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Vite vissute, vite rappresentate

Vite vissute/ vite rappresentate

Donne, migrazioni e tratta fra stereotipi e realtà

 

 

Di Ada Trifirò, aprile 2005*

 

 

“Da quando avevo 15 anni, ogni volta che vedevo passare un aereo pensavo che io un giorno sarei entrata là dentro, tutte le mie amiche lo sapevano che volevo andare via, che volevo cambiare vita” (Micheline)

 

“Io non sapevo che esisteva Palermo, quando ho visto che queste donne partivano mi è venuta una gran voglia di partire anch’io. Era l’unico modo di non nascere e morire avendo visto sempre le stesse cose” (Nesta)[1]

 

 

Premessa

 

La tratta di persona è una delle più drammatiche forme di violenza e schiavitù che caratterizza l'era dell’economia globale. Da qualche anno il fenomeno ha fatto prepotentemente ingresso nella vita del nostro paese, offendendo la coscienza collettiva e spingendo alla ricerca di significati condivisi, oltre che di misure di contrasto efficaci. Cio’ che vorrei sostenere qui è che l’immagine costruita socialmente della “donna in situazioni di tratta” piuttosto che essere funzionale all’affermazione di una cittadinanza nuova in condizioni di dignità, è fonte di stigmatizzazione sociale e rappresenta un ostacolo al pieno godimento dei diritti fondamentali. Oltretutto, essa differisce diametralmente dalla percezione che le donne hanno della propria soggettività e del percorso migratorio assunto.

 

Se si esclude una piccola percentuale di donne prelevate con la forza dai loro paesi di origine, dietro le situazioni di tratta c'è comunque una “decisione”, una “scelta migratoria” che non può essere invisibilizzata né taciuta. Generalmente le migrazioni vengono lette come “fughe dalla miseria”; ma per le donne, che ormai rappresentano la metà della popolazione migrante nel mondo, le motivazioni vanno spesso ben oltre l’inevitabile risposta alle necessità economiche. La decisione di partire rappresenta spesso una “strategia” di trasformazione per sé e per la famiglia; a volte, una maniera per sfuggire a un controllo sociale troppo limitante e mettere in atto un progetto di vita improntato ad una maggiore autonomia. Ma la progressiva restrizione dei canali migratori consentiti spinge un numero sempre più ampio di persone ad affidarsi, consapevolmente o inconsapevolmente, alle offerte dei trafficanti.

 

Ciò che ritengo inaccettabile è che, di fronte alla complessità di tante “vite vissute” nella migrazione e nella tratta, continui a prevalere una lettura vittimizzante e carica di pregiudizi, dietro la quale scompare la soggettività delle persone coinvolte.

 

Le riflessioni qui presentate scaturiscono da un percorso di ricerca condotto in aree che definirei “di confine”: lo spazio che mi è stato offerto da progetti di cooperazione internazionale in alcuni paesi di origine e l'accompagnamento di équipe di operatori e operatrici che intervengono in sostegno delle donne trafficate in Italia.

 

Per seguire l‘immagine prevalente delle donne in situazione di tratta o del migrante in generale, ho attinto all’informazione proposta da quotidiani a diffusione nazionale e locale; fonti indirette sono state alcune ricerche realizzate recentemente in Italia sull'immagine del migrante.[2] In un paese divenuto recentemente meta dei flussi migratori, il ruolo dei mass-media è fondamentale nella costruzione di significativi sociali condivisi; per questa ragione i messaggi offerti dai mezzi di comunicazione sono stati oggetto di analisi da parte di vari studiosi.[3]

 

Per focalizzare il significato che le donne trafficate danno al proprio percorso migratorio, ho fatto riferimento ad interviste in profondità e racconti di vita da me raccolti in Albania[4], in Colombia[5] ed in Italia[6]. In Colombia ho intervistato donne appartenenti ai seguenti gruppi: a) donne in partenza per i paesi del Nord del mondo in una situazione che le stesse definivano “a rischio” (la proposta variava da: matrimonio, lavori domestici, lavori in fabbrica, borse di studio, prostituzione); b) donne rimpatriate forzatamente da un paese straniero ove esercitavano la prostituzione (soprattutto dal Giappone); c) donne che in passato avevano avuto esperienze di tratta. In Italia ho intervistato: a) donne che esercitano la prostituzione in strada provenienti da Albania, Colombia, Moldavia, Nigeria, Romania, Ucraina; b) donne migranti occupate nei lavori domestici.

 

Solo un’ultima nota prima di concludere questa breve premessa. Perché di queste “vite vissute” nella tratta sento l’esigenza di mettere in luce proprio la rappresentazione che se ne dá? Ho conosciuto storie di violenza che andrebbero raccontate, nel tentativo di scongiurare la prosecuzione di quest’incubo negli anni a venire. Allora, perché richiamare la riflessione su un aspetto che a prima vista potrebbe apparire marginale?

 

Perché ritengo che ogni altro aspetto della tratta delle donne sia stato – in maniera a volte debita a volte indebita – abbondantemente documentato. Perché parlare “solo” o “tanto” di violenza e coercizione o inganno non è servito a generare una reale consapevolezza del fenomeno. E perché in tante vicende tormentate voglio salvare almeno il “viaggio”: che spesso è un desiderio e una scelta, che comporta lacerazioni e rinnovamento, ricerca, perdita o conquiste. Che dovrebbe essere “leggittimo” e alla base della dignità umana e che invece diventa “colpa” e “reato”. Che avvicina queste donne – e i migranti in generale - a noi, costringendoci ad uscire da una prospettiva eurocentrica e miope.

 

 

1. La tratta di persona: fenomeno e strumenti giuridici di contrasto

 

Gli anni ’80 del secolo scorso hanno posto all’attenzione dei paesi del Nord del mondo un fenomeno che, seppur non nuovo, presentava dinamiche prima sconosciute e che, per questa ragione, richiedeva l’adozione di specifici strumenti di contrasto a carattere transnazionale.

 

L’applicazione generalizzata di politiche di stampo neoliberista, il crollo del blocco sovietico, l’apertura di nuovi fronti di guerra, lo squilibrio nella crescita economica internazionale, i dissesti climatici e ambientali nei paesi del Sud del mondo, sono tutti fattori che hanno provocato un incremento della spinta migratoria. Nel contempo, mentre il mondo occidentale è divenuto un modello di benessere per ampie fasce della popolazione mondiale, politiche migratorie restrittive lo hanno reso sempre meno raggiungibile. Le barriere legislative adottate, tuttavia, non sono riuscite a bloccare gli arrivi ed hanno solo l’effetto di collocarli nella “irregolarità”.

 

In un contesto siffatto, reti di traffico da sempre esistenti in funzione “facilitratrice” hanno via via raggiunto una strutturazione sapiente e capillare sui territori interessati dai fenomeni migratori. La loro organizzazione si è affinata e rafforzata nel tempo, tanto da farli divenire capaci di gestire e accompagnare lo spostamento di migliaia di persone ogni anno. Una caratteristica di queste reti, oltre alla loro potenza e spregiudicatezza, è la capacità di studiare nuove rotte appena una di quelle battute viene messa in pericolo dai controlli delle forze dell’ordine.[7]

 

Secondo le stime dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), ogni anno sono vittima della tratta nel mondo 4 milioni di persone, che generano un profitto di circa 7 miliardi di dollari. L’enorme redditività deriva da fattori quali i ridotti rischi penali per i responsabili (che godono di leggi ancora poco efficaci) e la strategicità in termini “criminali” del fenomeno, in quanto permette alle organizzazioni di infiltrarsi in territori nuovi e di stabilire sinergie e collaborazioni con i gruppi malavitosi ivi operanti. Oggi, potenti reti criminali reclutano donne ma anche uomini e minori, non soltanto per fini di prostituzione ma anche per lavori entro l’economia informale, matrimoni servili, adozioni illegali.

 

In alcuni casi, la tratta si combina con il traffico di droga e organi e si alimenta di nuovi e sempre più terribili modalità. Recentemente per esempio è stato rilevato il fenomeno delle tratta delle donne incinte; principalmente rumene e albanesi, vengono fatte partorire in Italia o in Grecia, dove tutto è organizzato per la “consegna” del neonato alle coppie che hanno pagato per averlo.[8]

 

In Colombia la OIM ha segnalato l’emergere del traffico di ovuli per la fecondazione assistita. Centinaia di donne hanno ricevuto la proposta di una remunerazione economica in cambio dell’autorizzazione a lasciarsi estrarre gli ovuli. Secondo le testimonianze fornite da alcune vittime alla Polizia colombiana, la cifra offerta è di circa 5 milioni di Pesos (poco più di 1.500 euro). In alcuni casi l’estrazione avviene in patria; in altri le donne devono viaggiare anche verso paesi lontani, come il Giappone, ove poi vengono obbligate alla prostituzione.

