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Donne migranti nella prostituzione

Donne migranti nella prostituzione

Politiche migratorie xenofobe e un’informazione di massa riduttivista vorrebbero confinare la tratta delle donne al mondo grigio della criminalità e al terreno della schiavitù. Questa originale ricerca, invece, ripercorre i molteplici aspetti di un complesso fenomeno prodotto dal sitema-mondo globalizzato, rivendicando alle migranti coinvolte il diritto al riconoscimento della soggettività.

Ginevra Demaio

 

* Tesi di Laurea in Sociologia dell'Educazione, Università degli Studi di Bari, Facoltà di Scienze della Formazione, Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione, A. A. 2001-2002. Ginevra de Maio è Laureata in Sociologia dell'Educazione, presso il Corso di Laurea in Scienze dell'Educazione dell'Università degli Studi di Bari. Ha lavorato come operatrice sociale in programmi di protezione e integrazione sociale rivolti a donne migranti coinvolte nel fenomeno della tratta a scopo di sfruttamento sessuale. Studia e si occupa, in generale, di migrazione e esclusione sociale.

 

INDICE                                                                                                                             

 

INTRODUZIONE.............................................................................................................. 6

1. GENEALOGIA DELLA PROSTITUZIONE: storia di un concetto

1.1. Le funzioni della prostituzione nell'antichità

1.2. Il paradigma cristiano nella società medievale

1.3. La cesura storica della Controriforma

1.4. Seicento e Settecento: il consolidamento dell'esclusione sociale della prostituta

1.5. L'Ottocento: la costruzione della prostituta come soggetto deviante

1.6. L'Italia nel '900: dalla legge Merlin alla comparsa della prostituzione straniera

2. MOVIMENTI MIGRATORI E GLOBALIZZAZIONE: per una macro-analisi dei flussi e per una micro-analisi dei progetti migratori

2.1. La multidimensionalità della globalizzazione

2.2. Dai diritti del cittadino ai diritti della persona

2.3. La mobilità dei migranti e l'arroccamento degli Stati-nazione

2.4. Le politiche dell'immigrazione tra diritti d'appartenenza e diritti di cittadinanza

3. Le Migrazioni di genere: tra strategie individuali di rottura e percorsi di soggettivazione

3.1. Le donne nella nuova divisione internazionale del lavoro

3.2. L'irruzione di un nuovo attore sociale: la donna migrante

3.3. Le nuove politiche del controllo tra "globale" e "locale"

4. prostitute straniere: traiettorie in bilico tra costruzione di percorsi di autonomia e derive di assoggettamento e sfruttamento

4.1. La "funzione specchio" della prostituzione straniera nella società globale

4.2. Il fenomeno in Italia

4.3. Le fasi d'ingresso delle donne migranti prostitute/tuite

4.4. Tipologie possibili di prostituzione e relativa molteplicità delle possibili dinamiche relazionali donne/protettori

4.5. Definizione e riflessioni sulla "tratta degli esseri umani"

4.6. Le donne nella tratta: aspirazioni emancipatorie negate

4.7. La prostituzione di donne nigeriane, albanesi e dell'Europa dell'Est

4.8. Una esperienza sul campo: i percorsi di cinque donne prostituite

5. PERCORSI DI RI-SOCIALIZZAZIONE DI DONNE MIGRANTI PROSTITUTE/TUITE

5.1. Modelli ideal-tipici di intervento

5.2. Tipologie di accoglienza sperimentate

5.3. La prima accoglienza: le "case rifugio"

5.4. La seconda accoglienza: le strutture intermedie o "case di autonomia"

5.5. Il ruolo dell'educatore

CONCLUSIONI


Introduzione

 

Il lavoro intende indagare un fenomeno particolarmente complesso qual è la prostituzione delle donne migranti, sempre più diffusa, a partire dagli anni '80, in Italia come in tutta Europa, e sempre più oggetto dell'attenzione mass mediatica e di proposte e risposte politiche di volta in volta orientate alla gestione-controllo o alla repressione poliziesca.

La scelta dell'oggetto della ricerca è stata determinata da un forte interesse di chi scrive per le questioni legate all'esclusione[1] e all'invisibilità sociale, nonché dalla convinzione della possibilità e della necessità di avviare e sviluppare strategie e percorsi efficaci di empowerment[2] e di emersione dall'invisibilità e dal non-diritto.

 

La condizione dei migranti oggi in Italia, la cui esistenza sociale e giuridica, nonché materiale, viene fatta dipendere dal possesso o meno del permesso di soggiorno e di un lavoro "regolare", è esemplare e simbolica della condizione di tutti i soggetti che vivono e sperimentano l'esclusione e la riduzione all'invisibilità (sociale, relazionale, giuridica, economica).

Le attuali politiche migratorie europee, dalla cui impostazione derivano poi le politiche nazionali, sono sempre più orientate a vedere e trattare il migrante o come una risorsa economica utile a compensare le carenze di manodopera autoctona e i bassi indici di natalità degli autoctoni stessi, o come un pericoloso criminale da espellere.

La conseguenza, sempre più evidente, di tali politiche è la riduzione del migrante a semplice forza lavoro funzionale alle economie dei paesi ricchi[3]. La sua permanenza nel paese d'insediamento è condizionata dal possesso di pochi ed irrinunciabili requisiti, stabiliti peraltro a garanzia della supposta sicurezza dei soli autoctoni: contratto di lavoro, residenza e permesso di soggiorno (ora "contratto di soggiorno"). Quando il migrante manchi di tali requisiti, stabiliti dalle leggi nazionali, o ne perda una parte, perde automaticamente ogni diritto di cittadinanza, diventa soggetto pericoloso per lo Stato e per la società[4], ed è in qualsiasi momento passibile di espulsione.

Si chiede al migrante di dimostrare la propria volontà d'integrazione attraverso il soddisfacimento di requisiti che, nella realtà economica ed occupazionale dominante, risultano di difficile realizzazione. Già per un cittadino italiano è ormai arduo sperare di godere di un lavoro stabile e garantito, è facile immaginare quanto lo sia per un immigrato.

Le indagini sull'integrazione straniera in Italia rilevano una realtà in cui difficilmente i datori di lavoro sono disposti a regolarizzare un lavoratore straniero, in cui i proprietari delle case sfitte non accettano inquilini stranieri, insomma una realtà sociale incapace di assicurare quelli stessi requisiti che sono, però, richiesti al migrante per il riconoscimento del permesso di soggiorno.[5]

Il risultato è che, poiché uomini e donne nel mondo continuano a spostarsi verso i paesi ricchi per migliorare la propria vita, queste politiche, nate in nome della necessità di combattere l'immigrazione clandestina, di fatto finiscono per produrre solo nuova clandestinità e nuove marginalità.

 

Le donne straniere dedite alla prostituzione vivono l'esclusione e l'emarginazione almeno in due sensi: come migranti non desiderate nei paesi della ricca Europa; e come prostitute, oggetto della pubblica disapprovazione e della stigmatizzazione sociale.

Non si può comprendere in tutta la sua complessità la forte presenza in Europa di donne straniere disposte o costrette all'attività prostitutiva, o comunque a lavorare nel vasto mercato del sesso, senza collocare tale fenomeno all'interno del più vasto panorama della mondializzazione - dell'economia, delle culture, della comunicazione e dell'informazione - della disparità sempre crescente tra aree del pianeta ricche e povere, e dei flussi migratori che da ciò derivano.

Le società europee, fino ad ora, non hanno predisposto delle politiche migratorie capaci di assicurare reali percorsi di integrazione e di inclusione sociale, piuttosto hanno costruito meccanismi di difesa nazionale e di chiusura ai flussi migratori, descritti come "invasioni di massa" da arginare.

Da una parte ci sono i mass media, che di volta in volta riducono i migranti  a pericolosi criminali,  a poveri disgraziati spinti sempre e solo dal bisogno economico, a masse di corpi in fuga dalla guerra, a produttori in generale di insicurezza e disordine sociale; dall'altra ci sono gli Stati-nazione e il mondo della politica che, complici di queste false rappresentazioni e rafforzati dalle stesse, non sanno far altro che affrontare questioni di carattere sociale e politico con strumenti polizieschi e repressivi.

Una simile impostazione, fatta di false o parziali generalizzazioni sui flussi e sui migranti, spesso costruita  e sostenuta attraverso il linguaggio tecnico delle scienze sociali (demografia, sociologia, economia, criminologia, psicologia), finisce per cancellare e negare diritto di esistenza alle storie reali e alle volontà di soggettivazione che ciascun migrante, attraverso il progetto migratorio, esprime, fino a realizzare e perpetuare semplicemente una riduzione dei migranti a "non-persone"[6].

Per donne migranti e prostitute, spesso anche clandestine perché prive del permesso di soggiorno, è, allora, particolarmente facile vedersi negare qualsiasi diritto di esistenza e ancor meno di cittadinanza. Non esistono in quanto donne con un proprio progetto migratorio da realizzare, ma solo in quanto portatrici di disordine e immoralità o, all'opposto, vittime di un'altrui volontà di sfruttamento e assoggettamento. L'unico ambito in cui le norme concedono alle donne diritto di esistenza e in cui sono accettate, anzi fortemente richieste, è quello domestico e della cura, quasi non siano capaci di fare altro, quasi non siano spesso donne autonome e/o acculturate, quasi non possano desiderare altro[7].

È intenzione di questo lavoro di provare a superare, nell'analisi delle migrazioni, il ricorso a categorizzazioni e definizioni astratte e generalizzanti, spesso calate dall'alto sulla vita dei soggetti reali, frutto di un'impostazione teorica positivista e di una sociologia che finisce per produrre essa stessa l'oggetto del proprio studio[8], per cercare, invece, di dar voce ai soggetti e ai loro progetti, ai loro mondi vitali, alle loro pratiche e al senso che, attraverso le stesse, esprimono.

L'impostazione del presente lavoro deve molto all'apporto teorico delle ricerche femministe sulle migrazioni femminili e della storia delle donne (women's studies), almeno per due ordini di ragioni: la costante attenzione alla dimensione soggettiva nelle migrazioni femminili e nelle storie prostituzionali di donne straniere; il tentativo di de-costruire la rappresentazione sociale diffusa della prostituta straniera, vittima e/o deviante, attraverso lo svelamento dei "dispositivi discorsivi" con cui politica, mass media, giurisprudenza, scienze sociali "costruiscono", o contribuiscono a "costruire", tale rappresentazione.

Decostruire le false rappresentazioni sociali sulla donna migrante prostituta e fornire letture del fenomeno il più possibile aderenti alla realtà che si intende descrivere, è un passaggio di fondamentale importanza per orientare poi gli interventi socio-educativi nell'ambito della prostituzione straniera.

Dalla lettura e interpretazione che si cerca di dare al fenomeno, dalla capacità di leggerlo nella sua complessità e varietà (prostituzione libera, forzata, chiusa, di strada), dalla capacità di leggere e interpretare i progetti e le volontà delle donne migranti attive nel mercato del sesso, dipendono gli approcci e le risposte politiche e sociali possibili: l'approccio "salvifico" volto a redimere e normalizzare; l'approccio "emancipatorio" volto a garantire l'autonomia e la libertà individuale; l'approccio a fine di contrasto al fenomeno; l'approccio di gestione delle problematiche sociali e territoriali correlate.

Ciascuno di questi approcci ha vantaggi e limiti, nessuno di essi può ritenersi esaustivo né definitivo, ma tutti possono contribuire a comprendere meglio il fenomeno della prostituzione di donne migranti e a limitare e gestire i possibili danni ad essa connessi.

Diversi devono essere gli approcci, perché diverse sono le forme di prostituzione attuali, diverse le donne inserite in questo mercato, diverse le ragioni che le hanno spinte o costrette a praticare la prostituzione. Pensare di poter affrontare tutta questa complessità con risposte standardizzate e unidirezionali è inutile e dannoso, vorrebbe dire ragionare sulla base di astratte ideologie, piuttosto che sulla realtà in cui siamo immersi.

Ogni operatore che lavori in questo campo deve allora essere sempre consapevole del difficile compito che si trova a svolgere, della diversa valenza di ciascuno degli approcci possibili, delle ragioni in nome delle quali praticare un approccio piuttosto che un altro e, soprattutto, del fatto che ciascun approccio richiede e determina anche un lavoro e una funzione diversa da parte dell'operatore sociale. Se non mantiene questa lucidità intellettuale e professionale, il rischio è che l'operatore dei servizi rivolti ai migranti diventi un semplice e puro attuatore delle scelte e delle politiche decise dai governi di turno.

Sicuramente non serve identificare tutto il mondo della prostituzione straniera con la tratta e lo sfruttamento, sarebbe una lettura parziale e banale, incapace di indicare le reali cause e le possibili risposte al fenomeno. Servono politiche internazionali volte a una reale redistribuzione della ricchezza mondiale; politiche nazionali meno securitarie e più orientate all'accoglienza e al riconoscimento della libertà di movimento delle persone in un mondo sempre più globalizzato; politiche locali capaci di garantire e rafforzare i diritti di cittadinanza e la sicurezza di tutti, così da evitare che l'insicurezza sociale degli italiani si riversi su facili capri espiatori e che i migranti, privi di diritti e visibilità, finiscano nelle maglie della criminalità organizzata e dello sfruttamento; politiche prostituzionali che combattano sfruttamento e coercizione, ma anche capaci di garantire il diritto all'autodeterminazione e la libertà di comportamento, anche sessuale, per tutti.

Il pubblico e il privato sociale che si trovano a dover affrontare le problematiche legate alla prostituzione straniera e alla tratta di donne a fini sessuali devono, allora, lavorare per affermare diritti e processi di inclusione, per restituire ad ogni donna migrante un reale potere contrattuale e decisionale: solo il riconoscimento ed il rafforzamento dei diritti e dell'autonomia delle donne può liberare la prostituzione dalla violenza e dallo sfruttamento, per il semplice fatto che violenza e sfruttamento si danno non in presenza della prostituzione in sé, ma in presenza di povertà e marginalità sociale.

 

Nel primo capitolo si delineerà una genealogia del concetto di prostituta. Attraverso la ricostruzione storica della prostituzione nei secoli e delle modalità con cui si è trasformata, si proverà a delineare le molteplici funzioni sociali che la prostituzione ha rivestito in ciascuna epoca e nelle diverse società, fino ad arrivare all'attuale scenario caratterizzato da un mercato del sesso di carattere globale.

Il secondo capitolo cercherà di indagare il fenomeno delle migrazioni internazionali nell'attuale "società globale" e di descriverlo attraverso una lettura binaria: da una parte l'analisi macro-sociale dei flussi nel loro complesso, dall'altra la micro-analisi delle storie soggettive e personali che tali flussi attraversano.

Il terzo capitolo si soffermerà sulla specificità della migrazione femminile, la sua comparsa in Italia e le interpretazioni che del fenomeno sono state da più parti prodotte. Particolare attenzione sarà data al ruolo delle donne nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro. Si tenterà, poi, di capire quanta importanza abbia nei progetti migratori delle donne il desiderio di emancipazione personale, quanto conti l'aspirazione a far propri i modelli femminili occidentali, percepiti come più liberi.

Il quarto capitolo si concentrerà sull'analisi della prostituzione straniera in Italia, ne indagherà le provenienze, le forme organizzative, i livelli di coercizione/libertà, le modalità di fuoriuscita. Si cercherà di de-costruire la rappresentazione sociale dominante, che vede le donne migranti prostitute e/o prostituite solo e sempre come "vittime passive". In particolare si andrà a verificare l'effettiva relazione esistente tra la "tratta delle donne" e la prostituzione straniera nel suo complesso, due fenomeni distinti, eppure spesso confusi l'uno con l'altro.

Il quinto capitolo descriverà la tutela giuridica e gli interventi sociali predisposti in Italia nei confronti delle donne straniere fuoriuscite dallo sfruttamento sessuale coatto e cercherà di esprimere una valutazione sulle pratiche ad oggi sperimentate. Delineerà, infine, il possibile ruolo dell'educatore negli interventi socio-educativi finalizzati a promuovere l'integrazione sociale e l'autonomia delle donne.

 

 

1.       Genealogia della prostituzione: storia di un concetto

 

Uno dei primi concetti da cui si deve partire per comprendere e spiegare la prostituzione di donne migranti è quello della complessità.

Si tratta, cioè, di un fenomeno di non facile interpretazione, particolarmente problematico vista la coesistenza in esso di più fattori: la condizione della donna nell'economia e nella società; la prostituzione e le politiche d'intervento; i flussi migratori e le politiche volte a governarli; la specificità della migrazione femminile; la cultura e la capacità di contaminarsi della società ospitante; il ruolo che lo Stato e il privato sociale hanno e possono avere.

Nonostante una tale complessità, prostituzione e migrazioni (dunque anche la prostituzione di donne migranti) sono fenomeni spesso oggetto di facili letture semplificatorie e poco esaurienti, frutto di pregiudizi politici, morali, culturali e di un'informazione ossessionata dalla criminalità e dalla sicurezza, più che di analisi complesse almeno quanto la realtà che intendono descrivere[9].

I flussi migratori e la prostituzione sono due fenomeni che sembrano aver caratterizzato la storia dell'umanità: uomini e donne, con intensità diverse nei diversi periodi storici, si sono sempre spostati verso luoghi che promettessero una qualche possibilità di miglioramento delle proprie condizioni di vita, così come la prostituzione è sempre esistita nella storia dell'umanità. Ciò che segna la differenza è il contesto (storico, economico, culturale, religioso, simbolico, ecc.) in cui i due fenomeni, quello migratorio e quello prostitutivo, prendono forma.

Troppo facilmente si liquida il discorso sulla prostituzione definendola, semplicemente, il "mestiere più antico del mondo".

Come sottolinea la ricercatrice Lucia Ferrante:

 

«il modo di affrontare il problema insito in questa definizione è quello di sottrarlo ad ogni contestualizzazione storica. Così, al di là del tempo e dello spazio, il fenomeno si presenta come una costante di tutti i raggruppamenti sociali che non ha alcun bisogno di essere capita e spiegata. Quel che è costante fa alla svelta a diventare "naturale" e questo è particolarmente vero per la prostituzione che con ogni evidenza appare collegata ad un bisogno intrinseco alla natura umana, quello sessuale»[10].

                                  

In questa breve storia della prostituzione si intende sottolineare non tanto quanto sia "antica" la pratica prostitutiva, bensì come siano cambiati il suo significato e la sua funzione nei secoli, nonché come si siano trasformati lo status giuridico e la percezione sociale della prostituta. Dalla condizione giuridica e dalla percezione sociale delle prostitute, infatti, dipende la scelta per l'intervento o il non-intervento pubblico, dipendono le pratiche di esclusione e di stigmatizzazione sociale o, diversamente, di inclusione. Attraverso un breve analisi storica, si tenterà di tracciare una "genealogia"[11] della prostituta, ossia una storia del concetto e dei suoi cambiamenti di significato in rapporto ai saperi e ai poteri dominanti.

Uno studio attento della prostituzione dimostra che, pur essendo un'attività molto antica e quasi una costante di tutte le società, essa ha assunto nel tempo forme e significati vari e diversi, strettamente connessi all'epoca e alla società d'appartenenza nel suo complesso. In relazione all'epoca storica, alla struttura sociale, ai valori e alla morale dominanti, ai concetti di "normalità" e "devianza", alla funzione e al senso dato ai concetti di sesso e amore, ai ruoli femminili e maschili, al sistema religioso, alla struttura economica, all'intera società nelle sue più varie articolazioni, sono cambiati e continuano a cambiare la funzione e il senso della prostituzione, e così anche la sua approvazione o disapprovazione sociale.

 

«Cercar di comprendere l'ampiezza e il significato sociale della prostituzione significa tuttavia definirla in rapporto alle strutture demografiche e matrimoniali, alla norma e alla devianza sessuale, ai valori culturali e alla mentalità collettiva dei gruppi sociali che la tollerano o la reprimono. Obiettivo ambizioso, ma che solo permette di esplorare la vasta zona oscura che divide i due livelli fino a questo momento privilegiati dagli storici della sessualità: quello delle ideologie e della morale e quello dei comportamenti demografici»[12].

 

Si potrebbe, anzi, rovesciare questa lettura e dire che, attraverso lo studio della prostituzione, è possibile capire la società di riferimento, la sua struttura, i poteri in essa dominanti, le relazioni tra i generi, il ruolo maschile e la condizione femminile. La prostituzione può considerarsi uno specchio dell'intera società, «meretricio, dunque, come un tassello della devianza e come tale capace di disvelare, eventualmente, il dipanarsi di una struttura sociale nelle sue più articolate diramazioni»[13].

 

 

1.1. Le funzioni della prostituzione nell'antichità

 

Tra le prime forme conosciute di prostituzione nell'età antica va ricordata la prostituzione ospitale, «vale a dire la concessione, a titolo di gentilezza, della schiava all'ospite; oppure (…) presso alcune popolazioni per favorire l'esogamia, per ragioni eugenetiche (cioè, per migliorare e rafforzare la razza con la promiscuità)»[14].

Altre forme di prostituzione diffuse nell'antichità sono quelle legate alla religione, veri e propri atti di omaggio e devozione alla divinità: prostituzione sacra (sia maschile che femminile) o Ierogamia[15]. La prostituzione sacra era finalizzata a  liberare, a vantaggio dell'intera collettività, le misteriose forze della fecondazione. Le donne che la praticavano, dette sacerdotesse, appartenevano al tempio nel quale prestavano il loro servizio, di solito rivolto agli stranieri, e al tempio versavano i propri guadagni. Più precisamente sembra ci fossero due tipi di prostituzione templare:

 

«il primo si ha quando la donna compie un atto iniziale di prostituzione per diventare in seguito una sposa come le altre; il secondo quando una donna viene adibita al servizio del tempio in qualità di prostituta sacra, o per un certo periodo di tempo o, più comunemente, per tutta la vita»[16].

 

Erano donne sacre e intoccabili, ma anche schiave del culto, «potevano affrancarsi solo dopo essersi prostituite per un certo tempo a beneficio del tempio»[17]. Nel primo tipo di prostituzione (prostituzione dotale), grazie alla dote racimolata le donne si sposavano, diventando mogli e madri come tutte le altre; nel secondo consacravano alla divinità la propria vita, erano - in qualità di meretrici - donne al servizio del dio o della dea.

Esempi di prostituzione religiosa sono stati rilevati anche presso alcuni popoli dell'Africa occidentale, dove le prostitute templari godevano di molta considerazione in qualità di spose del dio e i loro figli erano considerati figli del dio. Comunque questo tipo di prostituzione era vissuta come normale, se non addirittura utile e necessaria, apparteneva al sistema religioso e sociale accettato e condiviso da tutti.

