazione l’insieme geopolitico arabo-mediorientale, con tutto il suo
enorme portato di attualità, non possiamo fare a meno di citare i paesi
dell’area settentrionale, araba e mediterranea, per le influenze che gli
avvenimenti che li riguardano hanno sul resto del continente. Siamo abituati a
considerare Africa bianca e Africa nera come due entità distinte dal punto di
vista della geografia umana e della politica. Molti elementi indicano invece
che non è così: esiste tra i due insiemi una compenetrazione di tipo umano e
storico prima di tutto, ma anche di tipo politico e militare d’attualità, che
la geopolitica non può ignorare.
Nel 1976 la Spagna si apprestava a
lasciare il suo dominio coloniale, uno degli ultimi che l’Europa deteneva
ancora in Africa, sul territorio detto appunto Sahara Spagnolo. Il governo
spagnolo (era appena caduta la dittatura franchista) decideva di suddividere
questo territorio in gran parte desertico tra i confinanti Marocco e
Mauritania. D’altra parte il Marocco aveva già precostituito posizioni con la
“marcia verde” del 1975 (dettata soprattutto dalla necessità di politica
interna di riunificate il paese contro un obiettivo esterno) con la quale vennero
occupati i principali centri della parte settentrionale del Sahara spagnolo.
Una parte della popolazione locale
si oppose a tale decisione e costituì il Fronte detto Polisario (Fronte
Popolare di Liberazione del Sahara e del Rio de Oro), che proclamava
l’indipendenza della Repubblica Araba del Sahara Democratica (RASD) e iniziava
la resistenza armata. Tale resistenza, partiti gli spagnoli, si trasformava in
guerra contro gli eserciti del Marocco e della Mauritania che invadevano il
paese. I due paesi entravano anche in conflitto tra loro: il Marocco, in nome
di ragioni storiche che risalgono a prima dell’epoca coloniale, esprimeva
rivendicazioni su una grande fetta del deserto meridionale, che l’avevano
portato nel 1960 a opporsi alla stessa indipendenza della Mauritania. Le mire
marocchine furono apertamente osteggiate e frenate dalla Francia, che aveva ed
ha interessi nello sfruttamento del ferro mauritano, ma la povera Mauritania
comunque non poté permettersi a lungo tale conflitto e decise di ritirarsi già
nel 1979. A seguito di ciò, il Marocco invadeva l’intero territorio dell’ex
Sahara spagnolo.
Uscita dal conflitto la Mauritania,
vi entrava invece l’Algeria, che vedeva nella creazione di uno stato
indipendente da lei protetto in quella fascia di deserto costiero un modo per
garantirsi uno sbocco sull’Atlantico, utilissimo per l’avvio delle sue risorse
naturali sui mercati mondiali. È in Algeria che si stabiliscono i profughi
sahariani e quindi le basi logistiche della guerrilla, causando una
crisi diplomatica con il Marocco.
Nel 1986 sembra arrivare una svolta:
Hassan II riceve i dirigenti del Polisario e si giunge ad un accordo per un
referendum sotto l’egida dell’ONU sul futuro del Sahara. Ma, nonostante la RASD
sia riconosciuta da 71 stati e dall’OUA, il referendum non si terrà mai, per la
politica temporeggiatrice del Marocco che continua ad insediare coloni nel
territorio sahariano per acquisire consensi in vista di questo referendum ormai
ridotto ad un miraggio.
Nel 1989 viene creata l’Unione del Maghreb
Arabo (UMA), ma questo non favorisce la ripresa delle relazioni diplomatiche
tra Marocco e Algeria (che nel 1999 riafferma ancora il proprio appoggio
incondizionato all’indipendenza del Sahara), relazioni che saranno riallacciate
solo nel 2000 (ma la frontiera terreste resta chiusa). In quello stesso anno,
una nuova tornata di negoziati sulla questione del Sahara si conclude senza
risultati. Ancora nel 2002 il Marocco riafferma la propria sovranità sul
territorio sahariano e l’assenza di scontri armati si spiega solo con la
decisione unilaterale del Fronte Polisario di abbandonare la lotta violenta,
decisione peraltro revocata di recente (al momento senza conseguenze).
MAROCCO - SPAGNA
Per quanto la cosa difficilmente
avrà conseguenze militari, il Marocco ha riaperto di recente il dossier delle
rivendicazioni territoriali con la Spagna (che com’è noto possiede ancora due enclaves
– Ceuta e Melilla – in territorio marocchino), con la breve occupazione
dell’isolotto di Perejil (Leila in arabo) interrotta dalle truppe spagnole. Non
è da escludere che – a parte motivazioni nazionaliste rivolte alla politica
interna – alla base ci sia la decisione spagnola di autorizzare alla francese TotalFinaElf
e alla statunitense Kerr McGee prospezioni petrolifere nelle acque tra il
Sahara occidentale e le Canarie.
MAURITANIA - SENEGAL
Spostandoci un poco più a sud incontriamo
il primo caso rappresentativo delle possibili tensioni che derivano da quella
compenetrazione tra Africa bianca e Africa nera cui accennavo prima.
La Mauritania, il Mali, il Niger, il
Ciad e il Sudan sono paesi al cui interno passa la linea di demarcazione (per
nulla netta e definita) tra queste due entità. Tutti questi paesi in qualche
modo hanno subito conseguenze derivanti da questa condizione.
Nel 1989 la Mauritania ha assistito a
un conflitto interno tra le due comunità che si è subito trasformato in
conflitto internazionale con il confinante Senegal. La Mauritania infatti,
paese enorme di oltre 1 milione di kmq, è in buona parte un deserto costellato da
rare oasi e cittadine su quelle che un tempo erano le piste carovaniere. Una
ristretta fascia a sud del deserto è costituita da una zona secca su cui la vegetazione
cresce solo durante la breve stagione delle piogge, ed è abitata per lo più da
pastori di origine araba o berbera. Infine, solo la vallata del fiume Senegal,
che fa da confine con il paese omonimo, è provvista di terre coltivabili, e dal
punto di vista sociale ed umano entra a pieno titolo nell’Africa nera: la sua
popolazione, pur essendo musulmana come il resto del paese, non è di bianchi arabofoni,
ma di neri che parlano il peul (o pular) o il wolof.
Ebbene nel 1989 le due comunità, bianca e nera, presero a scontrarsi,
ufficialmente proprio per il controllo di quelle terre, che i pastori arabi
“bianchi” rivendicavano per le proprie attività, specie a seguito di un periodo
di intensa siccità che aveva ridotto la portata nutritiva dei pascoli. L’accusa
ai neri venne subito riportata sul piano etnico e nazionalistico: si disse che
le terre erano occupate da “senegalesi”, e in effetti era perfettamente normale
che a sfruttare le terre fosse una popolazione che per sua natura era ed è
transfrontaliera: spesso la stessa famiglia ha componenti che abitano nei
villaggi della riva nord del fiume (che è mauritana) e altri in villaggi della
riva sud (che è senegalese), e persino parenti in Mali, l’altro paese che
condivide la valle e le acque del fiume.
Nel 1989 la caccia al “senegalese”
organizzata dagli “arabi”, durante la quale decine di migliaia di persone
furono espulse verso il Senegal e alcune migliaia uccise, ebbe come immediata
risposta una caccia al mauritano organizzata in Senegal e la rottura delle
relazioni tra i due paesi. Le relazioni sono state in seguito riprese (1992),
ma il conflitto tra le due comunità rimane latente (ed è ancora adoperato come
argomento di politica interna, anche se va registrato che non è entrato nel
recente – 2003 – tentativo di golpe), anche a causa della permanenza di un
problema di profughi.
NIGER
Scontri si sono verificati in Niger
nei primi anni ‘90 con i Tuareg del Fronte di Liberazione dell’Air e dell’Azawak,
che rivendicano l’autonomia di queste regioni, con i quali si è giunti ad un
accordo di pace nel 1995. D’altra parte nel 1996 in Niger c’è stato un colpo di
stato. Nel 1997 si sono verificate azioni violente di un movimento della
minoranza toubou ai confini con la Libia. Nel 1998 l’Unione delle Forze della
Resistenza Armata (tuareg e toubou) ha completato il proprio disarmo e il
Frante Democratico Rivoluzionario (toubou) ha sottoscritto un cessate il fuoco,
che ha consentito il ritorno di profughi stanziati in Algeria. Ma un altro
colpo di stato, nel 1999, a seguito del quale si è insediato un governo civile,
ha rinnovato una situazione di instabilità nella quale l’applicazione degli
accordi coi i Touareg è ancora in buona parte ipotetica. Disordini proseguono
al nord e proseguono le azioni della dissidenza toubou.
Due altri dossier si sono aperti
intanto in Niger. Da un lato quello religioso: nel quadro del crescente
antagonismo tra islam e altre confessioni vissuto da tutti paesi del sahel,
scontri si sono verificati a Niamey nel 2000. Sempre nel 2000 si è riaperta la
contesa di frontiera, anche con episodi violenti, tra Niger e Benin su alcune
isole del fiume Niger, nonostante un accordo che risale al 1965.
MALI
In Mali, invece, un analogo
conflitto con i Tuareg sembra essere stato formalmente risolto da un accordo
del 1992, che riconosce uno status particolare al nord tuareg (anche se
profughi tuareg dal Mali hanno continuato a fuggire in Burkina, ancora nel
1995). Il governo ha comunque posto fine alle violenze perpetrate contro i
tuareg da un movimento di etnia songhai. Anche se episodi di violenza si sono
registrati nelle regioni settentrionali ancora nel 2000 e nel 2001, il governo
presenta come prova della risoluzione del problema l’avvenuta consegna delle
armi da parte dei movimenti tuareg.
Un problema tuareg, che si esprime
più che altro come banditismo, esiste anche in Mauritania.
CIAD - LIBIA
La divisione coloniale delle
frontiere aveva tagliato in due alcune popolazioni, tra cui l’ordine musulmano
della Senussiya, artefice principale della resistenza all’occupazione della
Libia da parte dell’Italia fascista. Nel 1973 la Libia di Gheddafi occupò la
cosiddetta fascia di Aouzou, territorio assegnato al Ciad. Fino al 1976 né la
Francia, protettrice del Ciad, né lo stesso Ciad ritennero di dover reagire (si
tratta di una zona desertica). Ma a un certo punto nello scontro entra il
tentativo delle potenze occidentali, con in testa gli USA, di abbattere Gheddafi.
Uno degli strumenti per farlo è l’appoggio al regine ciadiano. La Libia da
parte sua fomenta l’opposizione interna del Ciad.
In Ciad, dove ribellione
armate si susseguono dal 1965, la Francia aveva aiutato il presidente Hissène Habré
ad arrivare al potere, poi l’aveva sostenuto in uno scontro interno del 1983
contro oppositori sostenuti dalla Libia. Nel corso degli anni ’80 anche la CIA
lo aveva aiutato, in un contesto internazionale che vedeva svolgersi l’attacco
militare alla caserma di Tripoli (1984) e il bombardamento di Tripoli da parte
dell’aviazione statunitense (1986: come si ricorderà la crisi internazionale USA-Libia
a un certo punto aveva coinvolto anche l’Italia, che pure aveva sempre lasciato
aperti i canali diplomatici con Tripoli, e determinato l’esplosione di alcuni
missili libici al largo di Lampedusa). Ma dal dicembre 1990 la Francia non
sostiene più Habré (è cambiato il clima dopo la fine della guerra fredda?) e
quindi l’opposizione interna lo sostituisce con Idriss Déby. Nonostante sia
quindi giunto al potere con le armi libiche, Déby non concede nulla alla Libia
sulla contesa relativa alla fascia di Aouzou, che invece sottopone alla Corte
internazionale dell’Aja, la quale infine da ragione al Ciad (1994). Il
conflitto sembra così risolto: una riconciliazione definitiva, con l’apertura
della frontiera, è stata sottoscritta nel 1999.
CIAD
Nello stesso 1994 il Ciad raggiunge
un accordo di pace con il movimento ribelle interno (Fronte Nazionale del
Ciad). Ma la contesa resta aperta, con sporadiche violenze “autonomiste”
(1995-6) nella zona del lago e nel sud, dove il problema è complicato da
interessi petroliferi del governo centrale e di imprese statunitensi e
francesi. Nel 1997 è stato firmato un accordo di riconciliazione con i guerriglieri
federalisti del sud, seguito da un altro nel 1998. Questi accordi non hanno
impedito l’apertura di un nuovo fronte nella zona del Tibesti con scontri con
il Movimento per la Democrazia e la Giustizia in Ciad, guidato da un ex
ministro, a composizione essenzialmente toubou, i cui successi militari,
ripetutisi nel 1999, hanno avuto anche il favore degli altri movimenti armati.
Nel 2000 i movimenti armati, spesso guidati da ex politici di regime, si sono
alleati, mentre le truppe francesi si sono una volta tanto tenute neutrali.
Ancora scontri nel 2001 e 2002.
La situazione di insicurezza
ha indotto gli investitori internazionali (Shell e Elf-Aquitaine) a ritirarsi
dalla regione petrolifera di Doba e la Banca Europea per gli Investimenti a
ritirare il proprio finanziamento. Ma un cartello dei finanziatori è stato
ricostituito su iniziativa della Banca Mondiale nel 2000 (Exxon, Chevron, Petronas)
e i primi ricavi per il governo ciadiano sono stai destinati… al ministero
della difesa.
Di recente (2001-2002) sono
sorte tensioni di frontiera tra il Ciad e la Repubblica Centrafricana, che si
accusano vicendevolmente di proteggere oppositori.
SUDAN
Da decenni esiste una resistenza
armata di tipo autonomistico nel sud sudanese, zona abitata da popolazioni
nere, in contrasto con gli arabi bianchi musulmani che detengono il potere a Khartum.
Un tempo sostenuta dall’Etiopia, nel
1991, a seguito della caduta di Menghistu, questa opposizione armata del sud ha
perso le sue basi in questo paese ed è stata costretta a rifugiarsi in Kenya.
In cambio, il Sudan ha cessato il proprio appoggio all’opposizione liberale
etiope basata in Sudan. In compenso è la neonata Eritrea (1993) che si è
intromessa adesso nella lotta tra Khartum e i ribelli, sostenendo questi
ultimi, con la speranza di ottenere in tal modo appoggio dagli USA, che adesso
hanno dichiarato il Sudan proprio nemico (dopo averlo usato come base per
destabilizzare l’Etiopia di Menghistu).
Nel 1996 si è giunti ad un accordo
tra il governo e varie fazioni ribelli, ma non col il SPLA, la fazione più
importante, mentre l’ONU ha imposto sanzioni al paese. L’avanzata dei ribelli è
ripresa nel 1997 con il sostegno dell’Eritrea, mentre il governo non può più
contare sul supporto del deposto dittatore congolese Mobutu, deposto, per
interventi alle frontiere. Nel 1999 è stato proclamato lo stato d’emergenza. La
guerra tocca ormai le regioni di Equatoria, Monti Nuba, Nilo Blu e Est sudanese
(confine con l’Eritrea). Nel 2001, a seguito di un’offensiva governativa, dopo
il fallimento di ulteriori colloqui, nuove ondate di profughi si sono riversate
verso Kenya e Uganda. I negoziati sono ripresi nel 2002. Dal 1983 la guerra del
sud Sudan avrebbe fatto oltre un milione di morti e 4 milioni e mezzo di
profughi.
Schierato a fianco dell’ex nemico
etiope nella guerra con l’Eritrea, il Sudan è uscito dall’isolamento
internazionale (ripresa rapporti con la UE, la Francia, la Gran Bretagna e
l’Italia) soprattutto grazie ai contratti di sfruttamento petrolifero concessi
nel sud, che hanno fornito nuove entrate al governo. Per assicurare tali
contratti, il governo ha ripetutamente bombardato alcune zone del sud, che sono
state totalmente svuotate delle popolazioni. In questo contesto l’Eritrea ha
sostenuto anche con azioni anche militari i ribelli sudanesi del sud.
Mentre nel 1998 gli Stati Uniti
hanno accusato il Sudan (e l’Afghanistan) di essere dietro gli attentati alle
ambasciate statunitensi di Nairobi e Dar es-Salam, dopo l’11 settembre il Sudan
ha ripreso i rapporti con gli USA che non appoggiano l’opzione autonomista dei
movimenti del sud, ma che hanno chiesto in segno di buona volontà al governo di
Khartum il cessate il fuoco nel sud. Ma questa richiesta non ha avuto seguito,
anzi una forte offensiva governativa si è dispiegata nella primavera 2002.
L’instabilità nel sud del Sudan si è
trasmessa all’Uganda per esplicita scelta del governo sudanese il quale,
convinto che l’Uganda dia rifugio e sostegno ai ribelli, ha cominciato a
sostenere a sua volta movimenti autonomistici più o meno inventati nel nord e
nell’ovest dell’Uganda (ne riparleremo più oltre).
EGITTO – SUDAN
C’è tra questi due paesi un
conflitto irrisolto per la zona di Halaib, sul mar Rosso, che infatti spesso si
vede indicata con due frontiere nelle carte. E’ possibile che nella zona vi sia
petrolio e quindi, anche se non si sono registrati episodi di guerra aperta, la
questione non può essere chiusa.
Nella guerra del golfo contro l’Iraq
(1991), il Sudan (governato dagli “islamismi”) è stato a fianco dell’Iraq, e questo
ha acuito le tensioni con l’Egitto, che invece stava nel fronte degli arabi
“moderati” (cioè di fatto con gli USA). Per l’Egitto, il Sudan è una strategica
riserva di acqua, un granaio e un’area da tenere sotto controllo per
l’influenza che ai due lati della frontiera hanno le “fratellanze” islamiche
(la setta Khatmiya ha ad esempio 12 milioni di aderenti dalla due parti).
L’Egitto inoltre spera in una risoluzione del conflitto del sud sudanese per
realizzare alcune opere sull’alto Nilo a vantaggio della propria agricoltura.
SENEGAL – CASAMANCE
C’è un conflitto africano che per
essere descritto necessita che si parta dal 1578. In quell’anno le mire
portoghesi di conquista del Marocco si infransero definitivamente nella
battaglia di Oued el-Kabir, dove lo stesso re portoghese perse la vita. Di
questa morte e di quella sconfitta approfittò la Spagna per invadere il
Portogallo e dominarlo per 60 anni. Ma il Portogallo aveva anche le colonie, che
non sempre seguirono la sorte della madrepatria. Uno dei reali di Lisbona fuggì
in Inghilterra, paese alleato, e in cambio della protezione inglese cedette
alla corona di Londra i “propri” diritti su alcune basi alla foce del fiume
Gambia, diritti invero più immaginati che reali, ma che fecero sì che nella
successiva spartizione coloniale dell’Africa si incuneasse tra i territori
francesi del Senegal e della valle del Casamance una zona di interesse inglese.
Al momento della decolonizzazione, mentre Senegal e Casamance venivano
unificati nello stato senegalese, il Gambia – anglofono – faceva stato a sé.
Tutto questo per spiegare la strana
conformazione dei confini attuali, che costituisce una delle argomentazioni del
movimento indipendentista della Casamance. Questa regione, malamente collegata
al resto del paese, ne costituisce la regione più ricca in risorse agricole e
con grosse potenzialità nel turismo e nella pesca. Queste ricchezze non hanno
mancato di attirare insediamenti di senegalesi di altre regioni, specie quando,
ed è il caso degli anni ’80, le altre regioni sono state vittima di ondate di
siccità. A partire dagli anni ’70 le infrastrutture di trasporto, turismo e
pesca sono state sviluppate a vantaggio di popolazioni ed interessi economici provenienti
da altre parti del paese o addirittura dall’estero. Il risultato è che dal 1982
la zona è teatro di scontri, ripetutisi fino al 1997, che hanno preso la forma
di un movimento indipendentista dell’etnia dioula contro il centralismo dello
stato senegalese, anche se la distinzione tra il vero e proprio movimento
ribelle e il semplice banditismo non è sempre chiara. Gli Stati Uniti e la
Francia, “protettori” del governo senegalese, sono intervenuti a sostegno della
repressione con aiuti, tanto che si può affermare che il conflitto è a costo
zero per lo stato senegalese. Nel 2001 è stato sottoscritto tra il governo
senegalese e i ribelli della Casamance un accordo di pace.
Un risvolto internazionale di questo
conflitto sta nel fatto che i ribelli hanno basi in Guinea Bissau, cosa che ha
indotto nel 1998 l’esercito senegalese a intervenire a Bissau in difesa del
governo locale, contro una ribellione ritenuta legata al Movimento delle Forze
Democratiche di Casamance.
LIBERIA
Anche se le tre crisi sono fortemente
intrecciate (nelle cause e negli avvenimenti) cerchiamo di tracciare
separatamente il corso degli eventi in Liberia, Sierra Leone e Guinea Conakry.
Dal 1980 la Liberia è stata sotto la
dittatura di Samuel Doé, il cui regime autoritario era ampiamente sostenuto
dagli Stati Uniti. Nelle regioni orientali si è sviluppata dal 1989 una guerriglia
di contestazione che ha preso la forma della rivendicazione etnica delle
popolazioni dan/gyo, e che si è organizzata nel Fronte Nazionale Patriottico
Liberiano (FNPL) guidato da Charles Taylor. Uno dei centri su cui si è articolato
lo scontro sin dall’inizio sono le miniere di ferro dei monti Nimba, ma ben
presto la guerra si concentra sulle piantagioni di alberi da gomma e
soprattutto sulle miniere di diamanti.