 

Nell’ultimo decennio, l’ONU, il Parlamento Europeo e singoli stati dell’Unione, insieme a responsabili istituzionali ed attivisti che dal Sud del Mondo hanno cominciato a studiare e denunciare il fenomeno, si sono dati degli obiettivi comuni e stanno lavorando ad importanti iniziative di contrasto. Innanzitutto quantificare il traffico e condurre una costante attività di monitoraggio e ricerca, in maniera da seguire le continue evoluzioni; inoltre, armonizzare le legislazioni nazionali, nonché definire strumenti volti alla protezione delle vittime.

 

Nel 1996, il Parlamento Europeo ha approvato la "Risoluzione sulla tratta degli esseri umani”, definita come: «l'atto illegale di chi, direttamente o indirettamente, favorisce l'entrata o il soggiorno di un cittadino proveniente da un paese terzo ai fini del suo sfruttamento utilizzando l'inganno o qualunque altra forma di costrizione o abusando di una situazione di vulnerabilità o di incertezza amministrativa».

 

Dal punto di vista giuridico, il passaggio senz’altro più significativo è costituito dall’approvazione del “Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persona, in particolare di donne e bambini”, che accompagna la “Convenzione delle Nazioni unite contro la criminilità organizzata transnazionale” di Palermo 2000.

 

Con la firma del Protocollo, ogni Stato parte si impegna ad adottare “misure legislative e di altra natura necessarie per conferire carattere di reato” alla tratta. Quanto all’assistenza e protezione delle vittime, si obbliga a tutelarne la vita privata e l’identità, a considerare l’attuazione di misure relative al recupero fisico, psicologico e sociale e “nei casi opportuni, in collaborazione con organizzazioni non governative, altre organizzazioni interessate ed esponenti della società civile, a di fornire loro: a) un alloggio adeguato; b) consulenza e informazioni....; c) assistenza medica, psicologica e materiale; d) opportunità d’impiego, di istruzione e formazione” (art. 6, par. 3).

 

La definizione che del fenomeno viene accolta è la seguente: la tratta è <<il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitare o accogliere persone tramite l’impiego o la minaccia dell’impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di posizioni di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha l’autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi>>.

 

Il reato di tratta dunque si configura solamente quando esiste un legame “diretto” tra l’atto di facilitare il passaggio da un paese all’altro e un vantaggio concreto ottenuto attraverso le forme di sfruttamento elencate. Tutti gli altri casi rimangono inquadrati nella fattispecie del “traffico di migranti” (smuggling), definito da un secondo protocollo aggiuntivo alla stessa Convenzione. Tale scelta lascia fuori dalla tutela prevista per le vittime della tratta quanti ricorrono all’aiuto delle reti solo per l’ingresso nel paese straniero o vi entrano con procedure regolari ma che, in entrambi i casi, finiscono per essere assoggettati alle reti dei trafficanti. Chiaramente, i confini tra l’una e l’altra fattispecie saranno in concreto diversi a seconda delle legislazioni che i singoli Stati si daranno, nonché dell’applicazione delle stesse. Sicuramente, però, si è persa l’occasione di dichiarare in una sede privilegiata come quella delle Nazioni Unite, almeno in linea di principio, il diritto alla “restituzione” e alla “riparazione” per ogni migrante che abbia subito gravi violazioni dei propri diritti.

 

Se dal punto di vista formale i diritti e la protezione delle vittime cominciano ad essere riconosciute dalle legislazioni dei singoli paesi, va detto tuttavia che l’effettivo godimento delle tutele stabilite viene spesso inficiato dalla situazione di irregolarità nella quale i migranti si trovano. Nel contesto giuridico-politico degli Stati nazionali, nei quali i diritti della persona diventano pienamente rivendicabili solo per chi è cittadino, i non cittadini, e in questo caso gli “irregolari” o i migranti che si trovano privi di una “valida” documentazione d’ingresso (situazione prevalente per le persone trafficate), vedono limitata la loro possibilità di reclamare il rispetto dei diritti sanciti.

 

Un rapporto recentemente pubblicato dall’UNICEF sulla situazione della tratta nei paesi dell’Europa centrale e meridionale, conclude che la presenza in Europa di donne trafficate provenienti da queste aree non è diminuita ma è semplicemente divenuta meno visibile; le vittime sono sempre meno disponibili a ricercare assistenza per timore di essere rimpatriate o deportate opuure di diventare oggetto di riprovazione sociale. Il rapporto, inoltre, denuncia come le misure di contrasto siano ancora dominate da strumenti a carattere repressivo.[9]

 

Il caso dell’Italia è senz’altro eloquente a tal proposito. Prima che in sede sovranazionale si giungesse all’approvazione del Protocollo, nel 1998 la Legge Turco Napolitano (art.18, non modificato dalla successiva Bossi-Fini) introdusse strumenti di “protezione sociale” per le vittime molto avanzati nel contesto europeo. Tuttavia, nella pratica se n’è imposta un’applicazione “premiale” e alle vittime viene richiesto generalmente di “guadagnarsi” - attraverso la denuncia dei trafficanti - il diritto di restare nel nostro paese ed accedere ad un percorso di inserimento sociale e lavorativo.[10] Parafrasando Alessandro Dal Lago, possiamo affermare che “sono le norme relative alla cittadinanza che fanno di qualcuno una persona, e non viceversa”[11] come ci augureremmo che fosse.  

 

Quando dal terreno giuridico ci spostiamo a quello della convivenza sociale, la situazione non appare migliore. La continua insistenza sul tema che ha caratterizzato gli anni '90 e l’inizio di questo secolo, ha avuto l’effetto di provocare un allarme che impedisce una corretta relazione con il fenomeno e con i migranti che ne sono vittima. In un clima caratterizzato dalla paura dell'invasione, il migrante è stato catalogato come il “nemico della società”[12] e da questo processo di significazione ghettizzante e parziale non sono sfuggite nemmeno le persone (uomini e donne) in situazioni di tratta. Anzi, è su di loro che si catalizzano le reazioni più contraddittorie della collettività: rifiuto, paura e pietà nello stesso tempo.

 

Naturale conseguenza di questa reazione diviene il bisogno di estirpare il “male” dalla nostra realtà attraverso il meccanismo più semplice: l’esplusione di chi lo rappresenta ai nostri occhi, ossia delle “vittime”. In questo contesto, riportare le vittime nel paese d’origine appare “riparatorio”. Ma quando esse vanno incontro a gravi forme di ritorsione oppure tornano in contesti di guerra, il dubbio sulla ligittimità della misura adottata è lecito. Oltretutto, la pericolosità dei trafficanti è nota così come sono note le forme di violenza alle quali sono andate incontro una volta tornate in patria donne provenienti in particolare dall’Albania e dalla Nigeria.

 

 

2. La tratta di persona: tra rappresentazioni sociali e realtà

 

La tratta non è solo una fattispecie di reato ma un fenomeno storico-sociale-economico che è specchio di gravi squilibri globali; inoltre, è un “fatto sociale” che si genera inevitabilmente quando al desiderio migratorio si frappongono frontiere impenetrabili.[13] Tuttavia, il “paradigma” più comumente diffuso riduce il campo visuale solo ad alcuni aspetti di una realtà tanto complessa e si alimenta di tre stereotipi fondamentali.

 

Il primo stereotipo consiste nella percezione che si tratti di un fatto congiunturale ed emergenziale. Riguarda la nostra epoca, coinvolge “quei” popoli, “quelle” culture e il loro modo di stare al mondo, anzi di “invadere il nostro mondo”. Qualunque sia il volto, l’età, il sesso, il colore della pella di ciascuno, sono persone che arrivano qui a casa nostra, aiutati da criminali senza scrupoli. Ma questa contestualizzazione “astorica” del fenomeno non ha ragion d’essere, dato che, come le migrazioni in generale, anche la tratta non è un fenomeno nuovo e, come scrive la storica Paola Corti, <<l’analisi di lungo periodo offre altrettanti numerosi esempi di migrazioni “coatte” sia di massa, sia di gruppi, sia di singoli individui>>.[14] 

 

Un precedente storico che tutti abbiamo imparato a conoscere sui libri di scuola è la tratta degli africani verso le nuove terre d’America, che si protrasse per secoli dall’avvio della conquista del nuovo mondo fino all’abolizione della schiavitù nelle colonie. Nella seconda metà del XIX secolo, gli schiavi neri vennero sostituiti nelle piantagioni dagli indentured workers (o servants o coolies). Erano lavoratori a contratto, prevalentemente asiatici, che per pagare il viaggio verso le Americhe accettavano di mettersi in condizione di servitù temporanea una volta arrivati a destinazione. Già a quel tempo, abili speculatori offrivano l’alto costo delle traversate transoceaniche a tassi d'interesse elevatissimi. Anche le compagnie di navigazione, per incrementare il numero dei viaggi, erano disposte a imbarcare gratis i passeggeri: l’impegno era che il debito sarebbe stato in qualche modo pagato a destinazione. Di fatto, una volta arrivati il “credito” veniva ceduto a padroni che acquistavano per anni forza lavoro a basso costo, senza condizioni e tutele prestabilite. <<In definitiva - scrive ancora Paola Corti – gran parte delle migrazioni intercontinentali nel corso dell'età moderna e nei primi flussi della grande emigrazione ebbero come protagonisti gli schiavi e gli indentured workers (o coolies): tra il 1471 e il 1870, il numero degli schiavi insediati nella aree di arrivo superò i 9 milioni, quello dei coolies oscillò tra i 12 e i 37 milioni>>.[15]

 

Ma per ciò che riguarda gli spostamenti forzati di donne a scopo di sfruttamento sessuale, un fenomeno che va ricordato è la cosidetta “tratta delle bianche”, che si colloca storicamente tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Con questa termine ci si riferisce al traffico di giovani europee (per questa ragione “bianche”) che venivano condotte nei bordelli delle colonie - in America come in Asia - e delle grandi metropoli dell’epoca. Come segnala Paola Monzini, già a quel tempo <<le ragazze venivano reclutate anche con inganni sulla natura del lavoro da svolgere, portate in grandi porti e successivamente imbarcate sulle navi a vapore che attraversavano gli oceani>>.[16] Per l’area mediterranea i principali porti di partenza erano Marsiglia ed Alessandria d’Egitto, per il nord Europea Amburgo e Rotterdam.

