Ruanda 1994. L’Africa dei genocidi
Ibuka. Il dovere
della memoria
Solo pochi anni fa si compiva in
Ruanda il terzo genocidio del Novecento. Un evento denso di dolore, difficile
da raccontare, ma ‘preparato’ dalle politiche colonialiste del Belgio e dai giochi
di potere della Chiesa cattolica e reso possibile dalle scelte delle Francia,
dai trafficanti d’armi protetti da decine di governi ed infine dalla classe
politica locale, che da sempre basa il suo potere su finte superiorità di
presunte etnie.
La grave tragedia è stata
rimossa dalla memoria collettiva, eppure ha tanto da insegnarci: dalle domande
sempre attuali sulla brutalità dell’uomo alla genesi dell’orrore preparato dalla
gracchiante voce di una radio razzista...
Antonello Mangano e Isabella Castrogiovanni
Voi non mi capite.
Sono vecchio, non ho vissuto, ho approfittato della vita.
La vita passa come la
guerra, devastando tutto. Vivere è combattere.
Guardate un albero che
si innalza verso il cielo con il peso della pesantezza,
dovrebbe aggrapparsi
alle rocce come un lichene,
ma si innalza sino a
centottanta piedi... E una foresta!...
Vi dirò: morire,
moriremo tutti, non dormire né sognare.
No, tutto sarà finito,
non ci sarà più niente dopo. Se non
abbiamo vissuto
combattendo la nostra morte è giusta,
come è giusto che il
bue all'ingrasso sia condotto al mattatoio...
Che coraggio è questo?
Cosa vuoi dire essere coraggiosi di fronte alla morte
se siamo stati pavidi
di fronte alla vita?
Bisogna che la nostra
morte sia un'ingiustizia!
Ogni volta che un
essere nasce è un mondo intero, con il suo sole,
le sue stelle, i suoi
fili d'erba che nasce
e prende a poco a poco
la sua tinta particolare, la sua sfumatura personale.
Ogni volta che un
essere muore, è un mondo intero,
con il suo sole. le sue
stelle e i suoi fili d'erba che scompare per sempre.
La scomparsa di questi
mondi è scandalosa,
ma più il mondo è ricco
e colorato più lo scandalo è grande.
Allora facciamo uno
scandalo enorme e che dio abbia vergogna.
Pierre Schoendoerffer,
L'addio al re.
* Questa poesia è stata dedicata dall’amico Ben Majekodunmi,
osservatore delle Nazioni Unite in Ruanda, agli amici Graham e Sastra, colleghi
della missione dell'Alto Commissario per i diritti umani, barbaramente
assassinati, con altri tre colleghi ruandesi in un attentato, nella prefettura
di Cyangugu, al confine con lo Zaire, la sera del 4 febbraio 1997.
Indice
Memoria.
L'Hotel Rwanda e i luoghi comuni
“L’odore del
sangue era dappertutto”
Francofoni
contro anglofoni
L’Operazione
Turchese
La guerra
delle commemorazioni
Il “cattivo
governo”
Le donne del Ruanda
Definizione
di genocidio
Burundi, i massacri
dimenticati
La
Franciafrica
La buona
Europa senza memoria
Il genocidio
del Darfur
Analisi
sulle guerre nella regione dei Grandi laghi
1. Le cause
“Etnismo
senza etnie”?
La Francia,
potenza coloniale
Mobutu,
assassino e servitore
Ancora
strategie imperiali?
2. Le armi
del genocidio
L'omertà dei
governi e le mine italiane
L'export di
morte e la ragnatela dei trafficanti
I mercanti e
i loro protettori
3. Dossier
nero sulla politica africana in Francia
Dopo il 6
aprile 1994 la Francia sceglie il campo del genocidio
L'ipocrisia
della Francia in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I
dirigenti francesi tentano di accreditare la tesi del “doppio genocidio”
La Francia
ha ricevuto, ospitato o protetto i maggiori responsabili del genocidio
La Francia
ha tentato per un periodo di bloccare l'aiuto internazionale al nuovo Governo
di Kigali, ritardando cosi la ricostruzione di un Paese devastato dagli effetti
del genocidio
Lettera dal
Ruanda. Storie del male e di speranza
Raccontare
il Ruanda
La storia di
Emmanuel
La storia di
Habyarimana
I processi e
la trappola per topi
“A story on
the evil”
Storia di
Espérance
Schede di
approfondimento
Scheda 1 -
Il Ruanda dopo la guerra
Scheda 2 -
Cronologia essenziale
Scheda 3 - Gli effetti della guerra sui bambini
ruandesi
Scheda 4 – 'Never Again'. Voices from
Rwanda Forum
Scheda 5 –
Suggerimenti bibliografici
Antonello Mangano – Novembre 2005
Un milione di morti in cento giorni, e il mondo non
ne ha saputo nulla. La tragedia del Ruanda può essere condensata in questa
frase, ma questa sola frase non basta.
Perché non racconta nulla del progetto coloniale coniato dai
belgi, che inventarono una “razza superiore”, scegliendo coloro che più
somigliavano a loro stessi (quelli più alti, meno scuri, col naso più sottile).
Decenni dopo i ruandesi hanno preso terribilmente sul serio
questa distinzione, al punto da arrivare a uccidersi a colpi di machete, ad
esigere lo sterminio totale del nemico, ad ingaggiare una guerra permanente
fratricida che coinvolge i paesi vicini - il Congo, l’Uganda, il Burundi - e
che ancora oggi appare senza uscita.
Dal 1962 in poi, anno dell’indipendenza dal Belgio, la
Francia e la Chiesa cattolica hanno giocato col fuoco, aizzando ed appoggiando prima
gli uni e poi gli altri in base alle loro esigenze di potere (prima il sostegno
ai tutsi, revocato dopo la svolta terzomondista del governo locale).
Il primo esperimento di “pulizia etnica” risale addirittura
al 1959, quando un ultimo tentativo dei belgi portò ad un sostegno del potere
hutu.
Il risultato furono 300.000 profughi tutsi ricacciati oltre
le frontiere. Da allora fino ai nostri giorni tutta la politica dell’area è
stata condizionata dallo scontro tra le organizzazioni armate dei profughi e le
milizie hutu interne.
L’intervento dell’FPR - l'armata dei tutsi - e l’invasione
del Paese mise fine al genocidio. I governi in carica sono stati espressione
ora degli uni ora degli altri. Una storia che viene da lontano, un equilibrio
del terrore che - ancora oggi - non sembra avviato verso alcuna soluzione.
Cosa è accaduto dopo il genocidio? Almeno due fatti paradossali.
Il primo è che le commemorazioni - ed in particolare il decennale - hanno
avuto più attenzione dalla stampa, dall’editoria, dal cinema e persino dagli
uomini politici di mezzo mondo rispetto al genocidio stesso, quando un po’
tutti trovarono più comodo voltarsi dall’altra parte.
La Somalia era ancora un ricordo vicino, ed un intervento in
Ruanda non avrebbe portato neanche un voto in più ad alcun presidente.
Il secondo paradosso è ancora più grave. Per ogni
anniversario, a margine delle commemorazioni, accanto ai discorsi ufficiali
immancabilmente conclusi col più solenne dei “mai più”, vicino agli impegni
per la pace, il sangue continuava a scorrere.
Non come nell’anno del genocidio, ma comunque la guerra non
è mai finita, anzi si è estesa nei paesi vicini.
La tensione, ancora oggi, è altissima. In più, la stessa memoria
della tragedia è diventata un’arma in mano alle fazioni.
Non pochi parlano di vendetta (magari chiamandola
giustizia), ed altri minacciano di “portare a termine il lavoro”, cioè
continuare ad uccidere i tutsi scampati alla mattanza del ’94.
Il Ruanda è un paese di circa 7 milioni di persone. Non c’è
ancora accordo sul numero dei morti, ma la forbice va da 800mila fino al
milione e mezzo. Comunque un’immensa tragedia che ancora segna il paese.
Troppe vedove ed orfani, troppi vicini di casa trasformati
in macchine della morte. Troppo odio. Ma non solo.
Il ricordo del genocidio è diventato di fatto uno strumento
della guerra politica tra le fazioni, un mezzo in più per rinverdire rancori e
creare nuove forme di dominio.
“Nel 1959 e nel 1972 uccidevano gli uomini, ma raramente le
donne e i bambini. Nel 1959 ero già stata costretta a fuggire. Bruciavano le
case, ma non uccidevano così tanto come quattro anni fa (all'epoca del
genocidio dell'aprile 1994).
Questa volta è stato completamente diverso. Uccidevano anche
vecchi e bambini. Uccidevano tutti i tutsi. Io ho avuto fortuna: quando sono
arrivati ci siamo rifugiati in chiesa. Sono venuti a cercarci, e allora ci
siamo sparpagliati nella foresta e ci siamo persi di vista. Sono riuscita ad
arrivare in Burundi. Diciotto persone della mia famiglia sono morte qui...
Mio marito e tutti i miei figli, tranne la più grande. Non
so dove siano sepolti. All'epoca si gettavano i corpi nelle fosse comuni, e ce
n'erano tante. Qualche volta vado ancora a pregare.
Chiedo al buon Dio di farmi morire. Sono vecchia. Cosa mi
aspetta ora? Chi per aiutarmi mi porta da mangiare non ha più la forza di
farlo. Conto su Dio” (La testimonianza di Languide, 87 anni, è tratta dal libro
Femmes du Rwanda, di Jean-Luis Quéméner ed Eric Bouvet, Edizioni
Catleya, Parigi,1999).
In Ruanda, i superstiti del genocidio del 1994 non riescono
a far sentire la propria voce. Sentono di disturbare un potere isolato,
concentrato sulla guerra in Congo, e una società povera che cerca di ricostruirsi.
Il collettivo Ibuka (Ricordati), che riunisce le
associazioni di difesa dei superstiti, non è mai riuscito a raggiungere un
accordo col governo su una data commemorativa. Le tentazioni revisioniste
persistono. Il coinvolgimento, non provato, del Fronte patriottico ruandese
nell'attentato del 6 aprile 1994, che è all'origine della tragedia, è
l'occasione, per gli autori del genocidio, di tentare di sminuire le proprie
responsabilità (Claudine Vidal, “Refuser la tentation révisionniste”, Libération,
2 novembre 2000).
I sopravvissuti lamentano anche la lentezza delle condanne e
degli indennizzi. Per accelerare il processo di circa 120mila prigionieri, il
governo ha riattivato antiche strutture di giustizia tradizionale (i tribunali
gacaca): in 10.600 circoscrizioni amministrative, i maggiorenti locali
eleggono dei giudici tra i personaggi noti per la loro “integrità morale”.
I crimini più gravi (detti di prima categoria) restano
affidati alla giustizia classica. Le confessioni sono incoraggiate con
riduzioni di pena, puntando alla ricostruzione del tessuto sociale (“Come
dimenticare che hanno sterminato la mia famiglia?” – Le Monde diplomatique
- Aprile 2001).
“Ogni uomo, ogni
donna, in Ruanda, è una piccola isola poggiata sul vuoto” spiega un personaggio
del dramma Corps et voix, paroles rhizomes presentato per la prima volta
a Kigali il 28 maggio 2000 (Dramma in 10 quadri di Koulsy Lamko, scritto a
partire da estratti di libri sul genocidio ruandese. Presentato al festival
Fest'Africa a Lille a partire dall'8 novembre 2000. Nel quadro della
manifestazione “Écrire par devoir de mémoire”, organizzata da Fest'Africa, 80
intellettuali africani si sono incontrati a Kigali dal 27 maggio al 5 giugno
2000 e hanno scritto sul genocidio, www.nordnet.fr/ festafrica.
Si veda anche Méfiez-vous
de la pierre à barbe, dramma di Ahmed Madani, dal 6 al 30 luglio 2000 a
Avignone).
“I cadaveri
ricoprivano le strade, si sentiva odore di sangue ovunque, si spingeva una
porta e centinaia di corpi ti cadevano addosso”, racconta Alphonse, un medico
ruandese esiliato in Francia e rientrato a Kigali due mesi dopo gli avvenimenti
(Anne-Cécile Robert, Il Ruanda fra memoria e giustizia, Le Monde diplomatique -
Luglio 2000).
Una suggestiva ipotesi vuole la guerra tra hutu e tutsi come
uno scontro tra francofoni ed anglofobi, dunque una sorta di proiezione di uno
scontro nato in Occidente e su cui le popolazioni locali si sono tragicamente
immedesimate.
La storia, dicevamo, inizia nel 1959 con la prima fuga dei
tutsi oltre frontiera.
Fin dall'entrata in guerra nell'ottobre 1990 del Fronte
patriottico ruandese – FPR, l’organizzazione politico-militare che si batte
per il rientro degli esiliati e i cui esponenti, rifugiati in Uganda, si
esprimono in inglese - ogni sua affermazione si era tradotta in un massacro di
tutsi.
Nell'agosto 1993 furono firmati ad Arusha, in Tanzania, gli
accordi di pace che prevedevano la creazione di un governo di transizione nel
quale accanto all'opposizione politica vi fosse una rappresentanza dell'Fpr,
con una forza di pace dell'Onu come garante.
Tuttavia, i segnali preoccupanti non mancavano: nel luglio
1993, i “duri” del regime si erano tassati per lanciare la Radio-televisione
delle Mille Colline, che screditava gli accordi di pace, diffondeva una
propaganda piena di odio nei confronti dell'Fpr, dell'insieme dei tutsi e del
contingente belga, accusato di parzialità a favore dell'Fpr.
Già dal febbraio 1993, decine di migliaia di giovani hutu
furono reclutati e, in campi che si vedevano dalla strada, si allenavano al
maneggio delle armi da fuoco e del machete. Come potevano i servizi di
cooperazione militare belgi e francesi, che pure informavano i propri governi
circa il minimo movimento di truppe, ignorare questa mobilitazione?
“Nello stesso periodo, i crediti concessi dalla Banca
mondiale erano dirottati per acquistare armi da fuoco e machete. Grazie a fondi
garantiti dal Crédit Lyonnais, la principale banca francese, l'Egitto aveva
fatto varie consegne di armi e di munizioni. Nell'ottobre 1993 l'uccisione, nel
Burundi, a opera di militari tutsi, di Melchio Ndadaye, un presidente hutu
legittimamente eletto, contribuì ad acuire le tensioni nel Ruanda” (Colette
Braeckman, Ruanda, la volontaria cecità della comunità internazionale, Le
Monde diplomatique - Marzo 2004).
Nel gennaio 1994, i sospetti diventarono certezze quando un
informatore confermò alla Minuar che i tutsi erano stati tutti debitamente
registrati.
Egli descrisse l'allenamento degli Interhahawe (coloro
che combattono/uccidono assieme), la creazione di depositi d'armi e di
munizioni e fornì le prove di quanto asseriva guidando i Caschi blu in un
seminterrato, nella sede del partito presidenziale, trasformato in nascondiglio
di armi. Inoltre ricordò le minacce che pesavano sui Caschi blu belgi.
Ma il telegramma in codice che il generale Dallaire – militare
dell’Onu, testimone diretto ed autore di un diario sui giorni del genocidio - inviò
a New York il 15 gennaio, chiedendo il permesso di smantellare i nascondigli di
armi, non ebbe la risposta che si aspettava: il dipartimento delle operazioni
di mantenimento della pace, diretto a quel tempo da Kofi Annan, vietò ogni
intervento (Romeo Dallaire, J'ai serré la main du Diable, la faillite de
l'humanité au Ruanda, La Libre Expression, Montréal, 2003).
Gli ambasciatori occidentali si accontentarono di parlarne
al presidente Juvénal Habyarimana il quale, pur negando la realtà dei fatti...
fece distribuire armi in ogni comune del paese.
Nonostante gli avvertimenti espressi in febbraio a Kigali
dal ministro belga degli esteri Willy Claes, nonostante l'uccisione di Félicien
Gatabazi, ministro dei lavori pubblici e dirigente del partito
social-democratico, nonostante le lettere inviate al generale Dallaire da diversi
ufficiali superiori che denunciavano un “piano machiavellico”, nonostante il
moltiplicarsi di attentati e l'aumento quasi percettibile della violenza, nulla
cambiò.
Il mandato della Minuar non fu modificato e il Consiglio di
sicurezza si limitò, il 17 febbraio, a esprimere le sue “preoccupazioni”.
Il 6 aprile 1994, l'attentato contro l'aereo del presidente
Habyarimana (i cui autori e committenti non sono mai stati identificati...)
segnò l'inizio del genocidio.
Una campagna di uccisioni che prendevano a bersaglio
personalità hutu moderate e semplici cittadini tutsi - un'operazione
pianificata da mesi e rigorosamente portata a termine - fu presentata come “l'espressione
dell'ira popolare” in seguito alla morte del capo di stato.
In quel momento, le forze Onu erano sparpagliate nel paese,
senza munizioni né uomini e nella mattinata del 7 aprile, quando il generale
Dallaire e il suo vice Luc Marchal seppero che dieci caschi blu belgi
incaricati di proteggere il primo ministro erano in difficoltà a Kigali, non si
parlò nemmeno di venire loro in aiuto. Mentre i cadaveri si ammucchiavano nei
camion della nettezza urbana, e mentre le squadre di killer invadevano la città
e il generale Dallaire chiedeva rinforzi, ci si preoccupò soprattutto di
evacuare gli espatriati.
I francesi mandarono 450 uomini, i belgi 450 paracadutisti e
altri 500 in Kenya, e 80 italiani si unirono a questa operazione, mentre 250
rangers americani si trovavano in Burundi.
Se si fossero unite alle forze della Minuar, è probabile che
queste truppe occidentali sarebbero state in grado di arginare i massacri a
Kigali, di mettere a tacere la radio estremista e di imporre un
cessate-il-fuoco.
Ma, su ordine dei loro governi, queste forze si limitarono a
compiere una missione di evacuazione dei cittadini stranieri, abbandonando i
civili tutsi, comprese le coppie miste, il personale delle ambasciate, tra cui
quello del centro culturale francese, e decine di tutsi che si erano messi
sotto la protezione Onu.
Quanto ai Caschi blu, furono anch'essi abbandonati alla loro
impotenza. Su ordine del presidente Mitterrand, i francesi si preoccuparono
tuttavia di far evacuare la vedova del presidente Habyarimana, che apparteneva
al clan dei “duri”, e a mettere al riparo alcune personalità del regime.
Il 12 aprile, il ministro Willy Claes, traumatizzato
dall'uccisione dei dieci caschi blu, annunciò al segretario generale dell'Onu
Boutros Boutros-Ghali, che il contingente belga della Minuar sarebbe stato
ritirato e avviò un'azione diplomatica per tentare di persuadere gli altri
paesi di fare altrettanto.
Nello stesso momento, il rappresentante del Ruanda, legato
agli estremisti, sedeva al Consiglio di sicurezza come membro non permanente;
alcuni rappresentanti del suo governo venivano ufficialmente ricevuti a Parigi
e la Francia, via Goma nel Nord Kivu, continuava a consegnare armi.
In quanto agli americani e ai britannici, essi si opposero
costantemente al rinforzo delle forze della Minuar, come se l'unica urgenza
fosse di non far nulla. Del resto, la segretaria di stato americana, Madeleine
Albright, ebbe cura di vietare l'uso del termine “genocidio”, che implica
l'obbligo d'intervento e, alla fine di aprile, Boutros-Ghali parlava ancora di “guerra
civile”.
Il 21 aprile, la risoluzione 912 del Consiglio di sicurezza
optò per una riduzione della forza Onu in Ruanda, portandola a meno di 500
Caschi blu. Senza cibo, senza munizioni né veicoli, e persino senza acqua
potabile, questi erano nell'impossibilità di soccorrere i civili che
reclamavano protezione o assistenza, anche se riuscirono a condurre con
coraggio numerose operazioni di evacuazione.