 

È stato il lento processo di perdita di tale funzione religiosa della prostituzione a privarla, col tempo, del suo riconoscimento sociale e a renderla oggetto di condanna sociale e disapprovazione etica: nella maggior parte dei casi, in Egitto, in India, nell'Asia occidentale, la prostituzione sacra è scivolata nella prostituzione legale, poiché il ceto sacerdotale ha trovato in questo commercio un mezzo per arricchirsi[18].

Sabatino Moscati pone l'accento proprio sul carattere economico della prostituzione sacra, sottolineando come questa avvenisse in stanziamenti dalla forte caratterizzazione commerciale e come la somma pagata dai clienti fosse versata sempre al santuario. La sua ipotesi è che la prostituzione sacra funzionasse come meccanismo per l'accumulazione di denaro, cui potevano attingere anche gli uomini politici, pubblicamente o facendone bottino per le loro imprese[19].

Lentamente si è passati dai templi ai pubblici postriboli e la prostituzione da sacra è divenuta profana, «esercitata privatamente e in appositi luoghi, sia attraverso i lenoni che avevano al loro servizio schiave catturate in guerra o razziate, sia da donne libere, molte delle quali divorziate o straniere»[20].

 

Nell'antica Grecia la prostituzione continua ad essere accettata e sostenuta, ma non più perché sacra, bensì in quanto appagamento dei sensi in una società in cui il matrimonio non è altro che un contratto sganciato da qualsiasi attrazione sessuale o sentimentale, finalizzato alla gestione dell'oikos da parte degli uomini[21]. Si può però dire con certezza che, anche in Grecia, la prostituzione comune si sia sviluppata come conseguenza di quella sacra[22].

Tra i greci, inoltre, non c'è una sola tipologia di meretricio, ma diverse, in base allo status sociale della donna e al suo contesto di vita. Al livello più elevato si collocano le etere, cittadine a pieno diritto, muse di artisti e politici, che liberamente scelgono di farsi mantenere da uno o più uomini, dotate di particolari capacità artistiche, poetiche, musicali, spesso danzatrici o suonatrici di strumenti musicali (prostituzione estetica). Diversa la condizione delle donne che lavorano nei postriboli, pubblicamente infamate, costrette ad indossare abiti speciali così da essere subito riconosciute, escluse da qualsiasi diritto sociale. Altre ancora praticano la loro attività liberamente per strada. Le donne alle dipendenze dei lenoni e dei postriboli sono, quasi sempre, reclutate tra le schiave, le prigioniere di guerra, le ripudiate e le vedove, vale a dire tra le figure sociali  più deboli.

Nel 594 a.C. si ha, ad opera del legislatore Solone, una delle prime regolamentazioni pubbliche delle case di piacere, a dimostrazione che il fenomeno è riconosciuto, accettato e, anzi, normato dalle stesse istituzioni, «con il profitto conseguente (…), sempre con l'ipocrita giustificazione che in questo modo era possibile salvare la società dall'adulterio, e le donne rispettabili dall'insidia alle proprie virtù»[23].

Solone istituisce nella città di Atene i dicterion, luoghi situati vicino al tempio di Venere, presso il porto, in cui fa imprigionare molte donne, per la maggior parte schiave asiatiche da lui stesso comperate. Tali istituti sono diretti e amministrati finanziariamente dai parnotropos, che devono controllare che ogni ragazza percepisca un salario e che l'insieme dei benefici vada allo Stato[24].

L'istituzione di case riservate all'esercizio del meretricio e riconosciute dallo Stato inaugura una doppia morale che, da una parte accetta la pratica della prostituzione a garanzia della famiglia e delle "donne oneste", dall'altra la relega in luoghi chiusi e separati dalla vita sociale. La prostituta, dice Simon de Beauvoir, «è un capro espiatorio; l'uomo si scarica su di lei della propria turpitudine quindi la rinnega»[25].

 

Nell'antica Roma il corrispettivo del dicterion greco è il lupanare: in entrambi i casi si tratta di postriboli, cioè di locali pubblici sorvegliati dallo Stato. La ragione di una tale istituzionalizzazione del fenomeno non cambia: essa «rispondeva a tante filosofie governative, che andavano dalla necessità di soddisfare i bisogni sessuali di truppe in guerra all'esigenza di controllare, in qualche misura, l'igiene e la sanità in questo tipo di rapporti, dall'opinione che la sessualità maschile si proponesse per un'eccedenza extra-familiare che andava soddisfatta ed incanalata, alla sorveglianza ed alla vigilanza delle autorità sul comportamento delle ospiti delle case»[26].

 

Nella tradizione romana antica non è mai esistita una prostituzione sacra, anzi tale attività è considerata tra le più infime e relegata nelle case chiuse. Solo in seguito ai primi contatti con l'Oriente si diffonde anche la figura della cortigiana, alla quale sono riconosciuti un posto e un peso nella vita pubblica. Nonostante la presenza dei lupanari pubblici, però, anche a Roma vi è una prostituzione occasionale di donne come le danzatrici, le inservienti, le addette ai bagni pubblici, cioè di donne bisognose di integrare il reddito proveniente da lavori poco remunerativi; inoltre alcune donne utilizzano stanze a pagamento per l'esercizio della loro attività. Ciò non toglie che la tendenza principale dello Stato sia quella di regolare e controllare direttamente il meretricio, tanto che con Caligola le prostitute sono sottoposte a gravami fiscali e all'iscrizione in appositi registri.

Anche a Roma, comunque, essendo il matrimonio un semplice contratto sganciato da ragioni affettive, è accettata l'idea che la prostituzione serva ad appagare i sensi.

 

 

1.2. Il paradigma cristiano nella società medievale

 

Con il cristianesimo si assiste alla distinzione tra amore sacro e amore profano, tra il matrimonio, accettato e consacrato dalla Chiesa, e l'unione sessuale di persone libere, equiparata al peccato. Nonostante ciò, o proprio per questo, perfino il cristianesimo finisce per accettare la prostituzione come un male necessario alla salvaguardia della famiglia, al quale rassegnarsi pur di evitare mali ancora peggiori, quali l'omosessualità, la masturbazione o la tentazione di turbare donne già sposate. Come osserva S. De Beauvoir le prostitute, nonostante siano tenute ai margini della società, vi rivestono in realtà un posto molto importante, riconosciuto dallo stesso cristianesimo che, se da una parte le copre di disprezzo, dall'altra le considera un male comunque necessario a proteggere il resto della società[27].

La società medievale, conformemente alla morale cristiana, ha una posizione ambigua e contraddittoria, ma è proprio la logica del "male minore" a garantire anche una certa indulgenza delle istituzioni verso le prostitute.

 

«La società urbana del basso Medioevo non considerava, quindi, le prostitute come delle emarginate, perché riconosceva loro il fatto di assolvere ad una funzione, tra l'altro particolarmente importante, che era quella del mantenimento dell'ordine della società stessa»[28].

 

La prostituzione è fatta rientrare in un ordine superiore, all'interno del quale ogni elemento è necessario al mantenimento dell'intera società.

Tra il 1400 e il 1440, la popolazione dell'Europa raggiunge il suo livello più basso dall'anno mille: una concomitanza di flagelli, ma soprattutto le ricorrenti epidemie di peste, portano ovunque a bilanci demografici disastrosi. Ancora una volta la prostituzione appare il "male minore", capace di distogliere da pratiche "innaturali" e di invogliare al matrimonio e alla procreazione. I bordelli assolvono al ruolo di laboratori della natura, centri di apprendimento del buon lavoro coniugale. Molto spesso, poi, le prostitute sono di origine straniera, provenienti da altre aree geografiche colpite da periodi di crisi, con l'evidente vantaggio di assicurare un'attività così importante per mantenere l'ordine sociale, senza dover compromettere l'onestà delle donne della propria comunità. È in questo contesto che si consolida la prassi di confinare le prostitute, in quanto impure e portatrici di contagio, in località stabilite e di imporre loro abiti particolari e riconoscibili.

J. Rossiaud ha studiato la società e la sessualità delle popolazioni vissute in Francia, sulle rive del Rodano, tra il Medioevo e il Rinascimento e ha analizzato il passaggio al Rinascimento con i suoi cambiamenti:

 

«A partire dagli anni 1480-1500, alcuni dei fattori di equilibrio vengono a scomparire. Allora le sensibilità collettive lentamente si modificano, portando alla rottura degli anni 1560. Le schiere dell'immigrazione erano continuamente aumentate, dopo la metà del XV secolo, ma tra il 1450 e il 1480 la città aveva potuto accogliere e assimilare tutti quelli che si presentavano alle sue porte senza gran difficoltà. Alla fine del secolo, le capacità d'assorbimento dell'economia urbana si indebolirono. Tra i salari urbani mantenuti artificialmente a un livello relativamente elevato, ed i salari rurali intaccati dalla crescita demografica, lo scarto era decisamente aumentato, e questo squilibrio spingeva verso le città molti contadini ridotti in povertà. L'immigrazione si reclutava dunque tra i poveri. (…) Un po’ dovunque, gli effettivi della prostituzione aumentarono. (…) In un mondo in cui si fronteggiavano la ricchezza e la miseria, la prostituzione rischiava di diventare un'attività parallela per un buon numero di famiglie di manovali o di operai»[29].

 

Nello stesso periodo cominciano ad agire uomini che, scandalizzati dalla nuova morale, e convinti che essa sia la causa del castigo divino sceso sulle loro comunità, ritengono si debba rigenerare il mondo al fine di salvarlo.

È intorno al 1400 che si produce una rottura, causa l'impoverimento delle popolazioni e le ricorrenti epidemie, che spingono anche le giovani di famiglie per bene alla prostituzione. Diventa sempre più difficile distinguere le donne oneste dalle peccatrici, non solo per la pratica sempre più diffusa della prostituzione tra le donne delle famiglie più povere, ma anche per la comparsa delle cortigiane, donne libere, culturalmente elevate, riccamente vestite, sempre accompagnate da uomini galanti e da personaggi altolocati, difficilmente distinguibili dalle donne di buona condizione. Queste cortigiane praticano e diffondono giochi carnali parecchio lontani dalla "natura", diventano dei modelli, prima per le altre prostitute, poi per le donne delle classi privilegiate, che cominciano a godere di una maggiore libertà di comportamento. Inoltre, negli strati inferiori della popolazione, l'assenza di patrimonio e di parentela facilitava le unioni "naturali".

Di fronte a una tale libertà dei costumi morali e sessuali, che mette in serio pericolo il precedente ordine sociale, gli atti ritenuti contro natura non vengono più solo denunciati, ma duramente repressi. I bordelli appaiono, non più solo come i protettori delle vergini e delle spose, ma come luoghi di preparazione alla coniugalità, capaci di tenere lontani i giovani uomini da pratiche sessuali ritenute trasgressive e innaturali, nell'attesa che giungano al matrimonio: la prostituzione pubblica diventa strumento di salute pubblica, un valore centrale dell'etica urbana, capace di assicurare l'ordine sociale e familiare.

I predicatori si presentano come i portavoce delle persone per bene, sostengono e realizzano il rafforzamento dell'ordine maschile: la riforma dei costumi da loro predicata prevede la collocazione delle cortigiane al posto che loro compete, il richiamo all'ordine delle ragazze che non si vogliano sottomettere e la ristrutturazione della famiglia.

È concluso il tempo in cui nell'immaginario civico il prostibulum publicum si ergeva, fisicamente e simbolicamente, al centro della città. Nel contesto della Francia  studiata da Rossiaud, «è facile individuare fra il 1500 e il 1570 i molteplici indizi di un progressivo rifiuto della prostituzione da parte delle comunità urbane»[30].

È stata la compresenza di più fattori, quali l'eccessiva libertà dei costumi, l'aumento della miseria diffusa e delle epidemie, il legame, reale o supposto, tra prostituzione e delinquenza, a far ritenere il meretricio un flagello sociale, causa di disordini e punizioni divine, e, dunque, un fenomeno da controllare e contenere.

La prostituzione non scompare, ma diventa più cara, pericolosa e disonorevole.

Accusate di dare il cattivo esempio, le prostitute non disposte a pentirsi sarebbero state dannate e avrebbero dovuto essere isolate nei lupanari o lasciare la città. In questo contesto la sessualità deve essere regolata e controllata, le donne devono crescere ed essere educate in vista del matrimonio, devono essere protette e custodite nelle case, della famiglia prima e del marito poi, perché dalla loro condotta morale dipendono la morale e l'ordine nella società. Il matrimonio viene utilizzato per ridurre le donne all'ordine, è una disciplina, un vero e proprio sistema carcerario, il cui scopo ultimo è la riduzione all'obbedienza. Parallelamente la prostituzione vede mutare la funzione che il nuovo ordine le attribuisce, non più istituzione protettrice delle mogli e delle donne oneste, ma luogo della penitenza terrestre per le donne che la praticano, strumento punitivo nei confronti delle donne restie all'obbedienza: «Il bordello fa parte del "timor delle leggi" che bisogna imporre alle donne; non è più "istituzione di pace", ma di repressione, e deve nuovamente essere affidato a dei carnefici»[31].

Nella Sicilia degli ultimi Borbone, la politica cinquecentesca istituisce due regimi di governo della prostituzione: da una parte la registrazione delle meretrici, dall'altra l'istituzione delle case di emenda per le donne pentite, veri luoghi di purificazione (e di avvio verso il matrimonio o la monacazione) dalla potente funzione simbolica[32].

Il senso, in breve, è che il posto della donna è la casa o il bordello, in nome di una necessità superiore, quella della lotta contro il disordine sociale.

 

 

1.3. La cesura storica della Controriforma

 

L'elemento, però, che più di ogni altro caratterizza il '500 in Europa, e che segnerà i secoli a venire, è la profonda trasformazione religiosa e culturale introdotta dalla Controriforma.

Questo secolo si apre, infatti, con un momento di crisi della Chiesa di Roma, segnata dalle critiche di quel movimento di rinnovamento spirituale contro gli abusi e la corruzione - politica, economica, morale - delle gerarchie ecclesiastiche, noto come Riforma luterana, cui è seguita la reazione restauratrice della Chiesa nota come Controriforma.

La laicizzazione religiosa introdotta dalla Riforma protestante sanciva la laicità della vocazione, proclamava la comunicazione diretta di Dio al fedele senza la mediazione del sacerdozio, affidava la cura delle anime alla comunità dei fedeli piuttosto che alla struttura ecclesiastica, riconosceva come unico capo della Chiesa Cristo. Con la Riforma introdotta da Lutero, cioè, viene messo in crisi il primato del potere spirituale su quello temporale; entrambi i poteri, infatti, sono posti sullo stesso piano, in quanto creature di Dio.

A un tale sovvertimento della struttura ecclesiastica e del suo potere costituito, la Chiesa reagisce con la Controriforma o restaurazione cattolica e con la convocazione del Concilio di Trento. Il Concilio si pone tre obiettivi: definire la dottrina cattolica, porre rimedio agli abusi esistenti nella Chiesa, ristabilire l'unità religiosa e politica dei cristiani. Lo scopo prioritario della Chiesa è, soprattutto, riportare la società sotto il proprio controllo. In particolare si ristabilisce il culto dei sacramenti, si proibisce la lettura della Bibbia nelle lingue nazionali, si affida ai vescovi il controllo dei predicatori, dei libri, dei maestri di scuola.

Carlo Ginzgurg spiega lo spirito della Controriforma cattolica:

 

«Saldamente subordinata al pontefice, riorganizzata nelle sue strutture diocesane, la gerarchia post-tridentina si dedicò all'opera grandiosa che va sotto il nome di Controriforma. (…) Il problema centrale era quello del rapporto con le masse dei fedeli. Bisognava saldare le fratture che si erano create, riguadagnare il terreno perduto – e nello stesso tempo, sottrarre al laicato, nei limiti del possibile, ogni capacità di iniziativa autonoma»[33].

 

Il XVI secolo, sotto l'influenza della Controriforma  e del Concilio di Trento, segna un fondamentale momento di rottura e di non ritorno anche nella storia della sessualità. Michel Foucault[34] ritiene sia a partire da questa cesura storica che:

 

«l'intera sfera della sessualità, in Occidente, lungi dall'essere semplicemente repressa o censurata, sia stata oggetto di un tentativo di appropriazione costante e di una continua "trasposizione in discorso" che, cresciuta in modo esponenziale a partire dalla fine del XVI secolo, è culminata nel tentativo di comprenderne scientificamente la natura»[35].

 

Il sacramento della confessione, dopo il Concilio di Trento, diventa una tecnica che il sacerdote ha in mano per il governo delle anime, il momento del peccato si sposta dall'atto sessuale in sé ai meccanismi del desiderio, cioè alla relazione dell'individuo con la morale. È a partire da questa necessità di governo delle anime e dei corpi che si spiega tutta la nuova produzione di discorsi sul sesso e, attraverso di essi, la capacità della Chiesa e della sua morale di insinuarsi nei comportamenti più minuti degli individui.

 

«Nello stesso momento in cui gli Stati mettevano a punto una serie di tecniche per stabilire l'esercizio diffuso del potere su corpi da rendere docili, la chiesa cattolica elaborava infatti una tecnologia per il controllo delle anime»[36].

 

Questo processo avviato dalla Controriforma nella Chiesa cattolica, in seguito al quale il parroco diventa detentore di un controllo non solo religioso, ma anche politico, sociale ed economico, si svilupperà ulteriormente nel corso del XVIII secolo fino alla nascita di una politica e di un'economia del sesso, cioè di un pubblico interesse verso il sesso e la sessualità.

Durante il '500 nascono le prime forme di controllo sulle prostitute, la loro schedatura, l'internamento forzato, con cui le autorità municipali cercano di affrontare  e risolvere il "disordine" morale e sociale. Chiusi i postriboli, le prostitute, attraverso la pratica della schedatura, sono relegate in appositi quartieri-ghetto fuori dal territorio urbano, riammesse nella città solo in quanto ricoverate, spesso anche con la forza, in strutture finalizzate all'internamento degli ammalati di sifilide, noti come Ospedali degli Incurabili e gestiti dalla solidarietà cristiana. Da queste pratiche consegue un'operazione di stigmatizzazione sociale delle prostitute, ma non della prostituzione: nella realtà a queste nuove pratiche non sempre corrisponde un'interiorizzazione dell'interdizione sociale.

 

 

1.4. Seicento e Settecento: il consolidamento dell'esclusione sociale della prostituta

 

Tra 1600 e 1700 normazione e ghettizzazione dell'attività prostituzionale diventano la regola, con l'istituzione definitiva di veri e propri quartieri-ghetto, luoghi in cui il meretricio è tollerato e controllato, ma dove, in realtà, vengono relegati tutti gli indesiderati, i cosiddetti "devianti". È questa l'innovazione più significativa: un'azione ghettizzatrice che sancisce la divisione, spaziale e morale, tra emarginanti ed emarginati, tra norma e devianza. Da questo momento la prostituta entra a far parte della categoria dei "devianti", diventa figura pericolosa per il consesso sociale.

«Se durante il Medioevo (la prostituzione) era stata esercitata sotto il segno di concessioni alla debolezza della natura, con l'avvento dell'età moderna ha come contesto di riferimento la malattia, la miseria, la delinquenza e la sessualità vergognosa»[37], e come tale va regolata, relegata in luoghi lontani dal consorzio civile e, se possibile, "curata".

Foucault sottolinea bene come successivamente, tra il '700 e l'800, si assista alla produzione di una serie di discorsi che non riguardano più solo un problema di morale, ma di razionalità e di amministrazione di caratteri insieme biologici e politici. È quello che Foucault individua come il passaggio dalla ars erotica alla scientia sexualis:

 

«A differenza dell'ars erotica diffusa nell'antichità, il cui obiettivo era quello di agire sull'effetto dei piaceri senza rifarsi a distinzioni di liceità, il sapere moderno fa del sesso un oggetto biologico e insieme il punto di applicazione per una serie di prescrizioni morali»[38]

 

 

1.5. L'Ottocento: la costruzione della prostituta come soggetto deviante

 

L' 800 è il secolo in cui si assiste al trionfo dell'ordine borghese e dello Stato-nazione, nuovo centro di propulsione di identità e di valori.

È in questo secolo «che si realizza la definitiva messa a punto delle strategie del potere nei confronti dei fenomeni di devianza, i cui portatori sociali scontano la "colpa" di sottrarsi al binomio fondamentale di ordine sociale e profitto economico, in un'ottica di ottimizzazione delle capacità umane, che viene esaltata come principio basilare all'interno dell'analisi di stampo positivista»[39]. Gli individui che si sottraggono alla suprema legge del lavoro e della produzione economica, le cosiddette "classi povere", diventano oggetto delle preoccupazioni della nuova società borghese, ne minano l'ordine sociale ed economico e, dunque, sono considerati dei "soggetti pericolosi" che il potere deve controllare e contenere.

La prostituta è in questo senso figura ambivalente, perché esercita comunque un lavoro, ma lo fa al di fuori dell'organizzazione economica dominante, oltre ad essere anche un soggetto deviante dal punto di vista morale e sessuale. In qualità di "deviante", quindi, essa non sfugge al nuovo controllo e alla "ortopedia" sociale e morale che ne deriva, essendo insieme anche vagabonda, indigente, criminale, deviata sessuale e donna, dunque fonte di pericolo per il resto della società. In qualità di "lavoratrice", visto che comunque esercita un tipo di lavoro, viene sottoposta a un'altra forma di controllo, quello che si dispiega attraverso l'istituzione delle "case chiuse", istituzioni totali attraverso le quali lo Stato si assicura la gestione economica dei proventi della prostituzione e, allo stesso tempo, la separazione materiale e simbolica tra la società "sana" e quella "malata".

Il "corpo" entra a far parte del politico, diventa  nuovo campo di esercizio del potere politico:

 

«Questo investimento politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento. (…) Questo assoggettamento non è ottenuto coi soli strumenti sia della violenza che dell'ideologia; esso può assai bene essere diretto, fisico, giocare della forza contro la forza, fissarsi su elementi materiali, e tuttavia non essere violento; può essere calcolato, organizzato, indirizzato tecnicamente, può essere sottile, non fare uso né di armi né del terrore, e tuttavia rimanere di ordine fisico»[40].

 

Foucault ci parla di una "tecnologia politica del corpo" o "microfisica del potere" che agisce sui corpi, sui desideri, sui comportamenti, sulla quotidianità e in ogni ambito della nostra vita al fine di controllare e normare.