 

La seconda falsa rappresentazione si riferisce ad una percezione largamente diffusa, secondo la quale la tratta si muoverebbe soltanto lungo le rotte che dal Sud del Mondo vanno verso il Nord: direzione che vede i nostri paesi come “bersaglio” di una minaccia incombente. La tratta è invece un fenomeno che interessa il mondo nella sua interezza e consistenti flussi vanno proprio da Sud a Sud. L’Asia, per esempio, è un’area di forte mobilità interna ed è qui che la tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale, prima ancora di interessare in maniera rilevante i paesi dell'Europa occidentale, ha iniziato a rappresentare un’emergenza. Il caso della Tahilandia è il più noto al riguardo. La sua vicinanza con il Vietnam aveva fatto divenire il paese già durante gli anni '60 meta di turismo sessuale da parte dei militari statunitensi, che vi venivano inviati per vacanze di “ristoro”.[17] L’industria del sesso che si sviluppò attorno a questo fenomeno si ampliò e diversificò, fino a incontrare la domanda di uomini del posto e di turisti provenienti da varie parti del mondo. Migliaia di bambine provenienti dai paesi vicini (Cambogia e Laos in maniera particolare) vennero vendute nei postriboli tahilandesi negli anni '70 e fino alla fine degli anni '80 la Tahilandia è stata una delle principali mete di turismo sessuale al mondo.

 

Anche nell’area dell’America Latina e Caraibica, ai flussi verso l'Europa, il Giappone e gli Usa, si aggiungono gli spostamenti interni da paese a paese, che vedono come principale zona di destinazione il Centro America e il Caribe. All’interno del Brasile le bambine trafficate sessualmente sarebbero circa 500mila. Per quanto si riferisce alla tratta per i lavori domestici il sud est asiatico, il medio oriente e lo stesso mondo latino sono fortemente interessati dal fenomeno.

 

D’altra parte, le stesse cifre globali sulle migrazioni confermano questo dato, considerato che più del 50% dei migranti di tutto il mondo si muovono all'interno del Sud e solo un terzo della popolazione migrante si trova in Europa.[18] Una delle nazioni in cui il flusso migratorio è più consistente è la Cina, dove i migranti interni oscillerebbero tra i 100 e i 200 milioni.

 

La terza falsa rappresentazione si riferisce, infine, agli aspetti del fenomeno che vengono maggiormente presentati e percepiti. L’operazione simbolica che viene generalmente compiuta è quella di “s-personificare” il soggetto che ne è coinvolto mentre si “personifica” il fenomeno, a discapito dell’assunzione della sua complessità. Accade così che il soggetto scompare, e scompare la “decisione” e la “soggettività” del migrante, con tutta la sua dignità e le motivazioni che la sua storia racchiude. Ciò che rimane, fatta questa operazione di selezione, sono le cosidette “schiave”, “merce umana”, “corpi in vendita”, e si potrebbe proseguire a lungo nella citazione della terminologia utilizzata sia dai mass-media sia - a volte - da studiosi e addetti ai lavori.

 

La lettura prevalente è pietistica, nonostante sia un dato accertato che a migrare sono i più intraprendenti e i più forti. Quando una famiglia matura una decisione migratoria, decide di puntare su chi ha maggiori opportunità di farcela e su chi ha maggiori strumenti. E le opportunità offerte dall'industria del sesso o dai lavori domestici fanno sì che le offerte dei trafficanti si rivolgano in maniera privilegiata a donne giovani. Ma quando la migrante finisce per esercitare la prostituzione, la rappresentazione che si fissa nell’immaginario collettivo delle società di destinazione assomiglia alla sagoma di una donna in piedi sui marciapiedi, avvolta nel buio e nel pericolo; ad un volto dai lineamenti sfocati o ad un corpo inquadrato di spalle che racconta in lacrime la sua storia ad una telecamera. La vita di prima scompare; i bisogni e progetti presenti non esistono. Il suo percorso sembra fatto solo di violenza e subordinazione o, nella migliore delle ipotesi, di povertà e abbandono.

 

Se dall’esperienza delle “vittime” ci spostiamo all’osservazione di come il fenomeno viene generalmente presentato, troviamo che spesso la complessità della tratta scompare dietro l’indicazione dell’unico incriminato: il “brutale trafficante” di persona, il “mercante di esseri umani”. Il caso di Madame Genny, giovane trafficante eritrea, ci offre un interessante esempio di quanto detto. Venticinque anni, di Tripoli, Madame Genny avrebbe mosso per anni le fila del traffico di somali ed eritrei verso l’Italia. Un articolo apparso nel 2003 su un quotidiano a diffusione nazionale[19] la definisce “la bella eritrea che dissangua il suo popolo”, “la donna che in questi ultimi mesi ha organizzato ogni sbarco sulle coste della Sicilia di tutti quei disperati che provengono dal Corno d'Africa”. <<I sopravvissuti – si legge in un brano dell'articolo - ricostruivano il loro calvario, spiegavano da dove venivano e dove trovavano riparo in Libia, soprattutto parlavano di una bellissima ragazza “con i capelli neri e lunghi”, una giovane eritrea che aveva un piccolo bar ad Al Zuwara, quella che è diventata la capitale del traffico dei clandestini nel bacino mediterraneo. Tutti i naufraghi presi a verbale ripetevano solo quel nome, indicavano soltanto lei a capo dell’organizzazione che li aveva fatti imbarcare: Madame Genny>>.[20]

 

Il trafficante diventa colui che prende su di sé la responsabilità del tutto. È colui che approfitta di situazioni di vulnerabilità e di debolezza di tanti “disperati”; pare che da solo riesca ad organizzare sbarchi e a controllare intere rotte di spostamento. Quasi mai, invece, viene fatta luce su tutti gli anelli della catena e soprattutto sui responsabili di “casa nostra”. Sul “trafficante”, quasi sempre straniero, si proietta tutto il rifiuto connesso con la percezione del fenomeno; diventa quasi una vittima sacrificale su cui piove la condanna morale della società, che in questa catarsi si auto-assolve.

 

 

3. Il caso Italia: il pericolo del migrante e l’informazione sulla tratta

 

Se la tratta è un fenomeno con il quale l’Occidente fa fatica a confrontarsi, per il nostro paese la difficoltà è senz’altro di dimensioni rilevanti. In generale va detto che l’Italia rappresenta un caso paradigmatico, ove la “invisibilizzazione” o la riduzione a sole “vittime” delle persone trafficate è inscindibile con la percezione del migrante come soggetto “minaccioso”.

 

La difficoltà degli italiani a confrontarsi con l’immigrazione viene prevalentemente messa in relazione con il fatto che si tratti di un fenomeno di recente comparsa nel nostro paese. Fino alla metà del secolo scorso, l'Italia era il paese europeo con maggior numero di emigranti; solo nel 1973 il saldo migratorio risultò attivo nei confronti dei paesi europei e, due anni dopo, anche dei paesi extraeuropei. Scrive Paola Corti: <<Nel caso dell'Italia, l’assenza di una elaborazione delle proprie migrazioni nella storia nazionale risulta ancora più “colpevole”, perchè non impedisce soltanto di fare completamente i conti con il proprio passato, ma anche di superare le incertezze e le contraddizioni con cui il paese si confronta con le immigrazioni più recenti>>.[21]

 

Per Laura Balbo la società italiana è un sistema sociale “fortemente monoculturale” e non abbastanza pronto a relazionarsi con la differenza.[22] Per Manconi: <<l’uomo occidentale – e in particolare, per ragioni storiche, l’italiano degli anni '90 – non è preparato all’impatto con una sofferenza sociale quale quella che l’immigrazione extracomunitaria evoca... una sofferenza antica e minacciosa>>.[23] Per Alessandro Dal Lago, <<i migranti sono divenuti per l’opinione pubblica italiana le cause della crisi sociale e della paure collettive che hanno segnato la fine della cosiddetta Prima repubblica>>, grazie alla sapiente manipolazione di “opinion-leaders” o “imprenditori morali”, i quali avevano bisogno di distogliere l’attenzione dei cittadini da quanto intanto accadeva a livello socio-politico e che si può sintetizzare con lo smantellamento dello stato sociale, con tutta l’incertezza che ne consegue.[24]

 

Che il confronto con la scomoda presenza del migrante era divenuto già uno “scontro” apparve evidente all'inizio degli anni '90. Gli sbarchi provenienti dall’Albania nelle estati del 1991 e 1992 rappresentarono il primo grande “fatto” attorno al quale venne costruita la paura dell'aggressione. Le foto di quelle navi cariche di uomini, donne e bambini costituiscono ancora il simbolo di un cambiamento epocale; così come le immagini dei campi sportivi traboccanti di “clandestini” di cui non si sapeva cosa fare o le cronache da quei luoghi d’Italia che riuscirono ad essere accoglienti e da molti altri che non seppero né vollero esserlo.

