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Documenti > Rapporto
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi: Il suo nome scientifico è ‘Fusarium Oxysporum’, un fungo
elaborato in laboratorio nelle isole Hawai attraverso esperimenti di
manipolazione genetica degli scienziati del Dipartimento dell’Agricoltura degli
Stati Uniti grazie al finanziamento dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la
lotta al traffico di droga UNDCP. Il ‘Plan Colombia’ prevede il suo uso massivo
contro le coltivazioni di coca e oppio nell’area andina e nei dipartimenti
amazzonici. Una vera e propria bomba ecologica la cui sperimentazione sarebbe
già iniziata in Ecuador e i cui effetti ambientali sono tutt’altro che ignoti,
al punto che il suo utilizzo è già stato proibito negli Stati Uniti, in Perù e
nella stessa Colombia, dove a fine anni ‘70 il fungo colpì così gravemente le
coltivazioni di ortaggi e tuberose del dipartimento di Boyacà, che l’Istituto
colombiano per l’agricoltura fu costretto a proibire la semina per venti anni. Una ricerca dell’Università Nazionale di Medellín effettuata per
conto dell’Enlace, l’agenzia del ministero delle comunicazioni, ha spiegato
come il ‘Fusarium Oxysporum’, grazie ad un patrimonio genetico “assai
adattabile” a condizioni climatiche differenti, sia in grado di attaccare le
piante e i microrganismi presenti nel suolo, sino a cinquanta centimetri di
profondità. In pratica, non si conoscono piante in grado di sopravvivere
all’uso del fungo ed i terreni ‘trattati’ “non
possono servire per alcun processo di coltivazione alternativa”. Gli
effetti in larga scala del ‘Fusarium’ si sono fatti sentire particolarmente
nella valle superiore dell’Huallaga del Perù, dove l’economia locale basata
sulle coltivazioni di coca, fu annientata dalla comparsa del fungo che colpì la
totalità delle altre specie seminate e costrinse la popolazione contadina
all’esodo forzato, accelerando il trasferimento delle coltivazioni di coca dal
Perù alla Colombia nei primi anni ‘90. In particolare il ‘Fusarium’ produce l’appassimento e la
putrefazione della radice di molti ortaggi e piante da frutto (il cosiddetto
‘mal di Panama’ che affetta i banani, o la malattia ‘secadera’ del maracuyà)
così come il processo di cancrenizzazione degli alberi forestali. Il problema
maggiore starebbe nella particolare variabilità genetica del ‘Fusarium’ e nella
sua lunga vita biologica, tra i venti e i quaranta anni, in latenza sul suolo.
Ciò ha conseguenze inimmaginabili sulle specie animali d’allevamento che
vengono a contatto con il fungo. Le tossine prodotte nelle coltivazioni di
mais, ad esempio, hanno generato conseguenze gravissime nei suini, come “la degenerazione del sistema genitale nota
come ‘sindrome estrogena’”[1].
L’Università di Medellín nel suo rapporto sui danni ambientali
del ‘Fusarium Oxysporum’, avverte inoltre sui gravi effetti alla salute umana:
“il contatto con il fungo ha causato
irritazione della pelle e di organi vitali come polmoni e stomaco”[2].
L’esposizione di animali ed esseri umani ha determinato la presenza di
‘nivalenola’, un composto che genera febbri, nausea, vomito, diarrea,
leucopenia ed emorragie. In ben 244 aziende cocaleras situate nei dipartimenti
di Putumayo, Caquetà e Guaviare sono state rinvenute coltivazioni gravemente
danneggiate dal pericoloso fungo, a cui gli esperti della ‘Junta Fiscalizadora
contra las Drogas’, l’agenzia investigativa antidroga della Procura colombiana,
attribuiscono la causa della “maggioranza
delle infermità che attaccano i contadini che si dedicano in queste zone alle
coltivazioni illecite”[3].
In Amazzonia, il Fusarium sarebbe all’origine dell’esplosione dei casi di
cancro e leucemia tra la popolazione e della riduzione delle capacità di difesa
dalle infermità che derivano da affezioni virali o desnutrizione. Ciò nonostante, nell’ambito del vasto programma di fumigazione
implementato grazie ai finanziamenti del Plan Colombia, il governo colombiano
in collaborazione con l’amministrazione di Washington e l’UNDCP guidata dall’italiano
Pino Arlacchi, ha avviato un progetto quadriennale per la sperimentazione e
l’utilizzo dell’agente di controllo biologico, definito ‘ambientalmente sicuro’ per eradicare le piantagioni di coca.
