Il cattolicesimo reale. Una religione
anacronistica e immorale
La Chiesa cattolica (come,
in altri contesti, l’islam e l’ebraismo) sta cercando di sfruttare la crisi
delle ideologie politiche e delle “speranze mondane”, ancora vive fino agli
ultimi anni Settanta, per candidarsi a religione civile, i cui precetti
pretendono di valere come linee-guida per tutta la società.
Di fronte a tale pretesa,
incoraggiata in Italia per differenti motivi da quasi tutte le forze politiche
e istituzionali, è debole e insufficiente una semplice œ, condotta in nome
della laicità dello stato e del rispetto per le diverse idee, perché lascia
spazio alla convinzione – particolarmente pericolosa in tempo di crisi di
valori - che la Chiesa, pur eccepibile sul piano del metodo e poco riguardosa
verso quelle che sono peraltro ritenute minoranze esigue e un po’ bizzarre, sia
tuttavia portatrice, e pressoché unica, di alte idealità salvifiche necessarie
al bene comune.
Occorre invece raccogliere
la sfida e mostrare, entrando nel merito, che la Chiesa cattolica non ha alcun
titolo per rivendicare un ruolo di guida morale della società in quanto non
solo la sua storia (segnata da guerre sante, persecuzioni, repressione, per
almeno sedici-diciassette su venti secoli di vita) ma la sua dottrina, sono la
negazione di fondamentali valori morali e dei più elementari diritti alla vita,
alla libertà, all’autodeterminazione, alla giustizia, all’eguaglianza, alla
felicità.
Questa è appunto la ragione,
non astrattamente teologico-filosofica ma concretamente politica, che mi ha
spinto a scrivere Il cattolicesimo reale. Esso intende mostrare nel modo più
persuasivo - ossia affidando l’esposizione della religione cattolica, ai suoi
stessi rappresentanti, ai dottori della Chiesa, ai papi e ai concili - come
quello che solitamente intendiamo per “valori morali”, cioè le idee di
eguaglianza, giustizia, amore identificate dalla tradizione, a ragione o a
torto, con gli insegnamenti di Cristo (dei quali il libro non si occupa), siano
negate in radice non tanto dai comportamenti pratici dei cattolici, ma dagli
insegnamenti e dalla dottrina della Chiesa di Roma.
L’INGIUSTIZIA ORIGINARIA
È questa dottrina, non le
discutibili o incoerenti applicazioni che ne fanno i suoi fedeli, a essere
insanabilmente immorale a partire da uno dei suoi miti fondativi, il dogma del
peccato originale (v. Appendice. II. Felix culpa) sulla cui centralità insiste
giustamente, dal suo punto di vista, Ratzinger (“se non si capisce più che l’uomo
è in uno stato di alienazione non solo economica e sociale [dunque un’alienazione
non risolvibile con i suoi soli sforzi], non si capisce più la necessità del
Cristo redentore. Tutta la struttura della fede è così minacciata.”, “Rapporto
sulla fede”, 1985).
In base al dogma del peccato
originale, infatti, tutti gli uomini e le donne sono, fin dal loro
concepimento, “massa dannata”, condannati a soffrire in questa “valle di
lacrime”, a guadagnarsi il pane con il “sudore della fronte”, a partorire con
dolore, a invecchiare e morire; sono inoltre corrotti, quindi preda della
concupiscenza, della violenza, delle disuguaglianze sociali e di genere; sono
infine meritevoli della “morte eterna”. Tutto questo per una colpa che nessuno
di loro ha mai commesso ma che tutti hanno “ereditato” in quanto “peccato dei
progenitori” (Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 1988).
Tale dottrina ci insegna
inoltre che se alle sofferenze di questa vita e alla corruzione della nostra
natura non possiamo sfuggire, possiamo almeno scampare alla morte eterna, ma
grazie al sacrificio del Figlio di Dio, morto per noi sulla croce e che rende
partecipi della vita eterna solo quanti entrano attraverso il battesimo nella
Chiesa, al di fuori della quale non c’è salvezza.
Il “sacrificio” del Figlio
di Dio e la salvezza che egli ci ha “donato” sono la prova, secondo la Chiesa,
dello sconfinato amore di Dio per l’umanità. In realtà si tratta di un’indegna
sceneggiata poiché tale “atto d’amore” di Dio si è reso necessario per
rimediare a una precedente ingiustizia, senza attenuanti, commessa da lui
stesso quando ha caricato persone innocenti di un peccato mai commesso,
condannandole a espiarlo con una vita di sofferenze e con la morte eterna.
Proprio in virtù di tale
ingiustizia originaria Dio e, di riflesso, la Chiesa possono ricattare l’umanità
“peccatrice” e elargire ad essa la “salvezza” come una “grazia” cui non avrebbe
diritto, pretendendo in cambio ossequio, riconoscenza, obbedienza. E’ questa
immagine falsa, umiliante di un’umanità debole e corrotta che la Chiesa cerca
di accreditare per costringerla a vivere nel terrore della “condanna eterna”,
costantemente genuflessa stabilendo cos’ con essa, ipocritamente ammantato di “amore
materno”, un rapporto di dominio. Se infatti, come ha detto Ratzinger, l’umanità
- a causa del peccato originale - non fosse impossibilitata a risollevarsi con
i propri mezzi, “non si capirebbe più la necessità del Cristo redentore” (e
quindi di una Chiesa e di Ratzinger stesso...).