Nel caso specifico del corpo della donna e della "creazione" della donna come fatto scientifico:

 

«si può dire che, a partire dal tardo secolo XVIII, il corpo della donna sia stato utilizzato per creare un nuovo tipo sociale. (…) A partire dal 1800, l'interno della donna viene reso pubblico, sia dal punto di vista medico sia da quello poliziesco e giuridico, mentre parallelamente - ideologicamente e culturalmente - viene intrapresa la privatizzazione del suo esterno. (…) Il corpo della donna diventa il luogo nel quale si compie un processo che riguarda direttamente lo Stato, la salute pubblica, il corpo pubblico, nonché la Chiesa e il marito»[41].

 

La sessualità, ambito di espressione del corpo ma anche di specifici rapporti di potere, non può sfuggire a questo investimento politico, diventa anzi il campo di applicazione di un controllo politico che è insieme potere disciplinare sull'individuo e processo di regolazione della popolazione, del corpo sociale, regolamento che fa emergere le forze produttive ed economicamente utili alla collettività.

A partire da questa cesura, lo Stato prende a farsi carico della sessualità dei cittadini e della sua normazione, si impegna a prevenire e a reprimere i fenomeni prostituzionali[42].

In Europa, in seguito alla rivoluzione industriale, l'aumento demografico, lo sviluppo industriale nelle città e i conseguenti processi di urbanizzazione delle popolazioni contadine, determinano nuovi flussi migratori, sia dalle campagne verso le città di uno stesso paese (migrazione interna, in gran parte femminile), sia da paese a paese (migrazione esterna, prettamente maschile). La prostituzione vive un nuovo sviluppo, in quanto allo stesso tempo sollievo per uomini soli e migranti in paesi sconosciuti, e attività di sostentamento per donne che, partite dalle campagne per trovare lavoro nelle fabbriche delle città, spesso si ritrovano sole e disoccupate. In una situazione di questo tipo, l'urbanizzazione di ampi strati di popolazione non si coniugò con sostanziali aumenti della produzione nell'economia di base, creando invece larghe fasce di disoccupazione. I profondi mutamenti che attraversarono la società italiana nel corso dell'800 provocarono ansietà e paure sociali che si concentrarono sulle cosiddette "classi pericolose". È a causa di processi di trasformazione così profondi e della necessità, nonostante essi, di mantenere e garantire l'ordine sociale che, durante il secolo scorso, si assiste alla nascita di nuove strategie del potere nei confronti dei fenomeni "devianti", nonché di nuove scienze e di nuovi saperi (prima di tutto la medicina, ma anche la criminologia, la sociologia, la psichiatria, l'educazione, ecc.), dispositivi discorsivi[43] atti a definire la devianza, spiegarla, contenerla e, se possibile, "curarla".

In un tale contesto, la stessa prostituzione viene interpretata e letta come fenomeno deviante, come pericolo sociale e la figura della prostituta viene fatta rientrare all'interno delle "classi pericolose" per l'ordine sociale, quale corrispettivo femminile della figura maschile del criminale. Il dato biologico diventa il criterio ordinatore delle distinte funzioni sociali dei sessi, l'appello a una supposta "natura femminile" differente diventa la giustificazione e la legittimazione per un differente ruolo sociale assegnato storicamente alle donne.

Il sapere medico ottocentesco, soprattutto la criminologia positivista rappresentata in Italia da Cesare Lombroso, costruisce una vera e propria nosografia della devianza, costruendo così anche la giustificazione scientifica al disciplinamento e al controllo sociali. «Al concetto della responsabilità penale, il Lombroso sostituisce così quello della medicalizzazione della delinquenza, spiegata con le anomalie craniche e con l'eredità»[44].

Viene approntato in tutta Europa un complesso sistema di case chiuse, di strutture medico-ospedaliere, di speciali organi di polizia, di leggi e di codici, come il Regolamento Cavour (esteso a tutta l'Italia nel 1860), al fine di legalizzare il fenomeno, sottoponendolo a controlli polizieschi e sanitari rigorosi, attraverso la cosiddetta "triplice strategia": registrazione, ispezione, trattamento.

Anche in Italia, in linea con i processi in atto nell'intera Europa, il nuovo Stato appena unificato decide per una politica regolamentazionista, scelta che rimarrà più o meno integra fino al 1958, cioè all'emanazione della legge Merlin con la quale l'Italia opterà, almeno formalmente, per l'abolizione di ogni tipo di regolamentazione dell'attività prostitutiva.

Tra 1800 e 1900 la devianza, all'interno della quale viene fatta rientrare anche la prostituzione, diventa oggetto e campo della scienza, o meglio, attraverso i suoi discorsi, la scienza costruisce e inventa sempre nuove devianze, diventa il campo di "produzione della devianza"[45].

Si assiste a un'ulteriore "trasposizione in discorso" del sesso: la medicina, e la scienza in generale, diventa il dispositivo discorsivo, il sapere che supporta il potere di un sistema poliziesco fatto di controlli obbligatori e ghettizzanti. La criminologia positivista del Lombroso introduce una spiegazione biologica al fenomeno della prostituzione, rinvenendo l'origine di questa attività nella stessa "natura" delle donne che la praticano. «La scienza, in questo caso, assolve il proprio compito, fornendo codificazioni ed etichette che consentano la netta separazione dell'abnorme dalla norma»[46].

La prostituzione diventa una questione di devianza e criminalità, diventa oggetto di politiche volte a mantenere l'ordine sociale e a separare, anche fisicamente, la parte sana della società da quella marcia, i normali dai devianti, gli inclusi dagli esclusi, nel costante esercizio di un controllo che ormai investe non solo i singoli corpi, ma l'intera popolazione governata e amministrata dalla nascita alla morte.

Per Foucault, tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XX:

 

«si colloca (…) un mutamento delle relazioni di potere che ai meccanismi della sorveglianza e dell'addestramento individuale associa e fa subentrare un principio di regolazione dei fenomeni di massa. Foucault chiama biopotere il tipo di tecnologia non disciplinare che emerge da questa trasformazione storica e che prende in carico l'uomo non più come "corpo utile", ma come "essere vivente"»[47].

 

Questa nuova scientia sexualis non è più solo un dispositivo di controllo del corpo, ma diventa strumento di regolazione della popolazione intesa come concetto biologico e politico insieme. Attraverso il dispositivo di sessualità e la gestione pubblica della sessualità, prima fra tutte quella delle donne a pagamento, il potere trasforma ed estende la propria funzione "disciplinare" in una funzione di "controllo", diventa controllo sull'intera esistenza, biopotere, ossia potere sulla vita di tutta la popolazione, sull'intero corpo sociale, un controllo il cui oggetto non è più il singolo individuo "deviante" da disciplinare, ma l'insieme dei meccanismi di produzione e riproduzione sociale della società di riferimento.

Se questo è il cambio di paradigma avvenuto nel XIX secolo, si spiega come mai le prime risposte dei nuovi stati nazionali in Europa siano state quasi tutte orientate a tentativi di regolamentazione dell'attività prostitutiva, anche attraverso l'istituzione delle "case chiuse".

La metà dell' 800 si caratterizza per il diffondersi del dibattito tra regolamentaristi e abolizionisti, entrambi poi in opposizione ai proibizionisti della Chiesa.

I sostenitori della regolamentazione (soprattutto medici, cattedratici e scienziati) mettono l'accento sulla naturalità dell'istinto sessuale maschile e sulla necessità di soddisfarlo senza turbare l'ordine sociale e la struttura familiare: lo Stato deve garantire strutture regolamentate e controllate in cui possa esercitarsi la prostituzione senza troppi rischi sanitari.

L'abolizionismo, nato in Inghilterra, ha le proprie radici ideali nelle battaglie per i diritti civili (prima fra tutte quella per l'abolizione della schiavitù nel '700) e pone al primo posto la difesa dei diritti di tutti i cittadini e la libertà delle donne di scegliere o meno la prostituzione. La proposta è, allora, la decriminalizzazione della prostituzione. A fine secolo nascono anche le prime organizzazioni femministe contro la regolamentazione e per la promozione dei diritti delle donne.

Il proibizionismo non ammette affatto l'esistenza della prostituzione né di rapporti sessuali extra-coniugali, è dunque orientato a vietarla del tutto e realizza una vera e propria criminalizzazione delle prostitute, ritenute le uniche responsabili di un tale vizio, in quanto peccatrici per loro natura.

Regolamentarismo, abolizionismo e proibizionismo restano tuttora le principali alternative all'interno delle quali si dispiega il dibattito sulla prostituzione in Europa e in Italia.

 

 

1.6. L'Italia nel '900: dalla legge Merlin alla comparsa della prostituzione straniera 

 

Se la principale risposta dei nuovi stati nazionali europei nella seconda metà dell' 800 è stata l'istituzione delle case chiuse e di severi controlli sanitari e polizieschi, nel corso del '900 gran parte delle democrazie europee abolisce la regolamentazione, e con essa, le "case chiuse", a causa del legame riconosciuto tra case chiuse e tratta delle bianche, del fallimento delle precedenti politiche sanitarie e di ordine pubblico, della diffusione di forme prostitutive non regolamentabili perché occasionali o perché clandestine.

L'Italia è uno degli ultimi paesi europei ad abolire il sistema regolamentazionista, dopo aver anzi accentuato le pratiche di controllo poliziesco e sanitario sulle prostitute a partire dagli anni '20 e per tutto il periodo fascista. Solo nel 1958, con l'approvazione della legge Merlin riguardante "L'abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui", anche l'Italia opta per l'abolizione delle case chiuse e di ogni tipo di registrazione o schedatura o controllo sanitario obbligatorio, al fine di combattere lo sfruttamento sessuale e di garantire ad ogni persona il diritto di disporre liberamente del proprio corpo.

In realtà la legge Merlin, tuttora in vigore, presenta diversi limiti dovuti al fatto che non punisce l'atto del prostituirsi, non considerandolo un reato, ma persegue come reati lo sfruttamento, il favoreggiamento e l'adescamento. Questo a causa delle trasformazioni subite dalla legge durante l'iter parlamentare rispetto alle intenzioni della senatrice socialista Lina Merlin:

 

«l'accento posto sulle libertà civili delle prostitute (e di tutte le donne) venne messo in ombra e la difesa sociale dalla prostituzione divenne la questione egemone. Risultato: la legge Merlin è una somma di divieti che ha creato un regime di regolamentazione molto contraddittorio. (…) Praticamente la prostituzione è contemporaneamente ovunque permessa e ovunque vietata, e ovunque controllabile e all'occorrenza controllata»[48].

 

L'approvazione della legge Merlin non determina in Italia la fine del dibattito sulla prostituzione, che anzi vive un nuovo rifiorire negli anni '70 grazie al pensiero e al movimento femminista, volto al superamento della discriminazione sociale nei confronti delle donne, relegate nel tradizionale ruolo di mogli e madri. Ciò che le femministe introducono nel dibattito è il soggetto-donna: l'autodeterminazione (anche nel prostituirsi) viene indicata come condizione preliminare perché la donna esista come soggetto libero dai vincoli della tradizione. Dalla metà degli anni '70 il genere[49] viene introdotto come categoria fondamentale della realtà, della percezione culturale, sociale, storica: genere e sesso non sono più intesi come un fatto naturale, ma come dimensioni storicamente variabili. Il pensiero femminista dà vita a un campo di ricerca autonomo, impegnato a «interrogare le pratiche sociali, i tipi di discorso, le rappresentazioni, le immagini, liberandosi delle dicotomie troppo semplici natura/cultura, domestico/pubblico»[50]. Dal punto di vista della ricerca storica viene rovesciato l'ordine d'importanza dei fatti storici, con un'invasione del soggettivo che sovverte le periodizzazioni tradizionali, e con l'introduzione di un nuovo metodo d'indagine storiografica basato sulla raccolta di storie di vita e di testimonianze orali.

Dal punto di vista teorico, quindi, le studiose femministe, influenzate anche dalle analisi di M. Foucault, svelano i processi di "costruzione" storico-culturale del ruolo femminile, e avviano discorsi e pratiche di rifiuto di tale ruolo.

Il pensiero femminista italiano degli anni '70, però, soffre di un limite che saranno altre donne a superare, quello di fermarsi a una lettura vittimistica della prostituta, considerata solo come oggetto dell'oppressione patriarcale. Questo retaggio lo supereranno solo le prostitute stesse nel corso degli anni '80, associandosi tra di loro come donne emancipate economicamente, ma socialmente emarginate, e dando vita a un vero e proprio movimento delle prostitute.

 

In Italia il "Comitato per i diritti civili delle prostitute", nato a Pordenone nel 1982, è stato l'artefice dei primi discorsi di rivendicazione della prostituzione come "lavoro", fino a costruire anche un nuovo linguaggio in cui coloro che si prostituiscono in condizioni di libertà diventano "lavoratori del sesso" o sex-workers.

La grande novità degli anni '80 è la presa di parola delle prostitute, dei soggetti che vivono e scelgono la prostituzione e che, in quanto tali, rivendicano il loro "diritto all'esistenza". Si tratta di donne, transgender e, in generale, persone che lavorano per scelta nel mercato del sesso, che per la prima volta rifiutano di essere l'oggetto dei discorsi prodotti dalla società, e decidono di parlare direttamente per sé e di sé, di introdurre nella società il loro sapere e le loro ragioni, avviando così anche un certo cambiamento culturale. Le prostitute si presentano e vengono riconosciute come titolari di saperi e competenze utili a tutti, in particolare nel campo della prevenzione dell'Aids e delle malattie sessualmente trasmissibili, avviando anche veri e propri progetti di prevenzione e informazione sanitaria. A partire dagli anni '80 «le prostitute vengono riconosciute come "esperte" ai massimi livelli istituzionali, soprattutto internazionali, e questo cambia la loro collocazione nella politica»[51], nonché nella società.

Le prostitute italiane, in seguito alle trasformazioni intervenute (in particolare la chiusura delle "case chiuse" e la comparsa della prostituzione di strada), grazie al miglioramento delle proprie condizioni di vita e di scelta, alla scoperta della possibilità di organizzarsi e di rivendicare i propri diritti di cittadinanza, godono di una certa libertà rispetto a dove, come e quando prostituirsi, e sempre più spesso scelgono di farlo in appartamenti, alberghi, locali, in luoghi che possano, cioè, garantire una maggiore sicurezza rispetto alla prostituzione di strada. Sulla strada restano poche persone, quelle che continuano a preferire questa pratica e, soprattutto, quelle che hanno minore possibilità di scelta e che vivono già in condizioni di esclusione sociale per altri motivi preesistenti alla prostituzione (tossicodipendenti, transessuali, persone senza fissa dimora, ecc).

Soprattutto sulla strada compare una nuova figura di prostituta: la donna migrante.

 

Gli anni '80 e '90 segnano una radicale trasformazione nel mondo della prostituzione: l'ingresso in esso di numerose donne straniere in cerca di migliori condizioni di vita.

Queste donne prostitute/tuite in Italia provengono da altri paesi, sono prima di tutto donne migranti, donne che hanno deciso di emigrare per realizzare altrove migliori condizioni di vita, spesso anche sapendo che in Italia (ma vale per tutta l'Europa) avrebbero praticato la prostituzione, pur non sapendo che avrebbero dovuto sopportare violenze, ricatti e sfruttamento. È importante, allora, collocare e interpretare le loro storie all'interno dell'attuale "sistema-mondo" e dei movimenti migratori che il mondo attraversano.

 

 

 

2. Movimenti migratori e globalizzazione: per una macro-analisi dei flussi e per una micro-analisi dei progetti migratori

 

Se in passato capire la prostituzione voleva dire capire le società locali di riferimento, oggi il fenomeno non può essere capito, né tanto meno affrontato, se non all'interno della mondializzazione dell'economia, della produzione, della divisione del lavoro, della cultura, dei valori, della politica, dell'intera vita. Se questo è vero, capire oggi il fenomeno della prostituzione, libera e/o coatta, di donne che sono sempre più spesso migranti che premono verso l'Europa ricca e garantita, non può prescindere dal collocare il fenomeno e tutto il suo senso all'interno di un fenomeno molto più grande e pervasivo, filo conduttore di tutta la nostra epoca su tutto il pianeta: la "globalizzazione".

Certamente, non si può studiare e capire nel suo complesso il perché del crescente numero di donne straniere prostitute/tuite in Europa e, in genere, nei paesi ricchi, senza studiare e capire come e perché si verificano i flussi migratori nel mondo, quali volontà e scelte individuali li determinano, in quale contesto globale, con quali modalità, attraverso quali canali, e quanto tutto ciò sia determinato anche dalle politiche e dalle legislazioni sull'immigrazione dei paesi di destinazione.

 

I processi di globalizzazione sono oggi lo sfondo comune dentro il quale si dispiega ogni aspetto dell'esistenza, tanto collettiva quanto individuale. Da parte di molti si è individuato il segno principale della globalizzazione nello "sconfinamento"[52], ossia nel movimento, nel superamento dei confini, prima di tutto nel campo dell'economia.

Globalizzazione significa infatti, in primo luogo, che i mercati economici e finanziari non hanno più confini, soprattutto non coincidono più con i confini nazionali. Significa che un'impresa può decidere dove produrre, vendere, aver sede legale e fiscale, e può scegliere anche paesi diversi per ciascuna di queste attività, al di fuori di ogni controllo sociale e nazionale[53].

Se i mercati economici e finanziari sono il contesto principale in cui si sono prodotti i processi di globalizzazione, questa tendenza allo sconfinamento tocca e coinvolge in realtà molti più campi: la politica, in particolare quella degli stati nazionali; la comunicazione e l'informazione, rinnovate da Internet e dalle nuove tecnologie; la cultura; le migrazioni delle genti.

R. Dahrendorf descrive la globalizzazione spiegando come «tutte le economie sono intrecciate tra loro in un unico mercato competitivo, e nei giochi crudeli che si svolgono su questo teatro è impegnata dovunque l'intera economia. Sottrarsi a questi giochi è letteralmente impossibile, e gli effetti della globalizzazione si fanno sentire in tutti i campi della vita sociale»[54].

Negli ultimi anni sono state prodotte numerose analisi e interpretazioni del fenomeno noto come "globalizzazione", molti studi hanno provato a definirne la portata, le applicazioni concrete e le conseguenze. Non si tratta, ovviamente, di posizioni unanimi, soprattutto quando tentano di esprimere un giudizio di valore al riguardo.

Semplificando all'estremo si può dire che da una parte ci sono coloro che della globalizzazione sottolineano le potenzialità di sviluppo, di uguaglianza e di accrescimento della qualità della vita per tutto il pianeta, soprattutto per i paesi più poveri e meno sviluppati industrialmente, dall'altra parte coloro che, invece, vedono nella globalizzazione proprio la causa delle crescenti differenze di sviluppo e ricchezza tra i diversi Nord e Sud del mondo. Tra queste due posizioni, estreme e opposte, si collocano poi una serie di posizioni diversificate e complesse, volte a cogliere tutti gli aspetti del fenomeno, soprattutto quelli più contraddittori e ambivalenti; anzi alcuni studiosi definiscono la globalizzazione proprio attraverso le categorie della contraddittorietà e dell'ambivalenza.

Non è unanime nemmeno il pensiero su come e quando sia nata la globalizzazione.

Autori come Wallerstein, Arrighi ed altri hanno sottolineato come l'attuale globalizzazione affondi le proprie radici nei secoli passati, in particolare nel Novecento, nello sviluppo del modello fordista e poi nella sua crisi. Secondo queste interpretazioni si può leggere la modernità come un'ininterrotta tendenza alla dilatazione degli spazi, un'estensione progressiva di un unico modello economico, quello capitalistico, all'intero mondo, culminata nella nascita dell'attuale "economia-mondo"[55].

Anche S. Latouche sostiene che il funzionamento del mercato è sempre stato, fin dal XII-XIII secolo, di carattere sopranazionale, se non mondiale, e che la fase economica attuale è solo l'ultima metamorfosi di una storia lunghissima, che oggi vede il trionfo del "tout marché", del paradigma per cui tutto è mercato[56].

Tuttavia altri, come Marco Revelli, riconoscono nella fase attuale una nuova "epoca", il risultato di una netta cesura avvenuta negli ultimi decenni e che segna la vera differenza rispetto al passato, ossia lo sviluppo di una dinamica nuova che non coinvolge più solo l'economia e la politica, ma soprattutto la dimensione sociale. Per usare le parole di M. Revelli, oggi si assiste alla «trasformazione dell'intera superficie del pianeta in "spazio sociale" riconosciuto»[57], vale a dire a una "rivoluzione spaziale" che ha determinato una profonda trasformazione della percezione sociale dello spazio, anche grazie al crescente sviluppo tecnologico nei trasporti e nelle telecomunicazioni. Le due caratteristiche che segnano, secondo Revelli, la specificità dell'epoca della globalizzazione rispetto al passato sono: la "simultaneità temporale" e l'"indifferenza spaziale"[58].

Entrambe le posizioni contengono del vero:

 

«in un certo senso, potremmo affermare che viviamo in un'economia globale da cinquecento anni. Allo stesso tempo, però, potremmo sicuramente sostenere che solo negli ultimi venticinque anni del XX secolo abbiamo visto assumere una nuova forma ai meccanismi di integrazione economica su scala mondiale»[59].

 

 

2.1. La multidimensionalità della globalizzazione

 

Il primo e più evidente ambito di sviluppo dei processi di globalizzazione è stato, come ho già detto, quello dell'economia.

A partire dagli anni settanta, sempre più spesso, le grandi imprese hanno cominciato ad allargare i propri interessi al di là dei confini nazionali, aprendo fabbriche e acquistando manufatti nei paesi disposti ad offrire manodopera a costi più bassi, avviando così un processo di decentramento produttivo o delocalizzazione della produzione. Oggi si può dire che imprenditori e lavoratori si incontrano e si muovono in un unico mercato mondiale, in cui la produzione è il risultato di una "linea d'assemblaggio globale". In tutto il mondo gli imprenditori hanno ridotto il numero di dipendenti o hanno decentrato la produzione, determinando la trasformazione di molti lavoratori a tempo indeterminato in precari occupati a tempo parziale, sempre meno garantiti dai tradizionali diritti sociali. Tale "mercificazione del lavoro" ha ridotto lavoratori e imprenditori a semplici venditori o acquirenti di forza-lavoro, i cui diritti e doveri non sono più fissati attraverso la contrattazione sociale, ma solo attraverso la legge del libero mercato. Non è un caso che la globalizzazione sia stata sin dall'inizio accompagnata e sorretta dall'ideologia del neoliberismo, ossia dall'assunto che l'economia di mercato sia sempre fonte di sviluppo e che l'intervento dei governi nell'economia sia dannoso[60].

In questo modo, però, secondo molti, si sta estendendo (o imponendo) un unico modello di sviluppo in tutto il mondo, il modello occidentale e neoliberista, fondato sul libero mercato e sulla competizione estesa a livello planetario, «un modello in base al quale non migliorano le proprie condizioni di vita i lavoratori dei paesi poveri, si disoccupano i lavoratori dei paesi ricchi e gli unici a trarne beneficio, manco a dirlo, è la ristretta cerchia di proprietari delle grandi aziende»[61].