 

Nel 1997, durante la crisi politica che si visse in Albania, l’allarme venne lanciato nuovamente verso il “Paese delle Aquile”.[25] E così, mentre oltre Adriatico si rischiava una crisi di dimensioni drammatiche e gli albanesi tentavano la fuga da un paese in fiamme, l'Italia sembrava solo preoccupata dell'arrivo dei “clandestini”. La paura dell'invasione era entrata ormai a far parte del sentire comune.

 

Per un decennio, l’informazione sugli arrivi è stata pesantemente caratterizzata da allarmismo. <<È così che l’“emergenza immigrazione”, cresciuta come una sorta di magma o “blob” politico-mediale negli anni recenti, è divenuta una verità indiscutibile, capace non solo di espandersi indefinitamente nutrendosi delle retoriche che l’hanno generata, ma di promuovere accesi dibattiti politici nazionali, interventi governativi e provvedimenti di legge>>.[26]

 

Oggi, dopo quasi vent’anni di ricerche e di programmi realizzati con i migranti ancora l’informazione divulgata sulla stampa nazionale in tema di migrazioni è dominata da “sensazionalismo, spettacolarizzazione e dramma”, come afferma il Dossier statistico Caritas del 2003. I temi più trattati – si legge nel rapporto - sono quasi sempre a valenza negativa così come negativa è la terminologia con la quale si parla dell’immigrazione: clandestini, sbarchi, criminalità, prostituzione. Gli argomenti più frequentemente trattati “alimentano nell’immaginario collettivo la creazione di stereotipi negativi agendo sul delicato binomio sicurezza/insicurezza”.[27]

 

Ancora più grave è la situazione se si restringe il campo di osservazione agli articoli pubblicati sulla tratta delle donne a fini di prostituzione, argomento sul quale l’informazione rimanda ad una realtà sordida, rappresentata in maniera del tutto parziale.[28]

 

Le donne vittime della tratta non vengono quasi mai raccontate; il racconto invece si riferisce quasi sempre a retate, arresti e storie di sfruttamento nelle quali viene operata una confusione/assimilazione tra chi subisce il reato e chi ne è responsabile, mentre l’unica “vittima” conclamata pare essere la collettività, che delle prostitute deve subire la presenza.

 

San Berillo è ancora il regno a luci rosse dove il racket controlla la prostituzione. Nonostante le ripetute retate delle forze dell'ordine, le presenze di sfruttatori e “signorine” sono solo in parte diminuite. Anzi, gli investigatori che attenzionano il fenomeno hanno notato che da qualche tempo sono proprio le stesse donne a sfruttare le connazionali, probabilmente in accordo con i gestori dell'attività illecita. L'Ufficio Immigrazione della questura ha proceduto la scorsa notte all'ennesimo controllo nelle vie di San Berillo, rintracciando diciassette ragazze extracomunitarie. Un numero tutt'altro che esiguo, se si pensa che gli stessi poliziotti erano stati protagonisti di un intervento analogo appena dieci giorni fa. Nei confronti delle “lucciole” sono stati presi diversi provvedimenti: due sono state espulse con decreto del prefetto, cinque sono state accompagnate in un centro temporaneo di accoglienza, a Brindisi, e tre sono state rimpatriate con un volo che le riporterà nella terra d'origine, ovvero in Colombia. Per effettuare l'operazione di bonifica la questura ha messo in campo decine di agenti.[29]

 

La ricostruzione della situazione che risulta da questo articolo è alquanto singolare. Si afferma che le “signorine” sono controllate dal racket ma ciononostante vengono espulse o accompagnate in un centro di permanenza temporanea. Nell’articolo che segue, la retata antiprostituzione sembra colpire le sole prostitute, le quali, pur se vittime di un “dramma umano”, finiscono caricate sui cellulari come qualunque delinquente sorpreso in flagranza di reato.

 

Una maxi retata antiprostituzione è scattata ieri ad opera dei carabinieri e impegnerà oltre cento militari anche per tutta la notte, in un'operazione voluta dal comandante provinciale dell'Arma, Vito Damiano, in sintonia con l'autorità giudiziaria. Decine e decine di "cellulari" dell'Arma hanno accolto le "lucciole", quasi tutte di colore che erano impegnate nell'attività di meretricio. Le vittime di una situazione di dramma umano che viene sfruttato dai protettori che incassano buona parte dei proventi.[30]

 

La terminologia che gli articoli utilizzano per definire le donne si colloca tra l’offensivo ed il ridicolo: “prostitute d’importazione”, “lucciole extracomunitarie”, “donnine”, “schiave del 2000”, “variopinta compagnia”.

 

Un piano operativo predisposto dal questore (...) ha premesso dall'inizio dell'anno di sfoltire la presenza di prostitute che erano tornate ad esercitare nel quartiere a luci rosse di “San Berillo Vecchio” dopo l'operazione di bonifica compiuta dalla Polizia nell'agosto dello scorso anno. Dall' inizio dell'anno la polizia ha accompagnato in questura per accertamenti 118 prostitute, tutte extracomunitarie. Di esse (72 colombiane, 29 nigeriane, nove dominicane, due ecuadoregne, 2 della Sierra Leone, tre ganesi e una liberiana) 14 sono state espulse e accompagnate alla frontiera, 82 sono state trattenute in centri di permanenza temporanea, mentre a 22 è stato intimato di lasciare il territorio nazionale entro 15 giorni.[31]

 

Le retate della polizia vengono definite operazioni di “bonifica”. La presenza delle prostitute migranti in strada causano il “degrado” delle località e danno fastidio ai “rispettabili cittadini”, i quali “sono costretti ad essere circondati dalla malavita”, come affermano in una lettera alle istituzioni e alla stampa i residenti della zona di Catania ove è più visibile la presenza della prostituzione straniera.

 

La lettera in redazione arriva con una firma: “cittadini della zona”. (...) A parere dei residenti che hanno scritto la lettera di denuncia: «I saltuari interventi di polizia e carabinieri a seguito di numerose telefonate dei cittadini non hanno sortito alcun effetto. Con decine di esposti presentati al prefetto, al questore e al sindaco, e articoli sui giornali locali, noi cittadini della zona avevamo chiesto un controllo fisso e continuo delle suddette strade allo scopo di infastidire prostitute, sfruttatori e clienti al punto da indurli ad abbandonare la zona, ma nulla di tutto ciò è stato fatto. Il sindaco ed i vari assessori vengono intervistati nei vari telegiornali parlando delle “belle cose” che hanno fatto o che faranno in città, ma nessuno si azzarda a parlare di come hanno degradato il centro dove vivono rispettabili cittadini costretti ad essere circondati dalla malavita senza che questore, prefetto e sindaco si occupino seriamente del problema urgente».[32]

 

Quando l’attenzione si rivolge ai paesi d’origine, la spettacolarizzazione lascia spazio alla banalizzazione e ad un assoluto disconoscimento dei luoghi dei quali si sta parlando, anche quando si tratta di una realtà a noi così prossima, come quella albanese.