Nel 1990 è stata costituita una
forza di interposizione per iniziativa della Comunità Economica degli Stati
dell’Africa dell’Ovest (CEDEAO, o Ecowas in sigla anglofona),
con un contingente (Ecomog) che vede al suo interno un ruolo prevalente della Nigeria.
C’è chi parla a tal proposito di inizio della capacità degli africani di
regolare le proprie questioni senza fare ricorso agli interventi esterni, ma –
a parte l’incapacità di fatto della forza di frenare il conflitto - non si può
non sottolineare come la stessa Nigeria abbia interessi politici e di egemonia
regionale che la spingono al ruolo attivo. Di fatto l’Ecomog blocca Taylor alle
porte di Monrovia (e quindi non svolge un ruolo neutrale).
Nello stesso 1990 Samuel Doé viene
assassinato. Vari “presidenti” si autoproclamano al suo posto: uno di questi è Taylor,
sostenuto dalla Costa d’Avorio (all’epoca ancora governata dal “padre padrone”
dell’indipendenza Houphouet-Boigny, che aveva già tentato di sostenere un golpe
contro Doé) e dal Burkina Faso di Blaise Compaorè.
L’appoggio del Burkina porta a Taylor anche quello della Libia (mentre Doé su
pressione statunitense aveva espulso i consiglieri militari libici e accolto
quelli israeliani). Il Ghana
sostiene altri oppositori di Doé che non si pongono nel campo filo
statunitense. La Nigeria e la Guinea Conakry, che stavano a fianco di Doé, e
che adesso tentano di usare l’Ecomog per bloccare l’avanzata di Taylor
sostengono un ulteriore candidato. Dietro di loro, gli Stati Uniti (sono loro
che incitano la Nigeria a costituire l’Ecomog, cui partecipano il Ghana, la
Guinea, il Gambia e la Sierra Leone).
Dal 1991 nasce un nuovo movimento
all’ovest, l’ULIMO (Mov. Unito di Liberazione per la Democrazia), che destabilizza…
la Sierra Leone. Un nuovo conflitto nasce così in Sierra Leone (vedi sotto). Al
sud della Libera nasce una nuova fazione ribelle, il Liberian Peace Council, e
ancora un’altra al confine guineano (Lopa Defence Force), determinando un nuovo
punto di crisi in quest’ultimo paese (vedi ancora sotto). Alcuni scontri si
estendono alla Costa d’Avorio, le cui regioni orientali sono abitate da etnie
transfrontaliere (una delle quali è l’etnia di provenienza dell’ex dittatore Doé,
un’altra quella a cui si appoggia Taylor). Contro tutte queste fazioni, l’Ecomog
insedia un governo provvisorio. Un flusso di oltre 650.000 profughi liberiani
si dirige per lo più verso la Guinea e la Costa d’Avorio. Nel 1993 è
sottoscritto un accordo di pace per la Liberia., seguito da un tentativo di
golpe nel 1994. Un cessate il fuoco del 1995 non è rispettato, anzi i
combattimenti si intensificano per tutto il 1996.
Nel 1997 in Liberia si tengono
finalmente elezioni: Taylor viene eletto presidente, ma inizia lo scontro con
una fazione ribelle, mentre le forze di Taylor, adesso esercito regolare,
continuano a saccheggiare la popolazione.
Nel 2001, mentre il conflitto
liberiano si è ormai esteso apertamente alla Guinea Conakry, l’ONU impone
sanzioni alla Liberia (governo Taylor) per il suo sostegno al RUF della Sierra
Leone. Nella stessa Liberia gli scontri proseguono e il presidente Taylor ne accusa
la Guinea e la Gran Bretagna. Un accordo di pace generale per l’area Sierra
Leone – Liberia – Guinea Conakry è sottoscritto con la mediazione del Marocco
nel 2002. Nel 2003, con la fuga di Taylor, la situazione in Liberia si è
nuovamente ribaltata, mentre nelle campagne i gruppi armati continuano ad
operare.
SIERRA LEONE
Apertamente stimolato dalle fazioni
in lotta in Liberia (e in particolare dal FNPL di Taylor, il conflitto che
inizia in Sierra Leone nel 1991 genera ondate di profughi verso la Guinea e la stessa
Liberia. Anche se lo scontro prende la forma di guerra di etnie; alla base vi è
la disgregazione delle strutture statali dovuta all’assoluta mancanza di
risorse, conseguenza della crisi economica. La fazione principale è il Fronte
Rivoluzionario Unito (RUF), sostenuto dal FNPL. A fianco del governo della
Sierra Leone si schiera invece la Guinea Conakry. Il RUF professa una vaga idea
socialista, ma in realtà l’unica molla che spinge molti giovani ad aderire è la
fame. I soldati regolari disertano. I capi della guerriglia combattono per il
controllo dei diamanti, con i quali pagano anche mercenari dall’Ucraina o dal
Sudafrica e le armi.
Nell’aprile 1992 in Sierra Leone un
golpe sostituisce militari con altri militari, ma questo non frena la guerra
per bande. Il RUF riesce ad isolare la zona diamantifera e toglierla al
controllo del governo di Freetown. Nel resto del paese prolifera il crimine e
si acuisce il fenomeno dei bambini soldato. Del resto l’esercito “regolare” non
è da meno, facendo ampio uso di mercenari (persino nepalesi), finanziandosi con
i saccheggi, e rivolgendosi per certi servizi a società private di protezione di
origine sudafricana.
Nel 1995 la guerriglia del RUF si intensifica
e l’anno dopo un nuovo golpe militare sostituisce la giunta al potere. Successivamente
si tengono elezioni e un nuovo golpe nel 1997: il presidente civile fugge in
Guinea, mentre il RUF partecipa al governo militare. Con gli accordi di Conakry
l’esercito restituisce il potere ai civili ed è posto sotto controllo dell’Ecomog.
Quest’ultima nel 1998 occupa Freetown
e arresta i leaders del RUF, scatenando una violenta reazione dei ribelli, che
l’anno successivo attuano una forte offensiva. Con gli accordi di Lomé si
sottoscrive la pace in cambio di una amnistia; il RUF entra nel governo, ma la
violenza è ormai endemica. Nel 2000 il RUF della Sierra Leone prende in
ostaggio 500 caschi blu che sono liberati per la mediazione del presidente
liberiano Taylor. Nella crisi entra attivamente un contingente britannico (di
fatto a sostegno del governo della Sierra Leone). I leader del RUF sono
arrestati.
Mentre paradossalmente l’Ecowas
nomina proprio Taylor (il “padrino” politico del RUF della Sierra Leone) come
mediatore nel conflitto della Sierra Leone, nel 2001 l’ONU impone sanzioni alla
Liberia proprio per il suo sostegno al RUF. Un offensiva del governo della
Sierra Leone contro ribelli è sostenuta anche dalla Guinea Conakry.
Dopo gli accordi del 2002, in
occasione delle elezioni dello stesso anno, il RUF si è trasformato in
movimento politico, dimostrando peraltro di non avere seguito.
GUINEA CONAKRY
A causa degli scontri nelle zone di
confine, anche in Guinea intanto la politica interna si polarizza intorno a
sostenitori e oppositori della ribellione liberiana di Taylor. Nel 2000 questa polarizzazione
si trasforma in conflitto aperto: l’esercito regolare si scontra con i ribelli
del RFGD. Le due parti sono sostenute rispettivamente dal governo della Sierra
Leone e dall’opposizione Liberiana (con il governo guineano); dal governo
liberiano e dall’opposizione della Sierra Leone (con il RFGD).
Da parte sua la Guinea ha utilizzato
l’opposizione a Taylor, inviso agli Stati Uniti, per ottenere accordi economici
con gli USA, proprio mentre UE e FMI rimettevano in discussione la propria
cooperazione a causa delle forti illegalità politiche del governo guineano. Nel
2002 anche la situazione guineana è rientrata nell’accordo generale per i tre
paesi.
COSTA D’AVORIO
Considerato per decenni uno dei
paesi più stabili dell’intero continente, a partire dal 1999 è stato scosso da
una serie di colpi di stato e di tentativi di colpi di stato che hanno lasciato
una situazione di instabilità generalizzata e alcune province sotto il
controllo di gruppi ribelli, a volte in contatto con analoghi gruppi della
confinante Liberia.
Nel 1999 il governo di Konan Bedié,
successore designato del padre dell’indipendenza Houphouët-Boigny, in un clima
di crescente tensione sulla questione della “ivorianità” (su cui torneremo) è
stato abbattuto dal colpo di stato del generale Gueï. Un altro tentativo di
colpo di stato nel 2000 è stato seguito da elezioni, nelle quali si è impedita
la partecipazione ad alcuni candidati sulla base della nascita non ivoriana. Le
violenze sono proseguite soprattutto nel nord ovest del paese, e hanno assunto
l’aspetto di “caccia allo straniero”. La Francia, intervenuta per difendere i
cittadini europei, è stata accusata di difendere in realtà il governo. Nel
settembre 2002 un nuovo tentativo di golpe ha riacceso la tensione. Inoltre, come
già ricordato, il paese è stato coinvolto anche nel conflitto liberiano, a
causa delle tensioni che questo ha generato tra popolazioni che vivono da
entrambe le parti della frontiera.
Dopo che accordi di pace firmati in
Francia nel gennaio 2003 non sono stati rispettati, di recente (novembre 2003)
un ulteriore tentativo di mediazione dei paesi dell’Ecowas si è rivelato
fallimentare, mentre i ribelli, riuniti nel “cartello Forze Nuove”, si sono
ritirati dal governo di unità nazionale costituito nell’ambito di quegli
accordi. Queste forza, che controllano il nord del paese, hanno ripreso a
parlare della necessità di separare il paese, rendendo il nord indipendente.
NIGERIA
Nella regione del delta del Niger
varie popolazioni (gli Ogoni, gli Ijaws, gli Itsakiris, gli Urhobos) si
scontrano tra loro, con lo stato nigeriano e soprattutto con il potere delle
multinazionali del petrolio, in un conflitto “a bassa intensità”. Attentati
alle strutture petrolifere del delta del fiume Niger si sono verificati nel
1998, ma in realtà finora i danni alla produzione e ai profitti petrolieri non
sono stati particolarmente rilevanti, visto il carattere off-shore di buona
parte della produzione.
Nelle regioni dell’est si sono
verificati scontri nel 1992. Le elezioni del 1993 hanno visto un intervento
dell’esercito. Gli scontri con gli Ogoni hanno avuto un aggravamento nel 1995,
anno in cui il regime ha condannato a morte i leader del movimento (tra cui lo
scrittore Ken Saro-Wiwa). Nel 1999 la città di Lagos è stata teatro di scontri
tra haussa e yoruba e scontri sono proseguiti, nonostante l’avvento di un
regime più “democratico” con le minoranze delle zone petrolifere (in particolare
gli Ijaws) che reclamano una migliore distribuzione dei profitti, oltre che un
risarcimento dei danni ambientali provocati dalle infrastrutture petrolifere.
Nel 2000 l’applicazione della sharia ha causato scontri nello stato di Kadana,
che sono proseguiti nel 2001. Scontri “etnici” si sono verificati nel 2001
negli stati di Nasarawa, Benue e Plateau.
CAMERUN
La prima questione che riguarda
questo paese sembra essere soprattutto una crisi interna, che trova le sue
radici nella definizione coloniale e postcoloniale delle frontiere. Dalla fase
dello “scrambling” (termine con cui si indica la spartizione dell’Africa tra
gli europei negli ultimi decenni dell’800) alla prima guerra mondiale, il
Camerun fu zona di interesse e poi colonia tedesca. La vita delle colonie
tedesche terminò appunto con la guerra e nel 1922 quello che i portoghesi
avevano chiamato “paese dei gamberi” (Camarões) viene suddiviso dalla Società
delle Nazioni tra una zona di influenza britannica, di fatto amministrata dalla
colonia britannica della Nigeria, e una zona di influenza francese, annessa
all’Africa centrale francese. Al momento dell’indipendenza una serie di
referendum sancì l’unificazione di questo paese (tranne una piccola zona
settentrionale che scelse l’annessione alla Nigeria), che è rimasto bilingue e ha
visto svilupparsi al suo interno alcuni contrasti tra le comunità “anglofone” e
quelle “francofone”. Ad oggi, nelle regione occidentali operano movimenti
separatisti e autonomisti, che nel 1997 hanno tentato senza successo un’insurrezione
armata.
NIGERIA - CAMERUN
In questi contrasti non si sarebbero
inseriti interessi stranieri se non per una seconda questione: il petrolio. La
penisola di Bakassi viene a causa del petrolio contesa tra Camerun e Nigeria.
Un conflitto di frontiera si è verificato per questa ragione nel 1994-5. Nel
1995 il Camerun si è rivolto alla corte dell’Aja. Nel 1996, nonostante un
accordo, gli scontri sono proseguiti. La questione è ancora aperta.
REPUBBLICA CENTRAFRICANA
È un paese strutturalmente instabile,
teatro di una continua lotta per il potere.
Il paese ha ospitato fino al 2000
basi militari francesi che insieme a quelle del Senegal, del Gabon e di Gibuti hanno
costituito l’ossatura del sistema d’intervento francese nel continente. E’
quindi la Francia che sostiene negli anni ’70 il dittatore Bokassa
e nel 1979 è la Francia stessa che lo sostituisce. Per tutti i 10 anni seguenti
un consigliere francese sarà attivo presso la presidenza e nel 1993 si svolgono
elezioni la cui logistica è assicurata dall’esercito francese. Ancora nel 1996 la
Francia interviene militarmente per salvare la presidenza di Patassé (già
ministro di Bokassa) da una rivolta militare inizialmente nata per ragioni
economiche.
Nel 1997 sono proseguiti gli scontri
e l’instabilità è stata accentuata dagli avvenimenti militari vissuti dai
vicini Congo Kinshasa e Congo Brazzaville, che hanno messo in crisi la
sicurezza dell’asse fluviale Obangui-Congo, una delle poche finestre verso
l’esterno della Repubblica Centrafricana. Nel 2001 un tentativo di golpe è
stato violentemente represso, con il sostegno di truppe libiche e dei ribelli (filo-ugandesi)
del nord della Repubblica Democratica del Congo. La repressione ha assunto la
forma di persecuzione dell’etnia yakoma.
CORNO D’AFRICA (ETIOPIA – ERITREA –
GIBUTI – SOMALIA)
Si tratta indubbiamente di una delle
aree calde del continente. Se consideriamo tutti i tipi di crisi militare e di
sicurezza, anche di derivazione interna, dal 1945 al 2000 l’Etiopia è stata
interessata da 15 conflitti, l’Eritrea (che esiste dal 1993!) in 7 e la Somalia
in 9.
Le questioni principali che si intrecciano
nei seguenti avvenimenti sono: la lotta per l’indipendenza dell’Eritrea, lo
smembramento della Somalia, le resistenza anti-amhara
delle popolazioni del sud Etiopia.
L’indipendenza dell’Eritrea
La questione dell’Eritrea si pose già
all’indomani della seconda guerra mondiale, quando l’ex colonia italiana venne
data in gestione all’Etiopia di Hailé Selassie, campione della lotta al
colonialismo italiano. In teoria il mandato etiope non contemplava
l’annessione, ma questa avvenne di fatto, mettendo fine ad ogni ipotesi di
stato indipendente o anche di provincia autonoma: l’Etiopia aveva ed ha estremo
bisogno dei porti eritrei, unico suo sbocco al mare.
Quando Hailé Selassie fu ucciso e
sostituito dal regime filosocialista del Derg, sembrò che ci fosse uno
spiraglio di apertura per l’autonomia eritrea, ma il presidente etiope Aman Andom,
che era egli stesso un eritreo, fu ucciso a sua volta e sostituito nel 1974
dal maresciallo Menghistu, che rappresentava l’ala militarista e nazionalista
del Derg. Una volta avviata l’alleanza strategica con l’URSS, con il suo appoggio
l’Etiopia respinse a lungo gli attacchi del fronte di liberazione eritreo. Quest’ultimo
riceveva invece appoggio da alcuni paesi arabi, che cercavano in tal modo di
riaffermare la propria influenza sull’area del Mar Rosso, in particolare
l’Arabia Saudita.
Nella guerra del golfo contro l’Iraq
del 1991, l’Etiopia di Menghistu sceglie la coalizione anti-irakena e guadagna
in tal modo il favore dei sauditi, che smettono di appoggiare gli eritrei, i
quali invece si schierano con l’Iraq.
Nell’estate del 1991 (in clima di
disgelo della guerra fredda) cade anche Menghistu, sconfitto dall’alleanza tra
eritrei e tigrini. Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai va al potere ad
Addis Abeba (vedi oltre) e nel 1993 un referendum sancisce finalmente
l’indipendenza dell’Eritrea, ponendo fine al più antico conflitto del
continente nel dopoguerra (era in corso dal 1961).
SOMALIA - ETIOPIA
Nella prima fase della guerra fredda
l’alleato principale dell’URSS nella zona era la Somalia, che, forte di questa
alleanza, decise di attaccare il sud dell’Etiopia, dove popolazioni somale
convivevano in modo conflittuale con gli Oromo, a loro volta sempre in
contrasto con il regime di Addis Abeba (vedi oltre). Tuttavia, un improvviso
cambio di politica estera dell’URSS portò Mosca ad abbandonare l’alleato somalo
e sostenere il governo del Derg etiope, fino a determinare la sconfitta della
Somalia. Nel
1988 è stato sottoscritto un accordo di pace tra i due paesi, ma la situazione
è stata rimessa in discussione dal precipitare della crisi somala, sia per il
carattere tranfrontaliero del popolo somalo, sia per i tentativi di ingerenza
etiope nel conflitto somalo. Molti somali sono nel frattempo sono fuggiti nell’Ogaden
etiope che Addis Abeba non controlla.
SOMALIA
Nel 1991 in Somalia cade il regime
di Siad Barre, sostenuto diplomaticamente fino all’ultimo dall’Italia. Il Somaliland
(ex Somalia britannica), dove è attivo l’indipendentismo degli Issak, che conta
su finanziamenti della diaspora (emigrati nel Golfo, nello Yemen e in Arabia) ne
approfitta per dichiararsi indipendente (ma non ottiene alcun riconoscimento internazionale).
Nel resto del territorio della
Somalia del dopo Barre, si scontrano vari movimenti. Il 1992-3 è l’anno
dell’operazione internazionale “Restore Hope”, che si risolve nel fallimento
che tutti ricordiamo: il paese piomba nella totale guerra per bande. Nel 1993
l’ex Somalia è divisa in 8 regioni “claniche” e circa un milione di profughi si
trovano fuori dal paese. Dopo il fallimento della mediazione internazionale, il
governo somalo (generale Aidid) è riconosciuto solo dalla Libia.
Nel 1998 l’esempio del Somaliland è
seguito di fatto dal Puntland, anche senza una dichiarazione formale di
indipendenza. L’anno successivo anche il Bay e il Baqool prendono la stessa
strada, tirandosi fuori dalla contesa per il controllo della ormai inesistente
struttura statale di Mogadiscio. In tal modo circa i 2/3 della Somalia è ormai “pacificata”,
lontano dagli sforzi della comunità internazionale che insiste per un’unità
nazionale che di fatto consente il proseguimento della lotta per il potere. Se
una fazione dovesse prevalere a Mogadiscio sarebbe immediatamente tentata di
ristabilire il proprio controllo sull’intero territorio dell’ex Somalia,
riaprendo i conflitti con le regioni oggi pacificate.
Nel 1999 in Somalia riprendono gli
scontri, tra fazioni armate anche da Eritrea, Etiopia e Libia. Mentre Bay e Baqool
vengono ricoinvolti nella guerra, una conferenza di riconciliazione nazionale
viene aperta nel 2000 (con il sostegno diplomatico della Lega Araba, dell’OUA e
dell’Italia), a seguito della quale viene costituito il primo governo dopo 10
anni, che però non controlla buona parte del territorio.
GIBUTI
Nel 1992 sorge un movimento ribelle
armato tra la minoranza Afar di Gibuti, soprattutto a causa della situazione
sociale esplosiva. Il governo di Gibuti si regge soprattutto sull’appoggio della
Francia, che contribuisce al 60% del PNL. Il movimento si rifornisce di armi
nei depositi abbandonati dall’esercito di Menghistu in fuga davanti
all’avanzata eritrea. Nella lotta a questa minoranza, il governo di Gibuti gode
dell’appoggio militare dell’Etiopia.
Invece le relazioni tra Eritrea e Gibuti
sono interrotte nel 1998 a causa della questione Afar. La minoranza Afar è
infatti transfrontaliera e pone un problema sin dall’inizio per l’Eritrea
indipendente. Qui gli Afar sono maggioranza nella zona del porto di Aden, al
confine appunto con Gibuti, e preferirebbero una soluzione federale in ambito
etiope piuttosto che una indipendenza che la vedrebbe ridotta a unica minoranza
a fronte di un potere totalmente all’élite politica del nord eritreo.
Un accordo sulla minoranza Afar è
sottoscritto a Gibuti nel 2000, ma la sua applicazione resta problematica.
