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I costi ambientali della guerra alle droghe - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
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I costi ambientali della guerra alle droghe {}

 

Il suo nome scientifico è ‘Fusarium Oxysporum’, un fungo elaborato in laboratorio nelle isole Hawai attraverso esperimenti di manipolazione genetica degli scienziati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti grazie al finanziamento dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la lotta al traffico di droga UNDCP. Il ‘Plan Colombia’ prevede il suo uso massivo contro le coltivazioni di coca e oppio nell’area andina e nei dipartimenti amazzonici. Una vera e propria bomba ecologica la cui sperimentazione sarebbe già iniziata in Ecuador e i cui effetti ambientali sono tutt’altro che ignoti, al punto che il suo utilizzo è già stato proibito negli Stati Uniti, in Perù e nella stessa Colombia, dove a fine anni ‘70 il fungo colpì così gravemente le coltivazioni di ortaggi e tuberose del dipartimento di Boyacà, che l’Istituto colombiano per l’agricoltura fu costretto a proibire la semina per venti anni.

Una ricerca dell’Università Nazionale di Medellín effettuata per conto dell’Enlace, l’agenzia del ministero delle comunicazioni, ha spiegato come il ‘Fusarium Oxysporum’, grazie ad un patrimonio genetico “assai adattabile” a condizioni climatiche differenti, sia in grado di attaccare le piante e i microrganismi presenti nel suolo, sino a cinquanta centimetri di profondità. In pratica, non si conoscono piante in grado di sopravvivere all’uso del fungo ed i terreni ‘trattati’ “non possono servire per alcun processo di coltivazione alternativa”. Gli effetti in larga scala del ‘Fusarium’ si sono fatti sentire particolarmente nella valle superiore dell’Huallaga del Perù, dove l’economia locale basata sulle coltivazioni di coca, fu annientata dalla comparsa del fungo che colpì la totalità delle altre specie seminate e costrinse la popolazione contadina all’esodo forzato, accelerando il trasferimento delle coltivazioni di coca dal Perù alla Colombia nei primi anni ‘90.

In particolare il ‘Fusarium’ produce l’appassimento e la putrefazione della radice di molti ortaggi e piante da frutto (il cosiddetto ‘mal di Panama’ che affetta i banani, o la malattia ‘secadera’ del maracuyà) così come il processo di cancrenizzazione degli alberi forestali. Il problema maggiore starebbe nella particolare variabilità genetica del ‘Fusarium’ e nella sua lunga vita biologica, tra i venti e i quaranta anni, in latenza sul suolo. Ciò ha conseguenze inimmaginabili sulle specie animali d’allevamento che vengono a contatto con il fungo. Le tossine prodotte nelle coltivazioni di mais, ad esempio, hanno generato conseguenze gravissime nei suini, come “la degenerazione del sistema genitale nota come ‘sindrome estrogena’”[1].

L’Università di Medellín nel suo rapporto sui danni ambientali del ‘Fusarium Oxysporum’, avverte inoltre sui gravi effetti alla salute umana: “il contatto con il fungo ha causato irritazione della pelle e di organi vitali come polmoni e stomaco[2]. L’esposizione di animali ed esseri umani ha determinato la presenza di ‘nivalenola’, un composto che genera febbri, nausea, vomito, diarrea, leucopenia ed emorragie. In ben 244 aziende cocaleras situate nei dipartimenti di Putumayo, Caquetà e Guaviare sono state rinvenute coltivazioni gravemente danneggiate dal pericoloso fungo, a cui gli esperti della ‘Junta Fiscalizadora contra las Drogas’, l’agenzia investigativa antidroga della Procura colombiana, attribuiscono la causa della “maggioranza delle infermità che attaccano i contadini che si dedicano in queste zone alle coltivazioni illecite[3]. In Amazzonia, il Fusarium sarebbe all’origine dell’esplosione dei casi di cancro e leucemia tra la popolazione e della riduzione delle capacità di difesa dalle infermità che derivano da affezioni virali o desnutrizione.

