Diritti del lavoro e produzione degli abiti sportivi in Asia
Fuorigioco! I mondiali dello sfruttamento
Nonostate impegni solenni e
codici di comportamento, le multinazionali dell’abbigliamento sportivo
continuano a strapagare i campioni – testimonial del calcio globale ed a
sfruttare – direttamente o meno - i lavoratori asiatici. Puma e Nike hanno
convinto un loro fornitore ad accettare la presenza di sindacati, per poi
rescindergli il contratto. Reebok rispetta i diritti sindacali in Asia ma non
negli Usa. Lotto afferma di essere troppo piccola per poter fare qualcosa. Ma
la peggiore di tutte sembra l’americana Fila…
Oxfam International - Traduzione di Antonello Mangano
“Siamo tutti consapevoli del
rischio disoccupazione nel decidere di organizzare un sindacato e siamo
preparati per affrontare questo rischio...
Ma allo stesso tempo ci
guardiamo intorno e diciamo a noi stessi: perché rischiare di rimanere
disoccupato? Perché affrontare la miseria? Perché non sopportare semplicemente
lo sfruttamento dei manager?
Allora una serie lunga di
motivi ci inducono a non fare niente, a non iniziare, ma così la questione non
si risolve mai. L’unico modo per chiudere la questione è rafforzarci tra noi,
costruire forza, cambiare le nostre condizioni e la nostra situazione. E
l’unico modo per fare realmente questo è formare un sindacato”.
Marayah, operaia trentenne,
allontanata dalla fabbrica di Busana Prima, Indonesia (dove si producono abiti
sportivi per donna) per avere partecipato ad uno sciopero.
Mentre le marche globali dello sport sponsorizzano
generosamente le migliori squadre del mondo ed i giocatori più famosi dello
sport, le donne e gli uomini che in Asia producono le loro merci lottano per
soddisfare le esigenze di base delle famiglie.
Quando questi operai tentano di formare i sindacati per
ottenere condizioni migliori, vengono regolarmente discriminati e spesso
subiscono la violenza e lo scioglimento forzato.
Nike paga 16 milioni di dollari (13 milioni di Euro)
l’anno alla squadra nazionale brasiliana di calcio. Adidas paga 1.8 milioni di
dollari (1.5 milioni di Euro) all’anno al giocatore francese Zinedine Zidane.
Nel frattempo gli operai asiatici che sono la base del
gioco del calcio e di altri sport (e dei guadagni dei giocatori), sono pagati
qualcosa come 47 centesimi (0.60 dollari) l’ora; 3.76 euro (4.75 dollari) per
una giornata lavorativa standard.
Facendo la spesa presso i mercati locali meno costosi, le
donne che producono gli abiti sportivi di marca in Indonesia hanno bisogno di
lavorare quasi 4 ore per guadagnare abbastanza per l’acquisto di un chilo e
mezzo di pollo, che per qualcuno è tutta la carne che possono permettersi per
un mese.
Questo rapporto considera 12 marche internazionali del
settore sportivo - Adidas, ASICS, FILA, Kappa, Lotto, Mizuno, New Balance,
Nike, Puma, Reebok, Speedo ed Umbro - ed esamina il rapporto tra queste ditte,
i loro fornitori asiatici e l’organizzazione collettiva in sindacati, la
questione stipendi e le condizioni di lavoro.
Nelle industrie di abiti sportivi che sono caratterizzate
da stipendi bassi e misere condizioni di lavoro, le donne e gli uomini che
possono attivamente partecipare alle attività sindacali e contrattare
collettivamente con i loro datori di lavoro hanno molte più possibilità di
migliorare le loro condizioni ed i loro stipendi.
Secondo questo rapporto le aziende di abiti sportivi non
riescono ad accertare che gli operai abbiano il diritto di associarsi
liberamente.
Alcune aziende – in particolare Reebok, Puma, Adidas,
Nike, ASICS ed Umbro – hanno avviato iniziative positive che hanno condotto a
qualche miglioramento in alcune fabbriche. Ma il loro comportamento rispetto ai
diritti sindacali è stato poco consistente ed occasionalmente contraddittorio.
