HACKER, SCIENZIATI E PIONIERI
Carlo
Gubitosa
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distribuito, con ogni mezzo fisico, meccanico o elettronico, a condizione che
la riproduzione del testo avvenga integralmente e senza modifiche, a fini non
commerciali e con attribuzione della paternità dell’opera.
Prefazione
“Infatti, cos’è che
non ci appare stupendo quando colpisce la nostra conoscenza per la prima volta?
Parimenti, quante cose vengono considerate impossibili fino al momento in cui
trovano piena concretezza?”
Plinio
il Vecchio
Carlo Gubitosa ha regalato a noi e a chi ci seguirà un
grande servizio,
mettendo in luce quelle aree della tecnologia che
generalmente
rimangono nell’ombra quando si prendono decisioni
concernenti
il design, l’applicazione, l’uso, le regolamentazioni
e gli
impatti sociali delle nuove tecnologie. La tecnologia,
particolarmente
quella per l’informazione e la comunicazione, è ben
più che
l’insieme di hardware e software. Questa tecnologia è
uno strumento
particolare, diverso da altri strumenti tanto quanto gli
esseri
umani si differenziano dagli altri animali: al
contrario di un
martello o di un aereoplano, l’obiettivo del telefono,
del computer
o di Internet non è quello di moltiplicare il nostro vigore muscolare,
quanto piuttosto di amplificare la forza della mente.
La macchina da stampa, ad esempio, comprendeva molto
più dei
meccanismi per produrre in maniera rapida ed economica
dei
documenti stampati. Un’altra tecnologia, l’alfabeto,
aggiunse l’elemento
dell’alfabetizzazione. Chiunque è in grado di usare un
martello. Ma bisogna
imparare a leggere e scrivere onde poter utilizzare l’alfabeto. E quando
un’intera popolazione amplifica le proprie capacità di pensare e comunicare,
gli impieghi individuali di quelle tecnologie che estendono le capacità mentali
vanno ad aggiungersi a fenomeni emergenti che sono sociali, politici ed
economici tanto quanto strettamente intellettuali. Il WorldWideWeb, ad esempio,
non è nulla di meno – e tutto di più – di una pagina web con link ad altre
pagine web, moltiplicato per un miliardo di volte.
A causa della complessa
co-evoluzione che riguarda le tecnologie
per l’informazione e
la comunicazione, l’amplificazione mentale dei singoli e l’attività sociale
collettiva, né la fisica degli apparecchi elettronici, né la sintassi della
programmazione sono elementi sufficienti a spiegare i fenomeni emergenti nella
cyber-società: oggi sono necessarie la psicologia, la sociologia, l’economia,
le scienze politiche e, più significativamente, la storia per capire al meglio
l’info-sfera odierna. È anzi impossibile fare congetture sul futuro delle
tecnologie per l’informazione e la comunicazione senza comprenderne la storia –
prima di poter intuire la direzione presa da questo fenomeno socio-tecnologico,
dobbiamo capire da dove viene. Questo libro ci offre un simile contenuto
multidisciplinare, dall’abaco al World Wide Web.
Howard Rheingold
howard@rheingold.com
Introduzione
Gli uomini dietro le macchine
“Sei fortunato a non
essere un mio studente. Non prenderesti un buon voto per questo progetto”.
Email del 1991
inviata da Andrew Tanenbaum a Linus Torvalds, che aveva appena annunciato il
suo progetto per la creazione del sistema operativo GNU/Linux.
Ho iniziato a
scrivere questo libro nel 1996, ma l’idea di studiare l’informatica e le
telecomunicazioni aggiungendo agli aspetti scientifici una prospettiva storica
e sociologica è nata in me già nei primi mesi del 1991, all’inizio dei miei
studi da ingegnere. In quei giorni preparavo l’esame di chimica, e tra le
formule della teoria cinetica dei gas ho incontrato la lettera K, che a prima
vista sembra solamente una costante numerica utilizzata per calcolare il legame
tra la pressione, il volume e la temperatura di un gas, ma in realtà è un
simbolo che racchiude il senso della vita di un uomo. Anche la scienza ha
avuto i suoi martiri, e Ludwig Boltzmann è stato uno di questi. Leggendo una
minuscola nota a piè di pagina ho capito che una conquista scientifica come il
calcolo della “costante di Boltzmann” può essere pagata con la vita, e che la
storia non è segnata solo da battaglie e da conquiste militari, ma anche da
persone cadute sotto il peso della propria genialità. Leggendo il mio testo di
chimica, infatti, ho scoperto che:
La teoria cinetica
molecolare di Boltzmann fu ferocemente attaccata, al suo apparire, dai più
famosi scienziati dell’epoca. L. Boltzmann scrisse: “sento di essere soltanto
un povero individuo che lotta con deboli forze contro la corrente del mio
tempo”; nel 1906 si suicidò. Tre anni dopo, i lavori di Jean Perrin sul moto
browniano segnarono l’inizio del riconoscimento della validità e della portata
universale della legge di Boltzmann1.
Dopo quel casuale incontro letterario con la vita di
Boltzmann,
distrutta dallo scontro con una scienza ancora
impreparata a raccogliere
le sue intuizioni, ho sviluppato un percorso di
ricerca
autonomo, interessandomi alla storia della scienza
parallelamente
ai miei studi tradizionali, e ad ogni nuovo esame
universitario
non ho mai smesso di chiedermi quali fossero i volti,
le
storie e le vite nascoste dietro le formule e i
teoremi che mi guardavano
freddamente dalle pagine dei libri. Ho così scoperto
che
dietro lo sviluppo dell’informatica, dell’elettronica e
delle telecomunicazioni,
tecnologie che oggi
sono indispensabili per molte delle mie attività quotidiane, ci sono personaggi
come Charles Babbage, che dopo aver inventato il primo calcolatore meccanico è
morto in disgrazia, giudicato pazzo dai suoi contemporanei;
Alan Turing, che
dopo aver sviluppato il modello concettuale dei moderni calcolatori si è
suicidato per le persecuzioni subite a causa della sua omosessualità; Phillip
Katz, ritrovato cadavere in un albergo accanto a bottiglie vuote di liquore
dopo aver consegnato alla storia il programma Pkzip e il neologismo “zippare”,
che non sono bastati a salvarlo da una fine ingloriosa.
1 Cfr. Paolo
Silvestroni, Fondamenti di Chimica, Ed. Veschi 1968.
Scoprendo i percorsi
biografici dei pionieri dell’elettronica, dell’informatica e delle
telecomunicazioni, ho scoperto anche che la storia della scienza è costellata
di luoghi comuni e che non sempre i nomi più famosi associati ad una invenzione
corrispondono a quelli dei reali artefici di un salto tecnologico. Durante
questo viaggio nel tempo, con mio grande stupore e sorpresa, ho scoperto che
Samuel Morse non ha inventato il telegrafo, Thomas Edison non ha inventato la
lampadina, Alexander Bell non ha inventato il telefono, Guglielmo Marconi non
ha inventato la radio, Bill Gates non ha inventato l’MS-Dos, o almeno non
l’hanno fatto secondo il senso e l’accezione comune che diamo al termine
“invenzione”.
Le creature di
Morse, Edison, Bell, Marconi e Gates, infatti, non sono delle idee totalmente
innovative, concepite a partire dal buio scientifico o piombate all’improvviso
come folgorazioni, ma sono solamente il perfezionamento di tecnologie già
esistenti e abbozzate dai loro veri inventori, personaggi rimasti nell’ombra e
spesso addirittura sconosciuti.
Molte conquiste
tecnologiche sono avvenute al di fuori della scienza ufficiale, e hanno visto
la luce solamente grazie alla lucida follia di alcuni uomini estrosi, che ai
nostri tempi sarebbero probabilmente condannati ad una vita marginale e
guardati con un sorriso di compassione benevola, persone curiose e geniali che
senza nessun suggerimento o stimolo precedente hanno provato a giocare con la
corrente elettrica, i campi elettromagnetici e i circuiti elettronici, magari
senza sapere esattamente cosa sarebbe accaduto con i loro esperimenti.
Quelli che agli occhi della storia (e dell’opinione
pubblica) sono
stati consacrati come “gli inventori di...” in realtà
sono stati
solamente dei perfezionatori di strumenti già
esistenti in
embrione, che hanno
preso per mano queste tecnologie bambine e le hanno fatte camminare con le
proprie gambe, aggiungendo un tocco di intraprendenza e ingegno personale che
ha trasformato invenzioni ancora primitive in strumenti tecnici efficaci, e
soprattutto commercializzabili su vasta scala. Non è un caso, allora, se nella
nostra memoria collettiva i nomi che sono rimasti più impressi sono quelli di
Morse, l’artefice della prima rete telegrafica degli Stati Uniti; Edison, che
ha perfezionato la lampadina con accorgimenti tecnici che hanno prolungato la
durata dei bulbi luminosi di quel tanto che bastava per trasformarla in un bene
di consumo; Bell, che al pari di Morse ha creato la prima rete telefonica
mondiale sulla quale i grandi affaristi americani hanno iniziato a scambiarsi
informazioni;
Marconi, che ha
studiato la trasmissione delle onde elettromagnetiche, già sperimentata da
altri prima di lui, e ha imbrigliato queste onde per realizzare i primi sistemi
di comunicazione a distanza basati sulla propagazione delle onde; William Gates,
che grazie ad un fortunato accordo commerciale con Ibm è stato coinvolto nella
realizzazione di un computer destinato a diventare uno standard di fatto per
l’utenza domestica e ha raccolto i frutti seminati dai pionieri
dell’informatica della Silicon Valley.
La classica immagine
dello scienziato, che a partire da zero realizza un’innovazione tecnologica
diventando ricco e famoso grazie alla sua scoperta, nella maggior parte dei
casi non corrisponde alla realtà. I reali artefici di un salto generazionale
nella storia della scienza hanno spesso pagato sulla propria pelle il prezzo di
questo salto, vivendo in miseria e lasciando ad altri il compito di trasformare
le loro idee innovative in una gallina dalle uova d’oro.
Se oggi sono in
grado di scrivere queste parole utilizzando uno strumento elettronico poco più
grande di un libro, memorizzandole in uno spazio di pochi centimetri quadrati e
trasmettendole a distanza sui fili del telefono attraverso una rete planetaria
di calcolatori interconnessi, non devo ringraziare personaggi ricchi e famosi,
ma principalmente i pionieri dell’informatica e delle telecomunicazioni, molti
dei quali hanno concluso la loro carriera nell’anonimato, o peggio ancora in
miseria o in disgrazia.
Un altro luogo
comune da sfatare è la diffusa convinzione che
la linea di sviluppo dell’elettronica, dell’informatica e
delle telecomunicazioni
sia stata
determinata unicamente da considerazioni di carattere tecnico-scientifico. In
realtà il percorso che porta una tecnologia a entrare nella vita quotidiana di
migliaia di persone, si intreccia anche con complessi meccanismi sociali e
culturali. La storia della scienza è costellata da scoperte e invenzioni che si
sono affermate solamente quando la società e la cultura accademica del tempo sono
state in grado di apprezzare la portata e i benefici dei nuovi paradigmi e
delle nuove visioni tecnologiche che accompagnavano ogni innovazione. Nessuna
conquista è puramente scientifica, ma porta con sé anche un approccio
culturale, una visione del mondo e una prospettiva rivoluzionaria che si
intrecciano inevitabilmente con la novità tecnica, e che rendono ogni
invenzione assolutamente inutile se non trova un contesto sociale e culturale
pronto ad accogliere questa nuova scoperta e a farla propria.
Sono molti gli esempi di tecnologie disadattate che
hanno
dovuto aspettare anni per diventare un patrimonio
collettivo
della comunità scientifica. Il calcolo meccanico di
Charles Babbage,
ad esempio, è stato considerato per molte decadi come
la
stravaganza di un
matematico eccentrico, fino a quando, centosettant’anni più tardi, la
tecnologia meccanica si è evoluta al punto da dimostrare che il pensiero di
Babbage era solamente troppo avanzato per la sua epoca. Perfino una tecnologia
abbastanza recente come la commutazione di pacchetto, che oggi è alla base di
tutte le moderne reti telefoniche, dei sistemi di trasmissione dati e della
stessa Internet, è rimasta chiusa per anni nel cassetto dei suoi inventori,
Paul Baran e Donald Davies. Anche in questo caso una visione scientifica
troppo avanzata per l’epoca in cui è stata concepita si è scontrata con
l’inerzia culturale delle grandi compagnie telefoniche, ancora incapaci di
concepire un mondo nel quale la voce viene trasformata in cifre binarie e spezzettata
in tanti piccoli pacchetti di dati. Anche dopo l’adozione ufficiale di una
tecnologia, il suo percorso di crescita e sviluppo non è univocamente
determinato, e viene guidato anche da fattori esterni di tipo ambientale,
sociale e culturale.
Dopo la fase della scoperta, aperta dai pionieri e
successivamente
affidata alla comunità scientifica, è la società ad
appropriarsi delle
invenzioni ed è nella società che nascono, e spesso si
scontrano,
diverse visioni e interpretazioni della tecnologia, viziate
da condizionamenti
politici e
commerciali. È per questo che oggi lo studio delle tecnologie dell’informazione
e della loro evoluzione storica non può prescindere dallo studio del contesto
culturale nel quale queste tecnologie nascono e si sviluppano, e non si può
parlare di informatica senza interrogarsi sui benefici e gli svantaggi dei due
approcci culturali e filosofici che stanno attualmente guidando lo sviluppo
tecnologico: il modello “proprietario” e il modello “libero”.
Questi modelli di sviluppo e di ricerca sono
caratterizzati da
un approccio diametralmente opposto a questioni
delicate e cruciali
come il copyright, i brevetti e i diritti di
sfruttamento economico delle invenzioni. Il modello proprietario è
caratterizzato dall’applicazione al mondo delle idee, della cultura e delle
opere dell’ingegno di un concetto base dell’economia tradizionale: il valore di
un bene è determinato dalla sua scarsità. L’applicazione di questo principio
economico a beni immateriali come un algoritmo, una sequenza di note musicali o
un protocollo di comunicazione tra computer ha come conseguenza una visione
repressiva del copyright, la tassazione di ogni forma di utilizzo o
duplicazione delle opere dell’ingegno, e un lavoro incessante di monitoraggio e
controllo per reprimere e sanzionare qualunque utilizzo di questi beni
immateriali a cui non corrisponda un immediato vantaggio economico per i loro
inventori.
A questa visione
economicista della scienza se ne contrappone un’altra, basata su un concetto
completamente diverso: nella società dell’informazione il valore di un bene
immateriale, concettuale o artistico è determinato dalla sua diffusione. Un
libro, un brano musicale, un programma, un protocollo di comunicazione hanno un
valore proporzionale al numero di persone che conoscono e utlizzano quel testo,
quella musica, quel programma o quel protocollo. Un brano bellissimo di un
musicista sconosciuto vale meno di un pezzo meno bello, ma scritto da un
artista famoso in tutto il mondo, e questo ragionamento si potrebbe estendere a
qualunque forma di valore immateriale.
Applicando questo principio cade la necessità di
tassare ogni
forma di distribuzione delle opere dell’ingegno,
perché la condivisione
di arte e conoscenza, anche quando avviene in forma
spontanea o gratuita, è un ottimo sistema, e
probabilmente il
migliore, per produrre vantaggi che vanno a beneficio
degli
autori e al tempo stesso ricadono su tutta l’umanità.
La libera
circolazione delle idee non è solo un approccio etico
per le persone che considerano la libertà più importante del profitto, ma anche
un metodo pragmatico molto efficace, che può produrre una cultura libera dove
gli interessi degli autori non vengono messi in conflitto con gli interessi
della collettività. È una specie di “gioco culturale” senza perdenti, dove
tutti possono vincere a condizione che venga bandita l’avidità e
l’accaparramento, un insieme di buone pratiche sociali che danno valore (non
necessariamente economico) ad una creazione artistica o intellettuale,
promuovendo le buone idee senza ingabbiarle. È questo l’approccio culturale e
filosofico che ha permesso lo sviluppo esponenziale di Internet e di tutti i
protocolli, servizi e tecnologie che oggi utilizziamo quotidianamente per
l’interconnessione su scala geografica dei computer e per la posta elettronica,
la navigazione ipertestuale o lo scambio di file. Se oggi dovessimo pagare un
centesimo in diritti d’autore per ogni volta che usiamo la “chiocciolina” in un
messaggio di posta elettronica, consultiamo a distanza un documento attraverso
il protocollo HTTP o pubblichiamo in rete un ipertesto secondo gli standard che
definiscono il linguaggio HTML, probabilmente al mondo ci sarebbe qualche
milionario in più, ma avremmo un’Internet molto più povera di informazioni,
meno diffusa e meno frequentata, e questo sarebbe un grosso danno anche per i
milionari. Nel descrivere la nascita e lo sviluppo dei sistemi operativi Unix e
GNU/Linux, di Internet e dei moderni sistemi telematici che hanno trasformato i
nostri computer in uffici postali, biblioteche domestiche, jukebox e cineteche,
è stato inevitabile riflettere sulle scelte etiche di persone che non hanno
cercato un immediato interesse economico chiedendosi:
“come posso
guadagnare qualcosa ogni volta che la mia idea verrà messa in pratica?”, ma
hanno consegnato al mondo le loro innovazioni scientifiche domandandosi
solamente: “come posso creare un servizio nuovo e utile a beneficio della
comunità informatica mondiale?”. Rispondendo a questa domanda, molti “padri
della rete” e sviluppatori di software libero hanno incidentalmente incontrato
anche un lavoro interessante e un alto tenore di vita. Fortunatamente le loro
energie non erano concentrate sul profitto, ma sulla produzione di nuovi
strumenti tecnici e cognitivi, che hanno avuto come primi utenti e beneficiari
gli stessi creatori di questi strumenti.
Questo modello di sviluppo potrebbe conoscere il suo
declino
il giorno in cui verrà sviluppato il primo protocollo
di Internet
proprietario, che obbligherà al pagamento di una
royalty gli
utenti che utilizzeranno i servizi associati ai nuovi
standard di
comunicazione e chiunque vorrà realizzare applicazioni
basate
su quel protocollo. Una scelta di questo genere,
sensata dal punto
di vista economico e commerciale, sarebbe fallimentare
dal
punto di vista tecnico e culturale, aprendo la strada
ad una involuzione
della Rete, che cesserebbe di essere uno spazio
cognitivo
condiviso per trasformarsi in un ambito esclusivamente
commerciale. Questo scenario è meno astratto di quanto
possa
sembrare: “decommoditizing protocols” è una delle
parole
d’ordine su cui si basa la strategia aziendale
proposta da Microsoft
per contrastare l’insidia commerciale rappresentata
dai
sistemi operativi “free”, un progetto ampiamente
descritto in
un memorandum di Microsoft riservato e divulgato
clandestinamente
on line nell’ottobre del 1998 con il nome di
“Halloween
Document”. I protocolli di trasmissione sono la
“lingua
franca” che permette ai computer connessi a Internet
di
comunicare tra loro, e introdurre tra queste lingue un
protocollo
proprietario, sarebbe come vincolare commercialmente
il
libero utilizzo di
un idioma, pretendendo una tassa ogni volta che si parla o si scrive in
italiano, inglese o giapponese. Ripercorrendo le tappe storiche che hanno
segnato lo sviluppo dell’elettronica, dell’informatica e delle
telecomunicazioni, ho avuto modo di verificare una caratteristica costante che
accomuna le prime rozze invenzioni agli ultimi ritrovati della scienza: il
bassissimo livello di correlazione tra l’imponenza di un progetto di ricerca e
l’impatto di un’innovazione scientifica. Il motore che ha guidato il progresso
scientifico non è stato il prestigio o le risorse degli ambienti accademici, o
i business plan con cui le aziende progettano finanziamenti per i loro settori
di ricerca e sviluppo, né tantomeno le disponibilità finanziarie personali dei
singoli ricercatori. La scintilla che nel corso dei secoli ha tenuto viva la
fiamma della scienza si è manifestata nei modi più diversi, diventando di volta
in volta una passione capace di portare in rovina un uomo, un’ossessione capace
di focalizzare ogni grammo di energia fisica e mentale verso un determinato
obiettivo, una sfida da perseguire col vento in faccia e il gusto di andare dove
altri non osano, un amore appassionato che rende impossibile distrarre
l’attenzione dall’oggetto dei propri studi, una ragione di vita da perseguire
fino in fondo, costi quel che costi. Il simbolo più efficace del rapporto tra
un’invenzione e il suo creatore è probabilmente l’atteggiamento fiero e
monomaniacale con cui il capitano Achab ha sacrificato prima una gamba e poi la
sua stessa vita per raggiungere e domare Moby Dick, la balena bianca.
Tutto ciò non ha niente a che vedere con l’entità di
un finanziamento
o le condizioni esterne al lavoro di ricerca. Le
ragioni
che hanno guidato il progresso della scienza non si
trovano
negli scaffali delle Università o nei libri contabili
delle aziende,
ma vanno ricercate
nel profondo della natura degli esseri umani, avvicinandosi con un
atteggiamento contemplativo prima ancora che analitico al mistero affascinante
del genio umano, che si esprime nei modi e nei contesti più inusuali, dando
vita a nuove scoperte con una miscela di genialità, intuizione, intraprendenza
e osservazioni casuali.
Nel ricostruire la
vita e le scoperte di alcuni grandi uomini di scienza, non ho avuto la pretesa
di scrivere un libro di storia, ma semplicemente una raccolta di storie e di
racconti. Questi scampoli di vita dimostrano che la realtà a volte è in grado
di superare anche la più ardita delle fantasie, e che dietro un gesto semplice
e quotidiano come l’invio di un messaggio di posta elettronica ci sono ricerche
finanziate da strutture militari che si trasformano in strumenti di pace a
disposizione di tutta l’umanità, adolescenti che costruiscono personal computer
nel garage di casa, seri e impettiti ricercatori universitari che programmano
videogiochi spaziali su computer che occupano intere stanze, tecnohippy che a
Stanford e Berkeley davano un nuovo significato ai “topi” e alle “finestre” che
oggi popolano il nostro mondo.
Raccontare tutto questo non è stato facile. Il primo
ostacolo al
mio lavoro di ricerca è stata la limitata letteratura
attualmente a
disposizione su questi argomenti. Esistono numerose
“storie dei
media”, che però non affrontano gli aspetti
tecnologici della
comunicazione di massa e non descrivono il percorso
che ha portato
alla nascita di nuovi strumenti per la comunicazione,
ma si
limitano a prendere atto dei salti tecnologici,
analizzando il successivo
impatto sociale di queste invenzioni. Salvo alcune
rare
eccezioni, anche i tentativi fatti finora per
raccontare la storia dell’informatica hanno prodotto come risultato delle
semplici cronologie
che mettono in sequenza le
varie “generazioni” e modelli di computer, senza approfondire l’intreccio della
scienza informatica con lo sviluppo dell’elettronica e delle
telecomunicazioni. A questo si aggiunge l’orizzonte temporale limitato di
molti dei libri attualmente disponibili in materia, che spesso si fermano ai
primi anni ’80 e all’avvento degli “home computer”, senza arrivare a descrivere
la rapidità dei cambiamenti introdotti negli ultimi anni dalla diffusione di
massa della telematica. Un altro fattore di difficoltà è stata
l’individuazione dei criteri con cui attribuire la “paternità” e la
“primogenitura” delle invenzioni.
Come si fa a dire, ad esempio, qual è stato il primo
computer della
storia? Se definiamo il computer come uno strumento di
ausilio
al calcolo mentale, non c’è dubbio che il primo
“computer”
della storia siano state le dieci dita delle mani, e il
gioco delle definizioni
può continuare
all’infinito, generando ad ogni definizione un nuovo “primo computer”: il primo
che ha utilizzato strumenti meccanici, il primo basato sull’utilizzo di
circuiti elettrici, il primo ad utilizzare il sistema di numerazione binaria,
il primo ad essere costruito integralmente con transistor, il primo a
visualizzare i risultati utilizzando uno schermo a raggi catodici, il primo ad
utilizzare un’architettura basata su un microprocessore. La scelta finale è
stata quella di ricercare le origini di un’innovazione scientifica in ciò che
di questa invenzione è arrivato fino a noi, nei “rami” dell’evoluzione tecnologica
che hanno raggiunto le nostre case, i nostri uffici, e i nostri centri di
ricerca.
Per capire come si è arrivati a tutto questo, però, è
necessario
volgere lo sguardo indietro nel tempo e leggere nella
storia
dei grossi “dinosauri” dell’informatica l’abbozzo
delle scelte tecniche,
progettuali e concettuali che hanno lasciato il segno
anche nei calcolatori più moderni. Per descrivere
l’intreccio dei
percorsi che hanno segnato lo sviluppo
dell’informatica, del
l’elettronica e
delle telecomunicazioni sono partito dalle prime macchine di calcolo meccanico,
passando successivamente alla descrizione dei calcolatori elettromeccanici che
hanno unito la tecnologia elettronica alle esigenze del calcolo automatico,
dando vita alla “computer science”. L’informatica, figlia dell’elettronica e
del calcolo meccanico, ha dovuto attendere lo sviluppo delle moderne reti di
telefonia completamente digitalizzate per unire il proprio percorso con quello
delle telecomunicazioni. Il frutto di questa unione è quello che oggi viene
definito come il “ciberspazio” dell’informazione, che prima di essere
un’invenzione letteraria è un nuovo concetto di comunicazione, in base al quale
non è necessario essere nello stesso luogo per poter scambiare informazioni, né
è indispensabile che questo scambio avvenga nel medesimo intervallo di tempo.
“Il ciberspazio è il luogo dove si trovano due persone quando si telefonano”, è
stata la felice definizione di John Perry Barlow, ex-paroliere dei Grateful
Dead che nel 1990 ha co-fondato la Electronic Frontier Foundation, ente
non-profit a difesa della libertà di espressione in Rete.
Negli ultimi
capitoli del volume, la storia si trasforma in cronaca dei giorni nostri, con
una descrizione dei vorticosi cambiamenti tecnologici che hanno portato allo
sviluppo della telematica e di quella che viene definita la “matrice” delle
reti digitali. Su questa matrice invisibile ogni giorno viaggiano miliardi di
parole, che percorrono il mondo cavalcando raggi di luce all’interno di fibre
ottiche, trasformando in una realtà quotidiana i sogni e le visioni di quei
pionieri della scienza che hanno immaginato un mondo dove lo spazio che separa
le nazioni e il tempo necessario a percorrere questo spazio non sarebbero più
stati un limite per la curiosità umana e per la voglia di conoscere popoli
lontani.
Questo lavoro non è
un punto di arrivo, ma un necessario punto di partenza che potrà permettere in
futuro altri approfondimenti, studi e ricerche sull’evoluzione storica e
culturale che ha accompagnato il progresso tecnologico dell’elettronica,
dell’informatica e delle telecomunicazioni. È solo da pochi anni, e soprattutto
negli Stati Uniti, che lo studio della storia della scienza è stato integrato
nei percorsi di studio delle facoltà universitarie, scientifiche e non.
Nonostante il loro ritardo iniziale nell’affrontare queste tematiche, anche le
Università europee, grazie alla loro storia e alla loro tradizione, potranno
giocare negli anni futuri un ruolo determinante per preservare la memoria
storica dello sviluppo scientifico. Mi auguro che anche in Italia la storia
della scienza inizi a diventare parte integrante dei piani di studio
universitari, perché anche attraverso la conoscenza delle tappe percorse da chi
ci ha preceduto si può arrivare a conquistare quell’apertura mentale e quella
capacità di esplorare con coraggio nuovi percorsi di ricerca che saranno
indispensabili a chiunque vorrà immaginare un futuro migliore e i nuovi
strumenti tecnologici che ci permetteranno di vivere questo futuro. Molte delle
grandi invenzioni descritte in questo libro sono state sviluppate anche grazie
alla ricerca finanziata dalle strutture e dalle organizzazioni militari. Se
sapremo imparare dalla storia quel tanto che basta per valorizzare il genio e
la creatività di ogni persona, a beneficio di tutta l’umanità e non per fare
guerre più efficienti, il futuro che ci attende sarà costellato di nuove e
grandiose meraviglie.
Carlo Gubitosa
carlo@gubi.it
Capitolo 1
I pionieri del calcolo meccanico
“È incredibile
scoprire che, appena prima della caduta della loro grande civiltà, gli antichi
Greci erano arrivati molto vicino alla nostra era, non solo nella loro cultura,
ma anche nella loro tecnologia scientifica”.
Derek J. de Solla Price, An
Ancient Greek
Computer, “Scientific
American”, giugno 1959.
Nei giorni
immediatamente precedenti alla Pasqua del 1900, un battello di pescatori di
spugne è costretto da una tempesta a gettare l’ancora nei pressi di Anticitera,
una piccola isola situata tra Creta e il Peloponneso. Quella che sembra una
disavventura è in realtà un appuntamento con la storia e con un’opera
dell’ingegno umano che attendeva da duemila anni in fondo al mare. Vicino al
loro approdo di fortuna, a 60 metri di profondità, i pescatori incontrano un
antico relitto, che contiene i resti di un meccanismo a ingranaggi
successivamente battezzato “macchina di Anticitera”. La storia del calcolo
meccanico parte proprio da questa macchina, la cui data di fabbricazione viene
collocata nel periodo compreso tra l’80 e il 50 a.c.
Subito dopo il suo ritrovamento, la macchina di
Anticitera viene
analizzata dall’archeologo Valerios Stais, del Museo
Nazionale
di Atene, che studia gli ingranaggi rimasti intatti e
le iscrizioni presenti sui resti del rivestimento esterno. Si scopre così che
questo complesso strumento meccanico non era utilizzato per calcoli matematici,
ma per descrivere fenomeni astronomici come le fasi lunari, i movimenti dei
pianeti, gli equinozi e le stagioni. Il tutto era possibile grazie ad un
sistema di ruote dentate e ingranaggi, nel quale venivano riprodotti i rapporti
numerici che legano i periodi di rotazione e rivoluzione degli astri.
In un articolo
apparso sul numero del giugno 1959 della rivista “Scientific American”,
intitolato An Ancient Greek Computer, il ricercatore inglese Derek J. de Solla
Price ha ulteriormente ampliato l’analisi di questo strumento, affermando che
la “macchina di Anticitera” non era un prototipo o un esperimento, ma uno
strumento nautico realmente funzionante. Price sostiene questa teoria rilevando
che sugli ingranaggi ritrovati dopo due millenni di letargo in fondo al mare
sono visibili le tracce di almeno due riparazioni.
Un altro dei primi
strumenti per il calcolo meccanico è l’Abaco, una potente macchina di calcolo
la cui origine si perde nella notte dei tempi. La parola “abaco” sembra
derivare dal termine greco “abax” (tavola, asse), a sua volta legato
all’espressione semitica “abaq” (sabbia, polvere). Alcuni esemplari di Abaco
che sono arrivati sino a noi hanno più di venti secoli d’età, ed erano in uso
presso le popolazioni più disparate (Maya, Romani, Egiziani, Cinesi).
L’invenzione dell’Abaco si perde nella notte dei tempi, e non si è ancora
riusciti ad individuare con esattezza la civiltà da cui prese vita questo
strumento di calcolo, progenitore del pallottoliere.
L’etimologia del
vocabolo “calcolo” risale ai “calculi”, parola
latina che indica i
“sassolini” dei primi antichi pallottolieri, collocati in una tavoletta con
apposite scanalature. In Giappone gli alunni delle scuole elementari (ma anche
molti negozianti e impiegati) utilizzano ancora oggi il “soroban”, un
pallottoliere che, dopo un buon allenamento manuale, consente di eseguire
operazioni aritmetiche con una velocità comparabile a quella dei calcolatori
tascabili.
Nel corso dei secoli
il percorso storico delle prime macchine da calcolo si interseca
inevitabilmente con lo sviluppo della matematica, caratterizzato da importanti
“invenzioni” teoriche, logiche e analitiche, come l’introduzione dello zero,
l’estensione del concetto di “numero” con le nuove categorie dei numeri
frazionari, decimali, reali e complessi, lo sviluppo del calcolo infinitesimale
e dell’analisi matematica.
Una delle tappe
fondamentali che accomunano la storia della matematica e quella del calcolo
meccanico è lo studio dei logaritmi e delle loro proprietà, formalizzato nel
1612 da John Napier, il matematico scozzese noto anche come Nepero. Nel 1614
Napier sviluppa un sistema di “bastoncini”, utilizzati per semplificare
moltiplicazioni e divisioni. I bastoncini di Nepero, detti anche “ossi di
Napier”, erano un insieme di sbarrette intagliate, spesso realizzate in osso,
che permettevano di moltiplicare e dividere un numero intero qualunque per un
numero di una sola cifra, variando la posizione dei bastoncini e utilizzando i
numeri intagliati su di essi per ottenere il risultato desiderato.
Utilizzando le proprietà dei “logaritmi neperiani”,
che permettono
di semplificare le operazioni di calcolo trasformando
le moltiplicazioni in addizioni, nel 1622 William
Oughtred
progetta il “regolo calcolatore”, un dispositivo
meccanico ancora
più avanzato dei
“bastoncini” utilizzati dall’inventore dei
logaritmi, che
permette di effettuare rapidamente operazioni algebriche e trigonometriche. Il
regolo calcolatore, in grado di effettuare calcoli con una precisione che
arriva alla terza cifra decimale, viene usato correntemente fino all’inizio
degli anni ’70 del Novecento, cadendo progressivamente in disuso in seguito
all’apparizione delle prime calcolatrici tascabili. Trent’anni dopo gli studi
di Napier, esattamente nel 1642, il ventunenne Blaise Pascal realizza a Parigi
il primo calcolatore meccanico (la cosiddetta “pascalina”), per facilitare il
lavoro del padre, ufficiale delle tasse. Attualmente esistono una cinquantina
di calcolatori meccanici realizzati da Pascal, sparsi in vari musei della
scienza di tutto il mondo. Prima di Pascal molti altri studiosi avevano tentato
di realizzare un calcolatore meccanico:
Leonardo da Vinci,
ad esempio, aveva descritto una macchina simile a quella di Pascal in alcune
note che sono state rinvenute nel Museo Nazionale di Spagna solo nel 1967, e
che hanno permesso di realizzare un modello della macchina di Leonardo a secoli
di distanza dalla sua progettazione.
Dopo l’invenzione di Pascal, centinaia di appassionati
hanno
continuato a produrre strumenti per il calcolo
meccanico fino
all’invenzione delle macchine di calcolo elettroniche.
Nel 1673
il filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm
Leibniz
perfeziona la pascalina, realizzandone una versione in
grado di
eseguire anche le moltiplicazioni. La “Ruota Dentata
di Leibniz”,
presentata a Londra, è in grado di effettuare tutte e
quattro
le operazioni algebriche e, come quella di Pascal, dà
il risultato
già in forma numerica. Leibniz dà un altro
fondamentale
contributo alla storia della scienza descrivendo per
primo la
rappresentazione binaria dei numeri, che rimane
un’astratta
teoria matematica fino alla
metà del XIX secolo, quando il sistema binario di numerazione viene riscoperto
e utilizzato da George Boole per sviluppare quella che diventerà l’algebra dei
calcolatori elettronici, basata su due soli simboli, zero e uno, facilmente
rappresentabili all’interno dei circuiti mediante la presenza o l’assenza di
una corrente elettrica o di un campo magnetico.
A due secoli di
distanza dalle macchine di Pascal e Leibniz, il calcolo meccanico viene
nuovamente sviluppato e perfezionato grazie al lavoro di Charles Babbage, un
nobile inglese appassionato di costruzioni meccaniche, che nel 1820 inizia a
progettare la “Macchina alle Differenze”, un dispositivo meccanico in grado di
risolvere equazioni polinomiali che viene considerato il progenitore dei
moderni calcolatori. Nel 1822 Babbage mostra un prototipo della sua macchina ai
membri della Royal Astronomical Society, vincendo la medaglia d’oro della
società con il suo scritto Osservazioni sull’applicazione delle macchine al
calcolo delle tavole matematiche.
Purtroppo il passaggio
dal prototipo alla macchina vera e propria si rivela molto più difficile del
previsto, a causa dell’altissimo grado di precisione richiesto per costruire su
torni speciali la grande quantità di alberi, ruote dentate e ingranaggi
previsti dal progetto definitivo. Per il funzionamento del piccolo prototipo
presentato alla Royal Astronomical Society le irregolarità dei componenti
meccanici non costituivano un fattore critico, mentre nella versione definitiva
della macchina anche le più piccole imperfezioni tendono a sommarsi provocando
fortissime vibrazioni, grippaggi e blocchi improvvisi del sistema. Dopo una
serie fallimentare di tentativi, e dopo la sospensione dei finanziamenti
ottenuti dal governo, Babbage abbandona definitivamente il progetto della
“Macchina alle Differenze”.
Nel 1832 Babbage
progetta un nuovo tipo di calcolatore meccanico, la “Macchina Analitica”,
ancora più vicino ai principi di funzionamento dei nostri computer. Secondo il
progetto di Babbage, le istruzioni vengono impartite alla Macchina Analitica
utilizzando schede perforate metalliche, con un’idea nata dall’osservazione dei
telai inventati nel 1804 dal francese Joseph-Marie Jacquard, che utilizzano
schede perforate per realizzare disegni su tessuti. Il progetto della Macchina
Analitica rimarrà per sempre sulla carta, ma le soluzioni tecniche di Babbage e
l’idea delle schede perforate lasceranno per molti secoli un’impronta
indelebile sull’arte della progettazione dei calcolatori. Un’altra eredità
lasciataci da Babbage è l’analisi del sistema postale dell’epoca: egli dimostra
che il costo delle operazioni di calcolo, necessarie per assegnare un prezzo
differente per ogni spedizione a seconda della distanza, superava
abbondantemente il costo del trasporto vero e proprio. Proprio in virtù di
questo principio oggi possiamo spedire dall’Italia lettere in tutta Europa a
“prezzo fisso”, indipendentemente dalla distanza tra noi e il destinatario.
Augusta Ada Byron, figlia del poeta George Gordon
Byron, è
tra i pochi a comprendere il grande genio di Babbage,
appoggiandolo
intellettualmente e finanziariamente e arrivando
persino
a escogitare insieme allo scienziato un elaborato (e
fallimentare)
metodo per le scommesse sui cavalli, i cui guadagni
avrebbero dovuto finanziare la Macchina Analitica. Ada
Byron,
studiosa di matematica, nominata in seguito Contessa
di Lovelace
e Baronessa Wentworth, passerà alla leggenda come
“prima
programmatrice della storia”. Compreso da pochi e
aiutato
quasi da nessuno, Babbage muore il 18 ottobre 1871 al
termine di una vecchiaia triste e solitaria, lasciandoci la sua eredità
intellettuale e un documento con le sue memorie intitolato Passages from the
Life of a Philosopher, nel quale Babbage racconta la nascita della sua passione
per le macchine da calcolo:
Una sera ero seduto
in una sala dell’ Analytical Society a Cambridge, con la testa che sporgeva dal
tavolo e una tavola di logaritmi aperta davanti a me. Un altro membro della
Society, entrando e vedendomi mezzo addormentato, mi disse: “Allora, Babbage,
che cosa stai sognando?”. Indicai le tavole e gli risposi: “Penso che tutte
queste tavole potrebbero essere calcolate da macchinari”.
Dovunque egli sia,
mi auguro che Charles Babbage sia venuto in qualche modo a sapere che
centosessant’anni dopo la sua morte, nel pieno dell’era dei personal computer,
un gruppo di scienziati ha rispolverato i suoi progetti, costruendo con
successo una delle sue macchine.
La Macchina alle Differenze, infatti, viene realizzata
dallo
Science Museum di Kensington a Londra venerdì 29
novembre
1991, in prossimità del bicentenario della nascita di
Babbage,
risultando perfettamente funzionante. Gli scienziati
dello
Science Museum riescono a dimostrare che la Macchina
alle
Differenze avrebbe potuto essere realizzata anche dal
suo inventore,
poiché il museo decide di costruire la macchina
utilizzando
unicamente strumenti già disponibili nell’Inghilterra
vittoriana di Charles Babbage. Più che una sfida
tecnologica,
l’impresa realizzata dal Museo della Scienza è un tributo
ad uno
scienziato ignorato e deriso dai suoi contemporanei,
la cui unica colpa è stata quella di avere una visione tecnologica troppo
avanzata rispetto ai suoi tempi.
L’idea di un
calcolatore a schede perforate viene ripresa nel 1890, quando per il censimento
degli Stati Uniti viene adottato un sistema di codificazione dei dati a schede
perforate messo a punto da Hermann Hollerith, un immigrato tedesco. Nel 1896
Hollerith fonda la Tabulating Machine Company, una piccola azienda che 28 anni
più tardi prenderà il nome di International Business Machines, nota anche col
nome IBM. Alla compagnia di Hollerith viene affidata la produzione delle schede
perforate e dei lettori di schede utilizzati in occasione del censimento.
L’invenzione di Hollerith, che rappresenta un “anello di congiunzione” tra le
macchine da calcolo del 1600 e i calcolatori a relais meccanici dei primi anni
del ’900, si era resa indispensabile poiché la crescita demografica aveva
allungato a dismisura i tempi per l’elaborazione dei dati dei censimenti. Il
sistema a schede perforate di Hollerith arriva giusto in tempo per evitare che
gli Stati Uniti vengano sommersi da una montagna di dati impossibili da
gestire.
Nell’anno accademico
1882/83 Hollerith insegna ingegneria meccanica al Massachusetts Institute of
Technology, e stabilisce il primo legame tra questa istituzione e il percorso
della storia informatica. Sarà il MIT, molte decadi più tardi, l’ambiente in
cui i primi hacker scenderanno nelle profondità dei circuiti per trasformare la
programmazione dei calcolatori in una forma d’arte.
L’evoluzione delle “macchine da calcolo” raggiunge il
suo apice
nel 1936 in Germania, quando il berlinese Konrad Zuse,
con l’aiuto del suo amico Helmut Schreyer, inizia la
costruzione
dello Z1, un calcolatore elettromeccanico terminato
nel
1938. Zuse realizza
il suo progetto nel salotto dei genitori, anticipando di circa quarant’anni gli
hacker americani, che negli anni ’70 realizzano altri “laboratori domestici” e
trasformano i garage della Silicon Valley californiana nel cuore della moderna
industria informatica.
L’unico componente
non meccanico dello Z1 è un motore elettrico che stabilisce il “battito
cardiaco” del calcolatore, altrimenti detto frequenza di clock. Per lo Z1
questo valore è pari a un Hertz, vale a dire un’operazione al secondo. I
calcoli vengono effettuati attraverso la lettura di un nastro perforato, che
Zuse realizza con pellicola da 35 millimetri recuperata tra gli scarti delle
industrie cinematografiche e opportunamente riciclata.
Una copia dello Z1 è
perfettamente conservata al
Museum fur Verkehr
und Technik di Berlino, il museo dei trasporti e della tecnologia.
Dopo questo primo
esemplare, Zuse realizza negli anni successivi una serie di calcolatori
programmabili, nei quali le placche metalliche utilizzate nei primi modelli
vengono sostituite da relais telefonici. Il modello più avanzato della serie Z
è lo Z4, iniziato nel 1942 e completato nel 1945, un “gigante” di due
tonnellate e mezzo, che si estende su una superficie di venti metri quadrati e
contiene 2200 relais. Lo Z4 di Konrad Zuse rappresenta un ponte che collega due
epoche, con un miscuglio di meccanica ed elettricità che precorre la stagione
dell’elettronica chiudendo l’era del calcolo meccanico, iniziata tre secoli
prima con le macchine di Pascal.
Capitolo 2 -
Dall’ambra al chip: storia dell’elettronica
“Sembra che anche
Talete credesse che l’anima abbia in sé qualche virtù motrice, se è vero che
egli insegna che il magnete ha un’anima perché muove e attrae il ferro”.
Aristotele, De Anima
Liber I, Cap. II
La storia
dell’elettronica inizia in Grecia, quando alcuni uomini curiosi osservano le
scintille prodotte dallo sfregamento di due pezzi di ambra, e si divertono a
creare piccole scariche e scintille elettrostatiche simili a quelle che ci
capita di osservare ogni tanto quando ci togliamo un maglione di lana al buio,
sfregandolo contro il resto dei nostri abiti. In greco il termine “électron”,
dal quale deriva il vocabolo “elettricità” indica proprio l’ambra gialla, una
resina utilizzata nell’antichità a scopi ornamentali per la sua facilità di
lavorazione. Le prime tracce di questa scoperta risalgono al filosofo greco
Talete di Mileto, vissuto tra il VII e il VI secolo a.c. Anche l’origine della
parola “magnetismo” risale alla Grecia antica: “màgnes”, infatti, significa
“originario di Magnesia”, la città dell’Asia minore dove furono ritrovati i
primi giacimenti di magnetite, un ossido di ferro che presenta la proprietà di
attirare a sé alcuni tipi di metalli.
Le proprietà del
magnetismo venivano utilizzate in Cina per l’orientamento durante la
navigazione già nel IX secolo d.c., e nel 1302 l’amalfitano Flavio Gioia
inventa uno strumento magnetico largamente utilizzato anche nel terzo
millennio: la bussola.
Uno dei primi studi
approfonditi sui fenomeni elettrici risale al 1600, l’anno in cui il londinese
William Gilbert (astronomo, alchimista, filosofo e medico di corte della regina
Elisabetta) pubblica l’opera (Tractatus, sive Physiologia Nova) de Magnete,
magneticisque corporibus et magno magnete tellure.
-here-
Gilbert è il primo a
ipotizzare che la Terra sia un enorme magnete, e che il movimento della bussola
sia dovuto all’attrazione dei poli. Fino ad allora si pensava che l’ago fosse
guidato da forze soprannaturali. Nel trattato di Gilbert vengono descritti
l’attrazione dei poli opposti e la repulsione dei poli omologhi, la
visualizzazione del campo magnetico attraverso la limatura di ferro e
l’elettrizzazione per strofinio di numerose sostanze: vetro, zolfo, talco, sale
minerale, ceralacca, cristalli di rocca, diamante, zaffiro, rubino, opale,
ametista, acquamarina.
Negli anni che vanno
dal 1600 alla fine del 1700 sono molti gli appassionati di scienza che si
dedicano allo studio dell’elettricità. Nel 1646 il medico londinese Thomas
Browne pubblica la prima memoria scientifica sulla repulsione elettrostatica.
L’aretino Francesco Redi, medico, scienziato e letterato, esegue nel 1666
un’accurata sezione della torpedine scoprendo all’interno di questo animale
l’organo che causava il caratteristico fenomeno elettrico di “intorpidimento”
noto fin dall’antichità. Benjamin Franklin, scienziato e filosofo di Boston,
nel 1752 gioca con un aquilone per attirare i fulmini, e con questo gioco, da
cui nasce l’invenzione del parafulmine, dimostra le sue intuizioni sulle
proprietà elettrostatiche delle punte metalliche.
Franklin viene
ricordato anche per la creazione delle lenti bifocali, per la partecipazione
alla stesura della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e per il contributo ai
lavori dell’assemblea costituente statunitense nel 1787. Nonostante la buona
reputazione di Franklin, le sue memorie sull’elettricità presentate alla Royal
Society di Londra vengono accolte con sprezzo dagli scienziati dell’epoca.
La comprensione del
fenomeni elettrici fa un nuovo e decisivo passo in avanti nel 1785, quando
Charles Augustin de Coulomb, con sette memoriali pubblicati all’Accademia di
Parigi, descrive la legge di azione a distanza delle cariche elettriche che
passa alla storia come “legge di Coulomb”. I suoi memoriali sono il mattone
fondamentale con cui vengono costruite tutte le teorie matematiche e fisiche
sviluppate negli anni successivi, che hanno dato come frutti concreti le prese
di corrente all’interno delle nostre case. Il legame di proporzionalità inversa
descritto da Coulomb tra il quadrato della distanza che separa due cariche
elettriche e la forza di repulsione o attrazione che agisce su queste cariche è
il primo indizio matematico dell’esistenza di un “campo elettrostatico”, ossia
di una porzione di spazio dove sono presenti forze che agiscono a distanza,
anche in assenza di un contatto tra i corpi elettrizzati.
Il 20 marzo 1800 Alessandro Volta, rettore
dell’Università di
Pavia dal 1785, dimostra che per produrre elettricità
non c’è
bisogno di strofinare dei materiali, ma basta creare
un “contatto”
tra due differenti materiali conduttori. Volta
realizza la prima
sorgente continua di corrente elettrica, descritta in
un articolo
inviato alla Royal Society di Londra, che lo pubblica
sulle
“Philosophical Transactions”. La cosiddetta “Pila di
Volta” è
composta da una serie di piastre di zinco e argento a
cui vengono interposti dei pezzi di stoffa impregnati di una soluzione salina,
che consentono un flusso costante di elettricità. In onore dello scienziato
comasco, l’unità di misura del potenziale elettrico è battezzata “volt”. Anche
Volta, come tutti gli scienziati del suo tempo, era un uomo molto eclettico: fu
proprio lui a isolare per la prima volta il gas metano (scoperto da Franklin
nel 1774), osservando la formazione di bolle gassose che affioravano dal fondo
fangoso dei canneti del lago Maggiore. Tra le prime testimonianze scritte
degli studi di Volta c’è una lettera datata 20 agosto 1778, dal titolo prolisso
Osservazioni sulla capacità dè conduttori elettrici e sulla commozione che
anche un semplice conduttore è atto a dare eguale a quella di una boccia di
Leyden2.
In questa lettera Volta descrive di aver provato
direttamente su
di sé gli effetti delle scariche elettriche, facendo
da ponte tra
una ringhiera di ferro e un generatore di elettricità
statica, per
sperimentare la variazione di percorso della corrente
dovuta alla
presenza di materiali conduttori: “se si avrà a cagion
d’esempio
una ringhiera di ferro, e la tocchi con una mano, chi
tragge la
scintilla coll’altra dal Conduttore, sarà scosso nelle
due braccia,
non più nel collo del piede”. Volta descrive
compiutamente la
sua “pila” nel 1800, con un testo datato 20 marzo e
indirizza
2 La “boccia di
Leyden”, conosciuta anche come “bottiglia di Leida”, è uno
dei primi “condensatori” capaci di immagazzinare
l’elettricità statica. Quello
che all’epoca veniva
definito come “fuoco elettrico”, in realtà l’elettricità
statica ottenuta per sfregamento, era prodotto da macchine
che facevano sfregare
delle sfere di zolfo o vetro sulle mani o su pezzi di
cuoio. Il primo di questi
generatori di elettricità, realizzato nel 1672, è del
tedesco Otto von Guericke,
che lo descrive
nella sua opera Experimenta Nova (ut vocantur) Magdeburgica De Vacuo Spatio.
to a Sir Joseph
Banks, presidente della Royal Society di Londra. In questo trattato,
intitolato Sull’elettricità eccitata dal semplice contatto di sostanze
conduttrici di specie diverse, si parla di un “organo elettrico artificiale”
ottenuto con dischi d’argento, zinco e stoffa (o pelle) bagnata:
Io pongo dunque
orizzontalmente, su un tavolo o su una base qualunque, uno dei piatti
metallici, per esempio uno d’argento, e su questo primo ne adatto un secondo di
zinco; su questo secondo stendo uno dei dischi bagnati; poi un altro piatto
d’argento, seguito immediatamente da un altro di zinco, al quale faccio
succedere ancora un disco bagnato. Continuo così, alla stessa maniera,
accoppiando un piatto d’argento con uno di zinco, e sempre nello stesso verso,
cioè sempre l’argento sotto e lo zinco sopra o viceversa, a seconda di come ho
cominciato, e interponendo a ciascuna di queste coppie un disco bagnato;
continuo, dico, fino a quando ho formato, con parecchi di questi piani, una
colonna di altezza tale che essa possa sostenersi senza crollare.