ETIOPIA – OROMO
La storia dell’Etiopia, almeno dalla
fine dell’800 (cioè con gli imperatori Johannes e Menelik II che completano la
formazione dell’impero etiope), è anche la storia della progressiva estensione
del dominio sulle popolazioni del sud e dell’est del paese (Oromo e Somali,
soprattutto) da parte dell’élite amhara del nord. La caduta di Menghistu,
sconfitto nel 1991 dall’alleanza tra eritrei e tigrini, non cambia questo
presupposto. Quello che va al potere ad Addis Abeba, anche con il sostegno
degli USA (la sua ideologia, un tempo marxista-leninista, è adesso liberista) e
che adesso assume il nome di Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo
Etiope, altro non è che il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai. La sua
composizione è essenzialmente tigrina (i tigrini sono 6 milioni su 35 milioni di
abitanti) e non è quindi in grado di controllare, né tanto meno di
rappresentare l’est, l’ovest e il sud del paese. Nel sud dell’Etiopia ad
esempio la “minoranza” oromo comprende circa 20 milioni di persone, a volte in
conflitto con l’altra minoranza, i somali. Durante gli anni ’90, in Etiopia il
Fronte di Liberazione Oromo ha scelto la lotta armata, che è proseguita fino ad
oggi, sia pure a bassa intensità.
SUDAN - ERITREA
Se con la caduta di Menghistu è
venuto meno il sostegno etiope all’opposizione sudanese e quello sudanese
all’opposizione etiope, il problema si è invece ricreato tra Sudan e Eritrea,
che nel 1994 hanno rotto le relazioni diplomatiche per questo motivo. Dal 1996
il sostegno eritreo alle minoranze sudanesi è anche armato.
ETIOPIA – ERITREA
All’inizio le relazioni della
neonata Eritrea con il vicino etiope sono ottime - nonostante quest’ultimo
abbia perso con l’indipendenza eritrea ogni sbocco al mare - essendo i due
governi entrambi sorti dalla comune lotta contro il regime di Menghistu. È quindi
sembrata a molti una delle guerre più incomprensibili dell’ultimo decennio
quella scaturita da alcune questioni di confine su cui a un certo punto i due
paesi cominciano a dividersi.
Il confine tra Eritrea ed Etiopia
scelto al momento dell’indipendenza della prima fa riferimento a un trattato anglo-italo-etiopico
del 1902. Tuttavia esso era delineato solo per grandi linee e non segnato sul
terreno e a complicare le cose esistono alcune tribù transfrontaliere, come i Kuneimas.
Già durante la causa comune contro Menghistu il FPLE e il FPLT si erano scontrati
su questa questione.
In realtà i problemi tra i due paesi
erano iniziati prima dello scontro sui confini. Nel 1997 l’Eritrea decise di
dotarsi di una propria moneta, mettendo fine all’unione monetaria con
l’Etiopia. La conseguenza per Addis Abeba fu un aumento del costo dell’uso dei
porti eritrei. A questo motivo di contrasto si aggiungevano ragioni di politica
interna dei due paesi che rendevano “utile” la presenza di un nuovo nemico
esterno.
Nel 1999 si inizia a combattere a
partire da un attacco eritreo per rivendicare le aree di incerta definizione e
il combattimento sembra concentrarsi sul controllo del porto di Assab. Il
mancato sostegno di USA e Israele all’Eritrea, in questo contesto, porta il
paese a chiedere l’adesione alla Lega Araba e a riavvicinarsi alla Libia.
Inoltre l’Eritrea prende ad appoggiare i ribelli oromo e somali del sud
Etiopia. Da parte sua, l’Etiopia si riavvicina al Sudan, in funzione
anti-eritrea. Nel 2000 un’offensiva etiope è seguita da accordi di pace. La
guerra (1998-2000) è sanguinosa e, sul piano delle rivendicazioni di confine,
vinta dall’Etiopia.
Dopo gli accordi, l’Etiopia ha
riallacciato le relazioni con il Sudan e con Gibuti e continua sostenere
l’opposizione in Eritrea. D’altra parte l’Eritrea non cessa di sostenere gli Oromo
del sud Etiopia in lotta con il potere centrale. L’Etiopia ha inoltre ripreso a
intervenire con forniture di armi nel conflitto somalo.
ERITREA – YEMEN
Almeno un accenno va fatto al
conflitto degli anni ’90 tra questi due paesi per la questione delle isole Hanish,
che si trovano a metà strada sul mar Rosso. Tra le varie isole di questa parte
del Mar Rosso, le Dahlak vennero annesse all’Eritrea italiana (e nel periodo di
alleanza tra l’Etiopia – che aveva annesso l’Eritrea – e l’Urss erano usate
come basi dai sovietici). Il destino di Perim e Camaran, rivendicate degli
inglesi, rimase invece più incerto. Le Hanish nell’800 facevano formalmente
parte dell’impero ottomano, ma erano frequentate, oltre che da pescatori delle
due rive, dai francesi (in buone relazioni con gli ottomani), che vi avevano
installato dei fari. Tuttavia l’Eritrea italiana già le rivendicava. Negli anni
1935-40, in corrispondenza con la conquista italiana dell’Etiopia, le isole
furono effettivamente annesse dagli italiani, ma dopo la seconda guerra
mondiale rimasero a lungo desertiche, salvo come sempre le frequentazioni dei
pescatori eritrei e yemeniti. La divisione in due dello Yemen tra un nord filoccidentale
e un sud filosovietico nel quadro della guerra fredda aveva portato a un
contrasto tra i due paesi per le isole, con Aden che ereditava dalla Gran
Bretagna Socotra, Perim e Camaran, e San’a che pretendeva le Hanish. Nel 1972
tra i due paesi si giunse anche alla guerra. Dopo la fine della guerra fredda,
riunificato lo Yemen e sorta l’Eritrea, il contrasto si sposta tra questi due
paesi. Nel 1995 si giunge alla crisi: un imprenditore italiano realizza un
hotel nelle isole dall’incerta appartenenza, chiedendone il permesso in Yemen. Inoltre
compagnie petrolifere di varie nazionalità premono per avere permessi di
prospezione petrolifera. L’Eritrea, sostenuta diplomaticamente da USA e
Israele, reagisce e infligge una sconfitta allo Yemen. Da allora lo Yemen
comincia ad accogliere l’opposizione eritrea in esilio. Ma nel 2000 la Corte di
Giustizia dell’Aja riconosce definitivamente la sovranità yemenita sulle isole,
accordando all’Eritrea solo alcuni diritti di pesca e trasporto.
GUINEA EQUATORIALE
Al momento dell’indipendenza dalla
Spagna, ottenuta nel 1968, la Guinea Equatoriale assume l’aspetto di una
dittatura (apertamente sostenuta dalla Francia) organizzata per lo sfruttamento
del cacao, del caffè e del legno a vantaggio di pochi gruppi legati ai mercati
internazionali. Come in molti paesi con una simile struttura, i cambi di
regime, come il colpo di stato militare del 1979, non cambiano l’essenza del
sistema. Le piantagioni sono di proprietà dell’entourage del presidente e
concesse in uso a società spagnole. Le telecomunicazioni sono in mano a imprese
francesi. Un altro elemento dell’accumulazione interna a vantaggio dell’élite è
il traffico di cocaina che vi si svolge, sulla strada tra America latina ed
Europa. Nessuna modifica del sistema economico si registra neppure dopo che,
nel 1992, una società statunitense trova il petrolio sull’isola Bioko (ex
Fernando Poo), che con Annobon costituisce la parte insulare del paese, ben
distante e diversa da quella continentale, annessa a quest’ultima solo dai
giochi spartitori delle potenze coloniali. Le royalties del petrolio accrescono
le entrate statali, ma nessun beneficio ne deriva alla popolazione. E’ così che
sull’isola Bioko (che peraltro è in buona parte anglofona, in un paese la cui
lingua coloniale è lo spagnolo) negli anni ’90 si sviluppa un movimento di
ribellione che assume sia toni indipendentisti, sia colorazioni etniche (il
nemico viene individuato nel popolo fang della parte continentale, cui
appartiene il clan onnivoro del presidente).
REPUBBLICA DEL CONGO (BRAZZAVILLE)
È un altro dei paesi endemicamente
instabili, come la Repubblica Centrafricana. I contrasti sono interni, ma resi
internazionali soprattutto dalla presenza francese e dal problema dei profughi.
Gli anni 1993-4 sono un periodo di
guerra civile, che si esprime con motivazioni etniche, religiose e regionaliste.
Un primo accordo di pace viene raggiunto nel 1995. Ma nel 1997 si ripetono scontri
armati tra le milizie dei diversi candidati alla presidenza. Ancora scontri nel
1998 oppongono nella regione della capitale l’esercito regolare, sostenuto da quello
dell’Angola e dalla milizie “cobra” del presidente Nguesso, alle milizie “ninja”
dell’ex primo ministro Kolélas. Si fa massiccio il fenomeno dei profughi in
fuga verso Pointe-Noire, verso il Gabon e la RDC.
Nel 2000 è stato sottoscritto un
secondo accordo di cessate il fuoco, con la mediazione del presidente del
Gabon. Gli scontri con le milizie cosiddette “ninja” proseguono, ma si è aperto
il dialogo “intercongolese” e nel 2002 si sono tenute regolarmente le elezioni.
UGANDA
Dopo che nel 1979 l’esercito
tanzaniano aveva rovesciato il sanguinario dittatore Idi Amin Dada, nel paese
si era instaurato (1980-85) il regime caotico di Milton Obote. Nel gennaio
1986 questi è a sua volta soppiantato da M. Yoweri Museveni, guerrigliero “di
sinistra” osteggiato dagli USA. Il
governo di Museveni è combattuto da vari movimenti indipendentisti, alcuni dei
quali sono creati o sostenuti dal Sudan, a causa di un (vero o presunto)
appoggio del governo ugandese allo SPLA e agli altri movimenti del sud
sudanese.
Nel 1995, quando il Fronte Patriottico
Ruandese prende il potere in Ruanda, i due paesi si alleano contro il regime zairese
di Mobutu (che invece è alleato con il regime islamista sudanese nel tentativo
di destabilizzare l’Uganda). Lo stesso anno l’Uganda rompe le relazioni con il
Sudan, a seguito di tensioni di frontiera e del tentativo sudanese di sobillare
la minoranza musulmana ugandese.
Nel 1997 un’offensiva congiunta
dell’esercito ugandese e del movimento ribelle SPLA del sud Sudan mette in
crisi le milizie indipendentiste che operano in Uganda, ma una nuova guerriglia,
le Forze Democratiche alleate, sorge nel sud-ovest con il sostegno di Sudan e Zaire
(quest’ultimo fino alla cacciata di Mobutu).
Lo stesso anno, l’Uganda sostiene, con
il Ruanda e il Burundi, il movimento dell’est congolese che rovescia la
dittatura del maresciallo Mobutu (vedi oltre). Ma subito dopo i due paesi
entrano in contrasto con il nuovo leader congolese Kabila, prima alleato, e
occupano sia direttamente con i propri eserciti, sia indirettamente tramite
“movimenti politici” locali parte del territorio del Congo (ex Zaire).
Nel corso del 1999 le guerriglie
locali ugandesi hanno ripreso a farsi sentire (Forze Democratiche Armate
nell’ovest; Esercito di Resistenza del Signore nel nord), mentre è apparso un
fenomeno di terrorismo rivendicato da un Esercito del Fronte di Salvezza
dell’Uganda e assassini di stranieri sono stati attribuiti alla minoranza hutu,
di origine ruandese.
Nel corso del 2000 una rottura si
rende evidente tra l’Uganda e l’alleato Ruanda, a causa di difformità di interessi
nell’occupazione delle regioni orientali della Repubblica del Congo, dove i due
eserciti giungono a scontrarsi. Alla fine del 2001 si è temuta la guerra tra i
due paesi, evitata anche per la mediazione britannica. Si riallacciano invece
(2001) i rapporti dell’Uganda con il Sudan, che ha consentito al primo di
perseguire i ribelli basati sul proprio territorio (e che prima il Sudan
sosteneva). Nel 2001 le elezioni si sono tenute in un clima di violenze e un
forte attacco governativo è condotto contro ribelli.
Ancora nel 2003 la Lord Resistance Army
ha continuato a massacrare, stuprare, razziare i villaggi e rapire ragazzini
per arruolarli. Gli USA offrono al governo ugandese aiuti militari per combattere
questa guerriglia.
RUANDA
Le vicende del Ruanda, del Burundi,
dell’Uganda e della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) sono
difficilmente separabili. Abbiamo fatto cenno a quelle ugandesi (che si
ripercuotono anche nei rapporti tra questo paese e il Sudan), ma l’Uganda entra
anche nella storia del conflitto ruandese e insieme al Ruanda, in quello congolese,
come vedremo.
Già prima dell’indipendenza, in
Ruanda, nel quale i belgi avevano assegnato un ruolo dominante alla minoranza tutsi,
l’egemonia tutsi viene spezzata e 500.000 tutsi sono costretti alla fuga. Nel
1962 Ruanda e Burundi diventano indipendenti.
In Ruanda nel 1972 per rappresaglia
rispetto agli avvenimenti burundesi dello stesso anno si verificano uccisioni
di tutsi e l’anno successivo un hutu (Habyarimana) prende il potere con un
colpo di stato. Il suo sistema (la “rivoluzione sociale hutu”) è preso a
modello dall’opposizione hutu burundese. Rispetto a tale “modello” si coagula una
opposizione di tutsi e hutu moderati che costituisce il Fronte Patriottico Ruandese.
Molti di questi si rifugiano in Uganda, dove entrano a far parte delle forze
ribelli di Museveni e quindi dell’esercito regolare ugandese quando questi
prende il potere.
Nel 1988 le elezioni ruandesi –
evidentemente truccate - sono vinte con il 100% dal presidente Habyarimana, che
ne approfitta per una campagna di repressione non solo contro i tutsi, ma anche
contro gli hutu di tendenze politiche diverse dalla sua. Il governo gode di
fatto del sostegno indiretto delle forze militari di Belgio e Francia.
Nel 1990 il FPR lancia l’offensiva
su Kigali. Le sue forze provengono dai circa 2 milioni di rifugiati ruandesi in
Uganda, Tanzania, Zaire e Burundi, che esigono il diritto al ritorno delle
masse di profughi (per lo più tutsi), a cui il presidente Habyarimana oppone
l’argomento della mancanza di terre sufficienti per tutti. Le truppe francesi –
come già nel 1963 e 64 – difendono il governo, che cerca di dipingere il FPR
come un’ingerenza ugandese. Nel 1993 sono sottoscritti accordi inter-ruandesi di
Arusha, tra Habyarimana e il FPR.
Nel 1994 il presidente Habyarimana è
assassinato, insieme al suo nuovo collega burundese, dagli hutu dell’hutu
power, che cercano di far passare l’omicidio come opera dei tutsi (mentre
la motivazione sono gli accordi di Arusha, considerati un cedimento del
presidente in favore dei tutsi). La popolazione viene apertamente incitata al
massacro dei tutsi: le vittime sono tra 500.000 e un milione. L’Operation Turquoise
dell’esercito francese, cui l’FPR è ostile, si rifiuta di fermare i massacri, impedisce
il dispiegamento delle forze interafricane e garantisce inoltre la fuga dei
responsabili dei massacri. Alla
fine il FPR vince e prende il potere. Molti hutu prendono la fuga, in genere
verso lo Zaire. Dopo aver costituito una costante minaccia alla frontiera, nel
1996 questi rifugiati hutu cominciano a rientrare, ben accolti dalle autorità
locali, dimostrando così che erano gli estremisti hutu (gli interahamwe)
che li trattenevano per giustificare le proprie scorribande e farsene scudo,
paradossalmente grazie anche agli aiuti umanitari. Il governo del FPR del resto
comprende sia hutu che tutsi.
A fine 1997, organizzato e spinto da
Uganda, Ruanda e Burundi, inizia il contrattacco “tutsi” in Zaire. Gli hutu
fuggono questa volta verso il Ruanda. Inizia la campagna di guerra che porta
alla caduta di Mobutu e subito dopo la lotta del nuovo presidente congolese Kabila
contro gli ex alleati del Ruanda e Burundi.
Infine, nel 2000, il Ruanda rompe la
sua alleanza con l’Uganda, e le truppe dei due paesi (con i rispettivi
movimenti congolesi alleati) si scontrano sul territorio dell’est congolese.
L’esercito ruandese caccia quello ugandese da Kisangani, conquista posizioni
nelle zone minerarie del Katanga e “mette in sicurezza” le frontiere del
Burundi, minacciate da profughi hutu basati in Congo. Nel luglio 2002 Ruanda e Rep.
Dem. Del Congo hanno sottoscritto un cessate il fuoco di difficile
applicazione.
BURUNDI
Fino al 1965 hutu e tutsi
partecipano in eguale misura al governo del Burundi. Ma nel 1965 il primo
ministro hutu è assassinato e il potere va nelle mani di una minoranza tutsi. Si
verificano alcuni massacri di hutu. Nel 1966 è proclamata la repubblica, con
una netta supremazia tutsi nelle istituzioni. Nel 1972 a seguito di un tentato
colpo di stato hutu, si accendono scontri “etnici”, con massacri di hutu.
Nel 1987 il comandante Buyoya (tutsi,
proveniente dalla stessa formazione culturale dell’ugandese Museveni e del ruandese
Kagame) prende il potere sostenuto ancora dai tutsi, ma nel 1988 gli hutu
assassinano centinaia di tutsi nel nord del paese. Il governo pratica degli
sforzi di conciliazione nazionale: viene nominato un governo a guida hutu e
composizione egualitaria, che cerca di avviare un’apertura tra le comunità, ma
Buyoya perde le elezioni, che sono vinte dal partito hutu, guidato da Ndadaye.
Il vincitore si mostra però altrettanto aperto al dialogo, ma poco dopo viene
ucciso in un tentativo di golpe (i golpisti sono nell’esercito che è a
maggioranza tutsi), cui la gente reagisce con omicidi di tutsi mentre l’esercito
a sua volta reprime gli hutu.. Il Ruanda accoglie circa 300.000 burundesi in
fuga. La comunità internazionale costringe i golpisti a ripristinare il governo
dei ministri di Ndadaye, ma il loro obiettivo (destabilizzare il paese e
seminare l’odio) è comunque raggiunto.
Nel 1995 crescono ancora le violenze
e la radicalizzazione politica. Il paese è segnato da scontri tra bande armate
guidate dai politici. Bande di hutu si alleano con gli interahamwe
congolesi (hutu anch’essi). Cresce anche la criminalizzazione della politica e
dell’economia e si intensificano i traffici di armi e droghe.
La guerriglia hutu basata in Zaire unita agli hutu interahamwe congolesi
destabilizza le zone di frontiere. Dal 1996, gli eserciti a maggioranza tutsi
di Ruanda e Burundi spingono i banyamulenge (i tutsi congolesi) a
difendersi. I tutsi prendono nuovamente il potere in Burundi, reinsediando il
maggiore Buyoya.
Ancora nel 1999 si verifica una
nuova offensiva dei ribelli basati in Congo su Bujumbura, seguita da un accordo
di pace (mediato dal sudafricano Mandela) nel 2000 e da un'altra offensiva nel
2001, seguita ancora dalla sospensione degli accordi di pace e da un tentato
golpe. A fine anno si forma un governo di transizione, con la partecipazione
sia di hutu che di tutsi, ma i ribelli continuano a combattere.
REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Si tratta di un paese coinvolto in
circa 15 conflitti dal 1945 al 2000.
Il coinvolgimento nelle vicende
appena descritte del Ruanda, dell’Uganda e del Burundi ha determinato nel 1997
una svolta storica in questo paese, rimasto per circa 35 anni sotto la
dittatura (ben tollerata e sostenuta a Parigi, Bruxelles e Washington) del
maresciallo Mobutu, che ha ampiamente saccheggiato il paese e lo ha ridotto a essere
uno dei più poveri del mondo nonostante le (o proprio a causa delle) enormi
ricchezze del suolo e del sottosuolo.
Nel 1997 un movimento di
liberazione, guidato da Laurent Désiré Kabila, si costituisce nell’est del
paese, da sempre base dell’opposizione al regime, prendendo spunto da una
rivolta dei tutsi banyamulenge, spinti
anche a reagire dalle scorribande di estremisti hutu provenienti dalle fila dei
rifugiati ruandesi e burundesi, e – con l’esplicito appoggio militare di
Ruanda, Uganda, Burundi, Angola e Zimbabwe - caccia dal potere Mobutu e insedia
un nuovo regime.
Tuttavia, una volta giunto al
potere, Kabila realizza un repentino stravolgimento delle alleanze, escludendo
i tre vicini dell’est dalla partecipazione a ciò cui di più puntavano (oltre
alla “messa in sicurezza” delle frontiere, minacciate in continuazione dagli
estremisti hutu rifugiati tra i profughi proprio in Congo): lo sfruttamento
minerario. Così gli alleati diventano improvvisamente nemici e occupano
militarmente, dietro il paravento di una nuova rivolta locale (ancora una volta
di banyamulenge) contro il potere di Kabila, una buona parte del
paese (le truppe ugandesi e un movimento da loro appoggiato il nord e l’Equateur;
le truppe ruandesi e il Rassemblement Congolais pour la Démocratie, da loro
creato tra banyamulenge, le regioni dell’est).