Ciò nonostante, nell’ambito del vasto programma di fumigazione implementato grazie ai finanziamenti del Plan Colombia, il governo colombiano in collaborazione con l’amministrazione di Washington e l’UNDCP guidata dall’italiano Pino Arlacchi, ha avviato un progetto quadriennale per la sperimentazione e l’utilizzo dell’agente di controllo biologico, definito ‘ambientalmente sicuro’ per eradicare le piantagioni di coca. Secondo la bozza del progetto, la Colombia s’impegna a coprire i costi d’importazione, trasporto, immagazzinamento e utilizzo del fungo, così come i costi relativi alle attività d’indagine scientifica[4]. Il paese sudamericano si assume infine la responsabilità di fronte a qualsiasi azione che paesi terzi potrebbero avviare contro l’agenzia delle Nazioni Unite, per i danni causati dalle attività sperimentali. Si avvia così la sperimentazione in vasta scala di una vera e propria bomba biologica, trasfernendone gli oneri ambientali, sociali e monetari ad un paese che desidera legittimarsi internazionalmente per occultare cause ed effetti del conflitto interno, dopo decenni di violazioni dei diritti umani, sociali e politici.

Il progetto in atto è similare a quanto successo in tema di lotta alla droga durante la precedente amministrazione di Enesto Samper. Nel 1997, l’utilizzazione di erbicidi chimici o ‘naturali’ alternativi al vecchio glifosato sperimentato dalle compagnie private statunitensi, accanto all’abrogazione della norma costituzionale che vietava l’estradizione dei cittadini colombiani, furono le due richieste fatte dall'amministrazione Usa per assicurare alla Colombia la 'certificazione' di paese alleato nella lotta al narcotraffico. Un prezzo elevatissimo che il governo di Bogotà non si è sentito di rifiutare nonostante i rischi di altri disastri socioambientali da aggiungere a quelli causati da decenni di ininterrotte fumigazioni contro le coltivazioni di droga.

Da quando nel 1978 il dipartimento antinarcotici degli Stati Uniti ha imposto all’alleato l’eradicazione chimica delle piantagioni di marihuana, in Colombia sono stati sperimentati i più pericolosi erbicidi esistenti. Il primo di essi ad essere utilizzato nella Sierra Nevada di Santa Marta è stato il 'Paraquat', un composto chimico con una vita media ambientale di venticinque anni, che si lega indissolubilmente alle argille del suolo per cancellarvi ogni forma di vita. Nel 1985, sempre su pressione di Washington, l’Ica (Istituto colombiano per l’agricoltura) intraprese l’applicazione nelle vicinanze di San José del Guaviare dell’erbicida 'Triclopyr’, caratterizzato dalla presenza del ‘2,4-D’, il cosiddetto ‘agente arancio’ utilizzato dalle forze armate statunitensi contro le popolazioni vietnamite. L’anno successivo fu provata la sua pericolosità e l’azienda produttrice ‘Dow Chemical Corp’ fu diffidata dal commercializzarlo in Colombia. Ciò nonostante, il ‘Triclopyr’ è stato utilizzato massicciamente dalle forze armate statunitensi nell’area della selva venezuelana al confine con la Colombia, nel corso di un’operazione bilaterale del 1994 contro le coltivazioni di coca insediate dai narcos colombiani.

  A fine anni ’80 è stata la volta del defogliante  'Tebuthiuron', il cui uso era già stato vietato in Perù dopo che l’impresa produttrice, la statunitense ‘Eli Lilly’, lo aveva ritirato dal commercio per i “danni irreversibili agli ecosistemi terrestri ed acquatici, alla flora, alla fauna e agli stessi esseri umani, data la sua alta mobilità ed una forte permabilità dalle acque superficiali a quelle sotterranee[5].