Quando la stampa prese a interessarsi al Ruanda, fu per
filmare, dall'Uganda, i corpi che andavano alla deriva sul lago Victoria o per
seguire l'esodo massiccio di hutu che, compiuti i loro crimini, fuggivano verso
la Tanzania per sottrarsi alle rappresaglie.
Molto prima, Philippe Gaillard, a nome del Comitato
internazionale della Croce Rossa, e Médecins sans frontières il cui
personale era stato massacrato a Butare insieme ai ricoverati, infine lo stesso
generale Dallaire, avevano moltiplicato le testimonianze sconvolgenti e le
richieste di aiuto.
Si dovette aspettare l'11 e il 12 maggio perché il
Commissario Onu ai diritti umani, José Ayala Lasso, giunto sul posto,
pronunciasse finalmente la parola “genocidio”.
In quel momento, quasi tutta la stampa parlava ancora di “massacri
interetnici” e di “lotte tribali”. Mentre i massacri erano ordinati e
organizzati dal governo interinale insediato alla morte di Habyarimana, il
Ruanda veniva descritto come uno “stato fallimentare”, in preda a una specie di
barbara anomia. Quasi si dovesse a tutti costi trasporre lo stereotipo
somaliano in questo paese molto gerarchizzato, in cui i cittadini sono abituati
a ubbidire agli ordini dall'alto...
Solo in giugno la tragedia riesce a commuovere l'opinione
pubblica.
Nonostante l'opposizione americana, il Consiglio di
sicurezza vota per una Minuar 2 rafforzata, ma l'Onu non trova né uomini né
danaro per mettere in piedi questa missione. Gli Stati uniti, richiesti di
fornire veicoli e blindati, esigevano pagamenti anticipati...
In quanto all'Fpr, esso proseguiva lentamente ma con
sicurezza in direzione di Kigali, accerchiando a tenaglia i suoi avversari e le
loro vittime, e riteneva ormai inutile un intervento straniero.
Non solo perché la maggior parte dei tutsi erano ormai morti
ma soprattutto perché non intendeva lasciarsi rubare la vittoria. A quel punto
fu la Francia a prendere l'iniziativa: il 22 giugno ottenne dal Consiglio di
sicurezza l'autorizzazione a lanciare una operazione a norma del capitolo 7,
che autorizza il ricorso alla forza.
Anche se era troppo tardi per salvare le centinaia di
migliaia di civili scomparsi durante le prime settimane del genocidio, e se
soltanto da 10.000 a 15.000 persone poterono essere raggruppate nei campi di
Nyarushishi e di Bisesero, si poteva ancora tentare di salvare la faccia del
governo interinale.
Quest'ultimo accolse i francesi con entusiasmo, nella speranza
che l'operazione “Turquoise” bloccasse i progressi dell'Fpr e imponesse
un negoziato sulla base di una suddivisione del territorio.
Ma la rapida avanzata delle truppe dell'Fpr e, alla fine,
l'emozione dell'opinione pubblica riuscirono a dividere il governo francese.
Contro i militari che volevano “rompere la schiena dell'Fpr” e non nascondevano
la loro solidarietà con i loro ex-fratelli d'arma hutu, “francofoni” da loro
stessi formati e attrezzati, il primo ministro Balladur decise di arginare le
ambizioni dei militari dell'operazione “Turquoise”.
Questi, costretti a contattare l'Fpr, dovettero
accontentarsi di istituire nell'ovest del paese una “zona umanitaria sicura”
verso la quale conversero tutti i gruppi estremisti nonché il governo
interinale, raccogliendo così milioni di civili hutu.
In questa zona i francesi non riuscirono a impedire numerosi
massacri, ma si rifiutarono di disarmare militari e miliziani, si guardarono
dall'arrestare i responsabili del genocidio che in seguito si sarebbero rifugiati
nello Zaire, e non vietarono le trasmissioni cariche di odio della radio delle
Mille Colline.
I francesi che avevano portato elicotteri da combattimento,
aerei Jaguar e Mirage, un centinaio di blindati e di mortai, ma un numero
insufficiente di automezzi e medicine, si ritrovarono impotenti di fronte
all'epidemia di colera che si scatenò a Goma e uccise oltre 40.000 profughi
hutu.
Fu allora che, richiamata sul posto dalla presenza francese
e dalle comunicazioni rese più facili, finalmente sensibilizzata alla tragedia
ruandese, arrivò la stampa e arrivarono le forze umanitarie. Il nuovo potere si
insediò in un vero e proprio deserto: i quadri dello stato erano in fuga,
portando con sé documenti ufficiali, veicoli e conti bancari. Trecentomila orfani
girovagavano nel paese. Ma la comunità internazionale non volle intervenire né
aiutare l'Fpr. Alcuni denunciavano il “duplice genocidio” altri esigevano dal
regime che desse “garanzie di riconciliazione”, mentre i cadaveri giacevano
ancora nei fossi.
In realtà, nonostante le sue buone relazioni con gli Stati
uniti e il Regno unito, l'Fpr scontava il fatto di aver conquistato il potere
in un paese francofono, senza aver avuto il consenso delle ex-potenze
coloniali.
La presenza nei campi del Kivu di oltre due milioni di
profughi hutu, inquadrati dagli autori del genocidio e nutriti con gli aiuti
umanitari, avrebbe destabilizzato la regione a lungo. Nell'ottobre 1996, dopo
aver inutilmente chiesto all'Alto commissariato per i profughi (Hcr) e alle
altre agenzie Onu di allontanare dal confine del suo paese la minaccia
rappresentata dai campi, Paul Kagame, il futuro dirigente del Ruanda, che era
alla testa del Fpr, lanciava una offensiva volta a costringere i profughi
ruandesi al rientro e a disperdere gli altri nell'immenso Zaire (che sarebbe
poi diventato Repubblica democratica del Congo).
Impotente nel prevenire un genocidio pianificato e
annunciato, la comunità internazionale assisteva a un nuovo episodio della
tragedia: dopo sette mesi, il maresciallo Josef Désiré Mobutu, sostenuto fino
in fondo dai francesi, veniva rovesciato da Laurent Désiré Kabila e dai suoi
alleati ruandesi e ugandesi. Fino a quando, nel 1998, scoppiò una nuova guerra,
mentre i ruandesi erano ancora alla ricerca degli Interhahamwe in fuga,
e saccheggiavano, assieme con i loro alleati ugandesi, le risorse del Congo. Al
milione di morti del genocidio sarebbero seguiti oltre tre milioni di vittime
congolesi, anch'esse dimenticate, prese nella trappola della guerra, del
saccheggio delle risorse naturali e di una lotta d'influenza sorda tra
francofoni e anglofoni per il controllo del cuore dell'Africa.
Il 7 di aprile di ogni anno, il Ruanda commemora il
genocidio di circa un milione di tutsi e di hutu dell'opposizione, compiuto da
aprile a luglio 1994.
Eppure, prima di diventare oggetto di memoria, questo
genocidio è stato contestato.
Un diniego volto a mettere in causa la legittimità del nuovo
potere ruandese: una coalizione di membri del Fronte patriotico ruandese e di
esponenti dei partiti che si erano opposti alla “soluzione finale”.
Un anno dopo gli avvenimenti, si parlava ancora di “duplice
genocidio”. In questo contesto di incomprensione, il primo anniversario è
stato ricordato in un clima confuso, al punto che la scelta della data ha dato
luogo a un dibattito burrascoso: il 6 aprile, data di inizio dei crimini, ma
anche della morte del presidente Juvénal Habyarimana, oppure il 4 luglio, data
ufficiale della fine del genocidio grazie all'intervento armato dell'Fpr?
Dietro questo dibattito, la posta in gioco era in realtà
della massima importanza: si dovevano o meno associare le vittime tutsi e hutu
nello stesso ricordo? La scelta del 7 aprile includeva il ricordo di queste
ultime.
In seguito, le dissonanze semantiche hanno svelato un vero
conflitto di memoria. Parlando del genocidio, il capo dello Stato usava di
preferenza due termini: ishyano (o, al plurale, amahano) e itsembatsemba.
Il primo allude soltanto a una vaghissima idea di disgrazia,
mentre il secondo non è altro che una onomatopea a partire dal verbo gutsemba,
che significa sterminare, sradicare.
Nei suoi discorsi egli evocava quindi lo sterminio, ma senza
precisare l'oggetto del genocidio, tranne che in lunghe perifrasi. C'è voluta
la prima conferenza internazionale sul genocidio, nel novembre 1995 a Kigali,
per dissipare gli equivoci e per mostrare ai ruandesi che il mondo intero
riconosceva infine la tragedia subita.
Una vera e propria “politica” del ricordo si è delineata a
partire dal 1996. Questa seconda commemorazione si è svolta a Muhororo, nella
regione nativa del nuovo capo dello Stato, roccaforte dell'estremismo hutu,
dove si sono avuti massacri spietati.
Il presidente Bizimungu ha tenuto un discorso di
circostanza, richiamando le cause della tragedia: si è trattato infatti di una
interpretazione ufficiale della storia, che metteva l'accento sulle
responsabilità della comunità internazionale (la colonizzazione, il sostegno
dato al regime responsabile del genocidio, l'evacuazione della forza di
interposizione delle Nazioni unite nel corso dei massacri).
Rivolgendosi a un piccolo raggruppamento di contadini che da
lontano seguivano la cerimonia, senza capirne granché, egli ha fustigato in
blocco gli hutu: “Con le vostre azioni, con la vostra crudeltà, avete
dimostrato che noi tutti, hutu, siamo degli animali!”
Il 7 aprile 1997, per la terza commemorazione, si è scelto
il sito di Murambi, sede di un immenso ossario. Il comune si trova nella
prefettura di Gikongoro, nella ex area che ha accolto l'operazione “Turquoise”,
nel sud del paese, dove l'esercito francese si era “interposto” tra i
responsabili del genocidio e le loro vittime.
Il presidente Bizimungo (noto per la sua totale mancanza di
sfumature) racconta la storia di un elefante che se la prende con una formica,
contando soltanto sul suo peso per schiacciare la bestiolina. Ma la conclusione
della battaglia è ben diversa: “Dove si trova oggi l'elefante? La formica è
ancora qui!”, conclude il capo dello stato.
L'elefante in questione era la Francia e la formica il
Ruanda.
Il testimone accusò formalmente i militari francesi di aver
coperto i massacri e di avere poi cercato di dissimulare il carnaio di Murambi
costruendovi un campo di pallavolo.
Il secondo momento forte della cerimonia è stata la
requisitoria del presidente Bizimungu, alla presenza dell'interessato, contro
il vescovo di Gikongoro, Monsignor Augustin Misago, accusato di genocidio e di
essere fuggito con l'esercito francese.
Alcuni, in Francia soprattutto, interpretano il fatto di
mettere in causa gli interventi stranieri semplicemente come un ricatto nei
confronti della comunità internazionale e una manipolazione politica destinata
a rafforzare il gruppo al potere.
Nel 1996, le parole del presidente Bizimungu si iscrivono
nel contesto molto complesso dell'immediato dopo-genocidio. Il dolore dei
sopravvissuti, le paure e i rancori sono ancora molto vivi, al punto che
nessuno osa avventurarsi nelle campagne ruandesi.
E, fuori dal paese, in particolare nei campi di profughi
della parte orientale dell'attuale Repubblica democratica del Congo (all'epoca
lo Zaire), le ex forze armate ruandesi e le milizie ricostituite minacciano di
riconquistare il potere e di “portare a termine il lavoro”.
È probabile che il discorso minaccioso del capo dello stato
fosse un avvertimento contro ogni tentazione di alleanza con le reti estremiste
sospettate di avere ramificazioni nel paese.
Il linguaggio “energico” del 1997 si iscrive invece in un contesto
di tensioni piuttosto forti tra il Ruanda e la Francia.
I ruandesi sospettano Parigi di continuare ad aiutare gli
estremisti del vecchio regime rifugiati nello Zaire, e cominciano a preparare
l'opinione internazionale all'invasione del gigante dei Grandi Laghi (Colette
Braeckman, Le Soir, 7 e 9 aprile 1997).
D'altra parte, man mano che si precisa la rimessa in causa
della Chiesa cattolica - complicità con il vecchio regime, partecipazione di
alcuni dei suoi membri al genocidio - le relazioni tra il governo ruandese e
il Vaticano si deteriorano.
Sebbene l'attuale capo di stato ruandese, Kagame, si
discosti notevolmente dai suoi predecessori per la personalità e lo stile, il
discorso si rivolge ancora sia alla comunità internazionale che all'opinione
pubblica interna, in un tono certo pacato ma sempre fermo.
Ad esempio, in occasione della cerimonia commemorativa
dell'aprile 2003, il presidente ironizzò sul “mai più tutto questo” ostentato
dalla comunità internazionale dopo la Shoah, per ricordare che il popolo
ruandese era stato abbandonato nel 1994 (Philippe Leymarie, “La fine delle
‘riserve di caccia’ francesi”, Le Monde diplomatique, dicembre 1998).
Alla fine di agosto, Kagame è stato riconfermato alla
presidenza come previsto, con il 95% dei voti dopo che il suo principale
avversario era stato eliminato per propaganda etnica.
Per quanto riguarda il genocidio, complessivamente i
superstiti e il governo ruandese sentono che l'opinione pubblica internazionale
ha riconosciuto questa tragedia.
Il perdono chiesto dal primo ministro belga Guy Verhofstadt
durante la commemorazione dell'anno 2000 è stato clamoroso. Tra i paesi
coinvolti nella storia del genocidio, soltanto la Francia esprime un certo
riserbo.
Il ricordare con forza le responsabilità internazionali
sembra abbia per finalità ultima quella di affermare la sovranità nazionale.
Come a voler dire: “Dopo quanto è successo, e visto il modo in cui vi siete
comportati, non avete lezioni di morale da darci” (José Kagabo, L'impegno a
ricordare, la volontà di capire, Le Monde diplomatique - Marzo 2004).
Carole, una giovane attrice, racconta che, sei mesi dopo i
massacri, la popolazione si è messa a ricostruire freneticamente: “La gente
lavorava sedici ore al giorno. Occorreva rimettere in piedi le amministrazioni,
pulire le strade, curare i sopravvissuti”. Una impressionante energia vitale si
sprigiona da questo paese in cui, ancora oggi, si scoprono fosse comuni, per
caso o quando uno dei 120.000 prigionieri segnala i luoghi alle autorità.
Questo attivismo cerca probabilmente di mascherare il
baratro ancora spalancato della sofferenza, del non detto e del risentimento.
Le associazioni si sono ricostituite in tutti i settori. Ci
sono naturalmente le associazioni delle vittime, in particolare quelle delle
vedove. Sono sorti moltissimi raggruppamenti: associazioni per i diritti della
donna, per la tutela dell'infanzia o dell'ambiente, per lo sviluppo
agro-pastorale; cooperative di credito e di risparmio, di reciproco aiuto, per
la salute, per lo sport. Si preoccupano anzitutto di sopravvivere trovando dei
fondi.
I gruppi di donne sono particolarmente dinamici: donne che
hanno sofferto come madri, costrette ad assistere alla tortura dei loro figli,
come spose, i cui mariti sono stati massacrati, come esseri umani violentati.
Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir),
insediato ad Arusha (Tanzania) è del resto la prima giurisdizione al mondo ad
aver preso in considerazione lo stupro come atto di genocidio.
I militari stupravano nell'intento di distruggere i tutsi.
Certi agivano pur sapendo di esser portatori del virus dell'Aids. Talvolta
stupravano fino alla morte. Le donne sopravvissute si sono raggruppate: si
aiutano a vicenda, organizzano ristoranti associativi, imparano a costruire da
sé le loro case perché spesso sono sole.
Presidente dell'associazione Ibuka (“Ricordati”), Frédéric
Mutagwera parla della “assoluta necessità di ricordare”. Il suo obiettivo è di
aiutare le vittime, evitare che si riproduca una tragedia simile e lottare
contro quanti, nella diaspora, negano il genocidio. Questo avvocato sulla
quarantina ricorda la “tentazione psicologica”, che può colpire le menti meglio
intenzionate, di cancellare un avvenimento tanto più insopportabile in quanto è
stato pianificato e organizzato.
Egli denuncia anche la “tentazione politica” di una
riconciliazione apparente attraverso il silenzio.
La popolazione ruandese conta numerosi rimpatriati venuti
dall'Uganda con il Fronte patriottico nel 1994 o tornati poco dopo,
provenienti da ogni parte. Le associazioni di sopravvissuti esercitano una
pressione costante per ricordare il dramma, anche nei confronti di una comunità
internazionale cui rimproverano di averle abbandonate.
L'immagine della Missione delle Nazioni unite per il Ruanda
(Unmir) che abbandona gli edifici della scuola tecnica di Kigali consegnando
così ai nemici 2.000 persone poste sotto la sua protezione, resta impressa
nella memoria (Françopis-Xavier Vershave, “Connivences françaises au Ruanda”,
Le Monde diplomatique, marzo 1995, e Monique Bernier, La Honte, ed. Les
Éperonniers, Bruxelles, 2000.).
Il Comitato dei siti del genocidio ha per incarico di
preservare i luoghi più rappresentativi: la chiesa di Nyamata, a un'ora di
strada da Kigali, è rimasta tale e quale: muri crivellati di pallottole,
macchie di sangue sul pavimento, vetri infranti. Oggi la messa si celebra
all'aria aperta e canti e danze risuonano vicino al santuario ogni domenica
pomeriggio.
Due ossari sono stati scavati nel cortile della chiesa. I
luoghi in cui sistemare gli ossari preoccupano i ruandesi, che esitano fra la
necessità del ricordo e quella di rispettare i morti dando loro sepoltura. La
sepoltura infatti è necessaria al lutto (Véronique Tadjo, L'Ombre d'Imana.
Voyage jusqu'au bout du Rwanda, Actes Sud, Arles, 2000.).
“Quanto durerà tutto ciò?” chiede un visitatore congolese.
“Per l'eternità” risponde Louis Kanimugire, responsabile dei
siti, all'uomo sbalordito.
Vicino a Butare, nel sud-ovest del paese, il sito di Murambi
è il più terrificante (Boubacar Boris Diop, Murambi, le livre des ossements,
Stock, Parigi, 2000).
Quarantacinquemila persone, uomini, donne e bambini si erano
rifugiate in questa scuola in costruzione. Le milizie Interahamwe
circondarono l'edificio, poi tagliarono l'acqua e cominciarono ad affamare gli
occupanti.
Quando questi erano ormai ridotti allo stremo, diedero
l'assalto con mitragliette e machete. Sulla collina battuta dal vento, non
tutte le fosse comuni sono state finora ritrovate.
Ma una di esse, riesumata nel 1998, ha conservato nel suolo
argilloso i corpi delle vittime. I responsabili del sito hanno deciso di
esporre i cadaveri “affinché il mondo sappia che tutto ciò è davvero accaduto e
che abbiamo sofferto”. Depositati su tavole di legno, nelle aule prive di
finestre, i corpi continuano a decomporsi, sprigionando un odore
insopportabile.
Questa esposizione, quasi barbara, si può capire soltanto
nel contesto della violenza sfrenata del 1994 e, in qualche modo, fa parte del
genocidio.
“Un giorno, li seppelliremo, ma non è ancora giunto il
momento” dice Louis Kanimugire.
Con la sua brutalità, il suo carattere fratricida e
massiccio, il genocidio ha disintegrato la società ruandese e spazzato via il
sentimento nazionale. Che fare, in queste condizioni, perché non uccida anche
chi è sopravvissuto? Come intervenire affinché la vita riprenda senza nulla
cancellare?
Come far convivere vittime e aguzzini, quando questi sono
dei vicini, dei parenti, che hanno dato prova di incredibile ingegnosità nel
perpetrare le atrocità? Sfida impossibile da accettare?
“Eppure, se non ci si parla, con chi parleremo?” si chiede
con tristezza Alphonse, la cui famiglia è stata decimata.