Così la nuova “rivolta” si trasforma
in una sanguinosa occupazione ai danni delle popolazioni dell’est, che solo di
recente, e comunque dopo che nel gennaio 2001 il presidente Kabila è stato
assassinato a Kinshasa e sostituito dal figlio, sembra essere avviata ad una
qualche forma di ricomposizione. Recentemente un governo di unità nazionale è
stato costituito a Kinshasa con la partecipazione di quasi tutte le fazioni
“ribelli”.
La particolarità di questo ennesimo
conflitto della regione centrale dell’Africa è che esso ha potuto essere
definito la “prima guerra mondiale africana” per l’alto numero di paesi
coinvolti a vario titolo: contro il Ruanda, l’Uganda e il Burundi (dietro i
quali c’è chi vede la diplomazia e i servizi statunitensi e del Belgio), si
sono schierati a fianco della Repubblica Democratica del Congo l’Angola, lo Zimbabwe,
il Ciad e la Namibia, che sono intervenuti con proprie truppe, mentre il Gabon,
l’Eritrea, l’Etiopia, la Tanzania e lo Zambia appoggiano Kabila
diplomaticamente. Il Sudafrica ha preso invece le redini dei negoziati di pace.
La ribellione contro Kabila dal 1999
inizia a dividersi sulla base delle divisioni dei rispettivi “padrini” (Uganda
e Ruanda). Si giunge a scontri armati tra le varie fazioni, mentre sorgono
movimenti armati favorevoli a Kabila (i cosiddetti Mai-Mai).
Nel gennaio 2001, come già
ricordato, il presidente Kabila viene assassinato, ufficialmente senza che ciò
si possa porre in relazione con il conflitto in corso, e viene sostituito dal
figlio, che rilancia il dialogo interno con le opposizioni, riprende i contatti
con Ruanda e Uganda e le relazioni con USA e Belgio, protettori di Ruanda e
Uganda. Nel 2002 le truppe straniere presenti nel paese iniziano a ritirarsi e
nel 2003 si giunge alla formazione di un governo di unità nazionale, anche se
gli scontri all’est proseguono.
TANZANIA – ZANZIBAR
La Tanzania risulta dall’unione
dell’ex Tanganica (colonia tedesca e poi britannica) con l’arcipelago di
Zanzibar (comprendente anche le isole di Pemba, Mafia e Tumbatu) ex
protettorato britannico. Ma questa seconda componente geografica ha visto
entrare la propria economia in crisi a seguito della caduta del prezzo
internazionale dei chiodi di garofano, e in corrispondenza ad una svolta
economica liberista del governo di Dar Es-Salam dopo il “socialismo” dell’epoca
di Nyerere. Cominciano quindi ad esprimersi negli anni ‘90 nelle isole rivendicazioni
autonomiste e le ricorrenti violenze assumono anche colorazioni di lotta
religiosa tra la maggioranza zanzibarita musulmana e la componente tanzaniana
cristiana. Pochi risultati ha avuto nel 1999 una mediazione del Commonwealth.
Nel 2001 il governo tanzaniano ha lanciato una forte repressione a Pemba e
Zanzibar, che ha determinato la fuga di profughi verso il Kenya. Successivamente
è stato sottoscritto un accordo sulla situazione di Zanzibar.
Un’altra situazione di tensione per
la Tanzania è alla frontiera con il Burundi, che l’accusa di proteggere
guerriglieri hutu nei campi profughi che accolgono migliaia di burundesi
fuggiti alle varie violenze.
Nel 1998 l’ambasciata statunitense a
Dar es-Salam è oggetto di un attentato attribuito al movimento internazionale
islamico.
COMORE
Nel 1974, delle quattro isole
principali che compongono l’arcipelago, una sola, Mayotte, ha rifiutato
l’indipendenza ed è rimasta quindi territorio francese. Le altre tre
costituiscono lo stato delle Comore, dove negli anni si susseguono i colpi di
stato. Le isole rivaleggiano tra loro per il controllo di scarsi flussi
finanziari (per lo più aiuti internazionali), di cui Gran Comora si riserva la
quota maggiore. L’isola di Anjuan è inoltre afflitta da un flusso di emigrazione
verso la francese Mayotte. Nel 1992 viene attuato l’ennesimo tentato golpe nel
paese. Un altro golpe fallisce nel 1995 per l’intervento francese a difesa del
governo.
Nel 1997 Anjuan proclama la propria
indipendenza, ratificandola con un plebiscito, ma al suo interno esplode una
guerra civile che oppone i contadini poveri e la borghesia araba della città.
Un altro golpe e agitazioni
indipendentiste nelle isole si svolgono nel 1999, con scontri che proseguono
nel 2000. Nel 2001 si giunge ad un accordo con i separatisti e alla
promulgazione di una costituzione federativa, ma l’anno si chiude con
l’ennesimo tentativo di golpe.
ANGOLA
Il conflitto angolano è uno dei più
noti della recente storia africana. Angola, Mozambico e Capo Verde sono tra i
paesi africani di più recente accesso all’indipendenza. Le persone della mia
generazione ricordano la rivoluzione portoghese del 1975, quella detta “dei
garofani”, nella quale un gruppo di militari di sinistra, che spesso aveva
prestato servizio nelle colonie e ne aveva provato orrore, abbatteva la
dittatura e dava quindi il via libera anche all’indipendenza delle colonie
africane.
Angola e Mozambico dovevano tuttavia
cadere subito nel gioco della guerra fredda: nati da una rivoluzione di
sinistra, i loro governi si videro subito osteggiati dagli Stati Uniti e dal
Sudafrica allora razzista, che iniziarono a fomentare e sostenere guerriglie
interne. A difesa dei due governi (e per garantire la loro permanenza nel
quadro delle alleanze del Patto di Varsavia) intervenivano quindi l’Unione
Sovietica e Cuba.
Nel 1975 quindi il Mov. Popolare di
Liberazione dell’Angola (MPLA, di sinistra) proclamava l’indipendenza, mentre
si ritrovavano all’opposizione il Fronte Naz. di Liberazione dell’Angola
(FNLA), finanziato dalla CIA, e l’Unione per l’Indipendenza Totale dell’Angola
(UNITA), una forza politica che dapprima aveva collaborato con gli occupanti
portoghesi e successivamente aveva iniziato a ricevere appoggio dal Sudafrica
razzista per frenare lo spostamento a sinistra della regione. Le truppe
sudafricane invadono anche direttamente il paese, ma sono respinte dal MPLA che
riceve un appoggio di truppe cubane. Il governo del MPLA viene riconosciuto
dall’OUA.
Nel 1985-6 si ripetono incursioni
sudafricane, che attaccano anche in Botswana, Zimbabwe e Zambia per colpire le
basi dell’African National Congress (ANC) - leader dell’opposizione al regime
dell’apartheid - e appoggiano l’opposizione armata in Mozambico. Tutta la zona
è insomma destabilizzata dal Sudafrica per sue motivazioni di lotta interna, ma
la Gran Bretagna e gli Stati Uniti si oppongono a ogni sanzione da parte
dell’ONU. Dal confine nord dell’Angola, aiuti statunitensi all’UNITA giungono
attraverso la dittatura zairese di Mobutu.
Nel 1988 le truppe cubane, come conseguenza
della fine della guerra fredda, si ritirano. I primi (1991) accordi di pace non
vengono però rispettati: nel 1992 il MPLA vince le elezioni, ma l’UNITA ne
contesta i risultati e riprende la guerriglia, anche contro l’aperta condanna
da parte delle Nazioni Unite. I nuovi accordi di Lusaka del 1994, sono, come
quelli del 1991, frutto della fine della guerra fredda. Ma gli interessi locali
e interafricani fanno proseguire lo scontro … e le miniere lo finanziano.
Nel 1995 intervengono le Nazioni
Unite con un proprio contingente. Nel 1996 l’UNITA respinge un nuovo accordo (veniva
offerta al sua leader Savimbi una vicepresidenza simile a quella di De Klerk in
Sudafrica). Nel 1997 la caduta di Mobutu in Zaire toglie all’UNITA un
importante supporto logistico, mentre l’esercito angolano interviene sia nella
crisi del Congo-Kinshasa (a sostegno di Kabila contro gli ex alleati Ugandesi e
Ruandesi) che in quella del Congo-Brazaville (a sostegno del presidente Nguesso).
Intanto nel paese aumenta il
banditismo. Milioni sono le mine anti-persona disseminate. L’UNITA riesce a
riarmarsi sfruttando i diamanti del Lunda-Norte, che dal 1992 al 1996 avrebbero
prodotto circa 2 miliardi di dollari di entrate e le lobbies diamantifere non
vedono male l’instabilità del paese e l’occupazione delle zone diamantifere da
parte dell’UNITA. Il reddito pro capite crolla; la crescente povertà e il fatto
che l’UNITA faccia leva su rivalità etniche fanno crescere (anche nel MPLA) il
razzismo verso le popolazioni dell’interno.
Nel 1999 i combattimenti si
estendono ancora e il governo realizza una forte offensiva militare. Lo scontro
nei mesi successivi si concentra intorno alle miniere di diamanti. Ondate di
profughi si rifugiano in Namibia. Nel 2002 l’UNITA si arrende. Savimbi, leader
del movimento ormai privo di sostanziali appoggi internazionali (non ha più le
basi in Namibia, Sudafrica e Congo) e ridotto al rango di signore della guerra
locale, viene ucciso.
MOZAMBICO
È l’altro grande conflitto che
l’Africa australe eredita dall’epoca della guerra fredda. Le analogie con
quello angolano sono molte: la decolonizzazione portoghese è seguita dalla
presa del potere da parte di un movimento di sinistra, il Frelimo (Fronte di
Liberazione del Mozambico) osteggiato da movimenti interni sostenuti dal
Sudafrica e dagli Stati Uniti, in particolare la Renamo. Il conflitto inizia
nel 1977 e assume a volte l’aspetto di uno scontro tra la campagna (le zone
sotto controllo Renamo) e la città o tra i ceti contadini e quelli urbani
legati al commercio e agli impieghi pubblici.
Nel 1992 si giunge ad un accordo di
pace, sottoscritto a Roma, che comprende una certa autonomia di fatto per le
zone sotto il controllo della Renamo. Una parte dei ribelli smobilitati si
converte al banditismo. Nel 1994, in osservanza agli accordi di Roma, si tengono
le elezioni, vinte dal Frelimo, ma nelle quali la Renamo si consolida come
espressione delle province povere del nord. I contrasti interni del Mozambico
sembrano da allora rientrati nella (quasi) normale dialettica politica.
NAMIBIA
Come l’Eritrea, affidata all’Etiopia
alla fine ella seconda guerra mondiale dall’ONU, è stata annessa da quel paese,
l’ex Africa Sudoccidentale Tedesca (Namibia), affidata alla fine della prima
guerra mondiale dalla Società delle Nazioni al Sudafrica britannico, è stata da
questo annessa come sua provincia. L’occupazione della Namibia da parte del
Sudafrica, che l’amministra come una sua provincia, determina il fatto che
l’economia venga completamente riorientata secondo gli interessi sudafricani,
che detengono il controllo delle miniere e della pesca e forniscono il 90%
delle importazioni namibiane. Il controllo della Namibia consente inoltre al
Sudafrica di fornire sostegno e basi all’Unita angolana.
Inizialmente il movimento di liberazione
che vi si sviluppa, la SWAPO, assume colorazioni etniche e si basa sulle
stesse etnie dell’UNITA angolana, con cui condivide persino le basi in Zambia e
le armi cinesi. Successivamente,
in sintonia con gli appoggi esterni ricevuti nel clima della guerra fredda,
mentre l’UNITA viene manovrata dagli USA e dal Sudafrica in funzione antiangolana
e antisovietica, la SWAPO si schiera con il blocco sovietico per combattere USA
e Sudafrica.
L’indipendenza del 1990 si può
considerare come un frutto della fine della guerra fredda ed è completata nel
1993 con la restituzione delle ultime zone (un porto e alcune isole) sotto
controllo sudafricano.
All’epoca coloniale bisogna invece
tornare per capire un problema politico-militare della Namibia indipendente. Il
“dito di Caprivi” appartiene all’odierna Namibia a causa di un accordo
(Trattato di Helgoland) della fine dell’800 tra la Germania e la Gran Bretagna,
in base al quale la Gran Bretagna cedeva alla Germania l’isoletta di Helgoland
(nel Mare del Nord, utile alla Germania per il controllo dei canali attraverso
lo Jutland) in cambio del riconoscimento dell’egemonia britannica su Zanzibar.
Con lo stesso trattato, il cancelliere tedesco von Caprivi otteneva un
territorio di passaggio dalla colonia dell’Africa Sudoccidentale tedesca verso
il fiume Zambesi, necessario per avviare ai mercati esteri, attraverso il
Pacifico, le risorse minerarie namibiane, visti gli ostacoli naturali tra
queste e l’oceano Atlantico. La zona è dal punto di vista ambientale e umano
ben diversa dal resto della Namibia e questo ha dato la motivazione ufficiale
al movimento indipendentista, ancora attivo negli anni ’90. Nel 1998 il partito
al governo, l’ex movimento di liberazione SWAPO, ha vinto le elezioni anche nel
Caprivi, ma ciò è stato anche frutto di una forte repressione che ha causato
profughi verso il Botswana. Nel 1999 nuovi combattimenti si sono verificati nel
Caprivi e vi è stato proclamato lo stato di emergenza. Intanto alla frontiera
l’UNITA angolana continuava ad attaccare le forze namibiane, che quindi
autorizzano l’esercito angolano a entrare nel proprio territorio. La situazione
di insicurezza nel Caprivi non è ancora risolta nel 2002.
Tra il 1998 e il 1999 la Namibia si
è impegnata militarmente in Congo a sostegno del presidente Kabila.
Altri conflitti:
Essendo rimaste a livello di
conflitto sociale interno, per quanto a volte violento, non sono state
considerate in questo elenco le situazioni di:
- GAMBIA: 1994 colpo di stato. Disordini e
tentativo di colpo di stato nel 2000;
- GUINEA BISSAU, dove nel 1998 è stato formato un
governo di unità nazionale, che nel 1999 è stato rovesciato da un golpe
militare. Un altro tentato golpe c’è stato nel 2000. Un aspetto internazionale
di questa instabilità interna è dato dalla partecipazione di truppe senegalesi
e della Guinea Conakry a difesa del governo, truppe poi sostituite da quelle togolesi
dell’Ecomog. Mentre l’esercito si costituisce in centro di potere opposto a
quello civile, una parte dell’opposizione accusa il governo di “tribalismo”;
- GHANA: agitazioni autonomistiche nel
nord, che sfruttano la questione religiosa (nord islamico, sud cristiano) e quella
etnica (etnie namumba e konkomba). A partire dal 1982 è stato imposto un lungo
stato d’emergenza;
- TOGO: 1992-3 scontri sociali con
intervento dei militari. La forte repressione provoca profughi verso il Ghana.
Le elezioni del 1994 sono segnate da violenze;
- SAO TOME’ E PRINCIPE: 1995 tentato colpo di stato;
- KENYA: tensioni nella regione del lago Turkana
per il controllo della terra. Nel 1992 e nel 1994 si verificano nella Rift Valley
scontri “etnici”, di cui i politici kenioti si accusano a vicenda. Negli anni
seguenti l’autorità del governo sulle zone del nord-est è solo formale, e le
violenze si ripetono (1999, 2000). Nel 1998 l’ambasciata statunitense a Nairobi
è oggetto di un sanguinoso attentato attribuito al movimento internazionale islamista;
- MAURITIUS: rivolta della minoranza creola.
Repressione poliziesca nel 1999.
- MADAGASCAR: le violenze nella vita politica interna
hanno condotto nel 2002 il paese sull’orlo della guerra civile;
- ZAMBIA: nel 1993 stato di emergenza e
repressione. Tensione nelle regioni nord-occidentali. 1997 tentato colpo di
stato. Persecuzione dell’opposizione.
- ZIMBABWE: per conservare il potere, il
presidente Mugabe e il partito al governo (ZANU-PF) lanciano campagne violente
sulla questione delle terre ancora in mano agli stranieri (2000);
- LESOTHO: 1994 tentativo di colpo di stato;
1998 agitazioni militari. Intervento del Sudafrica e del Botswana.
Va segnalato infine che nel 1986 BURKINA
FASO e MALI hanno regolato pacificamente una questione di confine.
Va inoltre tenuta presente, per comprendere il quadro diplomatico complessivo
dell’Africa centro meridionale, la situazione del SUDAFRICA, visto il
ruolo che vi hanno giocato dapprima l’esercito e poi la diplomazia sudafricana.
Qui, com’è noto, nel 1993 è stata varata una costituzione provvisoria e con le
elezioni dell’aprile 1994 è nata la nuova Repubblica Sudafricana guidata da
Nelson Mandela. Peraltro anche nel nuovo Sudafrica persistono contrasti localisti:
sono stati aboliti i bantustan (Ciskei e Transkei), ma una parte
dell’opposizione nera si esprime su basi etniche (l’Inkhata degli zulu).
Parte seconda – Alcune
considerazioni analitiche
Cercheremo adesso di trarre qualche
elemento di analisi da questa descrizione sintetica e un pò caotica degli
avvenimenti militari africani degli ultimi decenni. Passeremo in rassegna
dapprima, come possibili cause dei conflitti, la questione delle frontiere
ereditata dall’epoca coloniale, poi l’argomento “etnico”, ma più in generale
culturale, che comprende quindi anche quello religioso, poi quello degli
interessi economici a livello locale (africano) e la questione del potere
interna ai diversi paesi, e infine gli interessi strategici delle potenze, così
come si pongono prima e dopo la fine della “guerra fredda”. Naturalmente queste
considerazioni non hanno né possono avere alcuna pretesa di completezza né di
giudizio definitivo.
L’eredita’ coloniale: le frontiere
La questione delle frontiere è
evidentemente uno dei problemi che gli stati africani hanno ereditato
dall’epoca coloniale. Sappiamo tutti che le frontiere in Africa non tengono in
alcun conto le realtà sociali ed umane, ambientali e storiche, che vorrebbero
di volta in volta racchiudere dentro uno stesso territorio statale o separare
in entità statali diverse. E se questa è forse una considerazione che si
potrebbe avanzare per il concetto stesso di frontiera in generale (forse che in
Europa non vi sono casi irrisolti di comunità smembrate dalla frontiere o di
altre costrette a forza a una nazionalità che non sentono propria?), in Africa
le cose si pongono in modo ancora più drastico a causa del fatto che comunque
quelle stesse frontiere non sono affatto il prodotto di dinamiche interne, ma
di accordi a tavolino o scontri tra le potenze coloniale: sono quindi state
imposte dall’esterno e non hanno spesso alcuna giustificazione storica. Vi sono
alcuni casi clamorosi, come quello dell’Africa occidentale che si affaccia sul
golfo di Guinea, una delle più dilaniate dalla competizione coloniale avente
per oggetto soprattutto gli schiavi, in cui le zone d’interesse portoghesi,
inglesi e francesi si alternavano come oggi si alternano le frontiere di stati
nati dalle diverse decolonizzazioni. A volte le cose assumono quasi un aspetto
comico (se non fosse drammatico) come nel caso del movimento indipendentista
del “dito di Caprivi” in Namibia.
La stessa Organizzazione dell’Unità
Africana, fondata ad Addis Abeba nel 1963, ha stabilito in una delle sue prime
risoluzioni l’unica cosa che poteva stabilire in quel contesto, e cioè
l’intangibilità di quelle frontiere nate dalla decolonizzazione e che
ripercorrono le divisioni tra le zone d’influenza coloniali e le divisioni
amministrative all’interno di esse (si pensi all’Africa occidentale francese,
un tempo territorio unico suddiviso in province che sono diventate gli attuali
Mauritania, Senegal, Mali, Niger, Costa d’Avorio, Burkina e Benin.
Da quando quella decisione di intangibilità
è stata presa da parte dell’OUA (e quale altra decisione avrebbe potuto essere
assunta in merito senza scatenare interminabili guerre?), il principio è stato
contravvenuto solo due volte. Una volta in modo ufficiale, con il riconoscimento
generalizzato dell’indipendenza dell’Eritrea (ma ricreando così – e non cancellando
o modificando – un confine coloniale che era stato eliminato dopo la seconda
guerra mondiale!). Una seconda volta di fatto, con l’indipendenza che dura
ormai da quasi un decennio senza che nessuno abbia il coraggio di riconoscerla
dell’ex Somaliland britannico dalla Somalia unificata sorta negli anni
sessanta: e anche in questo caso è un confine coloniale che si ricrea!
Tuttavia, la questione delle
frontiere – lo si può ben rilevare anche dal semplice elenco di conflitti sopra
riportati – non si presenta, come è stato ad esempio è successo nella storia
europea, come frutto di un nazionalismo che a volte può essere solo di tipo
ideale (pensiamo alle questioni di Trento e Trieste per l’Italia), ma si pone
come elemento della genesi di conflitti solo se può essere utilizzata a
pretesto di altre cause più profonde e concrete. Si pensi alla questione del
Sahara ex spagnolo: al fondo di tutto vi è da entrambe le parti la questione di
chi gestirà le riserve di fosfati del sottosuolo e le concessioni di pesca
oceanica di questo territorio (da parte marocchina vi sono anche considerazioni
di politica interna: è uno degli argomenti forti che unifica tutto il quadro
politico da “destra” a “sinistra”). In Casamance l’assurda frontiera coloniale
è posta in discussione ancora come pretesto dietro cui sta le gestione delle
risorse. Lo scontro tra Ciad e Liba per la fascia di Aouzou è stato tutto
politico… finché non si dovesse scoprire ad esempio il petrolio in questa zona,
come è successo nella zona di Halaib contesa tra Sudan ed Egitto. Sempre per il
petrolio Nigeria e Camerun disputano una zona di frontiera e per sfruttarne le
risorse Eritrea e Yemen si contendono alcune isolette. L’incomprensibile
contesa per pochi villaggi tra Etiopia ed Eritrea credo si possa dimostrare che
avesse più motivazioni di politica interna che radici nazionalistiche.