Prima della
costruzione di questa “pila” fatta con dischi di materiali differenti, il
concetto di elettricità era strettamente legato a quello di movimento, poiché
gli unici strumenti in grado di produrre cariche elettriche si basavano sullo
sfregamento. È questo il motivo che spinge Volta a sperimentare su sé stesso
gli effetti del suo strumento, per dimostrare quello che lui stesso definisce
un “moto perpetuo” della corrente elettrica, una circolazione di elettricità
che avviene senza l’utilizzo di strumenti meccanici.
Per un nuovo
progresso nello studio dei fenomeni elettromagnetici bisogna aspettare il 1820,
quando lo scienziato danese Hans Christian Oersted scopre gli effetti magnetici
generati da una corrente elettrica circolante in un conduttore. La scoperta
avviene quasi per caso: durante una lezione, Oersted tiene in mano un cavo
elettrico vicino ad un ago magnetizzato, che cambia la sua posizione a seconda
del movimento dello scienziato, collocandosi sempre ad angolo retto rispetto al
cavo. Oersted inizia una serie di esperimenti per stabilire il legame tra il
comportamento dell’ago magnetico e il movimento del cavo elettrico. A luglio
pubblica un libro nel quale vengono descritte le sue osservazioni.
Nel 1827 Georg Simon
Ohm, uno scienziato di Berlino, sviluppa una relazione matematica che lega la
differenza di potenziale ai capi di un circuito con la corrente in esso
circolante:
“L’intensità di
corrente in ogni circuito è uguale al rapporto tra la forza elettromotrice e la
resistenza”. La “legge di Ohm” costituirà il pilastro fondamentale di tutti gli
studi elettrotecnici degli anni a venire, e in onore dello scienziato tedesco
l’unità di misura della resistenza elettrica verrà battezzata “ohm”. Georg Ohm
trascorre gran parte della sua vita a compiere esperimenti per comprendere fino
in fondo il funzionamento dei circuiti elettrici e per dimostrare la validità
della sua legge. Nel frattempo è costretto ad accettare impieghi miseri e mal
pagati per sopravvivere, poiché la comunità scientifica non prende in
considerazione i suoi risultati. Due anni prima della sua morte, Ohm riceve un
tardivo riconoscimento, e viene nominato professore di fisica dall’Università
di Monaco.
L’era della “corrente alternata” inizia nel 1873,
quando l’energia
elettrica non viene più rappresentata come un fenomeno
statico, ma come un fenomeno dinamico legato alla
propagazione delle onde elettromagnetiche che viaggiano nei materiali, così
come le onde d’acqua viaggiano nel mare. In quell’anno James Clerk Maxwell
pubblica il suo Treatise on Electricity and Magnetism, il trattato
sull’elettricità e il magnetismo che apre una finestra su un territorio della
fisica moderna rimasto inesplorato fino ad allora. Grazie agli studi
sull’elettromagnetismo effettuati da Maxwell, e proseguiti negli anni
successivi sull’ispirazione del suo lavoro, oggi siamo in grado di comprendere
la natura e i meccanismi di funzionamento delle onde elettriche e magnetiche,
per farle viaggiare a nostro piacimento attraverso l’etere, le fibre ottiche, i
fili del telefono, gli impianti elettrici domestici e i circuiti elettronici
dei nostri computer. Molti ricercatori trovano ispirazione nel trattato di Maxwell
per la realizzazione di nuovi esperimenti: nel 1892 Heinrich Rudolf Hertz
annuncia di aver ottenuto in laboratorio le onde elettromagnetiche previste da
Maxwell, con risultati del tutto analoghi alle aspettative teoriche. Sulla scia
delle scoperte di Maxwell, nel 1904 Sir John Ambrose Fleming, professore nelle
Università di Cambridge, Nottingham e Londra, inventa la valvola termoionica,
detta anche “tubo a vuoto”, un dispositivo che può essere condiderato a tutti
gli effetti il “nonno” del moderno transistor e si rivela in grado di
controllare le correnti che circolano in un circuito. Questa caratteristica
avrà un impatto sulla storia della scienza simile a quello introdotto dagli
strumenti che hanno consentito all’umanità di controllare l’energia del fuoco.
Fino agli anni ’60 del secolo scorso, le valvole termoioniche vengono impiegate
in grande quantità all’interno di apparecchiature elettroniche, ricevitori e
trasmettitori radio e anche all’interno dei primi calcolatori elettronici.
L’era dell’elettronica
si apre a ventisette secoli di distanza dai giochi con l’ambra fatti dagli
antichi Greci, quando tre scienziati curiosi giocano con dei pezzettini di
germanio (un elemento fino ad allora poco utilizzato) e provano a far passare
una corrente elettrica attraverso questo materiale. Grazie a questi
esperimenti, il 23 dicembre 1947 William Shockley, John Bardeen e Walter
Brattain realizzano il primo transistor nei laboratori della Bell Telephone
Company, e nel 1956 vengono insigniti del premio Nobel. Bardeen ottiene un
secondo Nobel nel 1972 per le sue ricerche sulla superconduttività. La Texas
Instruments inizia a costruire i primi transistor al silicio nel maggio 1954, e
a partire da quella data inizia un processo di miniaturizzazione sempre più
spinta che porta a impacchettare in uno stesso pezzettino di silicio un numero
sempre maggiore di transistor, dando vita ai cosiddetti “circuiti integrati”.
Nel gennaio 1959 laTexas Instruments apre le porte all’era della
microelettronica, annunciando la creazione del primo circuito integrato,
progettato da Jack Kilby. Il primo “chip” è un pezzo di germanio lungo circa un
centimetro e più sottile di uno stuzzicadenti, che racchiude al suo interno
cinque componenti elettronici. Anche la Fairchild Semiconductor annuncia di
aver inventato parallelamente alla Texas Instruments il circuito integrato,
realizzato da Robert Noyce utilizzando la “Tecnologia Planare” brevettata dalla
stessa Fairchild, un metodo innovativo per disegnare circuiti e componenti
elettronici su una superficie di silicio.
Il 1971 è l’anno di una
grande svolta per la microelettronica. L’italiano Federico Faggin, in
collaborazione conTed Hoff, produce presso la Intel Corp., fondata nel 1968 da
Robert Noyce e Gordon Moore, il chip Intel 4004, primo microprocessore del
mondo, il “bisnonno” dei moderni processori Pentium.
Faggin, in contrasto
con la politica della Intel, fonda successivamente la Zilog, che sviluppa un
altro famoso processore, lo Z80, tuttora in uso all’interno di alcuni
elettrodomestici. La nascita del microprocessore è resa possibile dalla
progressiva riduzione delle dimensioni dei circuiti integrati, con uno sviluppo
delle tecnologie di produzione che permette di racchiudere in un millimetro
quadrato di silicio un numero sempre maggiore di componenti elettronici. Grazie
a questa miniaturizzazione sempre più spinta, Faggin è in grado di passare dai
circuiti integrati (un semplice insieme di componenti elettronici) al
microprocessore o CPU (Central Processing Unit), l’“unità centrale di processo”
che costituisce il nucleo fondamentale degli elaboratori elettronici. È nei
microprocessori che è contenuta l’“intelligenza” digitale necessaria per il
funzionamento dei computer e di apparecchi elettronici come videoregistratori,
autoradio, antifurto, telefoni, televisori, orologi digitali e calcolatrici.
A partire dal primo
circuito integrato del 1959, l’industria dei microprocessori ha conosciuto uno
sviluppo inarrestabile, e l’unico limite al suo sviluppo sembra ormai essere
solamente la fisica dei materiali che limita le dimensioni dei componenti
elettronici allo spessore di qualche molecola di materiale semiconduttore. Se
il primo circuito integrato della Texas Instruments conteneva appena cinque
componenti elettronici, i moderni chip riescono a contenere diversi milioni di
transistor in una superficie pari a pochi millimetri quadrati.
Nel corso dei preparativi per una conferenza del 1965,
Gordon
Moore traccia un grafico in cui vengono rappresentate
anno
per anno le prestazioni dei microprocessori, espresse
in funzione
del numero di transistor contenuti in un singolo
circuito integrato. Osservando il suo grafico, Moore si accorge che ogni nuova
generazione di chip contiene pressoché il doppio dei transistor rispetto alla
generazione precedente, e che il “cambio generazionale” avviene con una
frequenza compresa tra i 18 e i 24 mesi. A partire da queste osservazioni,
Moore descrive questo processo di crescita esponenziale della potenza di
calcolo dei circuiti integrati con una legge empirica ancora oggi conosciuta
come “Legge di Moore”, il cui enunciato è più o meno il seguente: “la potenza
di calcolo dei circuiti integrati raddoppia in un intervallo di tempo che va
dai 18 ai 24 mesi”. Dal 1965 ad oggi le previsioni di Gordon Moore sono state rispettate
abbastanza fedelmente.
Una nuova frontiera
dell’elettronica si apre con l’invenzione delle fibre ottiche e il conseguente
sviluppo della moderna optoelettronica. In Inghilterra, Charles Kao e George
Hockham, dei laboratori Standard Telecom, pubblicano nel 1966 un articolo nel
quale descrivono i principi per la realizzazione dei cavi a fibre ottiche, i
sottilissimi filamenti di vetro su cui viaggiano gli impulsi di luce che
trasportano le nostre telefonate in giro per il pianeta. A causa delle attenuazioni
che la luce subisce nel percorrere il vetro, le teorie di Kao e Hockam vengono
applicate solamente nel 1970, quando Donald Keck della statunitense Corning
Glass, il più grande produttore di vetro al mondo, realizza un tipo di fibra
che rende possibile superare il grosso ostacolo dovuto all’attenuazione del
segnale.
Capitolo 3 - Il figlio
della tempesta
“Penso che non ci
sia nessuna emozione capace di attraversare il cuore umano come quella provata
dall’inventore mentre osserva una creazione della mente aprirsi al successo...
per queste emozioni si può dimenticare il cibo, il sonno, gli amici, l’amore e
qualunque altra cosa”.
Nikola Tesla
Dietro la corrente
alternata a 220 volt che alimenta i nostri computer e i nostri elettrodomestici
c’è una storia lunga e avventurosa. Tutto comincia il 10 luglio 1856 allo
scoccare della mezzanotte, quando il paesino croato di Smiljan è scosso fin
nelle fondamenta da un terribile temporale, e Djouka, moglie del reverendo
Milutin Tesla, mette al mondo il piccolo Nikola. La levatrice che aiuta Djouka
nel parto è talmente impressionata dai lampi da dare a Nikola il soprannome di
“figlio della tempesta”, senza sapere ancora che quel piccolo bambino avrebbe
creato da grande fulmini artificiali talmente potenti da scuotere il mondo.
Seguendo il suo destino che lo porta verso i misteri
del lampo
e del tuono, già all’età di tre anni Nikola compie i
suoi primi
esperimenti elettrici giocando con il pelo del suo
gattino
Macak, che produceva elettricità statica per
strofinio. “La natura
è forse un gigantesco gatto?”, si chiedeva Nikola
confrontando mentalmente le scintille con i fulmini. “Se sì, chi le gratta la
schiena? Può essere soltanto Dio”. Molto tempo dopo, Tesla ricorda l’episodio
con un quesito aggiuntivo: “Cos’è l’elettricità? Sono passati ottant’anni e mi
pongo ancora la stessa domanda, incapace di dare una risposta”.
Cosa accade in
questi ottant’anni? Mentre diventa ingegnere studiando nel Real Gymnasium della
città croata di Calstadt, nel Politecnico di Graz e nell’Università di Praga,
Tesla sviluppa un’ossessione scientifica per i macchinari elettrici e
magnetici, e quando si trasferisce a Budapest, dopo la morte del padre, inizia
a concepire il progetto del primo “motore polifase a corrente alternata”, il
primo dispositivo capace di produrre a partire da un insieme di correnti
alternate un campo magnetico tale da generare il movimento di un albero
rotante. L’invenzione di Tesla è stata descritta come segue da Robert Lomas,
nella biografia intitolata L’uomo che ha inventato il XX secolo:
Nessun altro prima
di lui aveva ideato un motore a corrente alternata. Quando altri ingegneri
avevano tentato, avevano scoperto che i campi magnetici prodotti dalla corrente
alternata giravano semplicemente a vuoto, senza azionare il motore. Il campo
magnetico si esauriva quando la corrente invertiva la direzione, e così il
motore si fermava. Ciò che fece Tesla fu utilizzare due correnti alternate che
non andassero al passo l’una con l’altra.
Come il movimento propulsivo ondulatorio delle
zampe che permette a un millepiedi di procedere in
avanti, i campi magnetici lavoravano insieme per far
girare l’albero rotante del motore. Utilizzando più di
un
solo insieme di correnti, egli si assicurava che vi
fosse sempre una corrente sufficientemente potente per azionare il motore.
Quando una delle correnti si esauriva, l’altra avrebbe contintato a far girare
il motore. Il campo magnetico ruotava portando il motore a girare con lui, e lo
faceva senza l’uso di connessioni elettriche applicate all’albero rotante.
Dopo l’esperienza a
Budapest, Tesla si trasferisce a Parigi per lavorare in una delle aziende di
Thomas Alva Edison, conosciuto come l’inventore della lampadina, il quale aveva
sperimentato le prime applicazioni di illuminazione domestica utilizzando una
corrente continua. Edison in realtà non aveva inventato nulla, ma aveva
utilizzato brillantemente le sue intuizioni tecniche, senza nessuna formazione
di tipo scientifico, per migliorare e perfezionare le lampade elettriche a
incandescenza inventate dallo scienziato britannico Joseph Swan, che avevano il
difetto di durare appena qualche minuto prima di spegnersi. Per le sue lampade
Swan aveva impiegato una striscia di carta rivestita di carbonio e attraversata
dalla corrente elettrica all’interno di un’ampolla di vetro dalla quale era
stata aspirata l’aria. Nel 1880 Edison prova a migliorare l’invenzione di Swan
sperimentando l’utilizzo di diversi materiali per il filamento incandescente,
diversi tipi di vetro per l’ampolla e diversi tipi di gas all’interno della
lampada.
Riesce così a ottenere una lampada a incandescenza che
dura ben quaranta ore, e mentre il suo risultato
tecnologico
passa alla storia, l’intuizione scientifica di Joseph
Swan è condannata
all’oblio. Nel 1882 Edison apre la sua prima centrale
elettrica a New York, in Pearl Street, e fornisce a
ottanta
clienti l’energia sufficiente per accendere ottocento
lampade,
e i primi successi
economici gli permettono di espandere le sue attività commerciali anche
all’estero.
Arrivando a Parigi
da Budapest, Tesla pensa che nella Continental Edison avrebbe trovato
l’ambiente ideale per applicare e sviluppare le sue intuizioni sulla corrente
alternata e i motori elettrici, rivoluzionando il sistema di trasmissione
dell’elettricità usato fino a quel momento. La corrente continua utilizzata da
Edison, infatti, ha un grosso difetto: rende impossibile portare la luce in
case molto distanti dalla centrale elettrica. La corrente di Edison non poteva
essere trasferita a lunga distanza perché la maggior parte dell’energia veniva
dispersa nel cavo lungo il tragitto. La corrente alternata di Tesla, al
contrario, poteva essere “trasformata” in una corrente ad alto voltaggio (alta
tensione), caratterizzata da basse perdite e quindi più adatta per la
trasmissione a lunga distanza, e successivamente ritrasformata all’arrivo per
ottenere una corrente a bassa tensione adatta per l’impiego domestico. Tutto
ciò non era possibile con il tipo di segnale elettrico prodotto da Edison, e
questo dava a Tesla un vantaggio tecnologico non indifferente. Tuttavia, anche
se con la trasmissione di corrente alternata progettata da Tesla il problema
della propagazione di energia elettrica a grande distanza viene finalmente
risolto nel modo più efficace, per l’affermazione della “corrente di Tesla”
contro la “corrente di Edison” bisognerà aspettare ancora parecchi anni. La
prima occasione per Tesla arriva con una trasferta in Germania.
La Continental Edison aveva fornito alle ferrovie
tedesche
una centrale elettrica e un impianto completo per
l’illuminazione
della stazione di Strasburgo, ma durante
l’inaugurazione
dell’impianto un cortocircuito aveva provocato
un’esplosione,
facendo crollare un pezzo di muro proprio davanti
all’imperatore Guglielmo I, che stava presenziando alla cerimonia. Per
risolvere questo delicato “incidente diplomatico” viene prescelto Nikola Tesla,
che sovraintende ai lavori di ristrutturazione dell’impianto e nel frattempo, a
soli ventisette anni, realizza il primo prototipo di motore a corrente
alternata in un piccolo laboratorio preso in affitto.
Dopo questo
successo, nel 1884 Tesla arriva a New York per lavorare come apprendista di
Edison, contando di poter sviluppare assieme al famoso “inventore della
lampadina” le sue teorie sul-l’elettricità nella speranza che Edison ne avrebbe
sostenuto gli esperimenti. Agli occhi di Tesla, Edison era un mito della
scienza, ma ben presto l’entusiasmo iniziale lascerà il posto a un’amara
delusione. Edison non era interessato alle teorie di Tesla sulla corrente
alternata. Dopo un anno di collaborazione le personalità dei due inventori si
scontrano, e Tesla decide di licenziarsi per inseguire da solo i propri sogni
sull’elettricità. Tesla si guadagna da vivere scavando fossi per le reti
fognarie fino al 1887, quando riesce a trovare un finanziatore per la creazione
della Tesla Electric Company, della quale diventa socio di maggioranza. A molti
anni di distanza dai giochi con il pelo del suo gattino, Tesla può finalmente
dedicarsi a tempo pieno a quei “giochi scientifici” grazie ai quali oggi noi
possiamo utilizzar la corrente alternata in casa. Per lo scienziato balcanico
questi sono anni di grande creatività, che lo portano nell’anno successivo alla
registrazione di ben trenta brevetti relativi ad apparecchi elettrici. Nel 1888
presenta i risultati delle sue ricerche con una conferenza presso l’Istituto
americano di ingegneria elettrica, e riesce finalmente a conquistare il favore
della comunità scientifica.
Ma il successo
ingegneristico di Nikola Tesla è oscurato dalla minaccia di un fallimento
commerciale. Edison non vuole assolutamente rinunciare alla sua leadership nel
settore dell’elettricità e gioca tutte le sue carte per screditare l’invenzione
di Tesla, facendo leva sull’ignoranza del grande pubblico per descrivere
un’elettricità “cattiva e pericolosa”, che avrebbe dovuto essere evitata per
preferire l’elettricità “buona e innocua” dell’inventore americano. Negli
opuscoli pubblicitari di Edison vengono descritti alcuni incidenti mortali
provocati dall’alto voltaggio utilizzato negli impianti progettati da Tesla, e
si sostiene che la corrente alternata “ucciderebbe certamente un cliente entro
sei mesi dall’installazione di uno dei suoi impianti”, spiegando che il nuovo
sistema “richiederà molte sperimentazioni prima che possa avere un uso pratico;
non sarà mai un sistema sicuro”. Edison organizza anche delle dimostrazioni
pubbliche davanti a giornalisti e spettatori che assistono agli effetti della
corrente alternata ad alto voltaggio applicata ad animali randagi. Durante
queste esibizioni pubbliche un assistente di Edison era incaricato di spingere
un cane o un gatto randagio verso una ciotola elettrificata, dimostrando come
l’utilizzo della corrente alternata nelle case fosse intrinsecamente
pericoloso.
A quei tempi negli Stati Uniti si stava cercando un
sistema alternativo
all’impiccagione per eseguire le condanne a morte, e
lo
Stato di New York aveva istituito a tale scopo
un’apposita commissione
diretta da Harold Brown, un perito elettrico che aveva
lavorato come assistente nel laboratorio di Edison
assistendo
agli esperimenti pubblici sugli animali. Iniziano così
esperimenti
di “morte elettrica” su grossi cani e cavalli, fino a
quando
nell’autunno del 1888 l’assemblea legislativa dello
Stato di
New York approva una legge che manda in soffitta
l’impiccagione,
autorizzando l’uso
della “sedia elettrica” per le esecuzioni capitali. I giornali cominciano a
pubblicare articoli sull’utilizzo
della corrente alternata per eliminare i criminali, e
Harold
Brown rilascia interviste ai quotidiani, illustrando
nei minimi
dettagli le procedure mortali utilizzate per
giustiziare i condannati
a morte con la sedia elettrica. Per le esecuzioni
capitali
il condannato, con
la testa e le gambe depilate per consentire il collegamento dei fili, veniva
legato con delle cinghie alla sedia di legno; aveva poi una fascia di metallo
legata attorno alla testa, e piastre di metallo che ne cingevano le gambe; il
tutto veniva infine accuratamente inumidito di soluzione di potassa, per
assicurare un efficace contatto elettrico. [Brown] descrisse il modo in cui,
accendendo l’interruttore, il criminale avrebbe ricevuto una morte istantanea
per la violenta contrazione muscolare. “In questo modo, la sovranità della
legge verrà affermata senza provocare alcun dolore fisico”, aggiungeva Brown,
per rassicurare gli ascoltatori disgustati3 .
Il 6 agosto 1890
William Kemmler è il primo ad essere giustiziato con la sedia elettrica, ma i
presenti non assistono alla morte rapida e indolore annunciata da Edison e
Brown. Poiché la corrente applicata è troppo debole, Kemmler trascorre venti
minuti in preda agli spasmi, e quando la corrente viene interrotta il
condannato è ancora vivo, rendendo così necessaria una seconda elettrificazione
per completare l’esecuzione.
3 Cfr.
Robert Lomas, The man who invented the twentieth century, Headline
Book Publishing 1999; edizione italiana: L’uomo che ha
inventato il XX secolo,
Newton & Compton
editori 2000.
L’associazione tra
la corrente alternata e un rischio mortale diventava sempre più stretta, con
una conseguente pubblicità negativa per l’“elettricità di Tesla”. La svolta
arriva grazie ad una compagnia mineraria sull’orlo del fallimento, che decide
di utilizzare dei macchinari elettrici per far funzionare i propri strumenti.
Il fiume San Miguel avrebbe potuto fornire una quantità di energia elettrica
praticamente illimitata a tutte le compagnie minerarie della zona, ma si
trovava a più di quattro chilometri dalla miniera. È qui che le macchine
elettriche di Tesla dimostrano tutta la loro efficacia, riuscendo in un’impresa
che sarebbe stata impossibile per gli apparecchi di Edison a corrente continua,
incapaci di trasportare l’energia elettrica a lunga distanza dal generatore. È
l’inizio del successo commerciale della corrente alternata. Nel frattempo
Tesla porta avanti i propri esperimenti e brevetta una “bobina di sintonia” che
si rivela determinante per la realizzazione delle prime trasmissioni radio. Ma
la sua curiosità non conosce limiti e Tesla sperimenta anche sul proprio corpo
gli effetti della corrente alternata, così come aveva fatto Alessandro Volta un
secolo prima di lui, provando su di sé gli effetti della pila elettrica. Tesla
scopre che gli effetti letali sul corpo umano non sono provocati dal voltaggio,
ma dalla potenza elettrica, rappresentata dal prodotto tra il voltaggio e la
corrente. Eccentrico e pazzoide come tutti i grandi scienziati, Tesla si
diverte a farsi attraversare da scariche elettriche con voltaggi paragonabili a
quelli dei fulmini, ma genera questi fulmini con una corrente talmente bassa da
rendere assolutamente innocua la potenza totale della scarica. Diventa così il
miglior testimonial di sé stesso, e dimostra che la “corrente alternata” dei
suoi apparecchi non è la forza demoniaca e mortale descritta da Edison, ma
un’energia sicura e soprattutto controllabile.
Oltre a farsi
rizzare i capelli in testa con scariche da due milioni di volt a corrente
bassisima, Tesla sperimenta anche il cosiddetto “effetto pelle”, che porta la
corrente elettrica a localizzarsi sulla superficie di un conduttore quando
viaggia ad una frequenza molto alta. Grazie a questo fenomeno fisico, Tesla
poteva far accendere una lampadina tenuta in mano, afferrando con l’altra mano
un filo elettrico sul quale viaggiava una corrente a frequenza molto alta, che
si “spalmava” sulla superficie del suo corpo senza attraversarne i muscoli. A
tutto questo si aggiunge il contesto pittoresco nel quale si svolgevano questi
esperimenti, ricordati da Robert Lomas nella sua biografia di Tesla:
Queste singolari
dimostrazioni scientifiche venivano date nel suo laboratorio, a completare
l’evento del pranzo offerto da Tesla. Lui indossava sempre una marsina nera e
una camicia bianca in occasione di questi spettacoli, abbinate talvolta a un
cappello a cilindro di seta, che elevava la sua già imponente statura;
ostentava poi degli stivali a suola alta provvisti di gomma isolante sotto le
suole, che aggiungevano altri 15 centimetri alla sua altezza. Producendo
scoppi e scintille nel laboratorio oscurato, e luci brillanti, Tesla doveva
fornire uno spettacolo spaventoso, e apparire come un moderno dio della luce4.
È così che i giornali di New York vincono la
diffidenza sulla
corrente alternata e iniziano a pubblicare delle
fotografie di
Tesla in abito elegante, circondato da piogge di
scintille, descri
4 Cfr. Robert Lomas,
op. cit.
vendo “l’inventore
nella gloria risplendente della miriade di lingue di fuoco della fiamma
elettrica, dopo essersi colmato di elettricità”. Ma la gloria risplendente di
Tesla dura poco, perché le ristrettezze finanziarie lo spingono a vendere tutti
i diritti sui suoi brevetti, affidati alla “Westinghouse Electric and
Manufacturing Company”, la compagnia guidata da George Westinghouse, l’uomo che
aveva finanziato gli esperimenti di Tesla acquistandone i brevetti dopo la
fallimentare esperienza lavorativa nell’azienda di Edison.
Con 216.000 dollari
in mano, Tesla si disinteressa totalmente delle questioni commerciali e
finanziarie legate allo sfruttamento delle sue invenzioni e parte per l’Europa,
dove partecipa a numerosi convegni scientifici, parlando delle sue scoperte
all’Istituto britannico di ingegneria elettrica a Londra e all’Istituto di
ingegneria elettrica di Parigi. Successivamente si reca al capezzale della
madre, che muore pochi giorni dopo l’arrivo di Nikola. Dopo il funerale, Tesla
collassa e perde la memoria, recuperando i suoi ricordi solamente nei mesi
successivi con un processo lento e progressivo.
Tornato negli Stati Uniti, il primo maggio 1893
partecipa all’inaugurazione
della Fiera Mondiale di Chicago, festeggiando la
realizzazione dell’impianto di illuminazione della
fiera: 96.629
lampade a incandescenza allestite dalla compagnia di
Westinghouse
e alimentate dai generatori di Tesla. In
quell’occasione
Tesla esibì un uovo di metallo su una piattaforma di
velluto;
accendendo la corrente, l’uovo rimaneva in piedi
ruotando rapidamente, alimentato dalla magia della
corrente
alternata. La folla si accalcava per vedere
l’inventore,
col suo cappello a cilindro, il tight e gli alti
stivali di gomma; lo vide far passare milioni di volt di elettricità ad alta
frequenza attraverso il corpo, e accendere lampade mediante la scintilla
prodotta dallo schiocco delle dita5.
Dopo questo trionfo
delle sue scoperte scientifiche, Tesla “imbriglia” le cascate del Niagara con
le turbine elettriche e ritorna a New York nel 1889, continuando gli
esperimenti con l’elettricità. Dopo aver costruito un apparecchio oscillante
per risolvere i problemi di stitichezza del suo amico scrittore Samuel Clevens,
conosciuto con lo pseudonimo di Mark Twain, Tesla si interroga sulle proprietà
dei circuiti oscillanti, e inventa un “circuito di sintonia” scrivendo nel suo
diario:
“costruirò un
sistema per mandare messaggi attraverso la Terra senza l’impiego di fili. Forse
potrò trasmettere nello stesso modo la forza elettrica”.
Nel 1893, durante
una conferenza presso la National Electric Association di Saint Louis, Tesla
descrive le sue teorie sulla trasmissione a distanza di segnali elettrici
“sintonizzati” su una determinata frequenza. Tre anni più tardi anche Guglielmo
Marconi inizia a sperimentare le trasmissioni radio, e sarà lui ad essere
consacrato dalla storia come il padre della radiofonia.
Dopo aver ricostruito dal nulla il laboratorio,
distrutto in un
incendio il 14 maggio 1895, Tesla dà nuovamente sfogo
alla
sua inventiva nel 1898, con una dimostrazione pubblica
del
funzionamento di una barca radiocomandata, che aggiunge
alla
collezione dei suoi brevetti. La passione per i
misteri dell’elettricità
lo spinge a creare artificialmente fulmini sempre più
5 Cfr. Robert Lomas,
op. cit.
potenti, arrivando a
generare scariche da quattro milioni di volt, e scopre che l’atmosfera
terrestre può comportarsi come un gigantesco conduttore, capace di far
viaggiare segnali a bassisima frequenza che possono così fare il giro del mondo
seguendo la curvatura della Terra.
Negli ultimi anni di
vita, Tesla lavora sul concetto di trasmissione a distanza dell’energia, e
sogna di un mondo dove l’energia elettrica sarebbe stata disponibile
dappertutto, in qualunque momento, per l’illuminazione e la comunicazione,
pronta per essere raccolta attraverso opportuni ricevitori. Nei suoi appunti
Tesla descrive esperimenti per la realizzazione di “un apparecchio molto
piccolo e compatto, che riesce a inviare una quantità di energia considerevole
nello spazio interstellare a qualsiasi distanza”, una descrizione in cui molti
riconoscono il principio di funzionamento del moderno laser.
Il 5 gennaio del
1943, a ottantasette anni, Nikola Tesla, che viveva all’Hotel New Yorker di
Manhattan, telefona al colonnello Erskine del Dipartimento della guerra
statunitense. Tesla gli parla dell’invenzione per trasmettere l’energia a
distanza, e in uno slancio di patriottismo gli mette a disposizione i risultati
delle sue scoperte. Erskine, credendo di parlare con un pazzo, gli promette di
richiamarlo, ma non lo farà mai. Quella stessa notte, Nikola Tesla va a dormire
nella sua stanza d’albergo, e viene ritrovato morto da una cameriera del New
Yorker solamente tre giorni più tardi, al mattino dell’8 gennaio. A partire da
quella data le opere e la memoria di Nikola Tesla vengono fagocitati dai
servizi segreti statunitensi, che confiscano tutte le proprietà dello
scienziato, credendolo una spia jugoslava.
Il lavoro e le
invenzioni di Tesla vengono così dichiarati
“Top Secret”, e il
capo dell’Fbi J. Edgar Hoover compila un
promemoria in cui si
raccomanda “la massima riservatezza sulle ultime vicende collegate a Tesla, per
evitare qualsiasi tipo di pubblicità delle sue invenzioni e prendere tutte le
precauzioni necessarie a mantenere il segreto di quelle scoperte”. Oggi quel
segreto di Stato è caduto, ma il nome di Tesla e il suo lavoro continuano a
rimanere sconosciuti. Tutto quello che ne resta, compresi gli oggetti e la
strumentazione presenti nella sua stanza al momento della morte, è custodito a
Belgrado nel Museo Tesla, fortunatamente risparmiato dai bombardamenti Nato del
1999.
Il 21 giugno 1943, a
sei mesi dalla sua morte, una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti
stabilisce che è lo scienziato serbocroato, e non Guglielmo Marconi, il vero
inventore delle trasmissioni radio, che Marconi perfeziona, sviluppa e
commercializza a partire dalle basi gettate da Tesla. Anche dopo questa
sentenza, tuttavia, il segreto imposto attorno al lavoro del “signore dei
fulmini” getta una pesante ombra sul lavoro di Tesla, e solo parecchi decenni
dopo la sua scomparsa la comunità scientifica mondiale ha riconosciuto i giusti
meriti a quel ragazzo curioso che ha speso tutta la vita cercando di carpire a
Dio i segreti delle sue carezze elettriche.
Capitolo 4 - L’algebra
della logica la teoria dell’informazione
“Nessuna humana
investigazione si pio dimandara vera scienzia s’essa non passa per le
matematiche dimonstrazione”.
Leonardo da Vinci
L’algebra binaria e
la teoria dell’informazione sono tra le discipline scientifiche che hanno
maggiormente contribuito allo sviluppo dei moderni sistemi di
telecomunicazioni, grazie al lavoro appassionato di due grandi pionieri: George
Boole e Claude Shannon, vissuti a più di un secolo di distanza l’uno dall’altro
ma legati da un comune percorso che ha portato le teorie del primo, combinate
con il genio del secondo, dal mondo astratto della matematica al mondo concreto
dei circuiti elettronici.
A pochi anni di
distanza dall’invenzione del telegrafo, quando i calcolatori elettronici e la
loro logica binaria erano ancora molto lontani, il matematico inglese George
Boole riesce a guardare al di là dell’orizzonte culturale del suo tempo, con
una pubblicazione che entra a far parte della storia della scienza.
A causa delle
modeste condizioni economiche della sua famiglia,
Boole è costretto a
sbarcare il lunario come insegnante di matematica sin dall’età di sedici anni,
e a soli vent’anni riesce in un compito dove molti matematici della sua epoca
avevano fallito, sviluppando una teoria algebrica dell’invarianza che molti
anni più tardi diventerà uno strumento matematico indispensabile per Albert
Einstein e per la formulazione della teoria della relatività.
Nel 1848 Boole dà
alla stampa il trattato di logica formale The Mathematical Analysis of Logic
(Analisi Matematica della Logica), a cui fa seguito nel 1854 la sua opera di
maggior rilievo:
An Investigations of
the Laws of Thought, on which are founded the Mathematical Theories of Logic
and Probabilities (Indagine sulle leggi del pensiero, su cui si fondano le
teorie matematiche della logica e della probabilità). Con questo testo nasce
l’algebra binaria, detta anche Algebra di Boole dal nome del suo inventore.
Quest’algebra della
logica simbolica, con i suoi teoremi e postulati, porta con sé un cambiamento
di prospettiva talmente rivoluzionario da essere compreso solo a un secolo di
distanza, quando l’avvento dell’elettronica rende necessario l’utilizzo di
un’algebra capace di rappresentare concetti come “vero”, “falso” e altre
astrazioni logiche formulate attraverso i linguaggi naturali dell’uomo,
utilizzando “operatori logici” che permettono di esprimere gli stessi concetti
in termini matematici, con simboli come “0” e “1”, oppure utilizzando il
linguaggio dei circuiti elettrici: acceso/spento, corrente/assenza di
corrente. L’algebra di Boole, molti anni dopo la morte del suo creatore, si
rivela uno strumento potentissimo per creare una corrispondenza tra le
astrazioni logiche della programmazione dei calcolatori e le operazioni fisiche
realizzate concretamente dai dispositivi elettrici ed elettronici dei computer.
Il concetto chiave
sviluppato da Boole per collegare tra loro i due mondi della logica e del
calcolo è la creazione di un formalismo matematico rappresentato unicamente da
due quantità, descritte da Boole come “L’Universo” e “Il Nulla” e rappresentate
dai simboli “1” e “0”.
Boole non immagina
neanche lontanamente che le sue teorie verranno utilizzate un secolo più tardi
come un modello per la descrizione del funzionamento dei calcolatori
elettronici: i suoi obiettivi sono molto diversi, e vanno ben al di là della
semplice creazione di un formalismo logico-matematico. Con il suo lavoro, lo
scienziato cerca di fornire degli strumenti di analisi dei meccanismi di
funzionamento della stessa mente umana. Da qui il titolo “Indagine sulle leggi
del pensiero...”.
Nell’Investigation
of the laws of thought Boole scrive che
Il compito del
seguente trattato è quello di analizzare le leggi fondamentali di quelle
operazioni della mente con cui viene realizzato il ragionamento; esprimere
queste operazioni nel linguaggio simbolico del calcolo, e stabilire su queste
basi la scienza della Logica costruendo il suo metodo; rendere il metodo stesso
una base di un metodo più generale per l’applicazione della teoria matematica
delle probabilità, e, infine, raccogliere dai vari elementi di verità
evidenziati nel corso di queste analisi alcune informazioni sulla natura e la
costituzione della mente umana.
Le teorie sviluppate da George Boole nel 1854
rimangono pressoché
sconosciute fino al 1937, quando Claude Shannon, un
giovane studente ventiduenne del Massachusetts
Institute of
Technology di
Cambridge, Massachusetts, decide di rispolverare l’algebra della logica.
Nella tesi di laurea
presentata da Shannon viene stabilito il legame tra l’ingegneria dei circuiti
elettronici e gli studi di logica formale di Boole, rimasti nel cassetto per
quasi un secolo. Shannon era un ingegnere, non un matematico, e la sua
genialità sta proprio nell’aver raggiunto la matematica e la logica di Boole a
partire dalle necessità pratiche e concrete dell’ingegneria, arrivando a capire
che un lavoro matematico pressoché sconosciuto e ignorato fino ad allora
avrebbe potuto fornire uno strumento di analisi e di interpretazione del
funzionamento dei circuiti elettronici.
La “riscoperta” di
Boole è solo una delle numerose tappe della carriera scientifica di Shannon.
Esattamente a un secolo di distanza dalla prima pubblicazione di Boole, Shannon
pubblica A Mathematical Theory of Information (Teoria Matematica dell’Informazione),
un testo scientifico del 1948 destinato a passare alla storia, nel quale viene
sviluppata una serie di teoremi che ruotano attorno alla trasmissione ottimale
di messaggi su canali dove la propagazione dei segnali è soggetta a errori e
disturbi, e si discute il legame tra energia e informazione. Grazie a Claude
Shannon oggi siamo in grado di determinare quali siano le condizioni ottimali
per trasformare un suono o un segnale vocale in una sequenza di cifre binarie,
riproducendolo fedelmente al termine del suo “viaggio” attraverso un mezzo
trasmissivo.
Nel 1953 Shannon realizza un’altra pubblicazione dalla
quale
nascerà una nuova disciplina della scienza: lo studio
dell’“intelligenza
artificiale”. In Computer and Automata (Computer e
Automi), Shannon pone una serie di interrogativi che
daranno
lavoro per decenni a
ricercatori e scienziati di tutto il mondo: è possibile costruire una macchina
che possa effettuare una diagnosi automatica dei suoi malfunzionamenti e possa
ripararli? È possibile simulare al computer il modo in cui la mente umana
elabora le informazioni? Un computer istruito per giocare a scacchi può
imparare dai propri errori? Nell’estate dello stesso anno, Shannon recluta due
assistenti di laboratorio di nome Marvin Minsky e John McCarthy, i primi
“esemplari” di ricercatori cresciuti in un mondo che aveva già scoperto la
teoria dell’informazione, l’elettronica, la cibernetica e la fisiologia
cerebrale, e cercavano di mettere insieme tutta questa conoscenza per ricavarne
qualcosa di utile.
McCarthy è il primo
ad utilizzare il termine “intelligenza artificiale” nel 1956 per definire
questo nuovo settore interdisciplinare della scienza. Il lavoro di ricerca di
Minsky e McCarthy prosegue negli anni successivi con la fondazione del laboratorio
di intelligenza artificiale (IA LAB) del Massachusetts Institute of Technology,
che negli anni ’60 diventa l’“incubatrice” che tiene a battesimo la prima
generazione di hacker.
Capitolo 5 -
“Rompicodici” Macchine Universali
“Il ragionamento matematico
può essere schematicamente considerato come l’esercizio della combinazione di
due caratteristiche, che possiamo chiamare intuizione e ingenuità”.
Alan Turing
Nell’inverno del
1936 un giovanotto di nome Alan Mathison Turing pubblica alla tenera età di
ventiquattro anni un piccolo trattato di logica matematica, un documento
intitolato On Computable Numbers, with an application to the
Entscheidungsproblem. Inizialmente lo scritto di Turing sembra essere di
qualche utilità solo per quella dozzina di matematici sparsi per il mondo in
grado di capire il titolo del trattato, ma qualche anno più tardi l’opera di
Turing rivelerà tutta la sua potenza logica e concettuale, diventando un’altra
pietra miliare nello sviluppo della scienza dell’informazione, assieme ai
lavori di George Boole e Claude Shannon.
Senza nessun
riferimento all’elettronica o all’informatica e utilizzando unicamente
strumenti teorici logico/matematici, Turing raggiunge dei risultati concettuali
che negli anni successivi alla pubblicazione del suo trattato condizionano
fortemente lo sviluppo dei moderni calcolatori, influenzando anche il nostro
modo di pensare e di immaginare.
Anche se non ce ne
rendiamo conto, quello che noi chiamiamo computer non è altro che una “Macchina
Universale di Turing” (Universal Turing Machine), e ci risulterebbe molto
difficile immaginare un computer in grado di comportarsi in un modo diverso da
quello descritto da Turing. Oggi per noi è assurdo pensare di dover tenere in
casa un computer per scrivere, uno per fare i conti, uno per giocare a scacchi
e uno per ogni altra attività, proprio perché siamo abituati a pensare al
computer come ad una Macchina Universale di Turing, vale a dire un sistema in
grado di “imitare” infinite altre macchine, tra cui la macchina da scrivere, la
calcolatrice e la scacchiera, aggiungendo addirittura nuove funzioni a queste
macchine. Nei primi anni dell’informatica questo modo di pensare era tutt’altro
che naturale e la limitata potenza di calcolo rendeva assurda l’idea che le funzioni
di un computer potessero andare al di là dal ristretto insieme di operazioni
per cui era stato progettato.
La “Macchina Universale”, descritta da Turing
unicamente in
termini concettuali, è l’idea di un sistema costituito
da un insieme
di simboli, da un dispositivo fisico che ha il ruolo
di “manipolatore
di simboli” e da un insieme di regole prefissate,
utilizzate
dal manipolatore per modificare il valore dei simboli
che
rappresentano lo stato attuale del sistema.
Modificando le regole
di funzionamento, lo stesso dispositivo fisico ha un
diverso
comportamento logico, così come è possibile utilizzare
un pallottoliere
per effettuare moltiplicazioni oppure addizioni a
seconda del modo in cui vengono utilizzati i pallini.
In un
modo esattamente analogo, Turing dimostra che la sua
macchina
concettuale, al variare delle regole di manipolazione
dei
simboli, può imitare qualunque “sistema formale”
rappresentato da un insieme di simboli e da un insieme di regole. Un esempio di
sistemi formali è rappresentato dalle operazioni matematiche che utilizzano un
insieme comune di simboli (le cifre da 0 a 9) e regole diverse a seconda
dell’operazione desiderata. Prima di essere un insieme di circuiti, un
computer è un’idea di macchina, e tra tutte le idee che hanno caratterizzato la
storia dell’informatica la vincente è stata quella di Alan Turing, che ha
dimostrato come a partire da uno stesso dispositivo fisico si possano costruire
infinite “macchine virtuali” in grado di imitare qualunque sistema formale,
semplicemente variando le istruzioni che determinano il modo in cui si
manipolano i simboli del sistema.
Oggi sembra quasi
banale l’idea di un “programma” in grado di far variare il comportamento di una
macchina logica, ma solo pochi anni fa questa idea ha richiesto un drastico
cambiamento di mentalità, paragonabile ad una vera e propria “rivoluzione
culturale”, lo stesso cambiamento di mentalità che occorrerebbe a noi per
abituarci all’idea di una “macchina universale” in grado di “imitare” a
richiesta il comportamento di un frullatore, di un videoregistratore, di un
ciclomotore o di un asciugacapelli, semplicemente variando le sue regole di
funzionamento.
L’idea della “Macchina Analitica” di Charles Babbage,
caduta
per anni nel dimenticatoio dopo la morte del suo
inventore,
era molto simile alla “Macchina Universale” concepita
da
Turing. Ma Babbage cerca di descrivere la sua idea di
calcolatore
programmabile universale utilizzando il linguaggio
della
meccanica, fortemente condizionato dai limiti della
tecnologia
del suo tempo, mentre Turing, dieci anni prima
dell’invenzione del transistor e un secolo dopo le invenzioni di Babbage, si
libera dai vincoli tecnologici che penalizzavano il progetto meccanico della
macchina analitica, utilizzando il linguaggio della logica e della matematica.
Turing descrive la
logica di funzionamento di un “manipolatore universale di simboli” e lascia
agli ingegneri delle generazioni future, che fanno tesoro anche del lavoro di
Boole e Shannon, il compito di decidere che questi simboli saranno “1” e “0”
(Turing invece utilizzava dei cerchi e delle croci), che i simboli verranno
rappresentati elettricamente dalla presenza o dal-l’assenza di corrente in un
transistor, e che il ruolo di manipolatore dei simboli sarà affidato ad un
microprocessore. Nel 1940 il governo inglese inizia ad interessarsi alle
teorie del giovane Alan Turing. Un gruppo di matematici e scienziati battezzati
col soprannome di “Codebreakers” (rompicodici) viene reclutato dai servizi
segreti britannici per la realizzazione di un segretissimo progetto militare
dal nome in codice “Ultra”. Tutto inizia quando un ufficiale dei servizi
segreti dal nome di battaglia “Intrepid” riesce a impossessarsi di “Enigma”, la
potentissima macchina crittografica utilizzata dall’esercito nazista durante la
Seconda Guerra Mondiale per la produzione di messaggi in codice.
L’impresa di Intrepid non è tuttavia sufficiente a
svelare l’enigma
di Enigma. Dopo aver portato la macchina tedesca a
Londra,
la comprensione del meccanismo utilizzato dai nazisti
per
la codifica dei messaggi si rivela una sfida troppo
ardua anche
per i migliori esperti di crittografia dell’epoca. Per
rompere il
segreto che circonda i messaggi cifrati tedeschi,
l’alto comando
delle forze militari britanniche decide di riunire in
un unico
gruppo di ricerca tutte le menti più brillanti
dell’epoca, tra cui
il ventottenne Alan
Turing. I Codebreakers incaricati di carpire ad Enigma il segreto del suo
funzionamento si riuniscono in un edificio vittoriano strettamente sorvegliato,
situato a Bletchey Park, nei pressi di Londra, a metà strada tra le Università
di Oxford e Cambridge.
La risposta dei
Codebreakers alla crittografia nazista è “Colossus”, una macchina calcolatrice,
costituita da centinaia di valvole che è ancora lontana dal concetto di
Macchina Universale, ma che porta ugualmente con sé molte delle idee di Alan
Turing. Un colosso di nome e di fatto, alto due metri e mezzo, lungo cinque
metri e profondo tre, realizzato principalmente con pezzi di recupero
provenienti dai sistemi postali telegrafici e telefonici.
Fino alla fine della
Seconda Guerra Mondiale, Colossus continua a decifrare i messaggi in codice che
i nazisti inviavano in assoluta tranquillità, senza sapere che il segreto del
loro “imbattibile” Enigma era stato violato grazie al contributo fondamentale
di un ragazzo non ancora trentenne. Il lavoro dei Codebreaker di Bletchey Park,
che grazie alla loro genialità hanno deciso le sorti del secondo conflitto
mondiale, rimane oscuro e segreto per moltissimi anni. Tuttora, nonostante
moltissime persone ricordino perfettamente lo sbarco in Normandia, sono
pochissimi a ricordare chi ha permesso agli alleati di effettuare le
intercettazioni dei messaggi in codice nemici che hanno reso possibile quello
sbarco. Per una strana e amara ironia, un gruppo di persone guidate dalla
passione per il calcolo, la logica e la matematica ha scritto una pagina
importante del secondo conflitto mondiale e della nostra storia, ma nonostante
il loro impegno decisivo, il loro lavoro rimane pressoché sconosciuto.
Nessuno dei
partecipanti al progetto Ultra è autorizzato a menzionare le proprie attività,
nemmeno dopo la fine del conflitto. L’esistenza di Colossus è tenuta segreta
sino al 1970, e i suoi algoritmi di decrittazione vengono resi pubblici
solamente nel 1995. Una copia di Colossus è tuttora presente in un museo creato
appositamente a Bletchey Park. Nel dopoguerra Turing continua il suo lavoro
scientifico, pubblicando altri documenti che negli anni successivi sarebbero
stati riconosciuti dalla comunità scientifica come i primi passi nell’arte
della programmazione dei calcolatori elettronici. La più importante di queste
pubblicazioni è un articolo del 1950, intitolato Computing Machinery and
Intelligence (Macchine Calcolatrici e Intelligenza), un documento scritto con
un linguaggio semplice e senza nemmeno una formula matematica, una serie di
riflessioni con una devastante potenza culturale e intellettuale che hanno
avuto un impatto profondo su tutta la storia dell’informatica e sulle ricerche
degli anni successivi. Le parole di esordio di questo articolo sono
tremendamente dirette e provocatorie: “Il mio intento è quello di rispondere
alla domanda ‘le macchine possono pensare?’”. Senza utilizzare nulla di più della
logica, Turing descrive l’“intelligenza” delle macchine attraverso un gioco
chiamato “Gioco dell’imitazione” (The imitation game), più tardi ribattezzato
“Test di Turing” all’interno della comunità scientifica.
Le regole del “gioco dell’imitazione” sono semplici.
Si tratta di
fare delle domande, attraverso una tastiera, una
telescrivente o
una semplice serie di foglietti scritti a mano,
rivolgendosi a due
interlocutori situati in un’altra stanza, di cui
possiamo solo
conoscere le risposte scritte. Il gioco consiste nello
stabilire,
attraverso le risposte alle domande formulate, quale
dei due
“interlocutori
invisibili” è un uomo e quale una macchina programmata per rispondere
automaticamente. Secondo Turing il grado di “intelligenza” di una macchina sta
proprio nella sua abilità di simulare le risposte “umane”, dando l’illusione
che dall’altra parte del muro ci sia proprio una persona in carne e ossa a
rispondere.
Nel suo articolo
Turing si dichiara fermamente convinto che
tra circa
cinquant’anni sarà possibile programmare i computer [...] in modo che giochino
il “gioco dell’imitazione” talmente bene da fare in modo che un interlocutore
medio non abbia più del 70 per cento di probabilità di identificare
correttamente l’uomo e la macchina dopo cinque minuti di domande. La risposta
alla domanda iniziale, “le macchine possono pensare?” credo che sia troppo
stupida per meritare ulteriori discussioni. Tuttavia credo che alla fine del
secolo l’uso delle parole e il senso comune si saranno modificati a tal punto
che saremo in grado di parlare di macchine pensanti senza aspettarci di essere
contraddetti.