Secondo la bozza del progetto, la Colombia s’impegna a coprire i costi
d’importazione, trasporto, immagazzinamento e utilizzo del fungo, così come i
costi relativi alle attività d’indagine scientifica[4].
Il paese sudamericano si assume infine la responsabilità di fronte a qualsiasi
azione che paesi terzi potrebbero avviare contro l’agenzia delle Nazioni Unite,
per i danni causati dalle attività sperimentali. Si avvia così la
sperimentazione in vasta scala di una vera e propria bomba biologica,
trasfernendone gli oneri ambientali, sociali e monetari ad un paese che
desidera legittimarsi internazionalmente per occultare cause ed effetti del
conflitto interno, dopo decenni di violazioni dei diritti umani, sociali e
politici. Il progetto in atto è similare a quanto successo in tema di lotta
alla droga durante la precedente amministrazione di Enesto Samper. Nel 1997,
l’utilizzazione di erbicidi chimici o ‘naturali’ alternativi al vecchio
glifosato sperimentato dalle compagnie private statunitensi, accanto
all’abrogazione della norma costituzionale che vietava l’estradizione dei
cittadini colombiani, furono le due richieste fatte dall'amministrazione Usa
per assicurare alla Colombia la 'certificazione' di paese alleato nella lotta
al narcotraffico. Un prezzo elevatissimo che il governo di Bogotà non si è
sentito di rifiutare nonostante i rischi di altri disastri socioambientali da
aggiungere a quelli causati da decenni di ininterrotte fumigazioni contro le
coltivazioni di droga. Da quando nel 1978 il dipartimento antinarcotici degli Stati
Uniti ha imposto all’alleato l’eradicazione chimica delle piantagioni di
marihuana, in Colombia sono stati sperimentati i più pericolosi erbicidi
esistenti. Il primo di essi ad essere utilizzato nella Sierra Nevada di Santa
Marta è stato il 'Paraquat', un composto chimico con una vita media ambientale
di venticinque anni, che si lega indissolubilmente alle argille del suolo per
cancellarvi ogni forma di vita. Nel 1985, sempre su pressione di Washington,
l’Ica (Istituto colombiano per l’agricoltura) intraprese l’applicazione nelle
vicinanze di San José del Guaviare dell’erbicida 'Triclopyr’, caratterizzato
dalla presenza del ‘2,4-D’, il cosiddetto ‘agente arancio’ utilizzato dalle
forze armate statunitensi contro le popolazioni vietnamite. L’anno successivo
fu provata la sua pericolosità e l’azienda produttrice ‘Dow Chemical Corp’ fu
diffidata dal commercializzarlo in Colombia. Ciò nonostante, il ‘Triclopyr’ è
stato utilizzato massicciamente dalle forze armate statunitensi nell’area della
selva venezuelana al confine con la Colombia, nel corso di un’operazione
bilaterale del 1994 contro le coltivazioni di coca insediate dai narcos
colombiani. A fine anni ’80 è stata la volta del
defogliante 'Tebuthiuron', il cui uso
era già stato vietato in Perù dopo che l’impresa produttrice, la statunitense
‘Eli Lilly’, lo aveva ritirato dal commercio per i “danni irreversibili agli ecosistemi terrestri ed acquatici, alla flora,
alla fauna e agli stessi esseri umani, data la sua alta mobilità ed una forte
permabilità dalle acque superficiali a quelle sotterranee”[5].
Ai defoglianti utilizzati “in via
sperimentale” in Colombia negli anni ‘80, si è aggiunto l’uso sistematico del
‘glifosato’, etichettato dagli Stati Uniti come ‘del tutto innocuo’, ma di cui
è stata provata la pericolosità per la salute dell’uomo e l’ambiente da parte
di numerosi istituti scientifici ed universitari. In occasione della sua prima
utilizzazione nell’84, l’esercito, per prevenire gravi pregiudizi alle
popolazioni indigene della Sierra Nevada, fu costretto a continue e violenti
evacuazioni dei villaggi. Il governo era entrato in possesso di un documento in
cui la compagnia produttrice di glifosato, la ‘Monsanto’ di St. Luis, ammetteva
che “piccole quantità dell’erbicida
possono causare danni e distruzione della vegetazione e della fauna”, specie in condizioni climatiche del tutto
simili a quelle della Sierra e di buona parte della regione andina. Le attività
di fumigazione danneggiarono seriamente l'ecosistema della Sierra Nevada,
causando processi di deforestazione e di progressiva erosione del suolo, nonché
la distruzione delle coltivazioni di caffé e cacao per decine di milioni di
dollari. Alcuni ricercatori hanno provato l’avvelenamento di pesci e animali
d’allevamento e l’aumento di casi d’anemia tra i gruppi indigeni[6].