L’indipendentismo di alcune isole della Guinea Equatoriale, di Zanzibar o delle
Comore sottintende una situazione sociale di vera o presunta discriminazione e
sperequazione. Nei grandi conflitti del continente (Liberia/Sierra Leone, zona
dei grandi laghi, Angola, Mozambico) la questione delle frontiere non è determinante
e ufficialmente non è mai stata posta.
Solo un’ultima considerazione di
carattere generale su questo punto. L’Africa è, come a volte è stato detto –
dal punto di vista delle frontiere – un continente “balcanizzato”? Se la si
raffronta con l’Asia indubbiamente sì: in Asia una popolazione di 3 miliardi di
abitanti è suddivisa tra 33 stati; in Africa vi sono 52 stati per 700 milioni
di abitanti. Ma se il raffronto si fa con l’Europa, dove 800 milioni di abitanti
sono suddivisi in “soli” 33 stati, ma di dimensioni medie nettamente minori di
quelli africani, allora l’immagine cambia. Alcuni paesi africani, come il
Sudan, l’Algeria, la Repubblica Democratica del Congo o il Sudafrica hanno
dimensioni inimmaginabili per l’Europa e racchiudono popoli, lingue e storie
diverse che in Europa (specie alla luce dell’esperienza di quei Balcani che
hanno dato origine al termine) probabilmente avrebbero determinato altrettanti
stati.
La mia conclusione è – su questo
punto – che, per quanto possa essere a volte utilizzata ad arte, la questione
della nazionalità e delle frontiere non è centrale per comprendere le vicende
africane. Diciamolo più chiaramente: in Africa, forse più che altrove,
qualsiasi frontiera può essere rimessa in discussione (o giustificata) sulla
base di argomenti storici, etnici, linguistici, ecc. Che la si giustifichi o
contesti dipende da altri argomenti.
La questione etnica
Uno degli argomenti che più viene
tirato in ballo a proposito dei conflitti africani è quello etnico. Un discorso
ricorrente sostiene che in fondo ciò che continua ad accadere in molte parti
del continente non è altro che la riproposizione di una storia millenaria di
scontri tra popoli ed “etnie”.
Ma cosa è un’etnia? Il termine è
stato tirato in ballo anche per dare qualche spiegazione ai conflitti balcanici
e dell’Asia centrale. La recentissima enciclopedia di Repubblica dà la
seguente definizione sintetica: “raggruppamento umano che si identifica sulla
base di caratteristiche geografiche, linguistiche e culturali”. Tale semplice
definizione contribuisce a spiegare gli avvenimenti di qualche paese africano?
Uno degli esempi di conflitto più
volte definito etnico e quello del Ruanda e del Burundi, dove i due principali
soggetti del conflitto sono – secondo la lettura più diffusa – le etnie Hutu e Tutsi.
Anche ammesso che sia così (e quindi dimenticando le tendenze politiche che da
entrambe le parti hanno sempre cercato il dialogo, finendo per divenire vittime
dell’estremismo della propria stessa “etnia”), cosa vuol dire “tutsi” o “hutu”?
In entrambi i paesi la maggioranza della popolazione è classificata come hutu,
mentre i tutsi sarebbero una consistente minoranza. Eppure, per venire agli
elementi della definizione di etnia, i ruandesi abitano da tempo immemorabile
lo stesso territorio (e quindi non hanno differenti caratteristiche
geografiche), parlano tutti la stessa lingua (il kinyaruanda) e praticano la
stessa religione cristiana (con varie confessioni “trasversali”), né si
registrano tra l’una e l’altra “etnia” grandi differenze di usi, pratiche e
costumi in nessun aspetto rilevante della vita quotidiana. Si usa dire che
anticamente i tutsi erano soprattutto pastori, mentre gli hutu soprattutto
contadini (il mito di Caino e Abele è duro a scomparire come schema
interpretativo della storia dei popoli “primitivi”) e che quindi sia esistita
già nella fase precoloniale una storia di conflitti tra questi due modi
alternativi di uso del territorio. La realtà è molto semplicemente che prima
della dominazione belga, per quanto tutsi e hutu praticassero forme di economia
differenti, un conflitto tra le due etnie semplicemente non esisteva.
Fu l’amministrazione coloniale belga
a approfondire e giocare a proprio vantaggio le divisioni tra le due “etnie”,
affidando ai tutsi minoritari il ruolo dominante e sviluppando il mito del tutsi
di origine semitica – nilotica, capace di comportarsi come un civilizzato, in
opposizione all’hutu negroide selvaggio, incapace di apprendere. Prosegue la
definizione dell’enciclopedia: “l’appartenenza ad una etnia può stabilirsi anche
sulla base di criteri quali la discendenza (genetica o culturale), la
tradizione, le relazioni di scambio e politiche”. Ora, mentre su tradizione e
relazioni non vi erano e non vi sono differenze significative tra hutu e tutsi,
il mito della discendenza tutsi da un popolo comunque superiore agli hutu è un
tipico prodotto della “scienza” razziale europea otto-novecentesca, quella
stessa che ha condotto a considerare inferiori tutti i non europei, a marginalizzare
e massacrare gli ebrei e a stabilire tipi di criminale sulla base dell’aspetto
fisico delle persone ed è stato diffuso dai bianchi in epoca coloniale. Quanto
all’aspetto fisico, a volte ancora richiamato in causa per evidenziare le
differenze tra tutsi (alti e dai tratti fini – i famosi WaTutsi della nostra
canzonetta degli anni sessanta) e hutu (bassi e negroidi), va detto che tra i
due gruppi esiste una tale storia di mescolanza e meticciato che, pur restando
differenze, al loro interno è possibile trovare tipi umani differenti e simili
quanto un valdostano alto e biondo e uno scuro calabrese di bassa statura. Valdostani
e calabresi – a parte qualche idiota aderente alla Lega di Bossi – c’è qualcuno
che pensa che costituiscano due “etnie”?
In Burundi, dove la menzione
dell’etnia sui documenti personali è stata introdotta dai belgi, la popolazione
viene classificata all’85% come hutu e al 14% come tutsi (il resto sono
soprattutto i cosiddetti “pigmei”, maltrattati dagli uni e dagli altri). Eppure
entrambi i campi – a dispetto proprio del carattere “etnico” dato al conflitto
dagli stessi protagonisti - comprendono “estremisti” e fautori della
convivenza: non vi è un senso “ancestrale” di appartenenza al gruppo che guida
l’agire politico, vi è – molto di più – il senso di dipendenza/obbedienza dalle
autorità che ha portato in questo paese (e ancora di più in Ruanda) a
considerare politicamente necessario massacrare i propri vicini.
In Congo (ex Zaire) le ondate di
popolazioni ruandesi (sia hutu che tutsi) si succedono da lungo tempo. Già in
epoca coloniale i ruandesi erano condotti in Congo dai belgi per adibirli al
lavoro nelle miniere. Gli anni dell’indipendenza dei paesi dell’area (intorno
al 1960) e i conflitti connessi portarono alle prime ondate di profughi. Nel
1991 gli scontri tra il governo ruandese e il FPR hanno spinto nuovi profughi a
varcare la frontiera e così i massacri del 1994 (a fuggire sono soprattutto i tutsi)
e la successiva presa del potere da parte del FPR (a fuggire sono soprattutto
gli hutu). Così gli hutu e i tutsi che già abitavano da secoli le regioni
orientali del Congo sono stati coinvolti in dinamiche di scontro in buona parte
di derivazione esterna. Adesso nel Kivu (Congo orientale) si è diffusa una
diffidenza generalizzata della popolazione hutu verso i tutsi locali (i già
citati banyamulenge), congolesi da secoli, che sono stati spinti
all’agire politico-militare (che – visto da vicino – non ha nulla di etnico, ma
molto di saccheggio delle risorse) dalle dinamiche politiche dei paesi
confinanti.
Qualcuno ha parlato di lotta etnica
persino per la Somalia, una delle situazioni di più difficile lettura e di
ancora più complessa ricomposizione. Qui il conflitto appare una vera e propria
guerra per bande, le divisioni politiche e militari passano attraverso un paese
che è composto da una sola etnia (i somali), la stessa lingua (il somalo) e la
stessa religione (musulmano-sunnita), oltre ad avere vissuto una storia
sostanzialmente unitaria negli ultimi secoli (dapprima come area di influenza
degli arabo-swahili di Zanzibar e poi come colonia italiana).
È interessante notare che per
spiegare alcuni avvenimenti somali si debba far ricorso in realtà ad una
categoria ancora diversa da quella di etnia. Pur essendo tutti somali, i gruppi
che si combattono sono divisi in “clan”. Ora, la struttura del clan è una, per
quanto antica, struttura di potere, che non ha alcun legame con fatti naturali,
etnici o genetici. La lotta tra clan è una pura lotta di potere. I territori di
fatto indipendenti del Somaliland, del Puntland, e per un po’ di tempo del Bay
e del Baqool hanno una struttura di potere di tipo clanico, in cui i ruoli sono
determinati dall’appartenenza alla stessa famiglia di clan. E’ quindi alla
lotta per il potere che va fatto riferimento per comprendere questo conflitto. E
questo ci dà un’interessante indicazione che può avere valenza più generale e
su cui torneremo.
Con questo non si vuol dire che
l’argomento etnico sia sempre e solo di pura derivazione coloniale o comunque
di imposizione esterna. Vi sono indubbiamente – in Africa come altrove - degli
elementi culturali “tradizionali” di rivalità, concorrenza per le risorse,
incomprensione tra le varie popolazioni che possono contribuire a spiegare
certi aspetti dei conflitti. Quel che qui si vuol dire è che nei contesti delle
guerre africane di questi ultimi decenni tali elementi sono stati sempre
esasperati ad arte per motivi di propaganda politica che avevano in realtà
altri fini, a volte con vere e proprie campagne mediatiche. E’ impossibile
dimenticare come il governo ruandese dell’hutu power abbia
scientificamente soffiato sul fuoco della rivalità etnica per giustificare la
propria occupazione del potere, anche contro gli hutu non allineati sulle sue
posizioni (e abbia a tale scopo fatto uso massiccio di radio e giornali,
elementi moderni, non certo “ancestrali”).
L’indipendentismo della Casamance è
effettivamente basato sulla popolazione dioula (che peraltro non è originaria
solo di questa zona, ma abita tutta l’Africa occidentale, fino al Ghana), che
si opporrebbe ai popoli provenienti dal nord del paese (wolof, principalmente),
ma – come abbiamo visto – la posta in gioco sono le risorse economiche della
regione.
In Angola né il MPLA né l’UNITA hanno
origine etnica, eppure quest’ultimo ha utilizzato il risentimento degli Ovimbundu
dell’interno contro la popolazione meticcia della costa, in nome di una “africanità”
reazionaria (paradossalmente sostenuta a lungo dal Sudafrica bianco e
razzista), per costruirsi una base di consenso. Del resto nello stesso
Sudafrica del dopo 1994, l’opposizione dell’Inkatha si basa sulla
rivendicazione dell’identità zulu per assumere un ruolo contro il governo Mandela.
È significativo che in Etiopia, dopo
la caduta di Menghistu e l’apertura al multipartitismo, questo sia stato inteso
solo su base etnica. Solo i partiti etnici sono ammessi: il sistema stesso si
fa promotore dell’affermazione sul piano politico delle differenziazioni
etniche e quindi le approfondisce.
In Sierra Leone le milizie si
organizzano anche su base etnica (e si contano fino a 13 etnie coinvolte), ma
la loro composizione sociale è fatto di disperati di ogni sorta, che cercano
così un modo per sopravvivere (o morire con la pancia piena): sono i “signori
della guerra” che giocano le popolazioni l’una contro l’altra, esasperando
argomenti “culturali” che prima del conflitto avevano scarso peso politico.
In Liberia e Costa d’Avorio
l’articolazione etnica è alla base dell’estensione dello scontro in atto nel
primo paese anche al secondo. La Liberia è infatti abitata dai popoli Krahn e Dan.
Prima della presa del potere di Taylor, il presidente Doé era un Krahn. Taylor
si appoggia ai Dan. Dall’altro lato della frontiera orientale del paese abitano
i Guéré, che altro non è che il nome locale dei Krahn. Allo stesso modo i Gyo
sono la versione ivoriana dei Dan. Quando cominciano ad affluire i profughi
dalla Liberia, le posizioni politiche anche in Costa d’Avorio si polarizzano
così tra favorevoli e contrari all’avanzata di Taylor in base alla propria
appartenenza etnica. Ma sia in Liberia che in Costa d’Avorio, gli stereotipi
etnici sono rivitalizzanti dai contendenti tra popolazioni che invece da lungo
tempo vivevano in pace pur nella diversità. Per fare questo, ognuna delle due
parti sfrutta e accentua gli aspetti dell’immaginario collettivo (che esistono
un po’ in tutti i popoli) che tendono a vedere una minaccia in chiunque sia
diverso: le popolazioni cominciano ad accusarsi reciprocamente di
superstizione, stregoneria e persino di antropofagia.
Più in generale, in Mali, Mauritania,
Ciad, Niger e Sudan sembra di assistere allo scontro, più che tra singole
popolazioni, tra un nord “bianco” e un sud “nero”. In Ciad il potere funziona
su basi dichiaratamente etniche, che hanno contribuito a determinare nella
storia del paese anche massacri. La già citata sostituzione del presidente Habré
con Idriss Déby si è limitata a cambiare l’etnia privilegiata. Ma per questa
fascia di paesi, più che l’argomento genericamente “etnico” si tira spesso in
ballo l’argomento religioso.
Ora, è vero che in Sudan il
conflitto oppone un potere centrale che è tra i campioni della diffusione
dell’integralismo islamico nel mondo a popolazioni che si dicono cristiane o –
più spesso – animiste. Ma prima di guardare più da vicino il conflitto
sudanese, cosa che faremo più avanti, va detto che lo stesso argomento non è
applicabile agli altri paesi saheliani citati, dove pure il conflitto sembra
molto simile, per quanto meno cruento (tranne in Ciad) e a volte a parti
invertite (il potere è bianco in Sudan e Mauritania, ma nero in Mali e Niger):
entrambe le parti in conflitto in questi paesi sono musulmane.
Ancora una volta va invece
richiamato l’argomento storico. A parte il Sudan, sotto il dominio britannico
fino al 1960, tutti
gli altri paesi della zona erano colonie francesi. In tutti, Sudan compreso,
l’economia coloniale si basava sullo sfruttamento delle risorse della parte
“nera”, soprattutto piantagioni, mentre la parte desertica o semidesertica era
poco interessante e quindi ampiamente sottovalutata dal potere coloniale per
qualsiasi tipo di intervento sia di investimenti/sfruttamento che di
infrastruttura o di tipo sociale. Al momento di concedere l’indipendenza, la
Francia e la Gran Bretagna hanno ceduto di punto in bianco le leve del potere
alla “maggioranza”: gli arabi in Sudan, i mauri in Mauritania, i neri in Niger,
Mali e Ciad. Da questo elemento, non quindi dal colore della pelle o dalla
religione, deriva lo scontro tuttora in atto in questi paesi.
Se si vuole, lo stesso conflitto
della Casamance, già letto in termini etnici, si può vedere in termini
religiosi, pur non essendo in questo caso il governo senegalese accusabile di integralismo
islamista: i Dioula sono per lo più animisti e sono guidati da un prete
cattolico (per quanto sconfessato dalla chiesa), ma anche l’elemento religioso,
come quello etnico, nasconde gli interessi più concreti.
Un paese scosso da contrasti
“etnici” e “religiosi” è la Nigeria. Non è certo un paese di facile lettura: un
mosaico di oltre 300 etnie con religioni e lingue diverse. Ma è dalla fine
della dittatura nel 1999 che gruppi radicali tentano di utilizzare queste
diversità per rafforzare la propria posizione. Nelle regioni petrolifere, la
popolazione Ijaws vede un nemico nella polizia statale, a maggioranza yoruba,
ma la questione è il controllo dei redditi petroliferi. Parallelamente una
fazione del Congresso del Popolo Oodua (Yoruba) ha cercato di incrementare gli
antagonismi etnici, di cui sono stati vittima commercianti haussa. In questo
pericoloso contesto, nel 2000, quaranta anni dopo il tentativo di secessione
della regione, è risorto un Movimento per la Realizzazione della Sovranità del
Biafra, che ha causato scontri.
Qui l’argomento religioso è stato risvegliato
dalla decisione di alcuni stati del nord (la Nigeria è una Repubblica Federale)
di applicare la sharia anche in ambito penale: centinaia di cristiani ibo
e yoruba uccisi nel nord sono stati “vendicati” da omicidi di haussa musulmani
nel sud. Ma quanto incide in questa decisione di islamizzazione la volontà
politica, che nulla ha di religioso, di questi stati di opporsi allo stato
centralizzato? E quanto la propaganda politica (con veste religiosa) del
movimento islamista internazionale, che nella fascia saheliana interviene con
argomenti concreti costituiti dai finanziamenti sauditi o iraniani?
L’argomento religioso, come quello
etnico, è indubbiamente comodo per orientare il consenso. In Liberia la
guerriglia guidata da Taylor, poi divenuto presidente, ha a lungo giocato la
carta dell’accusa al governo di organizzare massacri di musulmani.
In Somalia, paese uniformemente
musulmano sannita, la questione religiosa non ha avuto apparentemente alcun
peso nel conflitto fino ad oggi. Tuttavia la disgregazione sociale, l’assenza
di qualsiasi struttura statale, lo scontro tra le diverse bande che controllano
porzioni di territorio grazie all’economia militare di saccheggio, aprono spazi
inaspettati alla propaganda dell’estremismo religioso, spesso di importazione:
un’ulteriore ipoteca sul futuro del paese.
Un aspetto religioso sembra avere la
tensione di confine tra Sudan e Uganda, ma è un aspetto religioso
particolarmente rivelatore. Qui un governo fondamentalista islamico, quello
sudanese, sostiene la guerriglia ugandese di un gruppo fondamentalista cristiano,
l’Esercito di Resistenza del Signore (con caratteri di pura follia collettiva
come dimostra il fatto provato che il suo leader dichiari un odio sviscerato
per i vecchi, gli insegnanti e … i ciclisti). Allo stesso modo, per
destabilizzare l’Uganda, che teme possa diventare base per la sua guerriglia
del sud, il Sudan oltre la carta religiosa tenta quella delle rivendicazioni
etniche delle minoranze nubi, kakwa e aringa, organizzando un Fronte di
Liberazione della Riva Occidentale del Nilo (FLRON), che opera con basi nel
Congo (allora Zaire).
A un certo punto, dall’azione
congiunta del governo islamista di Khartum e della dittatura (cattolica!) zairese,
alleate nel tentativo di destabilizzare l’Uganda, nasce l’Alleanza delle Forze
Democratiche (AFD) che opera nell’ovest ugandese con basi in Zaire: la sua
composizione è un misto di fondamentalismo musulmano, rivendicazioni sociali di
giovani disoccupati, e rivendicazioni “etniche” delle minoranze baganda, banyoro,
batolo, dell’antico autonomismo bakonjos (una minoranza che già all’inizio del
‘900 avversava gli accorpamenti amministrativi operati dagli inglesi) e infine
di hutu ruandesi, implicati nel genocidio dei tutsi del 1994, poi rifugiatisi
nei campi profughi di Goma (Zaire) dopo la vittoria tutsi in Ruanda e adesso
cacciati anche da quei campi a causa dell’avanzata di Kabila e della caduta del
dittatore Mobutu, e quindi fuggiti in Uganda.
Se ne può facilmente concludere che
sia l’argomento etnico che quello religioso sono stati propagati ed agitati per
fini di lotta politica fino a farne componenti ideologiche delle azioni anche
militari. D’altra parte, perché non ci si chiede come mai queste tensioni, con
questi contenuti, non esistevano prima che esplodesse il conflitto politico tra
i paesi dell’area e come mai le intolleranze “etniche”, “religiose” e
“culturali”, ammesso che preesistessero al conflitto, non assumevano precedentemente
rilevanza politica?
Anche in Etiopia il Sudan ha cercato
alleanze facendo ricorso all’argomento etnico. Dopo che un primo tentativo di
sfruttare l’opposizione degli oromo del sud Etiopia (in maggioranza cristiana)
verso il governo di Addis Abeba non aveva dato frutti, il Sudan ha creato dal
nulla organizzazioni di oromo islamici e ha stretto alleanze con i somali dell’Ogaden,
che sono anch’essi musulmani. Se e quando l’argomento religioso, sotto forma di
conflitto tra Amhara cristiani (monofisiti) e popoli sottomessi musulmani
dovesse assumere veste religiosa, cosa per nulla improbabile, si dirà che si
combatte per motivi religiosi?
Oltre l’etnia e la religione, di
questo gruppo di motivazioni per il conflitto fa parte ovviamente la lingua (e
in Africa di lingue ce ne sono molte).