Si è prodotta, infatti, una nuova divisione internazionale del lavoro, una sorta di gerarchizzazione internazionale dei lavoratori, che prevede regole e trattamenti salverdana, sans serifi diversi nei diversi paesi coinvolti in questa unica grande catena organizzativa e produttiva: «in tal modo viene riprodotto un sistema di relazioni che ha avuto come effetto un ciclico approfondimento delle differenze tra le capacità produttive del centro (il cuore) e quelle delle zone rese periferiche»[62].

Si tratta di una prima contraddizione interna ai processi di mondializzazione: la diffusione su scala mondiale di un unico modello di sviluppo non produce ovunque gli stessi risultati, non produce giustizia e benessere per tutto il pianeta, pur realizzando un unico sistema-mondo, in cui sembrano perdere senso persino le classiche distinzioni tra Primo, Secondo e Terzo mondo.

Il sociologo A. Dal Lago spiega bene come la classica divisione del mondo in grandi macro-aree sia stata ormai superata:

 

«esistono piuttosto mondi integrati e al contempo subordinati, in un complesso panorama di inferiorizzazioni economiche, politiche e militari, allo sviluppo economico dominante, ai suoi modelli culturali e mediali, alle sue ideologie, rimozioni e censure. L'apparente unificazione del pianeta ha senso esclusivamente come ferrea gerarchizzazione dei mercati, delle economie e delle società periferiche».[63]

 

Quella di un'unificazione del pianeta che, in realtà, si basa su una sistemica gerarchizzazione tra aree geografiche e relative economie, su un sistema che alcuni hanno definito di "apartheid globale"[64], è solo una delle molteplici contraddizioni contenute nei processi di globalizzazione.

Proprio per questi motivi negli ultimi anni si è imposta una diversa immagine della globalizzazione, che pone l'accento sul carattere multidimensionale della stessa, cioè sulla contraddittorietà insita nei processi di globalizzazione[65]. Questa lettura sottolinea come quella contemporanea sia una realtà «in cui tratti radicalmente nuovi si sovrappongono a tenaci persistenze dell' "antico", in cui riemergono d'un tratto elementi "arcaici", che la società industriale pensava di aver relegato alla propria preistoria o ai confini estremi del proprio spazio»[66].

Quest’ultimo approccio è quello che permette di descrivere al meglio i processi di globalizzazione in cui siamo immersi e, soprattutto, permette di affrontare quella che, da più parti, viene indicata come la contraddizione-simbolo dei processi di globalizzazione, il contrasto tra l'abbattimento dei confini nazionali per le merci e i capitali e la riproposizione degli stessi confini per impedire il libero movimento delle persone, con tutte le conseguenze di clandestinizzazione e criminalizzazione[67] che una simile politica migratoria comporta.

 

Prima di parlare dei nuovi movimenti migratori, però, vanno sottolineate altre evidenti contraddizioni o ambivalenze di cui la globalizzazione è portatrice.

Un esempio fondamentale è quello dello Stato-nazione e del suo supposto declino politico, in un mondo dominato dal mercato e da nuove istituzioni internazionali (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, World Trade Organization).

Sembra scomparire il tradizionale concetto di sovranità nazionale, lo Stato nazionale sembra aver perso ogni capacità di controllo all'interno dei propri confini, in particolare rispetto alla politica economica e al primato che in essa assumono le imprese transnazionali, così come all'esterno degli stessi confini, dove dominano il mercato economico e le politiche delle nuove istituzioni di governo internazionale.

S. Latouche sostiene che «la mercantilizzazione del mondo distrugge lo stato-nazione e svuota la politica della sua sostanza, accumula minacce enormi sull'ambiente, corrompe l'etica e distrugge le culture»[68].

In quest'ottica gli Stati nazionali sembrano aver perso il loro ruolo di controllo sulla politica, soppiantata, secondo Latouche, dal primato di un'economia "cannibale". Gli Stati si trovano a dover gestire, dal punto di vista economico e sociale, le ricadute locali di eventi e fenomeni economici che hanno luogo altrove, devono gestire uno sviluppo di cui non sono più gli attori principali e le cui ricadute, più che di "sviluppo locale", sono di "desocializzazione concreta", di decomposizione dei legami sociali[69].

Questa lettura relativa al posto ricoperto dallo Stato nazionale nel contesto delle politiche di globalizzazione, che sottolinea, in particolare, la crisi delle tradizionali forme di partecipazione democratica all'interno dello Stato, ha prodotto, però, anche delle proposte (politiche, economiche, sociali, culturali) alternative al modello unico imperante, sintetizzabili nella categoria del glocalismo[70].

Una definizione del glocalismo, sintetica e completa allo stesso tempo, è data da A. Rustichini:

 

«Nella sua accezione diffusa, oggi più comune, indica una potenziale strategia di risposta al fenomeno della globalizzazione, strategia che tenda a rafforzare i valori, le istanze, le caratteristiche locali».[71]

 

I sostenitori del glocalismo auspicano il recupero del senso del luogo, la riscoperta del territorio e delle risorse autoctone da parte della popolazione locale, e valorizzano le forme di resistenza economica, di "antisviluppo", costruite negli ultimi anni attraverso esperienze come le imprese cooperative autogestite, le botteghe di gestione, le forme di autorganizzazione locali.  Il principio di base è che «le speranze di ricomposizione del tessuto sociale possono venire solo dal reinserimento dell'economico nel sociale, in un ri-radicamento locale»[72]. Si spiega, così, la molteplicità di proposte che derivano dall'approccio glocalista e che vanno dal bioregionalismo (l'idea dell'autosufficienza economica locale), a forme di neo-protezionismo economico, all'applicazione dei LETS (Sistemi Commerciali di Scambio Locale), alle Banche del Tempo, all'introduzione di sistemi monetari locali (Community Money).

Si tratta di approcci, però, pericolosi, soprattutto dal punto di vista culturale e della convivenza delle diversità culturali. Il rischio, neanche tanto lontano, è il ritorno a manifestazioni nazionalistiche e localistiche escludenti.

Tali meccanismi di chiusura identitaria sono ben riassunti da Revelli:

 

«Alla spinta "verso l'alto" che dissolve le frontiere nazionali nel più ampio spazio globale del mercato, l'identità sfidata risponde con una fuga "verso il basso", verso il particolare, il "locale", l'"etnico", il "razziale", alla ricerca di più forti ancoraggi, di più tenaci risorse identitarie che le permettano di resistere allo sradicamento mercantile (…). Cosicché, potremmo dire, il localismo spinto si rivela come la forma (politica) della globalizzazione (economico-sociale)»[73].

 

Altre analisi sul ruolo dello Stato nazionale e delle sue istituzioni politiche nell'attuale sistema di governo globale, sottolineano come gli Stati siano, invece, attori decisivi proprio dei processi di globalizzazione e continuino a esercitare essenziali funzioni di controllo, seppure nuove. Come dice Luciano Ferrari Bravo, «sicura appare al contrario la permanenza della forma-stato, ma come ambito e soggetto tra gli altri di governo globale»[74].

Le funzioni che oggi gli Stati nazionali detengono sono, in quest’ottica, funzioni di polizia e di controllo all'interno del nuovo ordine mondiale.

Le nuove funzioni di controllo e di polizia degli Stati nazionali, secondo  Mezzadra e Petrillo, corrispondono anche alla fine di una forma specifica di organizzazione della democrazia e della cittadinanza, quella fondata sugli istituti del Welfare. Questo passaggio epocale dal Welfare State ad una nuova forma di organizzazione statale ancora in via di definizione, spiega perché oggi democrazia e cittadinanza siano di nuovo problemi aperti e tutti da definire per le politiche degli Stati nazionali.

 

 

2.2. Dai diritti del cittadino ai diritti della persona

 

Sicuramente lo Stato nazionale, pur conservando capacità di governo e di sovranità anche nel contesto del nuovo ordine mondiale, vive una profonda crisi dovuta al momento storico che stiamo vivendo e alle profonde trasformazioni intervenute dalla sua nascita ad oggi.

È con la rivoluzione francese, sotto l'influenza culturale e politica dell'Illuminismo, e dei relativi principi di uguaglianza e di libertà tra gli uomini, che nasce lo Stato moderno, detentore della sovranità per volontà e, quindi, in rappresentanza dei suoi cittadini.

Il concetto di nazione nasce con la rivoluzione francese, sotto la spinta innovativa del terzo Stato, in particolare della borghesia, sempre più forte dal punto di vista economico, ma poco rappresentata dal punto di vista politico. Il principio cui si appellava lo spirito rivoluzionario era il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti, uguali per tutti.

La Dichiarazione dei diritti francese, infatti, si propone da subito in termini universali, non a caso si definisce come "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", ma di fatto fa coincidere i diritti dell'uomo con quelli del cittadino, e il cittadino con chi appartiene alla nazione, intesa come unità organica di persone che condividono cultura, tradizioni, lingua, storia, religione, sangue.

È il popolo dei cittadini, inteso come l'insieme dei cittadini nazionali, ad esprimere la propria volontà attraverso i rappresentanti dell'Assemblea Nazionale.

Lo Stato, cioè, nato in nome della tutela dei diritti dell'uomo, diventa espressione dei cittadini e comincia a prendersene cura.

La Dichiarazione del 1789, infatti, pur proclamandosi universale, nasceva in un'ottica nazionale, anzi si può dire che, dal XVIII al XIX secolo, «le dichiarazioni servono da preambolo alle costituzioni, alla sanzione, in via di diritto, dello Stato nazionale».[75]

Tale contraddizione originaria, tra il diritto dell'umanità e l'interesse di Stato o nazionale, interesse necessariamente limitato e di parte, è l'origine della subordinazione dei diritti dell'uomo ai diritti del cittadino nazionale, ossia la trasformazione dei diritti in privilegi nazionali. Ogni Stato, così, si presenta con la forma dello Stato-nazione e parla in nome del suo popolo[76].

Ogni Stato moderno è l'espressione, allora, dell'unità di tre elementi: lo Stato, la nazione e il popolo, sulla base dei quali si stabilisce chi è incluso e chi, di conseguenza, è escluso dai diritti dello Stato.

Carl Schmitt scioglie così il nodo che lega i due concetti di "Stato" e di "politico":

 

«Il concetto di Stato presuppone quello di "politico". Per il linguaggio odierno, Stato è lo Status politico di un popolo organizzato su un territorio chiuso. (…) In base al suo significato etimologico e alla sua vicenda storica, la Stato è una situazione, definita in modo particolare, di un popolo, è anzi la situazione che fa da criterio nel caso decisivo, e costituisce perciò lo status esclusivo, di fronte ai molti possibili status individuali e collettivi»[77].

 

La nascita della forma-stato come soggetto titolare della sovranità nazionale - in quanto sintesi di Stato, nazione e popolo - e del confine nazionale come limite che segna lo spazio di esercizio di tale sovranità, va collocata nel XIX secolo:

 

«con la precisa delimitazione territoriale si definivano infatti la cittadinanza e il potere sovrano. Quasi inavvertitamente, con la formazione del "popolo degli apolidi" (H. Arendt), la teoria politica dominante dell'unità di nazione, popolo e territorio (con i suoi confini) ha perso la propria base materiale»[78].

 

Ancor più oggi, nell'epoca della globalizzazione, risulta contraddittorio e per niente nitido il ruolo dello Stato nazionale, soprattutto sembra non avere più senso il suo originario potere di definire un "dentro" e un "fuori", di includere e di escludere, visto che la caratteristica della nostra epoca è proprio lo sconfinamento. Da ciò deriva lo scarto tra un sistema statale, oltretutto in estinzione, che si rivolge ancora ai soli cittadini nazionali e su di essi calibra le proprie politiche sociali, e una realtà che riguarda tutti gli Stati contemporanei e che vede irrompere nuovi protagonisti politici e sociali, i soggetti migranti, non contemplati dal tradizionale sistema sociale e, per questo, da esso esclusi.

Si prospetta perciò il difficile problema di conciliare un'idea di cittadinanza vincolata ancora all'appartenenza nazionale, che riconosce i diritti soggettivi solo ai cittadini dello Stato, con un sistema-mondo che ha travalicato le precedenti divisioni geo-politiche e, sempre più, richiede di pensare e di assicurare diritti di cittadinanza nuovi e il più possibile universali.

Dal punto di vista giuridico la scommessa è, secondo Ferrajoli, riuscire a congiungere «i diritti della personalità che spettano agli esseri umani in quanto individui o persone e i diritti di cittadinanza che spettano ai soli cittadini»[79], i diritti di cittadinanza dovranno essere inglobati nei diritti della personalità, che soli sono dotati di un valore e di una legittimità sovra-statali. 

Danilo Zolo ci può aiutare nel ricostruire la storia dello Stato di diritto e della nozione di cittadinanza. L'idea occidentale di cittadinanza è nata con lo Stato moderno, tra il Settecento e il Novecento, e si è poi andata definendo ulteriormente con l'affermazione dei diritti soggettivi e di uno Stato di diritto volto a tutelarli. La cittadinanza nasce, infatti, per stabilire i diritti e i doveri dei nuovi ceti sociali comparsi con la società industriale a partire dalla fine del Settecento, e si caratterizza da subito per una tendenza costante ad espandersi e una tensione continua verso l'uguaglianza.

Questo carattere espansivo della cittadinanza spiega il suo evolversi, secondo la ricostruzione fatta da Thomas Marshall, attraverso tre fasi: la cittadinanza civile, storicamente nata per prima; la cittadinanza politica, sviluppatasi nel secolo XIX; la cittadinanza sociale, affermatasi nel secolo XX.

Allo stesso tempo, però, la cittadinanza implica anche il carattere dell’esclusività, nel senso che sancisce dei diritti da cui sono esclusi i non-nazionali e, quindi, produce nuova esclusione. Ciò che caratterizza, infatti, i diritti civili, politici e sociali dello Stato moderno è il loro conferimento ai soli nazionali: «Al centro dello Stato di diritto c'è il riconoscimento dei diritti soggettivi come attributi normativi "originari", ovvero l'attribuzione "positiva" di tali diritti a tutti i cittadini»[80].

 

Tutto il sistema di garanzie messo in piedi con l'affermazione dello Stato di diritto e dei diritti soggettivi di cittadinanza, fondato sulla supposta unità di Stato, nazione e popolo, vive oggi una profonda crisi, soprattutto in presenza di una complessità sociale sempre crescente e dei processi di globalizzazione in atto.

La crisi della cittadinanza e dello Stato di diritto si riflette nella crisi dello stato sociale occidentale con le sue strutture garantiste, ma riguarda anche, a un livello globale, la protezione dei "diritti dell'uomo". Riprendendo le parole di C. Marazzi, infatti, si può dire che:

 

«l'ambiguità dell'espressione "Stato-nazione" consiste nel tradurre senza soluzione di continuità i diritti dell'uomo in quelli del cittadino, attribuendo alla cittadinanza politica un'origine territoriale»[81].

 

La politica degli Stati nazionali rende, di fatto, vani i "diritti dell'uomo", riducendoli a una formula vuota:

 

«È lo Stato a decretare quali sono i "nazionali" e quali gli stranieri: è questa la regola fondamentale, poiché, a dispetto di tutti i discorsi sui diritti dell'uomo, non esistono diritti dell'uomo, ma diritti elargiti a discrezione dello Stato nazionale e dunque diversi a seconda che si tratti di nazionali o di non-nazionali».[82]

 

La cittadinanza, intesa come riconoscimento dei diritti soggettivi dei soli nazionali, è, da tempo, gravemente messa in crisi dai movimenti migratori e dalla presenza di persone che vivono e lavorano negli Stati europei, senza che vengano riconosciuti loro gli stessi diritti degli autoctoni (l'esempio più evidente è il non riconoscimento del diritto di voto, anche quando il migrante viva ormai da anni in un paese europeo).

Nello Stato di diritto, fondato sul diritto positivo e su ordinamenti concreti, la persona esiste solo in virtù del diritto statale, la persona, cioè, ha una natura giuridico-positiva, esiste in quanto contemplata dal diritto positivo. Ne consegue che chi è escluso dall'ordinamento giuridico dello Stato «non habet personam, e quindi è uomo solo in senso naturale, non sociale. La cittadinanza (l'insieme di diritti di chi è legittimamente incluso in un ordinamento) è quindi condizione esclusiva della personalità sociale, e non viceversa»[83], chi non gode di tale cittadinanza è semplicemente ridotto a "non-persona". Si assiste, anzi, alla costituzione di un doppio regime giuridico per chi è incluso e per chi è escluso, alla creazione di un particolare regime giuridico valido solo per determinate categorie di persone, primi fra tutti gli stranieri.

 

«Questa disuguaglianza, grazie alla quale alcuni stranieri sono esclusi dai diritti civili fondamentali, è potenzialmente l'avvio di un processo di riduzione di alcune categorie di esseri umani da persone a non-persone»[84].

 

La stessa invenzione giuridica di categorie come "il regolare", "l'irregolare", "il clandestino", con cui si distinguono gli stranieri dagli autoctoni e gli stranieri stessi tra di loro, serve allo Stato per perpetuare i processi di inclusione e di relativa esclusione di particolari gruppi di persone, per garantire i diritti acquisiti dei cittadini nazionali attraverso l'esclusione di altri dagli stessi diritti.

 

«Mentre lo Stato non sa fare altro - per "mettere a fuoco" queste persone - che ragionare in termini di cittadinanza offerta o rifiutata con maggiore o minore liberalità, a seconda dei casi, cioè può solo operare ancora in termini di inclusione o di esclusione, la vera sfida dei migranti sarebbe di riscattare i diritti soggettivi dall'abbraccio spaziale della geometria statuale moderna»[85].

 

 

2.3. La mobilità dei migranti e l'arroccamento degli Stati-nazione

 

Il migrante svela tale contraddizione interna ai processi di globalizzazione, rompe la separazione tra "nazionali" e "non-nazionali", rendendola così visibile a tutti, svela e riflette, come in uno specchio,  il "pensiero di stato", la natura dello Stato nazionale, il suo essere fondato sulla discriminazione tra chi è "dentro" e chi è "fuori"[86]. Svela anche l'inutilità di ogni politica volta ad impedire o a regolare i flussi migratori, perché assolutamente interni alla logica della globalizzazione capitalistica.

I migranti, con le loro traiettorie migratorie e la loro mobilità, riflettono la "società globale" in cui tutti viviamo e si dimostrano consapevoli di appartenervi, al punto di voler scegliere dove vivere e lavorare: nel mondo instabile della globalizzazione economica tutti sono, lo vogliano o no, in movimento, persino se fisicamente fermi, da chi è ovunque a casa propria a chi è ovunque indesiderato e respinto. La cifra comune della nostra epoca è la mobilitazione globale, nella quale i migranti rientrano in pieno[87].

Se mercato, società e cultura sono ormai mondializzati, è normale che esercitino il proprio fascino in tutto il mondo, soprattutto su chi vive in paesi meno favoriti. Le migrazioni internazionali nascono proprio dal desiderio di appartenere a pieno titolo all'economia-mondo e alla cultura che essa diffonde, dalla consapevolezza di poter lavorare altrove e in condizioni migliori, di poter scegliere dove vendere il proprio lavoro, perché già integrati nel sistema-mondo:

 

«si può dire che l'integrazione è cominciata con l'emigrazione e addirittura molto prima di questo fatto, che non è altro che la manifestazione dell'integrazione: integrazione nel mercato del lavoro salariato su scala mondiale dell'individuo che fino a quel momento viveva, volente o nolente, ai margini di questo mercato e ignorando tutto il sistema economico di cui faceva parte. Questa prima integrazione, che non si vede (perché non abbiamo nessun interesse a vederla), determina tutte le altre forme di integrazione, di cui non si smette di parlare»[88].

 

Emergono, allora, almeno due ordini di cause che muovono le migrazioni contemporanee: un ordine di cause oggettive, macro-sociali, determinate dal nuovo ordine economico mondiale e dalla delocalizzazione della produzione occidentale nei paesi in cui il costo del lavoro è più basso, e un ordine di cause e motivazioni di carattere più personale, micro-sociali, che sfuggono a definizioni e categorizzazioni troppo generali.

L'emigrazione è anche un atto autonomo, J. M. Boutang sostiene che:

 

«esiste un'autonomia dell'emigrazione rispetto alla politica degli Stati, sia dell'emigrazione che dell'immigrazione. Si tratta di un fatto di esistenza sociale, dopodiché i governi e gli stati fanno i conti con questo fenomeno, ma esso esiste in quanto tale»[89].

 

Per Boutang lungo tutta la storia del modo di produzione capitalistico la "liberazione" del lavoro dai vincoli feudali e corporativi, attraverso la sua iscrizione nel rapporto salverdana, sans serife, è sempre proceduta di pari passo con l'istituzione di nuovi sistemi di "imbrigliamento" e di limitazione della libera circolazione del lavoro stesso. In quest'ottica non è anomala l'attuale situazione che vede, da una parte, la libera circolazione delle merci e dei capitali, dall'altra, la moltiplicazione e il riarmo dei confini contro uomini e donne in "fuga".

Boutang ritiene che il punto di partenza per capire tutti i cambiamenti in atto sia il controllo della mobilità (sociale, professionale, geografica, settoriale) della forza lavoro. E tale controllo è reso necessario dal fatto che non si tratta di una mobilità subita, imposta dall'alto sulla vita delle persone, ma della scelta e della pratica di tanti singoli soggetti che, consapevolmente o meno, attuano e realizzano "un comportamento collettivo di fuga", di rifiuto di un certo livello di sfruttamento, di sottosviluppo e di assoggettamento[90].

Si tratta di persone che decidono di migrare non perché pensino di sottrarsi del tutto alle costrizioni economiche o al lavoro salariato, ma per svolgerlo in altri luoghi dove vigono migliori condizioni di scambio di denaro contro lavoro.

In effetti in Europa i migranti trovano complessivamente condizioni di lavoro più vantaggiose rispetto a quelle dei paesi da cui provengono, ma scoprono anche di dover lavorare in situazioni più gravose rispetto agli autoctoni, di doversi adeguare alle richieste dei datori di lavoro senza poter esercitare un qualche potere di contrattazione, soprattutto quando vivono la condizione di clandestini sempre ricattabili ed espellibili. Ciò accade non solo nel mondo dell'industria e del commercio, ma anche nel vasto campo dei servizi alla persona che vede impegnate soprattutto le donne migranti. A. Dal Lago è esplicito al riguardo:

 

«La prostituzione è evidentemente il caso-limite della subordinazione assoluta delle lavoratrici immigrate, ma, stabilite le debite differenze, ciò vale anche per le collaboratrici domestiche, le accompagnatrici di anziani eccetera. In breve, gli ostacoli ufficiali all'immigrazione fanno sì che i migranti non possano uscire da una condizione di subordinazione che dura quanto la loro vita»[91].