L’impatto del glifosato sull’ecosistema della Sierra Nevada ha avuto come
conseguenza la sparizione di dieci dei trentacinque fiumi che fornivano le
risorse idriche ai dipartimenti di Cesar, del Magdalena e della Guajira. Nel
1992, l’organizzazione ecologista internazionale ‘Greenpeace’ ha denunciato la
presenza nel glifosato di “elementi
dispersi altamente tossici come la polyoxethylamine (Poea) e la 1,4-dioxane”.
Sempre Greenpeace ha rivelato come il laboratorio chiamato a verificare la
tossicità del glifosato avesse “alterato
l'80% delle 22.000 prove realizzate per conto del governo degli Stati Uniti”[7].
Dopo una breve attività di sperimentazione
nella jungla meridionale di Panama, a partire dal ’94 la dispersione aerea del
glifosato si è estesa alle coltivazioni di coca dell’area andina, con dosi
superiori del 400% rispetto a quelle utilizzate contro le coltivazioni di
marihuana della Sierra di Santa Marta. Il presidente Ernesto Samper, ormai
compromesso nell’indagine sui fondi elettorali del narcotraffico, tentò di
utilizzare le campagne di fumigazione con il glifosato per ricucire lo strappo
con Washington. Il governo firmò un accordo con la ‘Nas’ (Sezione per gli
affari antidroga degli Stati Uniti), che fornì direttamente i velivoli e il
composto chimico alla polizia colombiana; l’allora ministro della difesa,
Fernando Botero, negoziatore con i padrini di Cali degli apporti finanziari
alla campagna di Samper, per sostenere l’innocuità dell’erbicida, si fece
fotografare accanto ai depositi di glifosato alla vigilia delle prime
operazioni aeree di eradicazione[8].
Da quel momento la dispersione di glifosato
sul territorio colombiano non si è più arrestata, la quantità dell’erbicida
utilizzata si è più che quadruplicata in un paio di anni, così come si sono quadruplicati
i costi per le operazione di fumigazione. Nel solo primo semestre del ’98, per
‘coprire’ un’area di 38.600 ettari, le forze di sicurezza hanno speso sei
milioni e centotrentamila dollari, a cui vanno aggiunti i costi del carburante
fornito dal Nas, e quelli sostenuti per l’acquisto del glifosato, oltre cinque
milioni e cinquecentomila dollari. Conti alla mano, la eradicazione chimica
oltre che inutile e dannosa, si conferma una pratica notevolmente dispendiosa.
Considerato che per fumigare un ettaro di foglie di coca sono necessari quasi
trecento dollari in defoglianti, è possibile calcolare che negli ultimi sei
anni sono stati spesi in Colombia, inutilmente, oltre cinquantatremilioni di
dollari in glifosato. A partire dal marzo ’97 inoltre, le forze
armate hanno iniziato a sperimentare nuovi erbicidi granulari, l’'Imazapyr’, di
cui sono stati rilevati gli effetti contaminanti delle fonti d’acqua ed
irritanti per le principali vie respiratorie, e la ‘Hexaxinona’, potente
inibitore della fotosintesi, prodotto dalla multinazionale ‘Dupont’, che causa
danni irreversibili agli occhi, alla pelle e all’apparato respiratorio delle
persone che entrano in contatto con esso. L’uso di questi due composti nelle
aree amazzoniche controllate dalle Farc è stato autorizzato dal governo in
cambio dell’offerta di Washington di aiuti militari per cinque milioni di
dollari[9].