Una questione linguistica ed etnica
sembra stare ad esempio sullo sfondo del conflitto interno del Camerun, che
oppone l’ovest anglofono al potere centrale in buona parte in mano ai
francofoni. Ma dietro la questione linguistica c’è una sostanza più concreta
anche in questo caso. Da un lato, per gli anglofoni, la centralizzazione
fiscale dello stato camerunese è vista come drenaggio di risorse verso un
centro che poi non è in grado di ridistribuire servizi e investimenti,
dall’altro il potere centrale riceve pressioni da parte della Elf francese, che
ha interessi petroliferi nella zona anglofona. Come risultato si ha non solo
l’opposizione delle province occidentali al potere centrale, ma anche il
tentativo di quest’ultimo di dividere e contrapporre le popolazioni
occidentali, unite dall’inglese come lingua coloniale, sulla base
dell’appartenenza etnica per impedire la formazione di fronti compatti.
Non va mai dimenticato che in quasi
tutta l’Africa il sistema di riferimento delle lingue è ben diverso da quello
europeo: in Africa il bilinguismo il trilinguismo o persino il quadrilinguismo naturali
sono diffusissimi (lingua locale, lingua regionale, ad esempio il kinyaruanda;
lingua sovraregionale, ad esempio lo swahili o il lingala; lingua coloniale, ad
esempio il francese). Anche in Camerun francese e inglese “passano” attraverso
popoli che al di sotto del livello della lingua di derivazione coloniale
parlano lingue identiche, simili o apparentate.
A metà tra questione etnica e
questione delle frontiere sta la “questione nazionale”. Gli stati africani sono
tutti di recente formazione e – come sappiamo – la loro consistenza
territoriale è stata per lo più imposta dall’esterno. La formazione di una
“coscienza nazionale” (laddove non esiste spesso alcuna identificazione tra il
territorio e la comunità), è quindi molto difficile. Eppure anche su così fragili
basi può, in date condizioni, porsi una questione nazionale.
Prendiamo il caso della Costa
d’Avorio, dove una componente fondamentale del conflitto (quasi interamente
interno) in corso è non tanto l’appartenenza culturale, bensì – caso forse
unico in Africa – quella “nazionale”. Esiste anche in questo paese una componente
etnica del panorama politico, che deriva dal fatto che il potere è generalmente
in mano agli akan, i quali nella storia indipendente del paese si sono scissi
in fazioni che spesso ricalcavano le sottocomponenti delle etnie akan, in
particolare gli agnis e i baoulé (da cui proveniva il padre padrone
dell’indipendenza Houphouët-Boigny). Negli anni settanta le lotte di potere
passavano tra le fazioni baoulé e beté. La questione etnica è presente inoltre
in Costa d’Avorio a causa degli influssi della vicina Liberia.
Tuttavia alla radice dei tentativi
di destabilizzazione degli ultimi tre anni non vi è tanto l’appartenenza etnica
quanto piuttosto un’apparente battaglia per la questione delle “ivorianetà”,
come appartenenza nazionale. Il dibattito politico si è concentrato sul diritto
o meno alla partecipazione alla vita politica (e quindi ai benefici della
politica economica e sociale) di chi non è ivoriano di nascita.
In realtà, se si guarda bene la cosa seguendo il dibattito politico interno del
paese degli anni che hanno immediatamente preceduto lo scoppio delle aperte
ostilità militari, si vede come sia stato lo stesso ceto politico al potere
(allora raccolto intorno al presidente Bedié, erede del fondatore della nazione
Houphouet-Boigny) a fomentare a piene mani l’odio, il razzismo e l’esclusione
verso chi non fosse provatamente ivoriano. La ragione? Almeno due: una di bassa
cucina politica. Il principale oppositore di Bedié ha vissuto a lungo in Burkina
e non è in grado di provare di essere davvero ivoriano di nascita. Con una
legge che escludesse i non ivoriani dalla candidatura per le elezioni
politiche, Bedié pensava di aver eliminato il principale ostacolo alla propria
permanenza al potere (è stato poi comunque deposto da un colpo di stato
militare!). Da parte sua, l’oppositore in questione, Aslane Ouattara, ha
pensato bene di stare al gioco coinvolgendo nel senso di esclusione tutta la
popolazione del nord del paese, spesso di origine non chiaramente ivoriana, e
in maggioranza musulmana. In questo modo è stata rifomentata nel paese, insieme
a quella “nazionale”, la questione religiosa che sembrava non creare grossi
problemi nonostante la folle politica in tal senso condotta sotto Houphouët-Boigny,
che aveva più volte clamorosamente favorito la sua etnia di appartenenza (i Baulé),
la sua zona di origine (fino a fare del suo villaggio natale – Yamoussoukro -
la capitale del paese) e la sua religione, fino a costruire la più grande chiesa
al mondo, con enorme sperpero di capitali, in un paese povero in cui i
cattolici sono solo il 20%.
La seconda ragione della politica
della “ivorianetà” è invece più profonda. Fino agli anni ’80 la Costa d’Avorio
ha goduto di stabilità politica, perché le entrate garantite dalle esportazioni
(soprattutto caffè e cacao) venivano almeno in parte ridistribuite in modo da
garantire sostegno politico al sistema. Buona parte delle produzioni per
l’esportazione erano peraltro ottenute con il contributo determinante di lavoro
immigrato dai paesi vicini. Con il crollo generalizzato dei prezzi
internazionali delle materie prime cui si assistito dalla metà degli anni ’80,
queste entrate si sono drasticamente ridotte, fino a mettere in crisi tale
sistema redistributivo e di consenso. Quale migliore politica allora, per
mantenersi al potere, del dare a una parte della popolazione l’impressione che
la colpa della crisi fosse di tutti questi immigrati dal Burkina o dalla
Liberia che vengono a consumare le risorse del paese? La tendenza a espellere
queste popolazioni è peraltro in sintonia con l’attuale crisi delle
piantagioni, che non abbisognano più della loro manodopera.
Ancora a proposito di “sentimento
nazionale”, di recente mi è capitato di sentir argomentare, da oppositori congolesi
dell’occupazione ruandese delle province dell’est, che uno dei motivi della
loro resistenza era per loro l’importanza dell’integrità nazionale del Congo.
Tuttavia quando ho cercato di capire cosa fosse alla base della “nazionalità” congolese
(paese che raccoglie un grande numero di popolazioni di lingue e culture
diverse e su un territorio enorme e scarsamente collegato), confesso di non
aver mai avuto risposte per me soddisfacenti. Sarà una mia mentalità troppo da
economista, ma la disputa sull’est congolese personalmente mi appare molto più
chiara se si guarda alle sue risorse (ci torneremo più oltre).
Credo ce ne sia abbastanza per
concludere che quelli che sembrano scoppi di irrazionale rabbia “etnica”,
religiosa o nazionalista siano spesso in realtà massacri preordinati, strumenti
politici, mezzi per acquisire o mantenere il potere. Quello che va allora
esaminato sono gli elementi attorno a quali si articola la contesa concreta per
il potere.
Il sistema dell’economia di
saccheggio
Uno di questi elementi – senz’altro
non l’unico, ma uno di quelli determinanti – è la questione delle risorse del
suolo e del sottosuolo e la lotta per il loro controllo. Lo sfruttamento
illegale delle risorse è a mio avviso una delle determinanti principali del
permanere dello stato di conflitto in buona parte del continente africano. Ma
cosa significa illegale? Quali sono le leggi a cui questo sfruttamento
contravviene? E questo sistema di sfruttamento è un fatto temporaneo, dovuto
appunto all’instabilità e alle guerre, o un fatto strutturale, che determina e
perpetua l’instabilità e le guerre? Vediamo i principali esempi.
In Liberia, Sierra Leone e Guinea (Conakry)
la gomma, i diamanti e il ferro sono la causa e allo stesso tempo le risorse
che consentono il proseguimento del conflitto: le fazioni politiche in lotta
per il potere si sono reciprocamente contese le piantagioni di hevea
(gomma) della Firestone, le più grandi del mondo (dove peraltro si praticano
ampiamente la schiavitù e il lavoro forzato). Le esportazioni di diamanti della
Liberia superano di almeno 15 volte la sua capacità di estrazione: il resto
proviene dal coinvolgimento nel conflitto della Sierra Leone, grazie alla
guerriglia che la Liberia sostiene. In assenza di una soluzione al conflitto,
analoga sorte rischia di toccare alla Guinea Conakry, che possiede altre
miniere di diamanti.
L’embargo che l’ONU tenta di imporre
ai diamanti che finanziano il RUF della Sierra Leone è facilmente aggirato da
volenterosi intermediari in Togo, Burkina Faso, Liberia. In particolare in Burkina
si ha notizia di trafficanti dell’Europa dell’est che portano in cambio le armi
derivanti dalla smobilitazione del Patto di Varsavia.
Com’è stato scritto a proposito
della Sierra Leone: “La sfida di questa guerra, oltre che prendere il potere, è
di fare man bassa sulle ricchezze del paese (i diamanti). Il conflitto pare si
perpetui grazie a un sistema di baratto. Diamanti sarebbero scambiati nella
vicina Liberia, soprattutto, contro riso e armi. L’esaurimento delle miniere a
cielo aperto avrebbe potuto significare la fine della guerra. Ma le autorità
hanno concesso, il 15 marzo 1999, una licenza alla compagnia britannica Branch Energy
per giacimenti sotterranei a Kono e Tongofield, due tra i siti diamantiferi più
ricchi del mondo, situati in pieno feudo ribelle. Un primo contratto di
prospezione, firmato nel 1995, aveva permesso a Branch Energy di ingaggiare i
mercenari sudafricani di Executive Outcomes, per garantire la sicurezza
delle sue operazioni e aiutare il governo di allora a lottare contro il RUF”
Una situazione analoga si può
disegnare in riferimento al conflitto nell’est del Congo. Le ripetute denunce
delle organizzazioni non governative e delle Nazioni Unite hanno
definitivamente aperto gli occhi alla comunità internazionale sulle vere
ragioni dell’occupazione ruandese e ugandese (per il tramite anche di movimenti
fantoccio) di una buona metà del territorio congolese. Non solo i diamanti, ma
ancora più significativa è per il caso congolese la questione del coltan, la
famosa colombo-tantalite divenuta un minerale essenziale per l’aeronautica e
l’informatica, su cui si soffermano a lungo quelle denunce (che peraltro
coinvolgono tutto un sistema di imprese non solo ugandesi o ruandesi, ma anche
europee e nordamericane). E al coltan si aggiungono ancora l’oro, lo stagno, il
caffè, il legname. In Congo, come in Sierra Leone, si è strutturato quindi un
sistema di sfruttamento delle risorse di cui la guerra è parte integrante.
La stessa partecipazione di alcuni altri
paesi al conflitto si spiega nell’ambito dello sfruttamento delle risorse. Se l’Angola
aveva sicuramente interesse a chiudere i santuari della “sua” guerriglia (l’UNITA)
nello Zaire di Mobutu, e per questo ha appoggiato Kabila, lo Zimbabwe è stato
mosso da interessi puramente economici, tanto da essere stato compensato del
suo appoggio a Kabila, tanto durante la presa del potere quanto nella
resistenza agli ex alleati dell’est, con concessioni minerarie, con contratti
di forniture militari (in realtà triangolazioni di armi cinesi), e con la
concessione di mezzo milione di ettari nel Katanga alla sua Rural Development Authority.
E, per converso, allo sblocco della
situazione di stallo in cui si trovava il conflitto congolese deve aver
contribuito non poco la decisione di Kabila figlio, dopo l’assassinio del
padre, di rimettere in discussione le concessioni diamantifere. Durante la
lotta per la presa del potere, Kabila padre aveva stipulato contratti con
imprese statunitensi, ruandesi e ugandesi che poi non ha rispettato, preferendo
le società angolane, dello Zimbabwe e persino coreane. Il nuovo presidente, che
non a caso ha visitato subito Washington, Parigi e Bruxelles, ha invece
riaperto la questione e predisposto una nuova legislazione per lo sfruttamento
minerario.
Ma un insegnamento interessante del
caso congolese che va sottolineato è il seguente: il fatto che il sistema
economico di sfruttamento delle risorse sia garantito da uno stato sia pure a
vantaggio di poche imprese o di paesi stranieri e senza tener conto delle
esigenze delle popolazioni che abitano i territori interessati (e anzi
sottoponendole a regimi di sregolato sfruttamento) oppure che – come nella
attuale situazione dell’est congolese – sia garantito da una occupazione
militare, e da una situazione di instabilità permanente non è di per sé
indifferente, ma ha conseguenze sul sistema socio-economico nel suo compesso.
Si provi a paragonare la situazione
di questi ultimi anni in quelle province con quella precedente al 1996, quando il
dittatore Mobutu regnava incontrastato su tutto il Congo – Kinshasa (allora Zaire)
con l’appoggio di non poche potenze africane, ed internazionali (Francia,
Belgio, Stati Uniti). Allora lo sfruttamento delle risorse minerarie del Kivu,
dell’Ituri, del Maniema, della Provincia Orientale e del Katanga (che si
chiamava Shaba) era “legale”, garantito cioè da uno stato che controllava
l’intero territorio e decideva il regime di concessione sotto cui lavoravano le
compagnie di sfruttamento o ne organizzava di proprie. La situazione della
popolazione da questo punto di vista non era diversa. Nessun
miglioramento, nessun reddito (se non i salari da fame dei minatori) ne
derivava per loro. Né d’altra parte vi era una maggiore possibilità di
controllo democratico, la prospettiva che un giorno le cose avrebbero potuto
cambiare, visto che lo sfruttamento era garantito da un forte apparato statale
di tipo repressivo e dagli appoggi di cui esso godeva in ambito internazionale
proprio in quanto garantiva quello sfruttamento anche a vantaggio di interessi
stranieri. Ciò che è peggiorato nell’est del Congo con le guerre degli ultimi
anni è il contesto complessivo. Lo sfruttamento delle risorse minerarie e delle
foreste ha consentito il proseguimento delle guerre grazie all’afflusso di armi
(e quindi ha fatto sorgere un nuovo forte interesse economico a quello
sfruttamento illegale delle risorse) e ha finanziato lo stato di occupazione da
parte di formazioni politico militari che hanno assunto l’aspetto di milizie
predatrici, aggredendo ogni angolo della vita delle popolazioni. La scala
dell’economia di saccheggio si è estesa così a tutta la vita economica:
commercio, trasporti, banche, mercato locale, agricoltura, fino alla
prostituzione, lo sfruttamento sessuale e militare dei minori, il
taglieggiamento di ogni attività.
Non c’è bisogno di moltiplicare ulteriormente
gli esempi, ma quello dell’Angola, in rapporto a quanto accaduto nel conflitto
“parallelo” del Mozambico, è illuminante. Alla luce della fine della guerra
fredda, con la liberazione della Namibia e ancora di più con il cambio di
regime in Sudafrica, entrambi i conflitti, che dalla guerra fredda prendevano
origine, avrebbero potuto concludersi. Ma solo quello mozambicano si
trasforma, già agli inizi degli anni ’90, in normale dialettica politica.
Quello angolano persiste invece come conflitto sotto altre forme: priva degli
appoggi degli Stati Uniti, del Sudafrica e dello Zaire di Mobutu, la guerriglia
resiste ancora a lungo grazie ancora una volta ai diamanti, con i quali compra
armi e consenso nelle zone occupate. La guerriglia diventa insomma un’occupazione
economica per chi la pratica. E se adesso finalmente, con la morte del signore
della guerra e la resa dell’UNITA, il conflitto si avvia a soluzione è anche
perché la comunità internazionale ha deciso di far pesare il proprio ruolo in
favore del governo del MPLA che può recuperare il controllo su quei diamanti e
sarà chiamato a darne conto e ragione ai mercati internazionali. In Mozambico,
i diamanti non ci sono, e questa differenza si vede nel fatto che il paese, pur
nella somiglianza delle condizioni politiche di partenza, raggiunge la pace oltre
dieci anni prima dell’Angola (e anzi il Sudafrica, uno dei paesi che prima
destabilizzava il Mozambico per motivi attinenti al confronto della guerra
fredda, ha adesso invece interesse a stabilizzarlo, visto che dal punto di
vista economico esso costituisce – specie nelle regioni del sud – una sorta di
sua provincia).
Secondo un rapporto del 1995
presentato al governo francese, il fenomeno della criminalizzazione
dell’economia è in Africa ampiamente generalizzato. Quasi ovunque gli aiuti
umanitari vengono deviati per scopi privati; droghe e diamanti si intrecciano
sullo sfondo delle situazioni politiche della Liberia, della Sierra Leone, del
Burundi, del Ruanda, del Ciad, dell’Angola: “al punto che – si legge in quel
rapporto – molti dei conflitti subsahariani sembrano rispondere meno a delle
logiche politiche, etniche o regionali che a una logica economica di predazione”.
È un intero sistema di produzione e
commercio (i marxisti direbbero un “modo di produzione”) che si costituisce
attorno all’economia di guerra. In Sierra Leone sorgono aeroporti privati per
l’esportazione dei diamanti e agenzie commerciali gestite da libanesi e
israeliani. In un paese in cui i trasporti interni non esistono in vaste aree e
spesso sono scomparse anche le strade, esiste un volo diretto Freetown –
Amsterdam: la linea dei diamanti dal produttore al consumatore. I ricavi dei
diamanti consentono di pagare armi e mercenari che servono a loro volta a
garantire il controllo del territorio: potere, saccheggio delle risorse e armi
si sostengono a vicenda.
L’altro elemento del modo di
produzione di saccheggio, speculare a quello del saccheggio delle risorse e
strettamente intrecciato con esso, è quello del traffico delle armi leggere. In
un sistema mondiale degli armamenti che ha visto declinare l’importanza delle
armi leggere (sin dagli anni ’80 – quelli dello stazionamento dei missili
nucleari, dello scudo stellare poi ripreso da Bush, dell’Air-Land Battle – i
sistemi d’arma non convenzionali hanno reso largamente obsolete le armi
leggere), in Africa il loro mercato tende ad allargarsi. La tipologia specifica
del conflitto e il territorio ambientale e sociale in cui si svolge rendono qui
“competitive” armi che altrove non hanno più mercato. E come se non bastasse,
l’aumento generalizzato dell’insicurezza che questi paesi soffrono, anche
all’interno delle città, ha allargato il mercato delle armi da difesa personale
per i civili che possono permettersele e per le imprese, fino a creare un
fiorente mercato delle agenzie private specializzate nella difesa delle persone
e delle proprietà (le ditte sudafricane specializzatesi in anni di difesa
dell’apartheid si stanno ampiamente espandendo su tutto il mercato
continentale). Infine, ultimo aspetto dalle future conseguenze imprevedibili ed
inquietanti, non solo la proliferazione e la diffusione di armi leggere
favorisce l’aumento della criminalità, spinta anche dall’estrema povertà delle
popolazioni delle bidonvilles, ma favorisce il sorgere di movimenti “politici”
a matrice spesso religiosa fondamentalista (islamista o cristiana poco importa)
che teorizzano e praticano il proselitismo armato.
In generale la stessa
partecipazione alle bande di guerriglieri, agli eserciti irregolari, alle
milizie è ormai per molti africani un modo come un altro per sfuggire alla
miseria e alla fame, acquisendo una qualche forma di paga e comunque un titolo
di partecipazione al saccheggio: “La guerra è un’alternativa all’economia di
pace che non dà più di che vivere: il kalashnikov è il miglior mezzo di
produzione”.
Quando per una qualche ragione i miliziani sono espulsi dal processo di
produzione violento (smobilitazione, sconfitte, sbandamenti a seguito di avvenimenti
militari), spesso portano con sé il proprio strumento di produzione, l’arma, e
si trasformano in semplici banditi, senza neanche più la protezione ideale
della guerra che stavano combattendo. In certi paesi, “si assiste
progressivamente alla nascita di formazioni sociali dove la guerra e
l’organizzazione della guerra tendono a divenire delle funzioni regolari”.
Ciò che va sottolineato è però che
tale criminalizzazione reciproca dell’economia e della politica non coinvolge
soltanto i poteri irregolari, ribelli, ma spesso gli stessi governi: il governo
dello Zambia sarebbe coinvolto in traffici internazionali di droga, quelli del
Madagascar, del Congo (Brazzaville), della Repubblica Centrafricana nel
riciclaggio del denaro sporco; il traffico di diamanti nel Congo ex Zaire
sarebbe stato praticato anche dall’opposizione politica legale.
Ristabilire l’ordine “legale” in
Congo Kinshasa servirà a ridurre la pressione della guerra e del saccheggio
sugli aspetti della vita quotidiana della popolazione e sarà quindi un grande
passo avanti affinché la gente possa ricominciare a vivere. Ma sarà solo una
parte della soluzione. Il resto del problema, forse il più difficile da
risolvere, è come la popolazione possa almeno in parte appropriarsi dei
benefici che derivano dall’uso delle risorse del proprio territorio. Più
difficile non solo perché rimette in discussione una storia che si trascina
dall’epoca coloniale (sono cambiati i soggetti e le tecniche, ma non gli
oggetti e gli scopi); non solo, come durante la guerra fredda, perché non è
circoscrivibile alle condizioni locali visto che coinvolge interessi stranieri
anche extrafricani, ma soprattutto perché il sistema criminale dello
sfruttamento ha generato un tale intreccio di interessi da fa sì che i gruppi e
i ceti sociali si definiscano ormai in rapporto alla partecipazione (o meno) al
sistema stesso: l’economia dipende dal mantenimento di tale sistema di
saccheggio e le trasformazioni politiche e militari devono tenerne conto.