 

 

2.4. Le politiche dell'immigrazione tra diritti d'appartenenza e diritti di cittadinanza

 

Il principale nodo che le istituzioni dei paesi d'immigrazione si sono trovate a dover sciogliere, e sulla base del quale si sono andati delineando i diversi modelli ad oggi sperimentati di integrazione[92], è relativo a due categorie di diritti: i diritti di appartenenza e i diritti di cittadinanza[93].

Le politiche dell'immigrazione si sono mosse sempre tra questi due poli: da una parte il diritto del migrante a conservare e rivendicare la propria differenza, dall'altra il diritto dello stesso a partecipare alla vita della società d'inserimento in una condizione di parità - di principio e di fatto - rispetto agli autoctoni.

In base all'approccio scelto come prioritario, gli Stati d'immigrazione storicamente si sono divisi tra quelli convinti che lo straniero possa godere di diritti di cittadinanza solo se assimilato alla cultura del paese di residenza, e quelli convinti della necessità di assicurare l'autonomia e la separatezza delle etnie ospiti rispetto all'etnia nazionale ospitante.

Più precisamente, Francia, Germania e Gran Bretagna, essendo stati in Europa i primi paesi meta di migrazioni, provenienti in gran parte dalle loro stesse ex-colonie, hanno rappresentato, e tuttora rappresentano, dei punti di riferimento, dei "modelli" di accoglienza e di integrazione nei confronti della popolazione immigrata. Fuori dall'Europa l'esperienza più importante, riferimento necessario per qualsiasi politica dell'immigrazione, è quella americana, con le relative evoluzioni che ha conosciuto nel tempo.

Il modello francese si basa sul presupposto dell'"assimilazione"; quello inglese sul principio "comunitarista", ossia sul riconoscimento delle minoranze etniche e del loro diritto alla "differenza"; quello tedesco sul principio del "lavoratore ospite", che sembra lasciare poco spazio a politiche d'integrazione diverse dall'inserimento lavorativo[94]; in America, invece, si è passati dal mito del melting pot al modello del salad bowl o "insalatiera".

Si cercherà di spiegare brevemente i presupposti, le applicazioni concrete e le conseguenze di ciascuno dei suddetti modelli. Ciò che va, comunque, sottolineato è il carattere ideal-tipico dei diversi approcci, in quanto non si tratta di modelli rigidi e immutabili, piuttosto di tendenze, di orientamenti che tendono a cambiare e, a volte, ad alternarsi nel tempo, e che è auspicabile possano mutare ancora ed influenzare positivamente le politiche dei paesi di più recente immigrazione, in primo luogo dell'Italia.

Sayad sottolinea proprio la stratificazione semantica insita nel concetto di integrazione:

 

«Come la nozione di cultura, a cui all'inizio era collegata, la nozione di integrazione è essenzialmente polisemica: in particolare ogni senso che essa acquista da un contesto nuovo non cancella del tutto il senso precedente. Si produce così una specie di sedimentazione di senso, uno strato semantico che recupera una parte di significato depositato negli strati semantici che lo hanno preceduto. La parola integrazione, come la intendiamo oggi, ha ereditato i sensi di altre nozioni concomitanti, come per esempio quelli di adattamento e di assimilazione»[95].

 

Lo stesso Sayad critica fortemente la convinzione della politica di poter dirigere volontariamente il processo d'integrazione, poiché si tratta di un processo continuo, che si dispiega in ogni momento della vita sociale ed individuale, che si realizza quotidianamente e, in un certo senso, da sé, al di là di ogni volontà e pretesa scientifica. Nessuna politica può prevedere e dirigere i meccanismi d'integrazione sociale, «il discorso (politico) sull'integrazione è più che altro l'espressione di una vaga volontà politica piuttosto che di una vera azione sulla realtà»[96], volontà che, in momenti e contesti socio-politici diversi, aspira a realizzare, per mezzo di una delle possibili interpretazioni del processo d'integrazione, usi e scopi sociali diversi.

 

Il presupposto su cui si basa il modello assimilazionista francese è la coincidenza tra identità nazionale e identità culturale, tra comunità politica e comunità di cultura. Una tale impostazione non concepisce la cittadinanza sganciata dalla nazionalità, tuttavia la Francia ammette la possibilità di acquisire la nazionalità francese ("naturalizzazione"), nel caso in cui l'immigrato dimostri una volontà di assimilazione alla "cultura" francese.

Il modello tedesco rafforza ulteriormente l'identificazione tra nazionalità e cittadinanza, tanto da non ammettere affatto il riconoscimento della cittadinanza a chi non appartenga per nascita alla nazione tedesca. È per questo che l'unico riconoscimento concesso allo straniero è quello di lavoratore, e come tale soltanto la Germania lo ammette sul proprio territorio, «l'immigrato è un eterno lavoratore ospite (gastarbeiter) al quale è preclusa la cittadinanza»[97].

Il modello anglosassone si distingue dai precedenti perché, all'appartenenza alla nazione, antepone il "diritto alla differenza", garantisce, cioè, almeno su un piano teorico, la differenza tra identità nazionale e identità culturale, tra nazionalità e cittadinanza, ponendosi l'obiettivo di offrire a tutti le stesse possibilità, pur mantenendo le proprie peculiarità culturali[98].

Mentre in Gran Bretagna (ma anche in Svezia, in Olanda) prevale, dunque, il modello della "integrazione collettiva", che prevede il riconoscimento e la tutela delle identità d'origine nella sfera pubblica, molto diverso è il modello individual-universalistico alla francese, che rifiuta criteri di distinzione basati sull'etnicità o sulla religione e tende all'integrazione individuale, di fatto all'assimilazione[99]. In Francia, infatti, la difesa delle differenze etniche è considerata una potenziale fonte di discriminazione, mentre in Gran Bretagna è persino normale riportare sui documenti personali le origini etniche e le differenze "razziali" delle persone.

L'interpretazione del concetto di integrazione da parte dei diversi Stati discende anche, o soprattutto, dalla storia nazionale degli stessi e dall'idea di nazione sulla cui base quelli Stati si sono formati: mentre nell'impostazione francese la nazione è "elettiva", fondata sul diritto di suolo e sulla libera scelta, nell'impostazione tedesca la nazione è "etnica", fondata sul diritto di sangue e sull'appartenenza alla medesima cultura[100].

Il presupposto del modello francese è un'idea forte di nazione e nazionalità, la nazionalità è considerata quasi un'attributo psicologico, una caratteristica dell'essere, ma è anche una qualità che si può acquisire, sottostando a quelle condizioni che assicurano la trasformazione della persona, la sua assimilazione. Tanto questo cambiamento richiesto è connesso all'idea di un mutamento di natura, che i francesi parlano di "naturalizzazione"[101].

In Gran Bretagna, invece, il riferimento principe è l'appartenenza culturale, e l'obiettivo dell'integrazione è garantire a tutti l'uguaglianza delle opportunità nel rispetto delle differenze. Non si parla, infatti, di politiche d'integrazione, ma di politiche di uguaglianza delle opportunità, «si tratta, cioè, non di incorporare gli stranieri nello Stato nazionale, ma di garantire a tutti i cittadini le condizioni della partecipazione»[102].

Negli Stati Uniti il modello dominante è stato a lungo quello del mosaico plurietnico, il mito del melting pot, che presupponeva la magica trasformazione in americano di ogni immigrato, in modo quasi automatico e spontaneo. Da questa impostazione iniziale, dimostratasi incapace di produrre una reale integrazione, si è poi passati ad un approccio volto a promuovere i valori del pluri o multi-culturalismo, cioè la compresenza nella stessa società di più culture, tutte riconosciute come parte della nazione americana e tutte, però, garantite nella propria specificità e separatezza, come fossero ingredienti diversi di un'unica insalatiera (il salad bowl)[103]. Nelle scienze sociali nordamericane questo processo ha portato alla diffusione dell'espressione di ethnic groups: negli ultimi trent'anni si è diffuso, infatti, il fenomeno del revival etnico, un interesse, spesso retorico, verso le differenze e le minoranze.

Il revival etnico in America nasce proprio in seguito al superamento del mito del melting pot, cioè di quella fusione delle etnie che avrebbe dovuto dar luogo a un'identità americana superiore, un'ottimistica teoria dell'assimilazione per cui, prima o poi, tutti i gruppi etnici si sarebbero integrati nel sistema di vita americano. Sono stati il radicalismo black e i movimenti per i diritti civili degli anni sessanta a infrangere il mito del melting pot e ad introdurre l'idea di un pluralismo fatto di "azioni positive" nei confronti delle minoranze e di valorizzazione delle etnicità[104].

Oggi in America anche il multiculturalismo è in crisi, perché, si dice, con il culto delle etnicità, produce effetti di ghettizzazione dei diversi gruppi etnici e di rafforzamento della segregazione, non fa che mascherare e legittimare la gerarchizzazione sociale esistente.

Un caso ancora diverso è quello del Belgio, paese in cui vi è sempre stata una tendenza a contenere l'immigrazione proveniente dalle ex-colonie, limitandola al solo Zaire, da dove sono arrivati, soprattutto, giovani studenti universitari. Questo non ha, però, impedito, di fatto, i movimenti migratori d'ingresso[105]. In particolare a Bruxelles domina un approccio culturalista all'immigrazione, ma, di fatto, la riflessione sul pluralismo culturale, in Belgio, coincide con la problematica dell'immigrazione non-europea, ritenuta troppo distante culturalmente, soprattutto nel caso degli immigrati maghrebini e turchi. La soluzione, secondo questo modello, sta in una integrazione rivolta solo a questa tipologia di immigrati. L'approccio culturalista belga guarda alla presenza immigrata solo in termini di disfunzioni e problemi, derivanti da una supposta lontananza culturale.

Il vizio originario in una tale impostazione è, secondo M. Martiniello, un'idea della cultura di tipo etno-nazional-religioso[106], che porta a pensare che esistano degli insiemi culturali monolitici di tipo etno-nazional-religioso, distinti e separati. Di fatto «l'approccio "culturalista" consente di occultare rapporti di forza e di dominio, dunque rapporti politici del tutto inegualitari fra insiemi definiti in termini culturali»[107].

Se oramai sono evidenti i limiti del modello assimilazionista francese, che costringe all'omologazione e all'abbandono delle proprie differenze e non garantisce né una reale integrazione sociale né l'effettiva tutela dei diritti universali, non è chiaro neanche l'esito del modello "multiculturalista", che spesso può essere causa di radicalizzazione dei conflitti e di segregazione: «la difesa e la valorizzazione delle differenze non è garanzia del riconoscimento dell'uguaglianza ed è anzi spesso destinata a diventare una retorica che copre accentuate ineguaglianze nella sfera dei diritti e delle condizioni socio-economiche»[108].

In Francia, ad esempio, quel diritto alla differenza che negli anni '70 era uno slogan antirazzista, è divenuto oggi uno strumento nelle mani della destra, per sostenere la necessità di proteggere, separandole, le identità nazionali. Si assiste, secondo R. Gallissot e A. Rivera, a un "neorazzismo culturalista" che ricorre alla nozione di cultura per esprimere idee razziste e di esclusione.

 

«Il neorazzismo culturalista ha preso alla lettera il culto delle differenze proprio per ricacciare le popolazioni discriminate nella loro cultura d'origine, come se ci fossero culture originarie o, per meglio dire, come se esistesse un'originarietà della cultura».[109]

 

Nel contesto politico-culturale delineato, l'Italia si distingue per il notevole ritardo culturale e legislativo con cui si è accorta di essere divenuta, da solo paese di emigrazione, anche paese di immigrazione. Per molto tempo l'Italia non ha ritenuto necessaria una particolare attenzione alle politiche migratorie e di integrazione, reputandosi paese aperto, accogliente e non razzista. Inoltre, fino al 1986, l'Italia non ha avuto una legge sull'immigrazione, la gestione del fenomeno migratorio è rimasta in mano alle sole forze dell'ordine, si è demandata la competenza relativa all'immigrazione al Testo Unico di Pubblica Sicurezza, vale a dire alle questure. Ancora oggi, l'impostazione delle politiche migratorie italiane pecca di questa origine, è improntata a un modello repressivo e poliziesco. Si rileva una scarsa abitudine politica a ragionare sull'integrazione e sulle sue possibili concretizzazioni e la mancanza di un orientamento preciso.

 

In breve, sembrerebbero delinearsi, ad oggi, tre possibili interpretazioni del concetto e delle relative pratiche d'integrazione:

-            l'assimilazione, ossia un'integrazione monistica, tutta schiacciata sull'aderenza alla società d'insediamento;

-            la coesistenza, ossia un'integrazione pluralistica, a rischio, però, di meccanismi ghettizzanti ed auto-ghettizzanti;

-            la convivenza da partner, ossia un'integrazione interazionista, in cui ciascuno (l'immigrato come l'autoctono) si sviluppa a partire da ciò che è e, allo stesso tempo, attraverso l'interazione[110].

 

Nel modello assimilazionista l'integrazione che si realizza è a senso unico, coincide con un processo di semplice omologazione ai valori della società di residenza. È un modello, cioè, violento ed etnocentrico, che chiede al migrante di rinunciare ai propri valori di riferimento e di sottomettersi a una socializzazione forzata.

Nel modello della coesistenza si accetta la differenza di cui il migrante dovrebbe essere portatore, ma in un'ottica di contemporanea accettazione e presa di distanza, autoctoni e immigrati esistono insieme, ma separatamente, ciascuno chiuso nel proprio contesto di appartenenza.

La convivenza da partner o coesistenza egualitaria è, secondo F. Susi, l'unico modello che parte dal presupposto della parità sociale tra autoctoni e immigrati, tutti impegnati in un reciproco processo trasformativo. In quest'ottica l'obiettivo non è il mantenimento delle culture, ma la loro evoluzione[111].

È chiaro che, a livello teorico e ideal-tipico, il modello auspicabile e che andrebbe perseguito è quello della coesistenza paritaria, laddove, però, la coesistenza paritaria deve riguardare non solo la cultura (religione, usi e costumi, tradizioni, ecc.), categoria astratta e non riscontrabile in modo netto e univoco nella realtà, ma, soprattutto, le condizioni sociali, economiche, lavorative, abitative dei migranti, tutte quelle differenze che non rientrano nell'appartenenza nazionale e che possono riguardare il sesso, la classe sociale ed ogni altra divisione osservabile nelle società umane. Bisogna superare l'impostazione sociale e politica per cui ciò che determina l'identità delle persone è l'appartenenza ad una nazione, e restituire il giusto peso a tutte le altre differenze.

Andrebbe perseguito e praticato un principio educativo attento al diritto di ogni persona a svilupparsi sulla base dei propri bisogni e delle forme d'identificazione[112] che si è scelta, più che sulla base di una cultura astratta cui si ritiene appartenga. Il rischio di un'eccessiva enfasi sull'identità culturale del migrante, infatti, è che la sua supposta cultura d'origine venga vista come un ostacolo all'integrazione.

Il problema principale consiste nel supporre:

 

«che l'identità individuale sia costituita dalla appartenenza a uno o più gruppi etnici, quando invece si costruisce attraverso questa o queste appartenenze, così come attraverso i legami con altre identità collettive d'ordine differente (sesso, classe sociale, confessione religiosa…), alle quali l'individuo, interpretandole, conferisce senso»[113].

 

Come Martiniello suggerisce, sarebbe auspicabile decostruire il concetto di cultura, intesa solo come appartenenza etno-nazional-religiosa, per tentare di ricostruirlo a partire da altri riferimenti altrettanto importanti nell'organizzazione sociale[114], quali le differenti condizioni socio-economiche, che possono accomunare persone di culture nazionali differenti, così come possono separare persone con la stessa appartenenza nazionale. In quest'ottica la nazionalità viene letta per quello che in effetti è: una tra le identificazioni possibili.

 

 

3. Le migrazioni di genere: tra strategie individuali di rottura e percorsi di soggettivazione

 

La prostituzione di donne migranti è un evidente esempio di "fatto sociale totale"[115], secondo la terminologia introdotta da Marcel Mauss, ossia un fenomeno capace di spiegare da solo l'intera vita sociale di una società, in questo caso della società globalizzata. Fondamentale per questa lettura è la riflessione del sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad sulla migrazione come fatto sociale totale[116], ossia come esperienza umana in cui sono coinvolti insieme aspetti dell'ambito economico, sociale, politico, culturale e religioso, sia della società di emigrazione sia di quella d'immigrazione.

Sayad, consapevole del vissuto concreto dei migranti, del loro sentirsi ed essere sempre fuori posto, privati di pieni diritti di cittadinanza tanto nella società di origine (che hanno lasciato) quanto in quella di arrivo (in cui si trovano a vivere), sottolinea l'importanza di una sociologia delle migrazioni che riconosca al migrante tutto il suo vissuto, un vissuto che non nasce con l'arrivo nel paese di destinazione, ma che inizia e si forma nella società d'origine e nel contesto in cui la volontà migratoria è maturata, un vissuto che contiene insieme le condizioni di emigrato e di immigrato. Come lo stesso Sayad dice,

 

«il processo migratorio è un percorso individuale di ciascuno degli emigrati-immigrati e un percorso collettivo che forma la storia stessa del processo dell'emigrazione e dell'immigrazione. È anche un percorso epistemologico, perché offre in quanto tale un ordine, al tempo stesso logico e cronologico, un filo conduttore, un quadro d'insieme o uno sfondo per tutte le questioni relative al fenomeno migratorio nella sua totalità (emigrazione e immigrazione)»[117].

 

Questa riflessione sulla migrazione come "fatto sociale totale" permette di superare la riduzione tutta eurocentrica dell'emigrazione-immigrazione alla sola immigrazione (cioè alla faccia visibile nei paesi dominanti), «considerando i migranti né soltanto come originari di, né come emigrati, né come immigrati, ma appunto come esseri umani che, oggi più che mai, spesso aspirano inconsapevolmente a un'emancipazione politica che forse può trovare spazio solo in una visione del mondo libera dalle costrizioni a subordinarsi ad appartenenze specifiche»[118].

È per questo che ho scelto di parlare di "migranti" piuttosto che di "immigrati".

Guardare alle migrazioni come a un fatto sociale totale, vuol dire riconoscere in esse un fatto in cui sono coinvolte tutte le sfere dell'esistenza e dell'essere umano, vuol dire superare la lettura riduzionistica delle migrazioni come puro fatto economico e/o demografico, evidenziando invece la complessità e la molteplicità di elementi che le determinano e le definiscono, compresa la sfera più intima del desiderio soggettivo. Il rischio, altrimenti, è che «mutilando il fenomeno migratorio di una sua parte, come si è soliti fare, finiamo per rappresentare la popolazione degli immigrati come una semplice categoria astratta e l'immigrato come un puro artefatto»[119].

Questo vuol dire che, nel cercare di analizzare e spiegare le migrazioni, oltre alla presenza di fattori di carattere oggettivo (il loro carattere sistemico e le loro radici oggettive), va sottolineato un altro fattore solitamente trascurato nel dibattito scientifico e politico: la dimensione soggettiva, quel fattore soggettivo senza il quale prevale un'immagine dell'immigrato come soggetto debole.

Al contrario, secondo S. Mezzadra:

 

«va valorizzata la critica pratica della nuova divisione internazionale del lavoro che i migranti, esercitando il diritto di fuga da quei "fattori oggettivi", mettono quotidianamente in atto»[120].

 

Applicare questa lettura ai flussi migratori femminili e alla condizione delle donne migranti dedite alla prostituzione nei paesi d'immigrazione è, a mio parere, utile e importante perché permette di considerare la scelta migratoria di queste donne in tutta la sua portata, che è fatta non solo della loro condizione di prostitute nei paesi di arrivo, ma anche della loro precedente condizione di donne nei paesi d'origine, non solo di una storia e di un contesto di deprivazione e miseria collettiva, ma anche di una scelta e di un percorso individuali.

La nostra attenzione deve essere tesa, dunque, a cogliere il fenomeno in tutta la sua complessità, in tutta la sua portata (economica, politica, etica, sociale, culturale, ecc.), anche in tutta la sua varietà, per non rischiare di astrarre dalle domande e istanze concrete di cui le donne migranti sono portatrici[121].  

 

 

3.1. Le donne nella nuova divisione internazionale del lavoro

 

La presenza sempre più evidente di donne sole che migrano verso l'Europa e, quindi, anche verso l'Italia, deve essere letta attraverso una duplice prospettiva: micro-sociale e macro-sociale insieme.

L'analisi micro-sociale, di cui parlerò in seguito, ci permette di riconoscere nella migrazione femminile una forma di rifiuto dell'assoggettamento, anche di genere, che le donne vivevano nei paesi d'origine, una ricerca di emancipazione personale e femminile.

L'analisi macro-sociale permette, invece, di spiegare tali migrazioni anche attraverso il legame con fenomeni di carattere strutturale e globale, che toccano tanto i paesi d'emigrazione quanto quelli d'immigrazione, quali la nuova divisione internazionale del lavoro, l'etnicizzazione del lavoro, la femminilizzazione del lavoro, la femminilizzazione della povertà.

Partiamo dal fenomeno noto come "femminilizzazione del lavoro"[122], che da tempo vivono le società europee colpite dalla crisi del Welfare state.

Negli ultimi decenni le donne dei paesi a capitalismo avanzato si sono dedicate sempre più al lavoro fuori casa, anche grazie al sostegno derivante dalla presenza di un efficiente stato sociale, volto a garantire il benessere dell'intera società. Molte attività riproduttive, in passato di competenza delle donne nella famiglia, sono diventate veri e propri servizi, inseriti in specifici mercati economici: ristorazione, lavanderie, alloggi, cura dei bambini, degli anziani, degli handicappati e dei malati. «L'espansione di questo mercato dei servizi di cura alle persone, ad alta intensità di lavoro, ha richiesto un esercito di donne lavoratrici, e sempre più spesso di donne di "minoranze etniche" o immigrate, "disposte" a essere pagate poco»[123]. La conseguenza è che si è prodotta un'ulteriore divisione del lavoro che si è andata ad aggiungere a quella fondata sul genere, cioè la distinzione tra le donne della classe media, solitamente autoctone e dotate di un certo potere contrattuale, e le donne di altre nazionalità, le donne migranti, contrattualmente deboli[124].

Esistono, in sintesi, delle dinamiche non soltanto economiche, ma di tipo anche sociale e politico, sia nei paesi d'origine dei flussi sia in quelli di destinazione, in conseguenza delle quali si assiste alla distribuzione delle donne migranti in specifici settori occupazionali, sulla base dell'appartenenza nazionale.