 

Per i pm (...) l'inchiesta proverebbe, attraverso valanghe d'intercettazioni ambientali e le confessioni d'un ex prostituta, l'esistenza di una vera e propria “tratta delle bianche”. Donne rumene, ucraine, moldave e albanesi sarebbero state acquistate per cinque milioni di lire in un moderno mercato degli schiavi. Dall'Albania riaffiorerebbe un oscuro passato che sembra attraversare gli oceani del tempo. Donne, armi e droga verrebbero venduti nei paesi delle mille valli schipetare come accadeva durante le invasioni macedoni, troiane, greche e romane. Uno scenario in cui mercanti, prostitute, faccendieri, imbroglioni e assassini conviverebbero tragicamente. Tra i bagliori delle bombe e il crepitio dei mitra, a ridosso delle violenze della guerra civile. Un posto senza regole e senza giustizia. Di notte, dai porti e le scogliere di Durazzo continuerebbero a partire gommoni e “carrette del mare” carichi di kalashnikov e povere ragazze strappate con l'inganno ai loro cari, comprate come volgare mercanzia e spedite in Italia a vendere il corpo e produrre denaro col sesso. L'inchiesta dei magistrati cosentini, che già nei mesi scorsi aveva portato all'arresto di alcuni degli odierni indagati, proverebbe la turpe esistenza di questo mondo abitato da predoni di donne, corsari del mare e spietati aguzzini. Un sinistro mercimonio di carne umana e droga collegherebbe Calabria e Puglia. Due terre povere e amare. Unite da malviventi fuggiti dalle galere di un luogo tanto ostico da essere definito il Paese delle aquile.[33]

 

Il riferimento è ad un’operazione (l’inchiesta “Fantasmi”) condotta su un'organizzazione calabro-albanese dedita allo sfruttamento della prostituzione, che portò all’arresto di alcuni componenti del gruppo. Difficile intendere il riferimento a “bagliori di bombe e crepitio di mitra” nel 2001, quando le ultime bombe che avevano toccato terra albanese erano semmai quelle sganciate per errore nella primavera del 1999 dagli aerei NATO durante la campagna del Kosovo! L’ultima crisi politica in Albania risale al 1997, come si è accennato sopra, e per quanto il paese non abbia ancora raggiunto uno stadio di democrazia compiuta, certamente appare scorretto ed arrogante definirlo: “un posto senza regole e senza giustizia”. Nel 2001, inoltre, di “povere ragazze strappate con l'inganno ai loro cari” ormai tra le donne albanesi trafficate se ne contavano veramente poche. La maggior parte accettava di andare ad esercitare la prostituzione pur di andar via da situazioni nelle quali non si poteva ancora intravvedere un rapido miglioramento socio-economico. <<L’Albania ha bisogno di anni per risolvere i suoi problemi – mi ha detto un giorno Zamira, una ragazza incontrata nel cosentino durante una unità di strada – ma io ho una sola vita e non posso aspettare. Voglio vivere adesso, ne ho diritto>>. Zamira era di Kavaja, aveva circa 28 anni ed era già madre di due figli. Era venuta via perchè da anni lei ed il marito erano senza lavoro.

 

 

4. Trappole interpretative, ovvero rappresentazioni sociali pregiudizievoli

 

Anni di informazione e dibattito politico caratterizzati da visioni parziali hanno condotto a focalizzare alcuni aspetti della tratta piuttosto che altri e, di conseguenza, solo alcuni aspetti della vita e della sicurezza delle vittime. 

 

L’interpretazione ampiamente diffusa nel nostro paese si alimenta delle seguenti equazioni:

 

1) tratta = solo prostituzione, dunque solo donne

2) tratta = spostamento ottenuto solo con strumenti estremi: forza, violenza, stupro, ecc.

3) tratta = solo crimine e dunque fenomeno che richiede solo interventi repressivi

 

Nonostante, come si è detto sopra, il fenomeno rimandi a varie fattispecie di reato (traffico di bambini o di organi o di persone per sfruttamento lavorativo, ecc.) la tratta per fini di sfruttamento sessuale è la più evidente; e al suo interno, la prostituzione esercitata in strada la più nota. Inoltre, sebbene siano state messe luce le sottili dinamiche di condizionamento psicologico attraverso la quale i trafficanti riescono ad ottenere il consenso della vittima, quando non si presenta una situazione di chiara violenza si tende a presumere che il reato non si configuri. 

 

Per anni in Italia si è dibattuto sulla distinzione tra “prostituzione libera” e “prostituzione coatta”, come se - trattandosi di donne migranti, spesso “irregolari” - fosse possibile fissare dei confini così netti. Ma le vicende concrete vissute e testimoniate dalle vittime della tratta mettono di fronte ad una realtà esattamente opposta. Si presentano, quindi, casi di donne giunte in Italia per canali regolari che poi non trovano altre forma di sopravvivenza che la prostituzione, finendo per essere “controllate” dai trafficanti. Così come ci sono donne che, già prima della partenza accettano di esercitare il lavoro sessuale, il solo in grado di assicurare buoni guadagni in tempi rapidi. In tali casi esiste il consenso della vittima, che però, come afferma chiaramente lo stesso Protocollo delle Nazioni Unite, non esenta il trafficante dalla responsabilità e non può autorizzare ad una negazione dell’assistenza prevista per la persona trafficata.

 

Il caso di Glory è un esempio di una complessità irriducibile a schemi semplicistici. Nigeriana di 28 anni, arriva in Italia facendo ricorso un pò all’astuzia un pò alle catene migratorie. Riesce ad arrivare a Praga come interprete per una squadra di basket; la cugina le aveva mandato dall’Inghilterra i soldi per il biglietto. Da Praga si mette in contatto con uno zio che vive a Padova e lo raggiunge: un’altra tappa del “viaggio”, che riesce a percorrere grazie al denaro che lui le presta. Ma arrivata in Italia, lo zio le dice che è disposto ad ospitarla solo per qualche giorno e che dovrà iniziare a guadagnarsi da vivere. Cerca invano lavoro per un pò e infine conosce altre ragazze nigeriane che le propongono la prostituzione. È irregolare, non parla italiano (“credevo che in Italia si parlava inglese”, ci dirà, a testimonianza dell’impreparazione sul mondo con la quale ha intrapreso il suo viaggio), deve pagare il debito e mandare a casa i soldi: non ha alternative e accetta. Raccontando le vicende che l’hanno portata ad esercitare la prostituzione, Glory dice:

 

Alla stazione di Padova mio zio è venuto a prendermi e mi ha portato a casa sua. Lui viveva con sua moglie e i figli e all'inizio mi hanno presa in casa. Ma subito mi hanno detto che dovevo pagare l'affitto, da mangiare e trovarmi un lavoro... A me non mi hanno costretto alla prostituzione, non ho fatto questo lavoro perché mi hanno obbligata. Nessuno mi ha detto di andare in strada, ma qual era la mia situazione? Non avevo un documento, non potevo cercare lavoro, dovevo vivere, mangiare e pagare il debito. È andata così... non c’era scelta, non c’era altro da fare.[34]  

 

Della tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono stati svelati tutti i meccanismi più terribili. Si è parlato dei rapimenti, dell’inganno, della violenza, degli ingenti debiti di cui le donne sono costrette a farsi carico, dei lunghi tragitti per arrivare a destinazione, dei meccanismi utilizzati per tenere sotto controllo le vittime: il ritiro dei passaporti, la minaccia delle famiglie in patria, i riti wudù che “imprigionano” l’autodeterminazione delle donne nigeriane, ecc. E poi sono state raccontate storie di violenza e brutalità estreme. Ma difficilmente è emerso con chiarezza che le stesse situazioni di sfruttamento vengono vissute anche da persone trafficate per scopi diversi dalla prostituzione, come dimostrano le situazioni di schiavitù domestica. Questo, anzi, è un aspetto del fenomeno del quale si fa fatica anche solo a parlare in maniera lucida e consapevole; ma è tutt’altro che assente dal nostro paese.

 

Rubi è una donna colombiana che ho incontrato a Catania nel 2003. Anche lei come Glory non viene da una famiglia povera né è scappata dal suo paese per gravi necessità economiche. Commerciava in gioielli e un suo fornitore siciliano le offre di venire in Italia per lavorare con lui. Dal momento che non è in grado di procurarle i documenti, le propone per i primi mesi di rimanere in una casa di persone di fiducia come collaboratrice domestica: si sarebbe trattato solo di una copertura, fino a quando non avesse ottenuto la documentazione di soggiorno. Ma la proposta dell’uomo nasconde l’inganno e Rubi finisce per trovarsi in un una situazione di totale asservimento, alla quale si aggiungono le continue molestie sessuali del padrone di casa e le umiliazioni di sua moglie.  

 

[Quando sono arrivata in Italia] Mi hanno portato direttamente a casa della signora e mi hanno fatto vedere la stanza che mi avevano preparato. Era un garage, dove tenevano le ruote della macchina e tutti gli armadi degli attrezzi e in un angolo c’era una rete ed un materasso (...). Il giorno dopo mi sono alzata alle sei ed ho chiamato un taxi per andarmene... [Ma la signora] mi ha detto: “No cara, non te ne puoi andare da qui, perché io ho pagato per te. (...) Con quest’uomo ho fatto un accordo e si deve rispettare. I patti erano che dovevi restare qui a lavorare minimo sei mesi senza stipendio, per scontare quello che abbiamo pagato per te”. (...) Ho dovuto terminare i sei mesi, lei ha continuato a maltrattarmi, il marito continuava a masturbarsi davanti a me ogni volta che ne aveva l’occasione, a chiedermi di lasciarmi toccare, a dirmi che era disposto a darmi tutti i soldi che volevo. (...). In seguito ho scoperto che quel gioielliere aveva fatto la stessa cosa con altre donne.[35]

 

Da quella casa Rubi riesce ad andare via ma decide di non fare più ritorno in Colombia. Per anni riesce a lavorare solo come colf ed è stata costretta ad accettare altre situazioni di sfruttamento e altre molestie sessuali, perchè gli uomini italiani quando vedono una colombiana è <<come se le leggessero scritto in fronte “puttana”>>, dice lei.