A poco più di
cinquant’anni dalla pubblicazione di Computing Machinery and Intelligence, sono
ormai numerose le situazioni in cui proviamo un fortissimo senso di inferiorità
davanti alla potenza del “pensiero” di una macchina, ad esempio durante una
partita a scacchi contro un computer. Probabilmente nel futuro saranno sempre
più frequenti le occasioni in cui ci renderemo conto che, in fin dei conti,
Alan Turing non aveva poi tutti i torti.
Turing si spegne
tragicamente il 7 giugno 1954, a soli quarantadue
anni. Come molti
altri grandi artisti e scienziati, Alan Turing era omosessuale, e nei primi
anni ‘50 viene coinvolto in una caccia alle streghe scatenata in Inghilterra in
seguito alla defezione di due agenti omosessuali dei servizi segreti
britannici, fuggiti in quella che allora era ancora l’Unione Sovietica.
Nemmeno un genio come Turing riesce a sfuggire alla terribile ondata di
violenza scatenata contro gli omosessuali inglesi e viene arrestato, processato
e condannato per “indecenza grave”. La corte gli consente di usufruire del
beneficio della condizionale, ma ciò nonostante il prezzo che lo scienziato
paga per riacquistare la libertà è altissimo. I giudici ritengono opportuno
obbligare uno dei più grandi talenti della storia dell’informatica ad
un’umiliante terapia di castrazione chimica che viene portata a termine con
debilitanti iniezioni di ormoni. Durante il processo, le attività patriottiche
svolte da Turing durante la guerra assieme agli altri scienziati di Bletchey
Park sono ancora così segrete che non possono essere nemmeno menzionate a sua
difesa. Turing trascorre gli ultimi anni della sua vita con la triste
consapevolezza di essere stato distrutto dalle stesse istituzioni che aveva
difeso durante la guerra con il suo lavoro. Con chissà quali pensieri nella
testa, il 7 giugno del 1954 Alan Turing si stende sul suo letto e morde
lentamente una mela avvelenata con cianuro di potassio. Ovunque egli sia, spero
che sia contento di osservare un mondo ormai pieno delle sue “Macchine
Universali” che diventano sempre più simili agli uomini nel “gioco
dell’imitazione”.
Capitolo 6 - I
dinosauri dell’informatica
“Se la gente non
pensa che la matematica sia semplice, è solo perché non ha realizzato quanto
sia complicata la vita”.
John Von Neumann
Nel 1939, mentre
Konrad Zuse progetta i suoi calcolatori in Germania, John Vincent Atanasoff, un
professore statunitense di matematica e fisica dello Iowa State College, inizia
la costruzione di un prototipo sperimentale di calcolatore elettronico assieme
a Clifford Berry, uno studente appena laureato. Il lavoro di Atanasoff si
conclude nel 1942 con la creazione di ABC (Atanasoff-Berry Computer), che verrà
successivamente consacrato alla storia come il primo computer basato
sull’utilizzo del sistema di numerazione binario.
Nei mesi precedenti all’avvio del suo progetto,
Atanasoff va
convincendosi gradualmente della possibilità di
realizzare una
macchina da calcolo elettronica, ma non riesce a
venire a capo
del problema. In un’intervista rilasciata a Katherine
Fishman,
pubblicata nel libro The Computer Establishment, edito
nel
1981 dalla McGraw-Hill, Atanasoff racconta che
era diventata una
tortura. Nei due anni successivi la mia
vita diventò un
inferno. Continuavo a pensarci. Ogni
sera andavo nel mio
ufficio nell’edificio di Fisica. Una notte d’inverno del ‘37 tutto il mio corpo
era tormentato dal tentativo di venire a capo del problema. Entrai in auto e
guidai per diverso tempo ad alta velocità per riuscire a controllare le mie
emozioni. Ero abituato a farlo per poche miglia, potevo riprendere il controllo
di me stesso concentrandomi sulla guida. Ma quella notte ero davvero
ossessionato, e continuai la mia marcia fino ad attraversare il Mississippi per
entrare in Illinois. Ero a 189 miglia di distanza (304 chilometri, NdR) da dove
ero partito. Sapevo che dovevo smettere; vidi una luce, che si rivelò essere
una locanda, ed entrai. Fuori la temperatura era prossima allo zero, e ricordo
di aver appeso il mio cappotto pesante. Bevvi qualcosa e cominciai a scaldarmi,
realizzando che avevo ritrovato il controllo di me stesso.
Durante una deposizione legale per l’assegnazione
della paternità
del primo calcolatore elettronico, Atanasoff racconta
di
aver deciso proprio quella notte e in quella locanda
numerosi
dettagli progettuali e princìpi di realizzazione del
suo calcolatore,
tra cui l’utilizzo di un sistema binario per la
rappresentazione
dei dati. È in quella notte che il sogno di Atanasoff,
la
realizzazione di una macchina di calcolo elettronica,
inizia a
uscire dal limbo in cui era rimasto per due anni e si
trasforma
in una concreta realtà progettuale. Il 19 ottobre
1973, il giudice
Earl L. Larson, della corte distrettuale di
Minneapolis,
riconosce a John Vincent Atanasoff la paternità del
primo elaboratore
elettronico digitale. Questa sentenza rende giustizia
dopo 34 anni a un pioniere dell’informatica, il cui
nome
rischiava di essere dimenticato a causa della grande
risonanza e
notorietà
dell’elaboratore Eniac, realizzato sette anni dopo il prototipo di Anatasoff e
spesso erroneamente accreditato come il primo elaboratore digitale.
Nel 1944 Howard
Aiken, professore di matematica dell’Università di Harvard, porta a termine la
creazione di Mark I, un calcolatore lungo venti metri e alto tre, basato
sull’utilizzo di relais elettromeccanici di tipo telefonico, che limitano la
velocità a sole tre operazioni al secondo. Aiken, molto influenzato dall’opera
di Charles Babbage, con il suo entusiasmo riesce a convincere il presidente
dell’Ibm, Thomas John Watson, a finanziare le sue ricerche dal 1939 al 1944,
anno in cui il Mark I entra in funzione. Al modello I fanno seguito i Mark II,
III e IV. Tra i programmatori del Mark I troviamo anche una giovane coppia:
Conway Berners-Lee e Mary Lee Woods. Nel 1955, a Londra, da questa coppia nasce
un “figlio d’arte”: Timothy “Tim” Berners-Lee, che nel 1990 darà lustro al nome
dei genitori inventando il “World Wide Web”. I calcolatori della serie Mark
sono passati alla storia anche per un altro episodio abbastanza curioso
avvenuto nel 1945. In quell’anno la programmatrice Grace Brewster Murray Hopper
scopre ad Harvard il primo “bug” della storia, all’interno del calcolatore Mark
II. “Bug” in inglese significa insetto, ed è proprio un insetto, una farfalla
notturna intrappolata in uno dei meccanismi, a causare il blocco del
calcolatore su cui lavora la Hopper, costretta a intervenire manualmente per
ripristinare il corretto funzionamento della macchina. Ben presto la parola
“bug” diventa sinonimo di errore di programmazione o di malfunzionamento di un
sistema informatico, anche se le misure dei circuiti diventeranno talmente
ridotte da non lasciare più spazio agli insetti.
La Hopper incolla il
primo “bug” della storia nel registro sul quale vengono annotate tutte le
attività del calcolatore. L’insetto e il registro sono tuttora conservati
presso il National Museum of American History della Smithsonian Institution.
Dopo i calcolatori tedeschi di Zuse e quelli britannici di Aiken, nel 1946 gli
Stati Uniti d’America diventano la patria di un nuovo “gigante”
dell’informatica. In
quell’anno John Presper Eckert e John William Mauchly, presso la Moore School
of Electrical Engineering della Pennsylvania University realizzano l’ENIAC
(Electronic Numerical Integrator and Calculator).
Uno sguardo ai suoi numeri può dare un’idea delle
impressionanti
caratteristiche di questo calcolatore. 18.000 tubi a
vuoto,
alimentati da una piccola centrale elettrica,
consentivano a questo
apparecchio di effettuare 5000 operazioni al secondo,
con
30 tonnellate di peso, 30 metri di lunghezza, 3 di
larghezza e 1
di profondità, 140.000 Watt di consumo, 70.000
resistenze,
10.000 condensatori
e 6.000 interruttori. Secondo alcuni biografi dell’Eniac, la prima accensione
di questo calcolatore ha provocato un abbassamento di corrente in tutta la
città di Philadelpia e durante il funzionamento la temperatura dell’aria
intorno alla macchina raggiungeva i 120 gradi Farenheit. Ufficialmente l’Eniac
è un calcolatore superveloce realizzato per effettuare calcoli balistici,
macinando dati con una rapidità tale da prevedere la traiettoria di un razzo
mentre è ancora in volo, ma lo spirito che anima i suoi costruttori è lontano
mille miglia dal mondo della guerra. Mauchly si interessa alla costruzione di
un calcolatore per raccogliere dati meteorologici, in modo da stabilire se le
macchie solari e le tempeste sulla stella a noi più vicina siano in grado di
influenzare il clima del nostro pianeta.
Oggi sappiamo che i fenomeni
solari e l’andamento meteorologico
sono totalmente indipendenti,
ma nel 1936 quando
Mauchly sviluppa la
sua “ossessione” scientifica per il calcolo automatizzato, non c’era ancora
nessuna prova certa. Egli scopre che la complessità dei calcoli richiesti va
oltre ogni immaginazione e inizialmente decide di assumere una schiera di
impiegati per effettuare a mano i calcoli, ripromettendosi di utilizzare in
seguito delle macchine a schede perforate simili a quella di Hollerith per
elaborare i dati. Dopo aver visitato la fiera mondiale del 1939, Mauchly si
rende conto con rammarico che anche utilizzando decine di macchine a schede
perforate, ci sarebbe voluto più di un decennio per elaborare i dati climatici
raccolti.
Nel 1941 scopre
l’elettronica grazie ad un seminario sponsorizzato dall’esercito, il cui
istruttore è John Presper Eckert, un mago dell’elettronica nato a Philadelphia,
dodici anni più giovane di Mauchly. Quando quest’ultimo gli descrive le sue
idee per la realizzazione di una macchina dedicata al calcolo intensivo
automatizzato, l’incontro tra i due diventa una miscela esplosiva. Le
conoscenze elettroniche di Eckert e la passione scientifica di Mauchly si
uniscono per dare il via ad uno dei progetti più ambiziosi nella storia
dell’informatica.
Prima di incontrare Eckert, Mauchly era stato in Iowa
per
alcuni giorni, dove aveva assistito ad una
dimostrazione del
funzionamento della macchina di Atanasoff, ed è
proprio a
causa di questa visita che nel 1973 la corte di
Minneapolis
decide di attribuire ad Atanasoff la paternità del
calcolatore
elettronico. Tuttavia le conoscenze elettroniche di
Mauchly
erano talmente limitate da rendere molto più probabile
l’ipotesi
di una totale assenza di legami tra il progetto del
computer
di Atanasoff e quello realizzato successivamente da
Eckert e Mauchly. Più che una copia tardiva, è più
probabile
che l’Eniac sia
un’invenzione indipendente successiva all’Atanasoff-Berry Computer.
Eckert e Mauchly,
inizialmente fermi per la necessità di un finanziamento, riescono a portare a
termine il loro progetto grazie all’incontro con il tenente Herman Goldstine,
che riesce a introdurre i due scienziati all’interno degli ambienti militari.
Il 9 aprile 1943 Eckert, Mauchly e Goldstine ottengono un colloquio con Oswald
Veblen, presidente dell’Istituto per gli Studi Avanzati di Princeton, e Leslie
Simon, direttore del Ballistic Research Laboratory dell’esercito degli Stati
Uniti. Trent’anni più tardi, Goldstine ricorderà quell’incontro raccontando che
“dopo aver ascoltato per qualche minuto la mia presentazione, dondolandosi
sulle gambe posteriori della sedia fino a farla cadere, [Veblen] si alzò e
disse ‘Simon, dia il denaro a Goldstine’”. Il giorno dopo, un finanziamento da
400.000 dollari dava il via alla costruzione dell’Eniac. Un altro dei
protagonisti nella costruzione del progetto è Johann Von Neumann, uno
scienziato ungherese che sin dagli anni ’20 aveva realizzato numerose
pubblicazioni di rilievo, distinguendosi per la versatilità e la
multidisciplinarietà del suo lavoro, capace di rivoluzionare la fisica
quantistica, la logica, la teoria dei giochi e il calcolo automatico
dell’epoca. L’incontro con l’Eniac avviene per caso, in una notte d’estate del
1944. Nella stazione ferroviaria di Aberdeen, nel Maryland, Von Neumann
incontra Herman Goldstine, che era una sua vecchia conoscenza. Mentre Goldstine
descrive il progetto in corso presso la Moore School, osserva una strana luce
illuminare gli occhi di Von Neumann, che da quel giorno inizia a interessarsi
alla costruzione del calcolatore di Eckert e Mauchly.
Dall’incontro
fortuito presso la stazione di Aberdeen nasce un
rapporto di
collaborazione che risulterà determinante per il successo del progetto Eniac.
Eckert e Mauchly nel
1947 fondano ACM, Association for Computing Machinery, che nel corso degli anni
diventerà una delle principali istituzioni scientifiche e didattiche nel
settore dell’informatica. Nel 1951 i due, dopo aver fondato una società tutta
loro in seguito alla creazione dell’Eniac, commercializzano un modello di
calcolatore battezzato UNIVAC (Universal Automatic Computer). Tra i dipendenti
della Eckert-Mauchly Computer Corporation troviamo un giovanotto di 25 anni di
nome Paul Baran, figlio di immigrati polacchi giunti in America quando Paul
aveva solo due anni. Qualche anno più tardi quest’uomo avrà un ruolo chiave
nella realizzazione delle tecnologie che permetteranno la nascita di Internet e
per il momento si limita a sbarcare il lunario controllando componenti
elettronici e diodi al germanio da utilizzare per la costruzione di Univac. Per
l’invenzione della “commutazione di pacchetto”, Baran dovrà aspettare ancora
qualche anno.
Capitolo 7
Hacker e videogiochi
“Il calcolatore
PDP-1 utilizzato per Spacewar esegue calcoli fino alla velocità di 100.000
operazioni al secondo [...] memorizzando e disegnando le posizioni e le
velocità relative delle astronavi, dei razzi, delle stelle e del sole, il PDP-1
fa riferimento alle leggi del moto di Newton”.
Dal manuale del
videogioco Spacewar
La storia dei
videogiochi inizia in America, presso il Brookhaven National Laboratory di
Upton, un centro di ricerca nucleare. Nel 1958, in pieno clima di guerra
fredda, un fisico di nome Willy Higinbotham, che alcuni anni prima, durante gli
esperimenti del “Progetto Manhattan”, aveva assistito di persona alla
detonazione della prima bomba atomica, decide di dedicarsi ad un’attività più
rilassante e gratificante: la realizzazione di un videogame. Le visite
organizzate al laboratorio Brookhaven erano piuttosto noiose, e per vivacizzare
il “turismo scientifico” Willy crea in sole tre settimane un rudimentale gioco
del tennis, utilizzando un oscilloscopio, dei transistor e alcune valvole, i
vecchi “tubi a vuoto” simili alle lampadine, che alcuni di noi ricordano di
aver visto nelle vecchie radio o nel televisore del nonno.
L’immagine proiettata sullo schermo dell’oscilloscopio
è una
semplice “T” rovesciata, che svolge il ruolo di “rete”
nel campo
da tennis elettronico. La pallina viene fatta
rimbalzare da un
lato all’altro della
rete premendo il bottone collocato accanto alla manopola utilizzata per variare
l’angolo di tiro della pallina. Il “Tennis” di Higinbotham rimane in attività
per ben due anni presso il Brookhaven National Laboratory, e a quell’epoca
nessuno immagina ancora che qualche anno più tardi il passatempo di uno
scienziato sarebbe stato trasformato in una fiorente industria
dell’intrattenimento.
Dopo questo esordio
nel mondo dell’elettronica, per le nozze dei videogiochi con l’informatica
bisogna attendere il maggio del 1962, quando in occasione dell’annuale festa
del Massachusetts Institute of Technology, Steve Russell e altri hacker del
laboratorio di Intelligenza Artificiale danno in pasto ai circuiti del loro
PDP-1 un nastro di carta con ventisette pagine di linguaggio assembly,
installano uno schermo extra – in realtà un gigantesco oscilloscopio – e per
tutto il giorno stupiscono un pubblico incredulo che si accalca intorno allo
schermo per guardare due navi spaziali che cercano di colpirsi a vicenda,
cercando di contastare l’attrazione del sole ed evitando al tempo stesso le
collisioni con altri corpi celesti. È il battesimo di Spacewar, il capostipite
dei videogiochi computerizzati. La “palestra di allenamento” degli
appassionati di informatica del Mit è il Tech Model Railroad Club, dove gli
amanti dei trenini elettrici, per far funzionare i loro modellini, imparano a
destreggiarsi tra relais e circuiti. Con l’arrivo al laboratorio di
intelligenza artificiale del Pdp-1, l’amore per i trenini cede il posto ad una
nuova, grande passione: la programmazione dei mainframe, i primi mastodontici
computer apparsi durante gli anni ’60 nelle Università e nei centri di ricerca
statunitensi.
Il laboratorio di
Intelligenza Artificiale del Mit (guidato da
Marvin Minsky e John
McCarthy) diventa la culla dei primi
hacker, individui
legati da una passione comune per il cibo cinese, la fantascienza, la libertà
dell’informazione e i computer. La comunità degli hacker è caratterizzata dal
gusto di risolvere problemi applicando la propria intelligenza a qualsiasi
sfida intellettuale con uno spirito giocoso. Questa attitudine ad affrontare
come un gioco anche i problemi più seri distingue gli hacker da altri
programmmatori che hanno le stesse abilità, ma le considerano unicamente come
uno strumento di lavoro, e non come uno strumento per l’espressione libera e
creativa della mente, realizzata attraverso le tecnologie. Gli hacker mettono
in pratica questa loro attitudine in molti modi: migliorando circuiti e
programmi, usando oscilloscopi, saldatori e linguaggi di programmazione ad alto
livello per giocare con altri hacker e accettare sfide intellettuali per il
puro piacere di vincerle, e non come un lavoro commissionato da qualcun altro.
L’obiettivo che un hacker si prefigge non è semplicemente far funzionare le
cose, ma giocare con la logica per trovare soluzioni che siano anche eleganti,
e non solo efficaci, in una gara continua per riscrivere lo stesso algoritmo
usando una riga di codice in meno.
In gergo “a good hack” è una soluzione brillante ad un
problema
informatico o di natura pratica, una sorta di uovo di
Colombo che fa dire: “cavoli, questa sì che è una
furbata”. Il
verbo “to hack” significa letteralmente “fare a
pezzi”, “smontare”,
e il lavoro dei primi hacker è simile a quello di quei
bambini
che smontano il ferro da stiro di casa per vedere come
è
fatto dentro e capire come funziona. La loro “casa” è
il Mit, e
al posto del “ferro da stiro” c’è il Pdp-1, che viene
smontato,
programmato, migliorato, riparato, utilizzato per
intere notti e
in ogni ritaglio di tempo lasciato libero dagli utenti
autorizzati, che utilizzano per i loro lavori universitari programmi scritti
dagli stessi hacker.
In questo ambiente
creativo e libero vengono sviluppate tecniche informatiche, programmi e
algoritmi in uso ancora oggi. Nessuno dei primi hacker ha voglia di mettere
sotto brevetto le proprie idee, e chiudere i programmi nella gabbia del copyright
è una possibilità che non viene nemmeno presa in considerazione. Un good hack
deve essere libero. Ogni programma realizzato è aperto ai miglioramenti degli
altri, in un processo di perfezionamento continuo e collettivo di tutte le
creazioni della prima comunità hacker.
La vera eredità dei
ragazzi del Mit è la cosiddetta “etica hacker”, una serie di norme non scritte
che si sviluppano tra loro in maniera spontanea e naturale, sintetizzate da
Steven Levy nel libro Hackers: Heroes of the Computer Revolution:
1. L’accesso ai
computer – e a tutto ciò che può insegnarti qualcosa su come funziona il mondo
– dev’essere totale e illimitato. L’imperativo è “metterci su le mani”! 2.
Tutta l’informazione deve essere libera.
3. Dubita
dell’autorità – promuovi il decentramento. 4. Gli hacker devono essere
giudicati solo per i loro hackeraggi, e non in base a criteri stupidi come il
ceto, l’età, la razza o la posizione sociale.
5. Con un computer puoi creare arte e bellezza.
6. I computer possono cambiare la vita in meglio.
Anche il videogioco Spacewar viene distribuito
liberamente e
gratuitamente come tutte le opere dell’ingegno nate
all’ombra
dell’etica hacker, e in poco tempo si diffonde a
macchia d’olio in tutti i centri universitari americani. Il produttore dei
calcolatori Pdp, la Digital Equipment Corporation, decide di inserirne una
copia in ogni singola macchina venduta, dando un ulteriore impulso alla
popolarità di questo gioco. Nel giugno del 1971 Bill Pitts, uno degli allievi
del laboratorio di intelligenza artificiale, decide di esplorare le possibilità
commerciali offerte da Spacewar, fondando assieme all’amico Hugh Tuck “Computer
Recreations”, la prima azienda di videogiochi della storia.
Per avviare la
“produzione in serie” di Spacewar vengono utilizzate due macchine Pdp, che nel
frattempo si erano evolute fino al modello Pdp-11, a cui Pitts e Tuck applicano
delle gettoniere per l’introduzione delle monete, dopo aver riprogrammato
Spacewar nel linguaggio assembly del Pdp-11. Il gioco viene ribattezzato Galaxy
Game anziché “Guerra Spaziale” (Spacewar) per evitare qualsiasi menzione della
guerra, un concetto che in quegli anni non era molto popolare nei campus
universitari degli Stati Uniti. Il primo dei due esemplari di Galaxy Game viene
collocato nel settembre 1971 presso la caffetteria della Stanford University,
mentre il secondo fa la sua apparizione nel giugno 1972 all’interno del campus
universitario, dopo alcuni mesi di ritocchi e perfezionamenti tecnici. Il
gioco diventa piuttosto popolare, ma non abbastanza redditizio per Pitts e
Tuck, che devono ammortizzare il costo piuttosto alto dei computer utilizzati,
cercando di recuperare l’investimento iniziale di 20mila dollari con proventi
frazionati in “rate” da 10 centesimi di dollaro, corrispondenti al costo di una
partita. Dopo alcuni anni di onorato funzionamento presso il campus di
Stanford, gli unici due esemplari del Galaxy Game vengono smantellati.
Nell’aprile 1997,
dopo aver conservato per diciotto anni i pezzi inerti del videogioco, Pitts si
rivolge all’Università di Stanford cercando un aiuto per salvarli dalla
rottamazione definitiva, poiché non è più in grado di conservarli ed è
costretto a disfarsene. Assemblando il materiale messo a disposizione da Pitts
e ricostruendo alcuni componenti elettronici irrimediabilmente danneggiati,
alcuni appassionati della “vecchia scuola” dei videogame riescono a riportare
in vita nel giro di poche settimane un esemplare originale perfettamente
funzionante del Galaxy Game, che adesso fa bella mostra di sé al quarto piano
del Gates Computer Science Building dell’Università di Stanford, dove ogni
giorno, dalle 5,30 alle 8 di sera, studenti e professori continuano a
cimentarsi in appassionanti battaglie spaziali che portano con loro il dolce
sapore di quel pomeriggio di primavera del 1962, quando per la prima volta lo
schermo di un computer si è trasformato in un amplificatore della fantasia. Un
altro pioniere degli anni ’70 è Ralph Baer, un ingegnere americano che ha
l’intuizione di usare i normali televisori domestici per visualizzare i suoi
“giochi elettronici”, tra cui un “tennis” molto simile a quello realizzato da
Willy Higinbotham sul suo oscilloscopio.
Baer, dopo aver fatto esperimenti sui videogiochi dal
1966 al 1971, vende il suo apparecchio alla compagnia
Magnavox,
che nei primi mesi del 1972 realizza i primi prototipi
del
sistema di videogame Odyssey, presentato con una serie
di dimostrazioni
pubbliche in diversi stati americani. Una di queste
esibizioni
si svolge in California, e più precisamente a
Burlingame,
a pochi chilometri da San Francisco. Tra il pubblico
troviamo un
giovane ingegnere di nome Nolan Bushnell, che prima di
imbattersi
nel videogioco prodotto dalla Magnavox aveva
conosciuto
Spacewar durante il periodo trascorso come studente
all’Università dello Utah. Negli anni successivi al fortunato incontro con
l’Odyssey, Bushnell diventa il “Re Mida”, dei videogiochi, trasformando in una
vera e propria fabbrica di soldi le battaglie spaziali nate nei laboratori
universitari.
Nel 1972, a soli 29
anni, Nolan Bushnell decide di abbandonare il suo lavoro da ingegnere
all’Ampex, la ditta che nel 1959 aveva realizzato il primo videoregistratore a
nastro, e sfratta la figlia minore dalla sua stanzetta, costringendola a
dormire con la sorella più grande per poter disporre di un “laboratorio
domestico”, destinato alla realizzazione di videogiochi prodotti con circuiti
decisamente più economici di quelli utilizzati per i due modelli di Galaxy Game
collocati a Stanford. Il primo esperimento di Bushnell è la realizzazione di
Computer Space, un’ennesima variante di Spacewar, commissionata dalla Nutting
Associates, una piccola azienda californiana che sperimenta lo stesso
insuccesso del Galaxy Game di Stanford. Nonostante il fiasco di questo primo
tentativo, Bushnell rimane fermamente convinto delle possibilità di successo
dei videogiochi, e decide di mettersi in proprio. Il 27 giugno 1972, dopo aver
racimolato un capitale iniziale di 500 dollari assieme al socio Ted Dabney,
Nolan Bushnell fonda una piccola compagnia battezzata Atari, che nel giro di
pochi mesi diventa la regina incontra-stata del mercato dei videogiochi. La
parola Atari è presa a prestito dal giapponese ed è utilizzata nel gioco del Go
per indicare che ad una o più delle pedine avversarie rimane solamente una
mossa possibile, qualcosa di simile ad uno “scacco”.
Il volo simulato in assenza di gravità viene ritenuto
troppo difficile
per i potenziali acquirenti dei videogiochi e pertanto
l’Atari
decide di abbandonare le guerre spaziali per dedicarsi
alla realizzazione
di Pong, un gioco in bianco e nero molto simile alle
versioni del “tennis” realizzate da Higinbotham e Baer, dove due “racchette”
situate ai lati dello schermo, in realtà due rozzi rettangoli stilizzati,
simulano sullo schermo televisivo una partita di tennis con una sola, semplice
regola: non mancare la pallina. Il primo prototipo viene collocato nella “Andy
Capp’s Tavern” di Sunnyvale, e a farsi carico dell’installazione sono Nolan
Busnell e Al Alcorn, l’ingegnere della Atari che aveva curato la realizzazione
concreta del gioco.
Due settimane dopo
aver installato il gioco, Alcorn riceve una telefonata in tarda serata dal
gestore del bar, che segnala il blocco totale del gioco, richiedendo un
intervento tecnico. Quando Alcorn si reca presso il bar per effettuare la
riparazione, si accorge che l’unico problema è l’enorme quantità di monetine
che hanno letteralmente intasato le gettoniere, cortocircuitando i contatti
elettrici. Nel giro di pochi mesi il gioco della Atari riscuote un grandissimo
successo, e molte aziende californiane iniziano a produrre delle imitazioni di
Pong.
Nel 1976 la Atari
assume il suo quarantesimo dipendente, un giovanotto dall’aria vagamente hippy
chiamato Steve Jobs che progetta Breakout, un altro videogioco passato alla
storia, in cui una pallina deve distruggere un muro mattone per mattone,
rimbalzando su un respingente guidato dal giocatore. Il periodo trascorso alla
Atari è una fonte di ispirazione per Jobs che, dopo aver lavorato nella neonata
azienda di videogame, decide di utilizzare i soldi guadagnati per un viaggio in
India alla ricerca dell’equilibrio spirituale. Al suo ritorno Jobs riprende il
discorso lasciato in sospeso con l’informatica e assieme al compagno di studi
Steve Wozniak lavora a un progetto che apre le porte ad una nuova stagione
dell’informatica: la creazione del personal computer Apple I.
Capitolo 8
L’era del personal
computer
“Che bisogno avrebbe
mai una persona di tenersi un computer in casa?”.
Kenneth Olson, fondatore
della Digital Equipment
Corporation. Discorso tenuto
alla convention
della World Future Society
nel 1977
Associare
un’innovazione scientifica al lavoro di una o più persone è un compito meno
facile di quanto possa sembrare. Sono moltissimi, infatti, gli “inventori” che
hanno potuto riscrivere a piacimento intere pagine di storia della scienza solo
grazie al successo commerciale dei loro prodotti. Ad esempio, il
“cinematografo”, brevettato dai fratelli Auguste e Louis Lumière il 13 febbraio
1895, non è altro che una versione migliorata del “cinetoscopio”, un
apparecchio brevettato nel 1891 da Thomas Edison, a cui i Lumière aggiungono
semplicemente un dispositivo ottenuto modificando il piedino premistoffa della
macchina da cucire. Grazie a questa piccola aggiunta si riesce a sincronizzare
il movimento della pellicola con l’apertura dell’otturatore, ottenendo delle
immagini in movimento molto più nitide di quelle realizzate con i precedenti
apparecchi. Questo piccolo apporto tecnico, unito al miglioramento della
qualità dell’immagine, costituisce la spinta decisiva per la diffusione di
massa della cinematografia.
Oltre a questo caso
eclatante, nel corso dei secoli molte altre scoperte scientifiche sono state
attribuite erroneamente a chi invece le ha solo modificate, commercializzate o
trasformate in prodotti a diffusione di massa, e altrettanto numerosi sono gli
uomini di scienza che hanno trasformato la nostra vita quotidiana e il mondo in
cui viviamo, pur rimanendo anonimi e sconosciuti. Un’altra invenzione rimasta
nell’ombra assieme al suo creatore è il PKZIP, uno dei programmi più diffusi
della storia del-l’informatica, utilizzato per “zippare” i dati contenuti nei
calcolatori, in maniera da comprimere le informazioni e ridurre lo spazio di
memoria richiesto per la loro archiviazione. A partire dal PKzip sono stati
sviluppati molti altri programmi simili, tra cui i più recenti WINZIP e GZIP,
tuttora utilizzati da milioni di utenti sparsi nel mondo. Sono in pochi a
sapere che il nome PKzip deriva dalle iniziali di Phillip Katz, lo sfortunato
inventore di questo software.
La diffusione di
massa del PKzip è uno dei più grandi fenomeni di partecipazione sociale della
storia dell’informatica, uno dei rarissimi casi in cui uno standard è stato stabilito
direttamente dagli utenti finali, anziché dai capricci del mercato o
dal-l’industria del software. Milioni di utenti adottano il programma di Katz e
lo diffondono come un “virus benefico”, non solo per l’indubbia efficienza del
PKzip, ma anche per protestare contro la Systems Enhancements Associates (SEA),
un’azienda che aveva trascinato Katz in tribunale per aver realizzato e
distribuito gratuitamente il PKarc, una versione migliorata del programma di
compressione ARC realizzato dalla Sea, che sporge denuncia per violazione del
copyright e del marchio registrato.
Dopo un accordo con
la Sea che gli permette di evitare una
multa salatissima,
per evitare altri grattacapi legali Katz decide di abbandonare la sua prima
creazione per realizzare il PKzip, utilizzando un sistema di compressione
differente da quello dell’Arc.
Nel giro di pochi
mesi la passione di Katz e l’entusiasmo degli utenti trasformano lo Zip nel
nuovo standard di compressione dei dati. Il primo a sorprendersi di questo
successo è lo stesso Katz, che in un’intervista rilasciata nel 1993 al
“Milwaukee Journal” raccontò di aver scritto il programma unicamente per hobby.
Nonostante il grande successo come programmatore, nella vita Katz non si
dimostra altrettanto fortunato. Il 14 aprile 2000 muore in solitudine, a soli
37 anni, in un motel di Milwaukee, nel Wisconsin, dove viene ritrovato accanto
ad alcune bottiglie vuote di liquore.
Un destino
decisamente diverso ha trasformato William Henry Gates III, più noto come Bill
Gates, nell’uomo più ricco del mondo, grazie ad una serie di mosse astute con
cui nel corso degli anni è riuscito a costruire un’immagine vincente di sé,
accreditandosi come pioniere dell’informatica e come padre di numerose
invenzioni diventate indispensabili per lo sviluppo dei moderni calcolatori.
Quella stessa deformazione della storia che ha
trasformato i fratelli
Lumière negli “inventori del cinema”, nonostante
fossero
il punto di arrivo e non di partenza nello sviluppo
del cinematografo,
ha permesso a Bill Gates di scrivere la “sua” storia
del-
l’informatica. In questo “universo parallelo” creato
su misura,
Gates diventa un uomo che si è fatto da sé, un genio
che ha
raggiunto meritatamente il successo in quanto
inventore del
Personal Computer, del linguaggio di programmazione
“Basic”, del sistema operativo DOS e dell’“interfaccia
utente”
a finestre, basata
sull’utilizzo del mouse. Nel mondo della realtà storica non c’è niente di più
falso.
Nell’immaginario
collettivo è Bill Gates ad aver inventato il personal computer assieme all’Ibm,
mentre in realtà il primo pc nasce in Francia nel 1973. Il nome dell’antenato
dei moderni pc è Micral e il suo progettista è André Thi Truong, un francese
con radici vietnamite che lavora per la Realisations Etudes Electroniques.
Micral è basato sul processore 8088, costa 1.750 dollari e il software
necessario al suo funzionamento è realizzato da Philippe Kahn. Purtroppo Micral
cade presto nel dimenticatoio a causa dello scarso successo di mercato. Per la
diffusione di massa dei calcolatori bisogna attendere il 1975, quando negli
Stati Uniti una nuova “rivoluzione informatica” si scatena con la nascita del
personal computer Altair.
Il personal computer
americano nasce nel 1975, quando sul numero di gennaio della rivista “Popular
Electronics”, spedito a mezzo milione di hobbisti-abbonati, viene presentato
l’Altair 8800, una macchina ormai entrata di diritto a far parte della storia
dell’informatica, un computer che raccoglie intorno a sé la seconda generazione
degli hacker: gli “hacker dell’hardware”, che penetrano all’interno dei segreti
di Altair per carpire il funzionamento di ogni singolo circuito. Gli hobbisti
fanno propria l’eredità lasciata dagli studenti del Mit, la prima generazione
di “hacker dei mainframes”, che negli anni ’60 avevano domato a colpi di
saldatore e tastiera i primi calcolatori universitari, i grandi “bestioni” a
valvole monopolizzati da “sacerdoti” in camice bianco, tecnici investiti di
un’autorità puntualmente messa in discussione dalla prima generazione di
hacker.
A tutt’oggi non è
raro incontrare dei prodotti informatici pubblicizzati
ancora prima che ne
sia ultimata la realizzazione, e il
primo di questi
prodotti, definiti in gergo “vaporware”, è stato proprio Altair 8800. La
fotografia riprodotta su “Popular Electronics”, infatti, è quella di un
apparecchio realizzato ad hoc per la presentazione del prodotto e assolutamente
non funzionante. Passa molto tempo prima che le migliaia di pezzi ordinati
vengano consegnati, e alcuni hacker tra i più tenaci, per venire in possesso
del loro Altair, si accampano davanti alla sede della Model Instrumentation
Telemetry Systems (MITS), la società produttrice di Altair guidata da Edward
Roberts. Il computer è venduto in kit di montaggio, il cui risultato finale è
una scatola metallica con pannello frontale composto da una fila di
interruttori che costituiscono l’unico dispositivo di input, e da due file di
piccole lucine rosse come dispositivo di output. È basato sul processore Intel
8080, costa 397 dollari e ha 256 bytes di memoria. Le istruzioni non possono
essere memorizzate all’interno del computer, ma devono essere inserite a mano
attraverso gli interruttori del pannello frontale ogni volta che il calcolatore
viene acceso. Da qui le tipiche piaghe e vesciche sulle dita che caratterizzano
gli appassionati di informatica del-l’epoca. Il primo personal computer
americano è battezzato da Lauren Solomon, la figlia dodicenne di Leslie
Solomon, direttore di “Popular Electronics” e amico di Ed Roberts. La bimba
indica il nome “Altair” ispirandosi alla stella su cui era diretta
l’“Enterprise” (l’astronave della serie televisiva Star Trek) nella puntata
trasmessa il giorno del battesimo dell’8800.
Prima ancora dell’apparizione di Micral e Altair, nel
1964 John
Kemeny e Thomas Kurtz, presso il
Dartmouth College (New
Hampshire, Usa), sviluppano il Basic (Beginners’
All-purpose
Symbolic Instruction Code), il più famoso linguaggio
di programmazione
della storia. Attraverso questo “Codice Simbolico
Multifunzione di
Istruzioni per Principianti”, le istruzioni vengono impartite al calcolatore
usando delle parole in inglese corrente, come Print (stampa) oppure Input
(immetti), al posto della lingua misteriosa composta da sequenze interminabili
di “1” e di “0” con cui i primi programmatori sono costretti a “parlare” con i
loro computer. Con l’avvento del Basic la programmazione dei calcolatori esce
dal mondo degli addetti ai lavori e diventa accessibile a tutti. Kemeny,
immigrato nel 1940 a New York assieme alla sua famiglia proveniente da
Budapest, prima di dedicarsi all’informatica trascorre parecchi anni accanto ad
Albert Einstein, in qualità di assistente matematico. Il primo programma
scritto in Basic viene eseguito a Dartmouth da Kemeny e Kurtz alle due del
mattino del 4 maggio 1964.
Il 5 marzo 1975 a
Menlo Park, nella Silicon Valley californiana, nel garage di Gordon French si
svolge il primo incontro del-l’Homebrew Computer Club, il club degli hacker
del-l’hardware, di cui fanno parte, tra gli altri, Bill Gates, Steve Wozniak,
Gary Kildall e molti altri pionieri dei personal computer. Quelle riunioni
divengono un appuntamento fisso per scambiare pezzi di hardware, idee,
programmi, informazioni e progetti. L’Altair 8800 è ovviamente al centro
dell’attenzione. Dopo aver letto l’annuncio su “Popular Electronics”, Bill
Gates e Paul Allen, che avevano studiato insieme ad Harvard, telefonano
immediatamente a Ed Roberts per proporgli di acquistare il loro interprete
Basic per l’Altair, scritto assieme a Marty Davidoff. È la prima vendita di
software della Micro-Soft. A quei tempi l’azienda aveva ancora il trattino nel
nome, che sarebbe caduto nel 1976. L’accordo per la vendita del Basic viene
concluso con successo il 2 gennaio 1975.
L’affare si rivela
davvero fortunato, e apre le porte del successo
a quella che sarebbe
diventata la maggiore azienda informatica del mondo. Il grande pubblico
dimentica ben presto i nomi di Kemeny e Kurtz, e negli anni a venire quello di
Bill Gates verrà associato sempre più frequentemente alla creazione del Basic.
In seguito all’accordo con Ed Roberts, Gates e Allen si trasferiscono ad
Albuquerque, New Mexico, sede della Mits, per scrivere un programma in grado di
connettere l’Altair con una unità a disco. Una sera del giugno 1975 gli
hobbisti dell’Homebrew Computer Club riescono a impossessarsi di una cartuccia
contenente il codice completo del Basic, lasciata incustodita durante una delle
numerose dimostrazioni intineranti organizzate da Ed Roberts per pubblicizzare
il suo prodotto. A causa del prezzo ritenuto eccessivo, gli “homebrewers”
iniziano a fare delle copie su nastro del Basic per l’Altair da distribuire
gratuitamente.
In seguito al
dilagare di queste copie “pirata”, il 3 febbraio 1976 Bill Gates scrive una
lettera aperta agli hobbisti, pubblicata sulla newsletter Computer Notes, un
documento in cui attacca apertamente la copia non autorizzata. La lettera viene
riportata anche sul bollettino di febbraio dell’Homebrew Computer Club.
L’argomentazione principale di Gates contro la diffusione incontrollata dei
programmi è che questa pratica scoraggia i programmatori, rendendo meno
remunerativa la realizzazione dei loro prodotti. Le teorie di Gates verranno
smentite nel 1991, quando la distribuzione libera e gratuita del sistema
operativo GNU/Linux diventa l’elemento decisivo che incoraggia e stimola il
lavoro di migliaia di programmatori sparsi in tutto il mondo.
Il 22 maggio 1977 Ed Roberts decide di abbandonare il
mercato
dell’informatica, anche in virtù delle crescenti
pretese da
parte dell’azienda di Gates. A trentacinque anni
compiuti,
dopo aver venduto la
sua azienda alla Pertec, Roberts si trasferisce in Georgia con un assegno di
alcuni milioni di dollari in tasca, e inizia una nuova vita come studente di
medicina alla Mercer University, per finire la sua carriera a Cochran, una
cittadina a sud di Atlanta dove si stabilisce per esercitare la professione di
pediatra.
Dopo l’acquisizione
della Pertec, si scatena una battaglia giudiziaria sul copyright del Basic per
l’Altair: la Pertec ne rivendica i diritti, mentre Gates ed Allen sostengono
che il Basic era stato dato all’azienda solamente in concessione. La questione
arriva in tribunale, dove i giudici danno ragione a Microsoft. Nel 1980
l’inglese Sir Clive Sinclair progetta e commercializza lo ZX80, un calcolatore
che segna il passaggio dall’era dei “personal” a quella degli “home computer”.
Centinaia di copie dello ZX80 iniziano ad invadere l’Europa. L’era degli “home”
continua nel 1982 con la Commodore Computers, che produce due esemplari
destinati a passare alla storia: VIC 20 e Commodore 64. Nel giro di pochi mesi
il VIC 20 raggiunge il milione di copie vendute. Nel frattempo Sinclair si
affretta ad affiancare al modello ZX81, nato nel marzo ’81, lo ZX Spectrum.
Nello stesso anno il “Time Magazine” assegna al computer il titolo di “uomo”
dell’anno, a testimonianza del fatto che l’informatica è ormai diventata parte
della vita quotidiana del mondo, rompendo le barriere che la tenevano rinchiusa
all’interno degli ambienti accademici e industriali.
Per Microsoft la grande occasione arriva nel luglio
del 1980,
quando Bill Gates viene contattato da Ibm
(International Business
Machines), nota anche come “Big Blue”, l’azienda che
in
quegli anni esercitava un dominio incontrastato nel settore
del-
l’informatica aziendale. In un secondo incontro, un
mese più
tardi, Gates firma
un contratto di consulenza per la realizzazione di un sistema operativo da
utilizzare per i futuri pc di Ibm, una “missione” segretissima battezzata con
il nome in codice “Project Chess”.
Le motivazioni che
spingono “Big Blue” a legare la nascita dei nuovi “personal computer” ad
un’azienda relativamente giovane, e guidata da un ragazzino appena
venticinquenne, sono tuttora avvolte da un fitto mistero.
L’unico dato di
fatto riguarda le attività della madre di Bill Gates, Mary, personaggio di
spicco degli ambienti di Seattle. Proprio nei giorni antecedenti all’accordo
che avrebbe reso miliardario il suo figliolo, Mary Gates curava gli affari di
famiglia in qualità di membro del consiglio di amministrazione di un’impresa
della United Way, nota catena di enti di beneficienza sparsa sull’intero
territorio statunitense. Un altro dei membri illustri di quel consiglio di
amministrazione era il signor John Opel, un uomo d’affari che contemporanamente
rivestiva il ruolo di Ceo (Chief Executive Officer) all’interno di Ibm,
praticamente la più alta carica direttiva dell’azienda. Secondo alcuni,
l’ossessione di Opel per la realizzazione di un nuovo prodotto Ibm con cui
raggiungere e sorpassare la Apple potrebbe aver trovato uno sbocco naturale
nelle prospettive di successo che Mary Gates era disposta a garantire a nome
del suo geniale pargolo.
È possibile che una
buona parola da parte di mamma Gates sia stata l’elemento decisivo che ha
determinato le decisioni di Ibm, un gigante dell’informatica che all’epoca era
troppo impacciato per muoversi nel settore dei personal computer con l’agilità
necessaria per sostenere il ritmo frenetico dell’innovazione tecnologica di
quegli anni.
Un’altra azienda
candidata alla realizzazione del “Project Chess” è la Digital Research di Gary
Kildall, che già da tempo aveva sviluppato CP/M, “Control Pogram for
Microcomputers”, un sistema operativo perfettamente in grado di funzionare
anche sui nuovi personal computer Ibm. Il mancato accordo tra Ibm e Gary
Kildall, spesso definito come la più grande occasione persa nella storia dei
pc, è descritto in maniera diversa a seconda di chi lo racconta. In base alla
versione dei fatti fornita da Ibm, che è anche la più diffusa e conosciuta,
Kildall si stava dilettando con il suo bimotore mentre la moglie riceveva la
visita dei dirigenti Ibm incaricati di proporre lo stesso accordo che avrebbe
fatto la fortuna di Bill Gates e Microsoft. Dopo una lunga attesa, costoro si
sarebbero seccati di aspettare, tornando a casa e mandando a monte l’affare.
Secondo la ricostruzione dell’episodio fatta dallo stesso Kildall, invece, il
suo non era un volo di piacere, ma di affari, e nei successivi contatti con Ibm
le condizioni proposte sarebbero state talmente restrittive da impedirgli di
accettare l’offerta, dal momento che Ibm voleva cavarsela con un semplice
pagamento forfettario per l’acquisto del sistema operativo, rifiutandosi di
concedere a Kildall una percentuale per ogni copia venduta del suo CP/M.
Questo stallo nella trattativa avrebbe lasciato via libera a Microsoft. Una
volta concluso l’accordo, il grosso problema di Microsoft è la realizzazione
del sistema operativo promesso a “Big Blue”, un incarico che Gates e soci non
sarebbero mai stati in grado di portare a termine da soli, rispettando le
scadenze strettissime e i vincoli sulla qualità del prodotto.
Nel settembre del
1980, di fronte alla prospettiva di un fallimento
dell’accordo, Gates
decide di giocare d’astuzia, acquistando dalla Seattle Computer Products, per
la modica somma di 50.000 dollari, un sistema operativo “veloce e sporco”,
Q-Dos, “Quick and Dirt Operating System”. Il quale, opportunamente modificato,
si trasforma d’incanto nel più famoso Microsoft Dos (Ms-Dos), destinato a
diventare uno standard nell’ambito dei personal computer grazie alla potenza
economica di Ibm e al senso degli affari di Bill Gates, che negli anni seguenti
avrebbe costruito la sua fama di programmatore geniale e la sua fortuna
economica a partire dalla rivendita di un prodotto realizzato da altri.
Gates ottiene da Tim
Paterson, il programmatore che aveva realizzato il Q-Dos, un accordo di licenza
non esclusivo, che prevedeva la possibilità di rivendere il prodotto, senza lasciarsi
sfuggire che tra i clienti intenzionati alla rivendita del Q-Dos c’era
nientemeno che Ibm. La segretezza era ulteriormente garantita da una clausola
del contratto in base a cui “nulla obbliga Microsoft a identificare il
cliente”. In seguito questa chiuderà il cerchio acquisendo la Seattle Computer
Products e assumendo lo stesso Paterson.
Ricostruendo con
attenzione l’albero genealogico dell’Ms-Dos, inoltre, è possibile che il primo
“capostipite” della famiglia non sia il Q-Dos di Tim Paterson, ma addirittura
lo stesso CP/M di Gary Kildall, che potrebbe essere il “vero” sistema operativo
a partire dal quale, attraverso modifiche successive, è stato realizzato il
prodotto definitivo consegnato a Ibm. Una versione molto dettagliata del
rapporto tra il CP/M e il Q-Dos è contenuta all’interno del libro Bill Gates,
una biografia non autorizzata, scritto da Riccardo Staglianò per le edizioni
Feltrinelli.
Secondo il suo
resoconto:
Quando fu chiaro che
Microsoft avrebbe fornito a Ibm il sistema operativo sviluppato da Tim
Paterson, Gary Kildall, l’uomo che arrivò in ritardo all’appuntamento con la
sua fortuna, telefonò imbestialito al programmatore, anticipando querele: “Hai
copiato il mio CP/M: ti denuncerò! ”. “Non ho mai guardato il codice di
Kildall”, si è sempre difeso Paterson, “solo il suo manuale”.
Gli indizi a favore
di Kildall sono davvero numerosi, e in più di un’occasione alcuni esperti di
informatica si sono divertiti a “smontare” il Dos di Microsoft, riscontrando
molte somiglianze con il codice scritto da Kildall. La stessa Ibm, secondo la
ricostruzione di Staglianò, avrebbe cercato di mettere a tacere la vicenda
offrendo a Kildall ottocentomila dollari per rinunciare ad ogni rivendicazione
sulla paternità di Ms-Dos.
Gary Kildall muore
il 6 luglio del 1994, all’età di cinquantadue anni, dopo aver lottato fino alla
fine contro lo strapotere commerciale di Microsoft e Ibm, usando come armi la
qualità e la robustezza del suo Dr-Dos, il sistema operativo nato
dal-l’evoluzione dello sfortunato CP/M.
La vita di Kildall si spegne a causa di una banale
rissa scoppiata
in un bar di Monterey, la città californiana dove
viveva, perché
alcuni avventori del locale, più rispettosi delle loro
motociclette
che della vita altrui, non gradiscono le toppe del giubbotto
di pelle di Kildall, che rappresentavano delle moto
Harley
Davidson. Una tragica fine per un uomo geniale, che
con
un pizzico di fortuna in più avrebbe potuto sedersi al
posto di
Bill Gates sulla poltrona di uomo più ricco del mondo,
un pioniere
dell’informatica che con tutta probabilità è l’unico
vero
autore di un sistema
operativo che ci ha permesso per anni di lavorare, scrivere e comunicare
attraverso il computer. Il 12 agosto 1981 il primo personal computer di Ibm,
basato sul microprocessore 8086, fa il suo ingresso trionfale sul mercato, con
una presentazione in grande stile al salone delle feste del Waldorf Astoria di
New York. Il modello base ha una Ram di 16Kbyte (l’equivalente informativo di
una decina di cartelle di testo) e un lettore per dischetti da 5” e ¼, il tutto
per la modica cifra di 1.565 dollari. Il sistema operativo utilizzato è,
ovviamente, il Microsoft Dos.
Il 20 novembre 1985
Microsoft mette in commercio Windows 1.0, esattamente due anni e dieci giorni
dopo la presentazione del prodotto, avvenuta in grande stile e con tutta
l’enfasi che contraddistingue le campagne pubblicitarie dell’azienda di
Redmond. È l’inizio della “scalata al potere” del sistema operativo più famoso
del mondo.