Una delle specificità del genocidio dei tutsi e del massacro
degli hutu moderati è che si tratta di un genocidio di prossimità.
Dice Yolande Mukagasana, sopravvissuta: “Qui non c'è
differenza fra l'aguzzino e la vittima, come in Sudafrica. Noi
vivevamo insieme. Eravamo amici” (Yolande Mukagasana, La mort ne veut pas de
moi, Fixot, Parigi, 1998 e N'aie pas peur de savoir, Robert Laffont,
Parigi, 2000).
È la ragione per cui Servilien Sebasoni, docente di storia
all'università nazionale del Ruanda (Unr) ritiene che “non abbiamo altra scelta
che vivere insieme".
Le altre vie sono dei vicoli chiusi: lo sterminio è fallito
e la separazione è impossibile perché significherebbe di nuovo l'esilio.
Occorre ricostruire l'unità della nazione ruandese che la
colonizzazione e l'ideologia etnicista dei Padri bianchi hanno infranto” (Jean-Marie
Vianney Rurangwa, Le Génocide des Tutsis expliqué à un étranger, ed. Le
Figuier, Bamako e Fest'Africa édition, Lille, 2000).
Durante le preghiere domenicali, si tenta una “azione di
asepsi collettiva” degli avvenimenti attraverso la comunicazione. Il dialogo è
l'unico strumento che consenta di tessere di nuovo il legame sociale, di
ricostruire il “voler vivere” insieme.
Simon Gasiberege, professore di psicologia all'Unr,
organizza sulle colline incontri fra aguzzini e vittime per permettere a ciascuno
di esprimere la propria sofferenza.
Un'impresa di lungo respiro. Gli hutu sono stigmatizzati
sebbene quelli che difendevano un Ruanda unito siano stati fra le prime
vittime.
Dal tempo della guerra, sono i soldati del Fronte
patriottico ruandese a vigilare sulla popolazione. È in via di formazione una
nuova polizia, nella quale convergeranno le vecchie strutture della
gendarmeria. Nel frattempo, la gente si raggruppa per sorvegliare gli isolati.
Ma la giustizia rimane il problema più importante: 120.000 detenuti aspettano
di essere giudicati. Le condizioni di detenzione sono disastrose: 761 uomini
sono morti nel 1999, secondo le cifre ufficiali. Vestiti di camicie rosa, i
detenuti partecipano a lavori d'interesse generale.
Il genocidio ha decimato le classi dirigenti della nazione.
I giudici sono stati formati in sei mesi, con un certo dilettantismo. Per
accelerare le cose, si fanno processi collettivi per gruppi da 10 a 60 persone.
Le organizzazioni di tutela dei diritti umani hanno alla
fine accettato questa situazione come una necessità, a condizione che siano
rispettati i diritti della difesa. Ma le vittime protestano. All'inizio non
capivano perché i carnefici dovessero avere degli avvocati.
Oggi, hanno l'impressione che la comunità internazionale e
le Ong aiutino più gli aguzzini che le vittime. La delusione è grande, inoltre,
quando un tribunale condanna un criminale a somme ingenti che non vengono mai
pagate. Tuttavia il governo ha avviato, nel 1999, un fondo di assistenza ai
sopravvissuti cui dedica il 5% del bilancio.
Ma il suo funzionamento è oggetto di critiche e
praticamente paralizzato. Nessuna sanzione potrà mai essere proporzionata al
crimine. Si dovrà inevitabilmente perdonare.
Un gesto che ripugna a molte vittime: “Perché perdonare,
quando il mio carnefice non mi ha chiesto perdono?”.
Capita che un imputato liberato sia assassinato. Il governo
prevede di riattivare le forme tradizionali di giustizia, le gacaca, per
i crimini di categoria 2 e 3, vale a dire quelli per cui l'imputato rischia al
massimo quindici anni di reclusione.
Nei comuni, il confronto si svolgeva in presenza della
collettività. Il colpevole ammetteva il suo crimine e la vittima gli concedeva
il perdono. Il tutto si concludeva con una riunione durante la quale il colpevole
offriva un regalo a titolo di compenso. Questa procedura modernizzata lascia
scettici numerosi ruandesi.
Tanto più che i criminali rischiano di sdoganarsi facilmente
denunciando persone morte o fuggite. Forse “la gacaca costituisce la
soluzione politica di un problema di giustizia. Se le si toglie questa
dimensione, perde la sua credibilità. La posta in gioco è di ricostituire una
comunità ruandese” (Colette Braeckman, “Autopsia di un genocidio pianificato
in Ruanda”, Le Monde diplomatique, 1995).
Gli studiosi che lavorano sul genocidio mettono in guardia
contro la banalizzazione del termine e tentano di trovare caratteristiche
comuni a questa forma di guerra contro i civili.
Da quando, il 9 dicembre 1948, le Nazioni unite adottarono
la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio,
quest'espressione è divenuta parte del linguaggio corrente, a significare il
male assoluto, l'orrore estremo delle stragi di popolazioni civili inermi.
Coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin, il
termine è sempre più largamente usato sul piano internazionale.
Si è parlato di “genocidio” in quasi tutti i conflitti della
seconda metà del XX secolo, costati un gran numero di vittime civili: dalla
Cambogia alla Cecenia, passando per il Burundi, il Ruanda, il Guatemala, la
Colombia, l'Iraq, la Bosnia, il Sudan, ecc.
Questa nozione è stata utilizzata anche retroattivamente, ad
esempio per la strage della popolazione di Melos perpetrata dai greci nel V
secolo a.C., o per i massacri dei vandeani nel 1793, degli indiani del
Nordamerica, degli armeni nel 1915, senza dimenticare le carestia in Ucraina,
la serie delle deportazioni di massa nell'Unione Sovietica di Stalin, e
ovviamente lo sterminio degli ebrei europei e degli zingari - ma anche i
bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki.
E certo l'elenco non è completo...
L'applicazione della nozione di “genocidio” a queste
situazioni storiche molto eterogenee suscita numerose obiezioni e dibattiti appassionati.
I suoi molteplici usi esprimono il bisogno di ricorrere a un
termine di portata universale per designare il fenomeno dell'annientamento di
popolazioni civili, che nel XX secolo ha assunto proporzioni massicce.
Sono stati coniati anche altri vocaboli, quali “politicidio”
(1988) o “democidio” (1994), ma “genocidio” continua a essere il termine più
usato.
Il primo dei problemi posti dal termine “genocidio” riguarda
dunque i modi in cui viene usato, visto che è entrato a far parte di ogni sorta
di retoriche identitarie, umanitarie o politiche. È questo un argomento di
ricerca a sé, che pone in luce le rivendicazioni legate al suo uso. In primo
luogo, rivendicazioni sul piano della memoria, per far riconoscere agli occhi
di tutti il genocidio che un popolo afferma di aver subìto in passato. In
questo campo, la lotta più emblematica è quella della comunità armena.
C'è poi la rivendicazione specificamente umanitaria, quando
organizzazioni non governative (Ong) dichiarano che un popolo è a rischio di “genocidio”.
Con l'uso di questo termine si vuole scuotere l'opinione
pubblica, aprendo così la strada all'intervento internazionale.
E infine, ovviamente, le rivendicazioni giudiziarie, quando
ormai il male è stato commesso e si tratta di perseguire questo o quel
responsabile per “crimini di genocidio” davanti ai tribunali internazionali.
A volte questa nozione diventa il pezzo forte di una
retorica particolarmente aggressiva contro un avversario politico. Ad esempio,
fin dalla metà degli anni 1980 i serbi del Kosovo si sono dichiarati vittime di
genocidio da parte degli albanesi.
Nel 2001 alcuni delegati alla Conferenza di Durban hanno
accusato Israele di perpetrare un vero e proprio genocidio del popolo
palestinese.
Conclusione evidente: il termine può servire sia come scudo
simbolico, per far valere la propria identità di popolo vittimizzato, sia come
spada puntata contro un nemico mortale.
Si può sperare in qualche contributo chiarificatore da parte
del ricercatori? La gamma delle definizioni è vasta: a un estremo troviamo la
posizione dello psicologo Israel Charny, che vede un genocidio in ogni massacro
(compreso l'incidente nucleare di Cernobyl); dall'altro la tesi dello storico
Stephan Katz, per il quale l'unico genocidio perpetrato nella Storia sarebbe
quello degli ebrei (Jacques Semelin, Studiando il genocidio, Le Monde
diplomatique - Aprile 2004).
I pareri sono divisi anche sulla questione del posto da
assegnare alla definizione dell'Onu. In genere si accetta la Convenzione del
1948 come base di lavoro, per cui diventa centrale l'“intenzione di distruggere
un gruppo in quanto tale”.
Le commemorazioni ed i "mai piu'" sul Ruanda
appaioni sempre meno credibili, se si pensa che la guerra continua, nel tempo e
nello spazio.
Tutta la regione e' coinvolta dagli scontri interetnici,
tutti i giochi di potere, la formazione dei governi, le relazioni
internazionali sono determinati dalle fazioni in lotta.
Se quella del Ruanda e' una tragedia dimenticata, come
definire cio' che accade ancora in Burundi?
Il 13 agosto 2004, centosessanta rifugiati tutsi congolesi
sono stati massacrati nel campo di Gatumba, nell'est del Burundi. È un crimine
che esaspera le tensioni interetniche ricorrenti in questo piccolo paese confinante
con il Ruanda.
Le Nazioni unite e l'Unione africana hanno patrocinato gli
accordi di pace che dovrebbero portare all'adozione di una Costituzione per cui
hutu e tutsi condividano il potere, e poi alle elezioni politiche.
“Il Burundi di oggi è il Ruanda del 1994”. È praticamente,
con le stesse parole, il timore che hanno espresso due uomini molto diversi tra
loro: Paul Nkunzimana, rettore della facoltà di psicologia dell'università di
Bujumbura, e Joseph Ndayizeye, vice presidente della Lega Iteka (“dignità” in
lingua kirundi), un'associazione per la protezione dei diritti umani. Il
massacro di 160 rifugiati tutsi congolesi (banyamulengue), il 13 agosto 2004
nel campo di Gatumba, nei pressi della frontiera con la Repubblica democratica
del Congo (Rdc), viene a rafforzare ulteriormente questo timore ricorrente.
Lontano dalla ribalta dei media perché eclissato dal dramma
ruandese, il Burundi è costantemente teatro di violenze etniche terrificanti:
nei dieci giorni successivi all'assassinio del presidente Melchior Ndadaye, il
21 ottobre 1993, per mano di ufficiali tutsi, sono stati massacrati secondo
l'Onu “decine di migliaia” di tutsi e hutu moderati.
Quel primo capo di stato hutu era stato eletto quattro mesi
prima al termine delle prime elezioni democratiche mai svolte nel paese.
Su questo stato confinante con il Ruanda aleggia lo spettro
del genocidio.
Gli accordi di pace di Arusha (Tanzania), siglati
nell'agosto 2000 tra il governo e diciassette partiti politici, sono contestati
sia dai tutsi dell'associazione Potenza di autodifesa (Pa) che dagli hutu delle
Forze nazionali di liberazione (Fnl).
Sostenuti dai movimenti millenaristi e dalle chiese
avventiste locali, i circa 3.000 ribelli delle Fnl sono animati da un odio
tenace nei confronti dei tutsi, che accusano di fomentare il genocidio degli
hutu. Hanno anche rivendicato la responsabilità del massacro di Gatumba.
Le manovre della potenza coloniale belga, proseguite fino ai
primi anni dell'indipendenza nel 1962, avevano spezzato l'antico equilibrio tra
le etnie tutsi, hutu e ganwa (Jean-Claude Willame, “Aux sources de
l'hécatombe rwandaise”, Cahiers africains n°14, Bruxelles, 1995).
Successivamente i tutsi, pur minoritari (circa il 20% della
popolazione) hanno dominato le istituzioni, in particolare la giustizia,
l'esercito e il partito unico dell'Unione per il progresso nazionale (Uprona),
alimentando risentimenti e sospetti (Colette Braeckman, “L'interminabile
discesa agli inferi del Burundi”, Le Monde diplomatique, luglio 1995).
Stando alla tesi ufficiale, i massacri del 1993 erano
semplicemente l'espressione della “collera popolare” di fronte al rifiuto dei
tutsi di accettare il verdetto delle urne.
Due elementi consentono di porre in dubbio questa presunta “spontaneità”.
In primo luogo, i tutsi sono stati radunati con vari
pretesti nelle scuole, nelle chiese e negli uffici comunali, prima di esservi
massacrati.
Tanto che, nel 1996, una commissione d'inchiesta delle
Nazioni unite definirà tali massacri “atti di genocidio”.
E in una risoluzione del 5 marzo dello stesso anno, il
Consiglio di sicurezza si dirà “profondamente preoccupato per tutti gli atti di
violenza che si commettono nel Burundi e per gli incitamenti all'odio etnico e
alla violenza che continuano a diffondere alcune stazioni radio, come pure il
moltiplicarsi degli appelli all'esclusione e al genocidio”.
Al ricordo di quei crimini si aggiunge un ulteriore motivo
di inquietudine: la estrema permeabilità delle frontiere nell'Africa dei Grandi
Laghi e la dimensione regionale del conflitto hutu/tutsi, di cui è recente
esempio la strage di Gatumba.
Nel Burundi, la ribellione armata hutu è collegata alle
milizie ruandesi interahamwe, responsabili del genocidio del 1994, che
operano nel Congo.
Fondate dai seguaci del presidente assassinato Ndadaye, le
Forze per la difesa della democrazia (Fdd), principale gruppo ribelle con oltre
10.000 uomini, hanno firmato un cessate il fuoco nel dicembre 2002.
Un accordo di spartizione del potere tra tutsi e hutu è
stato concluso il 6 agosto 2004 a Pretoria, al termine di quattro anni di
trattative, ma senza la firma né dell'Uprona né dell'Fnl.
Tale accordo prevede il 40% degli incarichi ai tutsi e il
60% agli hutu. Inoltre, la bozza di Costituzione approvato dagli hutu è
bocciato dai partiti tutsi.
In questo contesto preoccupante, aggravato
dall'insabbiamento del processo di pace nella Rdc e dall'irrigidimento del
regime di Kigali, la comunità burundese tutsi teme una “soluzione finale” in
stile ruandese.
Certamente, dopo dieci anni di una guerra civile che avrebbe
fatto non meno di 300.000 morti, sulla maggior parte del territorio è tornata
la calma.
I combattimenti, ormai sporadici, si concentrano su una
striscia di terra attorno alla capitale, il Bujumbura rurale, feudo delle Fnl.
Ma, per i tutsi, il pericolo è sempre presente.
Inoltre, il ritorno graduale dei rifugiati dalla Tanzania
rafforzerà la supremazia demografica degli hutu, a poche settimane dalle
elezioni.
L'emigrazione hutu risale alla repressione sanguinosa di un
tentativo di colpo di stato, nel 1972, durante il quale l'esercito, dominato
dai tutsi, avrebbe massacrato da 100.000 a 200.000 hutu.
In questo paese agricolo al 90%, il ritorno dei rifugiati e
degli sfollati renderà ancora più acuto il problema della terra: la densità
demografica arriva a 250 abitanti/kmq e la superficie media della fattoria a
conduzione familiare non supera il mezzo ettaro.
Le terre abbandonate nel 1972 e nel 1993 adesso sono state
occupate, in quanto le ondate di massacri offrivano buone occasioni per
liberarsi di vicini di cui si bramava la proprietà. Per limitare il carico del
contenzioso il governo ha deciso che i rifugiati del 1972 non potranno più
rivendicare le loro proprietà, a differenza di quelli del 1993.
Ma l'instaurarsi di un potere hutu forte nel Bujumbura
potrebbe provocare un ritorno delle milizie interahamwe dalla Rdc e una
reazione del Ruanda del presidente Paul Kagame.
Ma l'accordo di principio del 6 agosto scorso non fuga i
timori: per Venant Bambaneyeho, presidente dell'associazione Ac Génocide, che
peraltro non vede nessuna alternativa, le quote sono una “maledizione”: “Perché
non indicare l'etnia sulla carta d'identità?”, esclama. ”È questo che ha
portato il Ruanda alla catastrofe.
Per smistare le persone si chiedeva la carta d'identità”.
“I ruandesi hanno identificato il male, ma da noi non è
così. La giustizia perfetta non esiste, ma almeno da loro c'è stata una
giustizia simbolica. Il dovere di ricordare, la sorte dei sopravvissuti sono
presi sul serio”, sottolinea Bamboneyeho. Le organizzazioni tutsi continuano
quindi a chiedere il riconoscimento del “genocidio” del 1993 e a lottare contro
questa “forma di revisionismo” che consiste nel parlare “al plurale”.
Queste rivendicazioni si scontrano con un'ulteriore grave
difficoltà: come definire una “intenzione” o un “tentativo” di genocidio? E che
dire degli avvenimenti del 1972?
E così riemerge tutta la difficoltà del problema etnico nel
Burundi: “Ognuno parla del suo genocidio”, sintetizza Esdras Ndikumana,
corrispondente di Radio France internationale a Bujumbura.
Adrien Sindayigaya, direttore aggiunto di Ijambo (“parola”
in lingua kirundi), una radio che si batte per la riconciliazione, parla invece
di un “duplice genocidio”: quello del 1972 e quello del 1993. Si crea così un
circolo vizioso di vendetta: fra i massacratori del 1993 si trovano gli orfani
del 1972, e fra i primi assassinati, gli uccisori del passato (Barbara Vignaux,
Il Burundi di fronte allo spettro del genocidio - Le Monde diplomatique -
Ottobre 2004).
L'area dei grandi Laghi, il Togo, la Costa d'Avorio, la
repubblica Centrafricana e lo stesso Senegal vengono spesso definiti
"Franciafrica", una porzione di continente che ha mantenuto legami
culturali politici ed economici fortissimi con l'ex potenza coloniale.
Spesso esistono accordi militari bilaterali che consentono
ai francesi di intervenire con le proprie forze armate in numerose
eventualita'.
La Francia e' l'unica potenza coloniale del secolo scorso
che ha mantenuto simili prerogative, ed e' impressionante il confronto con le
smobilitazioni operate - ad esempio - da Gran Bretagna, Belgio, Portogallo.
Negli ultimi anni gli interventi francesi in Africa si sono
moltiplicati, ed hanno rappresentato un ulteriore elemento di instabilita' in
aree dell'Africa dove la guerra e' quasi endemica.
Lo scarso interesse dei media verso l'Africa e la buona
immagine della Francia 'pacifista' hanno impedito le mobilitazioni che hanno
visto come obiettivo - ad esempio - gli Stati Uniti.
Eppure, dopo il Ruanda, e' cresciuta in Africa
l'insofferenza antifrancese.
Una crisi politica è scoppiata in
Togo al momento del colpo di stato che, in spregio alla costituzione, ha
portato al potere, il 5 febbraio 2005, Faure Gnassingbé: un'altra, in Africa
dell'Est, che va ad aggiungersi a quella della Costa d'Avorio in cui Parigi è
implicata e accusata per via dei comportamenti tenuti di recente dai militari
francesi durante l'operazione “Liocorno”.
Dal 1960 in poi, grazie a contratti leonini, le società
francesi trattano (come intermediari) e rimpatriano il 75 per cento della
ricchezza prodotta. Nel 1994, il presidente Henri Konan Bédié tenta di
correggere queste anomalie con la retrocessione dei contratti di esportazione
di caffè e cacao a grandi corporations americane e una licenza di prospezione
del petrolio off-shore alla compagnia americana Vanco: sarà destituito con un
colpo di stato alla fine del dicembre del 1999.
Oggi in Costa d' Avorio Saur, Edf, Orange e Bouygues
controllano trasporti, acqua, elettricità e le vie di comunicazione, mentre la
Société générale, la Bnp e il Crédit Iyonnais dominano il settore bancario.