Lo stesso meccanismo si è verificato nel mercato delle prestazioni sessuali a pagamento, dove le donne migranti hanno preso il posto lasciato vuoto dalle italiane, la strada, non perché le donne italiane non pratichino più la prostituzione, ma perché hanno negli anni conquistato maggiori diritti e libertà, godendo oggi di un reale potere contrattuale nello scambio denaro/sesso e della possibilità di gestire autonomamente la propria attività in luoghi più protetti.

Le donne migranti in Italia, invece, sono, purtroppo, dei soggetti ancora contrattualmente deboli, questo non significa che siano delle donne deboli in assoluto, ma che vivono molti più condizionamenti, in quanto donne e in quanto migranti, poiché devono prima di tutto assicurarsi documenti e lavoro, al di là di quale sia. Se a ciò si aggiunge che le politiche di chiusura delle frontiere europee costringono chi voglia entrare in Europa ad affidarsi ai circuiti della criminalità organizzata, si capisce anche come facilmente la volontà emancipatrice delle donne migranti possa essere soffocata e ridotta al silenzio e allo sfruttamento economico. Il restringimento dei canali e delle possibilità di immigrazione e di inserimento regolari, determinato dalle attuali politiche europee di chiusura ai flussi, alimenta gli ingressi irregolari e la diffusione di modelli devianti.

La necessità di doversi affidare per migrare a canali d'ingresso illegali porta sempre più i migranti ad avere contatti con il mondo dell'illegalità e ad inserirsi, anche dopo essere entrati nel paese di destinazione, in circuiti ed attività illegali.

Secondo il sociologo S. Palidda:

 

«il nuovo assetto socio-economico della cosiddetta società post-industriale sembra spingere a percepire sullo stesso piano attività legali, informali e illegali e spinge verso un'etnicizzazione di tutte le attività, comprese quelle illegali»[125].

 

L'etnicizzazione, dunque, si verifica anche nell'ambito delle attività illegali, dove sembra vigere un’organizzazione basata, appunto, sulla nazionalità di appartenenza.

Nel caso della prostituzione, ad esempio, prevale la presenza di donne nigeriane ed albanesi, negli ultimi anni anche di donne provenienti dall'Est dell'Europa, e di uomini albanesi, ultimamente anche rumeni e russi, che gestiscono l'attività e i guadagni delle donne.

Ciò che preme qui sottolineare, però, è che è l'intero ordine mondiale, nonché le politiche nazionali di chiusura all'immigrazione, a determinare tutte queste degenerazioni, non la migrazione in sé, né tanto meno la prostituzione.

È giusto e doveroso rifiutare lo sfruttamento sessuale coatto delle donne straniere nei nostri paesi, ma è doveroso anche sapere e ricordare che tali donne non erano estranee allo sfruttamento prima di arrivare in Europa come prostitute.

La globalizzazione capitalistica determina spesso nei paesi più svantaggiati danni ancora maggiori, le politiche di privatizzazione e di apertura indiscriminata dei mercati non sempre, o quasi mai, migliorano le condizioni di vita dei più poveri, anzi in molti casi le peggiorano. «Le donne, ad esempio, sono state le prime vittime dello sfruttamento nelle industrie del decentramento produttivo e sono il gruppo sociale che ha più sopportato il peso dei tagli nei servizi pubblici e nei servizi di prima assistenza»[126].

Perfino un liberale come R. Dahrendorf riconosce le profonde degenerazioni determinate dai processi di globalizzazione fino ad oggi realizzati e sostiene la necessità di trovare un modo per far "quadrare il cerchio", cioè per garantire insieme benessere economico, coesione sociale e libertà per tutti e su tutto il pianeta.

Lo stesso Dahrendorf denuncia come i paesi ricchi, ritenendo di non poter accogliere tutti i migranti, scelgano quelli utili ai propri interessi economici, ma li trattino da "cittadini di seconda classe", visto che non hanno diritto di voto e possono sempre essere espulsi senza preavviso[127].

 

Il problema più grave è che una tale divisione internazionale del lavoro, basata sull'appartenenza etnica, insieme alla presenza nei paesi europei di un regime giuridico differenziato per gli stranieri, stanno già alimentando nelle nostre democrazie occidentali pregiudizi e razzismi molto pericolosi, che inevitabilmente si riflettono in negativo sulle relazioni umane e sociali tra autoctoni e stranieri. Nel caso delle donne migranti, ad esempio, soprattutto nei confronti delle africane, scatta facilmente l'associazione mentale, pericolosissima, tra donna straniera e prostituta, che porta a guardarle e trattarle subito come devianti o come vittime inconsapevoli, comunque non come donne semplicemente nate in altri luoghi ed emigrate in Europa.

Il presente lavoro, intende contestare questa visione riduttiva delle donne nella migrazione, tanto più frequente quando si tratta di donne inserite nel mercato della prostituzione straniera, e di evidenziare, dietro le esperienze di sfruttamento e assoggettamento che sicuramente sono costrette a vivere, l'intenzionalità del loro progetto migratorio, la tensione alla "soggettivazione" che esprimono, il loro essere "attori sociali" anche in situazioni in cui sembra essere stata annientata ogni loro volontà.

 

 

3.2. L'irruzione di un nuovo attore sociale: la donna migrante

 

Si è già detto come una serie complessa di fattori (nazionali e internazionali, economici, politici, sociali, culturali) ha fatto sì che, a partire dagli anni '80, il posto lasciato vuoto sulla strada dalle prostitute italiane sia stato occupato da nuove figure femminili e spesso anche da nuove organizzazioni criminali, sempre più di carattere internazionale.

All'interno dei movimenti migratori internazionali emerge, infatti, la presenza di donne sole che emigrano, per svariate ragioni, verso l'Europa e che, in parte, vanno ad inserirsi anche nel settore del sex-business (regolarmente o irregolarmente, per libera scelta o perché costrette, sulla strada o in luoghi più "protetti"). La comparsa di prostitute migranti nel mercato del sesso non è, infatti, un fenomeno solo italiano, ma assume caratteri transnazionali, è presente ormai ovunque, in particolare negli Stati Uniti e in Europa occidentale, ma anche nei paesi di più recente ingresso nell'economia di mercato.

Il fenomeno si colloca all'interno di quello più generale delle migrazioni transnazionali e di quello più specifico delle migrazioni femminili.

L'Italia non si distingue in ciò dal resto dell'Europa, diventa anch'essa meta di flussi migratori femminili, avendo già negli anni '70 vissuto il passaggio da paese di emigrazione a paese di immigrazione, anche in seguito alle concomitanti politiche di chiusura  ai flussi migratori attuate, nel frattempo, dai paesi di vecchia immigrazione, e, soprattutto, in seguito al boom economico e alla funzione attrattiva esercitata dal mercato del lavoro italiano.

M. Grasso sottolinea come oggi si faccia sempre più evidente nel nostro paese il fenomeno della femminilizzazione dei flussi migratori, tanto che parla di una componente migratoria femminile pari al 50% di tutta la popolazione straniera[128]. In particolare sottolinea la comparsa nel nostro paese di alcuni gruppi nazionali composti prevalentemente da donne sole o con figli, che emigrano da sole piuttosto che per raggiungere le proprie famiglie, e non si inseriscono in un raggruppamento familiare classico[129]. Si tratta di donne più autonome, che devono rispondere solo o principalmente a se stesse, anche se ciò non deve indurre a pensare che vivano minori problematiche personali e relazionali nel contesto sociale in cui si vanno a inserire, anzi la donna che migra da sola deve sopportare da sola anche il peso e le difficoltà, materiali ed affettivo-emotive, del passaggio migratorio.

Negli ultimi anni il fenomeno della prostituzione di donne straniere in Italia è divenuto di pubblica opinione, sia perché reso visibile dalla presenza delle donne sulla strada, sia perché divenuto oggetto dell'attenzione dei mass media e delle politiche nazionali e cittadine. Tutta la varietà che il fenomeno contiene è stata, però, schiacciata da un'unica lettura prevaricante ed omologante: quella per cui sono tutte donne schiave, vittime di organizzazioni criminali che decidono per loro e che le sfruttano economicamente e sessualmente. Questo è sicuramente vero per molte donne migranti, il loro viaggio e la loro sistemazione alloggiativa e lavorativa in Italia è nelle mani di piccoli gruppi o vere e proprie organizzazioni, che fanno di queste donne la loro fonte di guadagno e sussistenza. Soprattutto questo approccio è utile e necessario dal punto di vista giuridico, perché, riconoscendo queste donne come vittime di abusi e sfruttamento, ne permette la tutela giuridica e la protezione sociale[130].

Tuttavia le dure condizioni di vita e di lavoro cui le donne migranti sono costrette nel nostro paese, spesso a causa della clandestinità ed invisibilità sociale che le leggi sull'immigrazione costruiscono e impongono, non devono sminuire la scelta che le stesse hanno fatto e la volontà emancipatoria che, anche solo potenzialmente, hanno espresso emigrando.

Ragionare ed esprimere valutazioni solo a partire dalle condizioni di sfruttamento che le prostitute migranti vivono qui in Italia, cioè le condizioni per noi più evidenti, per di più a partire dai nostri riferimenti morali e culturali, trascurando l'altra faccia del loro percorso migratorio, quella rappresentata dalle precedenti condizioni di vita e dalla scelta tutta soggettiva di emigrare, vuol dire guardare a un fenomeno che è complesso e mondiale con uno sguardo tutto etnocentrico e appiattito sulla nostra esperienza del mondo. Vuol dire dimenticare quello che è, invece, un carattere essenziale delle migrazioni, il loro essere un "fatto sociale totale", un fatto in cui si riversano tutti gli aspetti del vivere sociale del paese di emigrazione come di quello di immigrazione, un fatto in cui giocano un ruolo fondamentale elementi di carattere strutturale come anche percorsi personali di "soggettivazione". Vuol dire, dal punto di vista socio-educativo, ridurre queste donne a soggetti deboli da proteggere, assistere, curare, invece di riconoscerne la forza, la volontà di agire un cambiamento nella propria vita e il "diritto ad avere dei diritti". 

Riconoscere tali percorsi di soggettivazione femminile, invece, vuol dire riconoscere un desiderio di emancipazione e di libertà più forte di ogni legge e di ogni confine, vuol dire riconoscere nelle storie delle donne migranti una ricchezza latente, una potenziale capacità di rendere reversibile la propria condizione di partenza[131], vuol dire riconoscere come primaria in questo campo la questione dei diritti e la necessità di produrne sempre di nuovi.

Il “Comitato per i diritti civili delle prostitute” ha ben affrontato questo aspetto in diversi documenti, sottolineando la necessità di differenziare e trattare diversamente la prostituzione autoctona e autonoma, rivendicata come lavoro, rispetto alla prostituzione straniera e spesso clandestina[132].

Quando la prostituta è la donna migrante, non è sufficiente analizzare il contenuto del suo lavoro, il suo spazio, il suo tempo, la sua retribuzione, la sua identità professionale, per il semplice fatto che la prostituta migrante per lo Stato non esiste, se non perché resa visibile dall'esposizione sulla strada. La sua condizione, secondo il Comitato, è quella di tutti i migranti presenti oggi nella fortezza Europa, quella di essere fuori legge, o meglio, in uno stato giuridico di "eccezione permanente". Lo Stato non riconosce la prostituta migrante come soggetto di diritto, come persona con cui relazionarsi, se non attraverso la sua messa al bando, la sua esclusione. La prostituta migrante non appartiene alla società in cui vive perché ne è inclusa, ma solo perché esposta, mostrata fisicamente nelle nostre città, ridotta a corpo abbandonato a se stesso e senza diritti, ridotta cioè a "nuda vita"[133]. È per questo che di fronte alla prostituzione di donne migranti la priorità da porsi è rappresentata dai diritti e dalla garanzia di una legge dal carattere il più possibile universale, una legge che, invece di proibire e discriminare, costruisca e assicuri spazi di libertà.

 

L'impostazione del presente lavoro si colloca in continuità con quella letteratura sulla migrazione femminile che negli ultimi decenni ha cercato di recuperare la carenza di studi relativi alla donna migrante, solitamente non considerata come soggetto autonomo della migrazione, ma al più come membro al seguito della migrazione maschile e/o familiare[134]. All'interno di tale letteratura, poi, si è passati «da una storia focalizzata sulla denuncia dell'oppressione e della discriminazione a una storia che cerca di recuperare la specificità dell'esperienza femminile, da una storia delle donne come oggetti passivi di cambiamenti a loro estranei a una storia che ha cominciato a mettere in rilievo la centralità del loro ruolo come soggetti attivi del cambiamento sociale a più livelli»[135].

Un altro apporto teorico fondamentale alla ricerca viene dalla corrente storiografica nota come "storia delle donne", nonché dalla sua evoluzione nella "storia di genere"[136].

Dalla tradizione della "storia delle donne"[137] deriva l'attenzione della presente ricerca alle biografie personali, all'irriducibilità del fattore individuale, alle voci delle dirette protagoniste, ai vissuti soggettivi dentro i contesti oggettivi, alla dimensione soggettiva delle migrazioni femminili e delle storie prostituzionali di donne straniere.

Dalla "storia di genere"[138], invece, deriva il tentativo di decostruire la rappresentazione sociale diffusa della prostituta straniera, vittima e/o deviante, attraverso lo svelamento dei "dispositivi discorsivi" con cui politica, mass media, giurisprudenza, scienze sociali "costruiscono", o contribuiscono a "costruire", tale rappresentazione.

Decostruire le false rappresentazioni sociali sulla donna migrante prostituta e fornire letture del fenomeno il più possibile aderenti alla realtà che si intende descrivere, è un passaggio di fondamentale importanza per orientare poi gli interventi socio-educativi nell'ambito della prostituzione straniera.

 

L'intento di questo lavoro è di valorizzare nelle storie delle donne migranti il loro sentirsi, e dunque essere, "attori sociali" dei propri progetti di migrazione, la forte capacità decisionale che esprimono rispetto alla propria vita.

Tra i fattori che determinano oggi il fenomeno delle migrazioni internazionali, come si è già detto nel secondo capitolo, ve ne sono diversi di carattere ormai strutturale, legati soprattutto alla presenza in molte parti del mondo di condizioni difficili di vita e di sopravvivenza: nuova divisione internazionale del lavoro, guerre, povertà materiale e sociale, persecuzioni religiose e/o politiche, disastri naturali, carestie. In questo contesto s'inserisce anche la migrazione femminile, condizionata dagli stessi fattori strutturali presenti ormai stabilmente in molti paesi.

Ma dall'esperienza riportata da chi direttamente lavora con le donne migranti, da diverse ricerche e interviste realizzate[139] nonché dalla stessa esperienza lavorativa di chi scrive[140], risulta essere fondamentale anche un altro fattore di spinta all'emigrazione, il desiderio di emanciparsi come donne e di liberarsi da tradizioni e schemi di vita vissuti ormai come troppo stretti e vincolanti. Come risulta da uno studio relativo alle strategie migratorie femminili, una caratteristica che distingue la migrazione femminile da quella maschile è che «per le donne, a differenza dell'uomo, spesso è la presenza di una famiglia nucleare spezzata, di una famiglia estesa, opprimente, tradizionalista, che contribuisce alla scelta di migrare»[141]

Non possono essere trascurati i processi di modernizzazione ed emancipazione che le donne vivono nei paesi dall'Occidente definiti "in via di sviluppo", il loro desiderio di partecipare direttamente delle opportunità che il nuovo sistema-mondo sembra offrire. Non è casuale che nelle storie dei migranti quasi sempre ci siano stati dei passaggi graduali prima di arrivare nel "primo mondo": prima ci si sposta dalle campagne verso le città, poi, venuti a contatto con lo stile di vita urbano e con il lavoro industriale, ci si sposta spesso in paesi vicini e solo dopo nei paesi occidentali[142].

Y. Moulier Boutang sottolinea anzi come, nei paesi più poveri, sia proprio il contatto con lo sviluppo e con l'economia industriale ad alimentare la spinta ad emigrare, soprattutto nella prima fase dello sviluppo, quando si liberano enormi quote di lavoro[143].

Da studi condotti sui processi di urbanizzazione in Africa e sulle modalità con cui si realizzano[144], risulta esistere una consistente migrazione femminile interna, dalle campagne verso le città, espressione quasi sempre di un desiderio di riscatto da condizioni di povertà e di sottomissione. La vita nelle città, infatti, concede maggiori libertà nei costumi, soprattutto per le giovani generazioni, grazie a un minore controllo sociale. Il fatto che l'ingresso nel mondo urbano non comporti per queste donne condizioni migliori, anzi che significhi dover accettare lavori subalterni, quasi sempre di tipo domestico e a volte legati alla prostituzione, indirettamente ci dice che altre sono le ragioni che spingono, comunque, le donne a scegliere la vita urbana, ossia ragioni di carattere emancipatorio, anche rispetto alla cultura e al sistema familiare tradizionali.

Non va neanche trascurata una sorta di colonizzazione mediatica o "socializzazione anticipatoria" che molte popolazioni vivono quotidianamente, attraverso la televisione satellitare e l'informazione globalizzata. È il caso delle trasmissioni italiane trasmesse in Albania, che rimandano un'immagine idilliaca ed accattivante dell'Italia e contribuiscono ad alimentare false o eccessive speranze, nonché l'aspirazione ad uniformarsi a stili di vita lontani dai propri.

Infine un ruolo fondamentale nell'alimentare la catena migratoria lo svolgono i connazionali già emigrati che, per non dover ammettere le difficoltà della loro vita in Occidente, spesso rimandano nel paese d'origine una rappresentazione di sé e del proprio inserimento all'estero volta a sottolineare solo gli aspetti positivi.

A questi molteplici richiami, economici, ma anche sociali e culturali, non tutti rispondono emigrando. Non è sufficiente vivere una vita fortemente deprivata dal punto di vista materiale e simbolico per lasciare il proprio paese, sono necessari poi altri stimoli di carattere più personale. Lasciare il proprio paese per andare a vivere in un altro, non si ripeterà mai abbastanza, non è solo il risultato di condizionamenti economici e materiali, è una scelta, ed è una scelta che non tutti fanno, che richiede tempo e forza, è una scommessa di emancipazione personale e, nel caso delle donne, di emancipazione di genere.

È stato ormai appurato, infatti, come a partire non siano coloro che si trovano nella più totale indigenza, bensì la parte più attiva della popolazione, quella che esprime maggiori bisogni sul piano politico, economico, sociale, culturale, nonché maggiori risorse personali.

Ho personalmente conosciuto, durante la mia esperienza lavorativa con donne straniere uscite dalla prostituzione coatta, una donna moldava di 38 anni che, con grande orgoglio e rabbia allo stesso tempo, mi ha confermato quanto difficile e doloroso sia intraprendere un viaggio che è in fondo un'incognita, sapendo cosa ci si lascia alle spalle ma non cosa si troverà, e quanto tutto ciò richieda grande forza d'animo e coraggio. Con estrema soddisfazione rivendicava tale atto difficile e coraggioso, che per lei aveva implicato un indebitamento necessario a pagare il viaggio e, soprattutto, la scelta di lasciare sua figlia ad altri parenti. Il suo orgoglio, però, era dato proprio dal sapere che tanti altri suoi connazionali non avevano avuto la stessa forza e capacità.

È fondamentale allora, per spiegare come mai non tutte le persone che condividono condizioni difficili di vita in paesi svantaggiati decidano sempre di emigrare, sottolineare che di fatto «ciò che orienta le pratiche sociali è la percezione che gli attori hanno delle proprie risorse e non una ipotetica e trasparente realtà oggettiva»[145].

Il sociologo S. Palidda sottolinea come:

 

«in tutta la storia delle migrazioni, che è la storia di tutte le società, alla migrante non è mai stato riconosciuto il motivo più importante della sua migrazione: l'aspirazione all'emancipazione non solo economica e sociale, ma politica nell'accezione più completa, ossia l'emancipazione da ogni subalternità, compresa, ovviamente, quella rispetto all'uomo. (…) La migrante si configura come un soggetto sociale "sovversivo" che nessuno vuole riconoscere, né la società di origine, né quella di arrivo»[146].

 

Tradizionalmente i flussi migratori sono stati analizzati come risultato degli squilibri tra i mercati del lavoro, come risposte meccaniche a fattori strutturali di carattere economico, sociale o politico, a cause "oggettive" ed esterne ai singoli percorsi migratori. È diffusa, nell'interpretazione dei flussi e delle loro cause, l'analisi degli stessi attraverso i condizionamenti esercitati dalle politiche e dalle economie nazionali e internazionali, ossia attraverso la presenza di fattori di spinta (push-factors) nei paesi di emigrazione e di fattori d'attrazione (pull-factors) nei paesi d'immigrazione.

Per molto tempo, inoltre, le donne coinvolte nelle migrazioni sono state presentate come oggetto passivo di cambiamenti sociali precedenti alle loro scelte, la loro migrazione è stata ricondotta all'emigrazione familiare (espressione che in realtà sta per emigrazione maschile) o a costrizioni di carattere prettamente economico.

Queste letture sono assolutamente reali e irrinunciabili, contengono innegabilmente degli elementi di verità, ma hanno anche il limite di concentrarsi maggiormente sui macro-processi, su analisi macro-sociologiche, trascurando l'apporto personale che ogni singolo migrante introduce nei movimenti migratori e che solo analisi qualitative possono valorizzare. È proprio questo apporto che invece va indagato, perché segna la differenza tra un migrante e l'altro, perché riscatta e libera le storie personali da letture omologanti e astratte.

Dal punto di vista delle traiettorie sociali e personali che le donne migranti producono, la decisione di emigrare non è più solo il risultato dei condizionamenti ambientali, ma diventa una "strategia di resistenza e di trasformazione"[147], segno di una forte capacità decisionale rispetto a se stesse e/o alle proprie famiglie. Sicuramente questo livello è il meno visibile, perché più difficile da far emergere in studi che devono anche essere quantitativi e macro-sociali, ma proprio per questo è quello che va ancora e sempre indagato, per non offuscare il senso e la potenzialità emancipatoria insiti nelle migrazioni femminili. Diversamente, le donne nella migrazione continueranno ad essere viste solo come vittime o oggetti passivi, riconducibili esclusivamente a una triplice immagine: «l'emigrazione come esclusivo prodotto delle costrizioni economiche, il loro ruolo secondario – di adattamento – nell'emigrazione familiare, e l'esperienza dell'emigrazione come esperienza fondamentalmente di oppressione e di nuove forme di subordinazione»[148], ancora di più nel caso delle donne migranti dedite alla prostituzione in Europa.