È in coerenza con questa
dottrina che la Chiesa educa anche praticamente gli uomini e le donne a una
vita senza goia, cerca di farne creature obbedienti e sottomesse a Dio e alla
Chiesa come ai potenti, sospese fra il timore dell’inferno e la speranza di una
salvezza raggiungibile soltanto con la repressione di ogni desiderio. Per
meglio capire l’immoralità di una simile educazione e i guasti che produce
consiglio di leggere l’efficace autobiografia (purtroppo sfuggitami durante la
stesura del libro e quindi non entrata fra i testi utilizzati e citati in
bibliografia) di Antonio de Angelis, Un prete sposato. La testimonianza di una
sofferta ribellione (Frontiera Editore, Milano 2003) e in particolare il
racconto degli anni passati in seminario o il testo della preghiera di don
Bosco per la preparazione della buona morte, che in quegli stessi anni gli
veniva imposto di leggere (pp. 25-26).
I CRIMINI DI DIO...
La dottrina del peccato
originale si riverbera sull’immagine stessa di Dio, che ci appare dispotico e
ingiusto, in contraddizione con l’idea che se ne ha solitamente, e che i
cattolici stessi ne hanno, come l’Essere infinitamente sapiente, buono,
amorevole, giusto.
D’altra parte, dispotismi,
ingiustizia e altre caratteristiche sgradevoli e decisamente sconvenienti per
un Dio - la gelosia, il sentimento di vendetta, il rancore e l’odio verso i
nemici, la pretesa di
una servile obbedienza, il
costante ricorso al ricatto per imporre fedeltà e riconoscenza - traspaiono da
tutta la Bibbia, almeno per come viene letta dalla Chiesa, non quale opera
letteraria, espressione - al pari di altre grandi “narrazioni” fantastiche -
della cultura, delle tradizioni, dell’immaginario e delle contraddizioni di un
dato popolo in una certa epoca della sua storia, ma come vera in senso
assoluto, anche nelle sue parti storiche e non solo in quelle relative alla
fede e alla morale, perché ispirata da Dio che non può sbagliare (v. Appendice.
III: Infallibile?).
In questo senso si sono
pronunciati i papi, condannando ogni lettura allegorica o simbolica o ogni
perplessità avanzata anche da studiosi cattolici. Benedetto XV definì “discordi
dalla dottrina della Chiesa… quelli che ritengono che le parti storiche delle
Scritture si appoggiano non sulla verità ‘assoluta’ dei fatti, ma soltanto
sulla loro ‘verità relativa’” (Spiritus Paraclitus, 1920). Pio XII affermò che
l’assoluta veridicità della Bibbia è una “solenne definizione della dottrina
cattolica” enunciata dal Concilio Vaticano, rifiutando le posizioni di quegli
studiosi cattolici che vorrebbero “restringere la verità della Sacra Scrittura
alle sole cose riguardanti la fede e i costumi” (Divino afflante spiritus,
1943).
Eppure, basterebbero tali
parti per mettere in dubbio la moralità della Bibbia e della religione che vi
si richiama, solo che si considerino, in un libro che si pretende “parola di
Dio”: l’ordine reiterato, dato da Dio stesso, di mettere a morte chi adora un
Dio diverso, bestemmia o non segue i suoi precetti in materia sessuale; il
carattere in molti casi apertamente aberrante di tali precetti; la
giustificazione continua della schiavitù, delle diseguaglianze sociali e di
genere, delle guerre di conquista (v. Appendice. I. Deus caritas est).
Se poi consideriamo nel
dettaglio le imprese fatte o fatte fare dal Dio biblico (ibidem), vediamo che egli si esonera dal comandamento “non
uccidere” da lui imposto all’umanità, compiendo immani stragi (diluvio
universale, Sodoma e Gomorra), in cui muoiono indiscriminatamente peccatori e
bambini innocenti. Dio, inoltre, esonera dallo stesso precetto anche gli
uomini, quando gli aggrada: comanda ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco
per “metterlo alla prova”, ordina ai re israeliti di ridurre in servitù interi
popoli; fa passare a fil di spada ogni essere che respiri e stuprare vergini;
approva l’uccisione di 450 sacerdoti di un Dio concorrente ecc.).
“ Quando ti avvicinerai a
una città per attaccarla”, si legge ad esempio nel Deuteronomio (20, 10-17),.”le
offrirai prima la pace. Se accetta la pace e ti apre le sue porte, tutto il
popolo che vi si troverà ti sarà tributario e ti servirà. Ma se non vuol far
pace con te e vorrà la guerra, allora l’assedierai. Quando il Signore tuo Dio l’avrà
data nelle tue mani, ne colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i
bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li
prenderai come tua preda… Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore
tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li
voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti,
gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare”.
Ancora nel Catechismo romano
del 1566 la Chiesa esprime apprezzamento per queste divine
mattanze e dichiara lecite
le uccisioni “volute da Dio” spiegando che “I figli di Levi non peccarono
quando in un solo giorno uccisero migliaia di uomini”. In conclusione la
religione cattolica ci propone come modello da adorare un Dio che si considera
al di sopra della legge da lui stesso stabilita, come è tipico dei despoti, e
che pratica e incita a praticare, discrezionalmente, l’omicidio, la rapina, la
riduzione in schiavitù, lo stupro delle prigioniere, trattate come bottino di
guerra. E’ appena il caso di ricordare, di sfuggita, che lo stesso Dio è anche,
e prima ancora, il Dio degli ebrei e che su questa edificante figura è
ricalcato, nel Corano, Allah, il Dio del musulmani.