   Ai defoglianti utilizzati “in via sperimentale” in Colombia negli anni ‘80, si è aggiunto l’uso sistematico del ‘glifosato’, etichettato dagli Stati Uniti come ‘del tutto innocuo’, ma di cui è stata provata la pericolosità per la salute dell’uomo e l’ambiente da parte di numerosi istituti scientifici ed universitari. In occasione della sua prima utilizzazione nell’84, l’esercito, per prevenire gravi pregiudizi alle popolazioni indigene della Sierra Nevada, fu costretto a continue e violenti evacuazioni dei villaggi. Il governo era entrato in possesso di un documento in cui la compagnia produttrice di glifosato, la ‘Monsanto’ di St. Luis, ammetteva che “piccole quantità dell’erbicida possono causare danni e distruzione della vegetazione  e della fauna”, specie in condizioni climatiche del tutto simili a quelle della Sierra e di buona parte della regione andina. Le attività di fumigazione danneggiarono seriamente l'ecosistema della Sierra Nevada, causando processi di deforestazione e di progressiva erosione del suolo, nonché la distruzione delle coltivazioni di caffé e cacao per decine di milioni di dollari. Alcuni ricercatori hanno provato l’avvelenamento di pesci e animali d’allevamento e l’aumento di casi d’anemia tra i gruppi indigeni[6]. L’impatto del glifosato sull’ecosistema della Sierra Nevada ha avuto come conseguenza la sparizione di dieci dei trentacinque fiumi che fornivano le risorse idriche ai dipartimenti di Cesar, del Magdalena e della Guajira. Nel 1992, l’organizzazione ecologista internazionale ‘Greenpeace’ ha denunciato la presenza nel glifosato di “elementi dispersi altamente tossici come la polyoxethylamine (Poea) e la 1,4-dioxane”. Sempre Greenpeace ha rivelato come il laboratorio chiamato a verificare la tossicità del glifosato avesse “alterato l'80% delle 22.000 prove realizzate per conto del governo degli Stati Uniti[7].

  Dopo una breve attività di sperimentazione nella jungla meridionale di Panama, a partire dal ’94 la dispersione aerea del glifosato si è estesa alle coltivazioni di coca dell’area andina, con dosi superiori del 400% rispetto a quelle utilizzate contro le coltivazioni di marihuana della Sierra di Santa Marta. Il presidente Ernesto Samper, ormai compromesso nell’indagine sui fondi elettorali del narcotraffico, tentò di utilizzare le campagne di fumigazione con il glifosato per ricucire lo strappo con Washington. Il governo firmò un accordo con la ‘Nas’ (Sezione per gli affari antidroga degli Stati Uniti), che fornì direttamente i velivoli e il composto chimico alla polizia colombiana; l’allora ministro della difesa, Fernando Botero, negoziatore con i padrini di Cali degli apporti finanziari alla campagna di Samper, per sostenere l’innocuità dell’erbicida, si fece fotografare accanto ai depositi di glifosato alla vigilia delle prime operazioni aeree di eradicazione[8].

  Da quel momento la dispersione di glifosato sul territorio colombiano non si è più arrestata, la quantità dell’erbicida utilizzata si è più che quadruplicata in un paio di anni, così come si sono quadruplicati i costi per le operazione di fumigazione. Nel solo primo semestre del ’98, per ‘coprire’ un’area di 38.600 ettari, le forze di sicurezza hanno speso sei milioni e centotrentamila dollari, a cui vanno aggiunti i costi del carburante fornito dal Nas, e quelli sostenuti per l’acquisto del glifosato, oltre cinque milioni e cinquecentomila dollari. Conti alla mano, la eradicazione chimica oltre che inutile e dannosa, si conferma una pratica notevolmente dispendiosa. Considerato che per fumigare un ettaro di foglie di coca sono necessari quasi trecento dollari in defoglianti, è possibile calcolare che negli ultimi sei anni sono stati spesi in Colombia, inutilmente, oltre cinquantatremilioni di dollari in glifosato.