Nel 1989, in occasione del Comdex di Las Vegas, il
salone annuale
dell’informatica statunitense, gli operatori del
settore attendono
un annuncio strategico di Bill Gates e James
Cannavino,
responsabile del settore personal computer di Ibm.
Tutto risale
al 2 aprile 1987, quando “Big Blue” lancia la nuova
linea di personal,
i PS/2, dotati di un nuovo sistema operativo, OS/2,
frutto
del lavoro congiunto dei tecnici Ibm e Microsoft. Da
questa
alleanza avrebbe dovuto nascere il nuovo standard dei
sistemi
operativi, e per lo sviluppo di OS/2 gli accordi
prevedevano che
Microsoft avrebbe messo da parte Windows. Tuttavia
Gates
mantiene aperte entrambe le strade, riservandosi di
decidere
all’ultimo momento se appoggiare OS/2 o Windows. Lo
sgambetto
a Ibm arriva proprio in occasione del Comdex, con un
discorso di Gates che smentisce tra le righe Jim
Cannavino, dopo
che aveva
ingenuamente confermato l’appoggio di Microsoft nell’alleanza per OS/2. Il 22
maggio del 1990 viene presentata la versione 3 di Windows, con una
teleconferenza mondiale da tre milioni di dollari, che mobilita seimila
giornalisti con grandi schermi installati a Città del Messico, Londra, Madrid,
Milano, Parigi, Singapore e Stoccolma.
Il “matrimonio
d’interesse” tra il colosso dei mainframe e il nuovo gigante del software
giunge al capolinea nel marzo 1992, quando il mondo dell’informatica è scosso
dall’annuncio della rottura dei rapporti commerciali tra Ibm e Microsoft. È la
fine di un lungo decennio durante il quale Microsoft riesce a imporre i propri
pacchetti software come standard “de facto” e “Big Blue” afferma la propria
potenza economica nel mondo dei personal computer, schiacciando Apple e tutte
le piccole imprese come Atari, Commodore, Sinclair e Texas Instruments. Aziende
fiorite grazie al lavoro appassionato dei primi “hacker del-l’hardware” ed
entrate molti anni prima di Ibm nel settore dei personal e home computer, ma
senza i mezzi finanziari e la spregiudicatezza che hanno caratterizzato la
lotta spietata dei due colossi informatici contro ogni forma di concorrenza. Le
strade delle due aziende si separano, e il 24 agosto 1995, con due anni di
ritardo sulle scadenze di consegna, il nuovo sistema operativo Windows 95 viene
lanciato sul mercato con un investimento pubblicitario di 250 milioni di
dollari, più di 400 miliardi di lire. Due anni più tardi, l’11 aprile 1997, 14
milioni di computer sparsi in tutto il mondo vengono lasciati “orfani” da Ibm,
che in un comunicato annuncia la fine dei progetti di sviluppo del sistema
operativo OS/2, che oggi sopravvive solamente nelle biglietterie automatiche di
Trenitalia e in altre applicazioni aziendali.
Capitolo 9
“Topi” e “finestre”
“In 20 o 30 anni
potremo tenere nelle nostre mani una quantità di conoscenza elettronica pari a
quella contenuta in una città, o addirittura nel mondo intero”.
Doug Engelbart, dal discorso
della cerimonia
di consegna del Lemelson-MIT
Prize, 1997
Un’invenzione che
nell’immaginario collettivo è ormai indissolubilmente associata ai prodotti
Microsoft è la possibilità di impartire le istruzioni al computer attraverso la
manipolazione di simboli grafici, detti “icone”, visualizzando questi simboli
all’interno di spazi di lavoro multipli, sovrapponibili e ridimensionabili, le
cosiddette “finestre” (windows), e utilizzando per tutta questa serie di
operazioni un puntatore posizionabile sullo schermo attraverso il movimento di
un “mouse”, un dispositivo scorrevole che deve il suo nome alla forma simile a
quella di un piccolo topolino, anche in virtù della “coda”, il cavo di
collegamento che unisce il mouse con il computer. In realtà tutto questo nasce
molti anni prima dell’introduzione delle cosiddette “interfacce grafiche” nei
sistemi operativi Microsoft, e risale al novembre 1970, quando Douglas
Engelbart inventa il mouse all’interno dello Stanford Research Institute di
Menlo Park, California.
Engelbart, ancora
ventenne, scopre la “computer science” alla
fine dell’estate
1945, quando è ancora un semplice tecnico
radar della marina
statunitense, e aspetta con pazienza nelle Filippine una nave militare che lo
avrebbe finalmente riportato a casa al termine della guerra. Sull’isola di
Laiti, per ingannare il tempo in attesa del suo rientro, Engelbart visita una
biblioteca della Croce Rossa ricavata all’interno di una capanna indigena, dove
lo attende un appuntamento col destino che cambia per sempre la sua vita e la
storia della scienza. In un’epoca in cui i computer erano ancora considerati
soltanto come macchine utili ad effettuare rapidamente e con precisione enormi
quantità di calcoli matematici, Doug Engelbart realizza che i calcolatori
elettronici avrebbero potuto essere impiegati altrettanto efficacemente come
amplificatori della memoria e del pensiero, grazie all’incontro casuale con un
articolo dal titolo As we may Think, pubblicato sul numero di luglio di “The
Atlantic Monthly” da Vannevar Bush, consulente scientifico del presidente
Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel libro Tools for
Thought di Howard Rheingold è contenuta una dettagliata descrizione del “primo
incontro” di Engelbart con l’informatica, avvenuto grazie all’articolo di Bush.
Engelbart racconta che:
La prima volta che
ho sentito parlare dei computer ho capito dalla mia esperienza nel settore dei
radar che se quelle macchine potevano rappresentare le informazioni utilizzando
schede perforate e stampe cartacee, avrebbero potuto farlo anche scrivendo o
disegnando le stesse informazioni su uno schermo. Quando mi fu chiara la
connessione tra uno schermo a raggi catodici, un elaboratore di informazioni e
uno strumento per la rappresentazione di simboli, tutte queste idee presero
forma nella mia mente nel giro di mezz’ora.
Dopo la guerra
Engelbart si laurea in ingegneria elettronica e inizia a lavorare in California
presso i laboratori Ames, sviluppando progetti su commissione del National
Advisory Commitee on Aeronautics, uno degli enti governativi del settore
aerospaziale che in seguito sarebbero stati rimpiazzati dalla Nasa. Nel 1951
Engelbart lascia la Ames per entrare all’Università californiana di Berkeley,
dove si scontra con la resistenza al cambiamento degli ambienti universitari e
i limiti tecnologici dei calcolatori dell’epoca. I computer di allora non erano
ancora pronti per interagire direttamente con gli utenti, limitandosi a
elaborare le schede perforate che ricevevano in pasto dai programmatori, i
quale potevano solo prendere atto dei risultati dell’elaborazione ed
eventualmente ripetere l’operazione con un nuovo pacchetto di schede perforate,
quando i risultati ottenuti non combaciavano con quelli desiderati. L’idea che
un computer potesse essere utilizzato come uno strumento didattico, anziché
come un semplice strumento di calcolo, suonava più o meno come una bestemmia.
Dopo il periodo di
dottorato trascorso a Berkeley, Engelbart sente che l’ambiente universitario è
ancora troppo angusto perché le sue idee sul futuro dei computer possano
trovare una realizzazione concreta, e cerca impiego presso una giovane azienda
del settore elettronico nata nei dintorni di Palo Alto. Rientrando a casa dopo
un promettente colloquio con i tre ingegneri responsabili dell’azienda,
Engelbart è fortemente infastidito da un dubbio, e sente il bisogno
inarrestabile di fermare la macchina per parlare al telefono con Barney
Olivier, uno dei tre ingegneri con cui aveva parlato pochi minuti prima,
responsabile del settore di ricerca e sviluppo dell’azienda. Engelbart ricorda
così quella telefonata:
Ho fermato la
macchina alla prima cabina telefonica per chiamare Barney Olivier, e gli dissi
che volevo solo sapere se anche loro erano convinti che i computer e le
tecnologie digitali avrebbero avuto un futuro. Pensavo che questo fosse il
percorso naturale da seguire per quell’azienda di strumentazione elettronica.
Davo per scontato che le mie idee, esposte durante il colloquio, fossero solo
un ponte verso l’elettronica digitale. Barney rispose dicendomi che non avevano
nessuna intenzione di entrare nel settore dei computer, e così dissi: “Beh, è
davvero un peccato, perché credo che ciò mandi a monte la nostra trattativa.
Sono costretto a passare attraverso l’elettronica digitale per realizzare il
resto dei miei progetti”.
Qualche anno più
tardi William Hewlett e David Packard, gli altri due ingegneri che assieme a
Barney Olivier avevano rinunciato ad assumere uno dei più grandi talenti
dell’epoca, riescono a cambiare idea sul futuro dell’azienda, appena in tempo
per trasformare la “Hewlett-Packard Company” in uno dei maggiori produttori di
computer del mondo.
All’epoca
dell’incontro con Engelbart, Hewlett e Packard erano ancora lontani dal settore
dell’informatica e totalmente assorbiti dalla passione per l’elettronica. Il
loro primo prodotto commerciale è un oscillatore audio progettato da Hewlett
durante gli anni dell’Università. Prima dello sviluppo di questo apparecchio i
ricercatori e gli scienziati non potevano ancora disporre di una sorgente
semplice e accurata di segnali a bassa frequenza. Tra i primi acquirenti di
questi oscillatori troviamo anche i Walt Disney Studios, che ne utilizzano otto
per realizzare la colonna sonora del film Fantasia.
Nel 1957 Doug
Engelbart riceve un’offerta dallo Stanford Research Institute (SRI) di Menlo
Park. Dopo un periodo iniziale di ambientamento, Doug riesce finalmente a
ottenere un piccolo finanziamento per la realizzazione di un “Augmentation
Research Center”, un “Centro di Ricerca per l’Amplificazione” dove prosegue le
sue ricerche, sperimentando per la prima volta teorie di cui lui era l’unico
studioso e verificando la possibilità di estendere le facoltà dell’intelletto
umano grazie all’interazione con l’attività di un calcolatore. Secondo le
parole dello stesso Engelbart “era un lavoro solitario, in cui non potevo
confrontare le mie idee con nessuno, ma alla fine sono riuscito a farcela
scrivendo un documento terminato nel 1962 e pubblicato nel 1963”.
Il frutto dei cinque
anni di lavoro trascorsi da Engelbart all’interno dello Stanford Institute è
una pubblicazione intitolata A conceptual Framework for the Augmentation of
Man’s Intellect, uno “Schema concettuale per l’Amplificazione dell’Intelletto
Umano”, in cui Engelbart descrive la sua nuova visione dei rapporti tra l’uomo
e il computer. L’articolo passa quasi inosservato negli ambienti scientifici
ufficiali, ma richiama l’attenzione di Joseph Licklider e Robert “Bob” Taylor,
due ricercatori di un ente governativo chiamato Arpa (Advanced Research Project
Agency). In quegli anni l’Arpa era a caccia di menti brillanti da impiegare
nelle realizzazione di una rete distribuita di calcolatori, passata alla storia
con il nome di Arpanet e successivamente ribattezzata Internet.
Il lavoro dell’“Augmentation Research Center” culmina
il 9
dicembre 1968 con una dimostrazione pubblica che segna
definitivamente
l’ingresso in una nuova età della scienza. Al Civic
Auditorium di San Francisco, in occasione della “Fall
Joint
Computer
Conference”, centinaia di scienziati e professionisti dell’informatica,
praticamente l’élite mondiale del settore, condividono una formidabile
esperienza collettiva di interazione tra l’uomo e la macchina, una presentazione
multimediale in cui Engelbart, per la prima volta in assoluto, descrive e
utilizza dal vivo i sistemi a finestre multiple, il mouse, la videoconferenza,
l’elaborazione cooperativa di testi e tutti gli altri strumenti sviluppati da
un gruppo di ricerca guidato dal sogno di “amplificare l’intelletto umano”.
Engelbart, in soli
novanta minuti, getta le basi per una nuova tecnologia, una nuova industria e
un nuovo modello di sviluppo dell’informatica, aprendo le porte del personal
computer. Al termine di quell’esperienza mozzafiato, un applauso a scena aperta
fa esplodere l’Auditorium di San Francisco. A partire da quel giorno i computer
si lasciano alle spalle un grigio passato di tritanumeri, per intraprendere una
brillante carriera come macchine di amplificazione delle nostre capacità di
analisi e risoluzione dei problemi.
All’inizio degli
anni ’70 la Xerox, azienda leader nel settore delle fotocopiatrici, decide di
creare una divisione scientifica avanzata per lo sviluppo di nuovi prodotti
tecnologici. Il nuovo centro di ricerca Xerox, battezzato Palo Alto Research
Center (PARC), nasce il primo luglio 1970 a Palo Alto, a pochi chilometri dallo
Stanford Research Institute di Doug Engelbart. Nel giro di pochi anni quella
zona, diventata nel frattempo il cuore pulsante della rivoluzione informatica,
raggiunge una densità di aziende e di centri di ricerca talmente alta da
meritarsi il soprannome di Silicon Valley (Valle del Silicio).
Contestualmente alla
creazione del Parc, negli Stati Uniti viene
approvata una
drastica riduzione dei finanziamenti pubblici
destinati alla
ricerca scientifica, il cui effetto è una vera e propria “fuga di cervelli” che
abbandonano l’Augmentation Research Center di Doug Engelbart per unirsi alla
Xerox. Il lavoro di Engelbart rimane una costante fonte di ispirazione per gli
scienziati del Parc, che portano con loro tutto il carico di esperienza
maturato presso lo Stanford Institute. Grazie agli “ex” dello Stanford
Institute, il Palo Alto Research Center diventa la culla delle principali
innovazioni tecnologiche dell’informatica moderna. Alcune tra le “creature” più
famose nate all’interno di questo ambiente scientifico sono le stampanti laser,
le reti locali Ethernet e i sistemi grafici di interazione tra utente e
computer, nati dal perfezionamento del mouse e della visualizzazione a
“finestre” già realizzati presso lo Stanford Institute. Quali sono le
caratteristiche che ci aspettiamo di trovare in un computer del terzo
millennio? Sicuramente un’interfaccia grafica che permetta l’utilizzo di
“icone” e “finestre”, la possibilità di impartire i comandi tramite il
calcolatore attraverso un mouse, la disponibilità di programmi per il
trattamento dei testi, l’elaborazione delle immagini, la gestione di archivi,
la posta elettronica e la creazione di musica, la connessione con altri
calcolatori attraverso una rete locale e attraverso reti geografiche come
Internet. Tutto questo, e molto altro ancora, era già disponibile nel 1973 per
i pochi fortunati possessori di “Alto”, un modello sperimentale di personal
computer realizzato al Parc e mai commercializzato.
A partire da un numero molto limitato di esemplari,
riservato
ai ricercatori del Parc, quel modello viene poi
prodotto in piccoli
lotti, fino a raggiungere un totale di 1500 unità, consegnate
ad una ristretta cerchia di prescelti composta da
dirigenti
della Xerox, collaboratori del Parc presenti in altri
centri di
ricerca membri dello
Stanford Institute, senatori, deputati, agenti governativi e funzionari della
Casa Bianca. Pur avendo sviluppato il computer del 2000 con ventotto anni di
anticipo, la Xerox non riesce a sfruttare il vantaggio tecnologico così
ottenuto e moltissime invenzioni sviluppate al Parc vengono commercializzate da
altre aziende o dagli stessi ricercatori prima che la Xerox decida di
trasformare quei prototipi in prodotti commerciali.
Negli anni
successivi alla nascita di Alto, Robert “Bob” Metcalfe, che presso il Parc
aveva creato e sviluppato i sistemi Ethernet, decide di commercializzare in
proprio la sua invenzione fondando la 3Com, l’azienda che attualmente domina il
mercato mondiale dei dispositivi per reti locali. Alan Kay, che assieme ad
Adele Goldberg aveva progettato il personal computer Alto, viene assunto dalla
Atari, che gli assegna il comando della divisione scientifica.
Nel 1979 il Palo
Alto Research Center riceve la visita di un ventiquattrenne di nome Steve Jobs,
che assieme all’amico Steve Wozniak aveva messo a frutto l’esperienza maturata
presso l’Homebrew Computer Club progettando e commercializzando i personal
computer Apple I e Apple II. Durante questo “giro turistico” presso il centro
di ricerca Xerox, Jobs osserva il funzionamento di uno dei 1500 Alto prodotti
al Parc. Cinque anni più tardi, dopo un lungo periodo di gestazione, l’ispirazione
che aveva colto i “due Steve” durante quella visita alla Xerox si concretizza
nei personal computer Macintosh della Apple, che aprono la strada
all’informatica di massa grazie al mouse, alle icone e alle finestre nati dalla
fantasia e dalle visioni tecnologiche di un giovane marinaio, catturato dalla
passione per la scienza in una lontana isola delle Filippine, all’interno di
una biblioteca fatta di canne di bambù.
Capitolo 10
Il garage più famoso
del mondo
“Dove alcuni vedono
dei pazzi, noi vediamo dei geni. Perché la gente che è pazza abbastanza da
pensare di poter cambiare il mondo, è quella che lo cambia davvero”.
Dalla pubblicità
Apple Think Different
La storia dei due
fondatori della Apple Computer, Inc. è un chiaro esempio di come la cultura
hacker, l’underground digitale statunitense e la “tecnologia da strada” degli
anni ’70 abbiano aperto la via alla moderna industria informatica e al
rivoluzionario concetto di computer “personale”. Tutto inizia in California nel
1971, nei dormitori dell’Università di Berkeley, dove i giovani Steve Wozniak e
Steve Jobs leggono sul numero di ottobre della rivista “Esquire” un articolo a
firma di Ron Rosenbaum, dal titolo Secrets of the little Blue Box.
Nell’articolo si parla di Capitan Crunch, un leggendario “phone phreak”, e
delle sue “scatole blu”. Prima dell’avvento dei personal computer, chi non
aveva la fortuna di poter mettere le mani su di un grande calcolatore
universitario aveva comunque l’opportunità di “hackerare” il più complesso
sistema ingegneristico mai realizzato: la rete telefonica.
È quello che avviene
durante gli anni ’70, l’età del “Phone
Phreaking”:
l’obiettivo dei “freak dei telefoni” non è risparmiare
qualche gettone, ma
capire i meccanismi tecnologici che trasformano un filo di elettroni in uno
strumento in grado di portare la nostra voce in ogni angolo della Terra in cui
sia presente un telefono. L’innovazione più importante nata dalla cultura
underground del Phone Phreaking è certamente la “Blue Box”, un dispositivo che
utilizza alcune caratteristiche del sistema telefonico americano per fare
telefonate gratuite. Il trucco funzionava “ingannando” le centrali telefoniche
passando attraverso i “numeri verdi”, che negli Stati Uniti (e da qualche tempo
a questa parte anche in Italia) sono quelli che iniziano per 800. Le Blue Box
(scatole blu) devono il loro nome al colore della scatola utilizzata per
contenere il primo apparecchio di questo tipo. I “due Steve” contattano Capitan
Crunch, e dopo averne appreso le tecniche, iniziano a costruire delle Blue Box
da vendere porta a porta nei dormitori universitari di Berkeley per sbarcare il
lunario.
John Draper (questo
il vero nome di Capitan Crunch) è una vera miniera di aneddoti relativi alle
attività di “Boxing” nei dormitori di Berkeley, tra i quali una telefonata in
Vaticano (ovviamente gratuita), che fu la “prova d’esame” con la quale Wozniak
volle sperimentare per la prima volta le tecniche di boxing appena apprese.
“Woz” cercò di farsi passare per il segretario di Stato Henry Kissinger, e per
pochissimo non riuscì a entrare in contatto diretto con il Santo Padre. John
Draper deve il suo nome di battaglia ai cereali “Capitan Crunch”, che
contenevano in ogni scatola un fischietto omaggio. Questo fischietto
riproduceva casualmente il tono con la frequenza di 2600 Hertz che era
necessario negli Stati Uniti per “ingannare” le centrali telefoniche ed evitare
l’addebito delle chiamate effettuate, passando attraverso un numero verde per
poter accedere direttamente a una centrale telefonica.
Draper non era mosso
da smanie di ricchezza, era solo affascinato, e morbosamente incuriosito, dal
funzionamento del sistema telefonico, al punto che non perdeva occasione per
spiegare i suoi trucchi a chiunque gli capitasse a tiro, finendo ogni volta dietro
le sbarre: l’Fbi infatti gli aveva proibito di divulgare qualsiasi tipo di
informazione relativa al Phone Phreaking. Draper si interessa attivamente al
“Blue Boxing” in seguito all’incontro con Dennie, un ragazzo nonvedente che
mostra al “Capitano” come si possono riprodurre i toni utilizzati dalle
centrali telefoniche utilizzando il suo organo Hammond. Dennie sa che Draper è
un ingegnere elettronico, e gli propone di costruire un apparecchio con il
quale generare gli stessi toni per effettuare telefonate interurbane gratuite,
sfruttando i punti deboli delle centrali telefoniche. Tornato a casa, Draper
inizia a costruire un rudimentale dispositivo multifrequenza per produrre i
fischi necessari a ingannare le centrali. Capitan Crunch diventa così il riferimento
di un gruppo di ragazzi non vedenti che grazie alle Blue Box riescono a
“navigare” gratuitamente nella rete telefonica alla ricerca di contatti umani,
di nuove voci e di suoni per riempire il buio.
Oltre che per le sue
Blue Box, Capitan Crunch è famoso anche per la realizzazione di numerosi
programmi, tra cui Easy Writer, un elaboratore testi distribuito assieme ai
primi modelli di personal computer Ibm del 1981. Il nome di questo programma si
riferisce al film Easy Rider, e riflette il tono scanzonato con cui gli hacker
dell’epoca affrontavano il loro lavoro, unendo professionalità e informalità, e
producenco codice efficiente nella più totale assenza di regole per quanto
riguarda l’abbigliamento, l’alimentazione in ufficio e gli orari.
Il destino di
Wozniak e Jobs è drasticamente differente da quello di John Draper: i due
iniziano la loro carriera vendendo Blue Box nei dormitori di Berkeley per
ritrovarsi poi alla guida di una compagnia multimiliardaria, mentre Capitan
Crunch, a causa delle stesse Blue Box, finisce più volte dietro le sbarre. Il
“Capitano” però non si scoraggia, e anche durante i soggiorni in carcere riesce
a organizzare un’estemporanea Università del Phone Phreaking, dando lezioni ai
detenuti sul funzionamento del sistema telefonico.
La storia dei “due
Steve” continua nel 1976, anno in cui Wozniak e Jobs realizzano il personal
computer Apple I. La base operativa è il garage di Jobs, e il capitale iniziale
viene ricavato dalla vendita della calcolatrice programmabile HP di Wozniak e
del pulmino Volkswagen di Jobs. La sfida quasi maniacale di “Woz” con sé stesso
è quella di utilizzare il minor numero possibile di componenti elettronici per
dare vita alle sue creazioni. Gli Apple vengono realizzati con il chip 6502
della Mos Technology, scelto per i bassi costi e l’affinità con il 6800 della
Motorola che Wozniak conosce molto bene. Il prezzo del primo modello è di 666
dollari e 66 centesimi, i diagrammi di costruzione, fin nei minimi dettagli di
progettazione, sono liberamente consultabili, e assieme al computer viene
distribuito gratuitamente l’interprete Basic scritto dallo stesso Wozniak.
Negli annunci pubblicitari questa scelta viene commentata spiegando che “la
nostra filosofia è fornire software per le nostre macchine gratuitamente o a
costi minimi”.
Tra i primi
dipendenti della Apple troviamo anche John Draper, che si dedica al progetto di
una scheda di espansione per Apple I, in grado di connettere il computer a un
comune telefono.
Draper aggiunge alla
scheda funzioni di composizione
automatica dei
numeri telefonici che la trasformano in uno
strumento versatile
e potente per il “Blue Boxing”, ma il progetto viene bloccato perché
potenzialmente “pericoloso”. Il 15 aprile 1977, al San Francisco Civic Center
vengono presentati i primi prototipi di Apple II, un computer la cui
progettazione viene attribuita interamente a Steve Wozniak, probabilmente il
primo e l’unico “personal” progettato da una sola persona. Il 1979 è l’anno
della visita di Steve Jobs al Palo Alto Research Center, dove l’incontro con il
modello sperimentale Alto gli suggerisce l’utilizzo del mouse e di
un’interfaccia grafica a icone per i successivi modelli.
Nel 1983 la Apple
mette in commercio Lisa, che a causa del prezzo troppo alto (circa diecimila
dollari) non riesce a ottenere un buon successo di vendita, nonostante
l’utilizzo di molte delle idee vincenti mutuate dal prototipo della Xerox, come
il mouse e l’utilizzo di finestre multiple.
Nel 1984 viene
realizzata una versione ridotta e molto più economica del modello Lisa,
battezzata col nome di Apple Macintosh, un personal computer destinato a
passare alla storia, che afferma definitivamente la metafora del “desktop” con
le sue “finestre”, “cartelle” e “icone” come standard per rappresentare
graficamente in maniera intuitiva le informazioni contenute all’interno del
calcolatore.
La relativa campagna
pubblicitaria che accompagna il lancio di Apple Macintosh è una tra le più
efficaci che siano mai state realizzate da un’azienda informatica. Per la prima
volta la pubblicità di un computer abbandona il terreno delle riviste
specializzate per approdare perfino sulle pagine di “Playboy”. Il 22 gennaio
1984, durante la XVIII edizione del SuperBowl (12 gennaio 1984, a Tampa,
Florida, Los Angeles Raiders-Washington Redskins 38-9)
le 72mila persone presenti allo stadio, assieme ad
altri milioni di
telespettatori americani incollati agli schermi
televisivi, ammirano
la prima e unica proiezione di uno degli spot
pubblicitari più
famosi della storia, girato da Ridley Scott, il noto
regista del cultmovie
Blade Runner. La scena è ambientata in un salone pieno
di
prigionieri dalla testa rasata che osservano inebetiti
un megaschermo,
sul quale un dittatore annuncia che
oggi celebriamo il
primo glorioso anniversario delle Direttive di Purificazione dell’Informazione.
Abbiamo creato, per la prima volta nella storia, un giardino di ideologia pura,
dove ogni lavoratore può vivere al sicuro dalla peste delle verità
contraddittorie e confuse. La nostra Unificazione del Pensiero è un’arma più
potente di ogni esercito. Siamo un solo popolo, con una sola volontà, una sola
determinazione, una sola causa. I nostri nemici si parleranno addosso a morte.
E noi li seppelliremo con la loro stessa confusione. Vinceremo!
Al termine del discorso una ragazza inseguita da
alcuni poliziotti
lancia un martello verso il megaschermo, mandandolo in
frantumi e risvegliando i prigionieri dal sonno delle
loro menti,
mentre una voce fuori campo annuncia che “Il 24
gennaio
Apple Computer introdurrà Macintosh. E vedrete perché
il
1984 non sarà come ‘1984’”. Il riferimento è a 1984,
l’opera
maestra di George Orwell, un libro in cui viene
descritta una
società totalitaria basata sul controllo assoluto
delle attività dei
cittadini, esercitato da un onnipresente “Big Brother”
velatamente
associato nella similitudine pubblicitaria alla Ibm
che
controllava dall’alto il mercato informatico di quegli
anni,
soprannominata “Big
Blue” per il colore del logo aziendale. Oggi Steve Jobs è ancora l’“uomo immagine”
della Apple Computer, mentre Wozniak ha preferito una vita più tranquilla.
Dopo quell’avventura, che gli ha fruttato una rendita annuale di diverse
migliaia di dollari in qualità di “impiegato n.1”, Wozniak si è dedicato al
volontariato, insegnando gratuitamente a Los Gatos, in California, dove “Woz”
aiuta gli alunni delle scuole locali e ha addirittura costruito una scuola di
informatica in uno dei locali di casa sua, sulle colline di Los Gatos, dove gli
studenti delle scuole elementari hanno la possibilità di poter ricevere
gratuitamente lezioni di informatica da uno dei più grandi pionieri della
storia del personal computer. La casa di Wozniak è anche il quartier generale
della UNUSON (Unite Us in Song), un ente no-profit che ha prodotto alcuni
festival di musica rock e che sostiene alcune istituzioni scolastiche,
acquistando attrezzature per laboratori didattici di informatica, utilizzati da
bambini che imparano sin da piccoli a prendere confidenza con quei computer che
fino agli anni ’70 erano solo un sogno appena nato nel garage di due giovani
inventori.
Capitolo 11
Crittografia e privacy
“Se la privacy viene
messa fuori legge, solo i fuorilegge avranno privacy”.
Phil Zimmermann,
autore del programma “Pretty
Good Privacy”
Stati Uniti, 1976:
“Siamo all’inizio di una rivoluzione nella crittografia”. Con queste parole
inizia New Directions in Cryptography, un articolo scritto da Whitfield Diffie
e Martin Hellman, pubblicato su “IEEE Transactions on Information Theory” del 6
novembre 1976. In questa pubblicazione scientifica si annuncia l’invenzione
della crittografia a chiave pubblica, un sistema rivoluzionario di cifratura
delle informazioni. Qualche anno più tardi i sistemi a chiave pubblica
verranno impiegati nello sviluppo di strumenti liberamente utilizzabili, in
grado di garantire sicurezza e riservatezza alle comunicazioni elettroniche in
Rete.
La crittografia a chiave pubblica, altrimenti detta a
“doppia
chiave”, è una tecnica semplice e sofisticata al tempo
stesso:
ogni utente è in possesso di due chiavi, una privata,
strettamente
personale, da custodire gelosamente, e una pubblica
che
può essere liberamente divulgata e trasmessa anche
attraverso
canali di comunicazione non sicuri. La chiave pubblica
viene
impiegata per la codifica dei messaggi, per
trasformare un testo
in chiaro in uno crittografato, impossibile da leggere
e decifrare. Per inviare un messaggio riservato si dovrà semplicemente
utilizzare la chiave pubblica del destinatario per la codifica (detta anche criptazione
del messaggio). Per il passaggio inverso la chiave pubblica è inutile: il testo
può essere decodificato (decriptato) unicamente utilizzando la chiave privata,
rimasta al sicuro nelle mani del destinatario all’interno del computer o su un
dischetto ben custodito sotto chiave. È come utilizzare una cassetta postale
molto profonda, con una serratura in cima, che può essere aperta con la chiave
pubblica, e una sul fondo, che solo la chiave privata può sbloccare. Chiunque
può farmi arrivare un messaggio aprendo la cassettta dall’alto con la chiave
pubblica, e posso distribuire questa chiave a chiunque, perché solo io, con la
mia chiave privata, posso aprire il fondo della cassetta per far cadere i
messaggi nelle mie mani.
Il metodo matematico alla base della crittografia a
chiave pubblica
si basa sui numeri primi e su funzioni matematiche che
è
quasi impossibile invertire. Dati due numeri primi, è
molto
facile stabilire il loro prodotto, mentre è molto più
difficile
determinare, a partire da un determinato numero, quali
numeri
primi hanno prodotto quel risultato dopo essere stati
moltiplicati
tra loro. Invertire il prodotto di due numeri primi è
ancora più difficile quando si tratta di un numero
composto
da molte cifre. È per questo che si parla di chiavi
private “a 512
bit” o a “1024 bit”, utilizzando la lunghezza della
chiave crittografica
come una misura della sua robustezza. Grazie alla
crittografia
a doppia chiave, i messaggi di posta elettronica e
qualunque
altro documento in grado di transitare su di una rete
di
computer possono soddisfare tre fondamentali
caratteristiche
di sicurezza. In primo luogo è possibile spedire
messaggi “in
busta chiusa”, cioè leggibili dal solo destinatario. È
inoltre possibile autenticare i messaggi, avere la certezza che un testo
elettronico venga spedito proprio da una certa persona, oppure certificare la
paternità di un messaggio utilizzando una “firma digitale”, un codice che può
essere generato solo da chi è in possesso della chiave privata. L’autenticità
della firma è verificabile utilizzando la chiave pubblica del “firmatario”. La
terza caratteristica dei sistemi a doppia chiave è quella di garantire
l’integrità dei messaggi. Possiamo esser certi che il testo non sia stato in
alcun modo manipolato durante il transito in Rete. Negli Stati Uniti la
nascita della crittografia a chiave pubblica, lungi dall’essere una semplice
speculazione matematica, ha avuto un profondo impatto politico. Con la
pubblicazione dell’articolo di Hellman e Diffie, il controllo sugli strumenti
di crittografia viene definitivamente sottratto alla National Security Agency
(NSA), i servizi segreti statunitensi. Quest’ultima aveva controllato per
decenni lo sviluppo delle tecnologie di crittografia, rendendo impossibile il
lavoro dei programmatori con un intricato sistema di brevetti ed equiparando
gli strumenti crittografici alle armi pesanti, la cui esportazione è
impossibile senza un’esplicita approvazione governativa.
Fino alla pubblicazione del lavoro di Hellman e Diffie
gli strumenti
per il controllo della privacy non potevano essere
gestiti
dai singoli cittadini, ma era il governo degli Stati
Uniti a reclamare
per sé il controllo su strumenti che avrebbero potuto
garantire la sicurezza delle comunicazioni e
l’anonimato di soggetti
particolarmente a rischio, come perseguitati politici
o attivisti
per i diritti umani che operano in zone di guerra.
Hellman
e Diffie danno il primo colpo di piccone verso la
conquista della
“privacy per le masse”, sviluppando le proprie teorie
alla
Stanford University,
all’interno del laboratorio di intelligenza artificiale guidato da John
McCarthy e Marvin Minsky. Nel 1978 Ronald Rivest, Adi Shamir e Leonard
Adleman, tre giovani professori del Mit, sviluppano la prima applicazione
pratica basata sulle tecniche di crittografia a doppia chiave. Si tratta di una
procedura di calcolo per la cifratura di messaggi che prende il nome di
“algoritmo RSA”, dalle iniziali dei cognomi dei suoi tre inventori. Nel corso
degli anni l’algoritmo Rsa ha più volte dimostrato la sua robustezza: in un
esperimento del 1994, coordinato da Arjen Lenstra dei laboratori Bellcore, per
“rompere” una chiave Rsa di 129 cifre, svelando il meccanismo con cui quella
chiave generava messaggi crittografati, sono stati necessari 8 mesi di lavoro
coordinato effettuato da 600 gruppi di ricerca sparsi in 25 Paesi, che hanno
messo a disposizione 1600 macchine da calcolo, facendole lavorare in parallelo
nei loro “tempi morti”, collegate tra loro via Internet. Data la mole delle risorse
necessarie per rompere la barriera di sicurezza dell’algoritmo Rsa, è chiaro
come un attacco alla privacy di un sistema a doppia chiave non sia praticamente
realizzabile. Inoltre, poiché i programmi di crittografia attualmente a
disposizione prevedono chiavi private con una “robustezza” che raggiunge e
supera i 2048 bit, questi sistemi crittografici risultano praticamente
inattaccabili, e l’ordine di grandezza dei tempi necessari alla rottura di
chiavi di questo tipo cresce rapidamente, passando in fretta dai mesi alle
decine di anni.
Il governo Usa mette i bastoni tra le ruote all’Rsa,
decretando
che i programmi basati su questo algoritmo si possono
utilizzare
liberamente negli Stati Uniti, ma la loro esportazione
costituisce
reato, dal momento che gli strumenti crittografici
sono
equiparati alle armi
pesanti. Da qui le proteste dei vari produttori di software per la
crittografia. Un altro ostacolo allo sviluppo di strumenti crittografici è
dovuto al fatto che il 20 settembre 1983 i tre inventori del sistema Rsa
decidono di brevettare il loro algoritmo, cioè un insieme di regole
matematiche, costituendo un precedente unico nella storia della scienza. Viene
spontaneo chiedersi cosa sarebbe successo se qualcuno avesse deciso di
brevettare le regole necessarie per le quattro operazioni, un teorema
matematico o il procedimento per calcolare a mano le radici quadrate. In
seguito al brevetto, Rivest, Shamir e Adleman fondano Rsa Data Security,
azienda dedita allo sfruttamento commerciale del loro sistema di crittografia.
Nonostante le restrizioni statunitensi all’utilizzo dell’algoritmo Rsa, al di
fuori del Paese, dove il governo non ha potere e gli algoritmi non sono coperti
da brevetto, iniziano a diffondersi numerosi programmi ispirati alla tecnica
Rsa. Il 6 settembre 2000 Rivest, Shamir e Adleman rinunceranno ai loro diritti
sul brevetto del-l’algoritmo Rsa, che diventa di dominio pubblico. Un gesto
generoso solo in apparenza, dal momento che il brevetto sarebbe comunque
scaduto il 20 dello stesso mese.
Nel giugno 1991 lo
statunitense Philip Zimmermann realizza e distribuisce gratuitamente il
programma “Pretty Good Privacy” (Pgp) un programma di crittografia “a doppia
chiave” basato sulle tecniche brevettate da Rivest, Shamir e Adleman, che
permette di mantenere la privacy e la sicurezza dei propri dati personali in
formato digitale. I messaggi di posta elettronica sono come delle cartoline,
possono essere lette da tutti, come in realtà avviene in molti Paesi in cui
vige un controllo repressivo delle informazioni e la posta viene sottoposta a
censura.
Grazie al Pgp è
possibile scambiarsi via email anche l’equivalente di una lettera in busta
chiusa. Per la realizzazione di Pgp,
Zimmermann viene citato in tribunale dalla Rsa Data
Security
per violazione del brevetto sull’algoritmo Rsa, e
accusato dal
governo degli Stati Uniti di esportazione illegale di
strumenti crittografici. Entrambe le cause, relative alla versione 2.3° del
programma di Zimmermann, finiscono nel nulla. L’accusa di esportazione illegale
viene ritirata nel 1996, perché non c’è modo di dimostrare che è stato proprio
Zimmermann a far varcare i confini degli Stati Uniti al programma, mentre la
controversia con Rsa viene mediata da James Bruce del Massachusetts Institute
of Technology, che porta le due parti in causa a una mediazione. Zimmermann,
per non violare il brevetto Rsa, accetta di modificare il proprio programma,
sviluppando una versione di Pgp realizzata appositamente per gli Stati Uniti e
basata sull’algoritmo “RSAREF”, un altro schema di crittografia utilizzabile
liberamente per scopi non commerciali. Ciò nonostante al di fuori del
territorio statunitense, dove il brevetto Rsa non ha valore, le versioni
“internazionali” di Pgp continuano a fare liberamente uso della crittografia Rsa.
Per la sua attività
nel settore della crittografia, Zimmermann viene insignito nel 1995 da uno
degli “awards” della Electronic Frontier Foundation, un riconoscimento
assegnato annualmente dalla prestigiosa fondazione a persone che si sono
contraddistinte per aver dato un contributo determinante alla libertà della
frontiera elettronica. È interessante leggere l’introduzione di Zimmermann al
manuale d’uso che viene distribuito assieme alle prime versioni di Pgp:
Cosa accadrebbe se
tutti pensassero che i cittadini onesti
usano solo cartoline
per la posta? Se qualche persona
per bene volesse
usare una busta chiusa a tutela della propria privacy, desterebbe grossi
sospetti. Forse le autorità aprirebbero la sua posta per controllare cosa
nasconde. Fortunatamente non viviamo in un mondo fatto così, perché tutti
proteggono la maggior parte della posta chiudendola in una busta. In questo
modo nessuno dà adito a sospetti facendo rispettare la sua privacy con una
busta, essendo una pratica molto diffusa. I grandi numeri danno sicurezza.
Analogamente,
sarebbe bello se tutti usassero abitualmente la crittografia per la posta
elettronica, indipendentemente dal contenuto più o meno riservato. In tal modo
nessuno desterebbe sospetti affermando la privacy della posta elettronica con
la crittografia, il cui uso diviene così anche una forma di solidarietà. [...]
Andiamo verso un futuro in cui i Paesi saranno
attraversati
da reti in fibra ottica ad alta velocità che
collegheranno
tutti noi ai nostri computer, sempre più mobili. La
posta elettronica sarà sempre più qualcosa di normale per tutti. Il governo
proteggerà la nostra posta elettronica con dei metodi crittografici progettati
dal governo stesso. Probabilmente a molta gente andrà bene così. Ma forse
qualcuno preferirà adottare delle misure protettive personali.
La proposta di legge al
Senato Usa n. 266 [la proposta
per l’introduzione del
Clipper Chip, NdR], una proposta
anti-crimine del 1991, aveva
nascosta al suo interno
una misura preoccupante. Se
questa risoluzione non vincolante
fosse divenuta legge, avrebbe
obbligato i produttori
di sistemi per le
comunicazioni riservate a inserire
delle speciali backdoor nei
loro prodotti, permettendo al governo di leggere i messaggi cifrati di
chiunque. Nel testo della proposta si legge che “...è idea del Congresso che i
fornitori di servizi di comunicazione elettronica e i produttori di
attrezzature assicurino che i sistemi di comunicazione permettano al governo di
ottenere il contenuto in testo leggibile di voce, dati e altre comunicazioni
quando autorizzati dalla legge”. Questa misura è stata sconfitta dopo rigorose
proteste di gruppi industriali e di difesa delle libertà civili. [...] Se la
privacy viene messa fuori legge, solo i fuorilegge potranno assicurarsela. I
servizi segreti hanno accesso a ottime tecnologie di crittografia. Lo stesso
dicasi per i grossi trafficanti di armi e di droga. E anche per i titolari di
appalti della Difesa, le compagnie petrolifere e i giganti corporativi. Ma la
gente normale e le organizzazioni politiche spontanee per lo più non hanno mai
avuto accesso, finora, ad una tecnologia di crittografia a chiave pubblica di
“livello militare” che fosse economicamente accessibile.
Il Pgp permette alla
gente di prendere il controllo della propria privacy. C’è una crescente
necessità sociale per questo. Ecco perché l’ho scritto.
La proposta di legge a cui fa riferimento Phil
Zimmermann si
riferisce ad un progetto presentato
dall’amministrazione Clinton-
Gore nel febbraio 1992, che prevedeva l’adozione di un
nuovo standard crittografico destinato a spazzare Rsa
e Pgp
rimpiazzando il vecchio DES, Data Encryption Standard,
lo
standard adottato nel 1977 dal National Bureau of
Standards,
l’ufficio nazionale
degli standard Usa. Lo scopo della proposta di legge è quello di rendere
obbligatorio il nuovo sistema crittografico in tutte le apparecchiature vendute
allo Stato, forzando in questo modo l’adozione dello standard governativo da
parte dei costruttori di apparecchi domestici come telefoni, fax o modem.
“Clipper” (cesoia) è
il nome del chip che avrebbe dovuto essere incorporato in ogni apparecchio per
l’adesione al nuovo standard, un microprocessore basato su “Skipjack”,
l’algoritmo di criptazione che avrebbe dovuto sostituire l’algoritmo Rsa e il
Data Encryption Standard nelle applicazioni rivolte all’utenza di massa. La
National Security Agency, progettista del Clipper, lo definisce come
inattaccabile. Nel maggio 1992, tuttavia, Matt Blaze, un matematico dei
laboratori Bell At&t, riesce in soli 42 minuti ad aggirare le protezioni
del Clipper. Blaze ha usato una “backdoor”, una “porta posteriore” prevista dal
progetto per consentire a Cia, Fbi e National Security Agency di ascoltare a
piacimento le conversazioni telefoniche in caso di necessità. Sulle colonne del
“New York Times” appare un articolo, a firma di William Safire, pieno di
indignazione contro il Clipper Chip, definito “Big Ear”, il Grande Orecchio che
renderà “il singolo cittadino nudo di fronte a una burocrazia curiosa”.
Di fronte a questa
minaccia si mobilitano organizzazioni come Electronic Frontier Foundation e
Computer Professionals for Social Responsibility, che assieme alla rivista
“Wired” danno vita a una vera e propria campagna anti-Clipper. Il
vicepresidente Gore viene bombardato da centinaia di fax e messaggi di posta
elettronica, e dopo mesi di polemiche il progetto Clip-per finisce nel
dimenticatoio.
Sul numero di aprile
1994 di “Wired” John Perry Barlow scrive
che
Clipper è l’ultimo
tentativo degli Stati Uniti, l’ultima grande potenza della vecchia Era
Industriale, di ristabilire un controllo imperiale sul Ciberspazio. Se
vinceranno, lo sviluppo più liberatorio nella storia dell’umanità potrebbe
diventare, invece, il sistema di sorveglianza che controllerà i nostri nipoti.
Il grande rischio
insito nella tecnologia Clipper era quello di affermarsi come standard a
livello mondiale, portando con sé tutte le sue lacune e i “buchi” che avrebbero
reso insicura qualsiasi conversazione effettuata con apparecchi realizzati con il
chip Clipper. Qualunque governo potrebbe nascondersi dietro un paravento
tecnologico come il Clipper per garantire, solo a parole, la riservatezza e la
sicurezza delle comunicazioni dei cittadini, che in realtà sarebbero più
controllati di prima proprio per il senso di falsa sicurezza che induce la
riservatezza governativa.
Il 17 luglio 1998 la Electronic Frontier Foundation
diffonde
un comunicato stampa con il quale annuncia la
definitiva sconfitta
del Des, lo standard crittografico promosso dal governo
Usa e dalla National Security Agency, meno sicuro di
altri sistemi
crittografici, ma decisamente più facile da
controllare per
gli agenti governativi. Per dimostrare i gravi rischi
di sicurezza
a cui si sottopone chi utilizza il Des, la Eff costruisce
il primo
apparecchio hardware non coperto dal segreto di Stato
per
decodificare i messaggi crittografati utilizzando il
Data Encryption
Standard. I risultati di questo sforzo, costato
250.000 dollari e quasi un anno di lavoro, sono documentati in un libro edito
dalla O’Reilly, dal titolo Cracking DES: Secrets of Encryption Research,
Wiretap Politics, and Chip Design. Il libro contiene tutta la documentazione
necessaria a riprodurre il “Des Cracker”, realizzabile a partire da un normale
personal computer domestico. Il testo è disponibile unicamente in versione
cartacea perché secondo le leggi Usa in materia di esportazioni è reato
pubblicare questo tipo di informazioni su Internet.
Fino alla pubblicazione del documento realizzato dalla
Electronic
Frontier Foundation, gli esponenti del governo
statunitense
affermavano con convinzione che sarebbero stati
necessari
diversi mesi di calcoli effettuati su sistemi
informatici sofisticatissimi
per decifrare i messaggi protetti dal Des. Dopo la
“messa a nudo” della crittografia governativa, Barry
Steinhardt,
direttore esecutivo della Eff, afferma che “la pretesa
inviolabilità
del Des è stata un argomento utilizzato per
giustificare politiche
di crittografia debole e di ‘key recovery’. È tempo di
avviare
un dibattito serio e ben informato, che porti a
un’inversione
di queste tendenza”. A Steinhardt si aggiunge la voce
di John
Gilmore, cofondatore della Eff e direttore del
progetto anti-
Des: “La Eff ha dimostrato ciò che gli scienziati
avevano intuito
già da vent’anni, e cioè che il Des può essere violato
in maniera
rapida ed economica. Ora che i cittadini lo sanno, non
potranno più essere raggirati con l’acquisto di
prodotti che promettono
di assicurare la privacy con l’utilizzo del Des”. Il
Data
Encryption Standard, che fa uso di “chiavi” a 56 bit,
era stato
progettato da Ibm e modificato dalla National Security
Agency
per essere adottato come standard federale nel 1977.
Nonostante
la sconfitta del Des, ancora oggi lo scontro tra due
diversi
modelli di crittografia continua ad accendere i
dibattiti degli
esperti, e solo il
futuro potrà dirci se da questo confronto uscirà vincente la “privacy per le
masse”, che garantisce la massima riservatezza ottenibile dalla tecnologia, o
la “privacy governati-va”, che lascia comunque aperte delle forme più o meno
pro-tette di controllo da parte di soggetti esterni. Nel 1997 il Pgp, fino a
quel momento un prodotto proprietario, inizia un percorso di sviluppo che lo
porterà a diventare standard aperto. Il risultato di questo processo e’
OpenPgp, un protocollo non proprietario che definisce formati standard per i
messaggi codificati attraverso la crittografia a chiave pubblica, per le firme
digitali e i certificati per lo scambio sicuro di chiavi pubbliche. Nel 1999 il
programmatore Werner Koch inizia lo sviluppo di Gnu Privacy Guard (GnuPG o
Gpg), software libero basato sul protocollo OpenPgp.
Capitolo 12
Il telegrafo tra
tra scienza e avventura
“Il modo in cui,
dopo una saga di otto anni, si è riusciti a realizzare un telegrafo
transatlantico con successo è una delle più grandi imprese di ingegneria di
tutti i tempi”.
Arthur C. Clarke
L’era del telegrafo
inizia nel 1684, quando l’astronomo inglese Robert Hooke pubblica un testo
intitolato Mezzo per far conoscere il proprio pensiero a grande distanza, la
prima descrizione tecnica di un dispositivo ottico per trasmettere segnali a
distanza attraverso segnali visivi con un sistema di torrette. Nel 1690 il
fisico francese Guillaume Amontons sperimenta un sistema di trasmissione aerea
molto simile a quello descritto da Hooke, utilizzato con successo in un
esperimento realizzato al parco del Jardin du Luxembourg.
Per tutto il ’700
molti altri inventori si cimentano in tentativi simili a quello di Amontons, e in
vari Paesi d’Europa vengono sviluppati dei sistemi di telegrafia aerea. Per
l’adozione definitiva e sistematica di questo tipo di sistemi per la
comunicazione a distanza bisogna però aspettare fino al 1793, quando Claude
Chappe costruisce in Francia la prima rete telegrafica del mondo assieme ai
fratelli Ignace, Pierre, René e Abraham.
Il “telegrafo
Chappe” è un sistema di trasmissione aerea basato
su un insieme di
indicatori, detti anche semafori, che cambiando posizione indicano le diverse
lettere dell’alfabeto. Gli operatori, dall’alto delle torri telegrafiche,
osservano con un cannocchiale i messaggi provenienti dalla stazione precedente,
e li ritrasmettono alla stazione successiva, con una “staffetta visiva” che
riesce a coprire grandi distanze in un tempo relativamente breve.
I Chappe elaborano
per il loro telegrafo aereo un vocabolario di 8464 parole, in cui ogni parola
viene individuata indicando il numero della pagina del vocabolario e il numero
della parola all’interno della pagina segnalata.
L’idea del telegrafo
aereo nasce quando i fratelli Chappe sono ancora ragazzi e frequentano due
scuole differenti, osservando che da ognuno dei due istituti può essere visto
l’altro, distante appena qualche centinaio di metri. La necessità aguzza
l’ingegno e i cinque fratelli mettono a punto un sistema di segnalazione visiva
che negli anni successivi verrà ulteriormente perfezionato e sviluppato.