La Defensoría del Pueblo, organizzazione statale per la difesa dei diritti
umani, è stata costretta a presentare un rapporto e denunciare la violazione
dei diritti ambientali delle popolazioni soggette alle operazioni di
fumigazione. La Defensoría ha segnalato che non erano state assolutamente
rispettate le disposizioni tecniche per l’uso degli erbicidi e che non erano
state adottate misure in materia di prevenzione della salute; ha constatato
altresì la fumigazione di abitazioni e scuole e i ‘danni incalcolabili’
all'economia di sussistenza dei campesinos nella regione. "Nelle vicinanze di Santa Rosa e nella Laguna
del Quemado, dove non esiste alcun tipo di coltivazione illegale, si sono
distrutti centinaia di ettari di bosco naturale”, afferma il rapporto della
Defensoría del Pueblo. “Questo ecosistema
lagunare è molto particolare perché è il centro di deposizione delle uova e di
riproduzione di specie ittiche, è rifugio ecologico di uccelli, mammiferi ed
altri gruppi toxonomici”[10].
La Defensoría ha inoltre raccolto una serie di dati sui danni causati a
villaggi e coltivazioni legali durante la campagna di fumigazione eseguita
nello stesso anno nel municipio di Puerto Guzmán (Putumayo). Le forze armate
avvelenarono 360 ettari di coltivazioni di patate, canna, mais e banane, ed una
cinquantina di bambini frequentanti una scuola nel villaggio di Alejandria
furono colpiti da gravi problemi respiratori e da lesioni e desquamazioni alla
pelle. Le più recenti campagne di fumigazione
chimica hanno avuto effetti ancora più drammatici. Sempre a Puerto Guzmán, l’11
aprile 2000, la Polizia antinarcotici ha causato la distruzione di centinaia di
coltivazioni di platano e mais, la morte di numerosi animali dimestici e
infermità tra la popolazione, costretta poi ad abbandonare i propri villaggi.
Enormi danni alle coltivazioni di frutta e legumi si sono verificati nel
dipartimento di Huila, in occasione di una massiccia operazione di fumigazione
con glisofato verso la fine del maggio 2000, in una zona dove da alcuni anni
erano state eradicate tutte le piantagioni di papavero da oppio. Due giovani
ragazze indigene sono morte il 13 febbraio ’99 in seguito ad un’operazione di
fumigazione della polizia, nel settore di Caquiona, dipartimento del Cauca. Nel
Guaviare, dove è stata fumigata una superficie di 96.000 ettari di terra (cioè
quattro volte le aree che secondo le autorità militari sono destinate nella
regione alla produzione di coca), ci sono stati mitragliamenti indiscriminati a
danno dei coltivatori e delle comunità indigene, e sono state colpite decine di
aziende agricole con danni incalcolabili alle coltivazioni. Tra i più
danneggiati, le beneficiarie del progetto 'Donne rurali' finanziato dalla
diocesi locale e dalla cooperazione internazionale. Analogo il quadro delle
violazioni ai diritti umani in Caquetà, Meta ed in particolare nel Vaupés,
dipartimento che ha accolto a partire del ’98 i coltivatori fuggiti dal
Guaviare, dove si sono registrate ripetute fumigazioni di scuole e villaggi
indigeni. Nel Caguán, oggi sede dell’’area di
distensione’ per la trattativa tra le Farc e l’amministrazione Pastrana, a fine
anni ’90 è stato distrutto il 17% delle coltivazioni destinate alla produzione
di caucciù e di altri prodotti indicati come ‘alternativi’ alla produzione di
coca. L’uso intensivo di defoglianti ha contaminato le acque dei fiumi, con la
conseguente morte di pesci, uccelli acquatici e pollame, e un impressionante
numero di aborti tra le vacche. Anche nel Caguán sono state colpite una serie
di aziende sostenute dal programma di ‘sviluppo alternativo’ del vicariato di
San Vicente-Puerto Leguízamo, dedite in particolare alla coltivazione di
banane, mais, yuca e ortaggi destinanti alle mense scolastiche e agli anziani[11]. Le popolazioni indigene, predominanti nei
territori amazzonici, sono coloro che stanno pagando più di tutte, dal punto di
vista culturale, economico e sociale le conseguenze della fumigazione e dei
processi legati alla produzione a al mercato degli stupefacenti. Queste
comunità, accanto alle famiglie di coloni sfollate dalle operazioni militari,
loro malgrado, sono spinte all’inesorabile confronto con la guerra e il
narcotraffico. Ciò, secondo il ricercatore di ‘Acción Andina’ Ricardo Vargas
Meza, sta conducendo ad una “polarizzazione
geografica e sociale” dei dipartimenti meridionali ed amazzonici della
Colombia, che “acquisiscono una
connotazione geopolitica nel contesto del conflitto armato con una relativa
maggiore legittimazione delle guerriglie, poiché lo Stato non si presenta in