Dopo 40 anni di amichevole intesa post-coloniale, è la prima
volta che la vita dei cittadini francesi in Africa è minacciata su così larga
scala.
Ci si era per così dire rassegnati a vedere gli africani
ammazzarsi fra di loro. I soldati francesi hanno ucciso civili ivoriani nel
loro stesso paese; e un presidente straniero - nella fattispecie Jacques
Chirac - ha dato l'ordine di distruggere la flotta aerea di uno stato sovrano,
per rassicurare 15.000 suoi compatrioti e vendicare la morte di nove soldati.
La Francia era abituata ad agire
dietro le quinte: gli eventi di Abijan l'hanno costretta ad agire a viso
aperto.
Già nel gennaio 2003, il Forum sociale africano di
Addis-Abeba aveva dato un avvertimento: “Se insiste nella sua logica imperiale
attuale, la Francia rischia di moltiplicare gli interventi militari sul
continente, nel corso dei prossimi anni (...) Alla luce del genocidio ruandese
del 1994, della guerra civile del Congo del 1997 e dei conflitti in atto in
Africa centrale e in Costa d'Avorio, è urgente che gli stati africani
francofoni rivalutino le loro relazioni con l'ex potenza coloniale”.
I governi francesi, di sinistra come
di destra, hanno sempre avuto mano libera nell'ex impero coloniale. Nascono
così gli assassini politici mirati, il saccheggio sistematico delle risorse
economiche di numerosi stati, e l'appoggio a dittature sanguinarie. Finora,
tutto ciò si faceva nell'ombra. La sparatoria del novembre 2004, invece, si è
verificata in pieno giorno (Boubacar Boris Diop - Francia in Africa:
l'avvertimento ivoriano - Le Monde diplomatique - Marzo 2005)
A tanti anni di distanza dalla tragedia, nella memoria di
molti - specie in Italia - è rimasto il ricordo sbiadito di “una delle tante
guerre” del continente nero. Come spesso accade, è stato un film a rinverdire
la memoria.
“Hotel Rwanda” e' una produzione che non nasce con l’obiettivo
di essere esauriente sull’intera vicenda ma con quello apparentemente meno
ambizioso di raccontare un episodio paradigmatico ed emozionante.
La scelta del direttore dell’Hotel delle Mille Colline – il
più importante a Kigali, appartenente ad una catena internazionale - di
accogliere centinaia di rifugiati assediati dai miliziani hutu assetati di
sangue.
Una scelta difficile per Paul, hutu ma sposato con una
tutsi, orgogliosamente africano ma in rapporti cordiali e quotidiani con
europei e bianchi in genere, tormentato dalle paure e dagli egoismi iniziali
normali in chi è portato solo dal destino e da null’altro a scegliere tra
l’eroismo e la complicità.
Grazie allo status di Hotel internazionale, alla protezione
blanda ma alla fine efficace delle Nazioni unite, a qualche espediente ed a un
po’ di buona sorte, alla fine riesce a salvare sé stesso, la famiglia e circa
mille profughi destinati al machete.
Sullo sfondo, mentre l’ultimo volo utile dell’Onu si alza
dal suolo, risuona la voce gracchiante della radio razzista che incita allo
sterminio degli “scarafaggi”, il nome spregiativo con cui sono indicati i tutsi
(nelle tragedie razziste, nei genocidi, nelle più semplici vicende del razzismo
quotidiano c’è sempre un nomignolo che viene affibbiato agli “inferiori”).
La tragedia non sarà fermata, anche a causa dell’indifferenza
del “mondo civile” per quella che tanti – alcuni in malafede – giudicavano una
guerra di periferia con cui non sporcarsi le mani.
***
Oggi molto è cambiato rispetto al 1994, ed alcune recenti
tragedie ci hanno portato a vedere le cose con sguardo diverso.
La vicenda irachena, per la gravità e l’assurdità di una
guerra dichiarata senza un valido movente - anzi, con una immensa menzogna come
causa scatenante - ma dalla violenza incontrollata, ha assunto un significato
paradigmatico della guerra in generale e – per forza di cose - ha cancellato la
memoria del passato recente, facendo in breve tempo dimenticare le tante guerre
degli anni ’90, la Somalia, il Ruanda, la Jugoslavia.
Dalle torture di Abu Ghraib alla guerra preventiva,
dall’imbroglio delle fantomatiche armi del dittatore alle risposte violente talvolta
cieche degli stessi iracheni fino ai soliti traffici italiani travestiti da
missione umanitaria, abbiamo visto tante e tali nefandezze da riempire di
disgusto non solo accaniti pacifisti ma chiunque abbia fatto un qualche passo
avanti dall’età della pietra in poi.
Nel buio, le deboli fiammelle dei “no” alla guerra in Iraq
di Francia, Germania e poi Spagna hanno assunto la luminosità dei raggi solari.
La forte voce di Papa Giovanni Paolo II era diventata un punto di riferimento
mondiale, ed ha fatto guadagnare alla Chiesa un ruolo morale planetario anche
per tanti non credenti, in precedenza delusi da una gerarchia ecclesiale troppo
impegnata solo a dettare regole di comportamento sessuale e impastoiata nei
mille intrallazzi delle chiese nazionali coi potentati locali.
Molti hanno chiesto a gran voce un ruolo di contrapposizione
agli Stati Uniti da parte dell’Unione Europea, come voce democratica e
rispettosa dei diritti dei popoli e della pace. La Chiesa è stata indicata –
specie negli ultimi tempi e con preoccupante unanimismo – come il punto di
riferimento morale di tutti.
La tragedia del Ruanda va ricordata di per sé.
Per il dovere della memoria nei confronti del terzo
genocidio del Novecento (dopo armeni ed ebrei). Per rifiutare – ogni qual volta
ne sentiamo di simili, anche in Europa – le voci razziste propagate dai
microfoni delle tante “Radio delle mille colline”. Per diffidare di quei
politici e capipopolo che contrappongono un’etnia ad un’altra, spesso creando
artificialmente contrapposizioni, differenze, presunte superiorità.
Ma la tragedia del Ruanda ci ricorda anche le pesantissime
responsabilità che appena qualche anno fa hanno visto la Francia
neocolonialista e la Chiesa cattolica come complici e corresponsabili del
genocidio.
Questi fatti sono stati completamente rimossi dalla memoria
collettiva, ed oggi quelli che sognano un’Europa illuminata guida politica del
mondo ed una Chiesa suo faro morale dovrebbero riflettere sui tanti lati
oscuri, sui profondi legami delle vicende coloniali, sulle politiche di potenza
e sui molti giochi sulla pelle dei popoli che ancora vengono fatti, e che
spesso sfociano in tragedie.
Causate anche da europei, e da europei cattolici. Non solo
da rozzi cowboys nordamericani protestanti.
Dice Bush: “Il mondo è testimone delle terribili sofferenze
e dei crimini nel Darfur, crimini che il mio governo definisce come genocidio”.
Annan: “Siamo stati lenti, esitanti, poco convinti e non
abbiamo imparato nulla dal Ruanda”.
Proprio mentre si commemora il decimo anniversario della
tragedia del Ruanda, arrivano le prima notizie da Khartoum.
Nell’estate del 2003, l’Onu riceve i rapporti che annunciano
migliaia di rifugiati in movimento.
Già qualche mese prima le tribù occidentali africane avevano
iniziato la ribellione contro il regime arabo, accusato di opprimerli. Lo stato
rispondeva inviando l’esercito ed una milizia tribale, la famigerata Janjawid,
che per due anni ha seminato il terrore tra la popolazione.
Senza alcuna pietà. Villaggi incendiati, gente uccisa a
sangue freddo, bambini schiacciati con il calcio del fucile.
Il regime islamico del generale Omar Al Bashir già in passato
si era distinto per la repressione crudele di ogni dissenso, in particolare nei
confronti dei cristiani del sud perseguitati per venti e più anni da una guerra
“a bassa intensità” che però è costata circa due milioni di morti.
I cristiani sudanesi e la loro battaglia contro il volto
feroce dell’Islam hanno suscitato molto interesse presso la lobby statunitense
dei religiosi conservatori, molto vicini a Bush, e più volte si è immaginato un
intervento Usa in Africa, fino a che il ginepraio iracheno ha consigliato anche
ai falchi maggiore prudenza rispetto alle avventure senza ritorno.
Nell’autunno del 2003 si arriva ad una vera campagna di
pulizia etnica nell’intera regione, finanziata dai proventi del petrolio, metà
del quale è venduto dal regime alla Cina. La prospettiva di un embargo spaventa
i cinesi ed il loro boom economico senza ostacoli, e così il consiglio di
sicurezza si spacca.
Il rappresentante cinese all’Onu vota contro ogni
intervento. Le Nazioni Unite sono ancora una volta paralizzate, e non possono
far altro che redigere agghiaccianti rapporti, conclusi come sempre da due sole
parole: “Mai più” [Never Again, programme transcript, 3 July 2005, 22:15 on
BBC One].
Il genocidio in Ruanda è stato definito come la più
grande tragedia del Novecento dopo l'Olocausto. Oggi, ad oltre dieci anni
di distanza, abbiamo innanzitutto il dovere di ricordare, specie in un mondo
dove l'informazione segue i principi dell'“usa e getta”.
La tragedia dell'area dei Grandi laghi, i profughi e le
continue guerre possono essere un segno d'allarme. Occorre eliminare le cause
potenziali di questa continua violenza. Occorre indagarne le ragioni storiche e
quelle attuali. Bisogna capire le responsabilità interne e quelle
internazionali. Forse, con una politica mondiale improntata alla solidarietà,
non avremmo più guerre. Certamente ne avremmo di meno. Ma è sicuro che con la
tradizionale mentalità occidentale della politica di potenza ci attendono nuovi
conflitti e nuovi orrori. In Africa e in tutto il mondo.
I primi abitanti del Ruanda furono i Pigmei, dai
quali discendono gli attuali abitanti Batwa (l’1% circa della popolazione). I
Bahutu (84%) e i Batutsi (15%) arrivarono nella regione in epoche successive ma
le loro esatte origini non sono ancora state accertate.
Secondo alcuni studiosi gli hutu, popolo bantù, si sarebbero
installati in Ruanda prima dei tutsi, popolo, quest'ultimo di origine nilotica,
proveniente dagli altopiani dell'Etiopia.
Hutu e tutsi parlano la stessa lingua, il kinyaruanda,
praticano la stessa religione, condividono la medesima struttura
politico-sociale.
Molti storici ed etnografi concordano, pertanto, nel
ritenere che hutu e tutsi non possono essere considerati come due distinti
gruppi etnici. Come si vede c'è un'enorme differenza tra l'idea occidentale di
etnia (un gruppo accomunato da una comune lingua e da tradizioni analoghe) e la
situazione di hutu e tutsi.
Secondo lo storico francese Jean Paul Chrétien, si assiste
in Ruanda ad un fenomeno di “etnismo senza etnie”.
Nella storia pre-coloniale del Ruanda la reale differenza
fra hutu e tutsi era piuttosto di natura sociale ed economica essendo gli hutu
contadini edi tutsi pastori e guerrieri. Le fittizie frontiere stabilite dalla
colonizzazione ebbero poi effetti nefasti anche perché i coloni belgi
utilizzarono i tutsi, casta egemone territorialmente ed economicamente, per
rafforzare il proprio potere, esasperando così le tensioni etniche nell'area.
Le teorie pseudo-scientifiche e pseudo-antropologiche,
d'impostazione positivistica, erano molto diffuse nell'Europa della seconda
metà del XIX secolo.
Per gli studiosi dell'Africa centrale la dottrina chiave era
la cosiddetta “ipotesi camitica” diffusa dall'esploratore John Hanning Speke.
Secondo tale teoria tutte le forme di cultura e di civiltà
nella regione erano state introdotte da tribù provenienti dall’Etiopia e
appartenenti ad una razza superiore a quella dei nativi “negroidi”.
Proprio invocando tale ipotesi dell’origine etiope dei
tutsi, Musegera, noto estremista hutu sostenitore del presidente Habyarimana,
poteva affermare, in un suo celebre discorso del 1992, che tutti i tutsi
dovevano essere rispediti in Etiopia attraverso il fiume Nyabarogongo che
sfocia poi per il Nilo.
Il suo odioso messaggio razzista fu ben compreso. Appena due
anni dopo, fra l'aprile e il giugno del 1994, migliaia e migliaia di cadaveri
di tutsi martoriati a colpi di machete galleggiavano nei fiumi insanguinati del
Ruanda.
Così incoraggiati dall'ammirazione del colonizzatore belga
ed influenzati da un amalgama di mito e pseudo-antropologia, i capi tutsi
passarono gradatamente da quella che era una forma tradizionale di “elitismo”
giustificata dall'appartenenza ad una casta sociale ed economica privilegiata
ad una vera e propria forma di razzismo nei confronti della maggioranza hutu.
Ciò doveva generare, inevitabilmente, altrettanto estremismo
hutu nei confronti della minoranza tutsi.
L’ideologia razzista ed il conseguente odio etnico furono
alimentanti anche dalla Chiesa cattolica le cui responsabilità nella tragedia
del Ruanda, bastione del cattolicesimo in Africa, andrebbero più apertamente
denunciate.
Allineandosi sulle scelte della potenza coloniale, anche la
Chiesa cattolica poté rafforzare inizialmente il proprio potere temporale
attraverso l’appoggio ai capi egemoni tutsi (l’insegnamento era a quell'epoca
interamente controllato dalla Chiesa cattolica).
Il cardinale Lavingerie, dell'ordine dei Péres Blancs installatisi
in Ruanda nel 1898 per evangelizzare la regione, affermava: guadagnando un solo
caco (tutsi) alla nostra causa faremo molto di più per il consolidamento della
nostra missione che cercando di guadagnare, isolatamente, centinaia di poveri
neri (hutu).
Non mancheremo di far osservare ai capi (tutsi) che la
dottrina cristiana è favorevole al loro potere perché essa insegna che essi
sono i veri rappresentanti di Dio sulla terra dal punto di vista temporale”.
Solo alla fine degli anni '50, di fronte alle velleità
indipendentiste e terzomondiste dei tutsi la Chiesa scelse, come il Belgio, di
cambiare campo. A partire da quel momento, i tutsi saranno denunciati, con
evidente cinismo e opportunismo, come classe “privilegiata e aristocratica”
sfruttatrice della maggioranza hutu, “massa contadina e laboriosa”.
Si è scritto che la “rivoluzione sociale” hutu del 1959 sia
una rivoluzione “nata in sagrestia”.
Monsignor Perrodin, vicario apostolico in Ruanda nel 1959,
fu il padre spirituale del presidente Kaybanda, ex-seminarista, nonché ideologo
e ispiratore del partito presidenziale, il Parmehutu, il partito nell'ambito
del quale verrà pianificato il progetto di genocidio.
Non mancarono neanche gli appoggi internazionali:
l'internazionale democratico-cristiana, a forte componente anticomunista, la
stessa che dieci anni più tardi contribuirà a rovesciare il governo Allende in
Cile, fu una grande sostenitrice della “rivoluzione sociale” hutu e del futuro
regime.
Nel dicembre 1996, in presenza del nuovo ambasciatore
ruandese in Vaticano, il Papa riconosceva apertamente le responsabilità di
alcuni membri del clero nei massacri del 1994.
“La Chiesa”, affermava il Papa, “non può essere ritenuta
responsabile per colpa di quei suoi membri che hanno agito contro la legge
evangelica — e anche contro quella dello Stato — essi saranno chiamati a
rendere conto delle loro azioni”.
Ma denunciare solo responsabilità individuali non è
sufficiente. Come scrisse Pietro Veronese (“la Repubblica”, 13 dicembre 1996),
“la Chiesa deve ancora pronunciare il mea culpa e non solo per la tragedia in
Ruanda ma anche per tutte le commistioni con il potere che essa ha avuto, e
forse ancora ha, in altre regioni del mondo”.
Negli anni della guerra fredda, l'Africa era divisa tra il
blocco orientale e quello occidentale: alcuni paesi si affidavano a ricchi
protettori, con in testa la Francia, sperando nello “sviluppo”. Altri, si
schieravano con il blocco orientale in nome della “liberazione”. Negli anni
'60, la “scelta socialista” era per questi ultimi quasi un corollario
dell'anticolonialismo. C'è stata una coincidenza storica tra il colonialismo e
il capitalismo; per conseguenza, la lotta contro il colonialismo doveva
presupporre l'abbandono del liberalismo e l'adozione del modello socialista.
Affermano, in tal senso, gli storici Lavroff e Mabileau in
un saggio sui caratteri del socialismo africano: “la lotta dei popoli coloniali
contro il capitalismo, che del colonialismo è la prima radice, li ha fatti
approdare alle rive del socialismo, che del capitalismo è l'avversario storico”.
In genere, i risultati sono stati regimi corrotti ed
autoritari. Dopo la guerra fredda, le antiche potenze coloniali e neo-coloniali
hanno dovuto riaffermare la propria presenza, ma si sono anche ritrovate con
nuovi grandi spazi da conquistare. Gli Stati Uniti, da sempre presenti in
America Latina e in Asia, hanno avuto la possibilità di entrare nella
spartizione del continente africano, che significa controllo su immense risorse
e manodopera a costo zero.
In questo scenario si inserisce il confronto con i francesi,
che, dal canto loro, sono stati impegnati a ribadire il controllo sulla loro
area, cioè le ex-colonie: Ciad, Camerun, Gabon e Congo sembravano tranquilli,
mentre il dominio sugli altri paesi era in forte discussione: dall'Algeria
(sostegno al regime Zeroual) al Niger (un colpo di Stato ha messo in crisi la
situazione), dallo Zaire al Ruanda, perso dopo la disfatta del regime hutu,
difeso fino all'ultimo con l'Operazione Turchese (v. più avanti Dossier nero
sulla politica francese).
La Repubblica Centrafricana, in particolare, è considerata
dall'Eliseo come una provincia francese.
All'inizio del gennaio '97, due ufficiali francesi sono
stati uccisi dalla folla in rivolta contro il presidente Fatasse.
Ventiquattrore dopo è scattata la vendetta: 2.000 soldati francesi hanno
attaccato un quartiere di Bangui tenuto dai ribelli. Elicotteri e blindati
hanno massacrato dieci soldati centrafricani, secondo le stesse ammissioni di Parigi.
La Croce Rossa locale, invece, ha affermato che morti e feriti sono stati molti
di più.
Un portavoce della Difesa francese affermava: “[...) nessuno
uccide dei soldati francesi e se la cava”(The Economist 11 gennaio 1997).
Dopo aver perso il Ruanda, la Francia puntava allo Zaire,
sostenendo ancora Mobutu. Il nome dello Zaire ricorrerà spesso nelle pagine
seguenti. Per comprendere a fondo il ruolo di questo paese nel sistema
neocoloniale è necessario risalire al 1960.
All'inizio della sua carriera Jospeh Mobutu Sese Koko era un
telescriventista della France Press, oltre che un informatore della polizia
coloniale belga. La Cia lo scelse come referente per l'operazione che doveva
impedire la trasformazione del Congo belga in una “Cuba africana”.
Il paese, all'inizio, non si limitò a cambiare il nome in
Zaire e a proclamare un'indipendenza formale. Il 30 giugno 1960 ci fu
l'affrancamento dalla potenza coloniale belga e furono indette libere elezioni.
Fu eletto il poeta Patrice Lumumba, alla testa di un'ampia coalizione
progressista e multietnica.
Il programma radicale del nuovo governo (nazionalizzazione
delle ricchezze del paese) terrorizzò le potenze occidentali. I paracadutisti
belgi furono inviati nel Katanga (la regione mineraria del Sud), occuparono
l'area e favorirono la nascita di un governo-fantoccio secessionista.