Claude Chappe
realizza il progetto della sua rete telegrafica nel 1790 e il 22 marzo 1792
presenta una petizione all’assemblea legislativa, che delibera l’adozione del
suo sistema di telegrafia aerea sul territorio francese. La prima linea di
collegamento, tra Parigi e Lille, viene inaugurata il primo settembre 1793, e a
partire da questa tratta il telegrafo Chappe si estende per cinquemila
chilometri, con più di 500 postazioni telegrafiche, diventando la più grande
rete del mondo prima dell’introduzione della telegrafia elettrica. Oltre che al
territorio francese, la rete Chappe viene estesa anche all’Italia del Nord
(Torino, Milano, Venezia, Trieste) e alle Fiandre (Anversa, Amsterdam,
Bruxelles).
I Chappe avevano
suggerito che il telegrafo fosse utilizzato per scopi civili, come ad esempio
la diffusione di una gazzetta, ma nonostante le loro raccomandazioni la rete di
telegrafia aerea viene impiegata unicamente per scopi militari, sotto il
controllo del ministero della Guerra e del ministero dell’Interno. L’unica
applicazione civile consentita dalle autorità è la trasmissione rapida dei
risultati della lotteria nazionale. Negli anni a cavallo tra il XVIII e il XIX
secolo, è documentata l’esistenza di numerosi sistemi telegrafici, alcuni dei
quali non vanno oltre il semplice progetto su carta, mentre altri riescono
effettivamente a funzionare. Uno tra i primi sistemi di comunicazioni
elettriche a distanza è il “telegrafo chimico” di Samuel Sommering, costruito a
Monaco nel 1809. Questo sistema è composto da un cavo elettrico per ogni
lettera del-l’alfabeto, le cui estremità sono collocate in contenitori pieni
d’acqua. Trasmettendo corrente elettrica, nell’acqua si formano delle
bollicine, che permettono di stabilire quale lettera è stata trasmessa. Un
altro dei primi sistemi di telegrafia è quello messo a punto nel 1816 ad
Hammersmith (Londra) da Sir Francis Ronald che pubblica più tardi, nel 1823, il
primo documento scritto sulla telegrafia.
Il barone Pavel
Lvovitch Schilling, dell’ambasciata russa di Monaco, applica nel 1825 le
scoperte sull’elettromagnetismo, fatte da Hans Christian Oersted nel 1820, per
realizzare il primo telegrafo magnetico, basato sull’azione magnetica
esercitata dalla corrente elettrica sugli aghi calamitati, dimostrata da
Oersted nei suoi esperimenti.
Schilling era venuto a conoscenza delle scoperte di
Oersted
attraverso André Marie Ampère, lo scienziato noto per
aver
dato il suo nome all’unità di misura della corrente
elettrica. In
uno scritto
pubblicato nel 1820 negli “Annales de Chimie et de Physique”, Ampère suggerisce
di realizzare un apparecchio telegrafico utilizzando degli aghi calamitati come
indicatori e sfruttando l’effetto dell’elettricità sugli aghi magnetici, ma non
mette in pratica la sua idea, e preferisce approfondire lo studio
dell’elettrodinamica e della corrente elettrica. Nel 1825 Schilling riprende il
discorso lasciato in sospeso da Ampère, realizzando un apparecchio composto da
cinque fili collegati ad altrettanti aghi calamitati, che attraverso la
combinazione delle loro posizioni indicano le lettere dell’alfabeto. Nel 1836
William Fothergill Cooke, uno studente inglese di medicina, dopo aver osservato
una copia del telegrafo di Schilling, abbandona immediatamente la carriera di
medico per raggiungere la Gran Bretagna e parlare con un esperto di elettricità
che potesse aiutarlo a mettere in pratica le sue idee. In Inghilterra, Cooke
incontra Charles Wheatstone, professore di fisica al King’s College di Londra,
e i due realizzano un sistema telegrafico basato su indicatori ad aghi, in
maniera analoga a quanto aveva fatto Schilling. Le prime prove vengono
effettuate nel 1837 con un cavo di due chilometri teso tra due stazioni
ferroviarie londinesi, ma i primi successi economici decretano la fine dei
rapporti tra Cooke e Wheatstone, che iniziano a contendersi la paternità del
loro sistema telegrafico.
Negli anni intorno al
1836, mentre Cooke e Wheatstone sviluppano in Inghilterra i loro sistemi di
telegrafia, dall’altro lato dell’Atlantico un giovane statunitense di nome
Samuel Finley Breese Morse cerca con scarso successo un appoggio per la
realizzazione delle sue idee sulle trasmissioni telegrafiche.
Fino a quel giorno
Morse non aveva lavorato come scienziato,
ma come pittore: nel
1825 aveva fondato insieme ad altri artisti un’associazione che un anno più
tardi sarebbe diventata l’Accademia Nazionale di Belle Arti degli Stati Uniti,
e la sua passione per l’arte lo porta a recarsi ripetutamente in Inghilterra.
Nel 1829 Morse raggiunge l’Europa, dove viaggia per tre anni con l’obiettivo di
proseguire i propri studi artistici, migliorare la sua tecnica e visitare le
gallerie d’arte e i musei più famosi. Durante la sua permanenza all’estero era
stato nominato “Professor of the Literature of the Arts of Design”
dall’Università di New York, e nell’ottobre 1832 stava rientrando a casa
dall’Inghilterra per accettare questo incarico, senza sapere che la più grande
ispirazione della sua vita non gli sarebbe arrivata da tre anni di permanenza
in Europa, ma da tre giorni di viaggio che hanno drasticamente cambiato il suo
destino e la storia della scienza. Durante la traversata da Le Havre a New
York a bordo del Sully, Morse si trasforma da pittore in scienziato grazie
all’incontro con Charles T. Jackson, un altro dei passeggeri
dell’imbarcazione. Durante la traversata Jackson descrive i progressi fatti
dalla scienza nei campi dell’elettromagnetismo e della trasmissione
dell’elettricità, e sin da subito il giovane Morse si innamora dell’idea di
poter trasmettere informazioni a distanza utilizzando segnali elettrici. In
pochi istanti il suo amore per le arti cede il passo ad una nuova e più forte
passione: la costruzione di un telegrafo elettrico.
Il 28 settembre 1837
Morse presenta una notifica all’ufficio brevetti di Washington per il proprio
sistema di trasmissione telegrafica. È a questa data che possiamo far risalire
la nascita della telegrafia, o meglio di quella che è diventata la più grande
rete telegrafica mondiale. Negli anni seguenti alle scoperte di Morse tutti i
Paesi dotati di reti telegrafiche adotteranno l’“alfabeto Morse” come standard
di trasmissione dei messaggi.
Parallelamente a
quanto accade tra Cooke e Wheatstone, anche Morse, scienziato dilettante, deve
ricorrere all’aiuto di un professionista per realizzare concretamente le sue
idee: Joseph Henry, il pioniere dell’elettromagnetismo. Anche Morse ed Henry
nel giro di poco tempo iniziano a litigare sulla paternità dell’invenzione
comune. Il sistema di Morse si afferma per la sua semplicità, in quanto
realizzato con un singolo cavo, a differenza dei precedenti apparecchi
telegrafici che usavano più cavi o addirittura un cavo per ogni lettera
dell’alfabeto. Il 24 maggio del 1844 la telegrafia moderna emette il primo
vagito. Samuel Morse invia da Washington a Baltimora il primo messaggio sulla
neonata rete telegrafica: “What Hath God Wrought!”. La frase è tratta dalla
Bibbia, e più precisamente dal Libro dei Numeri, capitolo 23, versetto 23.
Inizialmente i cavi
del telegrafo Morse venivano interrati anziché sospesi in aria, ma attorno al
1843, avendo appreso dalla stampa inglese che le linee telegrafiche di Cooke e Wheatstone
utilizzavano dei pali anziché dei collegamenti sotterranei, Morse decide di
cambiare il sistema di installazione dei fili telegrafici, passando anche lui
ai pali. Una scelta tecnica quanto-mai opportuna, dal momento che con i fili
interrati lo scarso isolamento dei conduttori causava grosse attenuazioni del
segnale telegrafico, che non riusciva ad arrivare più lontano di una decina di
miglia. Sospendendo i fili per aria sulla sommità dei pali, il problema
dell’attenuazione e della dispersione del segnale si riduce notevolmente,
grazie alle buone proprietà di isolamento elettrico dell’aria.
In un primo momento lo sviluppo delle linee
telegrafiche avviene
unicamente via terra, fino a quando due avventurosi
marinai
decidono finalmente di stendere la prima linea
telegrafica
in grado di
stabilire un contatto tra due nazioni attraverso un tratto di mare.
La mattina del 28
agosto 1850 John Watkins Brett, un antiquario in pensione, e suo fratello
minore Jacob salpano da Dover sul battello a vapore Goliath, diretti a Cap
Gris-Nez in Francia, con un rullo spesso 4,5 metri e dal diametro di 2 metri
che fa bella mostra di sé sulla coperta di poppa. Su questo rullo è avvolto il
primo cavo telegrafico sottomarino, lungo 38 chilometri, che ha il compito di collegare
l’Inghilterra alla Francia. I Brett, che avevano ottenuto una concessione dal
governo francese per compiere quell’impresa, non avevano fatto i conti con il
cambiamento delle caratteristiche elettriche del cavo dovuto alla sua
immersione in un mezzo conduttore: l’acqua. L’immersione in mare del cavo,
infatti, introduce un ritardo di propagazione tale da rendere incomprensibili i
primi messaggi trasmessi, con i “punti” che si sovrappongono e mescolano alle
“linee”. Purtroppo non c’è il tempo di provare a trasmettere più lentamente,
poiché gli esperimenti di trasmissione vengono interrotti da un pescatore che
aveva agganciato il cavo con l’ancora della sua barca e, credendo che fosse
d’oro, ne taglia un pezzo da mostrare agli amici.
Il 25 settembre del 1851 i fratelli Brett ci
riprovano, questa volta
con un cavo schermato, isolato e protetto da vari
strati di
rinforzo. A causa del suo rivestimento, il nuovo cavo
pesa trenta
volte più del semplice filo di rame utilizzato due
anni prima,
che era talmente leggero da aver bisogno di pesi di
piombo per
depositarsi in fondo al mare. Il secondo cavo
utilizzato dai Brett
è progettato da Thomas Crampton, un ingegnere
ferroviario
che versa anche la metà delle 15.000 sterline
necessarie per portare
a termine il
progetto. Il grande peso del cavo lo fa srotolare troppo rapidamente, e quando
si arriva alla fine della lunghezza la costa francese è ancora a un chilometro
e mezzo di distanza. Fortunatamente a bordo è presente del cavo di riserva con
cui rimediare un’aggiunta per arrivare fino a terra: l’Europa e l’Inghilterra
sono finalmente unite. Nel 1854 anche la Corsica rompe il suo isolamento, con
due collegamenti telegrafici sottomarini che la uniscono alla Sardegna e
all’Italia. Negli anni successivi all’impresa dei fratelli Brett, l’epopea
della telegrafia sottomarina prosegue con una nuova sfida per l’ingegno
dell’uomo: la creazione di un collegamento telegrafico attraverso l’Oceano
Atlantico.
Il 12 novembre 1856
si riunisce per la prima volta a Liverpool la Atlantic Telegraph Company, nata
dallo spirito di iniziativa del nordamericano Cyrus West Field, animato dal
sogno di stendere un cavo sul fondo dell’ Atlantico per collegare il Nord
America al Vecchio Continente. Field si avvale dei consigli di Samuel Morse e
del tenente Mathew Fontaine Maury, l’oceanografo che ha realizzato le prime
carte delle correnti oceaniche e dei fondali marini, scoprendo tra l’Irlanda e
la provincia canadese di Terranova un altopiano sottomarino che avrebbe potuto
costituire la “base d’appoggio” ideale per il cavo atlantico.
In Inghilterra Field ottiene il sostegno della marina
e del ministero
degi Esteri, mentre al suo rientro in patria il
Congresso
Usa, all’epoca ancora impregnato di sentimenti
antibritannici,
si oppone ferocemente al finanziamento del cavo
atlantico, che
viene approvato in extremis per un solo voto di
scarto. Altri partecipanti
al progetto sono John Brett, l’ingegnere telegrafico
Charles Tilston Bright e il dottor
Edward Orange Wildman
Whitehouse, che con teorie elettriche non adeguate
rischierà
di mandare a monte
l’intero progetto, salvato dal contributo gratuito e volontario di William
Thomson, lo scienziato passato alla storia come Lord Kelvin.
Nel luglio del 1857
il cavo atlantico di Cyrus Field è finalmente realizzato, con una spesa di
224.000 sterline. Ha uno spessore di un centimetro e mezzo, una lunghezza di
4000 chilometri e un peso totale di 2500 tonnellate. La grande massa del cavo
rende necessario ripartire il carico tra le due navi da guerra Niagara e
Agamennone, fornite rispettivamente dalla marina statunitense e britannica. La
mattina del 6 agosto le due navi salpano dalla baia irlandese di Valencia, ma a
8 chilometri dalla costa il cavo si aggancia al meccanismo di srotolamento e si
rompe. L’estremo viene recuperato e agganciato nuovamente al cavo ancora
arrotolato sul Niagara. Tutto sembra procedere tranquillamente, quando dopo
aver teso 539 chilometri di cavo, il meccanismo di srotolamento viene frenato
troppo bruscamente, e la tensione fa spezzare nuovamente il cavo. A Field non
resta che tornare in Inghilterra a cercare nuovi finanziamenti. Nel tempo che
intercorre tra questo insuccesso e il successivo tentativo, William Thomson
porta avanti gli studi sulla telegrafia sottomarina. Un giorno, osservando il
suo monocolo mentre roteava sul tavolo riflettendo la luce sulle pareti della
stanza, Lord Kelvin mette a fuoco l’intuizione che lo porta a realizzare il
galvanometro a specchio, un dispositivo di ricezione senza il quale tutto il lavoro
per il cavo atlantico sarebbe stato inutile.
Nella primavera del 1858 Cyrus Field e compagni
riprovano a
stendere il cavo atlantico, adottando una nuova
tattica: le due
navi partiranno da un punto situato a metà del
percorso, nel
mezzo dell’oceano, dirigendosi una in direzione est e
l’altra in
direzione ovest. Il
10 giugno Niagara ed Agamennone partono dal porto inglese di Plymouth, e a
causa di una tormenta il rendez-vous nel punto intermedio di partenza avviene
solo 15 giorni dopo. Il 26 giugno le due navi iniziano la loro marcia in
direzione opposta, il Niagara verso Terranova e l’Agamennone diretto a Valencia
in Irlanda. Dopo tre tentativi falliti e 450 chilometri di cavo depositati in
fondo al mare, le due navi fanno rientro in Irlanda. L’impresa viene tentata di
nuovo il 29 luglio, e dopo vari giorni di navigazione la mattina del 5 agosto
l’Agamennone arriva in vista della costa irlandese. Poco dopo il suo sbarco, un
segnale proveniente dal Niagara avverte che anche a Terranova sono pronti per
l’attracco. L’Europa e il Nord America hanno finalmente colmato l’abisso che le
separava. Il primo messaggio completo verrà trasmesso solo il 16 agosto, dopo
diversi giorni di prove. Segue poi un saluto della regina Vittoria e un più
umile messaggio di William Thomson, con cui chiede ai colleghi dall’altro lato
dell’oceano: “Dove sono le chiavi delle casse e degli armadi della sala di
strumentazione?”. “Non ricordo” è la laconica risposta. Purtroppo, dopo questi
primi segnali di vita, il cavo atlantico cessa misteriosamente di funzionare.
L’ultimo messaggio viene trasmesso alle 13,30 del primo settembre: 300.000
sterline di capitali privati rimangono mute sul fondo dell’oceano.
Il fallimento del
cavo atlantico suscita scandalo negli ambienti politici e intellettuali. Nel
1861 una commissione del governo inglese porta a termine un rapporto
monumentale iniziato nel 1859, con il quale si dimostra che nonostante
l’insuccesso, la telegrafia sottomarina attraverso l’Oceano Atlantico è
possibile.
Tra i membri della
commissione c’è anche il professor
Charles Wheatstone.
Cyrus Field fa la spola per tre anni tra
Inghilterra e Stati
Uniti, raccogliendo fondi per tentare di nuovo l’unione dell’Europa con
l’America attraverso l’Atlantico. Nel maggio del 1865 viene finalmente
completato un nuovo cavo atlantico di 4183 chilometri, con un peso di 7000
tonnellate, quasi il triplo del cavo utilizzato nel 1857. Questa volta però il
carico non è più ripartito tra due navi, ma affidato al più grande e potente
transatlantico a vapore della storia: il Great Estern, che salpa da Valencia il
pomeriggio del 23 luglio, portando assieme al cavo 8000 tonnellate di carbone e
viveri per 500 uomini, tra cui un vero e proprio zoo: una mucca, una dozzina di
buoi, venti maiali, centoventi pecore e un numero imprecisato di galline, che
devono essere tenuti vivi sull’imbarcazione, dato che siamo ancora lontani dai
giorni della refrigerazione elettrica. Tutta la traversata viene documentata da
William Russell, famoso corrispondente di guerra del “Times”. Il viaggio
inizia senza intoppi, ma il 2 agosto, quando sono già stati depositati i tre
quarti della lunghezza totale del cavo, all’improvviso non arrivano più segnali
dal Great Estern, perduto in mezzo all’oceano. Le comunicazioni si interrompono
per due settimane, e in Inghilterra si arriva a pensare che il transatlantico
sia colato a picco sotto il suo stesso peso. In realtà il collegamento è stato
interrotto per eliminare una sezione danneggiata del cavo, senza premurarsi di
segnalare a terra l’operazione di “rattoppo”. Durante le riparazioni la nave
viene sballottata dal vento, mettendo sotto tensione il cavo, che si spezza,
affondando per 4000 metri nell’Atlantico. Per ben quattro volte il cavo viene
agganciato, ma prima di riuscire ad issarlo a bordo le corde si spezzano.
Nonostante il nuovo
fallimento, Cyrus Field non si arrende. Il
13 luglio 1866 il
Great Estern salpa ancora una volta dalla baia
di Valencia, e
questa volta l’Atlantico viene finalmente domato. La mattina del 27 luglio il
transatlantico fa il suo ingresso trionfale nell’insenatura di Heart’s Content,
nella Trinity Bay.
È la fine di una lunga avventura iniziata otto anni
prima. L’epopea
del cavo atlantico ha avuto anche il suo cantastorie:
nel
libro How the World was One Arthur
Charles Clarke racconta
che
un pugno di pionieri
tenta con successo di tendere un cavo telegrafico attraverso l’Atlantico, e con
il semplice azionamento di un interruttore l’abisso tra Europa e Nordamerica si
riduce da un mese a un secondo. Il modo in cui, dopo una saga di otto anni, si
è riusciti a realizzare un telegrafo transatlantico con successo è una delle
più grandi imprese di ingegneria di tutti i tempi, e perfino oggi questa
avventura ha molte lezioni da insegnarci.
Il primo messaggio
viene spedito il 29 luglio: “Heart’s Content, 27 luglio. Siamo arrivati alle
nove del mattino.Tutto bene. Grazie a Dio, il cavo è stato teso ed è in
perfetto funzionamento. Cyrus W. Field”. Ma Field non si ferma. Vuole
recuperare il cavo andato perso nella spedizione dell’anno precedente.
L’operazione riesce e il secondo cavo atlantico raggiunge Heart’s Content
quattro settimane dopo l’arrivo del primo. È solo l’inizio del lavoro del Great
Estern, che nel corso della sua gloriosa carriera stenderà ben cinque cavi
atlantici.
L’avventurosa stagione delle comunicazioni
telegrafiche dura
per più di un secolo, e si avvia verso il tramonto la
sera del 3
febbraio 1997, quando si spegne il sistema francese di
radiotelegrafia basato sulla trasmissione di messaggi via radio con il codice
Morse. Dopo centocinquant’anni di utilizzo, la Guardia Costiera francese lancia
da Le Conquet l’ultimo messaggio:
“A tutti. Questo è
l’ultimo grido prima del silenzio eterno”. È il canto del cigno del più antico
sistema di trasmissione elettrica. Sulla scia della Francia, poco per volta
tutti i Paesi del mondo iniziano ad abbandonare i vecchi sistemi di
segnalazione telegrafica per passare alle telecomunicazioni satellitari.
Capitolo 13
L’invenzione del
telefono
“Dei suoni prodotti
da un apparecchio alla stazione di partenza possono riprodursi alla stazione di
arrivo; per mezzo di questo strumento si potrà un giorno parlare da Aosta a
Torino, a Parigi, a Londra...”.
Da un articolo del
29 giugno 1865
Il progenitore dei
moderni sistemi per la trasmissione a distanza della voce è un apparecchio
costituito da un semplice filo con le estremità collegate a due membrane, che
possono riprodurre le vibrazioni della voce trasportate dal filo stesso. Ancora
oggi moltissimi bambini riproducono artigianalmente questo “telefono”
rudimentale, utilizzando lattine di pelati o cilindri di cartone. Nel 1850
questo sistema di trasmissione del suono viene utilizzato da due giovani di
Aosta, Ananìa e Innocenzo Manzetti, che si divertono a spaventare i loro amici
con un cappello a cilindo che produce “magicamente” dei suoni senza che nessuno
sia presente nelle immediate vicinanze. Di quegli scherzi esiste ancora una
memoria scritta: un testo di Ananìa Manzetti giunto intatto fino ai giorni nostri,
nel quale gli scherzi dei due fratelli vengono descritti accuratamente:
[Nel 1850] facemmo
uno scherzo ad un nostro nipotino.
Per fargli paura
gridammo in un cappello a gibus
[Un cappello a
cilindo che si può appiattire per portarlo sottobraccio, NdA] e, avvicinandolo
alla guancia del bambino, questo urlò che il cappello gli aveva solleticato il
viso. Allora provammo a parlare tra i denti e ci accorgemmo che il fondo del
cappello vibrava ugualmente. A tale proposito decidemmo di fissare al cappello
una cordicella. Uno teneva la corda fra i denti e l’altro parlava nel cappello
finché la vibrazione arrivò fino alla bocca.
Attaccammo poi un altro cappello ad una corda molto
lunga e, piazzandoci uno in giardino e l’altro in
balcone
e comunicando, ci accorgemmo che la voce risultava
molto chiara. Utilizzammo più volte questo fenomeno
per fare degli scherzi ai nostri amici. Mio fratello
aveva
un teschio. Decapitammo un burattino e mettemmo il
teschio, munito di un berretto bianco, al posto della
testa; il burattino fu piazzato contro la parete di un
corridoio
buio e vicino alla sagoma posammo sul bordo di
una panca un altro cappello. Il gioco consisteva
nell’invitare
il più coraggioso di tutti a raggiungere durante la
notte il manichino e tirare la cordicella che
comunicava
con la camera posta al piano inferiore. Tirata la
cordicella
veniva pronunciata con voce rude la frase: “Che
cosa fai là?!”. Chi s’imbatteva in ciò, non vedendo
altro
che un cappello, si spaventava e impaurito scappava a
gambe levate. Tempo dopo, volendo rendere il gioco più
interessante, sistemammo due specie di contenitori
svasati
assieme ad una pergamena tesa da un cerchio di ferro
bianco. Provammo tale meccanismo utilizzando
anche il cartone al posto della carta pecora. Lo
strumento
fu sperimentato dal pioppo sito nei pressi del
Seminario dei
Cappuccini6 alla Porta Pertuise7, separati da una distanza superiore ai 600
metri.
Dopo questi primi esperimenti goliardici con la
trasmissione
del suono a distanza, Innocenzo Manzetti continua a
lavorare
come geometra, ma nel tempo libero coltiva la passione
per la
scienza e si interessa di meccanica, acustica,
elettricità, idraulica
e astronomia, arrivando perfino a realizzare un automa
meccanico
in grado di suonare il flauto. Con vari stadi
successivi di
perfezionamento, la versione più evoluta dell’automa
di Manzetti
può essere collegata direttamente alla tastiera di un
organo,
attraverso il quale vengono impartiti i comandi
musicali
riprodotti sul flauto. Oggi tutto quello che rimane
dell’automa
di Manzetti è un paio di foto e pochi brandelli: la
carcassa, un
braccio, gli occhi e altri ingranaggi meccanici
sparsi, ma leggendo
i giornali dell’epoca è possibile ricostruire il
funzionamento
della “creatura” di Manzetti. In un articolo
intitolato
Nuove scoperte italiane, pubblicato sull’edizione del
25 luglio
1865 del settimanale “Feuille d’Aoste” si legge che
Questo automa, che è alto come un uomo, e che, se
viene
vestito, se non si vedono i meccanismi interni,
apparirebbe
come una persona vera, è seduto tenendo tra le
mani un flauto, con l’attitudine di una persona pronta
a suonarlo al minimo segno. Si vede nel suo organismo
una ramificazione di molti tubicini di gomma elastica
6 Il luogo
corrisponde all’attuale Rue des Capucins di Aosta. 7 È il luogo dove oggi
sorge l’Istituto Musicale Regionale, in Via Xavier de Maistre.
pieni d’aria
compressa che, come le vene di un uomo, trasportano vita in misura alla
competenza della quale è disposto. Uno solo di questi tubi, che ha poco più di
un centimetro di diametro, mette l’automa in comunicazione con un armonium
fatto apposta per lui dal proprio inventore.
Nel suo laboratorio
domestico Manzetti si diverte a realizzare le invenzioni più svariate: una
macchina per fabbricare la pasta, un sistema di filtraggio per depurare l’acqua
del torrente Buthier che riforniva la città di Aosta, un velocipede a tre
posti, una macchina idraulica impiegata per svuotare i pozzi delle miniere. Ma
l’invenzione che consegna alla storia questo geometra così estroso è un
rudimentale prototipo di telefono, basato su un sistema simile a quello
utilizzato per trasmettere la voce da un cappello a un altro.
La paternità dei
sistemi di trasmissione elettrica della voce a distanza viene spesso attribuita
ad Alexander Graham Bell, o in alternativa al fiorentino Antonio Meucci, ma
esiste un documento nel quale il telefono di Manzetti risulta funzionante già
nel 1865, prima che Bell e Meucci brevettassero le loro invenzioni,
rispettivamente nel 1876 e nel 1871. Il testo in questione è uno scritto di
Edouard Bérard, canonico teologale della cattedrale di Aosta, conservato
nell’archivio storico della Cattedrale.
La data di stesura
di questo testo è sconosciuta, ma
Bérard racconta che
Nel 1863 o 1864
[Manzetti] mi fece parte dell’idea che aveva di trasmettere la parola parlata
per mezzo del telegrafo.
Mi ricordo allora di
avergli detto qualche parola
di sfiducia e di
aver aggiunto il rimprovero che gli rivolgevo sovente, di voler iniziare molte
cose e di non portare nulla a termine. “Ebbene! Vedrai se non ci riesco” mi
disse. Nel 1864, mi fece vedere un prototipo di una macchina per trasmettere i
suoni attraverso il telegrafo. [...] Prima dell’anno 1865 Manzetti ottenne ciò
che mi aveva promesso, cioè di trasmettere con l’elettricità la parola a
distanza. Mi venne a cercare in casa e mi disse:
“vieni a vedere,
Tommaso, non hai visto, ma vieni a toccare con dito” [...] Mi disse tante cose
di cui non ho conservato il ricordo, ma ne rammento una: “Edouard, ci senti?”.
Il telefono di
Manzetti si basa su un semplice principio: se si avvolge un pezzo di materiale
magnetico su un filo elettrico, una variazione di campo magnetico crea una
corrente indotta nel filo, e viceversa una variazione della corrente che scorre
nel filo provoca una variazione del campo magnetico. Per questo motivo Manzetti
costruisce due cavità cilindriche, e in ognuna di esse inserisce una sbarretta
di materiale magnetico sulla quale viene avvolto del filo elettrico. Il tutto viene
chiuso con un “tappo” costituito da una sottile lamina di metallo, che viene
fatta vibrare dalle onde sonore della voce. Avvicinandosi alla sbarretta
magnetica, la lamina vibrante provoca una variazione del campo magnetico con la
creazione di una corrente indotta, che si propaga all’altro capo del filo.
Dall’altra parte del rudimentale telefono di Manzetti avviene esattamente il
processo inverso: la corrente in arrivo genera una variazione del campo
magnetico che fa vibrare la sottile lamina metallica, generando delle onde
sonore.
Una descrizione
dettagliata di questo apparecchio è contenuta in un manoscritto rinvenuto tra
le carte di Manzetti e attribuito a Pierre Dupont, maggiore medico
dell’esercito sardo:
Il telegrafo
parlante era composto da un cornetto a forma di imbuto nel quale si trovava una
lamina di ferro (una piastrina molto sottile) piazzata trasversalmente. Questa
lamina vibrava facilmente sotto l’impulso delle onde sonore provenienti dal
fondo dell’imbuto. Nel cornetto trovava posto anche un ago magnetizzato
infilato in una bobina, posizionato verticalmente rispetto alla lama vibrante e
vicino a questa. Dalla bobina partiva un filo di rame avvolto nella seta il cui
secondo capo si collegava ad una bobina piazzata in un apparecchio identico a
quello già descritto. Da quest’ultimo partiva un ulteriore filo elettrico che
andava a collegarsi al primo. Dunque, se in prossimità della lama del cornetto
si emetteva un suono, questo suono era subito riprodotto dalla lama dell’altro
cornetto. La comunicazione tra le lame delle due cornette avveniva in forza di
un principio che le vibrazioni di una lama di ferro, davanti al polo di un
pezzo di ferro magnetizzato, determinano delle correnti elettriche che durano
quanto dura la vibrazione della lama. In poche parole le onde sonore prodotte
dalla voce, il suono, in un cornetto si trasformano nel-l’apparecchio in onde
elettriche e ridiventano onde sonore nell’altro cornetto.
Molti giornali
dell’epoca parlano del telefono di Manzetti, e la
notizia attraversa
l’oceano per raggiungere anche gli Stati Uniti d’America. Il 19 agosto 1865 su
“L’Eco d’Italia”, giornale in
lingua italiana pubblicato a New York, compare un
articolo in
cui si descrive il telefono valdostano, affermando che
Manzetti trasmette direttamente
le parole per mezzo di un filo telegrafico ordinario con un apparecchio più
semplice di quello che usiamo oggi per scrivere. Oramai due negozianti potranno
trattare istantaneamente dei loro affari da Londra a Calcutta, annunciarsi le
speculazioni, proporle, combinarle. [...] La possibilità di trasmettere per
mezzo dell’elettricità le vibrazioni delle onde sonore prodotte dalle parole,
per la scienza è un fatto acquisito.
Tra i lettori di questo articolo c’è anche Antonio
Meucci, che
aveva sviluppato parallelamente al lavoro di Manzetti
un altro
sistema per la trasmissione del suono. Espatriato in
America nel
1831, Meucci trova lavoro a Cuba come macchinista
teatrale,
ed è proprio nell’ambiente del teatro che studia un
sistema di
trasmissione elettrica della voce, per consentire ai
macchinisti
di scambiarsi ordini a distanza. Trasferitosi nei
dintorni di New
York nel 1845, Meucci apre una fabbrica di candele, la
prima
al mondo a produrre candele di paraffina, e tra i
lavoratori di
questa azienda c’è anche Giuseppe Garibaldi, esule
negli Stati
Uniti dopo essere stato sconfitto a Roma nell’aprile
del 1849
dalle truppe francesi alleate di Pio IX. Nel 1854
Meucci realizza
un primo rudimentale apparecchio telefonico, il
“telettròfono”,
che utilizza due anni più tardi per collegare la
cucina
con la camera da letto della sua abitazione. Dopo aver
letto l’articolo
dell’“Eco d’Italia” Meucci scrive una lettera ad un
suo
conoscente nella
quale descrive i suoi studi per trasmettere la voce a distanza:
Nell’“Eco d’Italia”
del 19 agosto p.p. [1865] ho letto di un nuovo scoprimento che riguarda una
delle mie antiche; ve lo accludo acciò lo possiate esaminare. Io sono stato uno
dei primi che ha lavorato con tutta l’assiduità nel-l’arte dell’Elettricità
come per il Galvanismo all’epoca della sua prima scoperta; allora mi trovavo
all’Avana. Abbandonato questo ramo per le enormi spese, mi dedicai quando venni
agli Stati Uniti ad altri rami, però non l’abbandonai, anzi di quando in quando
facevo qualche saggio di questa bella scoperta, e per mezzo di qualche piccolo
esperimento arrivai a scoprire che un istrumento posto all’udito e coll’aiuto
dell’Elettricità e del filo metallico si poteva trasmettere la parola esatta
tenendo in bocca e stringendo il conduttore fra i denti, ed a qualunque
distanza due persone potevano mettersi in comunicazione diretta tra loro senza
necessità di dovere comunicare ad altri i propri segreti. Ma stante le mie
troppe occupazioni, lo abbandonai coll’idea di comunicarlo a qualche
intelligente compatriota acciò nella nostra bella Italia fossero fatti i primi
esperimenti. [...] Io non posso negare al Sig. Manzetti la sua invenzione, ma
soltanto voglio far osservare che possono trovarsi due pensieri che abbiano la
stessa scoperta, e che unendo le due idee si potrebbe più facilmente arrivare
alla certezza di una cosa così importante. Se mai per combinazione vi trovaste
col detto Sig. Manzetti o con qualche suo amico, vi prego di comunicargli
quanto vi ho detto e ve ne anticipo i miei ringraziamenti.
Pur navigando in
cattive acque dal punto di vista finanziario, Meucci riesce nel 1871 a
brevettare la sua invenzione, ma dopo due anni non riesce più a sostenere le
spese necessarie al rinnovo del brevetto n. 3335 relativo al “sound telegraph”,
che scade nel 1873. La tassa annuale di registrazione del brevetto costava 250
dollari dell’epoca.
Mentre Meucci e
Manzetti sperimentavano i loro apparecchi, anche Alexander Bell scopre che la
voce può viaggiare a cavallo della corrente elettrica. In un pomeriggio di
primavera del 1875, nel laboratorio situato al n. 109 di Court Street a Boston,
Bell si rivolge al suo assistente Thomas Watson pronunciando una frase
destinata a diventara famosa: “Mr. Watson – come here – I want to see you”.
Prima del riconoscimento dei lavori di Meucci e Manzetti, queste parole di Bell
venivano descritte come “la prima telefonata della storia”. Sul sito Web della
Library of Congress, la biblioteca nazionale statunitense, è visibile un foglio
di carta ingiallita dal tempo e datato 10 marzo 1876, che contiene i dettagli
di questa scoperta così come Bell li ha annotati sul suo quaderno di appunti:
Il signor Watson si
trovava in una stanza con il ricevitore. Ha premuto un orecchio a stretto
contatto con [l’armatura dello strumento ricevente] e ha chiuso l’altro
orecchio con la mano. Lo strumento di trasmissione era collocato in un’altra
stanza e le porte di entrambe le stanze erano chiuse. Ho pronunciato la
seguente frase:
“Signor Watson –
venga qui – voglio vederla”. [...] È venuto ed ha affermato che aveva ascoltato
e capito ciò che avevo detto.
Il 7 marzo 1876, tre
giorni prima di questa annotazione, Bell aveva registrato il brevetto n. 174465
relativo al “Bell Telephone”, che passa alla storia come il primo telefono, ma
in realtà è solamente l’apparecchio realizzato dall’uomo che ha dato vita alla
prima rete telefonica mondiale. Il primo (e inizialmente unico) utente del
sistema telefonico di Bell è Charles Williams Jr., che desidera mettere in
contatto la fabbrica di Boston di cui è proprietario con la sua casa di
Somerville, Massachusetts. Il collegamento viene realizzato il 4 aprile 1877. È
l’inizio delle attività di quella che diventerà la American Bell Telephone
Company, assorbita nel 1889 dalla American Telephone and Telegraph Company.
Dopo la
registrazione del brevetto di Bell, Meucci inizia una lunga disputa giudiziaria
per affermare i propri diritti in merito all’invenzione del telefono. Nel 1888
la Corte Suprema di New York assegna a Meucci un tardivo riconoscimento,
decretando che l’inventore italiano aveva realizzato il suo telefono prima di
Bell. Per ironia del destino, Bell ricava dalla sua invenzione gloria e
ricchezze, mentre Manzetti e Meucci muoiono in povertà, il primo ad Aosta il 15
marzo 1877, e il secondo a Long Island il 18 ottobre del 1889. Dopo la
scomparsa di Innocenzo Manzetti, il fratello Luigi fa pubblicare un annuncio a
pagamento sul numero del 28 marzo 1877 della “Feuille d’Aoste”:
“Tutte le persone
che portarono a riparare strumenti musicali o altri oggetti al defunto e
rimpianto meccanico e geometra Innocenzo Manzetti, sono invitate a venire a
ritirarli presso il sottoscritto entro 8 giorni”. La mattina del 4 agosto 1922
l’intera rete telefonica degli Stati Uniti e del Canada viene fermata per
osservare un minuto di silenzio per la scomparsa di Alexander Bell.
Il 30 dicembre 1877
dalla caserma dei vigili del fuoco di palazzo Marino, al centro di Milano,
viene effettuata la prima telefonata italiana, diretta verso la stazione degli
omnibus a Porta Venezia. Nel 1881 vengono accordate in Italia le prime
concessioni telefoniche a imprenditori privati. Le concessioni urbane sono 37,
e in vari casi il permesso di esercitare il servizio telefonico viene concesso
a più di un’impresa. Dieci anni più tardi le concessionarie saranno 56, e gli
abbonati 11.500.
Nel luglio 1945 Arthur Charles Clarke, lo scienziato e
scrittore
noto al grande pubblico per la saga letteraria e
cinematografica
2001: Odissea nello spazio, scrive un articolo dal
titolo
Extra-Terrestrial Relays, che viene pubblicato in
ottobre dalla
rivista “Wireless World”. Nell’articolo si discute la
realizzazione
di una rete di satelliti geostazionari che avrebbero
potuto
essere utilizzati per un sistema globale di
telecomunicazioni. Le
idee rivoluzionarie di Clarke gettano le basi per
l’era delle
comunicazioni via satellite. Nell’articolo si legge
che
un satellite
artificiale ad una distanza opportuna dalla Terra sarebbe in grado di compiere
una rivoluzione della Terra ogni 24 ore, rimanendo stazionario sopra lo stesso
punto, e avrebbe in visibilità circa metà della superficie terrestre. Tre
ripetitori di questo tipo, separati da un angolo di 120 gradi su di un’orbita
opportuna, potrebbero fornire segnali televisivi e comunicazioni radio a tutto
il pianeta.
La profezia di Clarke si avvera nel 1957, quando
l’Unione Sovietica
manda in orbita il satellite Sputnik. Il British Post
Office, la
Canadian Overseas Telecommunication Corporation e la
American Telephone and Telegraph Company firmano nel novembre del 1953 un
contratto per costruire TAT-1, il primo cavo telefonico transatlantico dalla
capacità di 36 canali telefonici, che collega l’Inghilterra a Terranova. Il
cavo viene depositato sul fondo dell’oceano dal Monarch, una nave britannica di
8000 tonnellate, l’unica in grado di trasportare i 4000 chilometri di cavo che
ha al suo interno 120 ripetitori per compensare le attenuazioni del segnale
telefonico lungo il percorso.
Presso i Bell Labs
della At&t, il 12 agosto 1960 un gruppo di ricerca guidato da John Pierce e
finanziato dalla Nasa manda in orbita Echo I, il primo satellite artificiale
per telecomunicazioni, un semplice riflettore passivo da 30 metri di diametro,
che fa rimbalzare da una costa all’altra degli Stati Uniti le onde radio che
raggiungono la sua superficie. A Echo farà seguito nel 1962 Telstar e un anno
più tardi Relay, entrambi dotati di dispositivi attivi di trasmissione.
Il 2 aprile 1965
viene lanciato Early Bird, in seguito ribattezzato Intelsat I, il primo satellite
geostazionario. La generazione Intelsat prosegue negli anni successivi, con
modelli caratterizzati da capacità di trasmissione via via maggiori. Early Bird
è capace di trasportare 240 conversazioni telefoniche simultanee dall’Europa
agli Stati Uniti.
Si arriva così al
1979, anno in cui la compagnia svedese Ericsson lancia sul mercato il primo
telefono cellulare. Nel giro di cinque anni 200.000 svedesi, danesi e
finlandesi decidono di acquistare un “telefonino”, e ancora oggi lo sviluppo di
questa tecnologia sembra inarrestabile.
Capitolo 14
Dallo Sputnik
al ciberspazio
“Per le ‘persone
on-line’ la vita sarà più felice, perché gli individui con i quali dovremo
interagire più di frequente saranno selezionati in base ad interessi e
obiettivi comuni, anziché dal caso o dalla vicinanza”.
J.C.R. Licklider,
1964
L’avventura umana e
scientifica che ha dato vita alla “Rete delle Reti” non può essere ridotta alla
semplice realizzazione di un progetto militare di ricerca: Internet deve la sua
nascita alla passione, all’impegno e allo sforzo coordinato di un grandissimo
numero di studenti, ricercatori, docenti universitari e funzionari pubblici che
hanno saputo spendersi fino in fondo per far uscire i loro computer e le
Università da un atavico isolamento, creando una comunità virtuale dedicata
alla ricerca, allo scambio scientifico e al progresso accademico. Più che una
conquista strategica delle forze armate statunitensi, Internet è stata una
conquista umana e culturale di un gruppo di pionieri che hanno creduto nel
networking quando le Università erano ancora gelosissime del “tempo macchina”
dei propri calcolatori, e parlare di condivisione delle risorse suscitava
grande diffidenza all’interno degli ambienti scientifici.
Tutto comincia nel
1957: il 4 ottobre, per la prima volta nella
storia, la Luna non
è più sola a tenere compagnia alla Terra. Il nuovo satellite che orbita intorno
al nostro pianeta si chiama Sputnik, ed è l’Unione Sovietica a lanciarlo.
Colpiti nell’orgoglio, gli Stati Uniti dedidono di ristabilire la loro
supremazia scientifica e tecnologica. Il 15 ottobre il presidente Dwight
Eisenhower convoca lo Science Advisory Committee, il comitato di consulenza
scientifica presidenziale, e al termine della riunione si decide di nominare uno
“Science Advisor”, un consulente che abbia ampia libertà decisionale e pochi
ostacoli burocratici, per favorire lo sviluppo rapido ed efficiente della
scienza americana. Il 7 novembre Eisenhower annuncia di aver trovato lo
scienziato che fa per lui: si tratta di James R. Killian Jr., presidente del
Massachusetts Institute of Technology. Il segretario della Difesa Neil McElroy
inizia a discutere con Killian sulla creazione di un’agenzia unica per la
ricerca e lo sviluppo scientifico: l’obiettivo è quello di superare la rivalità
e la competizione tra esercito, marina ed aviazione, che fino a quel momento
avevano realizzato, ognuno per proprio conto, dei progetti di ricerca a
compartimenti stagni, facendosi concorrenza a vicenda. La creazione di questa
agenzia unica incontra una fortissima resistenza da parte delle alte gerarchie
militari, restie a sottomettersi ad un’autorità scientifica centralizzata.
Il braccio di ferro tra i militari e McElroy è risolto
dallo stesso
Eisenhower che il 7 gennaio del 1958 richiede
ufficialmente al
Congresso i fondi per la nascita dell’ARPA, Advanced
Research
Project Agency, l’agenzia per i progetti di ricerca
avanzata
che finanzia la sperimentazione nell’ambito del
networking da
cui prende vita nel 1969 ARPAnet, il primo embrione di
quella
che in seguito sarebbe diventata Internet. L’Arpa ha
il pregio
di unire alcuni tra gli scienziati più brillanti degli
Stati Uniti, i
quali mettono a
punto il primo satellite Usa in diciotto mesi. Il primo direttore dell’Arpa è
Roy Johnson, strappato alla General Electric da McElroy. Altri uomini reclutati
per la nascita del-l’Arpa vengono da industrie che hanno contratti con il
Pentagono, come ad esempio Lockheed, Union Carbide e Convair. Nel 1960 uno dei
più grandi progetti di ricerca della storia delle telecomunicazioni prende vita
all’interno della Rand Corporation, azienda statunitense incaricata di fornire
al Pentagono servizi di consulenza. All’interno di questo “Think Tank”, Paul
Baran realizza il primo lavoro di ricerca scientifica sulla commutazione di
pacchetto. Per i suoi studi sulle reti di trasmissione dati, Baran si ispira
alla rete più complessa in assoluto, il cervello umano. Il risultato è un
modello, che battezza col nome di “rete distribuita” (distributed network), basato
sulla ridondanza e la molteplicità dei collegamenti. La duplicazione e la
sovrabbondanza di connessioni del progetto di Baran ricorda quella del cervello
umano, nel quale le funzioni di una parte danneggiata possono essere
rimpiazzate da una nuova connessione realizzata con i neuroni rimasti intatti.
Un’altra idea rivoluzionaria è quella di frazionare i messaggi in diverse unità
elementari di informazione, chiamati “pacchetti” di dati, ognuno dei quali è in
grado di seguire un percorso differente all’interno della rete.
Le proposte di Paul Baran incontrano tre grossi
ostacoli: lo scetticismo
della comunità scientifica, che non riteneva
tecnicamente
realizzabile il progetto, la diffidenza del Pentagono
e del-
l’Air Force Usa, finanziatori delle ricerche Rand, e
l’aperta ostilità
della compagnia telefonica At&t, che dal
piedistallo della
propria superiorità tecnica organizza dei seminari per
far capire
a Baran e colleghi come mai quella rete di
trasmissione dati
non avrebbe mai
potuto funzionare. Per cinque anni Paul Baran realizza dei dettagliatissimi
memorandum scientifici, con i quali vengono demolite una ad una tutte le
obiezioni e le critiche mosse al progetto. Su sollecitazione dello stesso
August Rand, nel 1965 il Pentagono decide di prendere in considerazione la
proposta di rete distribuita, ma è lo stesso Baran a bloccare tutto quando si
accorge che il progetto sarebbe stato affidato alla DCA, la Defense
Communications Agency, agenzia governativa priva di esperienza nel campo delle
tecnologie digitali e caratterizzata da un approccio alle telecomunicazioni di
“vecchio stile”. Il rischio era quello di veder fallire il progetto e creare un
precedente negativo a causa del quale le idee sulla commutazione di pacchetto
sarebbero state scartate definitivamente. La scelta di Baran è quella di
tenere tutto nel cassetto.
Nel luglio del 1961 Leonard Kleinrock dell’Ucla,
University of
California Los Angeles, pubblica
Information Flow in Large
Communication Nets, un testo che getta le basi
statistiche e
matematiche per lo studio del traffico nelle reti
distribuite di
trasmissione dati a pacchetto. L’Arpa affida a
Kleinrock la realizzazione
dell’NMC, Network Measurement Center, il centro
di misurazione della rete situato presso l’Ucla. L’Nmc
diventerà
il primo nodo della futura Arpanet, con il compito di
monitorare il traffico dei pacchetti attraverso i nodi che si sarebbero
via via aggiunti. Nel frattempo il secondo direttore
dell’Arpa,
il generale Austin W. Betts, viene sostituito da Jack
P. Ruina, il
primo scienziato a dirigere l’Arpa dopo un uomo
d’affari e un
militare. Il suo merito maggiore è quello di intuire
il grande
potenziale della “computer science” e delle sue
applicazioni alla
trasmissione dei dati. Nell’autunno del 1962, Ruina accoglie
tra le file dell’Arpa Joseph Carl Robnett Licklider,
conosciuto
anche come “Lick”,
uno studioso di psicoacustica che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo
delle ricerche dell’Arpa, e che prima ancora dell’avvento dei personal computer
riesce a intravedere un futuro in cui l’interconnessione dei calcolatori
elettronici sarà totalmente al servizio dell’umanità.
Le innovative visioni di Licklider sono raccolte in un
saggio
intitolato Man-Computer Symbiosis che ha avuto
grandissima
influenza su molti psicologi e studiosi di informatica
dell’epoca,
un documento storico in cui si afferma esplicitamente
che
tra non molti anni
la mente umana e i calcolatori saranno interconnessi molto strettamente, e
questa alleanza uomo-macchina sarà in grado di pensare così come nessun essere
umano ha mai fatto finora, elaborando dati con prestazioni che sono ancora
irraggiungibili per le macchine con cui effettuiamo attualmente il trattamento
delle informazioni.
Un altro scritto di
Licklider che ha fatto storia è la pubblicazione scientifica intitolata The
Computer as a Communication device , realizzata presso l’Arpa nell’aprile 1968
assieme a Bob Taylor. In questo saggio egli definisce per la prima volta il
concetto di “comunità virtuali” (on-line interactive communities), descritte
come gruppi di persone unite da interessi comuni anziché dalla vicinanza
geografica.
Il primo ottobre del
1962 Licklider viene messo sotto contratto dall’Arpa, che lo strappa al
Massachusetts Institute of Technology.
“Lick” inizia così una “caccia ai cervelli”,
convolgendo
nelle ricerche dell’Arpa tutti i più grandi centri di
ricerca e le
più prestigiose istituzioni universitarie degli Stati
Uniti. Questa scelta condiziona fortemente l’evoluzione di Arpanet, che si
sviluppa al di fuori degli ambienti militari, con il contributo fondamentale di
tutti gli studenti universitari che iniziano ad utilizzare la rete di Arpanet a
partire dal 1969, data di collegamento dei primi due nodi network. Licklider
viene messo a capo di un gruppo di lavoro, da lui battezzato prosaicamente
Intergalactic Computer Network, al quale indirizza nel 1963 un memorandum che
rappresenta la base concettuale di ciò che sarebbe diventata Arpanet. “Lick”
rimane alla guida dell’IPTO (Information Processing Techniques Office) fino al
1965, quando viene sostituito da Ivan Sutherland. Le idee rivoluzionarie di
Licklider non lasciano l’Arpa assieme a lui, e il loro impatto sul lavoro degli
anni a venire è determinante per la nascita di Arpanet.
Nel 1965 Paul Baran aveva ormai messo nel cassetto il
suo progetto
di rete distribuita, costato cinque anni di lavoro.