In realtà molte donne migranti, comprese quelle dedite alla prostituzione, realizzano o tentano di realizzare un processo di emancipazione che tocchi tutte le sfere della loro esistenza e forse sono disposte anche a rinunciare a una parte della loro autonomia, a una parte anche dei loro guadagni (quando hanno un "protettore" cui devono consegnare i soldi ricavati prostituendosi), in cambio di un'emancipazione personale e di un senso d'autonomia dal carattere più complesso e articolato. Questa estrema constatazione può risultare a uno sguardo esterno assurda e illogica, sembra impossibile riuscire a conciliare il lavoro di prostituta all'estero, per di più gestito da uomini senza scrupoli, con il senso di autonomia e di realizzazione personale, ma è quello che spesso emerge dalle voci di queste donne, che in un certo senso rivendicano di poter scegliere almeno dove e come essere "sfruttate".

Una donna albanese prostituta in Italia che, intervistata sul suo lavoro in Italia e sulla sua precedente vita in Albania, dichiara:

 

«Del resto, la prostituzione, sia chiaro, è stato un grande affare anche per noi donne albanesi. Infatti, da noi chi lavora in fabbrica, in una delle fabbriche che voi avete impiantato, guadagna centocinquantamila lire al mese. E una donna la metà. Dunque, per noi ragazze albanesi, fare la prostituta in Italia rappresenta una meta ambita»[149].

 

Per questo motivo è assolutamente necessario, prima di esprimere alcun giudizio, spogliarsi del proprio vissuto - individuale e collettivo - e delle proprie convinzioni e ascoltare le voci delle dirette interessate, così da ricostruire il "senso" che le stesse donne danno alla propria esperienza, il significato che loro attribuiscono alla parola "autonomia".

È fondamentale, per non privare ancora una volta queste donne della volontà e della capacità decisionale che invece esprimono, riconoscerle come "soggetti" attivamente integrati nel mercato mondiale del lavoro e nella "società globale" in generale, esattamente come tutti gli altri migranti. Si potrebbe dire che ogni migrante, infatti, ragiona e si comporta come un perfetto capitalista o imprenditore che viva nel mondo globalizzato, nel senso che investe tutto quello che ha (dai risparmi, al proprio corpo, alla propria intera esistenza), per cercare di realizzare un progetto alternativo di vita per sé e/o per la propria famiglia.

Mirta Da Pra Pocchiesa sottolinea bene questa realtà nel caso specifico delle donne che migrano: «Sono donne forti, determinate a cambiare il corso della loro vita che le vedrebbe condannate a subire povertà e miseria, oltre che (e non è un aspetto secondario) alla sudditanza dalle figure maschili: padre, fidanzato o marito che sia»[150].

Il fatto che ci siano dei processi riconosciuti ormai come consolidati, quali la mondializzazione economica, la divisione internazionale del lavoro, i movimenti migratori verso il mondo ricco, la gestione internazionale di tali movimenti da parte delle nuove mafie, le conseguenti condizioni di sudditanza cui i migranti sono costretti a sottostare, non deve offuscare il valore e l'importanza che negli stessi movimenti migratori assumono i singoli soggetti, con i loro progetti di libertà. Va sempre cercato e capito il senso con cui ciascun migrante affronta la propria migrazione, cioè tutta la realtà umana implicata nella scelta individuale di migrare. Le donne migranti con le loro traiettorie migratorie esprimono scelte di protagonismo e soggettivazione. Riprendendo le parole di Cristina Borderías, esito di ricerche e interviste dalla stessa condotte:

 

«le donne presentano se stesse come soggetti attivi della dinamica migratoria familiare - oltre che della loro emigrazione individuale - tanto nell'elaborazione dei progetti quanto nello sviluppo delle diverse strategie»[151].

 

Non è dunque il loro essere donne o l'essere prostitute a renderle deboli, ma il loro essere migranti in paesi che sempre più si chiudono ai movimenti migratori, incrementando il ricorso a canali d'ingresso illegali e spesso gestiti attraverso il ricatto e lo sfruttamento[152].

Il ricatto, lo sfruttamento e la tratta, che non coinvolgono tutta la prostituzione straniera ma solo una sua parte, trovano spazio e modo di diffusione soprattutto perché spesso risultano essere l'unica forma possibile di ingresso e soggiorno in Italia per persone che altrimenti non avrebbero altra speranza di poter attuare il proprio progetto migratorio. La criminalità organizzata che gestisce i movimenti migratori si presenta come un canale alternativo e parallelo a quelli concessi dagli stati nazionali, ad essa i migranti si rivolgono quando i canali regolari vengono loro preclusi. Le donne migranti non sfuggono a questo meccanismo ed è per questo che una parte di loro, una volta arrivata in Italia, si ritrova in una condizione di totale invisibilità giuridica e sociale, senza alcun diritto cui appellarsi, soggetta solo alle condizioni di traffico, ricatto e sfruttamento imposte dalle nuove mafie.

La principale causa del rischio di neo-schiavizzazione delle migranti è allora il proibizionismo delle politiche migratorie europee[153]. Riprendendo le parole di S. Palidda si può dire che:

 

«cercando nelle storie di vita delle migranti le loro vere aspirazioni ci si può accorgere che il lato oscuro della globalizzazione e del liberismo è proprio quel controllo sociale più o meno violento che nega, in particolare alle migranti, le possibilità di emancipazione effettiva come reale possibilità di muoversi liberamente»[154].

 

 

3.3. Le nuove politiche del controllo tra "globale" e "locale"

 

Proseguendo lungo la riflessione foucaultiana a proposito del controllo sociale e delle istituzioni investite del compito di realizzarlo, nonché lungo l'ipotesi di lettura della prostituzione straniera come specchio dell'attuale società globale, si può dire che, nella società globale, il controllo sociale che il potere tenta di attuare è altrettanto globale, è finalizzato ad assicurare non solo l'ordine nelle singole società nazionali, ma soprattutto il nuovo ordine/disordine mondiale.

Didier Bigo ci spiega che, nell'attuale "società globale",

 

«la governamentalità si transnazionalizza, e struttura delle reti di relazione tra le amministrazioni, tra gli "esecutivi" di ogni Stato, essa rafforza le amministrazioni che si occupano di sicurezza a discapito di quelle che si occupano del sociale, trasformando queste ultime in semplici ausiliarie della sicurezza»[155].

 

Si assiste, cioè, parallelamente allo sviluppo liberista a livello mondiale, a una gestione di carattere sempre più securitario e repressivo di fenomeni e problematiche che sono invece sociali, perché relativi al problema della giustizia sociale ed economica su scala planetaria. Le risorse destinate nella spesa pubblica alle politiche sociali hanno subito e continuano a subire forti tagli, a vantaggio, invece, dell'aumento di risorse destinate alla politica per la sicurezza.

 

«La concezione della sicurezza che si afferma col liberismo diventa quella di un sicuritarismo che si preoccupa meno di rassicurare le paure e le incertezze prodotte dallo sviluppo del nuovo assetto economico e sociale per assicurare, invece, un controllo sociale atto a imporre la subalternità a tale assetto»[156].

 

Si può dire che oggi il discorso sicuritario sull'immigrazione diviene, per usare le parole dello stesso Bigo, «una tecnologia politica, una modalità della governamentalità contemporanea»[157].

Da una parte vengono, allora, attuate politiche internazionali di criminalizzazione e repressione delle migrazioni, allo scopo di gestire il controllo sociale a livello mondiale; dall'altra ci sono le politiche migratorie nazionali, regionali e cittadine che si devono occupare del controllo a livello locale.

Nei confronti delle donne migranti e prostitute vige insieme una doppia scala di controllo: a livello delle politiche internazionali rientrano fra gli stranieri da controllare, sono migranti come tutti gli altri da gestire nella divisione internazionale del lavoro; a livello locale sono prostitute, "devianti" da cacciare o, al limite, da redimere.

La donna straniera che si prostituisce sulle strade delle metropoli europee, rendendo visibile il suo esserci (come donna, come immigrata e come prostituta), viene però ricondotta, dalle politiche locali, ad una duplice e obbligata lettura: è deviante e/o vittima. Su di lei il controllo può intervenire in modo repressivo, con pratiche di criminalizzazione e di esclusione, se la considera solo nel suo essere soggetto deviante; oppure può esprimersi attraverso il bisogno di redimere ed educare alla "normalità", che nelle logiche nazionali è anche una normalità culturale, se la considera un soggetto debole e incapace di adattarsi da solo al nuovo contesto d'insediamento. Molto più spesso il controllo che viene esercitato comprende entrambi gli aspetti e li alterna in base alle circostanze e alle necessità: in alcuni momenti reprime e vieta, in altri decide di aiutare e salvare.

I titolari di queste pratiche di controllo non sono solo le polizie nazionali e internazionali, con i loro interventi espressamente repressivi, ma anche tutti quei singoli e quei gruppi che lavorano nel campo degli interventi socio-culturali rivolti all'immigrazione. Non va trascurato neppure il ruolo di tutti quei soggetti - giornalisti, avvocati, magistrati, scienziati sociali - che agiscono sul corto-circuito di senso tra pratica e discorso: ciascuno deve continuamente interrogarsi sui propri discorsi e sulle conseguenze pratiche che attraverso essi possono innescarsi.

Le associazioni, le cooperative e gli operatori sociali che lavorano con le donne straniere che si prostituiscono (liberamente o perché oggetto di costrizioni e sfruttamento), devono sempre essere consapevoli che il potere demanda loro una funzione di controllo, anche se "leggero" : su donne che si prostituiscono, su donne migranti, ma anche indirettamente sui movimenti migratori nel loro insieme.

Dal tipo di riflessione teorica e di intervento operativo di cui i lavoratori sociali di questo contesto si dotano, dalla capacità di distanziamento critico che sono capaci di attuare rispetto alla politica e rispetto al proprio sapere e al proprio ruolo, dipende il senso del loro agire.

Il rischio è quello di ridursi a semplici esecutori delle decisioni della politica, vanificando così tutto il senso del lavoro sociale ed educativo; la scommessa è quella di produrre sostegno e accompagnamento, di rispondere alle reali volontà delle donne migranti, dando risonanza e forza alle loro aspettative di libertà e di autonomia.

Vanno, allora, sollecitate e praticate politiche capaci, da una parte, di ridurre sempre più il livello di ingiustizia e diseguaglianza su scala mondiale, dall'altra, di produrre inclusione nei paesi d'approdo e d'insediamento delle donne.

Nell'ambito delle politiche da perseguire a livello internazionale per rispondere al fenomeno del "traffico di donne" nella prostituzione, condivido e riporto la posizione espressa da Silvia Federici rispetto alle iniziative ad oggi costruite per criminalizzare tale "traffico", per penalizzare la violenza domestica e per produrre una legislazione internazionale contro ogni discriminazione sessuale:

 

«Per importanti che siano, queste iniziative appaiono limitate rispetto alla loro capacità di liberare le donne, in quanto non risalgono alle radici economiche degli abusi perpetrati contro di loro, non si confrontano con i piani del capitale internazionale, e non ci insegnano come si possono eliminare i dislivelli di potere che le attuali politiche economiche determinano tra le donne»[158].

 

La mia riflessione si concentrerà, però, su un altro aspetto, quello delle politiche e, soprattutto, degli interventi sociali da praticare, qui in Italia, rispetto al variegato mondo della prostituzione straniera, politiche che, prima che alla prostituzione in sé, devono guardare alla realtà dei movimenti migratori su scala mondiale, alle traiettorie di libertà ed emancipazione che le donne migranti esprimono, politiche che devono riconoscere diritti di esistenza e di cittadinanza sganciati dall'appartenenza nazionale.

Non ci sono altre scorciatoie possibili, solo riconoscendo nelle donne straniere prostitute/tuite dei soggetti migranti come tutti gli altri e nel loro progetto migratorio percorsi, in un certo senso, strategici di soggettivazione, sarà possibile dare visibilità alle persone e alle loro storie, alle donne migranti in quanto portatrici di aspirazioni emancipatorie personali, invece che a falsi e pericolosi cliché.

Riconoscere il portato emancipatorio delle migrazioni femminili, anche di quelle che confluiscono nel mercato del sesso e della prostituzione, vuol dire riconoscere le donne di queste migrazioni come soggetti forti e determinati a gestire direttamente il corso delle proprie vite, soggetti portatori di istanze di libertà e di autonomia, vuol dire sostenerle in questa loro scelta.

Una simile lettura, allora, deve spingere il pubblico e il privato sociale a predisporre interventi volti ad affiancare ed accompagnare (per usare un'espressione cara a Don Ciotti) le donne prostitute/tuite nei loro percorsi di autonomia e di realizzazione come soggetti, nei loro desideri di emancipazione sociale, anche nel loro desiderio di realizzare tutto ciò nella ricca Europa.

Con questo non si vuole affermare che si tratti sempre e solo di donne libere e che non esista la pratica criminale dello sfruttamento sessuale: sarebbe come voler negare una parte consistente della realtà. Tuttavia, anche dietro i casi di tratta e costrizione alla prostituzione, si cela sempre un originario desiderio di lasciare il proprio paese, il proprio mondo vitale, per esplorarne di nuovi e migliorare così la propria condizione e/o quella della propria famiglia. È il negato accesso ai paesi ricchi, il controllo poliziesco e militare alle frontiere, con la criminalizzazione e clandestinizzazione che ne consegue, a far sì che le stesse donne, private della possibilità di realizzare legalmente il proprio progetto, si rivolgano ai canali d'ingresso gestiti dalle organizzazioni criminali internazionali, di cui diventano facilmente vittime.

Dal punto di vista socio-educativo non ci si può rapportare a queste donne semplicemente pensandole come delle "povere vittime" da proteggere, salvare e liberare, come delle "marginali" da aiutare perché incapaci di farlo da sole. Un simile approccio produrrebbe solo nuove dipendenze, sebbene in nome della solidarietà piuttosto che dello sfruttamento. La priorità degli interventi sociali, del pubblico come del privato, deve consistere nel riconoscere ed assicurare sempre più spazi di libertà, nel sostenere percorsi di empowerment, nel creare qui ed ora le condizioni (economiche, giuridiche, lavorative, abitative, sociali, culturali) necessarie a una reale integrazione e partecipazione sociale dei migranti, che li veda titolari di diritti di esistenza e di cittadinanza ovunque abbiano deciso di vivere, perché solo se hanno dei diritti da rivendicare e cui appellarsi le persone possono sottrarsi a violenze, ricatti e sfruttamento.

 

 


4. Prostitute straniere: traiettorie in bilico tra costruzione di percorsi di autonomia e derive di assoggettamento e di sfruttamento

 

Nel presente capitolo si cercherà di analizzare la migrazione di donne che, nei paesi d'insediamento, si inseriscono, liberamente o perché costrette, nel settore della prostituzione e, in generale, del sex-business.

Prima, però, di addentrarci nella descrizione del fenomeno per come si presenta qui in Italia, è opportuno provare a collocarlo nel contesto dell'attuale "società globale", del sistema di dominazione vigente tra paesi ricchi e paesi poveri, delle politiche portate avanti dalle agenzie di governo internazionale, delle politiche migratorie dei paesi d'immigrazione.

 

 

4.1. La "funzione specchio" della prostituzione straniera nella società globale

 

La presenza di donne provenienti da altri paesi, con intensità diverse nel corso di questo decennio, e dedite all'attività prostitutiva, obbliga a interrogarsi almeno su due fronti: quello delle politiche migratorie e quello delle politiche nel campo della prostituzione, in sintesi obbliga a interrogarsi sul "pensiero di Stato".

Essendosi l'Italia allineata, con gli altri paesi europei di più vecchia immigrazione, su politiche di chiusura ai movimenti migratori in atto, ed essendo però tali movimenti migratori strutturali alla nuova economia mondiale e non facilmente contrastabili, accade che di fatto giungono nel nostro paese molti migranti, tra cui molte donne, costretti a vivere e lavorare in condizioni di clandestinità e di non diritto. 

La prostituzione straniera oggi, in Italia e in Europa, ha una funzione specchio[159] rispetto ai processi di mondializzazione in corso, che non sono solo relativi all'economia, ma coinvolgono anche aspetti della politica, del lavoro, della cultura, della comunicazione e diffusione delle informazioni, degli stessi stili di vita.

La prostituzione di donne migranti, da una parte, esprime la volontà e la capacità di molte donne, che aspirano al benessere e allo stile di vita occidentali, di pensarsi e muoversi da soggetti attivi nel mercato del lavoro internazionale, dall'altra, quando è soggetta a violenza e sfruttamento, riflette e ripropone nei nostri paesi squilibri, ingiustizie e sfruttamenti precedenti alla stessa emigrazione e presenti su scala mondiale.

Paola Monzini è molto chiara al riguardo:

 

«In generale, la migrazione "al femminile" si dimostra più vulnerabile ed esposta ai rischi di raggiro rispetto a quella maschile non perché le donne siano più deboli o "credulone" per natura, ma perché il mercato del lavoro internazionale offre loro scarse opportunità: riproduce infatti, in modo a volte deformato e spesso ingigantito, la discriminazione di genere che queste già avevano incontrato nei loro paesi di origine»[160].

 

La prostituzione straniera forzata e sfruttata è lo specchio di disuguaglianze e squilibri precedenti ad ogni sfruttamento dei migranti nei nostri paesi, di un sistema-mondo in cui i soggetti esclusi dalla ricchezza e dal benessere vivono già lo sfruttamento nei propri paesi e nelle proprie economie assoggettate a quelle dominanti, è il prodotto e l'espressione di un sistema di dominazione internazionale materiale e simbolica.

Quello che noi denunciamo qui in Europa come uno sfruttamento inaccettabile e che, nel caso delle donne migranti  prostitute/tuite, viene attribuito alla violenza e brutalità delle organizzazioni criminali e del mondo della prostituzione, è uno sfruttamento che, invece, queste donne vivevano già (spesso sottopagate in fabbriche aperte nei loro paesi da imprenditori europei integrati nel sistema della globalizzazione dei profitti), semplicemente non era visibile o non lo si voleva vedere dai nostri paesi ricchi, almeno finché non sono comparse sulle strade delle nostre metropoli  le prostitute straniere.

Se la prostituzione straniera può avere oggi la funzione di riflettere lo stato attuale delle politiche portate avanti dalle agenzie di governo internazionali (Fmi, Bm, Wto), degli equilibri/squilibri mondiali nella nuova divisione internazionale del lavoro (Ndil),[161] della nuova economia mondiale, come anche le aspirazioni alla libertà di milioni di donne nel mondo, attraverso essa e le forme che assume nei paesi ricchi è possibile capire quali sono le nuove esclusioni praticate a livello internazionale e come si riproducano in altrettante forme di esclusione qui in Europa. Intendo dire che la funzione specchio della prostituzione straniera oggi consiste nella sua capacità di riflettere e svelare l'intero sistema (economico, politico, sociale, culturale, morale) in cui essa si colloca, che è quello di una "società globale", stratificata e gerarchizzata ormai su scala mondiale.

Le politiche finalizzate a prevenire fenomeni di sfruttamento, tratta e limitazione delle libertà personali dovranno tendere, a livello mondiale, a una più equa distribuzione della ricchezza e al riconoscimento della libertà di movimento delle persone; mentre a livello locale dovranno tendere ad attuare interventi di carattere sociale, piuttosto che  repressivo, in vista di un continuo allargamento dei diritti: dal diritto di scegliere in che parte del mondo vivere, a diritti di cittadinanza universali e sganciati dall'appartenenza nazionale, fino al diritto di prostituirsi se lo si è scelto.

 

 

4.2. Il fenomeno in Italia

 

La presenza migrante femminile in Italia emerge con forza anche nel mondo della prostituzione e diventa evidente a partire dalla fine degli anni '80, pur essendo presente già da circa un decennio.

La spiegazione di questo fenomeno va rinvenuta in una molteplicità di cause e ragioni, già esposte, alcune di carattere macro- sociale, altre di carattere micro-sociale. Ma le spiegazioni sino ad ora individuate fanno riferimento alle motivazioni che determinano l'offerta mercenaria, non spiegano il motivo per cui tale offerta abbia trovato modalità tanto varie e diversificate di sviluppo. Si tratta di un cambiamento che non interessa solo l'offerta, quanto la domanda[162], rispetto alla quale non sono irrilevanti una visione consumistica del sesso e del corpo femminile ridotti a merce (visione che la cultura dominante, la pubblicità, i mass media continuamente alimentano), un certo gusto maschile per l'"esotico" (confermato anche dal boom del "turismo sessuale"), per modelli di donna che si immaginano più docili e consenzienti, per ragazze molto giovani (spesso minorenni) che, erroneamente, si pensa siano meno a rischio di AIDS e di malattie sessualmente trasmissibili[163], nonché una rappresentazione sociale della donna straniera spesso intrisa di sessismo e razzismo insieme[164].

Nel caso delle donne africane, ad esempio, non è esagerato dire che «nell'iconografia razzista/sessista la sessualità delle nere è stata rappresentata come più libera e liberata»[165], sinonimo di sensualità selvaggia e animalesca, comunque come una sessualità abnorme.

S. Palidda, in un articolo, sottolinea la presenza di uno stereotipo diffuso nelle società d'immigrazione che esalta «le capacità sessuali dei "popoli meno sviluppati" ("più vicini alle bestie") [come] superiori a quelli dei popoli civilizzati»[166].

Nelle rappresentazioni sociali dominanti, poi, tali stereotipi sembrano trovare conferma nella presenza, - dunque nella visibilità -, sulle strade delle nostre città, di donne migranti che si prostituiscono, generando un circolo vizioso che sembra concludersi con l'associazione, altrettanto razzista e sessista, tra donna straniera e prostituta.[167]

Nel presente lavoro, tuttavia, non mi soffermerò sull'analisi della produzione e diffusione di tali pericolosi stereotipi e delle pratiche discriminanti che possono da essi generarsi, per la complessità dell'argomento che meriterebbe una trattazione a parte.

Partirò direttamente dalla constatazione dell'esistenza in Italia del fenomeno prostitutivo delle donne migranti, in particolare all'interno di alcuni gruppi nazionali, e cercherò brevemente di descrivere le modalità con cui avviene l'ingresso di queste donne in Italia e nel mercato della prostituzione.

Per evitare facili discorsi catastrofistici ed allarmanti rispetto alle dimensioni del fenomeno e al grado di sfruttamento e coercizione che comporta, è necessario attenersi alle indagini sociologiche fino ad oggi svolte.

Da un'indagine conoscitiva sulla prostituzione in Italia, approvata dalla commissione Affari sociali della Camera nel 1999, risultano coinvolte nel mondo della prostituzione 50-70.000 persone, di cui 15.000-19.000 sulla strada; le immigrate sarebbero intorno alle 20.000 unità, rispetto alle quali la "tratta" vera e propria riguarderebbe 1.500-2.200 donne (1.100-1.400 secondo le stime del Parsec aggiornate per il 1998)[168].