Contemporaneamente si attivarono i servizi segreti francesi
e la Cia: “Abbiamo deciso che l'eliminazione di Lumumba è un obiettivo urgente
e principale”, scrive Allen Dulles, capo dei servizi statunitensi. E' il 26
agosto '60. Un mese più tardi i soldati capeggiati da Mobutu impediscono a
Lumumba l'accesso al Parlamento e lo costringono a rifugiarsi presso i caschi
blu dell'Onu, che da settimane osserva immobile lo svolgersi degli eventi.
Il primo dicembre viene catturato dagli uomini di Mobutu:
morirà il 3 febbraio dopo numerose torture. La secessione del Katanga rientra,
il ruolo del Belgio va declinando mentre negli anni successivi crescerà il peso
dei francesi.
Dopo 37 anni di dittatura, Mobutu è giunto al capolinea. Tra
le potenze europee e gli Stati Uniti rischia di riaprirsi la partita per il
controllo delle immense ricchezze del paese. Ancora una volta, sulla pelle
degli africani.
I documenti che seguono mettono in evidenza il peso della
vendita internazionale delle armi. Fabbriche e governi di tutto il mondo sono
implicati nella vendita di armamenti ai gruppi in guerra.
Occorre ribadire che le lobbies delle armi ed i complessi
militari-industriali sono direttamente responsabili delle guerre: stimolano i
conflitti, sostengono ora l'una ora l'altra parte, provocano ondate di morte e
di dolore: hanno come unico obiettivo il profitto.
Fornitori internazionali hanno venduto le armi ai
responsabili del genocidio. L’inchiesta dell’Onu mostra l’incredibile omertà
dei governi sul traffico di armi. Tra l’altro, si parla anche delle mine
italiane.
Nella tragedia dei grandi laghi sono certamente presenti le
responsabilità africane. Si è già detto più volte; i media, poi, hanno
riproposto lo stereotipo dell’Africa “selvaggia” che si scanna per l'ennesima
volta. Questa immagine è ormai entrata a far parte dell'immaginario collettivo,
fino a divenire un vero e proprio luogo comune razzista.
Per questo le vicende africane vanno interpretate in maniera
approfondita e soprattutto occorre inserirle in un contesto internazionale, in
cui appare chiaro il ruolo delle politiche di potenza neocoloniali.
Abbiamo già parlato del ruolo della Francia. Gli Stati Uniti
cercano di assumere un ruolo dominante nel continente, grazie agli alleati
Uganda, Eritrea ed Etiopia: col sostegno ai tutsi nello scacchiere ruandese
(consiglieri militari, appoggio diplomatico); con lo scontro nei confronti delle
isole antiamericane del continente (gli Usa condannano duramente il governo
islamico del Sudan, anche se poi sono i migliori alleati dell'Arabia Saudita,
regime oscurantista e finanziatore dei terroristi islamici, a partire dagli
algerini).
La prima e la seconda guerra mondiale sono state precedute
da una strategia imperiale delle potenze, basata su una conquista militare di
aree da dominare direttamente e da una strategia economica per la creazione di
aree protette da cui ottenere materie prime e manodopera a basso costo e in cui
rivendere il prodotto finito (mercati protetti).
Ovviamente, la strategia militare e quella economica si sono
spesso sviluppate parallelamente. Le politiche imperialiste hanno portato ad
una continua tensione tra le potenze occidentali, che da molti secoli
considerano “la guerra come la continuazione della politica(imperiale) con
altri mezzi”.
Dopo la fine della guerra fredda si immaginava un mondo
pacificato. La rapida fine di questa illusione ha portato al vagheggiamento di un
“nuovo ordine mondiale” basato su una sola super-potenza: gli Usa.
Anche questa “orwelliana” visione sembra destinata al
fallimento, perché già si intravede un mondo tripolare, con un contrasto tra
Europa ed Usa e le potenze dell'Asia (basti pensare alla forza economica del
Giappone ed alla crescita della Cina). Il sistema delle aree protette (Nafta,
Europa di Maastricht), liberiste al loro interno e sostanzialmente chiuse
all'esterno, viene riproposto in forma estrema dall'economia globalizzata.
I conflitti nei Balcani ed in Africa hanno fatto intravedere
i primi conflitti tra Usa e paesi europei.
Un secolo, tre genocidi (armeni, ebrei e rom, ruandesi), due
guerre mondiali. Possibile che non sia cambiato nulla nei rapporti tra i
popoli?
Belgio, Bulgaria, Camerun, Cipro, Repubblica Ceca, Francia,
Egitto, Italia, Seychelles, Zaire, Zambia. Tra l'inizio e la fine del 1996 una
Commissione d'inchiesta nominata dalle Nazioni Unite si rivolge ai governi di
questi paesi per ottenere informazioni sulle violazioni all'embargo sulle armi
destinate al Ruanda.
Il blocco degli armamenti era stato decretato nel 1994 dal
Consiglio di sicurezza, ma da più parti si segnalavano violazioni.
La stessa realtà del conflitto mostrava un'ampia disponibilità
di armi per le parti in lotta. Di qui la decisione di creare una Commissione
d'inchiesta, formata da Mahmoud Kassem (Egitto), Mujahid Alam (Pakistan),
Gilbert Barthe (Svizzera), Mei Holt (Stati Uniti).
Nel corso del 1996, i funzionari dell'Onu visitano i vari
paesi africani, leggono rapporti di diverse Ong, inviano richieste a vari
governi: molti non rispondono, altri lo fanno in ritardo, altri ancora
forniscono risposte evasive.
Ecco, tanto per fare un esempio, il brano che descrive il
comportamento del governo italiano:
“Un ex ministro degli Esteri di
un paese dell'Europa orientale ha pubblicamente ammesso l'autorizzazione per
forniture di armi all'ex FAR(Forze armate ruandesi). Poiché l'uomo vive attualmente
in Italia, la Commissione scrive (20 agosto 1996) alle autorità di Roma
chiedendo ulteriori informazioni. Nessuna risposta”.
Il 17 settembre, un membro della Commissione visita la parte
ruandese del lago Kivu. Le ispezioni effettuate permettono il ritrovamento di
mine TS-50, fabbricate in Italia meridionale e certamente vendute prima
dell'embargo. Nove giorni dopo la scoperta, la Commissione chiede alle autorità
italiane informazioni sulla fabbrica delle mine, i Paesi fornitori, la data
della fornitura, le parti coinvolte nella transazione e i certificati di
destinazione delle armi, oltre ai dettagli sui pagamenti. Il Governo italiano
ignora anche questa inchiesta”(cfr. Terzo rapporto Onu, 1996).
L'ipotesi della Commissione è confermata dalla rivista “Oscar
Report”, in un servizio dal titolo “Le mine terrestri nelle zone di conflitto
1992-1994”. Le mine italiane disseminate sul territorio ruandese sarebbero
diverse migliaia: nelle relazioni governative sulle vendite di armi non vi è
traccia di questi trasferimenti, per cui è ipotizzabile che le mine siano state
prodotte su licenza italiana in Egitto o in Sudafrica e quindi “triangolate”
tramite lo Zaire, che è stato un buon cliente delle aziende bresciane (cfr.
Oscar Report, n.6).
Nel 1992, l’Italia ha esportato verso il Ruanda varie
componenti per la fabbricazione di mine: 25 tonnellate di esplosivi, tre
tonnellate di micce di sicurezza ed una tonnellata di detonatori per un totale
di 214 milioni di lire (OCSE - Foreign Trade statistics 1992).
Ovviamente, le armi sono state esportate anche in direzione
di altri paesi della regione dei Grandi laghi: tra l'altro, circa 2 milioni di
munizioni destinate al Burundi (cfr. “Il Messaggero”, 9 maggio 1994).
Fonti altamente attendibili in Belgio, Kenya, Ruanda,
Sudafrica, Tanzania e Regno Unito sono concordi nel descrivere una fitta
ragnatela di vendite di armamenti diretti al Ruanda, provenienti dal Sudafrica
e dall'Europa, in particolare dall'Europa orientale.
La Commissione Onu raccoglie una serie di testimonianze da
fonti governative e non governative, in particolare da Amnesty International.
Queste sono le sue conclusioni:
“Le persone coinvolte sono uomini
di affari con alle spalle un passato nel mondo militare o nei servizi segreti.
Le motivazioni, più che politiche, sono di puro profitto. Vengono utilizzati
sia grandi aerei che piccoli velivoli privati capaci di atterrare su piste di
fortuna.
Mediante falsi certificati di
destinazione si superano le leggi e l'embargo, i controlli di frontiera degli
aeroporti sono evitati con atterraggi notturni clandestini e falsi piani di
volo”(cfr. Terzo rapporto Onu, 1996).
La vendita di armi alle ex-FAR, principali responsabili del
genocidio, è una tessera di un mosaico più ampio, che comprende i traffici di
droga, diamanti e oro. Parte delle armi passate per il confine orientale
zairese erano destinate ai ribelli del Burundi ed alle truppe dello Zaire.
Ma la maggior parte sono finite all'esercito ruandese. Se
fino al 1995 le armi atterravano negli aeroporti di Gema e Bukavu,
relativamente grandi, successivamente sono state utilizzate piccole piste di
atterraggio come Bunia, nei pressi del lago Alberto.
Alla fine del 1996, le FAR sono ancora dotate di anni di
nuova fabbricazione tra cui kalashnikov e mine anti-uomo, sicuramente giunte
dopo l'embargo.
Il Sudafrica è tra i paesi che hanno istituito una
commissione governativa sul traffico d'armi nella regione dei Grandi laghi.
Secondo Laurie Nathan, membro della commissione, “dal
Sudafrica sono usciti illegalmente grandi quantitativi di armi”, trasportate da
piloti di compagnie private ed equipaggi di aerei cargo, imbarcate negli
aeroporti sudafricani con destinazione Goma, la cittadina dello Zaire
nord-orientale diventata il quartier generale per i movimenti armati hutu che
progettavano la riconquista del Ruanda e del Burundi.
Un'altra via delle armi è quella che passa dallo Zambia fino
al lago Tanganica, dove il carico è trasportato su battelli che risalgono fino
al confine con il Burundi. Qui le armi arrivano direttamente nelle mani dei
miliziani hutu.
Fino al 1993, il Sudafrica dell'apartheid è stato il
maggiore fornitore d'armi del regime hutu ruandese, per un giro d'affari di 15
miliardi di lire l'anno. Nel 1994, in coincidenza col genocidio, le forniture
sono state ufficialmente sospese, ma fonti unanimi hanno affermato che il
flusso di armi non si era assolutamente interrotto. Tra l'altro, le
testimonianze della commissione governativa sudafricana coincidono con le
affermazioni della commissione Onu.
Infatti, nonostante le assicurazioni governative sull'azione
di controllo statale, la Commissione verificava che le industrie private
coinvolte nel traffico d’armi e le stesse forze armate dell’era dell’apartheid
erano ancora attive. Dal 1996, il governo sudafricano ha tentato di porre un
freno al traffico, revocando le licenze di esportazione destinate ai paesi in
guerra o deve si violano i diritti umani.
La commissione sudafricana ha però informato il presidente
Mandela che le misure adottate non avevano avuto effetto. L'appello per misure
più incisive è però caduto nel vuoto.
Nel 1996, un pilota di una compagnia commerciale ha
dichiarato al “Sunday Times”:
“I doganieri esaminano in media solo il 50% del carico, ma
il disco verde vale anche per l'altra metà”.
L'inchiesta del quotidiano inglese ha dimostrato che il
lassismo dei doganieri — che permette il transito per tonnellate di armi — è
pagato a peso d'oro dai trafficanti, in genere ex militari ed ex agenti dei
servizi del regime di Botha.
Nel suo rapporto, la Commissione Onu ipotizza una grave
violazione dell'embargo sulle armi da parte di un cittadino sudafricano, Willem
Ehiers, direttore della “Delta Aero”.
Le accuse riguardano la fornitura di armamenti e
l'addestramento delle forze governative ruandesi. La Commissione interrogava
direttamente Mr. Ehiers, che si difendeva in questo modo: “mi avevano
assicurato che le armi erano per lo Zaire. Sono rimasto sconvolto quando successivamente
ho letto che erano invece destinate alle forze governative ruandesi”.
Le informazioni raccolte in seguito — unite alla
testimonianza di Ehiers — dimostravano che la fornitura era stata definita a
Pretoria nel maggio 1994, in un incontro tra lo stesso Ehiers e due ufficiali
zairesi. In un secondo momento, i militari chiesero un incontro alle Seychelles
con un “esperto tecnico, identificato dalla Commissione in Théoneste Bagosora,
figura di rilievo dell'ex FAR, attualmente in detenzione in Camerun per il
genocidio dell'aprile 1994.
Ehiers ha infine affermato che l'accordo fu perfezionato per
un prezzo finale di 300mila dollari. Come era facile prevedere, la Commissione
scopre (con la collaborazione dell'Ufficio federale per gli affari esteri di Berna)
che il pagamento delle armi dalle Seychelles allo Zaire (destinazione Ruanda) è
stato effettuato attraverso due trasferimenti di denaro dalla “Union Bank
Privée” di Ginevra alla “Federal Reserve Bank” di New York.
Fonte: Terzo rapporto della Commissione internazionale di
inchiesta delle Nazioni Unite, istituita con risoluzione del Consiglio di
Sicurezza 1053 (1996) del 23 aprile 1996.
Per dissuadere il
futuro presidente dal continuare l'attuale politica franco-africana
Contrariamente a quanto affermato in dichiarazioni
ufficiali, è certo che i più alti livelli della gerarchia militare francese
hanno offerto un enorme sostegno alle Forze armate governative del regime di Habyarimana,
almeno fino alla loro sconfitta, all’inizio del luglio 1994.
Secondo il colonnello Lue Marchai, ex capo aggiunto della
MINUAR (la missione Onu in Ruanda) a Kigali, uno degli aeroplani francesi,
destinati 1'8 aprile 1994 all'evacuazione degli europei, trasportava parecchie
munizioni per le FAR.
Il 25 maggio 1994, il secondo segretario dell'ambasciata del
Ruanda al Cairo indirizzava al governo ruandese di transizione un messaggio nel
quale si annunciava, fra l'altro, una consegna di 35 tonnellate di armi
(munizioni e granate) per un ammontare di 765mila dollari.
Il documento fa esplicito riferimento ad alcuni “certificati
di destinazione finale fatti a Kinshasa” ed una transazione fatta a Parigi.
Questi certificati sono i documenti che abitualmente le autorità francesi
esigono prima dell'acquisto: si tratta, quindi, di esportazioni quasi
ufficiali, celatamente destinate allo Zaire, attraverso Goma.
Numerosi inviati speciali hanno descritto questi approvvigionamenti
in armi e munizioni via Goma: una vasta serie di forniture trasportate su
Boeing 707 “anonimi”(Libération, 4 giugno 1994). Secondo Stephen Smith “tutte
le fonti ribadiscono che queste consegne d'armi sono state finanziate dalla
Francia”.
L'addetto alla difesa di un’ambasciata francese respinge
l'ipotesi di un aiuto ufficiale della Francia alle FAR e aggiunge: “un aiuto
sottomano da circuiti paralleli è sempre possibile. Voi sapete delle fabbriche
d'armi a Parigi, ve ne potrei parlare...”.
Questo modo di fare è tipico della cooperazione militare
franco-africana, che abbonda di consiglieri ufficiali, di istruttori privati,
di mercenari addestrati alla DGSE (i servizi segreti di Parigi): anche il
circuito parallelo delle consegne d'armi riflette le divisioni tra i decisori
civili e i militari francesi.
Coloro che erano contrari alla fornitura di armi al governo
del genocidio non hanno potuto, forse, ostacolare i sostenitori
dell'approvvigionamento alle FAR.
Al termine del maggio 1994, queste supposizioni venivano
confermate da un rapporto d'inchiesta dell'organizzazione non governativa Human
Rights Watch (HRW) dal titolo “Ruanda/Zaire: riarmo nell'impunità”.
Per ciò che riguarda il sostegno internazionale ai promotori
del genocidio ruandese, HRW ha appreso, dal personale dell'aeroporto di Goma e
dagli uomini d'affari locali, che tra maggio e giugno arrivarono almeno cinque
carichi di armi. Ciò avveniva dopo il 17 maggio, data del voto dell'Onu
sull'embargo di armi, a più di sei settimane dall'inizio del genocidio.
Questi carichi contenevano artiglieria, mitragliatrici,
fucili d'assalto e munizioni fornite dal Governo francese. Le armi sono state
trasferite oltre frontiera dai militari dello Zaire e consegnate alle FAR a
Gisenyi.
Jean-Claude Urbano, allora consigliere della Francia a Goma,
ha giustificato questi cinque carichi spiegando che erano il risultato dei
negoziati con il Governo ruandese prima che venisse deciso l’embargo.
Nel periodo dell’Operation Turquoise, le FAR hanno
continuato a ricevere armi all’interno della zona sotto il controllo francese,
attraverso l’aeroporto di Goma.
Alcuni soldati zairesi, impiegati a Goma, hanno contribuito
al trasferimento di quelle armi oltre la frontiera.
Diverse compagnie di carghi aerei hanno trasportato la maggior
parte delle armi fornite “segretamente” con l'accordo di ufficiali del Governo
zairese e di esponenti di alto rango delle FAZ (Forze armate zairesi),
tradizionali alleati del presidente Mobutu.
Le armi provenivano da più punti dell'Europa e dell'Africa...
I piloti avevano falsi piani di volo e falsi manifesti (i documenti descrivono
il contenuto del cargo aereo). In due casi almeno, verificati da HRW, in maggio
e giugno (1994), alcuni aerei hanno consegnato, alternativamente, viveri e armi
nell’aeroporto di Goma.
Dopo la disfatta (luglio 1994), le truppe francesi hanno “disarmato”
le forze ruandesi che attraversavano la frontiera verso lo Zaire, consegnando
poi le loro armi alle autorità zairesi. Poiché la Francia era a conoscenza del
sostegno zairese alle forze militari responsabili del genocidio, “la decisione
non era davvero appropriata”.
Sempre secondo le testimonianze di Human Rights Watch,
alcuni militari e miliziani hanno continuato a ricevere un vero e proprio
addestramento militare in una base francese nel Centrafrica, dopo la disfatta
delle Forze armate governative.
Amnesty International ha confermato da allora il
perseguimento delle consegne d'armi al potere Hutu, via Goma, “una volta alla
settimana, il martedì alle 23 ora locale... fino alla metà di maggio 1995”.
Per molteplici ragioni, sarebbe stato impossibile
organizzare un cosí massiccio traffico d'armi a Goma senza le complicità
francesi. I legami franco-zairesi, mai interrotti, vennero considerevolmente
rinforzati dopo l'Opération Turquoise.
A fine aprile 1994, il rappresentante della Francia si
opponeva, in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazione Unite, all'uso del Termine
“genocidio” per qualificare i massacri perpetrati contro i tutsi in Ruanda.
Solo il 18 maggio, il Ministro degli Affari Esteri Alain Juppè parla di
genocidio all'Assemblea Nazionale. Ma a quel punto la macchina della morte
aveva già fatto il grosso del lavoro: la Francia riconobbe la gravità dei fatti
quando ormai non c'era quasi più niente da fare.
Nella versione scritta del suo discorso dell’8 novembre 1994
al Summit franco-africano di Biamiz, Mitterand parla di “genocidi” avvenuti in
Ruanda nell'evidente tentativo di “minimizzare” le pesanti responsabilità del
regime di Habyarimana nell’organizzare dei massacri contro i tutsi e gli hutu
moderati del Ruanda e, al tempo stesso, di screditare, agli occhi dell’opinione
pubblica internazionale, il nuovo governo di Kigali.
Di fronte, poi, alle continue richieste di assistenza
finanziaria da parte del nuovo governo – principalmente per la riorganizzazione
del sistema giudiziario, del tutto paralizzato –
— la Francia blocca, sino al novembre
del 1994, qualsiasi decisione d'aiuto finanziario, tanto della Banca mondiale
quanto dell'Unione europea.