questo processo come un fattore esterno, ma legato ad un interesse di parte”[12]. Le campagne aeree hanno generato un circolo
vizioso: la contaminazione dell’ambiente in seguito alla fumigazione ha causato
la migrazione dei coltivatori verso zone più protette e difficili da
controllare. Il trasferimento e l'ampliamento delle coltivazioni illecite ha
già significato la deforestazione di 203.000 ettari di bosco; nel Caquetá è già
andato distrutto l’80% del patrimonio forestale, mentre nella regione andina
(dove alla produzione di coca si sono sommati gli effetti dell’allevamento
estensivo), si è persa più del 74% della copertura forestale e dei boschi
secchi tropicali resta solo l’1,5% dell’estensione originale. Il Ministero
dell’Ambiente avverte che sono tre le aree caratterizzate daIla spiccata
biodiversità ad altissimo rischio di distruzione: il piedimonte amazzonico con
66.800 ettari, la Serranía de San Lucas con 8.500 ettari e il Magdalena Medio
con 7.800 ettari. Il pregiudizio all’ecosistema è incalcolabile: in Colombia,
secondo Undp, sono a rischio di estinzione trentacinque specie di mammiferi,
settantaquattro di uccelli e quindici di rettili[13]. Alle conseguenze dirette delle fumigazioni
vanno poi aggiunti i costi ambientali per l'uso dei composti chimici utilizzati
per le colture o durante il processamento della pasta di coca. Gli esperti
calcolano che annualmente vengono sparsi dai coltivatori oltre 900 tonnellate
di erbicidi responsabili della sterilizzazione parziale del suolo e della
trasformazione qualitativa e quantitativa della microflora e dei composti
organici dei terreni. Ad essi si aggiungono 16.000 tonnellate di fertilizzanti
e 450 tonnellate di antiparassitari. E’ stato accertato l’uso massivo nel sud
della Colombia di sessantuno prodotti il cui uso è “fortemente sconsigliato”
dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti. Essi giungono
clandestinamente dal confinante Ecuador. Tra gli erbicidi più noti per la loro
tossicità sono stati individuati il ‘Roundup’ (glifosato), il ‘Thiodan’ e il
‘Faena’; tra gli insetticidi il ‘Furadan’, il ‘Sevin’, il ‘Malation’ e il
‘Lorsban’. “In
queste aree si sta incubando una generazione di mutanti e di ritardati mentali”,
hanno denunciato i ricercatori della ‘Junta contra las Drogas’ colombiana.
Secondo essi l’80% dei contadini del Putumayo e del Caquetà, il cui salario non
supera i quattro dollari al giorno, utilizzano il ‘Parathion’ e il ‘Tamaron’,
insetticidi composti da fosfati altamente tossici. “Essi producono in coloro che li manipolano senza mezzi di sicurezza
difficoltà nell’articolazione del linguaggio, perdita della coscienza, paralisi
e stati di coma” afferma il rapporto della Junta, che segnala altresì come
“in 190 aziende è stato appurato
l’utilizzo del ‘Paraquat’, sotto la marca di ‘Gramoxone’, catalogato tra gli
erbicidi più tossici prodotti al mondo”[14].
Coloro che utilizzano periodicamente il ‘Paraquat’ soffrono di ulcere alla
pelle e desquamazioni alle mani, trasformazioni nel colore e irregolarità delle
unghie e in alcuni casi persino della loro perdita. Inoltre sono cronici il
bruciore e la lacrimazione degli occhi,
il vomito, la tosse, il dolore muscolare generale e in alcuni casi la
sanguinazione dalle narici. La contaminazione degli occhi causa inoltre
congiuntiviti e opacità delle cornee e persino cecità temporali o permanenti[15]. Nelle attività di trasformazione della coca
entrano altre sostanze altamente pericolose. La pratica di mescolare cemento ed
urea con le foglie tagliate, ad esempio, colpisce direttamente la vegetazione
che sorge accanto ai laboratori di trasformazione e genera gravi problemi alle
vie respiratorie degli addetti alla produzione. Altrettanto nefasta la consuetudine
di mescolare le foglie trattate nei bidoni di benzina per estrarre l'alcaloide,
i cui scarti di lavorazione, ricchi di sostanze colloidali, vengono riversati
nei suoli e nelle fonti d'acqua. Altri due composti entrano in attività nella
fase finale di estrazione della pasta di coca, l'acido solforico e il carbonato
di sodio, i cui residui vengono anch’essi versati in fonti d'acqua o dispersi
nel suolo. L'alto numero di queste sostanze chimiche utilizzate nel
processamento è all’origine di una serie di malattie gastrointestinali e
respiratorie ormai endemiche nelle regioni cocalere e che colpiscono in
particolare i soggetti più giovani della popolazione. Gli studiosi colombiani hanno calcolato che
annualmente nelle vari fasi di processamento sono impiegati 50.000 tonnellate
di cemento, 250 milioni di litri di benzina e 120.000 litri di acido solforico[16].