A contraddire l’infinito
amore di Dio verso le sue creature si aggiungono poi le “pene eterne”, che sono
minacciate da Gesù nel Vangelo. “Se la tua mano o il tuo piede ti fanno cadere
in peccato, tagliali e gettali via da te; meglio è per te entrare nella vita
monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco
eterno” (Mt, 18, 8); “Allora dirà anche a quelli della sua sinistra: ‘Andate
via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi
angeli!’” (Mt, 25, 41) E la pena del fuoco è un motivo ricorrente in Paolo: “È
proprio della giustizia di Dio rendere afflizione a quelli che vi affliggono e
a voi, che ora siete afflitti, sollievo insieme a noi, quando si manifesterà il
Signore Gesù dal cielo con gli angeli della sua potenza in fuoco ardente, a far
vendetta di quanti non conoscono Dio e non obbediscono al vangelo del Signore
nostro Gesù. Costoro saranno castigati con una rovina eterna” (Paolo, Seconda
lettera ai tessalonicesi).
Infliggendo atroci tormenti
senza fine a creature finite, e per di più con una natura debole, corrotta e
incline al peccato non per colpa loro ma per volere di Dio (come si è visto
prima, parlando del peccato originale), il Nuovo Testamento finisce per
superare il Vecchio in ingiustizia e ferocia.
... E QUELLI DELLA SUA CHIESA
Nel rapporto con l’umanità,
la Chiesa riproduce lo stesso rapporto intollerante e dispotico, ingiusto e
immorale, che ha il Dio biblico con le sue creature. Nella sua storia si è
richiamata anzi spesso a tale modello per giustificare la tortura o la messa a
morte degli idolatri e degli eretici o la distruzione dei loro templi. “Abbattete,
abbattete senza indugio, santissimi imperatori, gli ornamenti dei templi”,
scriveva già il convertito Firmico Materno nel 347, poco dopo l’editto che
aveva concesso libertà di culto ai cristiani, “la legge del Dio supremo
prescrive alla vostra severità di perseguire in tutti i modi il delitto di
idolatria. Nel Deteronomio è stabilita questa legge: ‘Se il tuo fratello, o il
tuo figlio, o la tua moglie…ti vuol persuadere dicendoti…: Andiamo e serviamo
altri dei….Denuncialo subito ed alza per primo la mano contro di lui per
ucciderlo’”.
Tale passo biblico fu
ripreso dai cattolici anche a distanza di secoli. Cesare Carena, ad esempio,
nel suo Trattato sull’ufficio della santissima Inquisizione del 1642, scrive: “C’è
concordia da parte di tutti riguardo al fatto che gli eretici non devono essere
nascosti, bensì denunciati… C’è un luogo meraviglioso della Sacra Scrittura, in
cui si dice: ‘Se tuo fratello o tuo figlio o tua moglie vorrà sedurti dicendoti:
andiamo e serviamo altri dei... uccidilo subito’… Da questo passo si comprende
che un tale deve essere denunciato, affinché venga poi ucciso”.
Già all’inizio del V secolo
Agostino si richiamava ad esempi del Nuovo Testamento (“l’Apostolo non per crudeltà,
ma per amore, consegnò un uomo a Satana per la morte della sua carne, affinché
lo spirito fosse salvo nel giorno del Signore Gesù”) con argomenti ripresi
secoli dopo da teologi e inquisitori per giustificare come “atto d’amore” la
messa a morte degli eretici, perché risparmiava loro di continuare a peccare:
per gli eretici pertinaci, scrive Clemente Dolera nel XVI secolo, “il mandarli
a morte era considerato un favore perché si toglieva loro la possibilità di
continuare ad abusare della grazia, aumentando le proprie responsabilità
davanti a Dio”.
Gli stessi pontefici
traevano giustificazione dal modello veterotestamentario per esortare a
uccidere gli eretici. Gregorio IX nel 1233 incitava il re di Germania all’omicidio
chiedendogli retoricamente: “Dov’è lo zelo di un Mosè, che in un giorno solo
annientò ventitremila idolatri?... Dov’è lo zelo di un Elia, che uccise con la
spada i quattrocentocinquanta profeti di Baal?” Talvolta, a sostegno della
inquisizione, si citavano anche le metafore evangeliche sulla necessità di
bruciare l’albero che non dà frutti, intendendole alla lettera.
Naturalmente alla Chiesa
bastava, anche senza il supporto dei testi biblici, la certezza nel proprio
infallibile potere di “legare e sciogliere”, per sentenziare la morte di
chiunque fosse in contrasto con le sue opinioni e il ricorso alla tortura per
costringerlo a “confessare”. Si tratta di un uso introdotto già da Innocenzo IV
nel XIII secolo, codificato dai grandi inquisitori, compresi i due autori del
Malleus Maleficarum, incaricati da Innocenzo VIII di inquisire le streghe, e
ancora in uso nel Seicento. Antonio Diana, nel trattato Resolutionum moralium,
scrive appunto: “Poiché l’eresia è difficile da dimostrare, il giudice dell’inquisizione
deve essere incline all’uso della tortura”.
Per molti secoli papi e
concili non solo legittimarono persecuzioni, torture ed esecuzioni capitali di
eretici e streghe o incoraggiarono la delazione, presentata come un
comportamento virtuoso che dava diritto a delle indulgenze (v. III. La
religione dell’amore e della vita. I., II.), ma diressero questa forte carica
di intolleranza e di violenza anche contro gli ebrei, definiti “nazione deicida”
(v. II. III.), o contro gli omosessuali (v. III. IV.), verso cui si arrivò a
forme di vero e proprio razzismo, reiterate oggi da Ratzinger invitando a
discriminarli “nella collocazione di bambini in adozione o affido, nell’assunzione
di insegnanti o allenatori sportivi, nel servizio militare” (Appendice alla
Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1993) o escludendo dal
sacerdozio chi abbia anche solo “tendenze” omosessuali.