Malgrado i suoi indiscussi legami con i responsabili del
genocidio e le sue dichiarazioni incendiarie, M.me Agathe Habyarimana, accolta
con estremo garbo dal presidente della Repubblica, ha potuto soggiornare serenamente
in Francia per alcuni mesi, con l'aiuto finanziario del Ministero della Cooperazione.
Ma la Francia non si è accontentata d'intrattenere questi
espatriati: non ha rinunciato ad accogliere sul proprio territorio personaggi chiave
del vecchio regime e della Hutu power, nonché esponenti del governo
ruandese di transizione autoproclamatosi dopo l'abbattimento dell'aereo
presidenziale e l'inizio dei massacri.
Durante l’Opération Turquoise (fine giugno -15 agosto
1994), la Francia ha reso possibile la ritirata dei responsabili del genocidio:
redigendo lei stessa il mandato che le sarà accordato dall'Onu, l'operazione
non prevedeva, infatti, l'arresto dei responsabili del genocidio.
A metà luglio, l'Onu chiede alla Francia di intervenire per
il disarmo delle forze armate governative rifugiatesi nella zona umanitaria
sotto controllo francese. La Francia risponde di non averne i mezzi. Oltre ai
miliziani, anche alcune unità delle FAR e numerosi membri del governo ad interim
poterono così transitare liberamente nella zona umanitaria francese, trovandovi
rifugio.
Anche i militanti della radio del genocidio, quella “delle
Mille Colline”, riuscirono così ad accodarsi allo stato maggiore delle FAR
nelle sue ritirate successive.
I “giornalisti-animatori” che, in tenuta da combattimento
circolavano, fino a giugno, a Kigali, si ritiravano in luglio a Gisenyi, poi a
Cyangugu, nella zona “umanitaria” sotto controllo francese. Un portavoce del
governo di transizione e delle FAR (in ritirata) ordinava alle popolazioni di
prendere la strada dello Zaire, minacciando rappresaglie contro chiunque si
fosse opposto alla strada dell'esilio. Il 18 luglio, si annunciava: “Il Fronte
Patriottico Ruandese ci ha messo quattro anni per rientrare in Ruanda con
200mila persone. A noi basterà un mese per ritornarci con cinque milioni”.
Il luogotenente colonnello Jacques Hogard, comandante della
parte Sud della zona di protezione francese, reagisce “fermamente”. Chiede al
presidente ed ai ministri del governo ad interim di abbandonare Cyangugu e
insiste affinché la Radio delle Mille Colline parta anche.
L'appello è subito ascoltato: i responsabili del genocidio
attraversano, impunemente, la frontiera zairese per rifugiarsi a Bukavu.
Secondo alcuni ufficiali dell'Onu, i militari francesi avrebbero trasportato in
aereo alcuni capi militari di primo piano, tra cui il colonnello Théoneste
Bagosora e il capo delle milizie Jean-Baptiste Gatete, come anche le truppe d'élite
delle FAR e le milizie: tra luglio e settembre 1994, con una serie di voli in
partenza da Coma, molti responsabili del genocidio sono stati spediti verso
destinazioni non identificate.
I responsabili della Banca mondiale e dell'Unione europea
non lo nascondono: fino al novembre 1994, la Francia ha usato tutta la sua
influenza per impedire la concessione di aiuti d'urgenza al nuovo regime di
Kigali. Si legga, al riguardo, la seguente dichiarazione di un parlamentare
francese poco sospetto di terzomondismo, il senatore Guy Penne, ex consigliere
del presidente Mitterand per gli affari africani: “La Francia ha opposto il suo
veto ad un progetto dell'Unione europea di assistenza finanziaria al nuovo
governo di Kigali (...) le chances di successo di questo processo di
transizione guidato dal Fronte patriottico ruandese sono molto fragili. Ma tale
governo di unità nazionale risponde in fondo allo spirito di Arusha. Ci si aspetta,
per tanto, che la Francia lo appoggi”. Un alto funzionario europeo precisa: “E’
un segreto di pulcinella, tutti sanno che la Francia sta cercando di ritardare
il più possibile l’assistenza europea al nuovo governo di Kigali”.
Le organizzazioni non governative “Medici senza frontiere” e
“Oxfam” dichiarano il 25 novembre 1994 che la Francia, sostenuta in questo dal
Belgio, aveva imposto condizioni del tutto irrealiste al governo ruandese per
sbloccare gli aiuti europei.
Il primo gennaio 1995, la Francia acquisiva la presidenza
dell'Unione europea. Sotto le pressioni degli altri paesi membri, la Francia
non poteva più difendere in Ruanda, in nome dell'Europa, una politica
indifendibile. Il governo francese decideva, pertanto, di riprendere la
cooperazione con il Ruanda.
La Francia, come altri paesi, non può, non deve sottrarsi
all'esame delle proprie responsabilità nella tragedia del Ruanda. Si è visto
come la Francia abbia sostenuto militarmente il regime di Habyarimana,
armandolo e schierandosi dal suo lato. Essa ha contribuito all'addestramento militare
delle forze principalmente responsabili del genocidio: la guardia
presidenziale, elementi delle forze armate governative, le milizie di “autodifesa”:
ha favorito la divisione dell'opposizione democratica contribuendo in tal modo
al fallimento degli accordi di Arusha.
La Francia ha continuato ad appoggiare durante il genocidio
i principali responsabili di quei massacri, costituitisi in governo
provvisorio, sostenendoli diplomaticamente e facilitando la consegna di armi;
ha riconosciuto troppo tardivamente il genocidio impedendo, pertanto, una
rapida risposta della comunità internazionale.
Più di 30 anni di pratica di “dominio riservato” hanno
tagliato fuori l'Eliseo da qualsiasi possibilità di dibattito democratico
trasformando le relazioni franco-africane in nefasti rapporti personali fra
capi di Stato e rispettive famiglie e confondendo la stabilità delle
istituzioni con il mantenimento, attraverso la forza, di regimi corrotti e
antidemocratici capaci di garantire privilegi economici e supremazie politiche.
Al tempo stesso l'esecutivo continua ad essere fortemente
condizionato da potenti lobbies utilizzate, tollerate o anche solo lasciate
prosperare: solo nello scacchiere africano si “agitano” più di una decina di
reti politico-affaristiche le cui strategie e i cui interessi si sovrappongono
con effetti, lo si è visto più volte, nefasti per i popoli africani.
Il 16 luglio 1995, in occasione del 53° anniversario della “retata
del Vél d'Hiv” il presidente della Repubblica francese, Jaques Chirac,
affermava:
“Sì, la follia criminale
dell'occupante nazista è stata assecondata dai francesi, dalla Francia (...)
Trasmettere la memoria del popolo ebreo, delle sofferenze e dei campi di
sterminio. Testimoniare ancora e ancora. Riconoscere le colpe del passato e le
responsabilità dello Stato. Non occultare niente delle pagine oscure della
nostra storia significa semplicemente difendere un'idea di uomo, di libertà e
di giustizia”.
Bisognerà attendere ancora 50 anni prima di ascoltare simili
ammissioni sul sostegno criminale della Francia ai responsabili del genocidio ruandese?
Fonti: Traduzione e sintesi del Dossier preparato dalla
“Coalizione per riportare alla ragione democratica la politica africana della
Francia” (Agir Ici, Cedetim, Collettivo di Parigi contro la pulizia etnica,
Comitato per la difesa dei diritti dell’uomo e la democrazia in Ruanda,
Cozi,...)
Verschave F., Complicité de Génocide? La
Politique de la France en Ruanda, Paris, 1994.
Isabella Castrogiovanni
“Io ho sempre avuto
paura di perdere
la memoria. La memoria
è vulnerabile,
lo so. La memoria si
sbriciola, va in
polvere. Ci sono cose
che ho
dimenticato? Ci sono
visi che non sono
più nei miei occhi? Ci
sono gesti che
non ricordo più?
Allora, che fare?
Come si può dire tutto,
dire tutto
quello che va detto?”
“La verità — e questo,
se vuoi, è
l'aspetto desolante
della storia — la
verità è che questa
storia rimarrà
sconosciuta”
Elie Wiesel, Dialogo
sull'olocausto, 1996
Catania, Aprile 1997
Il silenzio, spesso opprimente, di quelle bellissime e
verdi colline. Le montagne di ossa ancora ammassate nell'orrendo disordine
delle tante fosse comuni. Le centinaia di teschi allineati, con macabro ordine
geometrico, su di una traballante impalcatura di legno all'esterno della chiesa
di Ntarama. I centomila “dannati” nelle prigioni in attesa, ormai da anni, di
una improbabile giustizia. Le successive maree di rifugiati ammassati, con i
loro miseri sacchi sulla testa, alle frontiere con lo Zaire e la Tanzania. E
poi i tanti centri di transito per le migliaia di bambini non accompagnati
smarritisi fra la folla nei giorni drammatici del grande rientro in massa dei
profughi dai campi dello Zaire orientale. Lo sguardo smarrito delle migliaia di
bambini orfani, spettatori forzati di una guerra spietata. La solitudine e la
miseria delle tante vedove, sopravvissute, quasi per caso a quegli orribili
massacri. Anche loro, tutti, in attesa di giustizia.
Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale il mondo si
era trincerato dietro il risonante plus jamais ça. Eppure, nell’estate
del 1994, mentre in Francia si celebrava il cinquantenario dello sbarco degli
Alleati in Normandia, si stava compiendo in Ruanda l'ennesimo genocidio della
storia moderna. Questa volta, però, i massacri si andavano consumando in un
angolo sperduto del pianeta e vittime e carnefici appartenevano ad un popolo
del quale con ogni probabilita’ solo pochi, nel nostro civilizzato mondo
occidentale, avevano sentito parlare.
E quell’angolo di mondo apparteneva, poi, a un continente
disperato, l'Africa. Un mondo “altro”, per secoli e secoli sfruttato e tenuto
in ginocchio.
Il Ruanda, dunque. Gli Hutu ed i Tutsi. Cosa stava
succedendo? E perche’?
In quella estate del 1994, di fronte a quelle terribili
immagini di morte e sofferenza, la nostra colpevole ipocrisia ci portava a dire
che quello che stava avvenendo in Ruanda era solo l'ennesima guerra tribale. Una
guerra di poveri e tra poveri. Eppure su quella guerra lontana pesava, come un
macigno, l'ombra dell'Occidente. I fiumi e i laghi ruandesi si riempivano di
cadaveri martoriati a colpi di machete, ma quella continuava ad essere, nel
silenzio assordante del mondo, una delle tante sporche e selvagge guerre
africane.
Si stima che un milione di persone, fra cui almeno 300.000
bambini, siano state massacrate in Ruanda in poco più di tre mesi. In Africa,
mi diceva un amico giornalista ruandese, si fa presto a dimenticare che mille,
duemila morti sono una vita, più un'altra, più un’altra ancora. Che diritto
abbiamo, proprio noi di questa “magnifica razza bianca”, che per troppi secoli
ha reso schiavo questo continente, di dimenticarlo? Di dimenticare che la vita
non può avere un valore diverso a latitudini diverse?
E oggi, la sensazione più amara è proprio che quel genocidio
non avrà neppure un posto nella storia. Non se ne parlerà. Non si cercherà di
capire. Non ci si sforzerà di fare giustizia.
Raccontare il Ruanda, dicevo. Mi chiedo in che modo io,
europea, possa raccontare il Ruanda. Forse, ripercorrendo la tormentata storia
di questo piccolo Paese africano. A partire dalle pesanti responsabilità del
Belgio — potenza coloniale in Ruanda dalla fine della prima guerra mondiale al
1959, anno della indipendenza — nell’esasperare le condizioni del conflitto
etnico fra Hutu e Tutsi. E, ancora, il ruolo giocato dalla Chiesa cattolica, il
suo appoggio alla monarchia Tutsi e poi l'incondizionato sostegno al regime
Hutu di Habyarimana. L'intrecciarsi degli interessi economici, strategici e
militari di alcune potenze occidentali nella regione dei Grandi Laghi con i
popoli africani usati cinicamente come pedine nel gioco universale del potere.
La sporca vendita delle armi. L'intervento tardivo e ambiguo delle Nazioni
Unite. Le tante ipocrisie della cooperazione internazionale e di certe agenzie
“umanitarie”.
Si potrebbe parlare di tutto questo e servirebbe, forse, a
capire le cause complesse di questa guerra. Ma vorrei provare, pittosto, a
raccontare il Ruanda seguendo il filo della mia memoria. Una scelta,
minimalista. Raccontare piccole storie di gente comune. Storie con la “s”
minuscola. Storie individuali, di persone con cui ho lavorato, di bambini
incontrati nelle carceri, di sopravvissuti al genocidio. Il Ruanda che io ho
vissuto nei miei quasi due anni di lavoro li, fra Kigali e Gitarama. Ritornare
su quelle storie forse anche per dare un significato compiuto a quel periodo.
Per capire il senso della mia presenza in quel luogo di dolore.
La storia di Emmanuel, ad esempio. Un bambino
accusato di avere partecipato ai massacri del 1994. E’ una storia anonima, in
Ruanda, perché proprio come la sua se ne potrebbero raccontare centinaia di
altre. Emmanuel ha oggi 12 anni. Vive, dal novembre del 1995, in un centro
di “rieducazione” utilizzato dal nuovo governo di Kigali per l'internamento
dei bambini, penalmente non responsabili, accusati di aver preso parte al
genocidio.
Emmanuel fu arrestato nell'aprile del 1995, un anno
dopo il genocidio, in un piccolo comune nella Prefettura di Butare, nel
sud-ovest del paese. Per mesi è stato incarcerato in un cachot, un
piccolo centro di detenzione comunale, a circa 50 chilometri dalla capitale
Kigali in una regione in cui i massacri sono stati particolarmente efferati:
30.000 morti, migliaia dei quali riesumati, un anno fa, da un'unica, immensa
fossa comune. Uno squarcio profondo decine di metri, a pochi passi da una
scuola elementare, nel mezzo di una verdissima collina. Emmanuel era
detenuto in una cella di pochi metri quadrati, illuminata solo da una
piccolissima grata ritagliata sul punto più alto di un lurido muro.
Ha diviso per mesi quello spazio fetido con un’altra
trentina di detenuti adulti.
Tutti accusati di genocidio. Dai cachots
— gli osservatori dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti
Umani ne hanno recensiti almeno 180 in tutto il paese — si esce solo una o due
volte al giorno per lavarsi o per raggiungere le latrine, sempre scortati dai
militari armati dell'esercito patriottico ruandese.
Il resto della giornata trascorre nelle celle, dove il caldo
è soffocante e gli odori insopportabili, senza alcuna attività, a volte nella
totale impossibilità di muoversi a causa della sovrappopolazione carceraria. Un
anno fa, nella Prefettura di Kibuye, sul lago Kivu, decine di detenuti morirono
nel cachot comunale per soffocamento. Sono piccole, orribili, prigioni
nelle quali, secondo il codice penale ruandese, si può essere detenuti per un
periodo massimo di 72 ore. I ruandesi, quelli accusati di genocidio, ci
rimangono, oggi, parecchi mesi con l'unica, desolante prospettiva, per chi non
è rilasciato, di un trasferimento nelle infernali prigioni centrali.
E’ agghiacciante scoprire che anche i bambini non sfuggono a
questo orrore. Emmanuel, interrogato da un agente della polizia
giudiziaria pochi giorni dopo il suo arresto, ammise di essere stato costretto,
dai miliziani hutu Interhamwe (“quelli che combattono insieme”, in kinyaruanda)
ad uccidere con un grosso bastone due bambini più piccoli di lui. Nell'aprile
1994 Emmanuel aveva solo 9 anni.
Non so in quali condizioni questo bambino sia stato
interrogato dalla polizia giudiziaria. So solo che, ancora oggi, nel centro di
Gitagata continua a dire di avere avuto paura. Paura per essere stato costretto
a uccidere quei bambini durante la guerra. Non capiva allora cosa stesse
succedendo e continua a non capire oggi perché lo costringano a rimanere in
quel centro, lontano decine e decine di chilometri dal suo villaggio dove
aveva sempre vissuto, facendo il guardiano di vacche, prima dello scoppio della
guerra e dell’inizio dei massacri.
Il giorno del trasferimento a Gitagata fu spiegato a
Emmanuel, con l'aiuto di una interprete ruandese, che quel pulmino bianco
dell’UNICEF parcheggiato a pochi metri dal cachot lo avrebbe portato in
un posto pieno di bambini, un posto lontano da quella prigione, dove avrebbe
potuto giocare e andare a scuola. Emmanuel continuava ad avere paura. A
non fidarsi. Fu comunque trasferito e su quel pulmino salirono anche 2 militari
armati di kalashnikov. “Per la sua sicurezza”, ci spiegarono.
Emmanuel rimase in silenzio durante l'intero viaggio
verso Gitagata, più di 2 ore. Non volle mangiare nulla, appena 2 banane. Con il
suo smagrito viso nerissimo appoggiato al finestrino.
Chiuso in un silenzio impenetrabile. Ricordo che sorrise
solo una volta, quando incrociammo un grosso camion: prima della guerra Emmanuel
non era mai uscito dal suo villaggio e la visione di quel grande veicolo, che
in marcia sulla corsia opposta sembrava quasi venirci addosso, lo sorprese a
tal punto da farlo sorridere. Ma fu solo un attimo.
E poi ricordo lo sguardo terribilmente adulto del piccolo Habyarimana.
Lui di anni ne ha soltanto 9. Distribuiti su un corpo piccolo ed esile. Nel
febbraio del 1997 era ancora detenuto nella nuova prigione di Kabuga, un ex
magazzino, appena alla periferia di Kigali, ristrutturato con i fondi della
comunità internazionale: 5.000 detenuti, tutti uomini, quasi tutti accusati di
genocidio.
Ex detenuti della “1930” la vecchia prigione centrale di
Kigali, trasferiti su dei grossi camion a Kabuga a causa della
sovrappopolazione carceraria: quasi 9.000 detenuti ammassati in una decrepita
struttura, a poche centinaia di metri dal mercato centrale, che potrebbe
accoglierne al massimo 2.000. Si calcola che nelle prigioni del Ruanda ci siano
almeno 3-4 detenuti per metro quadrato. Secondo il Comitato Internazionale
della Croce Rossa, invece, lo standard minimo per considerare accettabili le
condizioni di detenzione e’, di almeno 3-4 metri quadrati per detenuto...
Ricordo bene, nei dettagli, il giorno di quel trasferimento
dalla prigione “1930”. Quei vecchi camion in fila per le strade affollate di
Kigali, scortati da due mezzi dell'esercito patriottico ruandese. C’erano anche
un'équipe della Croce rossa e un gruppo di osservatori delle Nazioni Unite a
seguire quel desolante corteo. Camion stracarichi di uomini. I più fortunati
aggrappati ai finestrini, quasi con l'ansia di respirare un po' di libertà.
Molti cantavano. Mi ha sempre sorpreso, nelle carceri del Ruanda, luoghi disumanizzanti,
l'assenza di disperazione nello sguardo della maggior parte dei detenuti. Non
ho mai capito quali potessero essere le ragioni della speranza per quella
gente.
Anche Habyarimana, come Emmanuel, è accusato
di avere ucciso durante quell'agghiacciante primavera del 1994. Lui, però, al
centro di Gitagata non è voluto andarci. Con i suoi soli 9 anni, diceva di non
esser un bambino. Diceva di avere, anche lui, ucciso. E, poi, piangendo, diceva
che altri uomini della sua famiglia erano in quella stessa prigione e che
quello era, dunque, il posto in cui lui voleva stare. Quei singhiozzi, carichi
di paura e di sofferenza, furono l'unica “cosa da bambino” che riuscii a
scorgere, con sgomento, nel volto del piccolo Habyarimana.