FILA, posseduta da Sports Brands International (SBI), è la
ditta che ha fatto meno per migliorare il rispetto dei diritti sindacali dei
suoi fornitori asiatici.
In particolare, FILA ha fallito nel richiamare al rispetto
dei diritti violati, in occasione dei ripetuti richiami che dal febbraio del
2005 si sono succeduti. Da allora, l’azienda ha ignorato i richiami delle
associazioni per i diritti umani e dei sindacati sul tema del lavoro.
I migliori giocatori di calcio ed altri atleti
professionisti sono rappresentati dalle associazioni dei giocatori che
negoziano i contratti collettivi che proteggono gli interessi ed i bisogni dei
giocatori.
Al contrario, gli operai asiatici degli abiti sportivi che
desiderano formare i sindacati e trattare collettivamente affrontano
frequentemente discriminazioni, molestie, minacce di scioglimento ed, in alcuni
casi, l'intimidazione violenta.
Due dei casi presentati in questo rapporto - uno in Sri
Lanka e l'altro in Indonesia – raccontano di attacchi violenti agli operai che
stavano tentando di formare i sindacati nelle fabbriche degli abiti sportivi.
Parkati è un ex operaia dal fornitore (PT Tae Hwa) di FILA
in Indonesia, che chiuse nel 2005. Quando la fabbrica era aperta, Parkati ha
subito minacce dopo aver organizzato una campagna per stipendi migliori. Adesso
gli operai di Tae Hwa stanno lottando per avere gli arretrati.
Parkati spiega:
"Lottiamo per i nostri
diritti, che ancora non sono stati riconosciuti da PT Tae Hwa. Già da un anno
aspettiamo gli arretrati, sappiamo che i proprietari della fabbrica non torneranno
più in Indonesia, ma sappiamo anche che questa fabbrica ha beni che possono
essere venduti per pagare ciò che ci spetta".
L’associazione australiana dei calciatori professionisti
ha dichiarato:
“Il gioco del calcio e lo sport
in genere è vigile nel salvaguardare le sue virtù: la nobiltà della
competizione, la filosofia del gioco leale e l’impegno ad essere un punto di
riferimento sul tema del razzismo.
Di conseguenza, deve levarsi in
piedi per protestare quando gli ideali sono ostacolati dagli interessi
commerciali.
Gli operai dei paesi in via di
sviluppo hanno il diritto di condividere questi ideali perché è il loro lavoro
e sono i loro sacrifici che permettono che il gioco del calcio sia giocato,
fabbricando i palloni e le reti.
Sono una parte della famiglia
del gioco del calcio e devono avere gli stessi diritti concessi agli altri
componenti del mondo del calcio”.
Scheda 1 – Casi di studio nelle fabbriche
Le organizzazioni per i diritti dell'uomo possono soltanto
studiare una piccola percentuale delle migliaia di fabbriche che producono
abiti sportivi di marca in Asia.
Tuttavia, quasi ogni volta che viene condotta tale ricerca
sono scoperti seri abusi sul lavoro. La versione completa di questo rapporto
include nove casi di studio che dimostrano come le grandi aziende rispondono
alle accuse di violazione dei diritti umani.
Nella maggior parte dei casi, i problemi riguardano
stipendi inadeguati, obiettivi di produzione irragionevolmente alti, livelli
elevati di straordinario obbligatorio e abusi verbali da parte dei
soprintendenti se gli operai non lavorano abbastanza velocemente.
Ed inoltre:
·
durante i periodi “di punta” gli operai della fabbrica Daejoo
Leports (Indonesia) ha dovuto aprire alle 7 del mattino e chiudere alle 11 di
sera. Molti operai si sono lamentati per il dolore cronico che i medici hanno
attribuito all’eccesso di operazioni ripetitive per un tempo così prolungato.