 

Eppure, a dispetto di storie come questa, che coinvolgono e puntano il dito su una “normale” famiglia italiana, una come tante, la tratta continua ad essere relegata solamente nel grigio contesto della criminalità organizzata. Diventa un affare privato tra una “vittima” e il suo “carnefice”. Dunque non ci coinvolge o eventualmente coinvolge solo le nostre forze dell’ordine o gli organi di giustizia. E si tralascia di considerare che le donne trafficate rispondono ad una domanda di servizi (servizi sessuali, lavoro domestico, ecc.) che si genera nella nostra società.

 

 

5. Storie vissute: letture a partire dai racconti di vita

 

Se la scelta migratoria, come afferma il sociologo algerino recentemente scomparso Abdelmalek Sayad, è un “atto sovversivo”[36] certo lo è ancora di più se esercitata da una donna e se perseguita anche a “prezzo” della prostituzione.[37] Perché una donna parte per fuggire non solo dalla guerra o dalla povertà o dalla mancanza di prospettive in patria, ma anche da forme di discriminazione di genere divenute per lei insostenibili. Spesso in famiglia sono le uniche a prendere l’iniziativa e assumono un dinamismo e un ruolo fondamentale anche per gli altri membri del nucleo. Anche quando si adattano a fatica alle condizioni del lavoro domestico, poi alla fine decidono di restare.

 

Secondo i risultati di una ricerca appena pubblicata dalle Nazioni Unite, la percentuale di donne sul totale dei/lle migranti internazionali attualmente è del 51% (nel 2000 era del 49%), pari a quasi 90 milioni di donne. Inoltre, i dati raccolti dimostrano che le donne decidono di migrare per migliorare la loro vita e per andare alla ricerca di percorsi di autonomia più che spinte dalle necessità economiche familiari.[38]

 

Tra le collaboratrici domestiche, ho incontrato tante donne che dichiarano di trovare pesanti le condizioni di “lavoro” ma che non pensano per questo di tornare a casa. Come Valentina, moldava di 43 anni. Un marito alcolizzato; una figlia sposata troppo presto con una bimba piccola e un marito disoccupato; una madre anziana: tutti da mantenere. Valentina è diplomata e al tempo del comunismo faceva la contabile in una fabbrica di polli. Adesso fa la “badante” di un uomo di 82 anni in una piccola cittadina della Sicilia. All'inizio ha vissuto con sofferenza l’adattamento. I figli dell’anziano non se ne occupano per nulla e si fanno vedere solo per controllare che la casa sia pulita e che non sparisca troppa roba dal frigorifero. Tuttavia, dopo appena un anno di vita in Italia, per lei è diventato impensabile tornare a casa: dove i problemi sono inaffrontabili, dove nessuno dei familiari, giovane o vecchio che sia, prova a far nulla per uscire da una situazione ormai stanca e paralizzata. Dove anche le piccole complicità con altre donne migranti che può incontrare nelle poche “ore d’aria” e le passeggiate al mare sono una risorsa inimmaginabile.

 

Betty è una donna colombiana che ho intervistato a Messina: ha quarantuno anni, due figli e una nipotina di 4 anni; poi c’è anche la madre che vive con lei. Ha deciso di venir via dal suo paese perchè i figli crescevano e il marito continuava da anni a spendere tutti i suoi soldi in alcool e donne. Venendo in Europa, ha potuto far studiare i suoi figli e a metter da parte i soldi per costruire una casa. <<Io non faccio la prostituzione perché mi piace -  dice – ma perché ne ho bisogno. Per me è un orgoglio sapere che sono riusicta a dare ai miei figli quello che volevo mentre, se fossi rimasta in Colombia o avessi cercato un altro lavoro in Italia, non avrei potuto farlo>>.[39]

 

Le vite delle donne trafficate non sono semplici, né scontate, né univoche. Sono fatte di successi o di fallimenti, di scelte o solo di violenze e costrizione; sono improntate ad un progetto di vita forte oppure scivolano via senza la chiara focalizzazione di un obiettivo perseguibile. In ogni caso, deve essere chiaro che ci troviamo di fronte a persone con dignità e diritti di cittadinanza da tutelare.

 

Tra tante storie rappresentative di tale complessità, concludo le mie riflessioni analizzandone una: quella di Lucero, 32 anni, di Medellín.[40] Medellín è una delle più grandi realtà urbane della Colombia ed è anche la città che si distingue per il più alto indice di violenza nel mondo. Il paese sudamericano è uno dei teatri dei numerosi “conflitti dimenticati” che si combattono oggi, un conflitto che ha fatto registrare quasi 600mila morti in 50 anni e che ha causato la dispersione nel paese di circa 3 milioni di rifugiati interni. Negli anni '90, le riforme economiche di stampo neoliberista hanno provocato nell’economia del paese una recessione economica di dimensioni mai conosciute prima. Conflitto armato, violenza diffusa e crisi economica insieme hanno provocato nei colombiani e nelle colombiane un profondo senso di sfiducia e di mancanza di prospettive verso il futuro, generando un desiderio di fuga all’estero.

 

Nel 1997 un’inchiesta realizzata dal quotidiano El Tiempo ha rivelato che più del 70% dei cittadini nutriva il desiderio di emigrare e, di fatto, solo negli anni '90 hanno lasciaot la Colombia più di tre milioni di persone, pari a quasi il 10% dell’intera popolazione. Facendo ricorso all’alternativa dell’emigrazione, la strada si apre al pericolo della tratta e, in effetti, il numero delle donne colombiane coinvolte nel fenomeno si è incrementato notevolmente negli ultimi anni, tanto da far salire il paese al primo posto nell’America Latina e Caraibica e al terzo nel mondo quanto a provenienza delle donne sfruttate nella prostituzione all’estero.

 

Ho conosciuto Lucero nel 2000. Esercitava la prostituzione a Medellín ma aveva deciso di venirne fuori. Aveva alle spalle pesanti forme di violenza e diversi tentativi di fuga e di vita all'estero. Era cresciuta nel quartiere di París, uno di quelli maggiormente interessati dalla violenza urbana. Una famiglia difficile la sua, otto figli: sette femmine e un maschio, <<un padre alcolizzato, una madre che non faceva altro che lavorare e non aveva tempo per noi, ed il poco tempo che aveva era per curarci le ferite che ci faceva con le botte>>. A 16 anni inizia ad esercitare la prostituzione: “per una delusione d’amore” dice lei. A 18 anni subisce violenza da un amico del cognato e rimane incinta: nasce il suo primo figlio e decide che deve trovare il modo di cambiare vita. Così va una prima volta in Germania. La sorella, che vive lì da anni, le presta il denaro per il biglietto aereo: così nel 1994 Lucero parte per Francoforte.

 

Mia sorella a quei tempi viveva già in Germania. Lei se n’è andata via per tratta delle bianche, con una signora che gli dicevano Victoria, di Bogotá. Quella era una rete, credo che ancora esiste. (...) Quindi mia sorella mi ha aiutato a partire. Ho lasciato mio figlio che aveva sei mesi e quando sono tornata aveva tre anni. Quando sono arrivata in Germania sono stata una settimana a casa di mia sorella, fino a quando lei mi ha detto: <<Ok, Lucero, puoi restare qui una settimana ma poi andiamo a Francoforte, perché tu sai bene che bisogna combattere>>. Io ho detto: <<Ah, io sono pronta a qualunque cosa>>. E mia sorella mi ha detto: <<Qui Lucero ci sono tre cose che puoi fare: puoi rubare, puoi fare la prostituzione oppure c’è il narcotraffico; scegli tu>>.

 

Lucero sceglie la prostituzione, considerandola il “male minore” e credendo che in Germania fosse come in Colombia. Ma già il primo giorno scopre che non è così.

 

Quando vivevo in Colombia, anche in un giorno in cui lavoravo tanto, non avevo più di cinque clienti. In Germania è stato diverso. Il primo giorno sono stata con 27 uomini. Lo so perché alla fine dell’orario di lavoro ho contato le bustine dei preservativi. Non mi potevo nemmeno sedere. Rifiutare un cliente, come in Colombia, lì non è possibile.

 

Vive a Francoforte nello stesso edificio nel quale lavora; i trafficanti, infatti, tendono a limitare gli spostamenti delle donne, in modo da tenerle maggiormente sotto controllo. Inoltre, le spostano frequentemente da una città all’altra e da un paese all’altro, in modo che non siano facilmente localizzate. Con tali meccanismi si impedisce alle vittime di instaurare relazioni di amicizia o fiducia con gente del posto e di mettersi in contatto con istituzioni in grado di fornire loro appoggio. La barriera linguistica aumenta l’isolamento e riduce le possibilità di sottrarsi alla rete.

 

La discriminazione verso i colombiani esiste dappertutto... sempre, sempre, in ogni parte che arrivi la senti. Una volta stavo in Spagna, in una discoteca dove lavoravano le donne. Allora è arrivato uno spagnolo e ha visto una ragazza colombiana. Io stavo con un amico ma non stavo lavorando e ci siamo seduti a prendere una vodka. Accanto c’era una ragazza colombiana che ha cominciato... cioè a sedurlo. Allora lui le ha detto: <<Tu mi piaci, ma solo per scopare>>. Loro ti umiliano molto, loro dicono che la Colombia è il paese più porcheria che può esistere, dove ci sono più morti che vivi!