  A partire dal marzo ’97 inoltre, le forze armate hanno iniziato a sperimentare nuovi erbicidi granulari, l’'Imazapyr’, di cui sono stati rilevati gli effetti contaminanti delle fonti d’acqua ed irritanti per le principali vie respiratorie, e la ‘Hexaxinona’, potente inibitore della fotosintesi, prodotto dalla multinazionale ‘Dupont’, che causa danni irreversibili agli occhi, alla pelle e all’apparato respiratorio delle persone che entrano in contatto con esso. L’uso di questi due composti nelle aree amazzoniche controllate dalle Farc è stato autorizzato dal governo in cambio dell’offerta di Washington di aiuti militari per cinque milioni di dollari[9]. La Defensoría del Pueblo, organizzazione statale per la difesa dei diritti umani, è stata costretta a presentare un rapporto e denunciare la violazione dei diritti ambientali delle popolazioni soggette alle operazioni di fumigazione. La Defensoría ha segnalato che non erano state assolutamente rispettate le disposizioni tecniche per l’uso degli erbicidi e che non erano state adottate misure in materia di prevenzione della salute; ha constatato altresì la fumigazione di abitazioni e scuole e i ‘danni incalcolabili’ all'economia di sussistenza dei campesinos nella regione. "Nelle vicinanze di Santa Rosa e nella Laguna del Quemado, dove non esiste alcun tipo di coltivazione illegale, si sono distrutti centinaia di ettari di bosco naturale”, afferma il rapporto della Defensoría del Pueblo. “Questo ecosistema lagunare è molto particolare perché è il centro di deposizione delle uova e di riproduzione di specie ittiche, è rifugio ecologico di uccelli, mammiferi ed altri gruppi toxonomici[10]. La Defensoría ha inoltre raccolto una serie di dati sui danni causati a villaggi e coltivazioni legali durante la campagna di fumigazione eseguita nello stesso anno nel municipio di Puerto Guzmán (Putumayo). Le forze armate avvelenarono 360 ettari di coltivazioni di patate, canna, mais e banane, ed una cinquantina di bambini frequentanti una scuola nel villaggio di Alejandria furono colpiti da gravi problemi respiratori e da lesioni e desquamazioni alla pelle.

  Le più recenti campagne di fumigazione chimica hanno avuto effetti ancora più drammatici. Sempre a Puerto Guzmán, l’11 aprile 2000, la Polizia antinarcotici ha causato la distruzione di centinaia di coltivazioni di platano e mais, la morte di numerosi animali dimestici e infermità tra la popolazione, costretta poi ad abbandonare i propri villaggi. Enormi danni alle coltivazioni di frutta e legumi si sono verificati nel dipartimento di Huila, in occasione di una massiccia operazione di fumigazione con glisofato verso la fine del maggio 2000, in una zona dove da alcuni anni erano state eradicate tutte le piantagioni di papavero da oppio. Due giovani ragazze indigene sono morte il 13 febbraio ’99 in seguito ad un’operazione di fumigazione della polizia, nel settore di Caquiona, dipartimento del Cauca. Nel Guaviare, dove è stata fumigata una superficie di 96.000 ettari di terra (cioè quattro volte le aree che secondo le autorità militari sono destinate nella regione alla produzione di coca), ci sono stati mitragliamenti indiscriminati a danno dei coltivatori e delle comunità indigene, e sono state colpite decine di aziende agricole con danni incalcolabili alle coltivazioni. Tra i più danneggiati, le beneficiarie del progetto 'Donne rurali' finanziato dalla diocesi locale e dalla cooperazione internazionale. Analogo il quadro delle violazioni ai diritti umani in Caquetà, Meta ed in particolare nel Vaupés, dipartimento che ha accolto a partire del ’98 i coltivatori fuggiti dal Guaviare, dove si sono registrate ripetute fumigazioni di scuole e villaggi indigeni.

  Nel Caguán, oggi sede dell’’area di distensione’ per la trattativa tra le Farc e l’amministrazione Pastrana, a fine anni ’90 è stato distrutto il 17% delle coltivazioni destinate alla produzione di caucciù e di altri prodotti indicati come ‘alternativi’ alla produzione di coca. L’uso intensivo di defoglianti ha contaminato le acque dei fiumi, con la conseguente morte di pesci, uccelli acquatici e pollame, e un impressionante numero di aborti tra le vacche. Anche nel Caguán sono state colpite una serie di aziende sostenute dal programma di ‘sviluppo alternativo’ del vicariato di San Vicente-Puerto Leguízamo, dedite in particolare alla coltivazione di banane, mais, yuca e ortaggi destinanti alle mense scolastiche e agli anziani[11].

  Le popolazioni indigene, predominanti nei territori amazzonici, sono coloro che stanno pagando più di tutte, dal punto di vista culturale, economico e sociale le conseguenze della fumigazione e dei processi legati alla produzione a al mercato degli stupefacenti. Queste comunità, accanto alle famiglie di coloni sfollate dalle operazioni militari, loro malgrado, sono spinte all’inesorabile confronto con la guerra e il narcotraffico. Ciò, secondo il ricercatore di ‘Acción Andina’ Ricardo Vargas Meza, sta conducendo ad una “polarizzazione geografica e sociale” dei dipartimenti meridionali ed amazzonici della Colombia, che “acquisiscono una connotazione geopolitica nel contesto del conflitto armato con una relativa maggiore legittimazione delle guerriglie, poiché lo Stato non si presenta in questo processo come un fattore esterno, ma legato ad un interesse di parte[12].