La Chiesa ha giustificato
fino al Catechismo del 1992 (e ancora oggi non esclude in via di principio) la
pena di morte, in vigore nello Stato pontificio fino al 1969, anche se di fatto
non applicata dopo la caduta del potere temporale (v. III. VI.), e ha
legittimato la guerra (v. III. V.), almeno dall’inizio del IV alla fine del XX
secolo. Anche a questo proposito i papi, per rafforzare le loro dottrine
ricorsero spesso ad esempi tratti dalla Bibbia prendendo a modello le guerre
ordinate a Mosè da Dio che, essendo giusto, come dice Agostino, non può fare
niente di sbagliato. Da Agostino la Chiesa ereditò la dottrina della guerra “giusta”,
sostenuta fino ai giorni nostri e il cui prototipo fu la guerra “santa” contro
gli infedeli bandita per la prima volta da Urbano II con il celebre motto “Dio
lo vuole” (1095); poi contro infedeli ed eretici da Innocenzo III, Gregorio IX,
Pio V e molti altri (v. anche Appendice. V. Santi Padri), tutti persuasi che l’uccisione
di un infedele non è un omicidio ma, come ebbe a dire Bernardo da Chiaravalle,
un “malicidio” e comunque, come spiegava Tommaso d’Aquino per gli eretici, un ”atto
dovuto”.
Come guerra santa i papi
benedissero anche l’insurrezione franchista contro il legittimo governo
spagnolo nel 1936 (Pio XI) e la vittoria del 1 aprile 1939 (Pio XII). Come
guerra giusta si intese la “conquista” del Nuovo Mondo, che ben due papi,
Niccolò V (Romanus Pontifex, 1454) e Alessandro VI (Inter coetera, 1493), in
quanto padroni per conto di Dio dell’orbe terraqueo, “donarono” ai sovrani
cattolici, insieme a chi vi abitava. Tutto questo con lo scopo dichiarato, e
ancora oggi lodato da Giovanni Paolo II, non già di colonizzare ma di “evangelizzare”
quelle terre (“Il seme della fede cristiana fu portato nel Cile dalla
spedizione di Magellano… È emozionante leggere i racconti e le testimonianze di
quelle eroiche gesta. In esse - al di là delle umane debolezze e del
comprensibile desiderio di conquista - prevalse certamente ed in modo
ammirevole la volontà di trasmettere al Nuovo Mondo la buona novella del
messaggio cristiano”, Giovanni Paolo II, Cile 1987). E concetti analoghi ripeté
Benedetto XVI, in occasione del suo viaggio in Brasile del 2008, suscitando
proteste e sdegno fra i cattolici latino-americani.
È sbalorditivo, a fronte di
tutto questo, sentir dire dal giornalista ex-musulmano Magdi Allam, battezzato
dal papa con grande battage pubblicitario nella Pasqua 2008, che lui si sarebbe
convertito al cattolicesimo per liberarsi da una predicazione (quella islamica)
“dove l’odio e l’intolleranza nei confronti del ‘diverso’... primeggiano sull’amore”
e per “aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà”
definita nella stessa circostanza dal leghista Calderoli “religione dell’amore”.
In realtà se davvero la religione cattolica fosse questo, i leghisti razzisti e
xenofobi la avrebbero abbandonata da un pezzo e il vicedirettore del “Corriere”,
fautore della guerra in Iraq e delle torture di Guantanamo, non l’avrebbe
abbracciata mai.
INFALLIBILE?
Si dirà che alcune di queste
posizioni sono state oggi abbandonate dalla Chiesa e che anzi Giovanni Paolo II
ha chiesto perdono, nel 2000, per le colpe di cui si sono resi responsabili in
passato molti “figli” della Chiesa. Ma in realtà Giovanni Paolo II ha chiesto
perdono per colpe ed errori commessi da cristiani in contrasto, a suo dire, con
la fede professata dalla Chiesa e non per aver essa stessa insegnato, come
invece è stato, dottrine false e immorali. “Contrariamente all’apparenza
spettacolare di una Chiesa che chiede perdono”, scrive Stefano Levi Della Torre
nel saggio Errare e perseverare. Ambiguità di un Giubileo (Donzelli, Roma
2000), “la ‘Chiesa in quanto tale’ non sta confessando i suoi peccati;
viceversa sta celebrando la sua indefettibile santità, di cui un elemento è
proprio di assumere su di sé, innocente, i peccati non suoi, ma dei suoi figli”
(pp. 66-67).
Né potrebbe essere
diversamente poiché se il papa e la Chiesa confessassero di essersi sbagliati,
e quindi di poter sbagliare, non potrebbero più definirsi infallibili cioè,
come disse Leone XIII, “sicuro interprete della parola di Dio” e “guida sicura
all’uomo nell’agire”.
Di qui l’ipocrisia della
Chiesa che anche quando, come nel documento Noi ricordiamo (1998), condanna l’antisemitismo,
deve negare di averlo promosso e sostenuto per molti secoli proprio in quanto
Chiesa, di averne fatta una sua dottrina. Scrive Giovanni Paolo II [corsivo
mio]: ”Nel mondo cristiano - non dico da parte della Chiesa in quanto tale -
interpretazioni erronee e ingiuste del Nuovo Testamento riguardanti il popolo
ebreo e la sua presunta colpevolezza sono circolate per troppo tempo, generando
sentimenti di ostilità nei confronti di questo popolo.”
Così, quando Benedetto XVI
afferma, in polemica col fondamentalismo islamico, che Dio chiederà severamente
conto a chi commette violenza in suo nome, finge di ignorare che al riguardo la
Chiesa ha sostenuto per secoli il contrario, anche canonizzando e continuando a
venerare come santi Urbano II, Pio e altri mandanti o esecutori di omicidi e
stragi, o concedendo indulgenze e assicurando la salvezza eterna a chi avesse
partecipato alle Crociate o avesse denunciato e mandato a morte gli eretici. “Amico
di Dio”, scriveva ancora nel 1605 il Santo Ufficio, “è chi uccide i nemici di
Dio”.