 

Lucero si trova intrappolata in una realtà aggressiva, ostile ed è costretta a sopportare in silenzio e nell’illegalità l’abuso. Per lei l’appoggio delle autorità locali è una risorsa inimmaginabile, data la scarsa fiducia nelle istituzioni che caratterizza la vita dei colombiani in patria.

 

[A Francoforte] Ogni giorno pagavo 250 marchi per la stanza. Se non li pagavi erano guai, ti mandavano gli jugoslavi e ti facevano prendere a bastonate... Sempre lì in Germania, una volta stavamo lavorando quando sono arrivati alcuni tedeschi che avevano bisogno di cinque ragazze… per una festa tra amici… Se ne sono andate con loro cinque ragazze e il giorno dopo le hanno trovate morte. Le hanno torturate, le hanno tagliate, hanno fatto di tutto con loro… A Catania era orribile. Mi ricordo di una ragazza che è impazzita, è qualcosa che non ho mai dimenticato. Aveva i debiti qui in Colombia e anche lì aveva molti problemi e da un momento all’altro è andata completamente di fuori, matta, matta, matta. Lei era di Bogotá e quel debito l’ha ammazzata, per quello si è ammalata. Doveva pagare circa 70 milioni di pesos, tanti soldi. Figurati, sapere che per 70 milioni che non hai guadagnato e che non hai nemmeno speso ti possono ammazzare la famiglia, il marito, i figli...

 

Nonostante gli abusi e la paura, il desiderio di ritorno non è scontato. Tornare a cosa, in un paese dal quale è fuggita e in una posizione ancora più svantaggiata è per lei un’opzione inaccettabile.

 

“Ma cosa fai, vuoi tornare a casa sconfitta?” Mi ha detto mia sorella. “Sconfitta? Ah no, sconfitta no, allora mi metto a combattere”.

 

Tra le offerte che le vengono fatte, anche quella di affittare il ventre:

 

A me mi hanno offerto anche di affittare il ventre; una tedesca mi offriva 25 mila marchi ma io ho rifiutato. No, consegnare un figlio a un’altra io credo che no... Lei mi diceva: “Lucero, ti sei molto povera, hai bisogno e quei soldi serviranno a tuo figlio. Guarda, non sarebbe tuo figlio, perché è il seme di mio marito e quello mio”. Ma io gli dicevo: “Non importa, si alimenta del mio sangue, esce dalle mie viscere”. Lei ha insistito tanto, si è anche messa a piangere ma io non ho mai accettato, non sono stata capace e penso che non lo accetterei mai.

 

Lucero esercita la prostituzione in Germania e in Italia per un paio d’anni, fino a quando non incontra in Spagna un connazionale che vive in Olanda e che la introduce nel traffico della droga. Inizialmente l’uomo le propone di traportare smeraldi attraverso i confini europei ma, quando lei lo raggiunge in Olanda, è di droga che “la carica”. Farà solo alcuni viaggi ma il trasporto (aggiungere: di) droga la terrorizza e scappa anche da questa situazione. Finisce in Svizzera, dove viene arrestata mentre ruba in un supermercato.

 

Della sua vita in Europa però Lucero non ha solo ricordi difficili, perché è lì che per la prima volta ha fatto la “turista” ed ha avuto la possibilità di vivere momenti che ricorda ancora come magici.

 

A Roma non ci sono stata per lavorare ma in vacanza; mi è piaciuto molto per il divertimento, mi sono trovata un amico e ce ne andavamo a divertirci. Anche in Spagna sono andata per divertimento: sono stata a Maiorca con alcuni amici, sono andata alle spiagge di Marbella. In Francia sono andata a Parigi e a Disneyland. Ah, com’è bello da quelle parti! Lì la spiaggia non è di sabbia ma di sassolini.

 

Tornata in Colombia prova a cercare un lavoro ma, avendo terminato solo la scuola dell’obbligo, trova solo occupazioni precarie e sottopagate. Ritorna alla prostituzione e saltuariamente, quando ci riesce, lavora in piccole fabbriche di confezioni. Sono gli anelli più deboli dell’industria della maquila, piccole imprese a gestione familiare che realizzano alcune fasi della produzione di capi di abbigliamento per committenti nazionali o esteri. Chiamano le donne quando ottengono le commesse e impongono ritmi intensissimi di lavoro fin quando la produzione non è finita. Pagano secondo il numero dei capi realizzati e gli eventuali danni alla produzione si detraggono ovviamente dal compenso.

 

Per un paio di anni Lucero continua a sperare che il lavoro in fabbrica diventi più stabile, in modo da poter racimolare uno stipendio intero senza dover “scendere in strada”. Ma continua a fare salti mortali per la sopravvivenza. Intanto i figli crescono e lei non vuole che abbiano una vita come la sua; quindi pianifica di ripartire. Questa volta rinuncia a sogni di rapidi e grandi cambiamenti e sceglie la via più lunga: fare la baby sitter per soli 500 marchi al mese, vitto e alloggio a carico della famiglia che la prende a servizio. Ma Lucero non parte solo per ragioni economiche; porta con sé anche la speranza di trovare un marito che si prenda cura di lei e dei suoi figli.

 

Qui non ci sono speranze; vado via per dare un futuro ai miei figli e poi... chi lo sa! Magari trovo anche un uomo. Qui gli uomini sono molto maschilisti, non ti danno tenerezza, non si assumono responsabilità e non si può vivere così tutta la vita!

 

Lucero l’ho incontrata l’ultima volta a Medellín nel dicembre del 2001: era venuta a salutarci prima di andar via. La sorella minore era appena morta di cancro. Erano stati mesi difficili per la famiglia e lei non se l’era sentita di abbandonarla in quel momento. Ma adesso stava per ripartire. La sua prima meta era restituire il prezzo del biglietto alla sorella; intanto, doveva mandare a casa denaro per sostenere la famiglia. La successiva meta, portare i suoi figli in Germania.

 

Chissà se ce l’ha fatta a regolarizzare il suo soggiorno e chissà per quanto tempo si sarà dovuta occupare di “altri figli” prima di poter riavere con sé i propri. E avrà trovato il suo “bravo europeo da sposare”?

 

*Il presente lavoro è la rielaborazione di un intervento presentato al convegno “Il concetto di dignità nella cultura occidentale”, Università degli Studi di Urbino, Facoltà di Giurisprudenza, 18-19 giugno 2004.



[1] Micheline e Nesta sono due donne provenienti da Mauritius, intevistate a Palermo da Amelia Crisantino. Vedi: Amelia Crisantino, Ho trovato l’Occidente. Storie di donne immigrate a Palermo, La Luna, 1992.

[2] Tra le più interessanti si segnalano: “L’immagine degli immigrati e delle minoranze etniche nei media”, Roma 2002, in http://www.immagineimmigratitalia.it (ricerca realizzata nell’ambito dell’Iniziativa Comunitaria Equal IT-S-MDL-288 promossa da: OIM, Caritas di Roma, Archivio delle migrazioni, Censis ed altri partner). “Le parole dell’immigrazione. Studio semantico delle cronache politiche pubblicate sui maggiori quotidiani italiani durante la discussione della legge Bossi–Fini”, tesi di laurea di Silvia Ognibene, dispobinile in http://www.cestim.it/08media.htm. Va precisato che le ricerche realizzate in Italia hanno preso in analisi l’immagine del migrante in generale, mentre sull’immagine della donna in situazione di tratta non esitono studi specifici.

[3] Vorrei ricordare l’analisi offerta sul tema dal bellissimo testo di Alessandro Dal Lago, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Saggi universale economica Feltrinelli, Milano, 2004. Già nel 1990, Laura Balbo e Luigi Manconi affermavano: <<Tra drammatizzazione e paternalismo, tra enfasi e note di colore, si evidenzia immediatamente come sia decisivo – su questo tema, proprio perche “nuovo”, più che su altri – il ruolo dei mezzi di informazione nel produrre stereotipi e risposte collettive, letture del fenomeno e mentalità corrente. Da subito ci poniamo il problema di conoscere quali siano gli schemi interpretativi che giornali e televisione adottano, riproducono e mettono in circolazione>>, vedi L. Balbo, L. Manconi, I razzismi possibili, Feltrinelli, Milano 1990, pagg. 6-7.

[4] Ho vissuto e lavorato in Albania nell'ambito di progetti di cooperazione internazionale dal 1995 al 1999; vi sono tornata per un breve periodo nella primavera del 2003.