·
Le donne nelle fabbriche di Tae e di Panarub Hwa (Indonesia) che
hanno richiesto un permesso per ragione di salute hanno dovuto subire un
intrusivo ed umiliante esame fisico nella clinica della fabbrica per dimostrare
che effettivamente erano nel periodo mestruale. A Panarub, gli operai che
operano alla macchina della colla calda hanno subito cicatrici o ustioni gravi
sulle mani.
Altri casi riguardano accuse di
discriminazione o violenza contro membri del sindacato. Per esempio:
·
Nella fabbrica “B” in Indonesia, il presidente e la segretaria di
un nuovo sindacato hanno segnalato di essere stati aggrediti da alcuni delinquenti
locali che hanno fracassato una bottiglia sopra la testa del presidente e lo
hanno obbligato a firmare una dichiarazione di chiusura del sindacato. Per i
seguenti cinque giorni, alcuni sconosciuti sono andati a casa sua a mezzanotte
minacciando ancora violenze.
·
Nella fabbrica di Jaqalanka in Sri Lanka, la segretaria del
sindacato ha segnalato l'assalto di cinque uomini sconosciuti che gli hanno
intimato di fermare le sue attività sindacali. Successivamente una donna
iscritta al sindacato ha segnalato di essere stata minacciata di morte da
quattro uomini, che le hanno intimato di lasciare il sindacato.
In alcuni dei nove casi le aziende hanno risposto
positivamente ed hanno contribuito a migliorare le condizioni di lavoro. In
altri casi gli abusi di lavoro sono continui.
La vera sida è convincere le grandi aziende ad avere
programmi globali che assicurino il rispetto dei diritti umani in tutta la
catena di produzione, e non solo in quelle fabbriche messe sotto accusa dai
gruppi per i diritti umani.
Alcuni hanno iniziato ad operare in questo senso, ma la
maggior parte è attenta solo alle ispezioni annuali. Per risolvere il problema,
le aziende devono assicurarsi che tutti gli operai abbiano accesso alla
formazione indipendente sui loro diritti - specialmente sul diritto a formare i
sindacati. Inoltre devono accertarsi che gli operai possano accedere a
procedure efficaci di rimostranza quando quei diritti sono violati.
Fondamentalmente, le aziende devono assicurarsi di pagare
sufficientemente i loro fornitori e devono dare loro abbastanza tempo per
completare gli ordini in modo da potere permettere ai proprietari della
fabbrica di pagare agli operai stipendi decenti e di rispettare i loro diritti.
Le società transnazionali (TNC) dell’abbigliamento
sportive non possono, da sè, generare le circostanze in cui i diritti sindacali
siano rispettati. I governi hanno la responsabilità di accertarsi che i diritti
del lavoro siano protetti dalla legge e che la legge sia rispettata.
Tuttavia, spesso, i governi dei in paesi in via di
sviluppo sono prudenti nel regolare il comportamento delle TNC per timore che
le aziende possano spostare la loro produzione ed i loro investimenti in altri
paesi.
In questo contesto, le TNC possono svolgere un ruolo
importante nell'accertarsi che i diritti del sindacato siano rispettati
correttamente nelle proprie catene di rifornimento, riducendo quindi la
pressione sui governi.
La “Play Fair Alliance” - una rete di organizzazioni che
comprende Clean Clothes Campaign, International Confederation of Free Trade
Unions e International Textile, Garment and Leather Workers’ Federation
(ITGLWF), oltre ad Oxfam – ha
proposto nel 2004 che la World Federation of Sporting Goods Industries (WFSGI)
e le aziende di sport cooperino in un programma di lavoro per migliorare il
rispetto dei diritti nelle fabbriche.
Le raccomandazioni più importanti includono:
·
mezzi riservati ed accessibili per gli operai che vogliono
denunciare abusi e sfruttamento;
·
istruzione e formazione indipendente per gli operai riguardo i
loro diritti sul lavoro;
·
trasparenza per quanto riguarda le catene di rifornimento
dell'azienda e sforzi per migliorare le condizioni di lavoro;
·
rapporti economici stabili con i fornitori e prezzi e termini di
consegna ragionevoli;
·
un accordo quadro fra ITGLWF e WFSGI per facilitare il diritto
alla formazione di sindacati ed alla contrattazione collettiva.