Altro esempio: il Catechismo
del 1992 nell’abbandonare il passato sostegno alla pena di morte, la giustifica
per quanto riguarda i tempi passati affermando che gli stati possono
rinunciarvi solo oggi avendo solo oggi (?!) i mezzi “efficaci” per reprimere il
crimine senza ricorrere ad essa.
Un altro esempio: la Chiesa
condannò nel 1623 la dottrina eliocentrica di Galilei, non comprendendo (si
spiega) che l’affermazione biblica “fermati sole” era un modo di dire popolare,
da non prendere alla lettera. Anche sorvolando sul fatto che ancora nel
Novecento Pio XII insiste sul fatto che quanto dice la Bibbia va preso per
vero, anche in campo storico e scientifico, si evita soprattutto di dire che a
sbagliare fu comunque un papa, in un documento solenne del Santo Ufficio da lui
approvato e attinente la fede, cioè materia nella quale per divino mandato
dovrebbe essere infallibile. Infatti il testo del 1623, controfirmato dal papa,
condannava Galilei [corsivo mio] per “aver creduta e sostenuta la falsa
dottrina, e contraria alle Sacre Scritture, esser il sole nel centro del mondo
e non muoversi da oriente a occidente, ma bensì la terra non esser al centro
del mondo e aggirarsi intorno al medesimo”. Urbano VIII cioè giudicò “contraria
alle Sacre Scritture” e in ogni caso “falsa” una dottrina che oggi ci si dice
non essere contraria alle Scritture e comunque “vera”. Come si può sostenere
che il papa non ha sbagliato, traendo in inganno per secoli i fedeli che era
invece sua missione guidare sulla via della verità, in quanto “sicuro
interprete” di Dio?
Tanto meno, come si è già
detto, la Chiesa condanna, o cerca di “leggere” in chiave simbolica omicidi,
eccidi, stragi, stupri, rapine che Dio, secondo la Bibbia, fece o commissionò a
Israele...
In conclusione la Chiesa,
per non riconoscersi “umana” e quindi fallibile, deve tener fermo tutto quanto
ha insegnato per secoli, ma al tempo stesso, per non perdere ogni credibilità
davanti ai fedeli del XXI secolo, deve smentirlo, negando che la terra sia
centro del mondo e la tortura sia un bene, che il meglio per gli eretici siano
i roghi e che le crociate siano il top. È una posizione bugiarda che fa dell’ipocrisia
un tratto immanente al cattolicesimo, togliendo alla Chiesa ogni autorità
morale e ogni titolo per porsi come guida della società, anche se non la priva
di vantaggi, consentendole, quando le sembri utile, vie di fuga e ritorni al
passato (v. Appendice. III.).
IL SOLE E LA LUNA
La tendenza a riprodurre nel
rapporto con le realtà temporali la posizione di predominio di Dio con l’umanità,
è particolarmente evidente nell’atteggiamento della Chiesa verso lo stato. Già
per Crisostomo “il clero è più altolocato del re”. Nel Medioevo era comune
paragonare la Chiesa all’anima e al sole, l’impero al corpo e alla luna e in età
moderna, quando entrò in crisi la teocrazia medioevale, anche per effetto della
Riforma e della fine dell’unità religiosa in Europa, la Chiesa tese a
riprodurre il proprio predominio all’interno dei singoli stati cattolici,
mediante l’alleanza dell’altare con il trono, cui la Chiesa garantiva pieno
sostegno in cambio della confessionalità dello stato oltre che di cospicui
privilegi per il clero.
La Chiesa fu quindi nemica
mortale della democrazia, ossia di regimi che, togliendo il potere ai sovrani,
indebolivano anche quello del clero loro alleato (v. I. La religione dell’eguaglianza.
IV.). La democrazia e le conseguenti libertà di opinione, di coscienza, di
stampa, di insegnamento e tutti i diritti civili (ivi compresa la possibilità
di “sciogliere” il matrimonio) furono condannate dai papi con formule
inequivocabili, ancora in età moderna (v. III. La religione dell’amore e della
vita. VII).
“Delirio” fu definita la libertà
di coscienza da Gregorio XVI (Mirari vos, 1832) e Pio IX (Sillabo, 1864); Leone
XIII rivendicò ancora a fine Ottocento lo stato confessionale (“La natura e la
ragione,
che comandano ad ogni
singolo individuo di tributare a Dio pii e devoti atti d’ossequio…impongono la
stessa legge alla società civile. … le società non possono, senza sacrilegio,
condursi come se Dio non esistesse, o ignorare la religione ...o accoglierne
indifferentemente una a piacere tra le molte; ma al contrario devono, nell’onorare
Dio, adottare quella forma e quei riti coi quali Dio stesso dimostrò di voler
essere onorato”). Le stesse posizioni assunsero i suoi successori nel
Novecento. Pio XI affermava: “La peste della età nostra è il così detto
laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi…
Infatti si cominciò a negare
l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto - che
scaturisce dal diritto di Gesù Cristo - di ammaestrare, cioè, le genti, di far
leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco
la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e
indecorosamente abbassata al livello di queste” (Quas primas, 1925). E, dopo la
firma del Concordato del 1929, Pio XI ribadiva in una lettera al segretario di
stato, contro interpretazioni a suo dire troppo “liberali” verso le altre
religioni: “Anche meno ammissibile ci sembra che si sia inteso assicurare
assoluta libertà di coscienza. Se si vuol dire che la coscienza sfugge ai
poteri dello Stato...che, in fatto di coscienza, competente è la Chiesa ed essa
sola… viene con ciò stesso riconosciuto che in Stato cattolico, libertà di
coscienza e di discussione, devono intendersi e praticarsi secondo la dottrina
e la legge cattolica” e nel 1938 sosteneva con tracotanza che “l’uomo
appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, dato che l’uomo è la
creatura del buon Dio… E il rappresentante delle idee, dei pensieri e dei
diritti di Dio non è che la Chiesa.” (v. I. V.). Tali concetti riaffermava
ancora nel secondo dopoguerra, in un Discorso agli amministratori civili
cattolici, Pio XII: “A Dio appartengono gli uomini e le cose, le strutture e le
istituzioni, i continenti e le nazioni; di Dio sono, quindi, le province e i
comuni, e anch’essi, come tali, devono dargli gloria, devono rendergli il
dovuto onore”.