[5] Ho vissuto in Colombia (Medellín) dal 2000 al 2002, ove sono stata impegnata in un progetto di cooperazione internazionale rivolto a donne che esercitano la prostituzione, donne trafficate e/o a rischio di tratta. Nell’ambito di tale progetto ho coordinato la realizzazione di una ricerca, i cui risultati si trovano raccolti nella seguente pubblicazione: Ada Trifirò, Mujeres que ejercen la prostitución. Una historia de inequidad de género y  marginación, Editorial Lealón, Medellín, Colombia, 2003. Testo integrale della ricerca e traduzione in italiano sono disponibili in: www.terrelibere.org

[6] Ho realizzato interviste a donne migranti che esercitano la prostituzione in Italia nel 2002 insieme a Carla Corso, presidente del Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Pordenone. La ricerca è stata pubblicata nel 2003: Carla Corso, Ada Trifirò, … e siamo partite. Migrazione, tratta e prostituzione straniera in Italia, Giunti, Collana Astrea, Firenze. 

[7] Solo per fare un esempio, per vari anni la rotta più battuta per l'ingresso all'Italia dall'Albania fu quella adriatica, fino a quando i controlli in mare non hanno costretto i trafficanti a spostarsi su altri percorsi.

[8] Vedi Francesca Nunberg, “Bambini venduti prima di nascere: la tratta delle donne incinte”,  Il Messaggero, 30.03.2004.  Disponibile in: http://www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php?x=completa&riga=0877.

[9] Il rapporto, "Traffico di esseri umani in Europa centrale e meridionale nel 2004", è stato realizzato da Unicef, Ufficio dell'Alto commissariato per i diritti umani (Ohcr), Ufficio dell'Osce per le Istituzioni democratiche e i diritti umani (Odihr) e presentato a Ginevra il 31 marzo 2005. Nella ricerca viene esaminata la situazione in Albania, Bosnia-Herzegovina, Bulgaria, Croazia, nell'ex repubblica jugoslava di Macedonia, in Moldavia, Romania e Serbia-Montenegro (inclusa la provincia del Kossovo ad amministrazione ONU).

[10] A proposito dell’applicazione premiale dell'Art.18, vedi Davide Petrini, “I risultati e i nodi problematici emersi dall’Osservatorio sull’applicazione dell’art. 18 D. Lgs 25.7.1998. Gli aspetti giuridici”, in “Stop Tratta. Atti del Convegno Internazionale”, Bologna 23-24 maggio 2002, Edizioni On The Road.

[11] Alessandro Dal Lago, op.cit., pag. 207.

[12] Vedi Alessandro Dal Lago, op.cit.

[13] Scrive Ginevra Demaio: <<La prostituzione di donne migranti è un evidente esempio di “fatto sociale totale”, secondo la terminologia introdotta da Marcel Mauss, ossia un fenomeno capace di spiegare da solo l'intera vita sociale di una società, in questo caso della società globalizzata. Fondamentale per questa lettura è la riflessione del sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad sulla migrazione come fatto sociale totale, ossia come esperienza umana in cui sono coinvolti insieme aspetti dell'ambito economico, sociale, politico, culturale e religioso, sia della società di emigrazione sia di quella d'immigrazione>>. Vedi “Donne migranti nella prostituzione, strategie di soggettivazione”, in www.terrelibere.org.

[14] Paola Corti, Storia delle migrazioni internazionali, Edizioni Laterza, 2003, Introduzione, pag.VIII.

[15] Paola Corti, op. Cit., pag. 20.

[16] Vedi Paola Monzini, “Il Mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento”, Donzelli Editore, Roma 2002, pag.IX.

[17] Scrive Paola Monzini: <<I soldati infatti potevano decidere di trascorrere i propri periodi di licenza in Tahilandia, nell’ambito di programmi organizzati dalle Forze Armate, i cosidetti Rest and Recreation, in cui in pratica passavano giorni a consumare droghe e sesso a pagamento>>. Vedi Monzini P., op. Cit., pag. 29.

[18] Si legge nel dossier statistico Caritas relativo all’anno 2003: <<Nel mondo una persona ogni 35 residenti è nata all’estero. Secondo l’ultimo censimento fatto dall’ONU, nel 2000 i migranti nel mondo sono risultati 175 milioni, con una incidenza del 2,9% sulla popolazione mondiale (6 miliardi e 67 milioni di persone a quella data, saliti a 6,2 miliardi a fine 2002). Contrariamente a quanto si pensa, i migranti sono concentrati più nei paesi in via di sviluppo (98.678.000, pari al 56,3%) che in quelli a sviluppo avanzato (76.441.000, pari al 43,7%). Tuttavia, l’incidenza degli immigrati sulla popolazione residente è molto più alta nei paesi ricchi (8,9% rispetto all’1,9% degli altri paesi)>>. Vedi: “Italia, paese di immigrazione”, Dossier Statistico Immagrazione 2003, Caritas Migrantes, XIII Rapporto sull’immigrazione, Roma 2004.

[19] “La Repubblica”, 24 ottobre 2003.

[20] Ibidem.

[21] Paola Corti, op.cit., pag XII.

[22] Vedi: Laura Balbo, Vocabolario, in L. Balbo, L. Manconi, op.cit., pag. 29.

[23] Vedi Luigi Manconi, Razzismo interno, razzismo esterno e strategia del chi c’è c’è, in L. Balbo, L. Manconi, op.cit., pag.48.

[24] Vedi Alessandro Dal Lago, op.cit, pag. 20.

[25] Così viene chiamata l’Albania.

[26] Ibidem, pag. 75.

[27] L’indagine, i cui risultati sono stati inseriti nel "Dossier Statistico Immigrazione" relativo all'anno 2003, è stata realizzata monitorando le più importanti testate nazionali; gli articoli del 2002 analizzati sono stati 1205. Vedi: Italia, paese di immigrazione, op.cit.

[28] Vorrei ricordare che non esistono ricerche relative all’immagine delle donne “trafficate” proposta dai mass-media italiani. Le considerazioni che faccio su questo punto sono frutto di un’analisi da me realizzata su una parziale rassegna di articoli di stampa (reperiti su cartaceo e/o su intenet) pubblicati tra il 2000 e il 2003. Solo di un quotidiano – la Gazzetta del Sud - ho potuto disporre di una rassegna completa di articoli pubblicati sul tema durante il 2000 e 2001. L’attenzione a questo quotidiano è dipesa dall’interesse di reperire dati e informazioni sull’evoluzione del fenomeno della prostituzione colombiana in Sicilia e in particolare nel quartiere di San Berillo a Catania. La rilettura in successione di tutti gli articoli apparsi in due anni (corrispondenti oltretutto al periodo di maggiore attenzione dei mass-media sulla prostituzione migrante di strada) mi ha permesso di individuare delle interessanti costanti interpretative.

[29]Ennesima retata della polizia nei vicoli a luci rosse, rintracciate 17 extracomunitarie”, Gazzetta del Sud del 09.03.2001.

[30]Prostituzione: maxiretata dei carabinieri, Catania”, Gazzetta del Sud del 13.12.2000.

[31]Il questore ha ordinato un'operazione contro le “lucciole”/ Nuovo blitz per “liberare” S.Berillo, Gazzetta del Sud del 30.09.2001.

[32] “I residenti si sentono abbandonati dalle istituzioni/ Prostitute e malviventi padroni delle strade vicine a San Berillo, Gazzetta del Sud del 24.08.2001.

[33]Cosenza/ Formalmente conclusa l'inchiesta della procura battezzata ‘Fantasmi’ sullo sfruttamento di donne provenienti dall'Albania”. Gazzetta del Sud del 15-3-01

 

[34] Vedi Carla Corso, Ada Trifirò, op. cit., pagg. 119- 125, Pensavo che in italia si parlava inglese, storia di Glory.

 

[35] Vedi Carla Corso, Ada Trifirò, op. cit., pagg. 189- 212, La stanza della donna di servizio, storia di Rubi.

[36] Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell'emigrato alle sofferenze dell'immigrato, Raffaello Cortina, 2002.

[37] Scrive S. Palidda a proposito della migrante donna: <<... in tutta la storia delle migrazioni, che è la storia di tutte le società, alla migrante non è mai stato riconosciuto il motivo principale della sua migrazione: l’aspirazione all’emancipazione non solo economica e sociale, ma politica nell’accezione più ampia, ossia l’emancipazione da ogni subalternità, compresa, ovviamente, quella rispetto all’uomo>>. Vedi S. Palidda, “Il cliché della migrante: colf o prostituta”, introduzione in c. Morini, “La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico”, DeriveApprodi, Roma 2001, pag.9.

[38] Il rapporto “La donna e le migrazioni internazionali” è stato pubblicato dall’ONU proprio a fine marzo 2005. 

[39] Vedi Carla Corso, Ada Trifirò, op. cit., pagg. 180- 181, La prostituzione è una cosa legale, storia di Betty.

[40] La storia di Lucero è riportata integralmente nelle seguenti pubblicazioni: Ada Trifirò, Colombia. Voci di donne da un paese in guerra, Casa Editrice Palombi, Roma 2003, pagg. 155-162. Oppure: Ada Trifirò, Donne che esercitano la prostituzione. Una storia di inequità di genere ed emarginazione, in www.terrelibere.org.

Formato per la citazione:
Ada Trifirò, "Donne, migrazioni e tratta fra stereotipi e realtà", terrelibere.org, 02 maggio 2005, http://www.terrelibere.it/doc/donne-migrazioni-e-tratta-fra-stereotipi-e-realt