In più, le aziende dovrebbero:
·
dare la priorità alle fabbriche in cui sono presenti i sindacati;
·
favorire il divieto, oppure un forte limite, all’assunzione di
operai con contratti di breve durata;
·
se la fabbrica chiude, accertare che gli operai ricevano gli
arretrati e la liquidazione; nel caso i licenziati siano stati attivisti
sindacali, accertare che non siano discriminati nella ricerca di una nuova
occupazione;
·
non spostare o non aumentare la produzione in paesi e nelle zone
di libero scambio dove il diritto alla libertà dell'associazione non ha forza
legale. Le nuove produzioni dovrebbero aprire nei paesi e nelle zone dove questo
diritto ha effetto legale.
Le aziende internazionali devono inoltre fare di tutto per
rimuovere le barriere alla partecipazione delle donne ai sindacati.
La capacità di formare i sindacati è particolarmente
importante per le donne, che compongono il 70% del terzo mondo e l’80% della
mano d'opera globale nel settore degli abiti sportivi.
Le donne affrontano maggiori barriere nella partecipazione
ai sindacati, a causa delle discriminazioni di genere nei posti di lavoro,
nelle loro società ed all’interno degli stessi sindacati.
Le aziende dovrebbero fare in modo per assicurare sia alle
operaie che agli uomini occupazione sicura, stipendi equi, diritto ai periodi
retribuiti per le malattie, la maternità ed i permessi per motivi di famiglia,
politiche di contrasto alle molestie sessuali ed all’eccesso di straordinari.
Il progresso verso questi obiettivi è stato limitato. Alcune
aziende – in particolare Reebok, Puma, Adidas, Nike, ASICS ed Umbro - hanno
preso qualche misura verso una maggiore trasparenza e sono state disposte a
cooperare con i sindacati ed altri gruppi della società civile per permettere
che alcuni operai siano formati sui loro diritti.
Inoltre sono state disposte ad impedire discriminazioni
contro i membri del sindacato in alcune fabbriche, comprese le due fabbriche
descritte precedentemente dove i membri del sindacato hanno subito violenze.
Queste aziende inoltre partecipano alla Fair Labor
Association (FLA), un'iniziativa multilaterale che promuove l'adesione agli
standard del lavoro internazionale.
Il FLA riconosce che i suoi sforzi per promuovere i diritti
del sindacato finora sono stati limitati e sta cercando di migliorare la
situazione. Purtroppo, anche quando sono stati fatti alcuni progressi in
determinate fabbriche, all’interno della catena di riferimento persistono
pratiche che contraddicono le dichiarazioni di rispetto dei diritti sindacali.
Le regole di acquisto delle aziende dai fornitori – prezzo,
termine di consegna e stabilità del rapporto di affari – incidono sui diritti
degli operai.
Non c'è nessuna azienda disposta a condividere le proprie
decisioni economiche con i rappresentanti degli operai. In alcuni casi le
aziende inizialmente hanno fatto “la cosa giusta” ed hanno persuaso un
determinato fornitore a permettere che gli operai formassero un sindacato ma
successivamente hanno tagliato tutti gli ordini a quel fornitore!
E’ successo recentemente con Nike e Puma, nel caso della
fabbrica tailandese di Lian Thai, in Tailandia.
La contraddizione più abbagliante fra le dichiarazioni e la
pratica è la decisione dei proprietari delle multinazionali dello sport di
rifornire la maggior parte della loro produzione in paesi o le zone di libero
scambio che rifiutano di dare forza legale alla libertà dell'associazione degli
operai.
Un'altra contraddizione fra le dichiarazioni e la pratica è
la tendenza crescente ad assumere gli operai asiatici con contratti di breve
durata. Gli operai impiegati in questo modo flessibile sono particolarmente
prudenti ad unirsi in sindacati perché temono che i loro datori di lavoro
rispondano non rinnovando i contratti.