Nel suo ultimo recentissimo
rapporto, il gruppo di esperti delle Nazioni Unite sullo sfruttamento illegale
delle risorse naturali del Congo scrive che “lo sfruttamento illegale rimane
una delle fonti principali di finanziamento per i gruppi interessati a
perpetuare il conflitto. Durante l’ultimo anno, questo sfruttamento è stato
caratterizzato da intensa competizione tra i vari attori politici e militari
che hanno teso a mantenere, e in certi casi espandere, il loro controllo sul
territorio”. Nello
stesso rapporto si rappresenta tale sistema di sfruttamento come un triangolo i
cui vertici sono lo sfruttamento, il traffico d’armi e il conflitto, che delimitano
l’area dell’insicurezza e dell’impunità. Nelle sue conclusioni il rapporto pone
l’accento sul fatto che in quella regione, se si vogliono davvero superare le
cause del conflitto, “c’è bisogno di convincere la gente che la pace è meglio
del conflitto. È vitale rompere il legame di dipendenza tra i gruppi armati che
praticano lo sfruttamento illegale delle risorse e le comunità locali”.
È fondato a mio avviso affermare che
il sistema risorse/armi/potere costituisce quindi il “modo di produzione”
specifico dell’Africa di oggi (o almeno di buona parte di essa). E a questo
proposito va fatta una considerazione generale.
Molto spesso si sente dire che
l’Africa è un continente escluso dalla globalizzazione, perché i suoi commerci
figurano nelle statistiche internazionali con cifre quasi insignificanti. A me questa
affermazione sembra di una stupidità oltre ogni limite, se non una vera e
propria copertura ideologia di ciò che sta avvenendo. In realtà in questo
continente è in atto la definizione di un modo di produzione e circolazione
(che significa anche avviamento verso l’esterno) delle risorse che è perfettamente
funzionale alla globalizzazione, e che assegna (come tutti i modi di
produzione) ruoli precisi ai vari soggetti: stati, eserciti, opposizioni,
gruppi ribelli, etnie, individui e imprese. Un modo di produzione dalle
conseguenze devastanti sul continente e che a questo danno aggiunge la beffa di
essere considerato ufficialmente un continente inutile, come se il coltan non
servisse all’aeronautica o all’informatica dei paesi ricchi, come se i diamanti
non fossero un fiorente mercato in mano anche europea, come se il petrolio o i
legnami preziosi fossero elementi insignificanti delle nostre economie e le
armi non fossero uno dei più fiorenti mercati mondiali contemporanei.
Le dinamiche mondiali sui mercati di
questi beni e i comportamenti dei soggetti che vi operano a livello globale
entrano a pieno titolo nella determinazione dell’andamento dei conflitti,
esattamente come i conflitti africani determinano il quadro locale in cui
avviene lo sfruttamento e l’avviamento sui mercati mondiali di quelle risorse.
Ma si può andare ancora più in
profondità nell’analisi dei legami tra gli andamenti dell’economia globale e le
cause degli attuali conflitti. Cosa ha determinato il fatto che per l’Africa
certe risorse minerarie divenissero centrali nel determinare le dinamiche
economiche e politiche? Uno degli aspetti da sottolineare nell’analizzare il
fiorire dell’economia di sfruttamento illegale del continente è che la crescita
di importanza delle risorse minerarie coincide temporalmente con (e deriva
logicamente da) la crisi delle tradizionali risorse agricole che avevano
garantito una base di consenso alle élites al potere. E tale crisi è a sua
volta effetto dello scontro mondiale in atto dagli anni ’80 per le “ragioni di
scambio”, di cui l’arma del debito estero e le strategie della Banca Mondiale
sono stati strumenti: col calare dei prezzi internazionali delle materie
agricole, le élites hanno iniziato a scontrarsi per il controllo di risorse
minerarie che in alcuni casi propri in quegli anni sono cresciute enormemente
d’importanza e di prezzo a causa della rivoluzione informatica e delle
trasformazioni tecniche dell’industria bellica.
Un solo esempio può dare l’idea
delle sfide a cui sono confrontate le élites africane almeno dalla metà degli
anni ‘90: la Costa d’Avorio esporta essenzialmente caffè, cacao e cotone e non
è un paese produttore di petrolio, che invece deve importare. Tra il 1970 e il
2001 i prezzi internazionali di questi prodotti sono calati strutturalmente
della metà per il cacao, del 75% , per il caffè, del 55% per il cotone, mentre
il prezzo di acquisto del petrolio è passato da 4,08 € a 23,90 € al barile. La
crisi delle entrate ivoriane sia nel settore privato che nel bilancio statale è
in queste condizioni irreversibile. Di questa crisi hanno approfittato da un
lato le multinazionali per imporre ai governi nuove condizioni più sfavorevoli
alla parte pubblica. Quando nel 2002 il presidente Gbagbo ha cercato di
rimettere in discussione il potere delle imprese concessionarie delle
piantagioni, ricorrendo a nuovi appalti internazionali, è stato bloccato da una
nuova “rivolta”. Ma la conseguenza principale è che in Costa d’Avorio la
coperta si è fatta troppo corta e fazioni del potere hanno cominciato a
sentirsi escluse dalla redistribuzione che prima il sistema riusciva a
garantire: di qui lo scoppio delle rivolte in seno al potere stesso (ad esempio
l’esercito).
La questione del potere
Andiamo quindi ad un discorso più
generale sul potere in Africa, che implica e comprende il discorso sulle risorse,
ma non si limita ad esso.
Una delle conseguenze dell’economia globalizzata
dagli anni ‘90 ad oggi è quella sul ruolo dello stato in Africa. Che la globalizzazione
abbia cambiato – e in generale indebolito – gli stati nazionali è ormai un
discorso ricorrente. Ma in Africa tale discorso assume significati del tutto
particolari. Proprio l’esempio della Costa d’Avorio si può facilmente
generalizzare a quasi tutti i paesi subsahariani. La crisi del debito estero
degli anni ’80, il crollo dei corsi internazionali delle materie agricole e
minerarie, che spesso rappresentano la quasi totalità delle esportazioni dei
paesi africani, le conseguenti crisi delle entrate statali (in paesi in cui i
redditi interni da sottoporre a tassazione sono deboli e quelli delle imprese
più importanti, spesso multinazionali, sono sottoposti a tassazioni di favore),
le ricette di “risanamento” imposta dal Fondo Monetario Internazionale e dalla
Banca Mondiale (tagli alle spese sociali, privatizzazioni delle imprese e delle
risorse che spesso significa svendita agli stranieri, taglio dei sussidi alle
categorie svantaggiate e dei controlli sui prezzi), hanno ridotto fortemente le
capacità di manovra anche degli stati più volenterosi. Come ha dimostrato
ampiamente Stiglitz,
l’unico stato a essere sfuggito in parte a questa morsa è proprio quello che
NON ha seguito le ricette del FMI, il Botswana. A un certo punto
l’indebolimento del ruolo dello stato ha coinvolto anche gli apparati militari
e repressivi che si sono trovati a corto di risorse per fronteggiare una
crescente conflittualità interna ed esterna. Lo stato – sostiene una affascinante
quanto a mio avviso realistica teoria del diritto – altro non è se non l’ente
monopolizzatore della forza. Se così è, in diversi stati africani lo stato non
esiste più, proprio perché ha perduto il monopolio dell’uso della forza ed è
invece apertamente contrastato nel suo controllo territoriale da milizie e
bande (o da eserciti di altri stati) che acquisiscono la gestione della
violenza in intere regioni (e ne organizzano l’economia a proprio vantaggio) e
nel suo controllo sociale da società private di sicurezza e dal proliferare
delle armi nelle mani dei cittadini.
Nell’ambito di questa crisi generale
dello stato va articolato il discorso sul potere. Così come sottintende un
sistema economico ben preciso, che si regge sul triangolo
instabilità/risorse/traffico d’armi, nel quale ogni vertice alimenta gli altri
due e ne viene sorretto, lo scenario delle guerre africane sottintende un
discorso sull’articolazione del potere che deve farci riflettere, in quanto è
di estrema modernità e fornisce un esempio che rischia di diffondersi ben oltre
i limiti geografici del continente.
Formalmente molti paesi africani
sono delle democrazie di tipo occidentale. Anche nei paesi che avevano scelto
di seguire altri modelli (ad esempio quello socialista abbracciato da molti
volontariamente subito dopo l’indipendenza o comunque “costretti” nel quadro
della guerra fredda), tali altri modelli sono stati ampiamente soppiantati
dalla costituzione di democrazie parlamentari, in cui i governi sono in varia
misura responsabili verso parlamenti eletti. Anche il ricorso alle dittature
militari si è fatto più raro negli ultimi anni.
Eppure spesso si tratta solo di apparenza:
la sostanza dietro la similitudine delle strutture formali, che si apparentano
a quelle europee o americane, è ben diversa. E la principale diversità sta
nella possibilità di partecipazione reale a tali istituzioni e nei meccanismi
di selezione delle élites politiche. Comunque avvenga l’alternanza di governo
(guerre, golpe, cooptazioni, elezioni più o meno democratiche), spesso il gioco
politico si svolge tutto all’interno di una élite precostituita, le cui
differenziazioni interne non hanno nulla di ideologico, né presuppongono
differenti idee su temi come la politica economica, il benessere delle
popolazioni, i servizi sanitari o sociali, la distribuzione delle risorse tra
le fasce sociali. Spesso la differenziazione nasce e si manifesta come scontro
politico solo e unicamente attorno all’occupazione del potere stesso.
L’occupazione dello stato garantisce
(salvo quando contestata da altri settori dell’élite stessa tramite lotte più o
meno cruente) lo sfruttamento delle risorse a vantaggio dell’élite stessa e –
attraverso gli schieramenti in politica estera – lo sfruttamento degli aiuti
stranieri sia civili (umanitari, di cooperazione sociale, di cooperazione
economica) che militari. L’occupazione dello stato, per quanto indebolito,
diventa quindi un fine in sé stessa, strumentale rispetto alla gestione dei
flussi di quelle risorse e quindi alla costituzione dell’élite,
dell’appartenenza o meno ad essa, della capacità di manovrare flussi redistributivi.
La sostituzione di un gruppo con un altro non cambia affatto il quadro in
rapporto allo status della popolazione esclusa dal potere, quale che sia il
livello formale di funzionamento della democrazia. Quando una parte dell’élite
si vede minacciata di esclusione (o intende escludere un’altra parte o comunque
ricontrattare i termini della compartecipazione) una delle strategie possibili
è quella del ricorso alla contestazione sul piano militare (più o meno
supportata per ragioni tattiche e di consenso da argomentazioni che possono
essere attinte dal bagaglio culturale, etnico, religioso o dalle paure,
aspirazioni o rivendicazioni di certi settori della popolazione. Certo, al
momento della vittoria di un gruppo élitario che ha usato a proprio vantaggio
l’argomento etnico o quello religioso, alcuni gruppi di aderenti all’etnia o
religione momentaneamente privilegiate vedranno aperte le strade dell’accesso
ad alcuni vantaggi del potere (posti di responsabilità, risorse da gestire,
afflusso di interventi statati in una data zona, favore nell’accesso agli
impieghi,…). Ma ciò non significa che l’appartenenza all’etnia o alla religione
o la provenienza da una certa zona geografica sia garanzia di perpetua
partecipazione al potere o che tutti gli aderenti possano giovarsene. Nel
momento in cui il potere élitario vedrà ristretti i margini di redistribuzione
o messa nuovamente a rischio una quota della propria rendita di posizione
reagirà con l’esclusione del potere, anche di settori o individui appena prima
alleati fedeli: Habyarimana, presidente hutu del Ruanda, è stato ucciso dall’Hutu
power nel momento in cui aveva tentato una cauta apertura di
riconciliazione nazionale e così facendo metteva a rischio l’ideologia e la
pratica di governo che consentivano non agli Hutu (maggioranza della
popolazione ruandese) ma a ristretti gruppi di Hutu di sfruttare a proprio
vantaggio il potere.
E così che si spiega che spesso a
contestare il potere siano ex aderenti allo stesso potere, messi in disparte
per qualche ragione o che aspirano a maggiori fette di potere. Taylor,
l’oppositore del dittatore Doé in Liberia, era un ex uomo dello stesso Doé, poi
accusato di saccheggio ai danni dello stato. In Mauritania il tentato golpe di quest’anno
(2003) è stato praticato da settori dell’esercito molto vicini al presidente Ould
Taya ed è dimostrabile che anche dietro la caccia al “senegalese” del 1989 (uno
dei più chiari esempi di “questione etnica”, apparentemente) vi sia stato in
realtà un regolamento di conti interno all’élite al governo, nel quale i mauri
hanno ridotto la partecipazione della componente nera, e per farlo hanno
fomentato la caccia al nero da parte dei pastori mauri del sud. D’altra parte
non è la prima volta che in Mauritania i regolamenti di potere tra le varie componenti
passano attraverso gli argomenti etnici, o linguistici: l’imposizione
dell’arabo come lingua nazionale (1966), l’adesione alla Lega Araba (1973) e
l’adesione all’Unione del Maghreb Arabo (1989) sono stati elementi di
rafforzamento della componente araba “maura” così come l’adesione all’Ecowas o
un tentato golpe del 1987 servivano a riaffermare il ruolo della componente
nera.
L’oppositore storico di Mobutu
nell’ex Zaire era un suo ex ministro e – la storia si ripete – il capo della
fazione detta Rassemblement Congolais pour la Démocratie, che contestava il
governo di Kabila (che ha abbattuto Mobutu) faceva parte poco prima dello
stesso establishment che sosteneva Kabila stesso. Il principale movimento
ribelle del Ciad è promosso da un ex ministro e Idrissi Déby prima di divenire
l’oppositore che avrebbe sostituito Habré in Ciad faceva parte dell’élite al
potere ed era entrato in contrasto con l’ex presidente solo su questioni di
spartizione, salvo poi utilizzare strumentalmente le rivendicazioni dell’etnia toubou.
L’oppositore storico per il quale l’ex presidente ivoriano Bedié ha contribuito
a scatenare la questione dell’ivorianità era ministro del precedente presidente
Houphouët-Boigny, lo stesso che ha designato Bedié come proprio successore. In
Repubblica Centrafricana e nella Repubblica del Congo (Brazzaville) le fazioni
militari corrispondono a fazioni politiche dell’élite, le quali – specialmente
nel secondo paese – alternano lo scontro armato ad accordi e a “normali” fasi
di regolazione del conflitto attraverso le elezioni.
Lo sfruttamento illegale delle risorse,
di cui abbiamo parlato, nei suoi aspetti economici, va visto anche nel quadro
delle contese per il potere interne alle élites dominanti. I meccanismi di
gestione e trasmissione del potere legati all’economia di guerra hanno come
abbiamo detto alla radice una situazione di crisi economica che si riflette nel
ruolo stesso dello stato e delle élites. In questo senso si può dire che le
crisi belliche africane sono prevedibili. I primi segni di una crisi sono
infatti, nel contesto del degrado economico, l’accaparramento delle risorse
pubbliche (e degli aiuti internazionali) da parte dell’élite politica o parte
di essa, la decomposizione dello stato, sospinta all’estremo dai tagli di
bilancio imposti dal FMI e dalla Banca Mondiale, la conseguente disaffezione al
proprio ruolo di schiere di funzionari e militari mal pagati o non pagati
affatto, il riemergere, come una delle possibili risposte politiche alla crisi,
di identità etniche e tribali, spesso incentivato ad arte da alcune parti
politiche, la lotta per il controllo della terra e delle risorse.
Gli interessi strategici delle
grandi potenze
Naturalmente, i discorsi sul sistema
economico e sul sistema di potere africano – discorsi quindi interni
alle dinamiche del continente (ma come abbiamo visto ben dentro le tendenze
generali della globalizzazione) non devono farci dimenticare il ruolo
strategico delle potenze, anche esterne al continente, tra le ragioni che
determinano e orientano i conflitti.
Come il mondo intero, anche l’Africa
è stata teatro della competizione mondiale della guerra fredda. Prodotti
maggiori di tale confronto in Africa sono stati i conflitti di Angola e
Mozambico, ma anche il sostegno occidentale a regimi sanguinari come quelli di Bokassa
nella Repubblica Centrafricana, Amin Dada in Uganda o Mobutu nello Zaire e, per
converso, quello sovietico al Derg etiope di Menghistu. E come per il mondo
intero, il quadro strategico è cambiato con la disgregazione del blocco
sovietico.
Nel quadro della guerra fredda, tra
le aree africane di attrito tra i due blocchi solo in Angola e Mozambico si è
giunti allo scontro militare (quasi) diretto tra i blocchi, e la ragione di ciò
la si può rintracciare nel contesto mondiale. Al momento della prima grande ondata
di decolonizzazione (1958-63) la spartizione del continente in aree di
influenza tra USA e URSS avvenne in maniera relativamente discreta, anche
grazie all’influenza del movimento dei non allineati, che cercava di costituire
una terza via sia strategica (in alternative alle potenze), che economica (in
alternativa all’opposizione socialismo reale/capitalismo). Quando crolla
l’impero portoghese in Africa (1975) il clima internazionale è invece tale
(anche a causa della guerra del Vietnam) che le due potenze decidono di
intervenire in modo molto più diretto nelle vicende interne di Angola e
Mozambico per determinarne la collocazione internazionale. Strumenti degli USA
e dell’URSS in questo conflitto sono rispettivamente il Sudafrica e Cuba.
Un altro scenario caldo della guerra
fredda in Africa è stata l’area del Corno d’Africa e del Mar Rosso. Prima del
1989 la flotta sovietica era la seconda del Mar Rosso, con basi nelle isole Dahlak
(etiopi), sull’isola di Perim e sull’isola di Socotra (yemenite). Gli
occidentali più a contatto con essa erano i francesi della base di Gibuti. Il
sistema di alleanze sovietico contava sullo Yemen del Sud e sull’Etiopia, che possedeva
ancora la regione costiera dell’Eritrea. Gli obblighi derivanti dalla guerra
fredda facevano sì all’epoca che gli USA, pur di contrastare il regime etiope
vicino all’URSS, non disdegnasse di utilizzare il Sudan come base per sostenere
i movimenti di opposizione al regime di Menghistu, nemmeno dopo la salita al
potere a Khartum di un governo dichiaratamente islamista (1989).
Dopo il 1989, con la fine della
guerra fredda, ovviamente gli scenari dei rapporti in queste aree cambiarono
radicalmente, e non solo per motivi ideologici: la Russia post sovietica spesso
non disponeva più delle risorse per mantenere l’apparato militare mondiale
precedente (le basi delle isole Dahlak pare siano adesso utilizzate dalla
marina degli USA e di Israele). Anche il contesto geopolitica del Mar Rosso
cambia: una delle conseguenze della fine della guerra fredda (ma anche della
scoperta congiunta da parte di operatori russi e statunitensi di giacimenti
petroliferi), è nel 1990 l’unificazione dei due Yemen, in un nuovo stato alla
cui guida prevale il nord filo-occidentale (Sana’a).
L’Etiopia perde l’appoggio sovietico
e si avvia al cambiamento, grazie al maggior margine di manovra di cui
dispongono adesso i movimenti di liberazione dell’Eritrea e del Tigrai. In modo
solo apparentemente paradossale, con il ritiro sovietico Menghistu - ex alleato
sovietico – nell’ultima fase del regime cerca appoggi in USA e Israele. Quest’ultimo
ha interesse a ridurre le influenze arabe nell’area del Mar Rosso (va ricordato
che Israele si affaccia su questo mare), e quindi scegli di appoggiare Menghistu
contro il movimento eritreo, appoggiato a sua volta dai paesi arabi. La svolta è
tale che nella guerra del golfo del 1991 contro l’Iraq, l’Etiopia di Menghistu
sceglie la coalizione antiirakena e guadagna in tal modo il favore dei sauditi,
che smettono di appoggiare gli eritrei, i quali si schierano invece con l’Iraq.
Nonostante i nuovi appoggi, nell’estate
del 1991 cade anche Menghistu, sconfitto dall’alleanza tra eritrei e tigrini.
Il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai diventa Fronte Democratico
Rivoluzionario del Popolo Etiope e va al potere anche con il sostegno degli USA.
L’assenza di netti schieramenti ideologici fa sì che almeno dal 1996 gli Stati
Uniti forniscano aiuti militari (“non di guerra”) sia all’Etiopia che
all’Eritrea e che l’Etiopia, adesso alleato degli USA, si allei però con il
governo di Khartum (adesso nemico degli USA) in funzione del contrasto con
l’Eritrea (a sua volta alleato degli USA).
L’assenza del nemico sovietico
consente all’occidente di rivedere una serie di atteggiamenti che la situazione
precedente giustificava: ad esempio l’appoggio ai regimi dittatoriali o al
Sudafrica razzista. Per le potenze ancora in gioco (gli Usa, soprattutto, ma
anche Francia o Israele) non si tratta più di apporre pedine di qualsiasi
genere pur di occupare posizioni che altrimenti sarebbero occupate dalla
potenza antagonista, ma di valutare di volta in volta l’interesse concreto in
gioco e il livello di rischio connesso alla sua affermazione. Questo fa sì che
alcuni dei conflitti classici dell’epoca della guerra fredda possano cambiare
di sostanza e a volta avviarsi a soluzione, come strada per mantenere quegli
interessi concreti senza tutto il dispendio militare e strategico che la guerra
fredda richiedeva anche a prescindere dalla posta locale.