Parallelamente
Donald Watts Davies, un fisico del British National
Physical Laboratory, sviluppa a Londra delle teorie
sul
networking molto simili a quelle di Baran. Dopo aver
macinato
le sue idee per alcuni mesi, nella primavera del 1966
Davies
dà una presentazione pubblica del suo lavoro,
illustrando nei
dettagli una rete distribuita analoga a quella
concepita da
Baran. Davies descrive l’inoltro di messaggi,
suddivisi in tanti
“pacchetti”, all’interno di una rete digitale. Alla
fine della conferenza
viene avvicinato da un funzionario del ministero della
Difesa Usa che gli segnala gli studi effettuati dalla
Rand Corporation,
di cui Davies non aveva mai sentito parlare. Baran e
Davies avevano raggiunto le stesse conclusioni a un
continente
di distanza, arrivando a coincidere perfino sulla
dimensione
dei pacchetti, sulla velocità di trasmissione e
sull’utilizzo di una
regola di
instradamento (routing) che fosse adattativa, in maniera da inviare i pacchetti
all’interno della rete tenendo conto istante per istante della situazione dei
nodi adiacenti e della congestione dei collegamenti. La scelta del termine
“Packet Switching” (Commutazione di Pacchetto) per battezzare questa tecnologia
di trasmissione dati si deve a Davies, mentre Baran aveva descritto le stesse
cose con un termine più prolisso: “Distributed Adaptative Message Block
Switching” (Commutazione Distribuita Adattativa a Blocchi). Nel 1966 Robert
Taylor sostituisce Ivan Sutherland alla guida dell’Ipto, l’ufficio Arpa di cui
J.C.R. Licklider era l’indiscussa “guida spirituale”. Le idee sul networking
seminate negli anni precedenti da “Lick” sono finalmente mature, e a Taylor
bastano solo venti minuti di colloquio per ottenere da Charles Herzfeld, il
quarto direttore dell’Arpa, un finanziamento da un milione di dollari per un
progetto di rete distribuita. Il 3 dicembre 1993 la rivista “Time” pubblica un
articolo di Philip Elmer-Dewitt intitolato La prima nazione nel ciberspazio,
che dà vita alla leggenda di una rete militare costruita con la precisa
intenzione di mettere gli Stati Uniti in condizioni di affrontare una guerra
termonucleare, disponendo di una rete di comunicazioni in grado di sopravvivere
ad un eventuale bombardamento.
I mezzi di informazione accettano acriticamente e con
rapidità
questa visione semplificata e riduttiva della storia
di Arpanet,
che viene smentita da una lettera mai pubblicata
inviata al
“Time” da Robert Taylor. In realtà le reti a
commutazione di
pacchetto e la realizzazione di Arpanet sono solamente
due tra
i tanti progetti di ricerca di base portati avanti
dall’Arpa in quegli
anni, senza intuirne sin da subito i potenziali
utilizzi, e non
un sistema di comunicazione
espressamente progettato per uno scenario postnucleare.
Charles Herzfeld
racconta la nascita di Arpanet in un articolo pubblicato su “Scientific
American” nel settembre ’95:
Arpanet non nacque
per assicurare le comunicazioni militari in caso di guerra nucleare – questa è
un’impressione sbagliata abbastanza comune – ma piuttosto per collegare
computer e ricercatori delle Università, assistendoli nel condurre ricerche sui
calcolatori e sulle reti di comunicazione, e per usare questi computer nelle
ricerche di base. Certamente eravamo consapevoli delle applicazioni potenziali
di Arpanet per la sicurezza nazionale, ma gli sforzi per usare tale tecnologia
a questo fine vennero solo molto dopo8.
Taylor vuole a tutti i costi che a capo di questo
progetto ci sia
Larry Roberts, un ricercatore che riesce a strappare
al Lincoln
Laboratory soltanto dopo una “caccia all’uomo” durata
varie
settimane. Al termine di questo inseguimento è lo
stesso direttore
del Lincoln Lab a pregare Roberts di accettare la proposta
di Taylor, per non incrinare i rapporti con l’Arpa,
che forniva
ai Laboratori Lincoln più della metà dei suoi
finanziamenti
totali. Al Lincoln Lab, sempre all’interno di un
progetto finanziato
dall’Arpa, Roberts aveva supervisionato uno dei primi
esperimenti di collegamento remoto tra due computer,
diventando
così il candidato naturale per la nuova impresa
concepi
8 Cfr. Charles Herzfeld, The Immaterial
World, “Scientific American”, settembre
1995, p. 214.
ta da Taylor. Nel
dicembre ’66 Larry Roberts fa il suo ingresso negli uffici dell’Arpa.
Durante i primi mesi
del 1967 Roberts organizza due incontri, in cui si danno appuntamento tutti i
rappresentanti dei maggiori centri di ricerca e organismi universitari del
settore informatico. Il mondo accademico non è ancora pronto per abbracciare lo
spirito delle reti distribuite e, nel primo di questi due appuntamenti, molti
ricercatori non vedono di buon occhio l’idea di dover aprire all’esterno i
propri centri di calcolo per condividere con altri le proprie risorse, già fin
troppo scarse. Alcuni però hanno la vista più lunga e decidono di dare il
proprio contributo all’idea di Roberts. Tra i sostenitori del progetto di rete
descritto da Roberts troviamo Doug Engelbart e l’intero “Augmentation Research
Center”, il gruppo di ricerca dello Stanford Research Institute che in quegli
anni stava sperimentando sotto la guida di Engelbart nuove forme di interazione
tra l’uomo e i computer. Engelbart e soci realizzano NIC, Network Information
Center, il primo centro amministrativo della rete che più tardi prenderà il
nome di InterNIC (Internet Network Information Center). Sulla scia dello
Stanford Institute, col passare del tempo nasceranno altri NIC, per gestire in
maniera decentralizzata servizi di documentazione e assistenza, relativamente
alla struttura della rete e alla gestione dei “nomi di dominio” con i quali
vengono identificati i computer collegati a Internet.
Wesley Clark, un altro dei partecipanti agli incontri
organizzati
da Roberts, dà un contributo importante alla
realizzazione
di Arpanet proponendo di non collegare direttamente i
calcolatori
tra loro: nel 1967 i modelli di computer in
circolazione
sono talmente
diversi l’uno dall’altro che spesso anche calcolatori prodotti dalla stessa ditta
richiedono enormi sforzi di programmazione e numerose modifiche all’hardware
per essere in grado di comunicare. Clark suggerisce di utilizzare una
sotto-rete di computer tutti uguali e compatibili, dedicati esclusivamente alle
funzioni di trasmissione e ricezione dei dati. In questo modo i computer della
sottorete avrebbero parlato tutti lo stesso “linguaggio”, senza problemi di
compatibilità, e ogni nodo della rete avrebbe dovuto imparare solamente il
linguaggio della sottorete anziché quello di tutti gli altri nodi a cui sarebbe
stato connesso. I computer interposti tra i calcolatori universitari e la rete
di comunicazione vera e propria vengono battezzati col nome IMP, Interface
Message Processor. In un incontro successivo, promosso dall’Association for
Computing Machinery, Roberts presenta il primo documento su Arpanet. Tra gli
altri oratori troviamo Roger Scantlebury, del team di Donald Davies, che
presenta il lavoro sulle reti a commutazione di pacchetto realizzato al
National Physical Laboratory. Attraverso Scantlebury, Roberts viene anche a
conoscenza del lavoro di Paul Baran, che in seguito verrà contattato per unirsi
al gruppo in qualità di consulente. Grazie a questa serie di incontri, i pezzi
del mosaico iniziano a comporsi. Dopo anni di ricerche solitarie, un progetto
comune di ricerca riunisce tutti gli ingredienti fondamentali per la nascita
del primo embrione di Arpanet: la visione di Licklider, l’iniziativa di
Roberts, il team di Engelbart, le risorse dell’Arpa, gli strumenti tecnologici sviluppati
da Davies e Baran, gli studi teorici sulla statistica delle reti distribuite
sviluppati da Kleinrock, l’idea di Clark per risolvere i problemi di
compatibilità.
Nel corso del 1968
Larry Roberts rilascia un documento nel
quale si definiscono
le specifiche degli Imp, che viene inviato
a 140 aziende interessate alla costruzione di questi
fondamentali
componenti della rete. Nel testo di Roberts vengono
riorganizzati
con ricchezza di dettagli tutti i contributi teorici e
tecnologici
realizzati sin dai primi anni ’60 da Baran, Davies,
Kleinrock e Clark. L’Ibm è tra i primi a rispondere
alla “Request
For Proposal” divulgata da Roberts, sostenendo che una
rete
del genere non avrebbe mai potuto essere realizzata, a
causa del-
l’enorme costo da sostenere per l’acquisto dei
computer necessari
a far funzionare ogni nodo della rete. Non è dello
stesso
parere la Bolt, Beranek and Newman (Bbn), piccola
ditta di
Cambridge, Massachusetts, alla quale viene appaltata
la realizzazione
dei primi Interface Message Processors con un
contratto
da un milione di dollari. La Bbn nasce nel 1948 come
azienda di consulenza per la progettazione
dell’acustica in teatri
e sale cinematografiche. Saranno proprio gli studi
sull’acustica
ad attirare J.C.R. Licklider in questa ditta, dove
lavora per
alcuni anni a partire dal 1957, permeando l’ambiente
della sua
passione per i computer e costringendo i soci della
Bbn ad
acquistare il primo esemplare di Pdp-1, uno dei grossi
“bestioni”
informatici dell’epoca. L’azienda si trasforma in un
prolifico
centro di ricerca sulle tecnologie informatiche, al
punto da
meritare il soprannome di “terza Università” di
Cambridge
accanto al Mit e Harvard. Quando il documento di
Roberts
arriva alla Bbn nell’agosto 1968, Frank Heart viene
incaricato
di mettere insieme un gruppo di ricerca in grado di
realizzare
il primo Imp rispettando le scadenze fissate
dall’Arpa. Attorno
ad Heart si riuniscono gli “Imp guys”, i “ragazzi
dell’Imp”: Dave
Walden, esperto di sistemi in tempo reale, Severo
Ornstein,
mago dell’hardware, Bernie Cosell, capace di scovare
qualsiasi
errore di programmazione, Will Crowther, appassionato
di
matematica in grado
di produrre programmi piccoli e complessi al tempo stesso. Gli “Imp guys” si
buttano a capofitto nel lavoro di programmazione del primo Interface Message
Processor. La passione di questi scienziati è talmente grande da diventare una
vera e propria “febbre” che nelle ultime fasi del progetto spinge il gruppo a
trasformare la Bbn in una seconda casa, nella quale trascorrere notti insonni
accanto all’Imp, accompagnando la “gestazione” da cui sarebbe nato questo
storico dispositivo.
A cavallo tra il
1968 e il 1969 il gruppo è impegnato in un’estenuante corsa contro il tempo,
cercando di concludere il loro febbrile lavoro per la realizzazione dell’Imp
numero uno nei termini previsti dal contratto Arpa. Contemporaneamente, nelle
sedi universitarie destinate a ospitare i primi nodi Arpanet si lavora
altrettanto intensamente per mettere in grado i computer universitari di
collegarsi agli Imp, e di conseguenza a tutto il resto della rete, secondo le
specifiche stabilite dalla Bbn. Steve Crocker, del gruppo di ricerca di Leonard
Kleinrock all’Ucla, scrive il “Request For Comments” (RFC) numero uno,
intitolato “Host Software”, un documento nel quale si descrivono i “protocolli”
di connessione tra due computer, vale a dire le regole per stabilire uno
scambio di dati fra due calcolatori diversi connessi a due Imp uguali. I
documenti Rfc sono proposte di innovazioni tecniche, “richieste di commenti” da
sottoporre ad approvazione, e riflettono la natura originaria della rete, priva
di una qualsiasi autorità centralizzata e aperta alle proposte di chiunque
voglia sottoporre le proprie idee ai commenti altrui.
Lo spirito di questi documenti si deve
all’impostazione data da
Crocker, che scrive l’Rfc numero uno nel bagno della
casa che
condivideva con altri
studenti, cercando volutamente di utilizzare uno stile aperto e informale, in
grado di invogliare chiunque a collaborare per lo sviluppo delle specifiche
tecniche di questa rete ancora in incubazione. La nascita di questi documenti è
raccontata dallo stesso Crocker nell’Rfc 1000 dal titolo “The Beginning of the
Network Working Group from The Origins of RFCs”, un numero speciale richiesto a
Crocker da Jon Postel, curatore dei Request For Comments, scomparso nel 1998.
Lo stile aperto di questi documenti viene apprezzato da tutte le università che
lavorano al progetto di rete promosso dall’Arpa. Si crea così un clima di intensa
cooperazione interuniversitaria, nel quale prende vita il Network Working Group
(NWG), il gruppo di lavoro all’interno del quale, col meccanismo delle Rfc,
nasceranno le soluzioni tecnologiche e gli standard che sono alla base degli
attuali servizi Internet.
Il 30 agosto 1969 l’Imp numero uno parte dai
laboratori Bbn,
al numero 50 di Moulton Street, per arrivare in aereo
all’Ucla,
University of California Los Angeles: il primo
embrione della
futura Internet è un computer senza hard disk, senza floppy
(non erano ancora stati inventati), con soli 12K di
memoria a
nuclei di ferrite. Il codice di sistema necessario al
funzionamento
dell’Imp numero uno occupa più di mezzo miglio di
nastro perforato (circa 800 metri). L’intenso lavoro
realizzato
all’Ucla nelle settimane precedenti dà i suoi frutti.
Il primo settembre,
nel weekend del Labour Day, iniziano le prime prove
di funzionamento. Nel giro di un’ora il Sigma-7
dell’Ucla e
l’Imp numero uno iniziano a scambiarsi dati e a
colloquiare
come due vecchi amici che si conoscono da sempre. Il
primo
ottobre 1969 l’Imp numero due raggiunge lo Stanford
Research
Institute in California, a Menlo Park: è questa la
data a cui
si fa ufficialmente risalire la nascita di Internet.
La visione condivisa da Licklider, Baran, Davies, Roberts e tutti i pionieri di
Arpanet diventa finalmente realtà. Iniziano i primi esperimenti di collegamento
con l’Università di Los Angeles, e il nucleo della rete si estende con due
nuovi nodi: a novembre il terzo Imp collega l’Università di Santa Barbara al
nodo dell’Ucla, e un mese più tardi si unisce alla rete anche l’Università
dello Utah, che viene collegata allo Stanford Institute tramite l’Imp numero
quattro.
All’inizio del 1970,
Leonard Kleinrock, osservando una delle prime mappe di Internet, dice al suo
amico Larry Roberts: “Sai, Larry, questa rete sta diventando troppo complessa
per essere disegnata sul retro di una busta”. Per una curiosa coincidenza, nel
1972 la mappa logica della rete ha proprio la forma di una busta per lettere.
Roberts, raccogliendo il suggerimento di Kleinrock, decide di rivolgersi ad una
ditta di consulenza per informatizzare l’operazione di censimento dei nodi e
disegnare le successive mappe della rete, utilizzando un computer anziché i
disegnini fatti a mano su fogli volanti di carta. Fogli che fino ad allora
erano più che sufficienti a tracciare una mappa di quello che sarebbe diventato
il più grande sistema informatico della storia.
Nel giro di pochi
mesi, un’idea che all’inizio appariva come una fantasia partorita da un gruppo
di eccentrici scienziati si trasforma nel punto di partenza per quella che
diventerà una vera e propria rivoluzione del nostro modo di comunicare.
Capitolo 15
I primi vent’anni
della rete
“Qualunque
tecnologia sufficientemente evoluta non è distinguibile dalla magia”.
Arthur C. Clarke
Il motore principale che nei primi anni di vita della
“rete delle
reti” spinge i programmatori verso la ricerca e lo
sviluppo di
nuovi strumenti per l’utilizzo di Internet non è la
prospettiva
di un guadagno economico, ma la voglia di scambiare
con altre
persone conoscenze e programmi da realizzare in base
alle loro
stesse esigenze. Un mondo dove migliaia di persone
possono
contattarmi attraverso la posta elettronica è indubbiamente
un
mondo con una comodità in più, e la molla che spinge i
pionieri
di Internet a scrivere programmi migliorandoli di
continuo
e mettendoli a disposizione gratuitamente è proprio la
voglia di utilizzare nuovi servizi e nuove comodità.
Dietro i primi
prodotti dell’intelligenza collettiva della rete non
ci sono
strategie commerciali o manovre finanziarie, ma
solamente la
voglia di utilizzare un nuovo strumento di
comunicazione nel
modo più semplice ed efficace. Scrivere un programma
che permetta
di comunicare con gli altri attraverso la rete è un
lavoro
che richiede parecchio tempo ed energia mentale, ma i
fondatori
di Internet vengono ripagati abbondantemente per
questo
investimento con un enorme accrescimento della
conoscenza,
un’espansione
dell’intelletto che i primi utenti/sviluppatori/ programmatori hanno
sperimentato con successo grazie all’interazione con gli altri centri
universitari e le altre organizzazioni scientifiche che dal 1969 in poi sono
“entrate in rete”. Mettere i computer in grado di scambiarsi segnali elettrici
è stato solo il primo passo verso la creazione di quel sistema informativo
distribuito che oggi chiamiamo Internet. Il lavoro gratuito e volontario di
tantissime persone ha contribuito, nei primi anni di vita di Internet, a
migliorare l’interazione tra gli essere umani e la macchina, sviluppando nuovi
sistemi di accesso alle informazioni, che nel corso degli anni sono diventati
sempre più semplici nelle modalità di uso e sempre più sofisticati nella logica
di funzionamento. Senza questa attenzione al rapporto tra l’uomo e il
calcolatore probabilmente i computer di Arpanet e di Internet avrebbero
continuato solamente a parlarsi tra loro, utilizzando un linguaggio
comprensibile solo a pochi addetti ai lavori, senza poter “parlare” e
interagire con la gente comune.
A partire dalla realizzazione del primo embrione di
Arpanet,
tutti i ricercatori, gli scienziati e gli studiosi
coinvolti nella
gestione dei primi nodi della rete hanno iniziato a
sviluppare
nuovi protocolli (regole di trasmissione dei dati) e
nuovi servizi
telematici, tra i quali il più noto è indubbiamente il
servizio
di posta elettronica (electronic mail o email). Lo
sviluppo di
Internet non sarebbe stato possibile senza il drastico
cambiamento
di mentalità introdotto dallo spirito di gratuità,
condivisione
e collaborazione che ha permeato la rete sin dai suoi
esordi. Contro la segretezza dominante nei grandi
centri accademici,
gelosi dei successi altrui, e contro i vincoli del
copyright
e dei brevetti industriali sul software, utilizzati
dai grandi
colossi
dell’informatica per affermare i propri prodotti e realizzare profitti, la
comunità dei primi pionieri della rete ha saputo affermare uno stile di lavoro
vincente, caratterizzato dalla ricerca del massimo profitto intellettuale
(indipendentemente dal profitto economico), dalla collaborazione spontanea e
dalla condivisione dei risultati positivi ottenuti, che aveva come
contropartita la condivisione delle difficoltà e dei problemi relativi all’utilizzo
della rete.
L’obiettivo comune
che ha saputo aggregare gli sforzi di tantissime persone sparse per il mondo e
unite da un filo di elettroni non era l’affermazione dei propri interessi
particolari, ma la realizzazione collettiva di una rete sempre più utile ed
efficiente. In questa ottica ogni programma realizzato e messo a disposizione
degli altri non è un potenziale prodotto commerciale da affermare a scapito
delle concorrenza, ma un libero contributo che sarebbe stato ripagato dalla
possibilità di utilizzare il lavoro prodotto dagli altri.
Uno sguardo
panoramico sulle principali tappe che hanno caratterizzato lo sviluppo iniziale
di Internet negli Stati Uniti e nel resto del mondo può essere utile per capire
che sin dall’inizio la rete non è stata concepita come uno spazio commerciale,
ma come una risorsa comune di tutti gli utenti, una “zona franca” come il mare,
che appartiene a tutti e che tutti hanno il dovere di migliorare e di
preservare.
Dopo numerosi incontri e dozzine di Rfc, il Network Working
Group, nato dalla collaborazione tra le Università
collegate ad
Arpanet, nel 1970 definisce il Network Control
Protocol l’insieme
di regole necessarie per far parlare tra loro due
“host”,
ovvero due computer collegati alla rete tramite gli
Imp. In quel-
l’anno la definizione di uno standard di comunicazione
uguale per tutti diventa ancora più necessaria, dato che ai quattro nodi
iniziali di Arpanet si aggiungono anche i nodi della rete situati presso la
Bbn, il Mit, la Rand, la System Development Corporation e Harvard.
Nel 1971 il numero
delle istituzioni collegate ad Arpanet sale a quindici, con uno sviluppo sempre
più rapido. In quell’anno un ricercatore della Bolt, Beranek & Newman, Ray
Tomlinson, spedisce il primo messaggio di posta elettronica della storia. In
un’intervista rilasciata allo storico della rete Ian R. Hardy, Tomlinson
confessa di non ricordare il testo di questo storico messaggio: “lo inviai a me
stesso su di un altro computer e il testo era qualcosa come ‘qwertyuiop’ oppure
‘testing 1-2-3’”. Nel secondo messaggio Tomlinson propone di utilizzare per
gli indirizzi di posta elettronica una “chiocciolina” (@) che separa il nome
dell’utente dal nome del “server”, il calcolatore incaricato della ricezione
dei messaggi.
Lo standard
ufficiale dell’email viene elaborato nel corso degli anni attraverso varie
tappe, l’ultima delle quali è la Rfc 821 del-l’agosto 1982, con la quale si
definisce SMTP, Simple Mail Transfer Protocol, il protocollo di trasmissione
dei messaggi email tuttora in uso.
NCSA, il National
Center for Supercomputing Applications dell’Illinois, sviluppa nel 1972
l’applicazione Telnet, che permette di utilizzare a distanza un calcolatore
collegato in rete. In quell’epoca si è ancora ben lontani dalla nascita
dell’Html e dei “siti” Web multimediali, e Telnet, in questi tempi
pionieristici, diventa lo strumento preferenziale per accedere a risorse di
calcolo o ad archivi di dati disponibili sulla rete, o meglio sulle reti locali
universitarie che aggregandosi formavano Arpanet.
Nello stesso anno,
durante l’International Conference on
Computer
Communications che ha luogo a Washington in ottobre, ricercatori di vari Paesi
si danno appuntamento per assistere a una dimostrazione della commutazione di
pacchetto su Arpanet. È a questa circostanza che si fa risalire il primo
utilizzo della parola “Internet”. In seguito a questo incontro viene costituito
un gruppo di lavoro internazionale che prende il nome di INWG, International
Network Working Group, la cui guida è affidata a Vinton Cerf.
Tra gli italiani
presenti alla conferenza c’è anche Gesualdo Le Moli, che più tardi occuperà la
cattedra di elettrotecnica al Politecnico di Milano, cercando invano di
costringermi ad imparare vita, morte e miracoli dei motori trifase, che a dispetto
della mia laurea continuano ad essere un esoterico mistero ai miei occhi.
Nel 1973 Robert
Metcalfe e David Boggs al Palo Alto Research Center della Xerox sviluppano
Ethernet, un sistema di connessione per reti locali che in poco tempo diventa
uno standard di fatto. Il ’73 è anche l’anno in cui Arpanet cessa di essere una
rete statunitense per diventare una rete internazionale: i primi due nodi a
essere collegati sono l’University College di Londra e il Royal Radar
Establishment della Norvegia. Nel frattempo Larry Roberts realizza presso
l’Arpa il primo programma di gestione della posta elettronica, chiamato RD (per
“read”)
Il 1974 è segnato dal determinante contributo di
Vinton Cerf
e Robert Kahn, che sviluppano il protocollo TCP
(Transmission
Control Protocol) per la comunicazione tra computer
remoti, adottato da Arpanet nel 1983. Il contributo di
Cerf è
documentato nell’articolo A Protocol for Packet
Network Intercommunication,
realizzato assieme a Robert Kahn e pubblicato
sulle “Transaction on Communications”
dell’IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers). La
nascita del Tcp va ben oltre la semplice innovazione tecnologica: grazie a
questo nuovo standard di trasmissione dei dati sulle reti a pacchetto è
possibile mettere in collegamento tra loro reti di diversa natura, attraverso
dei “ponti” (gateways), che utilizzano il minimo denominatore comune del Tcp
per consentire lo scambio di pacchetti da una rete ad un’altra di tipo
differente. Parallelamente allo sviluppo del nuovo protocollo, iniziano i
primi esperimenti per l’estensione dell’Arpanet attraverso collegamenti
satellitari e reti “Packet Radio”, dove i pacchetti non viaggiano attraverso i
cavi ma nell’etere, cavalcando le onde radio. Questi esperimenti culminano in
una dimostrazione del 1977, nella quale vengono fatti viaggiare pacchetti da un
continente all’altro attraverso Arpanet, su reti satellitari e su reti Packet
Radio. Nel 1978 il Tcp diventa ufficialmente TCP/IP (Transmission Control
Protocol – Internet Protocol). Vengono separate le funzioni di instradamento
dei pacchetti nella rete, riservate all’IP, da quelle di frammentazione e
ricostruzione dei messaggi completi a partire dai singoli pacchetti, assegnate
al Tcp.
A partire dall’installazione dei primi due nodi della
rete, Arpanet
continua a espandersi e la creazione di nuovi nodi
della rete
procede con un ritmo frenetico. Lo sviluppo sociale
della rete
segue di pari passo quello tecnologico, e gli utenti
iniziano a
trasformare questa struttura di collegamento militare
in un
gigantesco ufficio postale per comunicazioni
personali. Il 7 giugno
1975 Steve Walker, dall’Information Processing
Techniques
Office dell’Arpa, annuncia con un messaggio email la
nascita del primo gruppo di discussione della rete, il
Message
Services Group, più tardi abbreviato in MsgGroup. I
temi
affrontati da questa
prima “comunità virtuale” erano gli aspetti tecnici legati all’invio della
posta elettronica, la lunghezza degli header (i blocchi di testo usati come
intestazioni per “imbustare” le email) e la definizione di nuovi standard per
la creazione di programmi dedicati alla gestione della posta elettronica. A
partire dal 1975, su Arpanet la messaggistica inizia a proliferare con un ritmo
incontenibile. Nasce la prima mailing list non tecnica, dedicata agli amanti
della fantascienza (Sf-Lovers). Parallelamente il lavoro collettivo e
volontario di numerosi studenti, ricercatori e programmatori collegati ad
Arpanet produce una serie ininterrotta di documenti Rfc che definiscono gli
standard per tutti i servizi Internet che conosciamo oggi. Mike Lesk dei Bell
Labs At&t crea e distribuisce gratuitamente nel 1976 il programma
Unix-To-Unix-Copy (UUCP) che viene utilizzato tra l’altro anche nei Paesi in
via di sviluppo per connessioni semplici ed economiche a Internet. Nel nord del
mondo, invece, UUCP viene impiegato per consentire la nascita di Usenet, un
sistema distribuito di messaggistica basato su gruppi di discussione
(Newsgroups).
Nel luglio del 1977
il gruppo Inwg di Vinton Cerf e Robert Kahn dà una dimostrazione pubblica delle
potenzialità di Arpanet e della commutazione di pacchetto, realizzando un
collegamento dati costituito da canali radio, tratte satellitari e connessioni
terrestri intercontinentali. È solo in seguito a questa dimostrazione che
l’esercito statunitense inizia a prendere sul serio Internet. Questa è la
cronaca dell’avvenimento fatta dallo stesso Cerf:
Jim Mathis era sulla
San Francisco Bayshore Freeway, e
guidava un furgone
che aveva al suo interno un sistema Packet Radio installato su di un LSI-11 e
collegato ad un gateway sviluppato da Virginia Strazisar della Bbn. Ginny
stava monitorando il gateway e aveva modificato appositamente il routing del
sistema. Il collegamento proseguiva sull’Atlantico attraverso un collegamento
satellitare punto-punto, raggiungendo la Norvegia e successivamente Londra
tramite linee terrestri, ritornando indietro sulla rete atlantica di
comunicazioni satellitari a pacchetto (Satnet), attraverso un sistema Single
Channel Per Carrier (SCPC), che aveva stazioni terrestri a Etam, West Virginia,
Goonhilly Downs in Inghilterra e Tanum in Svezia. Le stazioni terrestri Satnet
dell’Italia e della Germania a quell’epoca non erano ancora collegate. Ginny
era responsabile del gateway tra la rete Packet Radio e Arpanet e di quello tra
Arpanet e Satnet. Il traffico dati arrivava dall’unità mobile sulla rete Packet
Radio, attraversando Arpanet e utilizzando un collegamento satellitare interno
punto-punto con l’University College di Londra, tornando indietro su Satnet e
nuovamente su Arpanet, e da Arpanet all’USC Information Sciences Institute, su
una delle loro macchine DEC KA-10. [...] I pacchetti viaggiarono su di un
anello lungo 94.000 miglia, mentre utilizzando la sola Arpanet avremmo potuto
avere un percorso di sole 800 miglia. Non perdemmo un bit!
Nel 1979 Tom Truscott e James Ellis della Duke
University,
assieme a Steve Bellovin, dell’University of North
Carolina, sviluppano
negli Stati Uniti la prima versione del sistema di
messaggistica
Usenet, “Unix uSErs NETwork”, distribuendo
gratuitamente i programmi necessari per partecipare alle discussioni
telematiche. Dieci anni più tardi milioni di persone sparse in tutto il mondo
faranno parte della comunità elettronica dei “Newsgroup”, i gruppi di
discussione Usenet, nei quali si svolge un dibattito telematico collettivo a
cui partecipano numerosi centri universitari che non potevano permettersi i
costi legati all’installazione di un nodo Internet. Definita in un primo
momento “a poor’s man Internet” (l’Internet dei poveri), Usenet si arricchisce
ben presto di una propria cultura e di una fisionomia creativa e partecipativa,
che arricchiscono Arpanet a partire dal 1981, anno di incontro tra le due
reti. Il collegamento dei primi due nodi Usenet avviene proprio tra le
Università di Tom e James, e all’inizio del 1980 ai due nodi “unc” e “duke” si
aggiungerà anche “phs”, un altro dei computer presenti presso la Duke
University. Le prime versioni dei programmi per la distribuzione delle news erano
state realizzate presupponendo un traffico giornaliero composto da un numero
assai limitato di articoli (e un numero ancora più limitato di gruppi), e
quindi tutti i newsgroup avevano come prefisso “net”. Attorno alla metà degli
anni ’80, quando i gruppi attivi avevano già raggiunto numeri a tre cifre, si
rese necessario istituire uno schema di classificazione maggiormente
flessibile. Nel luglio ’86, con un’operazione passata alla storia come “The
great renaming” viene adottata una gerarchia a 7 livelli che, sia pure
modificata a più riprese, sopravvive ancora adesso.
Un’altra rete interuniversitaria nata sulla scia di
Arpanet è BITNET
(Because It’s Time NETwork), fondata nel 1981 su
iniziativa
della City University di New York, che decide di
mettersi
in collegamento con la Yale University. In un periodo
in
cui le risorse di Arpanet sono ancora ad esclusivo
appannaggio
dei militari, Bitnet
è “la” rete per eccellenza su cui si muove il mondo accademico, utilizzando i
servizi di posta elettronica, partecipando a gruppi di discussione e scambiando
file e programmi. Anche Bitnet organizza un centro amministrativo, il Network
Information Center, chiamato BITNIC o semplicemente “The NIC”. È proprio il
Bitnic a sviluppare il primo programma per la gestione di mailing list
utilizzando un mainframe Ibm. In questo sistema l’iscrizione alle mailing list
avviene inviando un messaggio di posta elettronica ad un operatore che provvede
manualmente all’aggiornamento dell’indirizzario della lista. Il “listserv” è un
semplice account creato appositamente per spedire i messaggi a tutti gli
iscritti alle mailing list, e solo nel 1984 Listserv diventerà il nome di un
programma “robot” per la gestione automatica delle liste, a cui si potrà
scrivere direttamente per l’iscrizione e la rimozione senza necessità
dell’intervento di un operatore.
Nel giugno 1984,
infatti, Eric Thomas rilascia la prima versione di “Revised Listserv” un
programma per la gestione automatica delle mailing list, che più tardi verrà
chiamato semplicemente Listserv, tuttora utilizzato su alcuni nodi Internet. La
prima versione del programma scritto da Eric funziona solamente su mainframe
Ibm, e solo un paziente lavoro di “traduzione” del programma nelle lingue di
altri computer (in gergo “porting”) permette a questa utilissima applicazione
di rete di sopravvivere alla morte dei mainframe. La prima versione di Listserv
per sistemi Unix viene rilasciata da Thomas nel giugno ’94.
La messaggistica Usenet inizia a circolare anche su
Arpanet a partire
dal 1981. È a questa data che risale il primo contatto
tra la
comunità Usenet, e l’élite tecnica e scientifica di
Arpanet, che
fino all’incontro con Usenet considerava i contatti
umani in rete come un aspetto di secondo piano rispetto alla trasmissione di
dati finalizzati alla ricerca scientifica. L’Università di Berkeley, già
connessa ad Arpanet, a partire dal 1981 inizia a veicolare anche i newsgroup,
assumendo il ruolo di gateway tra Usenet e Arpanet. Le due esperienze di rete
iniziano a fondersi e contaminarsi a vicenda con le loro differenti culture.
Inizia a svilupparsi quello che tre anni dopo sarebbe diventato il “backbone”
principale di Internet, il canale di collegamento più importante, la “spina
dorsale” amministrata dalla National Science Foundation (l’equivalente
americano del nostro Cnr). La connessione tra Usenet e Internet viene
realizzata da Mark Horton, che trasforma in newsgroup le due mailing list più
famose di allora, Sf-Lovers e Human-Nets.
Il Cern9 di Ginevra utilizza per la prima volta il
protocollo di
rete Tcp/Ip nel 1981, durante la seconda fase del
progetto Stella
di comunicazioni satellitari. In questa occasione due
reti locali
vengono messe in contatto da un collegamento via
satellite:
si tratta del Cernet (rete formata dal Cern e dal
Cnuce di Pisa)
e del Cambridge Ring Network, che collegava il Cern al
Rutherford Laboratory. L’utilizzo del modello Ip
sviluppato da
Vint Cerf presso l’Arpa fu probabilmente ispirato
proprio dai
membri italiani del progetto Stella, che a quell’epoca
disponevano
già di connessioni ad Arpanet. Dopo questo esordio nel
mondo delle reti Tcp/Ip, sarà proprio al Cern, nove
anni più
tardi, che verrà definito il protocollo Http e il
linguaggio Html,
9 L’acronimo Cern
deriva dal nome del “Consiglio Europeo per la Ricerca
Nucleare” (Conseil
Européen pour la Recherche Nucléaire), l’organismo che ha
originariamente stabilito l’istituzione di questo centro
di ricerca, che oggi non
è più dedicato alla ricerca nucleare, ma allo studio della
fisica della materia.
gli standard di
trasferimento e scrittura degli ipertesti che permettono a Internet di uscire
dal mondo degli “addetti ai lavori”, per iniziare l’“invasione” dei computer
domestici. Su Arpanet il protocollo Tcp/Ip viene adottato nel 1983 e, grazie
all’utilizzo di questo nuovo protocollo di comunicazione, la rete dell’Arpa è
in grado di scambiare informazioni con altre reti locali diverse tra loro. Con
un’operazione lungamente pianificata, il primo gennaio 1983 tutti i nodi della
rete si convertono simultaneamente dal vecchio Ncp (Network Control Protocol)
al Tcp/Ip, senza nessuna interruzione del servizio. Il giorno seguente iniziano
a circolare delle spillette con la scritta “I survived the Tcp/Ip transition”
(Sono sopravvissuto alla transizione Tcp/Ip). Grazie all’introduzione di questo
protocollo, la componente militare di Arpanet è tecnicamente in grado di
scorporarsi da quella dedicata più strettamente alla ricerca. Con una
decisione della Defense Communications Agency, l’agenzia di comunicazioni della
Difesa, nasce Milnet, una rete sulla quale viaggiano informazioni militari non
riservate. La stessa Arpanet, dedita allo scambio di informazioni all’interno
della comunità scientifica, sebbene in continua crescita inizia ad essere solo
una piccola parte di un vero e proprio sottobosco di reti accomunate
dall’utilizzo del Tcp/Ip.
Nel 1981 nasce Csnet, una rete sviluppata con il
contributo
della National Science Foundation, che vuole “portare
in rete”
tutte le istituzioni universitarie. Grazie a Csnet i
servizi telematici
riservati inizialmente ai soli centri accademici
collegati
ad Arpanet vengono estesi ad una comunità scientifica
molto
più ampia. La National Science Foundation si affaccia
in prima
persona su Internet nel 1984, tramite l’Office of
advanced
scientific computing (Ufficio per il calcolo
scientifico avanzato). La rete della fondazione, NSFnet, nasce nel 1986. Con un
canale di trasmissione a 56 kbit al secondo, NSFnet diventa la “dorsale
principale” (backbone) di Internet negli Usa, vale a dire un grande “acquedotto
telematico” fatto di collegamenti ad alta capacità di trasmissione.
Nella Silicon Valley californiana, all’interno del
G.T. Sunset
barbecue di Mountain Wiew, il 5 maggio 1987 Brian Reid
e
John Gilmore decidono in maniera autonoma di dare vita
alla
gerarchia di newsgroups “alt.*”, per creare uno spazio
ai contenuti
“alternativi” di Usenet. L’episodio passerà alla
storia
come “The Breaking Of The Backbone
Cabal”. Il nuovo ramo
della gerarchia ad albero di Usenet si era reso
necessario in
seguito ad alcuni scontri con i funzionari che
gestivano la creazione
di nuovi gruppi Usenet e il backbone dei newsgroup, il
collegamento principale con il quale venivano fatti
circolare i
messaggi. Tra questi funzionari, timorosi di lasciare
spazio a
gruppi Usenet dai contenuti compromettenti, spicca la
figura
di Gene Spafford, soprannominato “lo zar dell’Usenet”.
Per la
fine del mese erano già attivi i gruppi alt.test,
alt.config,
alt.drugs e alt.gourmand. Il 3 aprile dell’anno
seguente, Brian
Reid invia a vari responsabili, tra cui lo stesso
Spafford, un messaggio
con cui annuncia che
per mettere fine
alla suspense, ho appena creato alt.sex. Ciò significa che la rete alt ora
veicola i gruppi alt.sex e alt.drugs. Era allora artisticamente necessario
creare anche alt.rock-n-roll, cosa che ho appena fatto. Non ho alcuna idea di
che tipo di traffico trasporterà. Se verrà invaso da bizzarroidi alla fine lo
rimuoverò o lo modererò, altrimenti lo lascerò andare per conto suo.
Capitolo 16
Le “bacheche elettroniche“
degli anni ’80
“Quella delle
bacheche elettroniche è una tecnologia democratica e democratizzante per
eccellenza”.
Howard Rheingold
Nel 1977 Internet (a
quei tempi si chiamava ancora Arpanet) è un “giocattolo” riservato ai centri
accademici e al mondo della ricerca scientifica, e si è ancora ben lontani
dalla diffusione di massa a cui siamo abituati oggi. Non tutti gli atenei sono
dotati di un collegamento alla “rete delle reti”, e la possibilità di usufruire
di un accesso telematico diventa un motivo preferenziale per la scelta della
sede universitaria. Il personal computer è ancora nella sua prima infanzia:
sono appena comparsi i primi Apple I, e bisognerà aspettare altri quattro anni
per la nascita del primo pc Ibm, il 12 agosto 1981.
Mentre l’Università e i colossi dell’informatica sono
troppo
occupati nelle loro sperimentazioni per realizzare una
tecnologia
telematica dedicata all’utenza di massa, per le strade
di Chicago
si muove qualcosa. Ward Christensen getta le
fondamenta
della telematica sociale di base, e di quella che
sarebbe poi
diventata la cultura delle “bacheche elettroniche”,
con la realizzazione
e la distribuzione gratuita del programma MODEM,
che consente a due
computer domestici di scambiarsi informazioni attraverso le linee telefoniche.
Il tutto avviene utilizzando dei sistemi di “accoppiamento acustico”, che
realizzano una MODulazione dei segnali elettrici, inviati come segnali acustici
sulle linee del telefono, e la DEModulazione che realizza la trasformazione
inversa, raccogliendo dei “fischi” che vengono trasformati in “bit”. Da qui il
nome “modem” dato da Suess al programma, utilizzato anche in senso più generico
per indicare i dispositivi che permettono di mettere in collegamento due
computer tramite telefonata.
Christensen,
lavorando come ingegnere all’Ibm, sognava da diversi anni di avere un computer
a completa disposizione, ma i grandi “mainframe” dei primi anni ’70 erano
troppo costosi anche per un ingegnere Ibm, per non parlare dei problemi di
spazio legati alla mole dei “bestioni” informatici di allora. Ma l’era dei
personal computer è alle porte, e Christensen sa attendere. La svolta arriva
nel gennaio 1974, durante un soggiorno di studio a New York. Il relatore di un
seminario sui circuiti elettronici LSI (Large Scale Integration) mostra ai suoi
allievi il Chip 8008, uno dei primi microprocessori commercializzati dalla
Intel. Il modello 8008, antenato dei moderni Pentium, è uno dei primi circuiti
che racchiudono in un unico componente tutte le funzionalità principali per la
realizzazione di un vero e proprio computer. Durante il seminario Christensen
alza la mano: “Si può davvero fare un computer con uno di quei circuiti?”. La
risposta è affermativa. “Bene, allora cosa c’è da sapere per capirci
qualcosa?”. Gli viene suggerito di approfondire il funzionamento dei circuiti
TTL, Transistor-to-Transistor Logic. Ward si procura alcuni libri e dei vecchi
circuiti di scarto, da cui recupera componenti elettronici che utilizza per i suoi
esperimenti.
Per sfruttare
l’esperienza acquisita con i microprocessori Intel, Christensen si procura
immediatamente un personal computer Altair, realizzando dopo vari anni di
attesa il sogno di avere una macchina tutta per sé. Durante gli esperimenti con
l’Altair entra a far parte di CACHE, Chicago Area Computer Hobbyist’s Exchange,
un gruppo di appassionati di informatica dell’area di Chicago. È proprio
all’interno di questo gruppo che circola la prima versione di Modem.
Christensen fa amicizia con Randy Suess, un altro membro di Cache che nel
gennaio 1978 lo aiuterà a realizzare il primo Bulletin Board System, un
“sistema a bacheca” per lo scambio di messaggi elettronici. Nel 1977
Christensen acquista una licenza per il sistema operativo CP/M, nato nell’anno
precedente, scopre il relativo assembler, e inizia a scrivere una sequenza di
istruzioni per trasferire il contenuto di un floppy disk su audiocassetta,
trasformando i bit in una serie di suoni. È così che inizia la creazione del
programma Modem.
Modem inizia a circolare all’interno di Cache, e
diventa nel giro
di pochissimo tempo uno dei programmi più diffusi e
modificati
nella storia dell’informatica. Una versione successiva
viene
realizzata in seguito dallo stesso Christensen insieme
a Keith
Peterson e prende il nome di XMODEM. È l’inizio di un
lungo
lavoro di perfezionamento, durante il quale un gran
numero
di persone realizza versioni sempre più evolute di
programmi
simili a Xmodem, utilizzando una grande varietà di
computer
e linguaggi di programmazione. I protocolli (regole
per
lo scambio dei dati) diventano man mano sempre più
efficienti,
permettendo di scambiare una maggiore quantità di dati
nello
stesso intervallo di tempo. Modem e Xmodem, attraverso
un’intensa attività di hacking, acquistano funzioni
sempre nuove: controllo degli errori, trasferimenti multipli di file e altro
ancora. Chuck Forsberg realizza una versione in linguaggio C dei due programmi,
adatta a sistemi Unix, e definisce il nuovo protocollo ZMODEM.
Dare ai computer la
possibilità di “parlare” tra loro è solo il primo passo per la nascita di una
vera e propria rete di calcolatori, e per il momento i collegamenti digitali
vengono utilizzati come un semplice stratagemma per rendere più efficiente lo
scambio di programmi tra appassionati di informatica, che con questi nuovi
strumenti possono fare a meno di uscire di casa per scambiarsi dischetti e
nastri magnetici. Solo in un secondo tempo i cosiddetti “programmi di
comunicazione” vengono utilizzati per realizzare dei sistemi distribuiti, reti
dedicate allo scambio di messaggi e alla condivisione di bollettini e
informazioni, dove iniziano a formarsi e svilupparsi comunità virtuali di ogni
genere. Gli elementi fondamentali di queste reti sono i BBS, i laboratori di
sperimentazione delle controculture digitali degli anni ’80.
Nel 1978 Ward Christensen e Randy
Suess creano il primo Bulletin
Board System, chiamato CBBS. Bulletin
Board System
(BBS) in italiano può essere tradotto come “Sistema a
Bacheca”:
un computer dedicato alla messaggistica, che utilizza
un
modem per scambiare posta elettronica e messaggi
relativi a
computer conference, gruppi di discussione collettiva
che ruotano
attorno ai più svariati argomenti. Il tutto avviene
come se
si appendessero dei messaggi ad un pannello virtuale,
che può
essere consultato da chiunque semplicemente collegando
il
proprio computer alla bacheca elettronica per mezzo di
un
modem. Le reti di telematica “amatoriale” o “di base”
degli anni
’80 non sono altro che tanti Bbs collegati tra loro:
normalissimi computer, proprio come quelli che siamo abituati a vedere negli
uffici o a casa degli amici, collegati a una linea telefonica attraverso un
modem.
Ogni computer
utilizzato come Bbs era predisposto per rispondere in maniera automatica alle
chiamate effettuate dagli utenti del sistema, i quali prelevano i messaggi che
li riguardano e depositano nella bacheca altri testi privati e le email
leggibili da tutti i partecipanti ai gruppi di discussione. Queste informazioni
vengono poi fatte circolare su tutti i nodi della rete, in maniera che il nodo
di San Francisco contenga sia i messaggi inviati direttamente dagli utenti
della città che quelli provenienti da Los Angeles o New York inoltrati
attraverso altri nodi.
I collegamenti di queste reti sono di tipo
“commutato”: i nodi
della rete non sono permanentemente connessi tra loro,
ma
solo in alcuni momenti della giornata. Di notte,
quando telefonare
costa poco, i messaggi vengono fatti circolare su
tutti i
computer collegati alla rete. La tecnica è quella del
“pony
express”: ogni nodo telefona e riceve una telefonata
da quelli a
lui più vicini. Questo meccanismo è detto anche di
“Store and
Forward” (raccogli e inoltra), proprio perché i
messaggi vengono
prima ricevuti e immagazzinati, e poi inoltrati
nottetempo
sugli altri nodi attraverso una o più telefonate,
gestite in
modo completamente automatico dai computer che
costituiscono
i nodi della rete. Le spese telefoniche necessarie a
pagare
il collegamento tra i nodi delle reti di telematica di
base sono
sostenute dai “sysop” (SYStem OPerators, operatori di
sistema)
che si occupano anche del funzionamento tecnico e
della
manutenzione dei Bbs. Lo scrittore Howard Rheingold,
nel suo
libro Comunità virtuali, edito in italia nel 1994
dalla Sperling
& Kupfer, spiega che
a un prezzo
inferiore a quello di un fucile, i Bbs trasformano un cittadino qualsiasi in
editore, reporter di testimonianze oculari, difensore, organizzatore, studente
o insegnante e potenziale partecipante a un dibattito mondiale tra cittadini
[...] I Bbs crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da
sradicare.
Tutte le interreti
ad alta velocità finanziate dai governi del mondo potrebbero sparire domani e
la comunità delle bacheche elettroniche continuerebbe a crescere
rigogliosamente.
Ad Atlanta (Georgia,
Usa), Dennis Hayes avvia nel 1977 una produzione “casereccia” di modem per
personal computer, gettando le basi per quello che sarebbe diventato uno
standard di fatto: ancora oggi i modem vengono gestiti attraverso i cosiddetti
“comandi Hayes”, istruzioni testuali che permettono di dire al modem cosa fare,
come comportarsi e chi chiamare. Sul tavolo della cucina di casa, Hayes
realizza “lotti di produzione” di cinque o sei modem, e scrive da sé i manuali
di utilizzo. All’interno dei manuali, sotto la voce “applicazioni”, Hayes fa
notare che uno tra i possibili utilizzi dei suoi modem è la creazione di una
“Bacheca Elettronica” per l’inserimento e la consultazione di messaggi pubblici.
Tra i lettori di questi manuali troviamo anche Ward Christensen e Randy Suess,
che prendono in seria considerazione il suggerimento di Hayes, e si rivolgono a
lui per consigli e informazioni. Un semplice commento all’interno di un manuale
d’uso va al di là di ogni possibile immaginazione: nel giro di quindici anni
tutto il pianeta è tappezzato da migliaia di “Bacheche Elettroniche”.
Nel 1993, durante la
seconda edizione del convegno ONE
BBSCON, Ward Christensen ricorda la nascita di CBBS,
Computerized Bulletin Board System.
Tutto inizia a Chicago
il 16 gennaio 1978. Sotto una grande nevicata,
Christensen
decide di occuparsi del software necessario a
realizzare un piccolo
sistema di comunicazioni basato su microcomputer. I
programmi
vengono scritti in assembler su un processore 8080, e
Suess mette insieme l’hardware necessario all’impresa.
Le apparecchiature
utilizzate per Cbbs comprendono un computer X100
con 64K di Ram, un modem Hayes MicroModem 100 da
300 bit al secondo e due dischetti da 8 pollici della
capacità di
250K ciascuno (all’epoca gli hard disk erano ancora
troppo
costosi). Christensen racconta che
Xmodem è nato
dall’esigenza di scambiare file, per lo più tra Randy e me, con un mezzo più
veloce dell’invio delle cassette per posta (se non avessimo abitato a trenta
miglia di distanza, forse Xmodem non sarebbe mai nato). Il Cbbs, invece è nato dalle condizioni
“all the pieces are there, it is snowing like @#$%, lets hack”.
“Ci sono tutti i
pezzi, nevica da matti, diamoci all’hacking”:
questa frase
sintetizza efficacemente lo spirito della telematica amatoriale di quegli anni,
dove le innovazioni tecnologiche venivano realizzate da hobbisti/hacker guidati
dalla voglia di divertirsi, imparare e scambiare informazioni con altri simili
a loro.
Inizialmente tutti i nascenti sistemi vengono
denominati Cbbs,
anziché Bbs, e la “C” cadrà solo in un secondo tempo.
Anche
Dennis Hayes realizza un Bbs per la sua azienda, e per
alcuni
anni effettua un censimento costante di tutti i sistemi
attivi
negli Stati Uniti,
rendendo disponibile l’elenco attraverso la sua “board”. La descrizione tecnica
del funzionamento di un Bbs appare nel numero di novembre della rivista “Byte
Magazine”, in cui è pubblicato un articolo di Christensen e Suess intitolato
Hobbyist Computerized Bulletin Boards. Una volta installato, Cbbs funziona
ininterrottamente per diversi anni; nel 1982 Randy realizza uno tra i primi
servizi gratuiti di accesso pubblico a Internet, “WLCRJS”, che nel 1984 verrà
ribattezzato in modo meno criptico con il nome di CHINET (CHIcago NETwork). In
un’epoca in cui il collegamento a Internet è ancora un privilegio riservato
alle Università e ai centri di ricerca, Chicago Network fornisce gratuitamente
a tutti gli utenti accesso libero a posta elettronica e newsgroup. Chinet è
tuttora attiva e raggiungibile anche via Internet. Con la nascita del primo
Bbs, i collegamenti tra computer diventano qualcosa di più di un semplice
strumento per lo scambio di programmi: le “bacheche elettroniche” iniziano a
caratterizzarsi come spazi liberi di comunicazione e socializzazione. Gli
utenti iniziano a sviluppare un forte senso di appartenenza alle “comunità
virtuali” che si raggruppano attorno ai vari Bbs. Queste comunità, tuttavia,
sono ancora delle isole nel mare delle telecomunicazioni: lo scambio di
messaggi o di documenti tra un Bbs e l’altro è affidato alla buona volontà
degli utenti che fanno da “ponte” tra le varie comunità digitali. Per la
nascita di una vera e propria rete di Bbs bisogna aspettare il 1984.