Oggi, queste posizioni sono
state formalmente abbandonate, ma senza alcuna autocritica e negando come al
solito che la Chiesa – sbagliando- le abbia sostenute in passato.
Esemplare il Discorso di auguri natalizi alla Curia di Benedetto XVI del 2005
in cui si afferma che la Chiesa non condannò mai la libertà di coscienza
(quella che per Pio IX era “delirio”...) ma solo in quanto intesa “come
espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità” e “canonizzazione
del relativismo”, mentre l’avrebbe approvata “come una necessità derivante
dalla convivenza umana” (!). Siamo, come si vede, alla bugia pura e semplice. I
liberali dell’Ottocento, infatti, non intendevano certo la libertà di coscienza
e di culto “come espressione dell’incapacità dell’uomo di trovare la verità”
bensì come un diritto, da garantire a ognuno, di professare la verità in cui
credeva. Essi volevano cioè, sic et simpliciter, quella libertà di coscienza e
di culto che Pio IX, sic et simpliciter, negava come avevano fatto i suoi
predecessori e come è da temere farebbe anche Benedetto XVI se appena le
circostanze glielo consentissero…
Su questo tema, infatti, a
differenza che per la teoria copernicana o per altre dottrine, la Chiesa ha sì
formalmente abbandonato l’idea di uno stato confessionale, subordinato alla
morale cattolica, ma di fatto lo sta riproponendo, travestito da “sana” laicità,
quando afferma che l’etica cattolica coincide con il “diritto naturale” e va
quindi condivisa da tutti. Così Giovanni Paolo II ha condannato come “non
morale” il riconoscimento delle coppie di fatto omo ed etero da parte del
parlamento europeo e Benedetto XVI ha definito rispondente alla morale naturale
e perciò come qualcosa che lo stato deve adottare, la sua idea di famiglia
monogamica, indissolubile ecc., affermando con impudenza: “Poiché si tratta di
una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni
sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati
nella promozione e nella difesa del bene comune della società”. e ancora “L’insegnamento
della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una
verità evidenziata dalla retta ragione” e più avanti “La verità naturale sul
matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici
della creazione…Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali
contrastano con la legge morale naturale” (v. III. IV. L’omofobia).
La Chiesa continua in
conclusione a proporre la sua morale come morale da imporre ope legis ai
cittadini anche non cattolici o comunque non disposti a far proprie le idee del
papa, compresa la sua strumentale idea del diritto naturale. Un altro cavallo
di troia, attraverso cui la Chiesa cerca di far rientrare dalla finestra il
rifiuto della libertà di coscienza formalmente messo alla porta, è la teoria
della “nuova” laicità elaborata dal patriarca di Venezia Angelo Scola (vedi “Corriere
della Sera”, 17/7/2005). Secondo lui la laicità non consisterebbe più nel
neutrale rispetto da parte dello stato delle differenti concezioni etiche ma
nel far propria quella approvata “dal popolo”. Sarebbe cioè possibile, in modo “democratico”
e “mettendo ai voti”, imporre alle minoranze la morale della maggioranza, salvo
naturalmente invocare la vecchia neutrale laicità nei paesi musulmani, dove i
cattolici sono minoranza (v. I. V.).
La supremazia della Chiesa
sullo stato ha infine il suo corrispettivo nella superiorità, ribadita di
recente da Benedetto XVI, della fede sulla ragione: “Se la ragione –
sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio
che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un
albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno
vita...Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa
...preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali
vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si
frantuma” (Allocuzione alla Sapienza del 17 gennaio 2008).
Col che si torna ai “bei
tempi” della condanna di Galilei, formalmente riabilitato, e di Darwin, la cui
riabilitazione sembra oggi tornare in forse dato il crescente successo
massmediatico del “disegno intelligente”. E questo permette di capire quanto si
diceva nel paragrafo precedente, ossia quanto siano pericolose e inquietanti le
mancate autocritiche, che rappresentano potenziali vie di fuga per restaurare,
quando i tempi e i luoghi tornino propizi, le dottrine più retrive del passato.
GERARCHIE CELESTI E GERARCHIE SOCIALI
La visione rigidamente
gerarchica del rapporto fra uomini e Dio, stato e Chiesa, laici e clero, si
prolunga e riflette in una visione altrettanto gerarchica dei rapporti sociali
e di genere. O, meglio, serve a legittimare e a conservare, come conformi all’ordine
divino, questi ultimi.
Per descriverli Leone XIII,
il papa più “progressista”, ripropone e riformula l’idea biblica secondo cui
gli esseri umani sono come i giorni, ci sono quelli di lavoro e quelli della
festa (Siracide, 33, 7-12). , affermando: “é secondo la ordinazione di Dio che
vi siano principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri... nobili e
plebei”. Nella società, dirà altra volta, si riproduce la gerarchia osservabile
fra gli angeli e gli arcangeli in cielo... (v. I. la religione dell’eguaglianza.