Mentre la maggior parte delle aziende richiedono ai loro
fornitori di rispettare le leggi locali, solo Reebok va più avanti ed ha reso
pubblica la propria politica che limita le circostanze in cui gli operai
possono essere impiegati su base flessibile e di breve durata.
Analizzando una azienda per volta:
·
La ricerca di Oxfam del 2004 metteva in evidenza la situazione
presso la PT Tae Hwa, in Indonesia. Si tratta di un fornitore di FILA da
lungo tempo, e produce scarpe sportive. Sono state evidenziati abusi seri, tra
cui la negazione dei diritti sindacali, livelli elevati di molestie sessuali e
persino procedure inadeguate ed intrusive rispetto alla concessione di una
pausa per il ciclo mestruale.
SBI, azienda proprietaria di FILA, dichiarava che
nell’immediato c’era poco da fare ma si impegnava – per il futuro – ad adottare
misure per migliorare il rispetto dei diritti del lavoro nella catena dei
fornitori.
Nel febbraio del 2005, la fabbrica di Tae Hwa veniva chiusa
improvvisamente e senza preavviso, lasciando migliaia di operai senza lavoro.
Da allora FILA non ha spiegato il suo ruolo nella chiusura
della fabbrica così come le sue responsabilità in merito al mancato pagamento
degli arretrati e delle liquidazioni agli operai di Tae Hwa (v. scheda 2).
Diversamente da Nike, Reebok e Puma, FILA non rivela
gli indirizzi delle fabbriche dei suoi fornitori ed ha ignorato le richieste di
spiegare quali provvedimenti sta prendendo per migliorare il rispetto dei
diritti in quelle fabbriche
·
Adidas fornisce ai suoi fornitori una spiegazione esatta
dei diritti del sindacato. Nel passato ci sono stati attriti su questi temi,
segnalati all’azienda, che ha disposto le necessarie misure per accertare il
rispetto di questi diritti.
Ma – al momento della conclusione di questo rapporto - nuovi
dubbi sono venuti fuori sull'impegno dell'azienda per sostenere la libertò di
associazione degli operai nella fabbrica di Panarub in Indonesia.
Verso la fine del 2005, 33 membri di un sindacato
sono stati licenziati per le attività collegate alla loro partecipazione ad uno
sciopero. Malgrado i numerosi appelli ad Adidas, al momento della chiusura di
questa pubblicazione rimane poco chiaro se l’azienda insisterà per il reintegro
dei lavoratori.
·
In Asia, Reebok ha lavorato per accertare il rispetto per
i diritti del sindacato in un certo numero di fabbriche dei fornitori.
L'azienda inoltre ha cooperato con i gruppi di difesa dei diritti dei lavoratori
al fine di esplorare la possibilità di rappresentanza democratica nei paesi che
limitano legalmente i diritti del sindacato.
Purtroppo, questo lavoro positivo è insidiato
dall’opposizione vigorosa di Reebok all'istituzione dei sindacati nei suoi centri
di distribuzione negli Stati Uniti.
·
I programmi di Puma sui diritti degli operai nelle
fabbriche dei suoi fornitori sono nelle fasi iniziali di sviluppo e richiedono
miglioramenti. Tuttavia l'azienda ha preso alcune iniziative utili. Per
esempio, in Indonesia, ha invitato i sindacati ed i gruppi di attivisti per i
diritti dei lavoratori a fornire raccomandazioni sulla selezione di nuovi
fornitori che rispettino i diritti.
Purtroppo, ha anche rescisso l’accordo di fornitura con la
fabbrica tailandese di Thai Lian proprio dopo la firma da parte di quest’ultima
di un accordo di non discriminazione dei membri del sindacato. Un chiaro
disincentivo al rispetto dei diritti per tutti gli altri fornitori.