Quando nel 1984, Tom Jennings collega Fido Bbs numero
uno
con Fido Bbs numero due di Baltimora. Nasce così
l’embrione
della rete FidoNet, la prima più diffusa rete di Bbs,
e i programmi
necessari a far funzionare i nodi FidoNet iniziano ad
autopropagarsi gratuitamente da un Bbs all’altro. Fido
Bbs
numero uno aveva
iniziato ad operare nel dicembre 1983 a San Francisco durante un periodo di
vacanza di Jennings, che si era appena trasferito da Boston, dove lavorava per
una piccola azienda di software. Il nome Fido è legato ad un incidente avvenuto
in una piccola impresa dove aveva lavorato. Il computer dell’azienda, che
apparteneva a Jennings, era un ammasso eterogeneo dei componenti elettronici
più disparati, tra cui “un alimentatore da 10 miliardi di ampère e una ventola
di raffreddamento con una potenza tale da staccare il computer dal muro”, come
racconta lo stesso Jennings. Una sera, tra una birra e l’altra dopo il lavoro,
qualcuno scrive “Fido” su un biglietto da visita e lo attacca al computer. È il
battesimo di quella che sarebbe diventata la più grande rete di Bbs di tutto il
mondo.
Nella prima versione di Fido, Jennings inserisce
un’area di messaggi
priva di regole, battezzata “anarchia”, comunicando
agli
utenti che potevano farne ciò che volevano. Jennigs è
lontanissimo
dallo stereotipo del programmatore convenzionale,
tutto
libri e computer: chi lo incontra per la prima volta
non si aspetta
di certo un ragazzo con i capelli viola, pezzi di
metallo agganciati
a giubbotto, naso e orecchie, skateboard sempre a
portata
di mano, sostenitore dell’anarchia e del movimento
gay. La sua
tendenza a evitare qualsiasi forma di censura sulla
libera espressione
delle idee caratterizza anche la politica di gestione
di Fido
Bbs, concepita come un organismo libero con regole
stabilite
dagli stessi utenti. “Non ho mai avuto problemi a
gestire le
bacheche elettroniche” spiega Jennings. “I problemi li
hanno i
cultori del controllo totalitario. Vorrei che fosse
chiaro che la
politica la fanno gli utenti, e se sono loro a
determinare i contenuti,
saranno sempre loro a vedersela con i cretini”. La
filosofia
di Jennings e lo spirito di Fidonet sono racchiusi in
due
semplici regole:
“non offendere e non offendersi facilmente”. I primi nodi Fidonet utilizzano
pc Ibm compatibili sui quali girava la versione 2.0 del Dos. Questo significa
che al giorno d’oggi qualsiasi persona dotata di un personal computer e un
modem, anche i più vecchi, può mettere in piedi un nodo di una rete telematica
in “Tecnologia Fidonet”. Si parla spesso di “reti in tecnologia Fidonet” come
sinonimo di reti di “telematica di base”. Quest’ultimo termine è indice del
fatto che questo tipo di collegamenti è nato dal basso, ossia da normali
cittadini, che volevano inter-connettere i loro computer. Queste persone si
sono rimboccate le maniche, hanno scritto i programmi necessari allo scopo, e
li hanno distribuiti gratuitamente. Inoltre, il fatto di dover pagare la
bolletta telefonica è sempre stato tenuto in grande considerazione da chi
scriveva programmi di comunicazione per Bbs, realizzati in maniera da
permettere il trasferimento di dati e messaggi nella maniera più rapida ed
efficiente possibile.
Un altro problema
risolto dalle reti di telematica “povera” è la limitazione che nasce dalla
necessità di una linea telefonica a cui collegare i computer. Fortunatamente
anche questo ostacolo è stato superato grazie alla tecnologia chiamata Packet
Radio, che consente di “mettere in rete” un computer utilizzando collegamenti
radio anziché il telefono. Di fatto questo è quanto avviene nei Paesi in cui i
collegamenti telefonici non esistono o sono troppo fatiscenti per essere
utilizzati come supporto per connessioni telematiche. Quando il boom di
Internet non aveva ancora colpito il Sud del mondo, molte regioni dell’Africa
avevano un nodo Fidonet packet radio come unico “sentiero” raggiungibile dalle
“autostrade elettroniche”.
Prima della
massiccia diffusione su scala mondiale dei collegamenti Internet, il vocabolo
“telematica” è sinonimo di Bbs, e Bbs vuol dire Fidonet. La “creatura” di Tom
Jennings raggiunge gli angoli più sperduti del mondo con una velocità
impressionante. Nel 1988 un gateway collega per la prima volta Fidonet a
Internet, permettendo lo scambio di posta elettronica tra le due reti e
l’accesso ai rispettivi servizi di messaggistica. Nel 1991 Fidonet conta oltre
diecimila nodi, ai quali si collegano migliaia di persone. Due anni più tardi
la rivista “Boardwatch” stima che nei soli Stati Uniti vi siano
complessivamente 60.000 Bbs, mentre il censimento dei “siti” Web di tutto il
mondo effettuato l’anno precedente ha dato un totale di appena 50 server. È
solo a partire dal 1993, con il decollo dei programmi di “navigazione” grafica
sul World Wide Web, che il tasso di crescita dei nodi Internet raggiunge e
sorpassa quello delle reti in “tecnologia Fidonet”.
Capitolo 17
Unix, il “figlio ribelle”
del ’69
“Man mano che
leggevo e iniziavo a capire Unix, sentivo l’entusiasmo che mi cresceva dentro.
E sinceramente non se n’è mai più andato. Spero che anche voi possiate dire lo
stesso di qualche cosa”.
Linus Torvalds
Le origini del
sistema operativo Unix risalgono ad un progetto risalente alla metà degli anni
’60: la realizzazione del sistema operativo MULTICS (Multiplexed Information
and Computing Service). Alla scrittura di Multics partecipano At&t,
Honeywell, General Electric e il Massachusetts Institute of Technology, con la
sponsorizzazione dell’Arpa, l’agenzia governativa del Dipartimento della Difesa
Usa che in quegli anni stava esplorando le possibilità offerte dall’informatica
e dalle telecomunicazioni, finanziando numerosi esperimenti, tra cui la
realizzazione dei primi due nodi Internet.
La principale
caratteristica di Multics doveva essere la modularità:
l’obiettivo del progetto era la realizzazione di un
sistema
operativo che fosse in grado di lavorare anche
spegnendo o
disattivando alcune parti del computer senza
compromettere il
funzionamento degli altri componenti, né il lavoro
degli utenti
che utilizzavano le parti ancora attive del
calcolatore. La
modularità avrebbe consentito a questo sistema
operativo di
essere migliorato o
espanso semplicemente aggiungendo nuovi moduli, senza dover ricostruire tutto a
partire da zero. Nel 1969 la realizzazione di Multics è ancora in alto mare, e
la At&t decide di abbandonare l’impresa. È proprio in questo periodo che
Dennis Ritchie e Ken Thompson, nei laboratori Bell della At&t, sviluppano
il sistema operativo UNIX, battezzandolo con un nome che ricordava ironicamente
il suo “antenato” Multics.
Dennis Ritchie dà il
suo contributo alla realizzazione di Unix creando il linguaggio di
programmazione “C”, un linguaggio nato per essere intuitivo, aperto e
flessibile, che è ancora oggi uno dei linguaggi più utilizzati dagli sviluppatori
informatici. Thompson e Ritchie sono i primi a realizzare che la tecnologia
informatica era ormai matura a tal punto da permettere la scrittura di un
intero sistema operativo in un “linguaggio di alto livello” come il C, senza
essere costretti a parlare il “linguaggio macchina” dei calcolatori fatto di
“zeri” e di “uno”. L’utilizzo di un linguaggio di alto livello, facilmente
comprensibile da altri programmatori, è stato la chiave di volta che ha
permesso di far funzionare il sistema operativo Unix “trasportandolo” sui
computer più svariati, con un’operazione che nel gergo informatico è definita
“porting”.
Grazie alla sua altissima “portabilità”, Unix diventa
nel giro di
poco tempo uno standard all’interno dei centri di
calcolo universitari
e scientifici, che lo adottano come ambiente comune
per lo sviluppo di programmi e soluzioni informatiche.
Nel
novembre del 1973 Thompson e Ritchie presentano la
prima
pubblicazione su Unix ad un simposio sui sistemi
operativi
organizzato dalla Purdue University. Nel corso del
simposio i
due creatori di Unix incontrano il professor Bob
Fabry, del
l’Università
californiana di Berkeley, che richiede una copia di Unix da utilizzare per
esperimenti all’interno dell’Università. È l’inizio di un lungo rapporto di
collaborazione tra Thompson e il Dipartimento di scienze dell’informazione di
Berkeley. Inizialmente Thompson aiuta a distanza il dipartimento di “computer
science” risolvendo alcuni problemi legati all’utilizzo di Unix sui PDP-11, i
computer utilizzati a Berkeley. I continui riscontri e i severissimi test di
utilizzo effettuati dagli studenti e dai docenti di Berkeley consentono a
Thompson di migliorare continuamente le funzioni di Unix, in un clima di
massima collaborazione e aiuto reciproco. Thompson trascorre a Berkeley l’anno
accademico 1975/76 come docente esterno, sviluppando la “Version 6” di Unix
assieme a Bob Kridle e Jeff Schriebman. È solo l’inizio di una lunga serie di
versioni Unix sviluppate a Berkeley.
Per molti anni la
At&t non prende nemmeno in considerazione la commercializzazione di Unix, e
lo cede gratuitamente alle Università pur continuando a detenerne i diritti.
Quando Unix inizia a imporsi come standard per le workstation, i grandi
computer universitari utilizzati per operazioni di calcolo intensivo, diverse
aziende del settore informatico decidono di sfruttare commercialmente questo
sistema operativo con un sistema fallimentare di alleanze, nel quale ogni
azienda cerca di spingere il proprio “dialetto” Unix, sperando che si affermi
sulle varianti proposte dai concorrenti.
Sarà l’Università di
Berkeley, tuttavia, ad avere l’ultima parola, sviluppando nel corso degli anni
versioni di Unix non commerciali e liberamente utilizzabili, che diventano le
più diffuse e apprezzate dagli utenti di questo leggendario sistema operativo.
Nel 1977, dopo la
partenza di Thompson, due allievi di Berkeley, Bill Joy e Chuck Haley, iniziano
a interessarsi allo sviluppo del “kernel” di Unix, il “nocciolo” del sistema
operativo. Il loro lavoro dà vita alla “Berkeley Software Distribution”, una
“distribuzione” del sistema operativo Unix già pronta da installare, che poteva
essere ottenuta semplicemente contattando Bill Joy a Berkeley e richiedendo la
spedizione di un nastro contenente i programmi necessari all’installazione di
Unix. Joy non è mosso da interessi commerciali, ma la motivazione che lo spinge
a spedire una copia di Unix a chiunque ne faccia richiesta è la possibilità di
migliorare ulteriormente le prestazioni del sistema operativo grazie ad una
“base di utenti” più estesa, che avrebbe fornito preziosi suggerimenti per
nuove funzioni e individuato un maggior numero di errori.
Il concetto di
“distribuzione” può inizialmente sconcertare chi è abituato ai sistemi
operativi commerciali, prodotti e sviluppati da un unico distributore. Unix,
che non nasce come un prodotto commerciale ma come un progetto di ricerca, nel
corso degli anni viene migliorato e perfezionato da più gruppi che producono
differenti versioni di Unix, chiamate appunto “distribuzioni”, lasciando agli
utenti il compito di individuare la distribuzione più adatta alle proprie
esigenze.
Nel corso degli anni, il “pacchetto Unix” messo a
disposizione
dall’Università di Berkeley viene continuamente
migliorato e
ampliato. La “Second Berkeley Software Distribution”
(abbreviata
in 2BSD) è pronta nel 1978, e la versione finale di
questa
distribuzione, la 2.11BSD, è utilizzata ancora oggi da
diversi
PDP-11 sparsi in vari angoli del mondo. La terza
distribuzione
di Berkeley, la 3BSD del dicembre 1979, viene talmente
apprezzata all’interno degli ambiti scientifici e
universitari che
Bob Fabry riesce a strappare un ingente finanziamento
al DARPA, (Defense Advanced Research Project Agency), l’organizzazione
governativa militare figlia dell’Arpa. Lo scopo del finanziamento è la
realizzazione di una versione avanzata della distribuzione 3BSD, arricchita con
nuovi miglioramenti richiesti dal Darpa, tra cui lo sviluppo delle funzionalità
di rete del sistema operativo.
Anche grazie ai
finanziamenti del Darpa, le distribuzioni di Unix sviluppate a Berkeley
continuano a susseguirsi con un ritmo incalzante. La 4BSD e la 4.1BSD vengono
rilasciate rispettivamente nell’ottobre 1980 e nel giugno 1981. Il 1982 è
l’anno dell’apertura di Unix al mondo delle reti Tcp/Ip: in aprile nasce la
distribuzione 4.1aBSD, che ristruttura completamente Unix con l’aggiunta di
nuovi protocolli e di nuovi servizi per l’utilizzo di risorse remote condivise
in rete. Un esempio di queste nuove funzioni aggiunte a Unix è il servizio
“rlogin”, che utilizzando un collegamento basato sul protocollo di
comunicazione Tcp/Ip consente di utilizzare un computer remoto, situato anche a
migliaia di chilometri di distanza, così come si farebbe se il computer fosse a
pochi metri da noi. Nel 1982 Bill Joy lascia l’Università per fondare la Sun
Microsystems, dedita alla produzione di workstation per le grandi aziende e i
centri universitari. Le prime macchine Sun hanno come sistema operativo proprio
il nuovo Berkeley Unix corredato dal Tcp/Ip. Joy sceglie di includere
gratuitamente nei suoi computer la distribuzione Unix di Berkeley, senza nessun
costo aggiuntivo rispetto a quello della sola macchina, e l’effetto di questa
scelta è una vera e propria esplosione del networking nei centri di calcolo
industriali e universitari. Nel frattempo il lavoro a Berkeley continua, e
nell’agosto 1983 viene rilasciata la nuova distribuzione 4.2BSD, seguita nel
giugno 1986 dalla versione 4.3.
Le “generazioni” di
Unix si susseguono con regolarità fino al giugno 1989, data di nascita della
“Networking Release 1”, una versione di Unix caratterizzata dalla totale
libertà di utilizzo del codice sorgente. Un sistema operativo è un po’ come il
“motore” di un computer, e se il motore della macchina permette di far girare
le ruote del veicolo, il sistema operativo è lo strumento che consente di
utilizzare la tastiera, lo schermo, i lettori Cd e tutte le altre risorse di un
computer. Il “codice sorgente” (source code) di un sistema operativo o di un
programma informatico è l’insieme delle istruzioni che regolano il
funzionamento del sistema operativo o del programma in questione. Per
migliorare o aggiungere nuove funzioni a Unix o a qualunque altro “motore
informatico”, è necessario per poter conoscere e modificare il suo codice
sorgente. I sistemi operativi commerciali (ad esempio quelli prodotti da
Microsoft) sono programmi già belli e pronti, distribuiti in forma “eseguibile”
o “binaria”, cioè senza la possibilità di accedere al codice sorgente. È come
avere il motore di una macchina chiuso in una scatola nera, senza la
possibilità di ripararlo o migliorarlo in caso di difetti o malfunzionamenti.
Fino alla “Networking Release 1”, per ottenere le varie versioni della Berkeley
Software Distribution bisognava versare una somma alla At&t, che aveva
sviluppato il primo embrione di Unix, per ottenere una “licenza di accesso al
codice sorgente” (source license), necessaria per poter aprire la “scatola
nera” di Unix e aggiungere nuove funzioni o migliorare quelle già esistenti.
Inizialmente il costo della licenza At&t non è
proibitivo,
ma quando la cifra da pagare inizia a lievitare, i
programmatori
di Berkeley decidono di fornire separatamente i
programmi
necessari per le funzionalità di rete e l’accesso
remoto
(il “networking” di Unix), mettendo a disposizione
anche i
rispettivi codici
sorgente. Le condizioni di utilizzo della “Networking Release 1” sviluppata a
Berkeley sono molto liberali. La licenza di utilizzo consente a chiunque di
ridistribuire quei programm nella loro interezza o integrati con eventuali
modifiche, senza l’obbligo di aggiungere i codici sorgente alle versioni
modificate.
Tuttavia per gli
sviluppatori Unix di Berkeley non è sufficiente fornire solamente i programmi
relativi alle funzionalità di rete; cercano perciò di rincrementare il più
possibile il numero dei “pezzi di Unix” liberamente distribuibili. Attraverso
la rete, Keith Bostic chiama a raccolta un piccolo esercito di programmatori, a
cui viene affidato il compito di riscrivere da zero i programmi di sistema e le
cosiddette “utilities”, funzioni aggiuntive del sistema operativo, per
rimpiazzare quelli prodotti dalla At&t e vincolati dalla licenza di accesso
al codice sorgente.
Basandosi unicamente
sulle descrizioni dei programmi da rimpiazzare, decine di programmi e utilities
vengono riscritte dal nulla nel giro di 18 mesi, e nei mesi successivi anche il
kernel, il cuore del sistema operativo, viene analizzato per rimuovere e
rimpiazzare tutte le funzioni riconducibili alla At&t. Keith Bostic, Mike
Karels e Kirk McKusick, dopo aver ripulito la maggior parte del kernel, si
accorgono che nonostante la riscrittura di decine e decine di file, ce ne sono
ancora sei che non possono essere rimpiazzati facilmente, sei pezzetti di
sistema operativo che non possono essere sottratti facilmente al controllo
della At&t.
Ciò nonostante la passione per l’informatica riesce ad
avere il
sopravvento sui cavilli legali. Nel giugno 1991
l’amministrazione
dell’Università di
Berkeley dà il suo assenso alla diffusione della “Networking Release 2”, una
nuova distribuzione del sistema operativo, purtroppo ancora “contaminata” dai
sei file riconducibili alla At&t, ma rilasciata con la stessa licenza di
libero utilizzo impiegata per la “Networking Release 1”. Ancora una volta,
centinaia di persone e organizzazioni interessate alla sperimentazione, allo
sviluppo o al semplice utilizzo di questo rivoluzionario sistema operativo
richiedono a Berkeley una copia di Bsd. Nel giro di sei mesi Bill Jolitz riesce
a rimpiazzare anche i sei file mancanti, producendo finalmente la prima
distribuzione Unix di Berkeley completamente libera da qualunque vincolo con la
At&t, una “materia prima” informatica utilizzata come ambiente comune di
lavoro da centinaia di sviluppatori, programmatori, docenti universitari e
studenti sparsi per il mondo. Lo sviluppo della Berkeley System Distribution e
la battaglia tecnico/legale per l’emancipazione dal software proprietario della
At&t è solo un piccolo frammento della grande storia di Unix: a partire dal
rilascio della Networking Release 2 iniziano a fiorire diversi gruppi di
sviluppatori, che producono, migliorano e sperimentano diverse varianti di
questo sistema operativo, con un’evoluzione che continua tuttora. Nel 1992
Bill Jolitz annuncia la nascita di 386/BSD, una versione della “Berkeley
Software Distribution” scritta su misura per i microprocessori Intel 80386 dei
personal computer domestici.
A pochi mesi di distanza dalla diffusione in rete di
questa
nuova versione di Unix, un gruppo di utenti
interessati allo sviluppo
di 386/BSD dà vita al NetBSD group, una task force di
programmatori che nel corso degli anni produrrà varie
versioni
della “NetBSD Distribution”, una distribuzione Unix
nata
a partire dalla 386/BSD, migliorata e sviluppata in
rete attraverso
il lavoro del NetBSD group. Un altro team attorno al
quale si è sviluppata una distribuzione derivata dalla “Networking Release 2” è
il FreeBSD group, che nasce con l’intento di venire incontro agli utenti meno
esperti, cercando di facilitare il processo di installazione del sistema
operativo. Sempre nel 1992 la At&t cede alla Novell, azienda specializzata
in reti informatiche locali, la sua società specializzata in Unix:
Unix System
Laboratories. Il prezzo pagato è di 150 milioni di dollari. A sua volta la
Novell cederà le sue attività relative a Unix alla SCO, Santa Cruz Operation,
nel settembre 1995. Questo sistema operativo, figlio ribelle di cui nessun
genitore vuol prendersi cura, ha grandi difficoltà a diventare un prodotto
redditizio: nessuno riesce ad appropriarsene e a chiuderlo nella gabbia del
copyright quando si è ancora in tempo. Nonostante il suo fallimento
commerciale, la storia di Unix è caratterizzata da un grande successo tra gli
appassionati di informatica e nel mondo universitario, dove questo strumento
libero è stato migliorato, anno dopo anno, dal lavoro coordinato di miriadi di
sviluppatori sparsi per il pianeta e uniti grazie all’“intelligenza collettiva”
delle reti telematiche.
Capitolo 18
GNU/Linux
e il “Software Libero”
“Molti programmatori
sono scontenti della commercializzazione del software. Li può aiutare a far
soldi, ma li costringe in generale a sentirsi in conflitto con gli altri
programmatori, invece che solidali.
L’atto di amicizia fondamentale tra programmatori
è condividere programmi; le politiche di
commercializzazione attualmente in uso proibiscono
ai programmatori di trattare gli altri come amici. Gli
acquirenti del software devono decidere tra l’amicizia e l’obbedienza alle
leggi. Naturalmente molti decidono che l’amicizia è più importante”.
Richard Stallman,
“The GNU Manifesto”
La storia del “Free
Software” (Software libero) inizia nel 1983, quando negli Stati Uniti Richard
Matthew Stallman, dopo un lungo periodo di riflessione iniziato negli anni ’70,
invita altri programmatori a collaborare nello sviluppo di GNU, un sistema
operativo libero compatibile con Unix. Il “Manifesto GNU”, pubblicato da
Stallman nel 1985, contribuisce alla notorietà del progetto, spargendo la voce
tra gli addetti ai lavori.
Stallman nasce nel 1953, lo stesso anno in cui Claude
Shannon
tiene a battesimo lo studio dell’intelligenza
artificiale. Il
piccolo Richard, ignaro del fatto che in futuro
sarebbe diventato
il “padre” del software libero, è affascinato sin da
subito
dai computer, ma all’epoca i calcolatori erano
talmente grandi e costosi da essere inavvicinabili per un bambino. Ma nel 1962,
durante un campeggio estivo, Richard incappa in un manuale tecnico per l’Ibm
7094, e trova questa lettura talmente eccitante da cominciare a riempire pezzi
di carta con programmi che nessun computer avrebbe mai eseguito.
Negli anni ’70, dopo
aver studiato e vissuto all’interno della prima comunità hacker del Mit,
Stallman diventa l’ultimo custode dell’etica hacker e mette a frutto i principi
assimilati nei suoi anni di permanenza presso il laboratorio di intelligenza
artificiale di Marvin Minsky e John McCarthy. Il frutto del suo lavoro è un
elaboratore testi battezzato Emacs, che permette agli utenti di personalizzarlo
senza limite: la sua architettura aperta incoraggia le persone ad aggiungervi
nuove funzioni e a migliorarlo continuamente.
Stallman
distribuisce gratis il programma a chiunque accetti la sua unica condizione:
rendere disponibili tutte le estensioni e i cambiamenti apportati al programma,
in modo da collaborare al suo miglioramento. Emacs diviene quasi subito
l’editor di testi standard nei dipartimenti universitari di informatica. Nella
prima metà degli anni ’80 Stallman è deluso e amareggiato per la perdita della
meravigliosa atmosfera di cooperazione scientifica disinteressata che si viveva
all’Artificial Intelligence Lab, e lascia il Mit per dare vita alla Free
Software Foundation, che continua a lavorare sul progetto GNU realizzando
parallelamente altre attività per incoraggiarre lo sviluppo e l’utilizzo di
software libero.
Una delle esperienze
che convincono Stallman della necessità di lanciare la battaglia per la libertà
del software è un incontro frustrante con un programma proprietario, sviluppato
dalla Xerox per uno dei suoi modelli di stampanti laser:
Una ricetta
assomiglia molto a un programma informatico. Quest’ultimo è assai simile a una
ricetta: una serie di passaggi per arrivare al risultato che ci si è
prefissati. Perciò è altrettanto naturale fare la stessa cosa con il software
– passarne una copia agli amici. E apportarvi delle modifiche, perché il lavoro
per cui era stato scritto non è esattamente quanto vogliamo. E, dopo averlo
modificato, è probabile possa tornare utile ad altri. Forse costoro devono fare
un lavoro simile al nostro. Così ci chiederanno: “Posso averne una copia?”.
Naturalmente, se vogliamo essere gentili, gliela diamo. È così che si comporta
una persona decente. Immaginiamo allora cosa accadrebbe se le ricette venissero
impacchettate dentro scatole nere. Non se ne potrebbero vedere gli ingredienti
usati, per non parlare neppure di modificarli, e immaginando di averne fatto
una copia per un amico, vi chiamerebbero pirata e cercherebbero di sbattervi in
galera per anni. Un mondo simile creerebbe proteste tremende da parte di tutti,
non solo di coloro che sono soliti scambiare ricette.
Ma questo è esattamente il
mondo del software proprietario.
Un mondo in cui la comune
decenza verso gli
altri è proibita o impedita.
[...] Ebbi un’esperienza che
mi preparò, mi aiutò a capire
cosa fare, perché ad un certo
punto la Xerox diede al
Laboratorio di intelligenza
artificiale, dove lavoravo, una
stampante laser, e fu un
regalo stupendo, perché era la
prima volta che qualcuno al
di fuori della Xerox aveva
una stampante laser. Era
molto veloce, stampava una
pagina al secondo, assai
precisa sotto molti punti di vista,
ma inaffidabile,
perché in realtà era una fotocopiatrice per ufficio ad alta velocità modificata
in stampante. E le fotocopiatrici s’incastrano, ma c’è qualcuno pronto a
sistemarle. La stampante s’incastrava e nessuno se ne accorgeva. Così rimaneva
bloccata per parecchio tempo. Beh, ci venne un’idea per risolvere il problema.
Modificarla in modo che ogni volta che la stampante s’inceppava, il computer
che la gestiva potesse informarne la nostra macchina timesharing, e far sapere
agli utenti in attesa della stampa di andare a sistemare la stampante – perché
se soltanto avessero saputo che era incastrata... ovviamente, se sei in attesa
di una stampa e sai che la stampante è inceppata, non vuoi startene seduto ad
aspettare per sempre, ti alzi e vai a sistemarla. Ma a quel punto eravamo
completamente bloccati, perché il software che gestiva la stampante non era
software libero. Era arrivato incluso nella stampante, era soltanto un file
binario. Non potevamo averne il codice sorgente; la Xerox non ci avrebbe fatto
avere il codice sorgente. Così, nonostante le nostre capacità di sviluppatori –
dopotutto avevamo scritto il nostro sistema timesharing – eravamo del tutto
inadeguati ad aggiungere questa funzione al software della stampante.
[...] Venni a sapere che qualcuno alla Carnegie Mellon
University aveva una copia di quel software. Qualche
tempo dopo mi ci recai in visita, andai nel suo
ufficio e
gli feci: “Salve, vengo dal Mit. Potrei avere una
copia del
codice sorgente della stampante?”. E lui replicò: “No,
ho
promesso che non ve l’avrei data”. Rimasi di stucco.
Ero
talmente, talmente
arrabbiato, e non avevo alcuna idea su come ottenere giustizia.
[...] Ripensandoci
più tardi, mi resi conto che non stavo osservando un tipaccio isolato, ma un
fenomeno sociale che era importante e colpiva parecchie persone. Fui
fortunato, ne ebbi appena un assaggio. Altri dovevano farci i conti tutto il
tempo. Ci riflettei sopra a lungo. Vedete, quel tizio aveva promesso di
rifiutare ogni collaborazione con noi, i colleghi del Mit. Ci aveva traditi.
Ma non lo fece soltanto con noi. [...] Aveva promesso di rifiutare ogni
cooperazione praticamente con l’intera popolazione del pianeta Terra. Aveva
firmato un accordo di non divulgazione (“non-disclosure agreement”). [...]
Obiettivo della scienza e della tecnologia è quello di sviluppare informazioni
utili per l’umanità, onde aiutare la gente ad avere una vita migliore. Se
promettiamo di non rivelare tali informazioni, se le teniamo segrete, allora
stiamo tradendo la missione della stessa disciplina scientifica. E ciò, decisi,
era qualcosa da evitare.
Ed è così che
Stallman dà vita al progetto GNU, battezzandolo con un acronimo “ricorsivo”
tipico della comunità hacker, cioè una sigla definita nei termini di sé stessa:
le lettere GNU, infatti, sono le iniziali della frase “GNU’s Not Unix”, cioè
“GNU non è Unix”. Lo scopo del progetto è la realizzazione di un sistema
operativo completo da rilasciare come software libero.
Le libertà principali che distinguono il software
libero dal
software proprietario sono la libertà di copiare il
programma, la
libertà di cederlo ad altri gratuitamente o dietro
compenso, la libertà di aver accesso al codice sorgente, la libertà di
adattarlo alle proprie esigenze, la libertà di modificare il programma (anche
se è stato scritto da altri) e la libertà di distribuirne le versioni
modificate.
Per rendere liberi i
programmi realizzati all’interno del progetto GNU viene messa a punto una
licenza per il software libero, chiamata GNU GPL (General Public License). Alle
libertà fondamentali elencate in precedenza, la licenza Gpl aggiunge una
condizione: tutte le versioni modificate di software Gpl devono
obbligatoriamente essere rilasciate secondo la stessa licenza. Questa
condizione viene definita “copyleft”, e trasforma la libertà di un software in
un carattere ereditario che si conserva anche nelle versioni modificate. Mentre
la licenza di utilizzo di Emacs obbligava gli utenti a condividere le modifiche
solo con l’autore del programma, il copyleft prevede che le versioni modificate
di programmi Gpl siano a disposizione di tutti. Esistono varie licenze di
distribuzione del software libero: alcune includono il copyleft, altre no. Di
fatto la licenza GNU Gpl è attualmente la licenza di software libero più
utilizzata al mondo.
Il 1969, anno di
nascita di Unix, Stallman riesce per la prima volta a mettere le mani su un
computer, e in quello stesso anno nasce Linus Benedict Torvalds, uno studente
di Helsinki che svilupperà poi Linux, un software destinato a diventare il
“nocciolo” (kernel) del sistema operativo libero GNU/Linux, compatibile con
Unix e in grado di funzionare con i nostri normali computer domestici.
Il nome GNU/Linux riflette l’origine molteplice di
questo
sistema operativo, legata al lavoro di Linus Torvalds,
dei programmatori
del progetto GNU e di tutti coloro che nel corso degli
anni hanno scritto utilities e software di ogni genere che oggi fanno parte
integrante del sistema operativo. La passione per l’informatica colpisce Linus
già ad 11 anni, quando il nonno, docente universitario di matematica e
statistica, gli regala uno dei primi computer Commodore, il Vic-20. Linus,
dopo essere entrato all’Università di Helsinki nel 1988 come studente di
informatica, si appassiona allo studio dei sistemi operativi dopo aver scoperto
Minix, un sistema operativo simile a Unix, ma più semplice e meno potente.
Minix era stato creato per i personal computer degli anni ’80, macchine dalla
potenza non molto elevata. Più che un sistema operativo vero e proprio, Minix
era uno strumento didattico, e infatti il suo autore era uno dei maggiori
studiosi di sistemi operativi, il professor Andrew Tanenbaum, che aveva
l’obiettivo di mettere a disposizione dei suoi studenti un sistema operativo
“da laboratorio” simile a Unix, con cui fare esperi-menti e mettere in pratica
le cose scritte dallo stesso Tanenbaum nel suo testo intitolato Operating
Systems: Design and Implementation, un libro che ancora oggi è uno dei classici
della letteratura scientifica nel settore informatico. Minix, inoltre, aveva
una licenza d’uso troppo restrittiva per poterlo definire software libero.
Dopo lunghi esperimenti con Minix, Linus Torvalds
inizia a
sentirsi frustrato dai limiti di questo sistema
operativo, che
non riesce più a soddisfare la propria sete di
conoscenza. La
sua natura di strumento didattico per l’Università
rendeva
molto difficile contribuire allo sviluppo di Minix,
che poteva
essere riscritto, migliorato o modificato solo con
grande
difficoltà. Per questa ragione Torvalds decide di
scrivere un
kernel che sarebbe diventato il primo passo verso un
nuovo
sistema operativo,
in modo da poter migliorare ed espandere a piacimento la sua “creatura
informatica”, aggiungendo nuove funzioni. Per renderlo pienamente compatibile
con Minix e con le varie versioni di Unix, Linus Torvalds decide di basare il
suo lavoro sulle definizioni contenute negli standard POSIX, quelli adottati da
tutti i sistemi operativi compatibili con Unix.
Le prime tracce del
progetto risalgono al 3 luglio 1991, quando Linus cerca di ottenere le
informazioni sugli standard Posix necessarie per la realizzazione del kernel,
scrivendo un messaggio nel newsgroup “comp.os.minix”, un gruppo di discussione
dedicato agli aspetti tecnici del sistema operativo Minix.
·
From: torvalds@klaava.Helsinki.FI (Linus Benedict Torvalds)
·
Newsgroups: comp.os.minix
·
Subject: Gcc-1.40 and
a posix-question
·
Message-ID: <1991Jul3.100050.9886@klaava.Helsinki.FI>
·
Date: 3 Jul 91 10:00:50 GMT
>
·
Ciao a tutti gli internettari,
>
·
Sto lavorando ad un progetto (in
minix), ed ho bisogno delle
·
definizioni degli standard posix.
Qualcuno di voi potrebbe segnalarmi
·
dove posso reperire un formato
leggibile delle ultime normative posix?
·
L’ideale sarebbe un sito ftp.
>
·
Linus Torvalds torvalds@kruuna.helsinki.fi
In un messaggio
successivo, datato 25 agosto, Linus annuncia
ufficialmente
l’arrivo del suo progetto, e scrive che
sto realizzando un
sistema operativo libero (solo per hobby, non ho voglia di fare nulla di grosso
o professionale), per computer 386 e 486. Ci sto lavorando da aprile, ed è
quasi pronto. Mi piacerebbe avere dei suggerimenti sulle cose che gradite o non
gradite del Minix.
Inizialmente, il
kernel Linux non viene distribuito con una licenza che lo caratterizza come
software libero, ma nel 1992 Linus Torvalds sceglie di assegnarli tutte le
“libertà” della General Public License di Richard Stallman. È così che dal
matrimonio tra il kernel di Torvalds e i programmi del progetto GNU nasce
GNU/Linux, un sistema operativo completamente libero. La possibilità di
copiare, utilizzare, modificare e migliorare a piacimento GNU/Linux lo
trasformano nello strumento ideale per gli hacker, i programmatori, i sistemisti
e gli sviluppatori software di tutto il mondo, che sin dall’inizio collaborano
per lo sviluppo e la crescita del sistema. Attualmente si calcola che un
milione di persone sparse per il mondo sia coinvolto nella realizzazione di
programmi scritti per GNU/Linux e nell’aggiunta di miglioramenti e nuove
funzioni a questo sistema operativo.
I frutti dell’impegno di Stallman, Torvalds e di tutti
i programmatori,
ingegneri e sviluppatori che aderiscono al movimento
del software libero maturano con una rapidità
impressionante,
proprio perché lo sviluppo di GNU/Linux è aperto a
tutti, e le sue varie versioni sono disponibili
liberamente in rete, anziché essere coperte dal segreto industriale, come
avviene ad esempio per i prodotti commerciali Microsoft. È l’intelligenza
collettiva della rete a determinare lo sviluppo di
GNU/Linux,
al quale hanno contribuito programmatori sparsi in
tutto il
mondo dando vita ad
una vera e propria “task force” di sviluppatori, riconoscendosi nell’iniziativa
di Torvalds e nei principi del Free Software stabiliti dalla GNU Gpl. Con un
susseguirsi vorticoso di nuove versioni, nel giro di pochi anni GNU/Linux
diventa una validissima alternativa ai sistemi operativi commerciali e
proprietari, e se l’utenza di base continua a rimanere ancorata al sistema
operativo Windows, per l’installazione e la gestione dei nodi Internet,
GNU/Linux diventa lo standard di fatto.
Nel mondo degli
addetti ai lavori sono servite a poco le colossali operazioni di marketing che
hanno spinto le varie versioni di Windows all’interno dei nostri computer: gli
amministratori di sistemi informatici preferiscono di gran lunga utilizzare
GNU/Linux anziché i sistemi operativi Microsoft. Nel 1997 Torvalds lascia la
Finlandia per trasferirsi a Santa Clara, nella Silicon Valley, dove lavora per
la Transmeta, un’azienda informatica che gli permette di poter disporre
liberamente del suo tempo per supervisionare lo sviluppo del kernel Linux e
realizzare nuovi progetti. Nel 2003 Linus passa poi a Portland, Oregon, dove lavora
all’interno degli Open Source Development Labs, organizzazione non-profit
fondata nel 2000 per accelerare l’introduzione di GNU/Linux in ambito
industriale. Richard Stallman continua il suo impegno come presidente della
Free Software Foundation di Boston, Massachusetts, concentrandosi soprattutto
nella promozione dei principi e della filosofia che guidano il movimento del
software libero.
Capitolo 19
La ragnatela grande
come il mondo
“L’immaginazione è
più importante della conoscenza”.
Albert Einstein
La prima descrizione
di una macchina dal funzionamento simile a quello del World Wide Web risale al
1945, quando Vannevar Bush pubblica l’articolo As We May Think, apparso nel
numero di luglio della rivista “The Atlantic Monthly”, un testo che fa nascere
la passione per l’informatica in un giovanotto di nome Doug Engelbart, che
molti anni più tardi inventerà il mouse e le “finestre” che ancora oggi
utilizziamo con i nostri computer.
Nel suo articolo
Bush descrive il progetto MEMEX, che prevede la realizzazione di una macchina
concettuale in grado di immagazzinare grandi quantità di dati, creando percorsi
di informazioni e collegamenti (“links”) a testi e illustrazioni, che possono
essere archiviati e usati per consultazioni successive. A quei tempi il
microfilm era uno degli strumenti più diffusi per immagazzinare grandi quantità
di informazioni e Bush cerca un modo per collegare tra loro i documenti
contenuti nei microfilm attraverso riferimenti incrociati.
L’origine del
termine “ipertesto”, invece, è attribuita a Theodor Holm Nelson, che nel 1962
descrive questa forma di “scrittura non sequenziale” in un saggio intitolato
Literary Machines.
Nel suo testo Ted
Nelson parla di un progetto futuristico battezzato “Xanadu”, grazie al quale
tutta l’informazione del mondo sarebbe stata pubblicata, catalogata e
interconnessa sotto forma di un ipertesto. Il Web che conosciamo oggi è
sicuramente qualcosa di meno della visione di Nelson, ma sicuramente è molto di
più di quello che si sarebbe potuto immaginare nel 1962, quando l’idea di un
“ipertesto globale” iniziava a prendere forma, mentre i calcolatori elettronici
presenti in tutto il mondo erano solo poche decine.
Uno dei primi
tentativi di dare corpo alle idee di Nelson risale al 1967, quando un gruppo
guidato da Andries “Andy” Van Dam realizza presso la Brown University negli
Stati Uniti uno dei primi sistemi per la consultazione ipertestuale dei dati,
chiamato Hypertext Editing System. La macchina utilizzata da Van Dam, amico e
collega di Ted Nelson, è un mainframe Ibm/360, con 128K di Ram. Successivamente
Big Blue, che aveva finanziato la realizzazione del sistema, lo vende in blocco
allo Houston Manned Spacecraft Center, dove viene usato a scopi di
documentazione all’interno del programma spaziale Apollo. I lavori di Vannevar
Bush e Ted Nelson lasciano il segno anche su Tim Berners-Lee, un giovane
ricercatore che all’inizio degli anni ’90 celebra il matrimonio tra l’idea di
ipertesto, rimasta fino a quel momento poco più di un’astrazione, e la tecnologia
Internet, dove in quegli anni iniziava a fiorire un variegato sottobosco di
sistemi dedicati all’“information retrieval”, ossia al recupero di
informazioni.
Nel 1980 Berners-Lee varca i cancelli dei laboratori
Cern di
Ginevra con un contratto di consulenza come
programmatore
e ben presto si rende conto della difficoltà di
organizzare le
informazioni in un
luogo così creativamente caotico, dove decine di progetti di ricerca
viaggiavano in parallelo, e dove spesso alcune informazioni cruciali si trovavano
solamente nella testa delle persone incaricate di seguire un determinato
progetto. È così che Tim, mentre lavora ufficialmente ai progetti relativi
agli acceleratori di particelle del Cern, nel tempo libero realizza “Enquire”,
un programma realizzato per descrivere i legami tra vari “nodi”, dove ogni nodo
rappresentava una persona, un progetto di ricerca o un particolare
equipaggiamento. Se una persona e un progetto, pur non essendo direttamente
collegati tra loro, erano collegati ad una stessa attrezzatura o
infrastruttura, questo permetteva di creare un nuovo collegamento e stabilire
che il ricercatore X, utilizzando l’attrezzatura Y, stava lavorando al progetto
Z.
Dopo aver abbozzato
questo primo tentativo di organizzazione ipertestuale delle informazioni, Tim
Berners-Lee abbandona il Cern alla scadenza del suo contratto a termine,
perdendo le tracce dei floppy disk da otto pollici su cui era memorizzato
Enquire. Dopo una parentesi lavorativa come programmatore di microprocessori
per stampanti, Tim ritorna al Cern nel 1984, e riparte da zero cercando di
scrivere un nuovo programma per la creazione di un “documentation system”
all’interno dei laboratori.
Durante la seconda metà degli anni ’80, Tim cerca
ripetutamente
di ottenere dai responsabili del Cern l’approvazione
di
un progetto di ricerca per l’organizzazione e la
strutturazione
delle informazioni all’interno del centro di ricerca,
ma le sue
richieste cadono nel vuoto. Come una voce che grida
nel deserto,
Tim Berners-Lee grida all’industria informatica degli
anni
’90 che il mondo ha bisogno di un sistema per la
condivisione
di ipertesti su
Internet, ma nessuna azienda è disposta a prenderlo in considerazione. A
quell’epoca c’erano già in circolazione molti programmi per la lettura e il trattamento
di ipertesti, ma nessuno era predisposto per scambiare informazioni via
Internet. Berners-Lee si rivolge a molte aziende che avevano già sviluppato
questo genere di programmi, ed è così che bussa alla porta della Electronic
Book Tecnology, l’azienda fondata da Andy Van Dam, ma anche questo grande
esperto di tecnologie ipertestuali non si convince dell’utilità di un
“matrimonio” tra la comunicazione elettronica di Internet e un programma per la
gestione di testi non sequenziali. “Pensavo che la parte difficile fosse già
stata fatta” racconta Berners-Lee “e ho cercato di convincere molte persone ad
aggiungere una connessione Internet ai loro programmi. Erano gentili, ma
nessuno di loro parve convinto”.
Di fronte alla
sordità delle aziende informatiche, il World Wide Web sembrava destinato ad una
morte prematura, ma per una fortunata circostanza che cambia il corso della
storia, Tim Berners-Lee fa un incontro destinato a segnare per sempre la
propria esistenza e quella del mondo intero. Tra i corridoi del Cern, Tim fa
amicizia con Robert Cailliau, un ingegnere che rimane affascinato dalla visione
di Berners-Lee e si convince della necessità di un sistema comune di
condivisione dei dati da mettere a disposizione dei ricercatori. Da quel
momento gli sforzi di entrambi vengono diretti verso un unico obiettivo: creare
un ambiente di lavoro dove i dipendenti del Cern avrebbero potuto attingere ad
un patrimonio comune di informazioni, indipendentemente dal computer o dal
sistema operativo utilizzato.
Lo scoglio più
difficile da superare era la conquista del livello
minimo di
comunicazione necessario a superare l’incompatibilità tra i diversi modelli di
computer presenti al Cern. Nel-l’ottobre del 1990 Berners-Lee inizia a definire
i dettagli di questo progetto, scrivendo a partire da zero un programma
chiamato “WorldWideWeb”, che viene terminato a metà novembre. Tim definisce
anche le regole di scambio dei dati che sarebbero state la “lingua comune” per
lo scambio di ipertesti tra due computer differenti, un “protocollo di
trasferimento degli ipertesti” che viene battezzato con l’acronimo HTTP, che
sta appunto per “Hypertext Transfer Protocol”.
Un’altra scelta
progettuale che si rivela determinante per lo sviluppo e la diffusione del Web
è la definizione di un “linguaggio per l’etichettatura degli ipertesti”,
chiamato “Hyper Text Markup Language”, o più familiarmente HTML, un codice
liberamente utilizzabile da chiunque e definito da specifiche pubblicamente
disponibili anziché essere coperto dal segreto industriale. A questo linguaggio
Berners-Lee aggiunge la definizione di un sistema di indicizzazione
“universale” per identificare univocamente un documento senza possibilità di
equivoco, associando ad ogni ipertesto un indirizzo chiamato URI (Universal
Resource Identifier), successivamente “ribattezzato” URL (Uniform Resource
Locator).
A questo punto ci
sono tutti gli ingredienti per la creazione di un sistema globale per lo
scambio delle informazioni: abbiamo un insieme di regole e protocolli per far
parlare tra loro computer differenti, abbiamo un linguaggio di etichettatura
per scrivere testi non sequenziali, abbiamo un sistema di indirizzi che
permette di individuare un documento utilizzando un “localizzatore uniforme”.
Nel libro-intervista
Weaving the Web, Tim Berners-Lee racconta
che all’inizio era
difficile spiegare alla gente che quel progetto non era niente di più che la
definizione delle Uri, dell’Http e dell’Html. Non c’era un computer centrale
che “controllava” il web, né una singola rete dove questi protocolli avrebbero
funzionato, né tantomento un’organizzazione che “gestiva” il web. Il web non
era una cosa fisica, che esisteva in un determinato “luogo”. Era uno “spazio”
nel quale l’informazione aveva la possibilità di esistere.
Nella mente di
Berners-Lee è chiara sin da subito l’idea che la neonata creatura non avrebbe
dovuto essere solamente un sistema di accesso ai dati, ma un vero e proprio
sistema di co-produzione delle informazioni, dove ogni utente avrebbe rivestito
contemporaneamente il ruolo di utilizzatore e produttore di ipertesti. È per
questo che a partire dalla primissima versione del suo programma, Berners-Lee
progetta un “client” per la lettura di ipertesti dotato anche di funzionalità
per la scrittura e la pubblicazione di documenti scritti nel linguaggio Html.
“Intercreatività” è il neologismo coniato da Berners-Lee per descrivere la sua
idea di utilizzo del web, un concetto che non riguarda solamente
l’interattività tra l’uomo e il computer, ma la capacità di realizzare progetti
condivisi con uno scambio di idee a distanza senza vincoli di compresenza o di
simultaneità.
Dopo aver stabilito le regole di trasferimento delle
informazioni,
c’era bisogno di scegliere il sistema con cui far
“parlare”
tra loro i calcolatori, un protocollo di rete in grado
di far viaggiare
sui fili del telefono i pacchetti di bit ottenuti
spezzettando
le “conversazioni elettroniche” fatte con le regole
dell’Http
e il linguaggio Html. Con la scelta del protocollo
Tcp-Ip come
“minimo denominatore
comune” per la comunicazione tra i computer del Cern si celebra definitivamente
il matrimonio tra l’ipertesto e Internet. Il 12 novembre del 1990 Berners-Lee e
Cailliau presentano al Cern un documento intitolato “WorldWideWeb: proposta per
un progetto di ipertesto”, nel quale si spiega a chiare lettere la necessità di
un sistema informativo condiviso:
Le attuali
incompatibilità delle piattaforme e degli strumenti informatici rendono
impossibile l’accesso alle informazioni esistenti attraverso un’interfaccia
comune, e questo porta ad un frustrante spreco di tempo e a risposte obsolete
per semplici ricerche di informazioni. C’è un grande beneficio potenziale
dall’integrazione di vari sistemi fatta in modo che un utente possa seguire dei
“links” che puntano da un pezzo di informazione a un altro. Il concetto
principale dietro l’ipertesto è la creazione di un “web” di nodi informativi in
alternativa a un albero gerarchico o a una lista ordinata.
Il giorno di Natale
del 1990, nella sua workstation Next, Tim Berners-Lee lascia sotto l’albero un
regalo per tutta l’umanità:
il primo “sito web” della storia, nato all’interno del
server
nxoc01.cern.ch, a cui viene associato il più noto
“alias”
info.cern.ch. Sul server viene pubblicato un
indirizzario dei
nomi e dei numeri di telefono del Cern. A questo punto
c’è un
problema: a cosa serve un web dove l’unico sito
esistente è un
elenco di ricercatori con numeri di telefono interni?
Per attirare
utenti c’è bisogno di contenuti, ma per produrre
contenuti
c’è bisogno di
utenti. Tim Berners-Lee riesce a uscire da questo paradosso realizzando il
browser in modo da poter accedere anche ai server Ftp per il trasferimento dei
file e ai server dei newsgroup Usenet per l’accesso ai sistemi di
messaggistica. All’interno di un’unica interfaccia utente vengono unificati i
due più grandi archivi di dati e informazioni presenti all’epoca su Internet.
Attirati dal “miele” dei news server e degli archivi ftp, sciami di utenti
iniziano ad affacciarsi alla nuova tecnologia ipertestuale.
Il repentino
successo del www di Tim Berners-Lee manda rapidamente in “soffitta” i primi
sistemi di information retrieval:
Wais10, Prospero e
Gopher, sviluppati da Brewster Kahle, Clifford Newman e Mark McCahill, che
scrive Gopher presso l’Università del Minnesota. Un altro fattore che
contribuisce all’abbandono dei server Gopher da parte dei suoi utenti è anche
la decisione dell’Università del Minnesota di far pagare alle aziende e alle
organizzazioni commerciali l’utilizzo dei protocolli Gopher. Questo avviene
nella primavera del 1993, a quasi due anni di distanza dalla nascita della
creatura di Mark McCahill, e gli utenti che avevano utilizzato fino a quel
momento il Gopher per cercare informazioni in rete iniziano una “migrazione di
massa” sul web, nel timore che presto o tardi l’Università del Minnesota
avrebbe potuto chiedere anche a loro una quota annuale per l’uso del Gopher.