   Le campagne aeree hanno generato un circolo vizioso: la contaminazione dell’ambiente in seguito alla fumigazione ha causato la migrazione dei coltivatori verso zone più protette e difficili da controllare. Il trasferimento e l'ampliamento delle coltivazioni illecite ha già significato la deforestazione di 203.000 ettari di bosco; nel Caquetá è già andato distrutto l’80% del patrimonio forestale, mentre nella regione andina (dove alla produzione di coca si sono sommati gli effetti dell’allevamento estensivo), si è persa più del 74% della copertura forestale e dei boschi secchi tropicali resta solo l’1,5% dell’estensione originale. Il Ministero dell’Ambiente avverte che sono tre le aree caratterizzate daIla spiccata biodiversità ad altissimo rischio di distruzione: il piedimonte amazzonico con 66.800 ettari, la Serranía de San Lucas con 8.500 ettari e il Magdalena Medio con 7.800 ettari. Il pregiudizio all’ecosistema è incalcolabile: in Colombia, secondo Undp, sono a rischio di estinzione trentacinque specie di mammiferi, settantaquattro di uccelli e quindici di rettili[13].

  Alle conseguenze dirette delle fumigazioni vanno poi aggiunti i costi ambientali per l'uso dei composti chimici utilizzati per le colture o durante il processamento della pasta di coca. Gli esperti calcolano che annualmente vengono sparsi dai coltivatori oltre 900 tonnellate di erbicidi responsabili della sterilizzazione parziale del suolo e della trasformazione qualitativa e quantitativa della microflora e dei composti organici dei terreni. Ad essi si aggiungono 16.000 tonnellate di fertilizzanti e 450 tonnellate di antiparassitari. E’ stato accertato l’uso massivo nel sud della Colombia di sessantuno prodotti il cui uso è “fortemente sconsigliato” dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti. Essi giungono clandestinamente dal confinante Ecuador. Tra gli erbicidi più noti per la loro tossicità sono stati individuati il ‘Roundup’ (glifosato), il ‘Thiodan’ e il ‘Faena’; tra gli insetticidi il ‘Furadan’, il ‘Sevin’, il ‘Malation’ e il ‘Lorsban’.

  In queste aree si sta incubando una generazione di mutanti e di ritardati mentali”, hanno denunciato i ricercatori della ‘Junta contra las Drogas’ colombiana. Secondo essi l’80% dei contadini del Putumayo e del Caquetà, il cui salario non supera i quattro dollari al giorno, utilizzano il ‘Parathion’ e il ‘Tamaron’, insetticidi composti da fosfati altamente tossici. “Essi producono in coloro che li manipolano senza mezzi di sicurezza difficoltà nell’articolazione del linguaggio, perdita della coscienza, paralisi e stati di coma” afferma il rapporto della Junta, che segnala altresì come “in 190 aziende è stato appurato l’utilizzo del ‘Paraquat’, sotto la marca di ‘Gramoxone’, catalogato tra gli erbicidi più tossici prodotti al mondo[14]. Coloro che utilizzano periodicamente il ‘Paraquat’ soffrono di ulcere alla pelle e desquamazioni alle mani, trasformazioni nel colore e irregolarità delle unghie e in alcuni casi persino della loro perdita. Inoltre sono cronici il bruciore e  la lacrimazione degli occhi, il vomito, la tosse, il dolore muscolare generale e in alcuni casi la sanguinazione dalle narici. La contaminazione degli occhi causa inoltre congiuntiviti e opacità delle cornee e persino cecità temporali o permanenti[15].

   Nelle attività di trasformazione della coca entrano altre sostanze altamente pericolose. La pratica di mescolare cemento ed urea con le foglie tagliate, ad esempio, colpisce direttamente la vegetazione che sorge accanto ai laboratori di trasformazione e genera gravi problemi alle vie respiratorie degli addetti alla produzione. Altrettanto nefasta la consuetudine di mescolare le foglie trattate nei bidoni di benzina per estrarre l'alcaloide, i cui scarti di lavorazione, ricchi di sostanze colloidali, vengono riversati nei suoli e nelle fonti d'acqua. Altri due composti entrano in attività nella fase finale di estrazione della pasta di coca, l'acido solforico e il carbonato di sodio, i cui residui vengono anch’essi versati in fonti d'acqua o dispersi nel suolo. L'alto numero di queste sostanze chimiche utilizzate nel processamento è all’origine di una serie di malattie gastrointestinali e respiratorie ormai endemiche nelle regioni cocalere e che colpiscono in particolare i soggetti più giovani della popolazione.