Nati da quel contesto di guerra
fredda, i due conflitti di Angola e Mozambico agli inizi degli anni ’90 possono
avviarsi (se non a soluzione) quantomeno a svolte decisive quando quel contesto
prende fine. In entrambi i paesi iniziano negoziati di pace, ma – come già
ricordato – mentre gli accordi sul Mozambico vengono effettivamente applicati,
in Angola invece il conflitto cambia contenuto e da episodio di uno scontro
mondiale per l’egemonia tra le potenze si trasforma in un conflitto locale per
il controllo delle risorse. Mentre fino al 1993 il Sudafrica razzista continua
a mantenere la sua ingerenza in tutta l’Africa australe per scopi di egemonia
regionale, il movimento interno di opposizione armata che esso appoggia in
Angola si trasforma sempre più in uno di quei fenomeni di guerriglia endemica
alimentata dal traffico illegale di risorse (diamanti) in cambio di armi che
caratterizza molti tra i principali conflitti africani. Allo stesso cambiamento
di regime in Sudafrica, avviato proprio nel 1993, non è estraneo il mutato contesto
mondiale successivo alla “caduta del muro”.
A fianco del ridimensionamento drastico
del ruolo della Russia, il dato essenziale che emerge esaminando l’azione delle
potenze esterne al continente dopo la fine della guerra fredda è la nuova
qualità dei rapporti tra la Francia e gli Stati Uniti.
La Francia è l’unica potenza
coloniale ad avere mantenuto una presenza (al confronto, il disimpegno militare
della Gran Bretagna è impressionante), con oltre 60 accordi di cooperazione
militare che coinvolgono 24 paesi del continente. Di questi, 8 sono accordi di
difesa che obbligano la Francia a intervenire se il paese è minacciato: si
tratta di quelli con Camerun, Costa d’Avorio, Comore, Gibuti, Gabon, Repubblica
Centrafricana, Senegal e Togo. E sta alla Francia decidere quando una minaccia,
anche di origine puramente interna, costituisca motivo di intervento. Tra il
1959 e il 1996 la Francia ha fatto uso 28 volte di questo suo potere: 14 volte
per difendere i governi in carica da minacce interne (rivolte, colpi di stato),
7 per aggressioni esterne e 7 volte per motivi “umanitari” (ad esempio
difendere i cittadini francesi presenti nel paese) o nel quadro di interventi
multilaterali. I suoi interventi si sono spesso risolti in sostegno a regimi
odiosi: dalla “pulizia” delle regioni bamileke del Camerun negli anni ’60, alla
pacificazione delle zone minerarie dello Zaire negli anni ’70, all’intervento
in Gabon nel 1990, ai ripetuti interventi in Centrafrica. E se pensiamo anche che
tra gli interventi cosiddetti “umanitari” rientra la già citata “Operation Turquoise”
in Ruanda, che dietro il paravento della salvaguardia dei cittadini francesi
proteggeva i responsabili del massacro dei tutsi, abbiamo un’idea di come Parigi
abbia usato il proprio potere nel continente. Inoltre, lontano dall’impegno
ufficiale del governo, mercenari filofrancesi in qualche modo protetti o
tollerati da Parigi sono stati all’opera in Angola, Guinea, Benin e nelle Comore.
Tuttavia anche per la Francia il
contesto del dopo ’89 è cambiato. Al vertice di La Baule con i paesi
dell’africa francofona del giugno 1990, per la prima volta il governo francese
chiarisce che il suo sostegno riguarda gli stati e i sistemi politici, ma non
necessariamente i governi anche nelle loro lotte interne. La svolta non è certo
immediata. Nel corso degli anni ’90 la Francia interviene ancora direttamente
(sempre a sostegno dei regimi, di fatto anche se non dichiaratamente) in Costa
d’Avorio, Congo-Brazzaville, Zaire, Gibuti, Somalia, Ruanda, Comore e –
nell’ambito di forze multilaterali ONU – anche in Guinea Bissau, Repubblica Centrafricana,
Kivu (est Congo), Eritrea e Angola. Il suo sostegno politico e la sua presenza
militare sono inoltre ancora indispensabili per la stabilità di governi
dittatoriali come quelli del Togo e del Gabon o “democratici” come quello del Mali.
Tuttavia si è assistito ad un cambio di importanza relativa dell’Africa presso
il governo francese, non più disposto a difendere la stabilità dei governi
locali (in cambio di un occhio di riguardo per gli interessi francesi) a
qualsiasi costo (economico). La svalutazione drastica del 50% del Franco CFA
(moneta comune di molti stati francofoni africani, legata al franco francese –
e quindi oggi all’euro – da un tasso fisso), decisa nel 1994 formalmente dagli
stessi governi africani, ma dietro una chiara pressione di Parigi in tal senso,
ha significato una perdita netta di risorse per gli stati coinvolti (aumento
del prezzo delle importazioni e diminuzione dei ricavi delle esportazioni) e
quindi ha dato un duro colpo al sistema di consenso su cui i governi si
reggevano. Nel 1998 la Francia inoltre ha riformato i principi della propria
politica di cooperazione in Africa e ha chiuso le basi militari in Repubblica Centrafricana.
Dall’altra parte, e a dispetto di
tutte le dichiarazioni di disimpegno dettate alle agenzie di stampa dagli
ultimi presidenti statunitensi, l’attivismo diplomatico degli USA si sta invece
intensificando. Nel corso degli anni ’90 la presenza statunitense in Africa non
ha fatto che aumentare ed è significativo che nel 1998 gli Stati Uniti abbiano
deciso di sopprimere le barriere doganali per l’ingresso nel loro paese di 1.800
prodotti dell’Africa subsahariana (in evidente concorrenza con il trattamento
di favore che i prodotti di molti paesi africani ricevono in Europa grazie agli
accordi di Lomé).
Questo attivismo può essere legato alle
dinamiche in atto nel sistema di sfruttamento delle risorse africane, in
bilico, come abbiamo visto, tra il modo di produzione dominante criminale delle
zone di guerriglia e le dinamiche delle élites nelle zone controllate dai
governi. Se i processi in atto porteranno alla stabilizzazione della situazione
in alcuni paesi oggi sottoposti a sanguinosi conflitti, questo metterà a
rischio i processi criminali di esportazioni di preziose risorse (dai diamanti,
al legname, al coltan) e un florido mercato per le armi cosiddette leggere.
Agli USA sembra stare diventando chiaro che bisogna intervenire, se non per
salvaguardare il più a lungo possibile questi meccanismi illegali, comunque per
creare in tempo delle alternative che perpetuino lo sfruttamento. È per questo
che alla fine gli stessi Stati Uniti hanno dato il via libera all’eliminazione
del movimento angolano dell’UNITA, che per decenni hanno sostenuto: la
stabilizzazione del paese può consentire di salvaguardare gli interessi
economici anche statunitensi, che una guerriglia autocentrata sullo
sfruttamento diamantifero non garantisce più.
In Liberia è possibile dimostrare un
ruolo non secondario degli interessi economici e politici degli Stati Uniti
nelle sorti del potere e del conflitto in corso,
interessi presenti nelle piantagioni di gomma (Firestone) e nelle miniere di
ferro; il paese è inoltre base per traffici di droga che gli Stati Uniti
sembrano ignorare (nessun Plan Colombia tenta di sradicarli) ma nei
quali la criminalità statunitense sembra ben impiantata.
In certe situazioni, il cambiamento
delle priorità politiche successivo alla fine della guerra fredda ha fatto sì
che gli USA diventassero più pragmatici nell’appoggio a certi regimi. Se fino
agli ultimi mesi di vita del suo regime, la Francia ha ritenuto Mobutu un
interlocutore imprescindibile, gli USA hanno invece “tollerato” il tentativo di
presa del potere da parte di Kabila e hanno addirittura bloccato un intervento
“pacificatore” internazionale che avrebbe frenato Kabila e dichiarato
apertamente che la ragione del loro sostegno a Mobutu è finita con la fine
della guerra fredda. In questo modo ritenevano di avere rimesso in discussione
la spartizione delle risorse minerarie del paese, almeno fino a che Kabila non
ha rimescolato le alleanze che lo sostenevano.
In sostanza, con la fine degli
obblighi di schieramento della guerra fredda, l’azione delle grandi potenze
sempre meno si può spiegare con soli interessi “strategici” o di politica generale
e sempre più invece con l’incidenza di interessi più diretti. Se nelle nuove relazioni
tra USA e Francia sul continente africano si è aperta una fase in cui la
precedente alleanza si è fatta più conflittuale, ciò avviene specialmente
laddove – come in Nigeria, Angola, Congo, Camerun, Gabon e Ciad – gli interessi
concreti (spesso quelli petroliferi) divergono nettamente. Più chiaramente di
prima, quando le valutazioni politiche e strategiche potevano prevalere su
quelle economiche, adesso sono soprattutto queste ultime a determinare le
relazioni tra i due paesi.
È così nel contesto degli interessi
strategici (e non in quello dell’economia di saccheggio) che bisogna parlare
della questione del petrolio. La differenza tra l’economia dei diamanti o di
minerali come il coltan e quella del petrolio è infatti prima di tutto una
differenza di scala dell’investimento nella produzione. Mentre i primi possono
essere ricavati in miniere “artigianali”, praticamente prive di infrastrutture
e che fanno uso di manodopera spesso in condizione di costrizione schiavistica,
per il petrolio, che necessita di infrastrutture di estrazione e trasporto
colossali, questo non può essere vero. Il risultato è che mentre le risorse di
quei minerali possono finanziare direttamente le guerriglie che controllano i
territori di estrazione, l’azione sul petrolio è riservata necessariamente a
grandi compagnie in regime di concessione ottenuto dagli stati e sostenute
dagli stati (diplomazia, uffici commerciali, servizi segreti, eserciti) dei
paesi di provenienza delle stesse compagnie. L’economia dei diamanti e dei
minerali presuppone la disgregazione delle strutture statali. L’economia del
petrolio presuppone il controllo di strutture statali che invece devono
continuare a funzionare. La diplomazia del petrolio è necessariamente in mano
alle grandi potenze.
Il petrolio è una delle risorse che
contribuiscono a spiegare le crescenti divergenze tra Francia e Stati Uniti
negli avvenimenti africani, e non da oggi. È nota ormai l’implicazione della
Francia in quella tentata secessione del Biafra dalla Nigeria che citavo
all’inizio. Obiettivo francese era all’epoca compromettere gli interessi delle
britanniche Shell e BP. Oggi il petrolio in Nigeria è ancora la chiave di
lettura indispensabile per almeno una parte dei conflitti interni a cominciare
dalla repressione delle popolazioni, come gli Ogoni, che hanno la disgrazia di
vivere nelle aree petrolifere o in quelle di transito degli oleodotti.
È noto ancora che sin dagli anni ’60
la Francia ha assunto il controllo del petrolio gabonese grazie alle azioni dei
servizi segreti o che il sostegno che essa accorda al presidente N’Guesso in
Congo (Brazzaville) è dettato proprio dagli interessi petroliferi. In Angola la
società petroliera Elf ha finanziato direttamente sia il governo del MPLA di
Luanda, sia i ribelli dell’UNITA.
Per gli Stati Uniti, che parlano di
disimpegno dall’Africa ma praticano un impegno crescente, il petrolio è una
delle poste in gioco centrali: secondo alcuni calcoli, il petrolio africano
potrebbe fornire il 20% del totale delle importazioni statunitensi da qui al
2020 e comunque costituire un’alternativa strategica rispetto alle turbolenze
politiche mediorientali e centrasiatiche. La diplomazia statunitense in
Nigeria, Angola (paese in cui il 75% della produzione è controllata dalla statunitense
Chevron) e Guinea Equatoriale si fa sempre più presente. In particolare il caso
della Guinea Equatoriale è significativo delle determinanti dei criteri
politici degli USA. La CIA stessa, che non è un’organizzazione filantropica,
definisce questo paese una “nazione gestita da dirigenti senza legge che hanno
saccheggiato l’economia nazionale”, eppure da quando i 2/3 delle concessioni
petrolifere sono stati concessi a operatori legati all’amministrazione Bush e i
giacimenti off-shore sono protetti da società di sicurezza statunitensi, gli
USA hanno riaperto la rappresentanza diplomatica nella capitale Malabo. Va
inoltre tenuto presente che, ad eccezione della Nigeria, nessuno dei paesi africani
produttori di petrolio aderisce all’OPEC e quindi le loro quote di produzione
possono essere molto utili nell’eterna strategia dei paesi occidentali
consumatori per indebolire i produttori organizzati.
Il petrolio gioca un ruolo
essenziale nel conflitto che oppone – apparentemente per motivi religiosi – il
governo islamista di Khartum ai movimenti di liberazione cristiano animisti
delle regioni del sud Sudan. “Scoperto dalla compagnia USA Chevron nel 1980, è
stato il petrolio, e non la sharia la vera causa della guerra scatenata
nel maggio 1983. La ribellione del sud inizia nel maggio 1983 e la sharia
è stata proclamata soltanto nel settembre di quell’anno. Lungi dall’essere la
vera causa della guerra, la legge islamica ne è stata la conseguenza, in quanto
il maresciallo-presidente Nemeiry ha tentato di consolidare la sua legittimità
islamica”.
Quando il governo si rese conto che i giacimenti erano tutti al sud – che per
accordi del 1972 aveva un proprio governo autonomo – abrogò gli accordi e creò
una nuova provincia, da qui iniziò la rivolta dei “sudisti”, che poi ha preso
l’aspetto di rivolta autonomista, di neri contro bianchi e di animisti-cristiani
contro musulmani. Nel 1999 il governo sudanese è riuscito a finanziare
l’oleodotto verso il mar Rosso, con capitali della Compagnia Nazionale Cinese
dei Petroli, della Petronas malese e della Talisman canadese (ex BP Canada). La
realizzazione dell’oleodotto è affidata a imprese tedesche e britanniche, la
gestione invece alla Greater Nile Petroleum Corporation (GNPC), e frutta al
netto 500 milioni di dollari l’anno con cui il governo può acquistare armi
(soprattutto dalla Cina) per reprimere la guerriglia sudista. Le prospettive
del conflitto sono ulteriormente complicate dal fatto che all’estremo sud del paese
la TotalFinaElf francese ha ottenuto una concessione petrolifera non ancora
sfruttata a causa dello stato di instabilità della regione.
Una partita aperta è lo sfruttamento
del petrolio nel sud del Ciad, tra Elf-Aquitaine (Francia), Exxon (USA) e Shell
(GB-NL). L’oleodotto che conduce le riserve del sud Ciad alla costa camerunese
(con conseguenze ambientali e politiche anche sul Camerun), è stato inaugurato
nell’ottobre 2003, con fondi della Banca Mondiale.
La geopolitica del petrolio è
destinata a mutare sensibilmente il volto futuro dell’Africa: basti pensare
all’area del Golfo di Guinea, dove a partire dagli anni ’80 sono state date un
numero considerevole di concessioni per la prospezione petrolifera. Se fino ad
allora il mercato era spartito tra Shell (anglo-olandese), Agip (italiana) e Elf
(francese), adesso sono in corsa un totale di 20 società, tra cui Chevron, Texaco,
Totalfina, Norsk Hydra, Statoil, Perenco e Amoco. Immensi giacimenti sono stati
individuati di recente in Angola, Congo (Brazzaville), Guinea Equatoriale e
Nigeria. Per ragioni legate al controllo del petrolio di quest’area, gli Stati
Uniti starebbero progettando l’installazione di un loro comando militare nello
stato di Sao Tomé e Principe, al centro del golfo di Guinea ed esso stesso
produttore di petrolio.
Per completare il quadro delle
“interferenze” nei conflitti africani, va ricordato, accanto a quello delle grandi
potenze esterne al continente, anche il ruolo che giocano le potenze regionali anche,
ma non solo, africane.
Il Marocco non solo tenta
un’egemonia su un’area sahariana che arriva ai confini del Senegal, ma
interviene anche in situazioni molto più lontane (ad esempio organizza fino al
1993 la guardia presidenziale della Guinea Equatoriale, a difesa della
dittatura locale) e intensifica da anni la sua politica di cooperazione (con
doppi fini politici) in Mali e Senegal.
La Libia, il cui ruolo si delinea
secondo le varie fasi in cui il colonnello Gheddafi ha cercato di rendere il
proprio paese di volta in volta campione dell’unità africana (è il principale
finanziatore dell’OUA e ha lanciato la sua trasformazione in Unione Africana,
sancita nel luglio 2002), artefice dell’unità degli arabi (ad esempio con
l’UMA), fomentatore dell’estremismo islamico su scala mondiale, forza di
intervento diplomatico e militare nelle crisi del continente (ad esempio quella
liberiana o quella della Repubblica Democratica del Congo). Nel 2000, per
rafforzare il proprio ruolo, la Libia ha annullato gran parte del debito dei
paesi subsahariani nei suoi confronti.
Nei paesi della fascia saheliana,
quelli dove il conflitto prende a volte l’aspetto di scontro di religioni, si
osserva un crescente attivismo dell’Arabia Saudita e dell’Iran, soprattutto
attraverso la cooperazione culturale: formazione di intellettuali, di
predicatori, costruzione di moschee, scuole craniche, opere di carità e
fondazioni.
La Nigeria da anni cerca un ruolo di
potenza in Africa occidentale, che a spinge a porsi come mediatore, non sempre
disinteressato, nei conflitti dell’area.
Il Sudafrica, che negli anni
dell’apartheid difendeva il proprio regime e il dominio economico dell’Africa
centrale e australe con una politica di intervento attivo in molti paesi della
regione (sostegno ai regimi come quello di Mobutu in Zaire o alle opposizioni
reazionarie come l’UNITA in Angola e la Renamo in Mozambico), negli anni più
recenti del regime democratico si è ritagliato un ruolo di mediatore in molti
importanti conflitti, a cominciare da quello dei grandi laghi. Dal punto di vista
economico, paesi quali lo Swaziland, il Lesotho e il Mozambico sono non da oggi
assimilabili a province del Sudafrica stesso: sudafricani sono la maggior parte
degli investimenti nel turismo, nei minerali, nei trasporti, nell’elettricità,
nelle banche, e sudafricana è la maggior quota dell’interscambio commerciale.
In tali condizioni è evidente che il paese abbia tutto l’interesse a
comportarsi da padrino politico dell’intera Africa australe e centrale.
Si può notare inoltre una tendenza
delle potenze maggiori, extraafricane, a delegare l’intervento diretto nei
conflitti alle potenze locali, quando non addirittura a forze private di
sicurezza o al proliferare dei mercenari, purché le una e le altre agiscano nel
senso del mantenimento degli interessi maggiori della potenza.
Così alcune crisi si svolgono nella apparente
indifferenza internazionale (Sudan, nord dell’Uganda, Tuareg), e altre vengono
delegate a forze di interposizione locali (l’Ecomog citata a proposito della
Liberia gode di ben 300 consiglieri statunitensi). In generale si parla di
affidare in questo senso l’Africa agli africani: nel 1997 gli Stati Uniti, la
Francia e la Gran Bretagna si sono accordati per un programma di rafforzamento
delle competenze militari dei paesi dell’Africa subsahariana, con l’obiettivo
della creazione di una forza interafricana di peace-keeping.
Una conclusione
Il “Rapporto sulle cause dei
conflitti e per la promozione di una pace e di uno sviluppo durevoli in Africa”
presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel 1998 stilava la seguente
classifica delle determinanti dei conflitti:
-
il ruolo dei
mercanti d’armi
-
gli interessi
stranieri
-
il ruolo di
governi che fomentano conflitti presso i paesi vicini
-
il monopolio del
potere
-
le questioni di
definizioni delle frontiere, specie quando esse separano comunità un tempo
unite
-
le questioni
legate alla ricerca di accessi al mare, al petrolio, alle miniere
-
gli eccessi di
bilanci militari
-
il ruolo degli
ex combattenti
-
sullo sfondo di
molti conflitti, la riduzione delle entrate derivante dal calo dei prezzi delle
materia prime.
A ognuno adesso di valutare questa
lista alla luce delle cose dette fin qui. Ma è interessante notare che non vi
compaiono affatto le questioni etniche, religiose e culturali, né ipotetiche
rivalità storiche tra popolazioni.
Anche con il supporto di questa
constatazione si può trarre una conclusione riassuntiva di quanto qui
sommariamente argomentato. Le attuali guerre in Africa assumono spesso
l’aspetto di crisi interne ai paesi, che ruotano interno alla questione del
potere. Esse sono interpretabili a tre livelli: quello dello scontro per il
controllo del potere; quello del controllo dell’economia di sfruttamento delle
risorse, spesso di tipo illegale anche se praticato dai governi, e dei traffici
d’armi; quello degli interessi strategici delle potenze nel quadro dell’economia
globalizzata. L’unico modo per precludersi ogni spiegazione è invece continuare
a indulgere nell’immagine di un continente abbandonato a se stesso e in preda a
secolari scontri tribali: una spiegazione che fa solo l’interesse di chi vuole
nascondere gli interessi in gioco e allontanare le soluzioni dei conflitti.