Agli inizi del 1997, quando andai via dal Ruanda, c'erano
ancora più di 2.000 minori nelle carceri: il 90% dei quali accusati di aver
partecipato ai massacri del 1994. Secondo dati dell'UNICEF, di questi 2.000 bambini
almeno 400 avevano, nel '94, meno di 14 anni quindi, come previsto dal codice
penale, non possono essere considerati penalmente responsabili. Nel giugno del
1996, il governo ruandese annunciò, in coincidenza con l'apertura della tavola
rotonda sul Ruanda a Ginevra — in occasione della quale si sarebbe decisa la
quantità di dollari da investire per la ricostruzione del Paese — che tutti i
bambini che rientravano in quella fascia di età e che erano ancora detenuti con
l'accusa di partecipazione al genocidio, sarebbero stati rilasciati e
trasferiti al centro di Gitagata per un periodo di rieducazione. Al tempo
stesso, venne annunciato che di quei piccoli génocidaires, come molti li
chiamano in Ruanda, non più considerati come detenuti, si sarebbe ormai occupato
un Ministero sociale al posto di quello della Giustizia. Un passo avanti carico
di promesse e di speranze.
Ma mi è stato detto che, sino ad oggi, solo una piccolissima
parte di quei 400 bambini è stata trasferita al centro di Gitagata. Gli altri
aspettano, ancora, in quelle luride carceri.
Nelle prigioni i bambini non sono solo vittime di ogni sorta
di abuso fisico e psicologico. Finiscono anche, inevitabilmente, con lo
sviluppare dei comportamenti che non fanno che aumentare il rischio della
devianza e, quindi, di una futura marginalizzazione sociale.
La prigione può così diventare una vera e propria “scuola
del crimine”. Secondo uno studio condotto dall’UNICEF e dall’organizzazione non
governativa Defense da
Enfants Internationale sulla
situazione dei minori nelle carceri in tutto il mondo, il tasso di recidiva fra
i minori che sono stati condannati ad una pena di privazione di libertà può
raggiungere l'allarmante percentuale dell'80%.
In Ruanda la situazione dei bambini nelle carceri è ancora
più grave se si considerano le orribili condizioni di detenzione e il fatto che
quei bambini sono stati incarcerati con l'accusa di aver partecipato ad un
genocidio, crimine contro l'umanità.
Certo, la maggior parte di quei bambini sarà stata costretta
ad uccidere. Come è successo al piccolo Emmanuel. Ma dopo anni trascorsi
in una prigione del Ruanda, a contatto con migliaia e migliaia di detenuti
adulti accusati dello stesso orrendo crimine, riusciranno quei bambini, privati
con violenza della loro infanzia, a reinserirsi nella “normalità” della vita?
Nel settembre del 1996, l'Assemblea nazionale di transizione
del Ruanda approvava una legge organica sulla repressione del crimine di
genocidio e dei crimini contro l'umanità commessi nel paese. Sulla base di quella
legge, i minori fra i 14 e i 18 anni, accusati di genocidio, se giudicati
colpevoli, potrebbero essere passibili di una pena che va da un minimo di 3
anni ad un massimo di 15 anni. E' scoraggiante pensare che centinaia e
centinaia di questi bambini saranno giudicati da tribunali composti da
magistrati non giuristi, ruandesi con un livello di istruzione superiore
chiamati ad esercitare la professione di giudici dopo una formazione giuridica
di 4 mesi. Ed e’ inevitabile chiedersi, ancora una volta: come si fa ad
amministrare la giustizia dopo un genocidio? E quale giustizia?
Dopo la guerra non c'erano più magistrati in Ruanda, alcuni
erano stati uccisi, altri erano nei campi profughi, altri ancora nelle
prigioni. Pochissimi gli avvocati, appena una ventina, nessuno dei quali
disposto, comunque, a difendere le centinaia di migliaia di detenuti hutu
accusati di genocidio. Pochissimi, anche, i procuratori e gli agenti della
polizia giudiziaria.
Ridotti a zero i mezzi materiali: tribunali distrutti,
ministeri saccheggiati, procure fatiscenti. Ancora nel corso del 1996, la
Procura più importante del paese, quella di Kigali, offriva uno spettacolo
avvilente: suddivisa in piccole sale, dai muri impregnati di sporcizia e di
fuliggine; spazi invasi da montagne di polverosi fascicoli, disposti
disordinatamente in ogni angolo, su traballanti tavoli, su vecchie librerie, su
sedie sgangherate.
Nell'angusta sala del sostituto procuratore incaricato dei
circa 350 mila minori detenuti nella prigione centrale, c’era anche una piccola
trappola per topi in un angolo buio della stanza.
La vedevi appena, dietro la toga polverosa del sostituto
Procuratore. Tristemente appesa ad un grosso chiodo arrugginito: squallida
metafora di un sistema giudiziario caotico e paralizzato dall’impossibilità di
affrontare adeguatamente quell’enorme mole di lavoro.
Ricordo perfettamente l'espressione smarrita dei magistrati
del Tribunale di prima istanza della capitale Kigali all’apertura del primo processo
per crimine di genocidio.
Era il 30 dicembre 1996: i fatiscenti locali del tribunale
più importante del paese, con i vetri delle finestre ancora frantumati,
strapieni di giornalisti e fotografi della stampa internazionale,
rappresentanti di agenzie delle Nazioni Unite, giornalisti locali, decine e
decine di ruandesi ansiosi di giustizia. C'erano anche tanti bambini. Non
riuscii a capire per quale ragione fossero lì.
Gli accusati arrivarono poco dopo il nostro ingresso nella
sala dell'udienza; due uomini sui 40 anni: Silas Munyiagishali ex procuratore
presso la Procura di Kigali e Théodomire Ruzirawaba un funzionario
dell'amministrazione comunale, responsabile di settore nell'area rurale della
Prefettura di Kigali.
Entrambi accusati di complicità nel genocidio. Entrambi
detenuti della “1930”. Entrarono nella sala scortati dai militari, con indosso
le tipiche divise rosa confetto usate in tutte le prigioni del paese. I capelli
rasati a zero, lo sguardo vuoto. Il processo del primo imputato fu subito sospeso
perché, avendo lo stesso esercitato le funzioni di procuratore aggiunto a
Kigali, la competenza a giudicare spettava al tribunale del distretto più
vicino alla capitale. Anche il processo a carico del secondo imputato fu
sospeso in seguito alla richiesta di indagini supplementari.
Circa 90.000 detenuti marciscono nelle prigioni del Ruanda.
Sino al mese di febbraio 1997, una decina di sentenze di condanna, a morte,
erano state pronunciate dai tribunali ruandesi contro persone accusate di
genocidio. I processi dei minori, invece, non erano ancora iniziati.
Bambini strumenti di un
genocidio?
In quel terribile clima di follia collettiva, di
“smarrimento della ragione”, in cui le responsabilità individuali quasi si
annullano nella responsabilità del gruppo, anche i bambini del Ruanda hanno
ucciso.
Il progetto criminale dei principali responsabili e
pianificatori del genocidio prevedeva, d'altra parte, anche questo. Trasformare
l'intera comunità hutu in un branco di assassini. Rafforzare il sentimento di
appartenenza etnica attraverso la partecipazione a quell'orrendo crimine
collettivo.
Per i civili uccidere un tutsi diventava quasi un rito di
iniziazione per affermare la propria identità, per imporre il proprio diritto
esclusivo all'esistenza. Il nuovo Ruanda doveva essere un paese fatto solo di
hutu, legati dalla partecipazione collettiva ad un crimine mostruoso.
Migliaia di uomini e di donne, centinaia di adolescenti e di
bambini per tre lunghi, lunghissimi mesi, hanno ucciso altri uomini, donne,
bambini. A colpi di machete e di bastone. Corpi lacerati gettati i fiumi, nelle
latrine, nelle tante fosse comuni. Corpi accatastati nelle chiese, nelle
scuole, negli ospedali.
“I am writing a story on the evil”, mi disse un giorno
una giovane giornalista inglese che accompagnavo al centro di rieducazione di
Gitagata. Lei, il “male”, aveva scelto di cercarlo nello sguardo spento di quei
100 bambini accusati di genocidio.
In Ruanda ho provato a capire il genocidio. A misurarne l'efferatezza.
Ho ascoltato storie di sopravvissuti, decine e decine di racconti che avevano
il sapore angosciante della morte, del dolore, della paura, della sofferenza,
della solitudine. Partecipare alle cerimonie di riesumazione dei cadaveri dalle
fosse comuni credevo, allora, fosse un altro modo per “capire” il genocidio,
per rispettare il dolore di quella gente e la memoria collettiva di quel
popolo.
Riempire le nostre grandi macchine di centinaia di quei
teloni blu di plastica chiesti all'Alto Commissariato per i rifugiati o
racimolati nei depositi di Médecins sans Frontières che sarebbero
serviti per raccogliere ciò che restava di migliaia di vite stroncate a colpi
di machete e per dare loro una sepoltura dignitosa, era un altro tentativo,
umile, per dimostrare solidarietà, rispetto.
Il 6 aprile del 1996, anniversario del genocidio in Ruanda,
invitarono me e alcuni amici e colleghi ad assistere ad una commemorazione
nella Prefettura di Gitarama.
Ricordo solo il disagio di essere lì. La paura di scoprire,
ancora e ancora, quelle orribili e nauseabonde sacche di morte, fra le colline
del Ruanda. Il senso di impotenza. Una giovane donna, con il volto contratto,
di fronte ad una di quelle fosse in cui erano stati gettati anche i suoi
bambini, mi disse che io, noi, i miei amici, non avremmo dovuto essere lì. Non
trovai nulla da dirle. Ricordo che provai solo una grande vergogna.
Ragioni storiche e politiche, motivazioni di ordine
economico e sociale aiutano, certo, a capire le “ragioni”, se di ragioni si può
parlare, di quella mattanza.
Ma non basta. Penso ad un essere umano che per mesi impugna
un rozzo machete e uccide. E poi rientra nel suo villaggio, consuma la sua
porzione di manioca e la sua birra di banana. Si addormenta nella sua stuoia.
Forse parla con la sua famiglia, con i suoi vicini. Poi si sveglia. E torna ad
uccidere. Per tre interminabili mesi. Quando pensi a questi gesti di quotidiana
follia, come fai a capire? A spiegare?
La Radio libre des milles collines dice che le fosse
non sono ancora piene. Che non ci si deve fermare: i cafards (le blatte,
così erano chiamati i tutsi) vanno sterminati. Tutti.
Quando immagino un essere umano che arriva a disumanizzarsi
a tal punto, mi sembra che tutte le ragioni storiche, economiche, politiche non
bastino più per capire. Di fronte alle tante tragedie della storia mi chiedo,
allora, se non esista un negativo dell'uomo, come elemento imponderabile del
suo essere, refrattario a qualsiasi Legge.
Ma, la pesantezza di tale dubbio, mi fa optare, ancora una
volta per l'“ottimismo della volontà”.
Sono rientrata dal Ruanda nel febbraio del 1997. E’ passato
parecchio tempo e mi sembra di avere ancora lo stesso gusto amaro in bocca.
Eppure il Ruanda non è solo un paese di morte. Per esempio,
non dimenticherò mai il volto sempre sorridente di Espérance, una
coraggiosissima donna tutsi che ha visto uccidere suo marito e che ha visto
morire fra le sue braccia il suo bimbo neonato stroncato da una febbre malarica
incurabile in tempi di guerra.
Espérance vive oggi a Gitarama con i suoi tre figli e
con altri tre bambini orfani che ha accolto nella sua modestissima casa.
Espérance è una intellettuale, lavora per il
Ministero della famiglia e continua, malgrado il carico di dolore che ha dentro,
a lottare per l'emancipazione delle donne ruandesi.
Organizza seminari, incontri con le cooperative di donne,
prepara progetti di formazione. Lei è una delle tante vittime “anonime” di quel
genocidio. Ma continua a credere alla vita.
Nella possibilità della riconciliazione nazionale. In un
futuro di pace per il suo paese.
E poi ricordo le riflessioni appassionate dì Jean de Dieu,
giovanissimo funzionario del Ministero della gioventù che ama insegnare storia
nel suo tempo libero in una scuola di Gitarama.
E le parole, pacate, di Albert, psicologo ruandese: “... in
Ruanda il degrado umano ha toccato il fondo. E arrivato il momento di
risollevarsi, non abbiamo altra alternativa che l'ottimismo”.
Il figlio maggiore di Albert ricorda che i suoi genitori, ed
alcuni dei suoi fratelli, sono stati uccisi durante la guerra. Albert lavorava
in Belgio e ha deciso di rientrare in Ruanda dopo il genocidio.
Adesso lavora come consulente dell'UNICEF a Kigali, in un
progetto di assistenza ai bambini che hanno subito gravi traumi durante la
guerra. Ripenso, anche, alla determinazione di quelle giovani donne contadine
che percorrevano chilometri a piedi, con i loro piccoli avvolti in
coloratissimi panni e legati sulla schiena, solo per partecipare ad una breve formazione
sui diritti della donna e del bambino.
E allo sguardo dolce di Jean de Dieu, direttore
nazionale della polizia giudiziaria del Ruanda, sopravvissuto solo perché ebbe
la fortuna di raggiungere l'hotel Milles Collines, sotto controllo dei
militari delle Nazioni Unite, prima che le strade di Kigali si riempissero di
posti di blocco sorvegliati dalle milizie interahamwe e dai militari
delle forze armate governative.
Mi mostrò, un giorno, con orgoglio, l'album di fotografie
della sua grande famiglia. “Quella è mia madre, con le mie sorelle e i
nipotini... quelli sono i miei fratelli, i cognati, le cugine... adesso non c'è
più nessuno, sono morti. Tutti”. Tutti vittime di quei massacri.
Anche il suo cuore è gonfio di dolore e di lutto. Ma anche
lui, come Espérance, ha scelto di lottare per il diritto alla vita.
Ho fra le mani il libro che un caro amico ruandese ha
recentemente pubblicato in Canada. Francois Bugingo ha solo 23 anni. E
quel suo voluminoso “Africa Mea” è una dolorosa testimonianza di un giovane
intellettuale africano che non vuole, neanche lui, rinunciare alla speranza.
“La vita in Africa è là, permanente, ostinata, malgrado
l'indifferenza dei mass media che alle immagini di vita preferiscono il sangue
della disperazione. Essa è veramente forte a condizione che le si conceda la chance
che essa merita. Un giorno, forse, dopo avere cessato di perdersi lucidamente,
l'Africa raggiungerà quella vita che, per il momento, sembra ad essa negarsi”.
Non è una inevitabile fatalità ma tutta una lunghissima
serie di errori tollerati ad avere creato questo desolante spettacolo di
sofferenza e di miseria che incarna oggi il continente africano. Continuare a
girare il coltello nella piaga purulenta di vecchi e nuovi colonialismi non
basta.
Troppo grosse anche le responsabilità e le complicità di
tante classi dirigenti africane nell'avere soffocato la speranza dei loro
popoli in una storia diversa, garante di quella dignità alla quale ogni essere
umano ha il sacrosanto diritto di aspirare.
“L'Afrique n'est pas encore toute morte”,
scrive Francois. Il suo libro è il messaggio appassionato di un giovane
africano in esilio a quell'altra gioventù africana rimasta sul continente
affinché essa comprenda che ha il “diritto alla felicità, che deve esigerlo, che
deve rifiutare il suicidio”.
Questa sarebbe, finalmente, la “loro” Storia.
• Popolazione. 7,5 milioni (1994).
• PNL pro capite: 80 dollari l’anno (stime FMI 1995).
• Persone uccise durante la guerra: 1 milione (stima).
• Profughi e sfollati: 13% circa della popolazione totale.
• Mortalità 0-5 anni: 222 bambini su mille nati.
• Bambini orfani in affidamento familiare: 200.000
(settembre 1996).
• Bambini non accompagnati ospitati in orfanotrofi o
centri di accoglienza: 6.600 (ottobre 1996).
• Bambini soli (abbandonati, presunti orfani o dispersi)
per i quali sono in corso ricerche dei familiari: 54.700 in Ruanda e diverse
migliaia nei campi profughi ai confini (settembre 1996).
• Bambini dispersi reinseriti nella famiglia (genitori o
parenti stretti): 20.000 (settembre 1996).
• Bambini in prigione: 2.500 (stima), la maggior parte dei
quali con l'accusa di genocidio.
• Bambini ex-soldato: oltre 5.000, 2.600 già inseriti in
programmi di smobilitazione e recupero.
• Tasso di scolarizzazione: 70%.
• Spesa UNICEF per i programmi 1996: 32 milioni di
dollari.
Fonte: UNICEF,
Italia, febbraio 1997
1884. Conferenza di Berlino. Le potenze coloniali si
accordano per la spartizione dell’Africa.
1900. I Pères Blancs fondano la loro prima
missione in Ruanda.
1926. Alla fine della Prima guerra mondiale la
Società delle Nazioni affida al Belgio un mandato di tutela sul Ruanda.
L'amministrazione tradizionale è sostituita da un sistema di autorità
territoriali affidate a capi esclusivamente tutsi.
1933. I belgi introducono le carte d'identità con
menzione etnica.
1957. Pubblicazione del manifesto dei Bahutus in cui
si reclama la remissione del potere alla maggioranza. Uno dei principali
firmatari è Gregoire Kayibanda, ex seminarista, sostenuto da Monsignor André
Perraudin, vicario apostolico in Ruanda.
1961. Proclamazione della repubblica: Kayibanda viene
incaricato di formare il governo. Una prima ondata di violenze costringe
all'esodo massiccio migliaia di tutsi. Il partito di Kayibanda, il Parmehutu,
vince le prime elezioni amministrative.
1962. Il Ruanda accede all'indipendenza, Kayibanda
diventa presidente della Repubblica.
1962-66. Persecuzione contro i tutsi.
1973. Colpo di Stato: il generale Juvenal Habyarimana
conquista il potere.
1979. Creazione negli ambienti di esiliati tutsi, in
Uganda, dell'Unione nazionale ruandese, futuro Fronte Patriottico Ruandese.
1990. L'FPR lancia la prima offensiva a partire
dall’Uganda. Questo provoca rappresaglie contro i tutsi in Ruanda. Circa 8.000
tutsi (uomini e donne) vengono arbitrariamente arrestati a Kigali. Il giornale
estremista “Kangura”, notoriamente sostenuto dalla moglie del presidente
Habyarimana e dall'ala dura del regime (Hutu Power), pubblica i 10
comandamenti dei Bahutu.
1991. L'FPR apre un nuovo fronte a Byumba, nel nord
del Paese. Le milizie dell'esercito governativo massacrano la comunità tutsi
della regione. La Costituzione è modificata: introduzione del multipartitismo e
della libertà di stampa.
1992. Nascita di un partito apertamente razzista,
Coalizione per la difesa della repubblica (CDR). La gioventù del partito
presidenziale (MRND) si organizza in milizie.
Massacro dei tutsi nella regione di Bugesera. Pogrom di
tutsi e oppositori hutu a Gisenyi, regione di origine del Presidente. Cessate
il fuoco tra l’FPR e il governo.
1993. Aprile - Missione del relatore speciale delle
Nazioni Unite sulle esecuzioni extra-giudiziarie: vengono apertamente denunciate
le sistematiche violazioni dei diritti umani commesse dalle forze armate
governative e dalle milizie.
Il 4 agosto vengono firmati, ad Arusha, gli accordi di pace.
E' prevista una divisione del potere tra il regime, i partiti di opposizione e
l’FPR.
Inizio delle emissioni razziste della Radio Televisione
Libera delle Mille Colline (RTLMC) diretta, principalmente, dal cognato del
presidente Habyarimana.
E’ costituita la missione delle Nazioni Unite per
l’assistenza al Ruanda (MINUAR) con il mandato per l’applicazione degli accordi
di pace.
1994 – Gennaio – Blocco degli accordi di Arusha.
La fazione presidenziale rifiuta di creare il governo di
transizione allargato all'FPR.