Scheda 2 - PT Tae Hwa (Tae Hwa)
Marchi lavorati: FILA (posseduta da Sport Brands
International)
Luoghi: Cipukat, Java, Indonesia
Prodotti: scarpe sportive
Impiegati circa 3.486 operai, 80% donne
Nel 1998, gli operai hanno organizzato uno sciopero di due
giorni per richiedere condizioni di lavoro migliori. Gli operai hanno detto
agli intervistatori di Oxfam che furono assoldati dei criminali per far
interrompere lo sciopero.
Uno degli organizzatori principali dello sciopero, una donna
di nome Parkati, è stata successivamente allontanata dalla fabbrica.
Il motivo ufficiale per il licenziamento di Parkati era poco
credibile: portava una paio di sandali all'interno della fabbrica quando una
regola non scritta richiedeva agli operai di lavorare a piedi nudi. Parkati
crede ovviamente che il motivo reale sia il suo contributo all’organizzazione
dello sciopero.
Nel 2004, gli operai di Tae Hwa intervistati dai ricercatori
del Oxfam hanno segnalato che la fabbrica si è attenuta alle disposizioni del
governo per quanto riguarda il congedo di maternità e quello per malattia, ma
hanno sollevato il problema delle molestie sessuali, degli abusi verbali, della
negazione dei diritti sindacali, dei target di produzione impossibili da
raggiungere, delle ore molto lunghe di straordinario obbligatorio e degli
stipendi inadeguati (Oxfam ed altri 2004b, pagine 11-13).
Queste rivendiacazioni (Oxfam ed altri 2004b, pagina 10)
sono tipiche dichiarazioni rilasciate ai ricercatori di Oxfam dalle donne che
lavorano nella sezione di cucito della fabbrica:
“Nel reparto di cucito le
molestie sessuali accadono a tutte le ore ed ogni giorno. [...] I responsabili
ci vengono vicino e ci dicono delle cose oppure ci guardano in maniera
fastidiosa. Usano parole rozze, oscene. Ci chiamano maiali, scimmie, asini. Ci
chiamano ragazze senza onore. I responsabili inoltre gettano i materiali di
produzione alle donne, specie le tomaie”.
Di solito le scagliano in maniera da colpire le gambe o il
fondoschiena. Durante il 2004, la Play Fair Alliance
(PFA) ha ripetutamente avvicinato Sport Brands International (SBI), il
proprietario di FILA, chiedendo conto della situazione a Tae Hwa.
SBI ha incontrato i rappresentanti di PFA nel mese di
settembre del 2004. Nel corso di questa riunione, SBI ha affermato di aver
comprato FILA da poco tempo, ma di avere già progettato di ristrutturarne la
catena di rifornimento verso un modello di produzione allo stesso tempo
competitivo e socialmente responsabile.
L’azienda ha comunque negato di poter fare molto nei
rapporti con i fornitori attuali, in quanto i contratti in vigore non prevedono
clausole sociali.
Si può dubitare di questa affermazione, considerando che dal
1994 fino al 2005 la fabbrica ha prodotto principalmente per FILA, con
percentuali tra il 70 ed il 90%, e che il codice di condotta era esposto
all’interno della fabbrica.
L’11 febbraio 2005 gli operai di Tae Hwa al ritorno da una
festività hanno trovato all’improvviso la fabbrica chiusa.
Erano rimasti tutti senza lavoro. PFA ha scritto ed ha
telefonato a FILA, chiedendo che:
·
chiarisca il suo ruolo nella chiusura della fabbrica;
·
accerti che gli operai abbiano ricevuto tutte le loro spettanze,
compresa la liquidazione;
·
crei un fondo monetario di compensazione per gli operai
licenziati.
FILA non ha risposto. Le organizzazioni internazionali ed i
loro sostenitori hanno continuato a contattare FILA durante il 2005.
I sostenitori di Oxfam Australia hanno trasmesso più di 200
lettere al quartier generale di FILA negli Stati Uniti.
Tutte queste lettere sono rimaste senza risposta. Al momento
della stesura di questo rapporto, gli operai licenziati di Tae Hwa non hanno
ancora ricevuto le loro spettanze.