Siamo di fronte ad una tragedia ambientale di dimensioni epocali, dove non
risultano estranei gli interessi economici di alcune delle maggiori compagnie
multinazionali che monopolizzano l’importazione in Colombia dei composti più
utilizzati per la produzione di cocaina. La ‘Shell’ ad esempio è l’unica
fornitrice di acetone, la cui importazione è giustificata a favore di una
propria fabbrica di sigarette a Cali, mentre i giganteschi carichi di
bicarbonato di sodio che giungono in Colombia, vengono autorizzati per le
esigenze di alcune case di dentifrici, tra cui
la Colgate[17].
Tuttora l’80% dei precursori chimici necessari per la lavorazione della
coca viene importato legalmente dagli Stati Uniti, il 16% dall’Europa e il
resto da Venezuela, Messico e Cina. Ad essi si aggiungono i composti introdotti
illegalmente in Colombia (in particolare acetone ed etere), dalle
organizzazioni criminali strutturatesi in veri e propri ‘cartelli dei
procursori chimici’[18].
“Mentre si sovracriminalizzano i
produttori – commenta il ricercatore Ricardo Vargas Meza – si lascia fuori ogni disposizione
internazionale in tema di riciclaggio e di contrabbando di armi e non si tocca
il tema dell’importazione nel paese di precursori chimici per il processamento
degli stupefacenti, diluendo così la responsabilità dei paesi del Nord del
mondo, loro principali esportatori ”[19]. [1] V. Gallo, “Posible impacto ambiental por el uso del Fusarium para el control de los cultivos ilícitos”, Escuela de Posgrado, Universidad Nacional de Colombia, Palmira, 2000, pag. 18. [2] ‘El Colombiano’, 27 febbraio 2000. [3] ‘El Colombiano’, 7 agosto 2000. [4] J. F. Castro Caycedo, “Cuatro años por los derechos humanos y la paz. Informe annual del Ciudadano Defensor del Pueblo al Congreso de la República”, Bogotà, 2000, pagg. 42-3. [5] ‘El Comercio’, 22 giugno 1988. [6] ‘Cromos’, 29 gennaio 1982, pag. 25. [7] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia", Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotà, 1999, pag. 55. [8] ‘El País’, 6 febbraio 1995. [9] ‘El País’, 6
marzo 1997. [10] Ministerio Defensoría del Pueblo, "Se está empleando Imazapyr para erradicar cultivos de coca en el Putumayo", Bogotà, 30 ottobre 1998. [11] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia", cit., pag. 123-5. [12] Ibidem, pag. 95. [13] Pnud – Departamento Nacional de Planeación, “Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999”, Tercer Mundo Editores, Bogotà, 2000, pag. XI. [14] ‘El Colombiano’, 7 agosto 2000. [15] R. Vargas Meza, ‘La reducción del daño desde la perspectiva de la producción’, in “Póliticas antidroga e interdicción”, Acción Andina, n. 3, agosto 1999, pag. 88. [16] ‘El Espectador’, 20 agosto 1996. [17] F. Castillo, “Los nuevos jinetes de la cocaina”, Editorial Oveja Negra, Bogotà, 1996, pag. 26. [18] A. Corbino, “Terra bruciata”, in ‘Narcomafie’, cit., pag. 11. [19] R. Vargas Meza, “Plan Colombia, problema de democracia”, in ‘Diario del Sur’, 17 settembre 2000. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "I costi ambientali della guerra alle droghe", terrelibere.org, 03 aprile 2001, http://www.terrelibere.it/doc/i-costi-ambientali-della-guerra-alle-droghe |