  Gli studiosi colombiani hanno calcolato che annualmente nelle vari fasi di processamento sono impiegati 50.000 tonnellate di cemento, 250 milioni di litri di benzina e 120.000 litri di acido solforico[16]. Siamo di fronte ad una tragedia ambientale di dimensioni epocali, dove non risultano estranei gli interessi economici di alcune delle maggiori compagnie multinazionali che monopolizzano l’importazione in Colombia dei composti più utilizzati per la produzione di cocaina. La ‘Shell’ ad esempio è l’unica fornitrice di acetone, la cui importazione è giustificata a favore di una propria fabbrica di sigarette a Cali, mentre i giganteschi carichi di bicarbonato di sodio che giungono in Colombia, vengono autorizzati per le esigenze di alcune case di dentifrici, tra cui  la Colgate[17].

  Tuttora l’80% dei precursori chimici necessari per la lavorazione della coca viene importato legalmente dagli Stati Uniti, il 16% dall’Europa e il resto da Venezuela, Messico e Cina. Ad essi si aggiungono i composti introdotti illegalmente in Colombia (in particolare acetone ed etere), dalle organizzazioni criminali strutturatesi in veri e propri ‘cartelli dei procursori chimici’[18]. “Mentre si sovracriminalizzano i produttori – commenta il ricercatore Ricardo Vargas Meza – si lascia fuori ogni disposizione internazionale in tema di riciclaggio e di contrabbando di armi e non si tocca il tema dell’importazione nel paese di precursori chimici per il processamento degli stupefacenti, diluendo così la responsabilità dei paesi del Nord del mondo, loro principali esportatori [19].



[1] V. Gallo, “Posible impacto ambiental por el uso del Fusarium para el control de los cultivos ilícitos”, Escuela de Posgrado, Universidad Nacional de Colombia, Palmira, 2000, pag. 18.

[2] ‘El Colombiano’, 27 febbraio 2000.

[3] ‘El Colombiano’, 7 agosto 2000.

[4] J. F. Castro Caycedo, “Cuatro años por los derechos humanos y la paz. Informe annual del Ciudadano Defensor del Pueblo al Congreso de la República”, Bogotà, 2000, pagg. 42-3.

[5] ‘El Comercio’, 22 giugno 1988.

[6] ‘Cromos’, 29 gennaio 1982, pag. 25.

[7] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia", Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotà, 1999, pag. 55.

[8] ‘El País’, 6 febbraio 1995.

[9] ‘El País’, 6 marzo 1997.

[10] Ministerio Defensoría del Pueblo, "Se está empleando Imazapyr para erradicar cultivos de coca en el Putumayo", Bogotà, 30 ottobre 1998.

[11] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia", cit., pag. 123-5.

[12] Ibidem, pag. 95.

[13] Pnud – Departamento Nacional de Planeación, “Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999”, Tercer Mundo Editores, Bogotà, 2000, pag. XI.

[14] ‘El Colombiano’, 7 agosto 2000.

[15] R. Vargas Meza, ‘La reducción del daño desde la perspectiva de la producción’, in “Póliticas antidroga e interdicción”, Acción Andina, n. 3, agosto 1999, pag. 88.

[16] ‘El Espectador’, 20 agosto 1996.

[17] F. Castillo, “Los nuevos jinetes de la cocaina”, Editorial Oveja Negra, Bogotà, 1996, pag. 26.

[18] A. Corbino, “Terra bruciata”, in ‘Narcomafie’, cit., pag. 11.

[19] R. Vargas Meza, “Plan Colombia, problema de democracia”, in ‘Diario del Sur’, 17 settembre 2000.






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Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "I costi ambientali della guerra alle droghe", terrelibere.org, 03 aprile 2001, http://www.terrelibere.it/doc/i-costi-ambientali-della-guerra-alle-droghe