Il Web inizia a espandersi, e tra luglio e agosto del
1991 il server
info.cern.ch registra un numero quotidiano di accessi
che
varia tra 10 e 100. Nell’estate dell’anno successivo
gli accessi
quotidiani al sito sono circa un migliaio al giorno, e
dopo un
altro anno arrivano a diecimila. L’“amore a prima
vista” tra il
10 Wide Area
Information Server.
web e gli utenti
Internet è favorito anche dalla grande semplicità del linguaggio Html, che
permette anche a utenti poco esperti di realizzare ipertesti con un semplice
editor di testi. Il battesimo del fuoco per il web arriva un anno più tardi,
nel dicembre 1991, quando Tim Berners-Lee e Robert Cailliau si trasferiscono
per alcuni giorni in Texas, a San Antonio, dove trasportano un computer e un
modem per partecipare alla conferenza “Hypertext ’91”. I due pionieri del web
piombano come marziani in un ambiente pieno di ricercatori riuniti per
discutere di ipertesto a livello puramente accademico, senza chiedersi cosa
sarebbe successo facendo viaggiare in rete questi documenti a lettura non
sequenziale. Cailliau e Berners-Lee riescono a mettere insieme una
realizzazione scritta da presentare alla conferenza, ma questa pubblicazione
scientifica viene respinta perché alcuni dei supervisori incaricati della
valutazione ritengono che il sistema proposto dai due ricercatori avrebbe
violato i principi su cui finora era basata la teoria dell’ipertesto. L’anno
successivo, tutti i progetti presentati avranno un titolo dove compaiono le
parole “World Wide Web”.
Per far capire di
aver realizzato un sistema funzionante, Berners-Lee e Cailliau realizzano
durante la conferenza una dimostrazione pubblica dell’invenzione, e cercano di
collegare il loro computer al server web del Cern attraverso la linea
telefonica.
Internet era sconosciuta alla maggior parte degli
studiosi presenti
alla conferenza, e per far entrare in rete il loro
computer
Tim e Robert sono costretti a stendere una prolunga
telefonica
attraverso la hall dell’albergo che ospitava
l’incontro. Robert
si mette in contatto telefonico con l’Università di
San Antonio
in Texas e chiede il permesso per poter utilizzare il
modem con
le loro linee Internet. L’ultimo problema da
affrontare riguarda le prese di corrente: il modem non aveva una spina adatta
alle prese americane, e Robert chiede in prestito un saldatore all’albergo per
poter saldare i cavi direttamente alla presa, smontandola dal muro. Con questo
virtuosismo tecnologico, che in gergo potrebbe essere definito “a good
hacking”, i due “ospiti insoliti” della conferenza aprono gli occhi e la mente
alla comunità scientifica, che fino a quel momento si occupava di questioni
legate agli ipertesti senza considerare quello che accadeva nel “ciberspazio” e
nella vita di migliaia di persone che iniziavano a lavorare e a comunicare in
modo diverso dal passato. Già dal 1991 nelle Università e nei centri di
ricerca iniziano a fiorire i primi browser, battezzati con i nomi più estrosi:
Erwise, Violawww, Midas, Samba, Arena, Lynx, Cello. Ciò nonostante per l’arrivo
della “killer application” che porta il web alla conoscenza del grande pubblico
bisogna aspettare altri due anni.
All’inizio del 1993
una nuova “creatura informatica” per la navigazione web vede la luce presso il
National Center for Supercomputing Applications (NCSA) di Urbana-Champaign,
Illinois. Si tratta di Mosaic, un programma sviluppato dallo studente Marc
Andresseen in collaborazione con Eric Bina.
Mosaic permette di fare cose che i navigatori
precedenti non
consentivano, come ad esempio visualizzare un’immagine
all’interno di un ipertesto e non in una finestra
separata, e grazie
a queste caratteristiche innovative il programma si
diffonde
a macchia d’olio. La prima versione di Mosaic viene
realizzata
in gennaio, esclusivamente per workstation Unix. A
questa
prima versione fanno seguito in agosto quelle per
Macintosh
e Windows. A dicembre il “New York Times” pubblica un
lungo articolo su Mosaic e
il World Wide Web. Sui giornali inizia quella che viene descritta come la
“rivoluzione Internet”. Un anno più tardi Marc Andreessen e James Clark,
ex-presidente della Silicon Graphics, fondano la compagnia Mosaic Communications,
che prende il nome di “Netscape Communications” dopo una disputa legale con
l’Universita dell’Illinois, che rivendica i diritti sul nome Mosaic.
Il 9 dicembre 1991
il presidente Clinton aveva firmato l’High Performance Computing Act (HPCA),
una legge statunitense in cui viene definito per la prima volta il concetto di
“autostrade dell’informazione”, un progetto che prevede il collegamento di
tutti i maggiori centri di ricerca attraverso una rete informatizzata ad alta
velocità.
La realizzazione di
un’infrastruttura per le telecomunicazioni in grado di stimolare l’economia e
lo sviluppo diventa uno dei punti forti della campagna elettorale per la
presidenza degli Stati Uniti, e nel corso della presidenza Clinton le
“autostrade dell’informazione” vengono presentate all’opinione pubblica come la
soluzione definitiva per la ricostruzione economica degli Stati Uniti.
Nello stesso anno il
congresso Usa approva il progetto NREN (National Research and Education
Network). Il costo del progetto è di oltre un miliardo di dollari, che servono
principalmente per il potenziamento della linea dorsale di trasmissione dati
della National Science Foundation. Con un processo simile a quello di molti
Paesi europei, le infrastrutture Internet vengono realizzate e potenziate con
fondi pubblici per essere cedute agli operatori commerciali quando la rete
cessa di essere solamente uno strumento di ricerca per trasformarsi in un
business planetario.
All’inizio del 1993,
infatti, i rappresentanti di tredici grandi
aziende informatiche
statunitensi fanno pressione affinché il progetto Nren estenda i suoi orizzonti
al di là delle Università, dei laboratori e dei centri di ricerca, per offrire
un servizio di comunicazione rivolto anche alle aziende, agli uffici e alle
abitazioni private. La proposta è quella di creare un’infrastruttura nazionale
dell’informazione (NII, National Information Infrastructure), una rete digitale
“a larga banda”, con una capacità di trasmissione tale da permettere a chiunque
l’accesso alle “superhighways” digitali.
Nell’aprile 1993
viene presentato l’“High Performance Computing and High Speed Networking
Applications Act”, un emendamento all’HPCA presentato da Clinton e Al Gore nel
1991. L’emendamento prevede di utilizzare Internet e le autostrade dell’informazione
per collegare in rete tutte le scuole, le biblioteche e gli uffici governativi.
Lo slogan “un computer per ogni studente” si fa strada rapidamente sui giornali
e nei media. Nel settembre ’93 Gore (nel frattempo diventato vicepresidente degli
Stati Uniti) e il segretario del commercio Ron Brown annunciano un accordo tra
strutture pubbliche e aziende private per la realizzazione della National
Information Infrastructure invocata a gran voce dal “gruppo dei tredici”. Ha
così inizio negli Stati Uniti una commistione tra fondi pubblici e interessi
privati che nel 1995 culmina con il controllo totale delle infrastrutture di
rete da parte degli operatori commerciali.
Nel 1993, oltre alla nascita di Mosaic, altri due
eventi segnano
definitivamente lo sviluppo del World Wide Web. Il 30
aprile
di quell’anno il Cern consegna a Robert Cailliau e Tim
Berners-
Lee un documento ufficiale concordato con i due
ricercatori,
nel quale si dichiara che a partire da quel momento le
tecnologie
web sviluppate nell’istituto di ricerca elvetico
sarebbero
state libere da
qualsiasi brevetto o copyright, e pertanto a partire da quel momento potevano
essere utilizzate liberamente e gratuitamente da tutti, per scopi scientifici o
commerciali. Dal 25 al 27 maggio 1994 la prima “International WWW Conference”,
che si svolge al Cern, fa registrare il tutto esaurito.
Degli 800 iscritti ne vengono ammessi solo 400, e la
caotica
presenza di tutti i “geek” e gli appassionati di
informatica che
affollano i locali del Cern fa sì che questo evento
venga successivamente
ricordato come “la Woodstock del Web”, Tim
Berners-Lee racconta che in quella circostanza
L’unico momento in
cui mi sono sentito a disagio è stato durante il mio discorso di chiusura. Ho
toccato molti argomenti tecnici, e questo andava bene. [...] Ma ho finito per
mettere in evidenza che, così come accade per gli scienziati, anche i membri
della comunità di sviluppo del World Wide Web avrebbero dovuto essere
eticamente e moralmente consapevoli di quello che stavano facendo. Penso che
queste affermazioni siano state un po’ fuori contesto, ma le persone presenti a
quella conferenza erano le sole che in quel momento stavano creando il web, e
pertanto erano le sole che potevano garantire che il prodotto dei loro sistemi
sarebbe stato adatto ad una società giusta e ragionevole. Nonostante la mia
emozione, sono stato accolto con calore, e mi ha fatto molto piacere aver
affrontato la questione.
Nell’ottobre del 1994 Tim Berners-Lee lascia il Cern
per fondare
il W3C, World Wide Web Consortium, a cui
contribuiscono
il Laboratorio di Computer Science del Mit, L’Istituto
nazionale francese
per la ricerca su informatica e automatica (INRIA), la giapponese Keio
University e il Cern di Ginevra, con l’appoggio esterno della Commissione
Europea e dell’Arpa, che nel frattempo ha cambiato il nome in Darpa, Defense
Advanced Research Project Agency. Le attività principali del consorzio
riguardano la realizzazione di prodotti software di pubblico dominio e il
supporto tecnico a sviluppatori e utenti di programmi Web, che possono
attingere anche da un’ampia raccolta di documenti. In particolare meritano
attenzione le iniziative portate avanti dal W3C allo sviluppo di standard,
tecniche e programmi per garantire l’accessibilità del World Wide Web anche a
persone disabili.
Nel 1995, con una
quota di utenti pari all’80 per cento, il browser Netscape sembra destinato a
diventare lo standard de facto dell’utenza Internet, ma nell’agosto di
quell’anno Microsoft lancia sul mercato Windows ’95, che include Internet
Explorer, un browser che viaggia “a cavallo” del sistema operativo e rende
inutile agli utenti l’installazione di un programma aggiuntivo. In quell’anno
il lancio pubblicitario di Windows ’95 richiede un investimento di 150 milioni
di dollari, e parallelamente Netscape Communications entra in borsa, con
richieste per 38 milioni di azioni, che danno all’azienda un valore di 4,4
miliardi di dollari. Dopo aver volato fino a raggiungere le vette più alte di
Wall Street, Andreessen e Clark bruciano le loro ali da Icaro contro il gigante
Microsoft.
Internet Explorer non viene realizzato da zero, ma a
partire dal
codice di Mosaic, che può essere considerato a tutti
gli effetti
il “papà” dei due browser più famosi del mondo.
Nell’agosto
1994 la società Spyglass aveva ottenuto dal National
Center for
Supercomputing Applications la licenza commerciale
esclusiva
per la vendita di
Mosaic, ed è proprio a Spyglass che si rivolge Microsoft per la realizzazione
di un browser da affiancare a Windows ’95. Il codice di Mosaic viene utilizzato
come base di partenza per la realizzazione di Internet Explorer, che diventa
una parte integrante del sistema operativo, attirando su Microsoft le
attenzioni del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
L’integrazione del browser nel sistema operativo viene
considerata
come una forma di concorrenza sleale verso Netscape e
le altre compagnie che sviluppavano prodotti di
navigazione
per Internet. La battaglia giudiziaria tra Microsoft e
l’antitrust
continua ancora oggi. Nel corso degli anni Internet
Explorer
diventa il programma di navigazione più diffuso e
Netscape
perde la “guerra dei browser” sul fronte commerciale.
Sul piano
scientifico, invece il 31 marzo 1998 la compagnia
fondata
da Andreessen e Clark conquista la comunità Open
Source rilasciando
pubblicamente i codici sorgente di Netscape
Communicator,
che nel frattempo aveva raggiunto la versione 4. È
così
che dalle ceneri del prodotto commerciale chiamato
Netscape
nasce il progetto aperto “Mozilla”, che deve il suo
nome ad un gioco di parole tra Mosaic, il vecchio nome di Netscape, e il
mostro Godzilla dei film giapponesi. Dopo il rilascio
pubblico
del codice sorgente, la creazione e lo sviluppo del
nuovo browser
Mozilla coinvolge decine di programmatori sparsi in
tutto
il mondo che ancora oggi continuano ad estendere e
migliorare
le funzionalità del programma. Programma che dopo
varie
evoluzioni oggi si chiama Mozilla Firefox, ha
raggiunto un livello tecnico ben superiore a quello di Internet Explorer e
continua
a coinvolgere un numero di utenti sempre maggiore,
lasciando intravedere per il futuro la possibilità di
una nuova
guerra dei browser. Nel novembre 1998, dopo la
consegna del codice sorgente di Netscape alla comunità mondiale dei
programmatori, il provider statunitense America Online (AOL), assorbe Netscape
Communications.
Nel 1995, la notte
tra il 30 aprile e il 1 maggio, vengono rimosse le tabelle di “routing” di
NSFNet, la mappa delle “strade maestre” di Internet negli Stati Uniti, e il
“backbone” finanziato dall’amministrazione federale statunitense viene
disattivato in modo definitivo. In contemporanea, tutti i principali network
provider statunitensi (Sprint, MCI, PSI, UUnet, Network99 e altri)
trasferiscono i loro servizi presso il Network Access Point (NAP) di Washington
D.C. La notizia è di quelle che travalicano il semplice significato tecnico:
con il definitivo “pensionamento” della dorsale NSFNet, l’infrastruttura della
rete Internet negli Usa è completamente in mano agli operatori commerciali. Per
agevolare la transizione, la National Science Foundation eroga nel corso
dell’anno finanziamenti per un totale di 4 milioni di dollari a favore dei
network commerciali. Come contropartita questi ultimi si impegneranno nello
sviluppo dei Nap come punti nodali per lo scambio delle informazioni. Questo
passaggio di consegne tra istituzioni pubbliche e aziende private è stato
amaramente commentato, dal saggista Howard Rheingold:
Se le organizzazioni commerciali assumono la gestione
della Rete dalle istituzioni pubbliche, chi vi avrà
accesso
e a chi sarà negato? Chi deciderà che cosa potranno
dire e fare gli utenti della rete? Chi farà da giudice
in caso
di disaccordo sul diritto di accesso o sul
comportamento
telematico? Questa tecnologia è stata sviluppata con
denaro pubblico. Deve esserci un limite alle tariffe
che
le aziende private
possono imporre in futuro per farci pagare l’utilizzo di una tecnologia nata e
sviluppata con il denaro delle nostre tasse? [...] Ci sono buone probabilità
che i grandi centri di potere politico ed economico trovino il modo di mettere
le mani anche sulle comunità virtuali, come è sempre accaduto in passato e via
via con i nuovi mezzi di comunicazione. La rete è ancora in una condizione di autonomia,
ma non può rimanervi a lungo. È importante quello che sappiamo e facciamo ora,
perché è ancora possibile che i cittadini del mondo riescano a far sì che
questo nuovo, vitale strumento di dibattito resti accessibile a tutti prima che
i colossi economici e politici se ne approprino, lo censurino, ci mettano il
tassametro e ce lo rivendano. [...] Forse in futuro gli anni Novanta verranno
considerati il momento storico in cui la gente è riuscita, o non è riuscita, a
cogliere la possibilità di controllo sulle tecnologie comunicative.
Gli anni Novanta sono ormai passati, e le tecnologie
della
comunicazione sono parte integrante della nostra vita
quotidiana,
utilizzate per fare la guerra o per insegnare, per
trasmettere
pubblicità o per condividere conoscenza, per cercare
profitti
personali o benefici collettivi. Forse Howard
Rheingold è
stato troppo pessimista, e mi piace pensare che anche
nel terzo
millennio ci rimanga ancora un po’ di tempo per
decidere cosa
fare di questo “ciberspazio” così bello e così
potente, ma anche
così fragile e condizionabile dall’ignoranza o dalla
stupidità
umana. Milioni di computer in tutto il mondo sono
collegati
ad una Rete che abbraccia i cinque continenti, e in
ogni ora di
ogni giorno
dell’anno compiono il loro dovere con silenziosa efficacia. Credo che la sfida
degli anni futuri, una sfida umana prima ancora che tecnologica, sarà quella di
mettere in Rete le persone dopo aver interconnesso i computer, per sviluppare
una “intercreatività collettiva” che possa davvero cambiare il mondo.
Postfazione
“La democrazia è una
forma piacevolissima di governo, piena di varietà e di disordine, e dispensa
una sorta d’eguaglianza agli eguali come agli ineguali”.
Platone
Cambiare il mondo?
Certo. Una persona alla volta. O, visti i tempi, un computer alla volta. Anzi:
un media activist alla volta. Perché quella che stiamo sperimentando
all’alba del nuovo millennio è nulla di meno che la rivoluzione dei personal
media. L’individuo al centro di ragnatele grandi come il mondo. E, a loro
volta, ragnatele concentriche fatte di singoli, reti sociali, nodi informatici
– tutti punti infinitesimali, parimenti vitali, di un’intelaiatura fluidamente
interdipendente. Una rivoluzione instancabile che, proprio facendo tesoro del percorso
attivato fin qui da hacker e scienziati, pionieri e innovatori, continuerà a
rinnovarne le spinte sociali fino a catapultarci in un futuro altrettanto
gravido di liete sorprese. A partire da quel torrente di creatività che già
oggi sfrutta al meglio una miriade di blog, video autoprodotti, esperimenti di
social networking, citizen journalism e testate indipendenti.Tenuto insieme
grazie al pulsare continuo di condivisione e community, quel costruire sulle
spalle di chi ci ha preceduto che rappresenta il senso stesso della storia
sociale della comunicazione elettronica.
L’approccio si fa
obbligatoriamente multidisciplinare e plurisfaccettato, ribadisce un futurista
con i piedi ben piantati per terra come Howard Rheingold. E in futuro il filo
rosso continuerà a dipanarsi tra il mondo online e quello offline senza
soluzione di continuità, con le menti elettriche di tutto il pianeta ben
coinvolte in un esperimento a cielo aperto e senza rete. Le varie tappe di
questo eccitante e imprevedibile percorso includeranno il galoppo del
videoblogging, a partire dalle solite sponde statunitensi ma senza limitazioni
geografiche. Con il proliferare di raduni periodici (come è già il caso di San
Francisco e New York City) dove si proseguirà il cocktail di pionieri e
imprenditori, geek e innovatori, oltre alla “lunga coda” di persone comuni che
andranno vieppiù affacciandosi su tale scenario spinti dalle motivazioni più
disparate. Il pot-pourri sarà alimentato da attivisti di associazioni
non-profit mirate alla diffusione del videoblogging di base, sulla scia di
capostipiti quali Node101 e OurMedia, tramite workshop, centri d’istruzione e
risorse varie. Situazioni atte a rivelare come “non siamo più soltanto i
destinatari passivi di contenuti stile Big Media prodotti dagli studios di
Hollywood”, spiega JD Lasica, giornalista e cofondatore di OurMedia.org. “Siamo
noi a produrre contenuti originali, nei nostri studi, uffici, giardini, e sai
cosa? Parecchia roba è di qualità scadente, ma c’è anche materiale davvero pregevole
e lo vedremo circolare con sempre maggior frequenza su Internet, potremo
seguirlo sulla Tv in salotto e va diventando sempre più parte della nostra vita
quotidiana”.
Presumibilmente analoghi gli effetti di quel che molti
non hanno
esitato a definire l’affare del 2006: l’acquisto di
YouTube
(motore trainante dell’esplosione di e-video
auto-prodotti) da
parte di Google per la modica cifra di oltre un
miliardo e mezzo di dollari. Pur con tutte le necessarie verifiche sul campo,
dagli impicci sul copyright dei filmati a un business model che includa gli
stessi utenti-produttori, la mossa ha confermato come l’avvento dei personal
media sia una realtà di fatto. Anche perché se YouTube conta ormai qualcosa
come due miliardi di video, MySpace, il re del social networking giovanile,
vanta una sessantina di milioni di utenti registrati ed è il numero due del
video-sharing online, senza contare le ramificazioni di ogni colore che vanno e
andranno a seguirli.
Il punto è che il
video-sharing, il social broadcasting, e la comunicazione visuale non hanno più
confini, diventando multidimensionale e mainstream, con l’annesso interesse dei
grandi media e del big business. E, soprattutto, con la cascata di utilizzi che
gli individui non mancheranno di inventarsi, come già successo per le altre
“creature” di Morse, Edison, Marconi e Gates descritte nei capitoli precedenti.
Perché alla fin fine sarà proprio questo magma creativo e condiviso il ricordo,
e al contempo la spinta, delle odierne “invenzioni” socio-tecnologiche:
“L’aspettativa dei
giovani è quella di poter interagire con tali media, di comunicare con loro, di
dar loro un qualche tipo di forma diversa. I media devono poter fluire in
entrambe le direzioni, non soltanto tramite i canali unidirezionali di
Hollywood. Su Internet, la prima direttiva è la condivisione di esperienze”,
recita la prefazione di un tomo imperdibile: Darknet Hollywood contro la
generazione digitale.
Già, perché, di fianco alle frotte di gente che hanno
glorificato
YouTube, forse ancor più spavalda va facendosi
l’ondata
musicale e la fiumana dei file Mp3 dove la mettiamo?
Beh, non
ci vuole molto a prevedere che si farà ancor più
spavalda. Aperta
la strada dal pioniere Napster, ormai sette anni fa,
decine di
milioni di
americani, seguiti via via da utenti di ogni parte del globo, hanno poi
cavalcato il file-sharing, il P2P e altri programmi caserecci creati in primis
nei campus universitari. Suscitando le ire delle grandi etichette e le denunce
a raffica della RIAA (Recording Industry Association of America). C’è da
scommettere che quest’ultima, in stretto con le major e gli studios
cinematografici, continuerà a sbraitare per una “crisi di vendite” che in
realtà riguarda solo il portafoglio delle major, da sempre avvezze allo
strozzinaggio nei confronti di artisti e consumatori. Pur se nel prossimo
futuro finiranno giocoforza per dover ulteriormente ampliare e diversificare
l’offerta (sull’onda del trascinante modello di iPod/iTunes e dei primi siti
per il download di film made in Hollywood), entrando così in diretta
competizione con il pullulare di mini-situazioni sparse, legali o meno, che
proseguiranno a diffondere il virus mediatico.
Già artisti ed etichette indipendenti puntano
seriamente alla
differenziazione del prodotto (con versioni su Cd/Dvd
ufficiale,
mash-up arricchite e rifatte da altri gruppi,
eccetera), all’interazione
sempre più diretta con gli ascoltatori/coautori,
consentendo
e perfino stimolando i remix vari. In altri termini,
“il
business della musica non è mai stato così vivace e
vibrante di
idee innovative: le potenzialità dell’applicazione del
digitale alla
musica sono illimitate”, scrivono due pionieri in
quest’ambito,
Dave Kusek e Gerd Leonhard, nel recente volume Il
futuro della
musica. Un futuro che promette di essere fluido e
immersi-
vo come non mai. Anche qui basta poco per scovare
qualche
pioniere, con citazioni quasi casuali: artisti come
Beck, che
anziché il solito Cd da 13 brani ora diffonde raccolte
di canzoni,
remix e video che i fan possono cucire insieme in
qualsiasi
modo preferiscano; etichette indipendenti tipo
Nettwerk
Music Group, che
dalla British Columbia canadese promuove band, tanto sconosciute quanto
promettenti, tramite svariate versioni digitali, suonerie telefoniche,
registrazioni dei concerti immediatamente disponibili online – lasciando in
mano loro ogni copyright sul tutto; e Pitchfork, sito di recensioni, commenti e
dritte che Ryan Schreiber lanciò per puro divertimento dieci anni fa a Chicago,
con un semplice Macintosh e una linea dial-up, divenuto rapidamente l’ombelico
pulsante della scena musicale emergente in Nord America, con tanti saluti a
patinate ma obsolete riviste come “Rolling Stone” e “Spin”. E, come per il
social broadcasting in generale, anche nel contesto italico non si scherza: dal
meeting delle etichette discografiche indipendenti (MEI), giunto al suo decimo
appuntamento annuale, alle contaminazioni tra e-music e hacktivism proposte da
Neural.it.
Altro veicolo che salirà di livello, ancor più e prima
che di
numeri, è ovviamente la blogosfera. In questa decina
d’anni di vita, i blog hanno ormai superato sessanta milioni di unità, pur
se la maggioranza non viene mai più aggiornata dopo i
primi
post, e dovremo quindi attenderci un salto di qualità:
maggior
cooperazione tra singoli e gruppi per creare lavori di
qualità, il
passaggio dai semplici diari personali a piattaforme
collettive e
multimediali. Si tratterà cioè di “operare la
transizione da quel
che definisco ‘media
preconfezionati’ – tipo i notiziari radio-tv all’approccio da conversazione del
giornalismo online”, spiega John Battelle, altro innovatore di primo pelo,
essendo stato, tra l’altro co-fondatore della nota rivista “Wired”. Spalancando
così le porte, fra l’altro, al citizen journalism, ai cittadini-reporter su
temi locali e globali, mirando altresì a spingere “i media tradizionali a osare
di più, iniziando a rilasciare i loro contenuti e permettendo al pubblico di
effettuare download, remixare, reinventare e far circolare di nuovo”, insiste JD
Lasica. In tal senso, basta citare progetti Usa quali MediaVolunteer, ente
non-profit dove oltre 20.000 volontari crea e mantiene un database di testate e
giornalisti nazionali a cui i gruppi nonprofit possono far riferimento per far
conoscere le proprie attività. O anche l’attività di Jay Rosen, professore e
fondatore di NewAssignment.Net, forse il più maturo esperimento di giornalismo
partecipativo in corso negli Usa, mentre cresce al contempo la rete globale di
OhMyNews International.
Queste e simili iniziative
future confermeranno la pratica per cui “è più facile per i lettori
trasformarsi in reporter che per i reporter diventare lettori”, spiega Dave
Winer, tra i pionieri di quello che è ormai universalmente noto come il Web
2.0, ambiente aperto e fluido dove ci sarà posto per tutti. Ciò ad ampliare la
battuta (poi divenuta famosa) con cui a fine 2004 Dan Gillmor, autore del
brillante testo We the Media, rilanciava con forza l’open source journalism: “I
miei lettori ne sanno più di me”. E quindi occorre ascoltarli, dare loro
spazio, avviare dinamiche collaborative, non considerarli più solo passivi
destinatari del tipico overload d’informazione. Scenario che prende a filtrare
anche in Italia dalle radio-web d’ogni tipo a testate che mescolano lanci d’angezia
e news scelte con editoriali d’attualità di “blogger qualificati” e testi
pubblicati direttamente dagli utenti registrati.
Quale sarà il futuro dei media digitali, dunque? E per
estensione,
verso quale tipo di società stiamo puntando? Il futuro
non è stato ancora scritto – battuta più che mai
consona al pianeta
digitale e alla comunicazione elettronica. Anche
perché è
in atto una vera e propria frammentazione della Rete a
livello nazionale, una tendenza da tenere sott’occhio nei tempi medio-lunghi,
con il ritorno alla giurisdizione delle varie nazioni-stato e tutte le tipiche
blindature alla libertà d’espressione (Cina docet). In ogni caso, l’andazzo è
chiaro. Sarà questo magma creativo e condiviso, l’intelligenza collettiva e
connettiva della Rete, a porsi contemporaneamente come spinta, stimolo e fine
delle “invenzioni” socio-tecnologiche del futuro. Dove conteranno assai meno i
nomi altisonanti. Dove hacker e pionieri andranno tranquillamente mescolandosi
con scienziati, businessman, esperti. Con illustri sconosciuti e cittadini
volente-rosi che daranno vita a forme impensate di comunicazione. E con la
socialità, in ogni sua dimensione, sempre più vissuta come bisogno ed
espressione cruciale di ogni essere umano. A conferma del fatto che il futuro
della scienza in senso lato, come il suo passato, non riguarda formule e
concetti astratti, né tanto meno torri d’avorio, ma rimane fonte di vita
vissuta, res publica, bene comune. Come garantirne la tutela (e lo sviluppo)
per le generazioni future? Semplice: partecipare, partecipare, partecipare.
Bernardo Parrella
bernardo.parrella@gmail.com
Bibliografia Commentata
Quello che segue è un elenco dei libri da cui ho
attinto molte delle
informazioni contenute in questo testo. Questa
documentazione di
base è stata progressivamente integrata da un numero
imprecisato di
segnalazioni ricevute da amici, curiosità scoperte per
caso su riviste,
opuscoli, enciclopedie e foglietti volanti, date e
documenti recuperati
in rete e da altre fonti che dopo quasi dieci anni di
lavoro faccio
sinceramente fatica a ricordare. Avendo ormai da tempo
rinunciato a
documentare la provenienza di ogni singola
informazione riportata
nel libro, posso garantire solamente che nulla di
quanto ho scritto è
stato inventato di sana pianta, e che gli inevitabili
errori sono dovuti
unicamente alla propagazione, colpevole ma
inconsapevole, di
imprecisioni e inesattezze altrui. Tutti i testi citati
sono stati letti dalla prima all’ultima pagina, e vengono accompagnati da un
breve commento, nella speranza di invogliare alla lettura di questi libri che
hanno accompagnato, e illuminato, il mio percorso attraverso la storia
dell’elettronica, dell’informatica e delle telecomunicazioni.
Carlo Gubitosa,
Oltre Internet – Consigli pratici per una navigazione a misura d’uomo, Emi/Fce,
1997.
Affronta a partire da zero i temi della telematica e
del commercio equo
e solidale, offrendo le basi tecniche e culturali per
capire i meccanismi che
regolano le reti di computer e i rapporti economici
tra il Sud e il Nord del mondo. Un testo rivolto agli operatori del mondo del
volontariato,
che intendono utilizzare le opportunità delle
comunicazioni digitali per
le loro attività di solidarietà e cooperazione.
Contiene una cronologia dei principali avvenimenti nella storia della
telematica che ha costituito l’embrione
a partire dal quale
si è sviluppato questo libro.
Carlo Gubitosa,
Enrico Marcandalli, Alessandro Marescotti, Telematica per la pace, Apogeo,
1996.
È un ampio volume in cui vengono raccolte e raccontate
“storie telematiche”
di volontariato e impegno civile. Si rivolge a un
pubblico di non esperti,
affiancando a racconti e descrizioni i rudimenti
tecnici basilari per il
collegamento telematico. Gli autori prospettano soluzioni
tecniche e culturali
alternative alle
mode che ruotano intorno a Internet. Un’ampia sezione del testo è dedicata alla
storia di Internet e delle reti mondiali di solidarietà telematica.
Carlo Gubitosa, Italian
Crackdown, Apogeo, 1999.
Crackdown è
un’intraducibile parola inglese che racchiude in un unico
vocabolo il significato di crollo, attacco, disfatta,
distruzione, smantellamento,
colpo di grazia.
Questo libro racconta la storia di una serie interminabile
di sequestri,
censure, perquisizioni, intimidazioni e violazioni dei
diritti costituzionali, avvenuta nel più totale
disinteresse dei media e della
politica, che nel
maggio 1994 ha messo in ginocchio le reti telematiche auto-gestite e
autofinanziate, basate sulla “tecnologia Fidonet”. Oltre alla cronaca
dei sequestri italiani, alcuni capitoli sono dedicati
alla descrizione del
mondo dell’informatica e delle reti telematiche
amatoriali, quando le
comunicazioni elettroniche erano ancora un territorio
di frontiera esplorato
da pochi pionieri. È un’opera di recupero della memoria
storica, per ricordare
qual era lo scenario
della telematica italiana prima dell’arrivo dei
grandi provider nazionali, e per scoprire l’“altra”
telematica, quella che nel 1994 costituiva ancora un mondo sommerso, ignorato
dal grande pubblico e sostenuto unicamente dalla voglia di esserci e di
“entrare in rete”.
Howard
Rheingold, The Virtual Community, Harper Perennial, 1994. Edizione italiana: Comunità virtuali, Sperling &
Kupfer, 1994.
Una “visita guidata”
appassionante e coinvolgente all’interno delle reti telematiche sparse per il
mondo, per scoprire come le nuove tecnologie stiano completamente stravolgendo
il panorama dell’informazione, offrendo al tempo stesso nuove modalità per
entrare in contatto con altre persone e per azioni concrete di impegno civile.
I racconti delle vicende di “The Well”, bollettino elettronico della California
post-hippy, includono storie toccanti di rapporti umani transcontinentali molto
profondi nati in rete.
Bruce
Sterling, The Hacker Crackdown: Law and Disorder on the Electronic Frontier,
Bantam, 1992. Edizione italiana: Giro di
vite contro gli Hacker, Shake, 1996.
È un avvincente romanzo scritto da uno dei padri della
letteratura
cyberpunk, in cui si racconta la storia delle
telecomunicazioni, mettendo
a nudo il grande potere detenuto dalle grandi
compagnie telefoniche
degli Stati Uniti. Si parla anche di come gli
interessi delle “Telecom”
statunitensi siano stati alla base dell’“operazione
SunDevil”, nel
corso della quale i servizi segreti e la polizia sono
stati sguinzagliati alla
caccia dei “maghi”
dell’informatica, che all’inizio degli anni Novanta rischiavano di intaccare
l’immagine di tecnocratica inaccessibilità delle “baby Bell”, le compagnie
telefoniche nate in seguito allo smembramento della At&t ordinato dalla
Commissione Federale per le Telecomunicazioni. Sterling riesce abilmente a
fondere in un unico libro la divulgazione scientifica, il romanzo giallo, il
documento storico e il manifesto politico.
Arthur C.
Clarke, How the World was One: Beyond the Global Village, Bantam 1992.
È la storia della telegrafia sottomarina e della
nascita dei primi satelliti
per telecomunicazioni, raccontata da Arthur C. Clarke,
il padre delle
comunicazioni satellitari, uno dei maestri della
science-fiction e autore
della saga di fantascienza 2001: Odissea nello spazio,
proseguita con
altri tre volumi. In base alle sue esperienze dirette nel
settore delle telecomunicazioni,
Clarke descrive le
vicende umane e politiche che hanno accompagnato il lancio dei primi satelliti
artificiali.
Robert
Lomas, The man who invented the twentieth century, Headline Book Publishing,
1999. Edizione italiana: L’uomo che ha
inventato il XX secolo, Newton & Compton editori, 2000.
La biografia di
Nikola Tesla, l’inventore serbocroato che ha portato la
corrente alternata negli impianti domestici, rivela alcuni
aspetti della storia
della scienza
sconosciuti al grande pubblico: Edison non ha inventato la lampadina, ma ha
solamente perfezionato dei prototipi inventati da altri, mentre Tesla, pur
rimanendo sconosciuto al grande pubblico, ha regalato all’umanità invenzioni
come la corrente alternata per uso domestico, il generatore di energia
idroelettrica e l’illuminazione a fluorescenza, realizzando anche i primi
esperimenti di trasmissioni radiofoniche ben prima di quelli portati a termine
dal più famoso Guglielmo Marconi.
Steven
Levy, Hackers: Heroes of the Computer Revolution, Anchor Press/Doubleday, 1984.
Edizione italiana: Hackers – Gli eroi
della rivoluzione informatica, Shake, 1996.
In questo libro Levy racconta con grande maestria la
nascita del personal
computer e delle controculture che hanno permesso ai
calcolatori di uscire
dai centri di ricerca per raggiungere le nostre case.
Questo viaggio nel
tempo inizia nel 1958 al Massachusetts Institute of
Technology, dove gli
appassionati di trenini del Tech Model Railroad Club
scoprono l’informatica
utilizzando di nascosto i computer dell’Università e
creando i primi
programmi per giocare o fare musica, eseguiti
clandestinamente su queste macchine. È qui che nasce l’“etica hacker”, una
sorta di manifesto
programmatico di straordinaria attualità, che ha fatto
subito presa
sull’humus libertario degli anni Sessanta. “Primi
della classe” che persero
la testa per l’informatica, tecniche di scassinamento
delle porte dei laboratori,
telefonate gratuite
e radio pirata, l’odio contro l’Ibm e i suoi
“bestioni”, i primi
personal computer creati dagli hobbisti, la nascita di Apple e delle prime
ditte di videogiochi, il mercato e le sue insidie, la lotta per l’accesso
all’informazione... Questo avvincente viaggio letterario ci
porta dagli anni
Cinquanta alla fine del Novecento attraverso un mondo fatto di cervelloni,
hippy e professori coraggiosi. Un saggio che permette di conoscere e
approfondire il contributo fondamentale dato dagli hacker allo sviluppo delle
attuali tecnologie informatiche, restituendo dignità ad una categoria di
artisti/programmatori che nell’immaginario collettivo è ingiustamente
circondata da un alone di criminalità.
Katie
Hafner, Matthew Lyon, Where Wizards Stay Up Late: The Origins of The Internet,
Simon and Schuster, 1996.
Il libro più completo e attendibile sulla nascita di Internet
e sulle avventure umane, politiche e tecnologiche vissute dai primi pionieri
della “rete delle reti”. Un documento storico, scritto con lo stile avvincente
e trascinante
di un romanzo,
indispensabile per chiunque voglia capire il futuro
della rete, conoscendone il passato attraverso il lavoro e
la vita dei ricercatori e degli ingegneri che hanno creato i presupposti
tecnologici per la nascita delle reti distribuite.
Clifford
Stoll, The Cuckoo’s Egg: Tracking a Spy Through the Maze of Computer Espionage,
Doubleday, 1989.
Clifford Stoll è un
astronomo con qualche esperienza di informatica, assunto al Lawrence Berkeley
Laboratory come amministratore di sistema.
Un errore di 75 centesimi nella gestione della contabilità
rivela l’intrusione di un estraneo nei computer del laboratorio: inizia
un’estenuante caccia all’uomo in rete. Stoll sorveglia l’intruso, che nel
frattempo inizia a setacciare dozzine di nodi Internet delle forze armate
statunitensi, coinvolgendo
Cia, Fbi e la
National Security Agency. L’astronomo risale all’identità del misterioso
“Hunter” dopo un inseguimento elettronico durato un anno, che termina ad
Hannover. Un romanzo di tecno-spionaggio avventuroso e avvincente, che ha in
più il pregio di essere rigorosamente vero.
Bryan
Clough, Paul Mungo, Approaching Zero: Data Crime and the Computer Underworld,
Faber and Faber, 1992.
Una finestra
sull’underground digitale inglese e sulle origini del “phone phreaking”,
l’esplorazione tecnologica delle reti telefoniche che ha caratterizzato le
controculture degli anni Settanta. Il libro descrive anche la storia e la
nascita dei primi virus informatici, raccontata attraverso la voce degli stessi
protagonisti.
Katie
Hafner, John Markoff, Cyberpunk, Simon & Schuster, 1991.
Un viaggio
dall’Europa agli Stati Uniti attraverso le storie di tre hacker.
Kevin Mitnick, “Il Condor”, forse il più amato e odiato
degli hacker statunitensi, ci viene presentato nella sua veste più umana, con i
suoi problemi familiari e lavorativi, le sue ossessioni informatiche, la sua
bulimia e i tradimenti dei suoi compari della “Gang di Los Angeles”. Il secondo
personaggio descritto è Hans Hubner, “Pengo”, un ragazzo di Berlino Ovest, che
durante la guerra fredda cerca di guadagnare soldi facili vendendo al Kgb
programmi che negli Usa erano di pubblico dominio, spacciandoli per segreti
industriali. La terza storia è quella di Robert Tappan Morris, lo studente
universitario che il 2 novembre 1988 mette in ginocchio per errore 6000 nodi
Internet con un virus sperimentale da lui ritenuto innocuo.
Howard
Rheingold, Tools For Thought: The People and Ideas Behind the Next Computer
Revolution, Simon & Schuster, 1988. Questo
libro, disponibile anche in rete, è un viaggio nel tempo alla scoperta delle
radici più profonde dell’informatica. Rheingold riesce ad unire la precisione
dello storico e lo stile avvincente del romanziere, descrivendo la storia e la
vita di Charles Babbage, Ada Lovelace, John Vincent Atanasoff, George Boole,
Alan Turing, John Von Neumann, Claude Shannon, Doug Engelbart e di molti altri
pionieri della scienza che con le loro visioni hanno costruito la base teorica
e culturale per lo sviluppo dell’informatica moderna.
Stefano Chiccarelli, Andrea Monti, Spaghetti hacker,
Apogeo, 1997.
Un viaggio appassionante nella storia dell’underground
digitale italiano,
al tempo stesso un romanzo, un manuale tecnico e una
guida agli aspetti legislativi della telematica. Nel giro di pochi mesi questo
libro è diventato il punto di riferimento degli “smanettoni” italiani che,
grazie
a queste pagine, hanno potuto rivivere il passato e
iniziare a intravedere
il futuro della telematica “made in Italy”. Attraverso
i racconti dei diretti
protagonisti, Spaghetti hacker ricostruisce il percorso
culturale, tecnologico, storico e giuridico che dai primi home computer ha
portato alla “rivoluzione Internet” degli anni Novanta.
Patrice Flichy,
Storia della comunicazione moderna. Sfera pubblica e dimensione privata,
Baskerville, 1994.
È un avvincente
saggio che non si limita alla descrizione tecnica delle innovazioni
tecnologiche, ma estende l’orizzonte al contesto storico, sociale e politico in
cui queste innovazioni hanno potuto svilupparsi e diffondersi.
La diffusione dei
mezzi di comunicazione viene analizzata tenendo
conto dei grandi
cambiamenti dell’area tecnica e di quella sociale. La
storia della società e della tecnologia vengono integrate
per descrivere l’avvento
di invenzioni come
il telegrafo, la fotografia, il grammofono, il cinema, la radio e la
televisione.
Autori Vari,
Open Sources: Voices from the Open Source Revolution, O’Reilly, 1999. Edizione italiana: Open Sources: Voci della
rivoluzione Open Source, Apogeo, 1999.
Open Sources è un
libro scritto dai pionieri del “software libero”, in cui
la storia del free software, della cultura hacker e dei
sistemi operativi Unix e GNU/Linux viene raccontata con le voci degli stessi
protagonisti. Il libro è disponibile integralmente anche in rete.
Mauro Caniggia, Luca
Poggianti, Il Valdostano che inventò il telefono, Centro Studi De Tillier,
1996.
Con questo documento, ricchissimo di riferimenti
storici, il Centro Studi
De Tillier di Aosta ha voluto ricordare le scoperte di
Innocenzo Manzetti,
un inventore di Aosta, inspiegabilmente dimenticato
dalla storia
della scienza. Manzetti ha sviluppato una versione
primordiale del telefono con molti anni di anticipo rispetto a Meucci e Bell, e
nel suo laboratorio
questo estroso
geometra ha creato con la fantasia e l’ingegno anche molti altri apparecchi: un
automa con forma umana in grado di suonare il flauto, una macchina per fare la
pasta, sistemi per filtrare l’acqua e varianti a tre ruote del velocipede. In
questo libro gli autori ripercorrono la storia delle riuscite invenzioni di
Manzetti e del suo fallimentare rapporto con i brevetti e il denaro.
Riccardo Staglianò,
Bill Gates. una biografia non autorizzata, Feltrinelli, 2000.
In questo libro è
contenuto tutto ciò che ognuno di noi dovrebbe sapere sull’uomo più ricco del
pianeta e sulla sua azienda. Con uno stile leggero e discorsivo, Staglianò
riesce a fare chiarezza sulle origini della fortuna di Bill Gates, documentando
le pratiche anticoncorrenziali che hanno caratterizzato la Microsoft fin dai
suoi esordi, le origini dubbie dell’Ms-Dos, l’avvento di Windows e la “guerra
dei browser” con cui l’azienda di Gates ha spazzato via dal mercato la
concorrenza di Netscape, l’unico produttore di software che avrebbe potuto
minacciare la supremazia Microsoft con l’avvento dell’era di Internet.
Wendy Goldman Rohm,
Il rapporto Microsoft. Il dossier segreto contro Bill Gates, Garzanti, 1999.
Un ricchissimo
dossier su Bill Gates e la sua azienda, in cui è documentata la lunga serie di
“vittime” delle politiche commerciali Microsoft, che hanno costretto parecchie
aziende nel settore dell’informatica a chiudere bottega, nonostante la qualità
dei loro prodotti, solo per aver messo in discussione il predominio
dell’azienda di Gates. Novell, Digital Research, Lotus, Ibm e Netscape sono
solo alcune delle vittime illustri delle strategie di mercato predatorie e
anticoncorrenziali praticate dal più grande produttore mondiale di software. Il
libro analizza in dettaglio il fondamento giuridico delle leggi antitrust in
vigore negli Stati Uniti, e le conseguenti contromisure adottate delle autorità
americane per arginare lo strapotere di Gates.
Gregory Rawlins, Schiavi del computer?, Laterza, 1999.
Questo saggio divulgativo contiene alcune riflessioni
di carattere generale
sullo sviluppo tecnologico e sociale dell’informatica,
arricchite da dati retrospettivi sulla storia e lo sviluppo dei primi
calcolatori, con interessanti
cenni biografici
sulla vita e sulle conquiste intellettuali di Alan Turing e Charles Babbage.
Andrew Hodges, Turing. A natural
philosopher, Routledge, 1999.
Questa biografia di Alan Turing racchiude in forma
sintetica i concetti
sviluppati più estesamente dallo stesso Andrew Hodges
nel suo libro. Hodges
riesce a dare spessore alla figura di Turing, che non
viene descritto solamente
come un pioniere
dell’informatica, ma anche come un brillante filosofo e matematico in grado di
sviluppare elaborazioni teoriche allo stesso livello dei più grandi pensatori
del suo tempo.
Tim
Berners-Lee, Weaving the web. The original design and ultimate destiny od the
World Wide Web by its inventor, Harpercollins, 1999.
In questa “genesi”
del Web, Tim Berners-Lee non si limita a raccontare l’evoluzione tecnica di
quello che oggi è il più diffuso sistema di comunicazione globale, ma descrive
anche le motivazioni etiche che lo hanno spinto a creare uno strumento di
cooperazione che, almeno nelle intenzioni del suo creatore, doveva essere
principalmente un ambiente di condivisione
della conoscenza, e non uno spazio dedicato solamente
alla pubblicazione
di documenti. Berners-Lee sogna per il suo web una
“intercreatività”
che nasce da una condivisione elettronica della
conoscenza,
sostiene la necessità di una consapevolezza etica e
morale nell’utilizzo del
web e nella creazione di nuovi strumenti, descrive una
visione personale
della vita che lo ha spinto a non cercare fama o ricchezza
dalla sua invenzione,
ma semplicemente a
renderla il più utile possibile per tutti, e quindi anche per sé stesso.
Linus
Torvalds, David Diamond, Just for Fun: The Stary of an Accidental
Revolutionary, Harpercollins, 2002. Edizione
italiana: Rivoluzionario per caso. Come ho creato Linux (solo per divertirmi),
Garzanti, 2001.
Con un tono
scanzonato e leggero, Linus Torvalds racconta la nascita e lo sviluppo del
sistema operativo GNU/Linux, dai primi approcci con il Commodore 64 del nonno
alla scoperta del sistema operativo Unix. Questo incontro fa nascere in lui una
passione per l’informatica e la programmazione dell’hardware, che lo spinge a
creare il più grande esperi-mento mondiale di programmazione cooperativa: la
creazione di una versione di Unix utilizzabile dai normali personal computer. E
tutto accade “solo per divertimento”.
Ringraziamenti
Questo lavoro è stato reso possibile da tante persone,
che mi hanno sostenuto con il loro aiuto, con la loro amicizia, o semplicemente
con la loro
presenza. Il primo ringraziamento va a mamma Annamaria
e zia Elena, che
mi hanno dato un appoggio continuo e costante grazie
al quale ho potuto coltivare e valorizzare gli interessi e le curiosità che mi
hanno spinto a rovistare
tra le pieghe della
storia della scienza. Un pensiero grato va anche a tutti gli amici e le persone
che nei dieci anni trascorsi tra l’idea del libro e la sua pubblicazione
definitiva mi hanno voluto bene e mi sono state vicine, mettendomi a
disposizione le loro conoscenze, regalandomi strumenti tecnologici di cui non
avevano più bisogno e aprendomi la porta delle
loro case nelle mie continue peripezie e nei momenti
faticosi della mia esistenza.
Un aiuto importante e insostituibile mi è arrivato
anche da Richard
Stallman, che ha notevolmente migliorato l’accuratezza
scientifica, tecnica
e formale delle cose che ho scritto, dedicando il suo
tempo alla lettura e
alla revisione delle bozze che gli ho fatto pervenire. Di
questo devo ringraziare anche Sabrina Fusari, che ha tradotto il libro in
inglese con passione, interesse e professionalità. Pubblicando questo libro, e
diffondendolo contemporaneamente in rete con una licenza Creative Commons,
Marcello
Baraghini e Stampa Alternativa hanno dimostrato ancora una
volta la differenza tra i librifici che confezionano testi senz’anima per il
puro profitto e quel progetto editoriale innovativo, professionale e
nonviolentemente rivoluzionario che da sempre caratterizza il lavoro di
Marcello e il marchio di Stampa Alternativa. Dieci anni di ricerche e scrittura
non avrebbero potuto cadere in mani migliori, e di questo sono molto grato sia
a Marcello che a Bernardo Parrella per aver creduto in ciò che ho scritto. Un
pensiero speciale va ad Annina, la persona meravigliosa e serena che mi cammina
accanto condividendo con me la curiosità vitale che mi spinge a scrivere e a
viaggiare. L’ultimo ringraziamento va a Graziella, una persona semplice e buona
che dopo avermi accudito sin da quando ero in fasce mi è stata vicino fino alla
fine della propria vita. Mi piace pensare che Graziella, nel luogo dove si
trova adesso, sia riuscita a parlare con Alan Turing, Charles Babbage, Gary
Kildall, Philip Katz e altri pionieri dell’informatica ormai scomparsi, per ottenere
da loro a nome mio l’ispirazione finale che mi ha permesso di portare a termine
questo lavoro.
Carlo Gubitosa,
autunno 2006
Indice
Prefazione . . . . .
Introduzione – Gli uomini dietro le macchine . . . . ..
I pionieri del calcolo meccanino . . . . . . . . . .
Dall’ambra al chip: storia dell’elettronica . . . . .
Il figlio della tempesta. . . .
L’algebra della logica e la teoria dell’informazione .
. .
“Rompicodici” e Macchine Universali . . . . . . . .
I dinosauri dell’informatica. . . . . . . . . . . .
Hacker e videogiochi . . .
L’era del personal computer .
“Topi” e “finestre”. . . . . .
Il garage più famoso
del mondo .
Crittografia e privacy . . .
Il telegrafo tra scienza e avventura . . . . . . .
L’invenzione del telefono . . .
Dallo Sputnik al ciberspazio .
I primi vent’anni della rete . .
Le “bacheche elettroniche” degli anni ’80 . . . .
Unix, il “figlio ribelle” del ’69 . . . . . . .
GNU/Linux e il “Software Libero” . . .
La ragnatela grande come il mondo . . .
Postfazione . . . . . . . .
Bibliografia
Commentata . .
Direttore editoriale
Marcello Baraghini
http://www.stampalternativa.it/