·
In parecchie fabbriche asiatiche, Nike ha indicato la
volontà di cooperare con Fair Labour Association (FLA), per sostenere i diritti
sindacali degli operai quando le violazioni di quei diritti sono portate
all'attenzione dell'azienda.
Tuttavia, questo rapporto documenta parecchi casi in cui
Nike, negli ultimi anni, ha tagliato gli ordini dalle fabbriche asiatiche in
cui gli operai hanno stabilito relazioni sindacali o dove i proprietari hanno
mostrato la volontà di relazionarsi ai sindacati.
Queste decisioni economiche riflettono un pregiudizio
negativo contro le fabbriche in cui è presente il sindacato. Se l’azienda è
seria nelle sue convinzioni sul rispetto dei diritti sindacali, dovrebbe dare
priorità ai fornitori diposti a concedere diritti di contrattazione collettiva.
·
Fino ad alcuni anni fa, ASICS aveva fatto poco per
richiamare i diritti di lavoro nella sua catena di rifornimento. Recentemente,
l'azienda ha cooperato con i sindacati in almeno una fabbrica in Cambogia ed ha
espresso la volontà di cooperare con il sindacato per accertare gli operai
siano informati sui loro diritti.
·
Sebbene Umbro sia stata lenta nell’elaborare il suo programma
sui diritti umani, sin dal 2004 l'azienda ha avuto discussioni normali con i
sindacati e le organizzazioni non governative ed ha espresso la volontà di
cooperare con i sindacati nei progetti pilota di formazione degli operai.
·
Pentland, proprietaria di marchi quali Speedo e Lacoste,
è un membro di Ethical Trading Initiative (ETI) ed è coinvolta in due progetti
sui diritti del lavoro di ETI in Asia.
Pentland ha rifiutato di fornire informazioni sufficienti ai
ricercatori che hanno scritto questo rapporto, rendendo difficile determinare
la sua situazione rispetto ai fornitori.
·
Mizuno recentemente ha iniziato ad impiegare e formare
personale specializzato per condurre il monitoraggio sui diritti nella catena
di rifornimento dell'azienda.
Tuttavia, sta rinviando le richieste sulla cooperazione con
i sindacati sulla formazione agli operai in materia di diritti.
·
Il programma di New Balance di riduzione delle ore
lavorative ad un massimo di 54 ore alla settimana potrebbe rappresentare un
passo avanti importante per le donne e gli uomini che lavorano nell'industria,
purché non provochi un calo nel reddito degli operai. E’ un piccolo progresso.
·
Lotto sostiene che i piccoli marchi non possono avere
molta influenza sui loro grandi fornitori. La dimensione dell’azienda non
dovrebbe, tuttavia, impedire la copperazione con le associazioni per i diritti
umani e le altre aziende per il rispetto dei diritti dei lavoratori.
·
Fino a poco tempo fa, Basicnet, proprietaria di Kappa, ha
mostrato poco interesse a collaborare con la società civile. L'azienda è
attualmente in trattative con i sindacati italiani e con l’International
Textile Garment and Leatherworkers Federation. Sarebbe l’inizio di un nuovo
corso.
***
Questo rapporto è il frutto di un regolare processo di
monitoraggio.
Oxfam International spera che in futuro molte altre donne ed
uomini impiegati nell'industria degli abiti sportivi in Asia ed in altre parti
del mondo saranno liberi di esercitare i loro diritti e di formare
collettivamente i sindacati, per ottenere stipendi decenti e condizioni di
lavoro che rispettino la loro dignità.
Oxfam International è una confederazione di dodici agenzie
di sviluppo che lavorano in 120 paesi: Oxfam America, Oxfam Belgio, Oxfam
Canada, Oxfam Australia, Oxfam Gran Bretagna, Oxfam Hong Kong, Intermón Oxfam
(Spagna), Oxfam Irlanda, Oxfam Novib (Paesi Bassi), Oxfam Nuova Zelanda, Oxfam
Quebec ed Oxfam Germania.
Copia del rapporto completo ed altre informazioni sono
reperibili, in inglese, all’indirizzo
www.oxfam.org.au/campaigns/labour/06report