II)
La Chiesa non solo le
diseguaglianze inevitabili ma afferma che sono giuste e volute da Dio. Sono
frutto non di circostanze ma di “natura” e utili all’equilibrio sociale. (“Poiché
la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo
stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado:
e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle
condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio”,
Rerum Novarum). Il modello è sempre quello ricavabile dall’apologo di Menenio
Agrippa. (“lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica
naturalmente dell’altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari
per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla
ragione e alla verità. Invece è verissimo che, come nel corpo umano le varie
membra si accordano insieme e formano quell’armonico temperamento che si chiama
simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra
loro quelle due classi, e ne risultasse l’equilibrio”, Rerum Novarum).
Di più, la Chiesa non solo
praticò ma legittimò fino all’Ottocento la schiavitù, seguendo Paolo (Prima
Lettera a Timoteo 6, 1-2), condannando nel Concilio di Granges (IV sec.) l’emancipazione
degli schiavi, ordinando di fare schiavi i non cristiani (Niccolò V, Romanus
pontifex, 1554, fra gli altri) e difendendo ancora nel Cinquecento il diritto
delle famiglie romane ad avere schiavi, nello stesso momento in cui si vietava
di fare schiavi i nativi americani (Paolo III). Solo con Gregorio XVI, nell’Ottocento,
si arriva a una condanna generale della schiavitù, quando essa era già fuori
legge in tutta Europa (v. I.. I. La schiavitù).
La Chiesa difende ancora
oggi la proprietà privata dei mezzi di produzione, la cui acquisizione ritiene
frutto di parsimonia e abilità (Pio IX, Noscitis et Nobiscum; Leone XIII, Quod
Apostolici muneris) anche in contrasto coi primi padri della Chiesa, da
Crisostomo a Girolamo per cui il ricco o è ingiusto, o è il suo erede... Per
Giovanni Paolo II, nella Centesimus annus, e per il Catechismo del 1992,
attualmente in vigore, “la promozione del bene comune esige il rispetto della
proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio”.
Si riconferma così quanto
ebbe a dire Leone XIII: “la proprietà privata è diritto di natura. Poiché anche
in questo passa gran differenza tra l’uomo e il bruto. … Il gran privilegio
dell’uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto,
è l’intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve
concedere all’uomo qualche cosa di più che il semplice uso dei beni della
terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il
diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si
consumano usandole, ma anche di quelle che l’uso non consuma” (Rerum Novarum).
Resta, cioè, un “diritto di natura”, senza cui l’uomo sarebbe un bruto, quella
proprietà privata dei mezzi di produzione che non può esistere senza che la
maggioranza ne sia priva (e sia quindi come i bruti…).
La disuguaglianza, e in modo
se possibile ancora più radicale, si estende infine ai rapporti di genere:
costante è stata da parte di papi e dottori della Chiesa l’affermazione dell’inferiorità
della donna e del suo dovere di sottomettersi all’uomo (v. I. La religione dell’eguaglianza.
III.), “principe della casa” (Leone XIII). Si va dall’idea medievale della
donna come “uomo malriuscito” (Alberto Magno, Tommaso) nella quale, almeno per
certi aspetti, non c’è l’immagine di Dio (Agostino e Tommaso), alla
affermazione di Pio XI secondo cui “L’ordine dell’amore…richiede da una parte
la superiorità del marito sopra la moglie ed i figli, e dall’altra la pronta
sottomissione e ubbidienza della mogli” (Casti connubii, 1930).
Queste concezioni, che
trovano come al solito la legittimazione ultima nel peccato di Eva e nei testi
del Vecchio Testamento o nelle Lettere di Paolo, sono state messe in
discussione, affermando la pari dignità dell’uomo e della donna, da Giovanni
Paolo II (Mulieris dignitatem, Lettera alle donne). Ma naturalmente senza
alcuna autocritica, semplicemente ignorando duemila anni di pronunciamenti in
contrario e rinnovando poi, in contrasto con la appena scoperta parità, l’antico
divieto del sacerdozio femminile: un divieto che diventa inspiegabile se si
afferma la piena parità uomo-donna e che
il papa, volendolo
confermare, finisce per spiegare in modo assai debole con il fatto che Gesù non
ha ordinato nessuna donna.... L’altra spia di quanto sia strumentale e solo
apparente questa “svolta” della Chiesa cattolica in ordine alla parità della
donna, è la posizione di fronte all’aborto (su cui torneremo) con la riduzione
della madre a passivo “contenitore” del feto.
CASTITA’ SOPRATTUTTO
Infine la sessualità, o
meglio la repressione del piacere sessuale, come parte di quel divieto ad
essere felici, che la Chiesa cattolica fa agli esseri umani come punizione del
peccato originale.
La dottrina sulla sessualità
(v. II.La religione della gioia) occupa nella morale cattolica un posto
centrale ed è quella che ha subito meno modifiche nel tempo, benché siano stati
abbandonati i divieti medioevali a “consumare” nel periodo mestruale o ad
accostarsi ai sacramenti dopo aver avuto rapporti sessuali. Recentemente
Giovanni Paolo II ha anche negato la superiorità del celibato sul matrimonio (“Il
celibato è appunto ‘dono dello Spirito’. Un simile, benché diverso, dono è
contenuto nella vocazione al vero e fedele amore coniugale”, Lettera ai
sacerdoti per il giovedì santo, 1979) fingendo di ignorare che essa era stata
affermata da molti suoi “infallibili” predecessori e dallo stesso Concilio di
Trento (“Se qualcuno dirà ... che non è cosa migliore e più beata rimanere
nella verginità e nel celibato, che unirsi in matrimonio, sia anatema”, Sess.