6 aprile - Abbattimento dell'aereo presidenziale. Muoiono i
presidenti del Ruanda e del Burundi. Inizio dei massacri. La Francia ed il
Belgio inviano truppe per evacuare i propri connazionali. Un governo ad interim
si autoproclama a Kigali.
21 aprile - Dopo l'uccisione di 10 para' belgi della MINUAR, il
Consiglio di Sicurezza riduce gli effettivi della MINUAR da 2700 a 450 soldati
e osservatori militari.
Negli Stati Uniti viene
approvata una direttiva che limita l'impegno americano in operazioni di peacekeeping.
17 maggio- Di fronte alla gravita' dei massacri il Consiglio di
sicurezza vota lo spiegamento di 5500 caschi blu in Ruanda ed impone un embargo
delle armi.
22 giugno - Il Consiglio di Sicurezza autorizza la Francia ad
intervenire militarmente in Ruanda (Opération Turquoise): la risoluzione
non prevede, nel mandato, il perseguimento dei responsabili del genocidio.
Luglio - Avanzata del Fronte patriottico, che
proclama (il 17 luglio) la fine della guerra. Inizia l'esodo di massa verso lo
Zaire.
19 luglio - Bizimungu (FPR) è nominato presidente di
un governo di unità nazionale. Scoppia un'epidemia di colera nei campi profughi
dello Zaire: solo fra il 19 ed il 25 luglio, muoiono fra 13.000 e 14.000 persone.
La comunità internazionale stanzia circa 1,2 miliardi di dollari per aiuti di emergenza.
Settembre - Conformemente ad una risoluzione della
Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, si organizza un'operazione
sul campo per il monitoraggio dei diritti umani in Ruanda.
8 novembre - Il Consiglio di sicurezza decide la creazione
di un Tribunale penale internazionale per i crimini commessi in Ruanda.
1995. Aprile - Massacro nel campo di sfollati di
Kibeho, in seguito all'intervento dell'FPR.
Agosto - II Consiglio di sicurezza sospende l'embargo
sulle armi destinate al Ruanda.
Lo Zaire espelle più di 10.000 rifugiati ruandesi e minaccia
di espellerli tutti entro la fine dell'anno.
1996. Settembre - ottobre - Inizio della rivolta Banyamulenge
nella regione del Kivu (Zaire orientale). Viene promulgata in Ruanda la nuova
legge organica per il perseguimento dei crimini di genocidio e contro l'umanità
commessi in Ruanda a partire dal 1 ottobre 1990.
Novembre - Estensione del conflitto in Zaire: le
truppe ribelli guidate dal Kabila e con l'appoggio dell'FPR acquisiscono il
controllo dell'intera regione orientale dello Zaire.
I violenti scontri fra i ribelli, l'esercito zairese, le ex
Forze armate governative ruandesi e le milizie presenti nei campi profughi
costringono centinaia di migliaia di rifugiati rwandesi a rientrare
massicciamente in Ruanda.
Dicembre - Iniziano a Kigali i processi per crimini
di genocidio e contro l'umanità.
1997. Maggio - L'esercito di Kabila arriva a Kinshasa.
Deposizione di Mobutu.
Fonte: Maria Malagardis, Pierre-Laurent Sanner,
Rwanda, Le Jour d'Après, Médecins du Monde, Paris, 1995.
- Il
96% dei bambini ha assistito ad atti di violenza durante la guerra
- L'87%
ha perso membri della propria famiglia
- Piu'
del 50% ha assistito a massacri di massa
- Il
30% ha visto compiere atti di violenza sessuale
- L'80% dei bambini ha
dovuto nascondersi per sopravvivere durante la guerra e piu' della meta'
(un quarto dei quali in totale solitudine) e' rimasto nascosto per 4-6
settimane
- Il
16% ha raccontato di essersi nascosto fra i cadaveri per sfuggire ai
massacri
- La
maggioranza dei bambini ha visto le proprie case distrutte o messe a
soqquadro
- Quasi
tutti i bambini intervistati hanno creduto che stavano per essere uccisi e
due terzi di essi ha ancora paura.
Fonte: UNICEF, Ruanda 1996, Inchiesta sulle
conseguenze della guerra sui bambini condotta dal programma dell'UNICEF Ruanda
per il recupero dei bambini traumatizzati nel periodo di tempo che va dal
maggio al dicembre 1995 nelle 11 prefetture in cui e' diviso il paese.
Pubblichiamo
alcuni appunti tratti dal Rwanda Forum tenuto a Londra il 27 Marzo del 2004, a
10 anni da genocidio. Le abbiamo lasciate in lingua originale e nell’ordine
originale degli interventi, nella speranza che restituiscano la tensione ancora
viva in molti dei testimoni e dei protagonisti di quei fatti.
“The Rwandan genocide is a clear
reminder of the hypocrisy of our society”
“We need to understand the past,
not to forget it, for reconciliation to happen”
“There are some evils
that are too big for the law”
Ibrahima Fall (UN Special Rep. for the Great Lakes
Region)
The genocide in
Rwanda should have never happened. But it did.
The international
community failed Rwanda. It could have stopped the killings. It chose not to do
so. There was no political will to intervene.
We all knew that
the genocide was happening.
Ten years later we
are still trying to pick up the pieces of a completely shattered country.
The UN is now
doing what it can to help Rwandans rebuilding a new society.
Fundamental
questions raised by the genocide:
• The role of
the UN and in particular of the SC
• The roots of
violence
• The
responsibility of the international community to protect people in danger
• The
responsibility of the UN and individual states to prevent and punish genocide
under the Genocide Convention
The UN GA has
declared April 7th as the official day to commemorate the Rwandan genocide: at
12.00 on that day, there will be a minute of silence all over the world as a
sign of respect for victims and survivors of the genocide.
Let us join this
silence, let us send a message of remorse for the past and of determination
that this will not happen again in the future.
Commissioner Mazimhaka (Deputy Commissioner of African
Union)
It is difficult to
write and to speak about the Rwandan genocide only ten years after; we still
lack emotional distance from the events..
Problem of
“ethnization” of Rwandan society: why did Belgium, as the country mandated by
the Society of Nations to assist Rwanda in the de-colonization process, fail so
badly? The tandem between the Belgian administration and the Catholic Church in
Rwanda enormously facilitated the ethnic divide between Tutsi and Hutu.
The genocide was
very well planned; the crash of the presidential plane is almost irrelevant.
Need to
distinguish between “personal memory” and “collective memory” or “historical
memory”.
Rwandans are
asking themselves “who are we?” “who were we before ethnic hatred started”?
The responsibility
of other African country: why did they watch Rwanda going on fire, without
intervening?
Genocide does not
happen by accident: it is a planned, prepared and organized criminal
enterprise.
I pray for “never
again” in the African continent.
Emmanuel
Uwurukundo (genocide survivor)
Testimony of a
tutsi survivor during the fall of Kigali.
The delicate
relationship between historians’ accounts and survivors’ accounts/memories:
tension between individual memory and collective memory/history
Amahoro
Foundation: support for victims and survivors.
Amahoro, in
kinyarwanda, means more than peace, it means internal tranquillity.
Allison Des
Forges (HRW)
How to understand
how the genocide came about?
The complex
factors of the genocide: power, economics, ethnicity, state control, media.
The genocide was well
planned by a small group of Hutu extremists, both military officials and
civilians. It was not planned by the whole government: in fact, after Arusha,
there was a coalition government and not everyone was supporting the plans of
the extremist Hutu’s power ideology.
Major channels to
carry down the genocidal plan:
• Military and
civilian elites (hard liners)
• Administrative
structures down to cellule level
• Media inciting
to ethnic hate
At the beginning
the Hutu extremist elite did not get support from the whole hutu population:
some governmental officials refused to support the killings in their
prefecture. They were eventually forced to do that to survive.
The role of the
UN
15/04/1994: 1st
mtg. of the UN SC to discuss the situation in Rwanda. By an accident of
history, Rwanda was one of the 15 non permanent members of the SC at that time.
Despite the information received from the field, no state in the SC questioned
the presence of the Rwandan representative in the SC! While the genocide was carried
out, he was received in France and Egypt!
Any lessons
learned?
• The SC has
recently announced that all future PKOs will have to have as part of their
mandate the protection of civilians.
• Appointment of
a special rapporteur on genocide
• Establishment
of a special committee to monitor and facilitate implementation of the Genocide
Convention
So, we have moved
forward after the Rwanda’s catastrophe: the question is, have we moved far
enough?
Linda Melvern
(British investigative journalist)
Genocide is NOT an
abnormal event, is NOT an aberration.
It is a rational
decision to destroy a special group of people.
It is a deliberate
state policy.
If genocide can be
predicted because it does have rational motivations, surely it can be prevented
too.
International
indifference and inaction: the most shocking international scandal after WWII.
Some people in a
position of power knew far too well what was happening in Rwanda.
France sat silent
in the UN SC.
A serial of
betrayals for the Rwandan people:
1. betrayal for
not stopping the massacres
2. betrayal for
not commemorating it
3. betrayal for
not providing now adequate support to the survivors (lack of reparations).
People in Rwanda
are still dying because of the genocide: 80% of Rwandan women survivors were
gang raped and are dying of HIV-AIDS.
Albert
Nzamukwereka (student activist)
History was a
factor of division not of unity in Rwanda before the genocide.
“Schools were the
first place that thought me the differences between Hutu and Tutsi” (a Rwandan’s
child testimony)
What history is
written in Rwanda books after 1994?
No history: new
books are being prepared
Emmanuel Ruhara
(genocide survivor)
The consequences
of the genocide are unaccountable.
How to overcome
the legacy of the genocide?
Is reconciliation
happening in Rwanda? Is it possible at all?
We strongly
believe that forgiveness is essential for a lasting peace in Rwanda.
Forgiveness is not
“giving up” memories. Memory is a necessary pre-requisite for justice and
reconciliation.
Forgiveness has to
go hand in hand with apology
General
Dallaire (UNAMIR Force commander during the genocide)
The Rwandan
genocide was brutal and we must be equally brutally frank now in discussing it.
What happened in Rwanda concerns us all.
The original
concept of “never again” proved to be an empty statement in the case of Rwanda.
We had anticipated
that there would have been massacres in Rwanda. Yet, nothing was done to
prevent this from happening. Why?
Rwanda did not
count, as simple as that.
The UN was fully
knowledgeable of what was happening on the ground few weeks after the first
massacres started.
We could not
convince and shame the international community that life has the same value in
Rwanda as it does in the Balkans. All humans are humans and none is less
important than others.
The day we rescued
a 3 years old child from a site where a massacre had occurred, I looked at him
and I saw the eyes of my own child. Just one innocent child.
Rwanda was not
worthy of casualties, was not worthy another UN failure (the “Mogadishu’s
factor, October 1993). Rwanda was not worthy the life of UN soldiers.
Humanity was
abandoned in Rwanda. And we too have lost our humanity there.
I am still left
with the terrible feeling that there would have been more reaction if the Rwandan
mountain gorillas would have been massacred.
There will be one
day when we will stop killing each other. It may take 100, 200 or 300 years,
but it will happen. We must preserve humanity.
I believe the
future of humanity is in the hands of NGOs.
Don’t ever let the
UN have an army!
General Henry
Anyidoho (UNAMIR deputy force commander)
On 09/04/1994,
Belgium, France and Italy started evacuating their nationals from Kigali. Even
a dog was evacuated, while Rwandans employees and their families were left
behind to a certain death!
The clear answer
to stop the carnage was reinforcing UNAMIR, not withdrawing.
21/04/1994: UNSC
decides to reduce UNMAIR from 5000 troops to 270.
We abandoned
Rwandese in the greatest moment of need.
UN SC Res. 929
(June 1994): Operation Turquoise (under Chapter VII, while UNAMIR was all the
time under Chapter VI).
Ambassador
Karel Kovanda (Permanent representative of the Czech Republic in the UN SC in
1994-1995)
I was President of
the UNSC in January 1994 when for the first time we heard from an RPA official
about the risks of failure of the peace agreement in Rwanda.
This was the time
when General Dallaire sent his first fax to NYHQ alerting DPKO of the risks
massacres. This information was not passed to the UN SC!
Why the SC did not
act?
• The UN
Secretariat and the SC relations were not transparent; the SC was terribly
frustrated at the lack of information from the SG
• The
composition of the SC was such to contribute to the lack of genuine
understanding of what was happening in Rwanda
• Confusion
between civil war, breach of Arusha peace agreement and genocide.
• UN people were
simply unable to grasp what was happening.
• Political
problems: Rwanda an internal matter, the situation was not threatening
international peace and security and so there was no ground for SC
intervention. Humanitarian intervention was still a tabu in the early 90s. So,
some countries were extremely reluctant to support interference in internal
affairs.
• Individual
states’ responsibility: France was casting doubts all the time about what was
happing in Rwanda
• The SC was
concerned primarily with the security of UNAMIR troops (Somalia’s factor)
• The word
“genocide” is used for the first time in the SC on 05/05/1994, almost one month
after the massacres had started by the representative of the Check government.
At the beginning the massacres were described as “ethnic cleansing” or “mass
killings”. UNAMIR personnel was prohibited from using the word genocide.
Dr. Lillian
Wong (Political analyst)
Retrospective
analysis brings some clarity.
Today, ten years
after, we are able to better understand the facts.
Why did UK policy
failed as well?
• Lack of
interest: Rwanda was recognized as being in the French area of interest
• Lack of
information: UK diplomat reports and files produced in 1994 didn’t contain any
mention about the risks of ethnic violence, let alone the preparation of the
genocide. One diplomat’s report from a mission to Rwanda in February 1994, only
describes Kigali as a “tense city”. What does this mean? There was no clarity
at that time
• Excess of
caution among policy makers and diplomats
• UK over
reliance on what other countries were doing
Professor
Schabas (Director of Irish centre for human rights, National Univ. of Ireland)
Analysis of
Genocide Convention of 1948: two obligations on state parties:
1. duty to
prevent
2. duty to punish
But the content of
both obligations remains unclear.
The broader the
definition of the crime of genocide, the more difficult is to define the exact
content of the two obligations above. Tendency to overuse the word “genocide”.
With broad definition of genocide is more likely that the duty to act will not
be implemented.
The duty to act:
debate around the concept of humanitarian interventions.
But, this is
presented as a right of states to intervene for humanitarian reasons, when in
reality the Genocide Convention poses an obligation to intervene not a right.
Recent steps taken
by UN to develop the content of these positive obligations to prevent and
punish the crime of genocide (see also above)
1. Appointment of
special rapporteur on genocide and
2. Setting up of
a special committee to monitor implementation of the Genocide Convention
Ambassador
Adama Dieng (Ass. SG and Registrar ICTR)
Contribution of
international justice: significant impact in eradicating the culture of
impunity.
But, the equation
between emergence of international criminal justice and prevention of human
rights atrocities is far from being established.
The deterrent
effect of international justice is questionable.
For international
justice to fully play a deterrent role a basic precondition needs to be met:
durable and sustainable development.
Also, both victims
and survivors must recognize the value of international justice, must be convinced
that justice is being done.
Law standards of
justice and persistent denial of accountability bring revenge and more cycles
of violence.
International
justice could be perceived as “alien” justice (ref. to Akayesu’s judgement).
In conclusion:
international justice is well equipped to fights against impunity and to
prevent future violations. But real political commitment is necessary.
Susan Moeller
(Prof. of media and international affairs at University of Maryland, Washington
DC)
NY Times, March 2004:
article on “mass killings in Southern Sudan”.
The most vicious
ethnic cleansing, similar to Rwanda’s genocide.
If we turn our
back again because these people happen to be in a small region in Africa, then
shame on us!
Reports from
Rwanda back April 1994 were initially triggered by the killing of the 10
Belgian soldiers and by the evacuation of international personnel.
May 1994: shift in
focus and interest of international media. The story is now the humanitarian
crisis in the refugee camps in former Zaire. It’s easier to cover, it’s easier
to understand.
It was Goma, not
the genocide that triggered the huge American humanitarian response.
J.B. Kayigamba
(journalist)
We, Rwandans, have
been deprived of our history because of political games.
Historians can
fail to tell the real story of victims and survivors.
The genocide
survivors have no other desire than that of being understood.
Dr. Gregory
Stanton (Prof. of Human Rights at Mary Washington College, Pres. of Genocide
Watch)
Early warnings
alone do not prevent a genocide. Governments must be compelled to act.
Early warnings of
new massive human rights atrocities for instance in DRC and Sudan are today
loud and clear: early warnings or late alarms?
Genocide is not a
conflict, is a one-side mass murders enterprise. Conflict resolution,
therefore, is not a way to prevent genocide.
How can the
international community overcome the repeated paralysis that has prevented it
to stop the genocide?
Issues of
impartiality of the international community and the extend to which is
desirable to see the UN taking side to stop a genocide: “when there is a
genocide, only the stars in the sky can be neutral”.
What is needed is
political will: we must create political movement at national level to generate
political will; we will never be bystanders again.
Robert Cooper
(DG External and Politico-Military Affairs, General Secretariat of the Council
of the EU)
EU commitment to
Africa, main issues:
• contribution
to peace keeping in Africa: being discussed with African Union (no development
without security)
• “battle
groups’ concept”: creation of small units for rapid deployment to conflict
areas (1 nation or multiple nations’ troops)
• deployment of
forces to DRC last summer (it took only two weeks to get them there): this
happened primarily with Rwanda in mind…multinational deployment is always
healthier than unilateral intervention (issues of impartiality).
With Yugoslavia,
the EU realized that to maintain peace and stability the use of military force
may be necessary.
Main
questions/issues raised by the audience
1. Possibility of
privatization of PKOs?
2. The Rwandan
government released last year around 20,000 prisoners (primarily young people
and elders); this year an additional 40,000 have come out of prisons and returned
to their communities (the majority of them will be tried by gacaca courts): is
this a failure of justice or a sign of reconciliation?
3. Lack of
victims and witnesses’ protection schemes inside Rwanda: incidences of
witnesses killed
4. Does the war on
terror reduce our capacity to respond to human rights atrocities around the
world?
Prof. Stanton
“Genocide is
caused by human will and can be prevented by human will. Never again will we
excuse the international community for witnessing a genocide. Never again.”
·
African Rights, Ruanda: Death, Despair
and Defiance, 1995.
·
Braeckman C., Ruanda, Histoire d'un Génocide,
Paris, 1994.
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Bugingo F., Africa Mea. Le Ruanda et le Drame Africain,
1997.
·
Chrétien J.P., La Crise Politique Rwandaise,
Genève-Afrique, vol. XXX, 1992.
·
Chrétien J.P., “Le défi de l’intégrisme etnique
dans l’historiographie africaniste. Le cas du Rwanda et du Burundi”,
Politique Africaine, n. 46, June 1992.
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D'HertefeIt M., Les Clans du Ruanda Ancien.
Eléments d'Ethno-sociologie et d'Ethnohistoire, Tervuren, 1971.
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Kagame A., Un Abrégé de l'Ethno-histoire du Rwanda,
1972.
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Prunier G., The Rwanda Crisis: History of a
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Temon Y., Lo Stato criminale. I genocidi del XX secolo,
1996.
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Verdier, Decaux. Chrétien. Rwanda un Génocide du
XX^ Siecle. Paris, L'Harmattan, 1995.
·
Vidal CI., “Colonisation et Décolonisation du Ruanda:
la Question Tutsi-Hutu”. Revue Francaise d'Etudes Politiques Africaines.
n. 91, 1973.
Per il decennale:
·
Gil Courtemanche, Una domenica in piscina a Kigali,
Feltrinelli, Milano 2004.
·
Romeo Dallaire, J'ai serré la main du Diable, la
faillite de l'humanité au Ruanda, La Libre Expression, Montréal, 2003
·
Boubacar Boris Diop, Murambi, il libro delle ossa, e/o,
2004.
·
Terry George, Hotel Rwanda, Usa 2004 (film).