XXIV).
Nel secondo Novecento si è
cercato infine di riconoscere valore anche al soddisfacimento sessuale dei
coniugi e di aggirare la posizione plurisecolare per cui il rapporto è in sé
sudicio (Innocenzo III) e lecito, all’interno stesso del matrimonio, solo se ha
come fine la procreazione. Ma si è finito per ribadire (anche nel Vaticano II)
che i due obiettivi (piacere e procreazione) non possono essere disgiunti. Si è
quindi reiterato il divieto assoluto del ricorso ai contraccettivi benché, per
andare incontro ai coniugi cattolici, sia stato autorizzato il ricorso ai tempi
naturali in cui la donna è infeconda, come se questo non fosse un modo per
separare il piacere dal fine procreativo del tutto analogo all’uso del “cappuccio
inglese”, fuorché nell’ipocrisia.
Il divieto di godere
liberamente della propria sessualità, quando ciò non comporti violenza ad
altri, cioè l’obbligo di avere rapporti solo fra persone di sesso diverso, all’interno
di un matrimonio monogamico e con lo scopo di procreare, è sprovvisto di ogni
motivazione razionale. Il motivo è in effetti la necessità, per la Chiesa, di
rafforzare nei fedeli l’idea della vita come “valle di lacrime”, inibendo il più
possibile il piacere e facendolo loro vivere come debolezza e come colpa. Ciò
ha l’effetto complementare di rafforzare, mediante il controllo sulla sessualità,
che è una delle più forti pulsioni umane, il potere già assicurato alla Chiesa
dal suo ruolo di dispensatrice della grazia e della salvezza. Allo stesso
scopo, cioè al rafforzamento del potere ecclesiastico, concorre anche il
celibato, ossia la presentazione di quanti esercitano il sacerdozio come esseri
“angelicati”.
Tale morale si è tradotta in
un’educazione repressiva che ha guastato per secoli uomini e donne con
macerazioni, lotte contro il piacere della carne e cupi sensi di colpa,
favorendo il diffondersi sia del disprezzo verso la donna, immagine del demonio
tentatore, sia di perversioni e pedofilia nei conventi o in mezzo a un clero
costretto a conservarsi, o almeno a fingersi, casto. Una testimonianza di
questa educazione e di alcuni suoi effetti può leggersi, anche in questo caso,
nel già citato Un prete sposato.
Un altro effetto di questa
concezione morbosa e distorta della sessualità è stata la guerra senza
quartiere alla contraccezione, messa sullo stesso piano dell’aborto e
condannata come “omicidio” almeno fino al Vaticano II, mentre è a tutti
evidente che se alla Chiesa fosse stato e stesse davvero a cuore ridurre il
numero degli aborti, avrebbe appoggiato una seria campagna informativa sui
contraccettivi e incoraggiato il loro uso. Gli ostacoli a tale campagna e i
veti frapposti all’uso dei contraccettivi hanno viceversa favorito, soprattutto
in passato, moltissime gravidanze dannose per la salute o mortali per centinaia
di migliaia di donne e favorisce oggi, specie nel Terzo mondo, il diffondersi
dell’Aids, che miete milioni di vittime. Questa strage strisciante e continuata
è il frutto
diretto della “morale”
sessuale cattolica, ne svela la sostanziale immoralità e conferma quanto sia
ipocrita il tentativo della Chiesa di presentarsi come “religione della vita”,
che salva i non-nati mentre mette a morte chi nato lo è già.
Lo stesso deve dirsi per il
modo con cui la Chiesa conduce la lotta contro l’aborto, anteponendo la vita
del feto, non ancora nato né dotato di vita autonoma, o addirittura dell’embrione,
alla vita, alla salute e ai problemi economico-sociali della madre, in odio all’autodeterminazione
della donna, ritenuta, come si è detto prima, mero contenitore. Peggio, la
Chiesa ha teorizzato e giustificato che in caso siano a rischio di vita sia la
madre sia il feto, si deve preferire la salvezza di quest’ultimo anche se possa
sopravvivere solo il tempo strettamente necessario per essere battezzato (v.
II. ). Alla vita terrena della madre la Chiesa preferisce infatti quella eterna
del feto, che un Dio capriccioso non salverebbe se il prete non arriva in tempo
a spruzzarlo d’acqua benedetta. O almeno così si pensava, prima che la Chiesa
cambiasse e decidesse di evitare il Limbo ai bambini anche senza battesimo,
sicché il sacrificio di tante madri è stato inutile (v. Appendice. IV. La
comparsa e la scomparsa del Limbo). Ancora Pio XII sosteneva ad ogni buon conto
la preferenza per il feto “innocente”, anche se la morte della madre non basti
a salvarlo (“salvare la vita della madre è un nobilissimo fine; ma l’uccisione
diretta del bambino come mezzo a tal fine, non è lecita”, Alle ostetriche,
1951).
È questa la “morale”
cattolica, che si vorrebbe trasformare in religione civile dell’Italia e, negli
auspici di Ratzinger, dell’Europa. Un insieme di concezioni lesive della dignità
e dei diritti umani, anacronistiche e talvolta perfino comiche in campo
sessuale, quando non si limitino a essere banali ripetizioni di massime
evangeliche ridotte a luoghi comuni e usate per conservare una legittimazione
popolare o non siano dottrine tatticamente mutate, senza autocritica, spesso in
modo reticente e incompleto, per “mettersi in pari” con le conquiste cui il
pensiero laico è approdato da secoli, superando gli ostacoli frapposti dalla
Chiesa stessa.
Walter Peruzzi