 

 

4.3. Le fasi d'ingresso delle donne migranti prostitute/tuite

 

In questi anni studi e ricerche accreditate hanno ripercorso a grandi linee la comparsa e l'evoluzione della presenza di donne migranti nel mercato italiano della prostituzione, individuando, a partire dai primi anni novanta, varie fasi d'ingresso, diverse per la differente nazionalità d'origine delle donne, nonché per il tipo di organizzazione che sottende il viaggio e l'attività prostitutiva.

La prima fase si ha nel biennio 1989/90 ed è meno definibile per la nazionalità delle donne, trattandosi di provenienze miste, anche se prevalgono gli arrivi dall'Europa dell'Est. Essa coincide, in parte, con alcuni avvenimenti storici che hanno coinvolto quest'area europea: la caduta del Muro di Berlino, la guerra nell'ex Jugoslavia, l'emanazione in Italia della legge n. 39/90 o "Legge Martelli" che, per la prima volta, propone una regolamentazione dei processi migratori.

La seconda fase, individuabile nel biennio 1991/92, è caratterizzata dall'arrivo di donne provenienti dalla Nigeria e, in misura minore, dal Perù e dalla Colombia, fornite di visto turistico concesso dalle ambasciate italiane, in alcuni casi trafficate, raggirate e/o costrette.

La terza fase, individuabile negli anni 1993/94, è quella in cui si fa evidente la presenza di donne albanesi provenienti dalle grandi città, spesso entrate in Italia clandestinamente, quasi sempre accompagnate e/o raggirate da parenti maschi o fidanzati che ne gestiscono il viaggio, l'attività prostitutiva e, quasi sempre, anche i guadagni.

La quarta fase si colloca tra il 1995 e il 1996, in concomitanza anche con l'emanazione del "Decreto Dini", e si distingue dalle altre non tanto per la provenienza nazionale delle donne (per la maggior parte ancora nigeriane e albanesi), quanto per il loro maggiore grado di consapevolezza e consenso rispetto al lavoro che faranno in Italia, pur non immaginando le condizioni di illibertà e sfruttamento cui saranno costrette. Inoltre si delinea una provenienza delle donne non più solo dai grandi centri urbani,  ma anche dai villaggi rurali più interni.

Tra il 1996 e il 1998 si assiste all'apertura di ulteriori canali d'ingresso, in particolare emerge la presenza di donne provenienti dai paesi dell'Est europeo e dall'ex Unione Sovietica (Ungheria, Bulgaria, Ucraina, Romania, Russia, Polonia, Repubblica Ceca), donne che, pur affidandosi a volte alle organizzazioni illegali che gestiscono gli ingressi dei migranti in Europa, si distinguono per il fatto di arrivare da sole e di essere più autonome.

Al di là di queste differenze, la comparsa delle donne migranti nel mercato del sesso rompe tutti i precedenti equilibri, in particolare va a trasformare lo scenario della prostituzione, nel senso che determina un ritorno del fenomeno sulla strada, dopo un periodo in cui la prostituzione non era stata più percepita come socialmente problematica, avendo le prostitute italiane scelto luoghi più sicuri e meno visibili dove lavorare. Si assiste a una profonda trasformazione quantitativa e qualitativa dell'offerta di sesso a pagamento, all'aumento della concorrenza, alla corsa al ribasso dei prezzi (differenziati anche sulla base della nazionalità delle donne), all'allentarsi delle condizioni di sicurezza personale per le donne che esercitano sulla strada.

Mentre le italiane, grazie anche alle conquiste dei lavoratori del sesso negli anni '80, esercitano l'attività in modo ormai libero e protetto (in appartamento, in alberghi o in pensioni, in istituti di bellezza, ecc.), senza dover dipendere da un protettore, ricavandone anche alti guadagni, sulla strada restano i soggetti meno garantiti e con minore potere contrattuale (tossicodipendenti, transessuali, travestiti e soprattutto donne migranti). Con ciò non si vuol dire che la prostituzione di donne migranti sia solo ed esclusivamente di strada, essa presenta - esattamente come quella italiana - diverse tipologie e diversi gradi di libertà o non-libertà. Semplicemente la strada, per via della maggiore visibilità che comporta, è lo spazio in cui la presenza di donne straniere si manifesta prima e più chiaramente, determinando anche la percezione sociale del fenomeno come  problema nuovo e urgente da affrontare. Sembra che la prostituzione femminile assuma ormai una doppia tendenza non solo in Italia, ma a livello mondiale: da una parte una crescente specializzazione e "professionalizzazione" delle donne inserite nelle fasce superiori del mercato (solitamente donne autoctone o straniere ben integrate socialmente); dall'altra una crescita numerica delle donne inserite nella fascia più popolare ed economica dello stesso mercato (quasi sempre donne straniere di recente immigrazione, poco integrate nel tessuto sociale e prive di permesso di soggiorno).

Questa tendenza non va, però, assolutizzata, soprattutto non deve indurre a pensare che vi sia una divisione netta tra donne autoctone, che lavorano al chiuso, e donne straniere, che lavorano sulla strada. La presenza femminile straniera nel mercato del sesso è, in realtà, molto più complessa e differenziata. 

 

 

4.4. Tipologie possibili di prostituzione e relativa molteplicità delle possibili dinamiche relazionali donne/protettori

 

Una ricerca condotta dal Parsec e dall'Università di Firenze ha individuato almeno tre grandi tipologie di prostituzione straniera[169]:

-            quella esercitata dalle "squillo", che svolgono la loro attività all'interno di appartamenti privati;

-            la "prostituzione mascherata", esercitata in locali pubblici o privati e mascherata, appunto, dietro altre attività lecite (entraîneuse, ballerine, attrici porno, spogliarelliste, estetiste, massaggiatrici);

-            la prostituzione di strada o delle "passeggiatrici".

 

Le "squillo" sono donne che godono di una notevole autonomia decisionale; se hanno un protettore, questi riveste solo un ruolo amicale e non conflittuale. In questo gruppo prevalgono, oltre alle italiane, le donne polacche, russe, colombiane, argentine.

Le donne inserite nel mercato della "prostituzione mascherata" sono anch'esse quasi sempre autonome e consenzienti, spesso entrate in Italia regolarmente con un permesso di lavoro per professionisti dello spettacolo, italiane a parte, generalmente provengono dall'Est europeo, dal Brasile, dalla Colombia e dalle Filippine.

Le "passeggiatrici", invece, svolgono l'attività prostitutiva in strada, quasi sempre sotto il controllo di protettori/sfruttatori e presentano gradi variabili di costrizione e sfruttamento: alcune - soprattutto le latino-americane e le donne dell'Est, cioè mediamente le più adulte - riescono ad esercitare nel tempo, di solito dopo aver estinto il debito contratto, una certa capacità negoziale con i protettori che le porta progressivamente a sganciarsi dagli stessi e a decidere se abbandonare la prostituzione, praticarla in modo indipendente o praticarla protette da un compagno o amico ; altre donne - in particolare le albanesi e le nigeriane - subiscono fortemente il controllo dei protettori e hanno scarsi spazi di negoziazione con gli stessi[170].

Al di là di queste tendenziali differenze tra i diversi collettivi nazionali, va detto però che le dinamiche tra protettori e donne non sono statiche e definitive, bensì tendono a modificarsi col passare del tempo, pur permanendo un rapporto di dipendenza a sfavore delle donne.

In tutta la prostituzione controllata da terzi in generale, non solo in quella straniera, i rapporti di potere tra la prostituta e il partito terzo possono essere molteplici:

 

«Ciò vuol dire che c'è un continuum all'interno della prostituzione controllata da terzi, per ciò che riguarda le libertà formali che le prostitute esercitano sulla propria persona, ed anche che esiste una variabilità all'interno della prostituzione per ciò che riguarda il livello ed il grado in cui le prostitute sono soggette al potere personalistico di terzi. Alcune prostitute sono direttamente forzate a particolari generi di transazioni e ad un dato ritmo di lavoro da uno o più individui, altre no»[171].

 

Accanto a tale varietà nel tipo di relazione tra prostituta e sfruttatore non vanno trascurate altre forme di dominio che, pur non dipendendo da uno sfruttamento esercitato direttamente dal terzo sulla donna, tuttavia condizionano la libertà di scelta della stessa rispetto all'attività prostitutiva, quali la necessità economica, il contesto socio-culturale di provenienza, la condizione giuridica. Quando in una società si accetta l'esistenza di particolari categorie di persone cui non è riconosciuta la piena soggettività giuridica, l'accesso alle politiche sociali ordinarie, insomma il godimento di pieni diritti civili, sociali e politici, si accetta anche la loro conseguente vulnerabilità sociale. Le variabili che contribuiscono ad alimentare lo sfruttamento sessuale delle donne migranti non sono esclusivamente quelle relative al rapporto diretto tra donna e sfruttatore, ma riguardano anche, se non prioritariamente, la sfera dei diritti soggettivi riconosciuti alle protagoniste. Le donne straniere prostitute/tuite devono prima di tutto essere riconosciute come cittadine delle nostra società, affinché godano davvero di una completa agibilità sociale, anche perché dimostrano, nonostante tutti i condizionamenti cui sono costrette, di riuscire comunque a ritagliarsi spazi di autonomia, più o meno evidenti, nella relazione con il protettore.

Il sociologo Francesco Carchedi sostiene che:

 

«la coercizione non assume mai un carattere assoluto, in quanto la ragazza riesce col tempo a ritagliarsi discreti margini di agibilità socio-esistenziali, seppur minimi e stringati. Questo aspetto assume particolare significatività perché può attivare - da parte delle ragazze (o per interventi esterni) - processi di mobilità verticale, sia in senso ascensionale che discensionale, in termini di acquisizione di maggior/minor coercizione/autonomia»[172].

 

Tra il polo rappresentato dalla tratta, cioè da condizioni di violenza e sfruttamento estremi, e quello rappresentato dalla completa autonomia della donna (autonomia a volte successiva anche a un'esperienza di tratta), si collocano molte altre sfaccettature possibili all'interno del rapporto prostituzionale donna/protettore relativamente alle modalità dell'attività prostitutiva. Inoltre le stesse gradazioni di coercizione/autonomia possono attraversare il vissuto prostituzionale di una stessa donna.

Dalle ricerche, insomma, emerge un mondo variegato e complesso, in cui sono molto più frequenti tipologie miste di prostituzione e modalità e livelli di autonomia differenti (sia da una donna all'altra, sia nell'arco della storia prostituzionale di una stessa donna). Più precisamente si è visto che, tendenzialmente, alle aree di provenienza e al grado di "anzianità di servizio" delle donne, corrispondono altrettante differenze relativamente al tipo di controllo, alla relazione tra la donna e lo/gli sfruttatore/i, all'organizzazione del lavoro e della vita quotidiana, ai tempi e alle possibilità di affrancamento, al denaro eventualmente percepito.

 

 

4.5. Definizione e riflessioni sulla "tratta degli esseri umani"

 

Tutte le ricerche fino ad ora realizzate concordano sulla non coincidenza tra prostituzione straniera e tratta di esseri umani.

A partire da questa constatazione, una delle prime esigenze che si è sentita da parte dei governi e dei soggetti che si occupano di capire e gestire il fenomeno, è stata proprio quella di trovare una definizione univoca della tratta, accettata in tutta l'Unione Europea.

Il Parlamento Europeo nella "Risoluzione sulla tratta degli esseri umani", approvata nel 1996, ha definito la tratta:

 

«l'atto illegale di chi, direttamente o indirettamente, favorisce l'entrata o il soggiorno di un cittadino proveniente da un paese terzo ai fini del suo sfruttamento utilizzando l'inganno o qualunque altra forma di costrizione o abusando di una situazione di vulnerabilità o di incertezza amministrativa».

 

Successivamente anche la Convenzione Onu sulla criminalità organizzata ha ampliato il concetto di “traffico” fino a comprendere quello degli esseri umani, definendolo nell'art. 3 ai commi a, b, c, d, come:

 

«il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggiamento forzato, attraverso la costrizione o uso della forza o di qualsiasi altra forma di coercizione o trattenimento coatto (…) sfruttando la condizione di vulnerabilità degli interessati (…) allo scopo di acquisire vantaggi economici e il controllo su altre persone (…) a scopo di sfruttamento (…) della prostituzione o di altre forme di sfruttamento sessuale (…) lavoro forzato o servizi, schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, servitù e rimozione degli organi» [173].

 

Nel corso degli anni gli esperti del settore hanno precisato, ulteriormente, gli elementi discriminanti in presenza dei quali si può parlare di tratta: trasporto forzato delle vittime (uomini o donne, maggiorenni o minorenni), violenza, minaccia, inganno, sfruttamento (non necessariamente sessuale). La tratta prevede la traduzione forzata e lo sradicamento dal paese d'origine, la riduzione della libertà dei soggetti attraverso forme di coercizione violenta, la riduzione ad una condizione assimilabile alla schiavitù. Questi elementi possono anche non essere da subito presenti e percepibili dal migrante, nel senso che possono intervenire dall'inizio del viaggio oppure solo nelle fasi successive all'arrivo (in questi casi, la maggior parte, c'era un iniziale consenso al viaggio), oltre al fatto che possono avere durata variabile[174].

La scelta non casuale di parlare di "tratta di esseri umani", e non soltanto di donne e sfruttamento sessuale, è importante per almeno due ragioni: la prima è che si tratta di un business legato al trasporto di tutti i migranti che non hanno accesso ai canali d'ingresso regolare e finalizzato ad un'ampia gamma di attività illecite (lavoro nero, schiavitù domestica, accattonaggio), non solo alla prostituzione, un business che, in un contesto globale di liberalismo economico e di politiche di stop ai flussi migratori, è  divenuto campo specializzato della malavita organizzata; la seconda ragione è di ordine etico e simbolico, in quanto, parlare solo di traffico di donne può alimentare falsi e discriminanti stereotipi di genere, soprattutto può indurre a pensare che la causa della tratta stia in una maggiore vulnerabilità delle donne per via della loro corporeità e/o sessualità[175].

La stessa presenza di particolari gruppi nazionali femminili (albanesi, nigeriane e donne dell'Est dell'Europa nel caso dell'Italia) all'interno del vasto scenario del sex-business, non va attribuita a caratteristiche "naturali" o propensioni specifiche di queste nazionalità, bensì alla specializzazione che i gruppi criminali hanno negli anni acquisito e al relativo consolidamento di specifici settori illegali per determinati gruppi nazionali, in base alle caratteristiche sia del paese di provenienza, sia di quello di destinazione.

Va detto anche che l'ultima ulteriore differenziazione che è stata chiarita, già accreditata presso gli organismi internazionali, è tra il traffico finalizzato all'ingresso illegale e clandestino di persone, detto smuggling, ed il traffico finalizzato allo sfruttamento successivo del migrante nel paese di destinazione, cioè la tratta o trafficking.

 

 

4.6. Le donne nella tratta: aspirazioni emancipatorie negate

 

Molte tra le ricerche consultate hanno cercato di definire se esistono e quali sono le eventuali caratteristiche socio-demografiche delle donne ‘trafficate’. Secondo i risultati, si tratta in maggioranza, anche se non esclusivamente, di donne nubili. L'età risulta piuttosto variabile, anche in relazione alla nazionalità: le più giovani sono soprattutto le albanesi e le nigeriane (tra queste prevale la fascia d'età dai 14 ai 18 anni, ma ci sono anche donne tra i 19 e i 24 anni); le più adulte, invece, si rinvengono nei collettivi provenienti dall'Europa dell'Est e dall'America-Latina (dai 24 ai 30 anni). Il grado di scolarizzazione che presentano è di livello medio (almeno 10 anni di frequenza scolastica), con distinzioni anche qui dovute alla nazionalità, alla provenienza urbana o rurale, all'età. Tra le nigeriane, quelle arrivate negli anni '90 presentavano un buon grado di scolarizzazione, mentre quelle arrivate più di recente, provenienti dalle zone rurali e di età compresa tra i 15 e i 20 anni, sono poco o per niente secolarizzate. Tra le donne albanesi si registrano livelli medio-alti e alti, pur con le suddette differenze tra città e campagna. Tra i gruppi di donne dell'Est europeo e dell'America-Latina, di provenienza quasi sempre urbana, si riscontrano titoli di studio medio-alti, con una consistente presenza di laureate[176].

Si tratta di stime che ci informano sulla media dei casi rilevati, ma va ricordato che le differenze suddette attraversano trasversalmente tutti i gruppi nazionali.

Il primo contatto con le donne nei paesi d'origine può avvenire in diversi modi e attraverso più canali, in relazione anche ai gruppi nazionali d'appartenenza, alla tipologia prevalente della catena migratoria, al tipo di organizzazione che gestisce il viaggio e il successivo inserimento in Italia.

I canali più frequenti risultano essere: annunci di agenzie che offrono lavoro all'estero; finte agenzie matrimoniali; proposte di lavoro molto ben retribuite da parte di conoscenti; coinvolgimento sentimentale delle donne con pseudo-fidanzati; vendita della donna da parte della famiglia spinta dal bisogno economico; rapimento.

Si riscontra, dunque, una certa varietà nelle modalità di reclutamento, con una prevalenza, ad eccezione dei casi di vendita da parte dei familiari o di rapimento, di canali che richiedono preliminarmente una scelta consapevole ed esplicita della donna per l'emigrazione, un progetto personale ed intenzionale di cambiamento e di promozione di sé in un paese che offra maggiori opportunità di vita. Una prova è data dal fatto che, molte di queste donne, spesso per partire hanno investito tutti i loro risparmi o hanno personalmente contratto grossi debiti con gli organizzatori del viaggio.

È quasi sempre dopo la partenza che gli stessi organizzatori del viaggio si rivelano nelle loro effettive intenzioni di sfruttamento economico e riducono l'originaria spinta emancipatoria delle donne a una condizione di assoggettamento più o meno grave. Tale assoggettamento viene realizzato ricorrendo alla maturazione di un debito da risarcire, all'esercizio della violenza, a minacce di ritorsioni di vario genere, al ricatto cui la condizione di clandestinità sottopone le donne, alla confisca dei documenti nel caso ne siano provviste.

Le attuali stime relative ai casi di prostituzione da tratta in Italia oscillano tra 1.100 e 1.400 unità (il 7-8% di tutta la prostituzione straniera, di strada e al chiuso, maschile e femminile) e, tra le donne trafficate, le più numerose sembrano provenire dall'Albania e dalla Nigeria[177]. Tuttavia i due collettivi di donne si differenziano rispetto alle modalità di contatto e di ingaggio, al tipo di "contratto" e di debito da risarcire, alle forme di ricatto, di sfruttamento ed assoggettamento, di esercizio della professione, nonché alle modalità di fuoriuscita dalla prostituzione coatta.

 

 

4.7. La prostituzione di donne nigeriane, albanesi e dell'Europa dell'Est

 

Uno dei primi collettivi arrivati in Italia è stato quello delle donne nigeriane. L'organizzazione sui cui regge la loro prostituzione sembra essere composta in gran parte da figure e reti amicali e/o parentali prettamente femminili.[178]

Nelle modalità di aggancio e di gestione della prostituzione, infatti, ha un ruolo fondamentale una figura femminile assente negli altri gruppi nazionali: la madame o maman-loa (traducibile con "sacerdotessa"). La madame svolge da intermediaria tra le donne e l'organizzazione che gestisce il viaggio, ha il compito di contattare le donne già disposte ad emigrare o di convincere quelle considerate più adatte. Anche dopo l'espatrio continua ad essere il loro punto di riferimento in Nigeria, cui mandare i soldi in saldo del debito contratto, nonché quelli destinati alla famiglia, soldi da cui, ovviamente, la madame trattiene una cospicua parte per sé. Le donne che decidono di partire firmano un contratto con il quale si impegnano a restituire i soldi anticipati dall'organizzazione oppure - è il caso delle ragazze provenienti dai villaggi interni - prendono lo stesso impegno attraverso giuramenti e pratiche tradizionali legate ai riti vudu, causa di forte subordinazione psicologica per quasi tutte le protagoniste. Si può affermare che si tratta di donne che manifestano un consenso iniziale, almeno rispetto all'emigrazione, spesso anche relativamente all'attività prostitutiva da praticare in Italia.

Una volta arrivate, solitamente con visti turistici e passaporti ottenuti grazie a funzionari corrotti, le donne trovano un'altra donna che chiamano sempre madame e che ha il ruolo di organizzare e controllare gruppi di 10-15 donne, di riscuotere i loro guadagni lasciando loro solo piccole somme per le spese correnti, di gestire la vita in casa e le relative spese (a lei ogni ragazza deve pagare il vitto, l'alloggio, i vestiti e il posto sulla strada o joint). A sua volta la madame deve pagare i "corrieri" di denaro tra la Nigeria e l'Italia e i "protettori", uomini nigeriani che controllano a distanza le donne, intervenendo solo in caso di rivalità con bande rivali.

Per molte donne è questo il momento in cui scoprono di doversi prostituire, ma per la maggior parte l'attività che avrebbero svolto era già nota, quello che scoprono è l'entità del debito (che oggi arriva anche fino a 100-120 milioni di vecchie lire) e la condizione di subordinazione cui devono sottostare finché non riescono a estinguerlo.

Oltre al debito - per la cui estinzione passano in media due o tre anni - e al vudu, altre modalità di controllo e assoggettamento sono il sequestro dei documenti, la minaccia di ritorsioni ai parenti in Nigeria, il ricorso alla violenza fisica, il ricatto di far sapere alla famiglia del lavoro svolto in Italia.[179] A tutto ciò va aggiunto l'isolamento cui sono costrette, in parte dalla scarsa conoscenza della lingua, ma soprattutto perché la madame impedisce loro di formarsi amicizie e legami con persone italiane.

Estinto il debito molte smettono di prostituirsi e cercano di trovare altri lavori, molte altre, sia per la difficoltà ad essere accettate in altri settori lavorativi, sia perché attratte dal guadagno facile ed elevato e perché ormai formate dalla socializzazione specifica che la prostituzione comporta, diventano a loro volta madame di proprie connazionali o continuano a fare le prostitute autonomamente.

Una donna intervistata, ad esempio, confessa che, pur avendo una madame che la controlla, sta cercando di crearsi di nascosto una clientela di fiducia per quando avrà estinto tutto il debito[180]. Altri casi riguardano donne che, estinto il debito, si organizzano tra di loro e continuano a prostituirsi in casa, senza che nessuna diventi la madame delle altre, ma mantenendo ciascuna la propria autonomia[181].

In media sono donne con una buona scolarizzazione, spesso anche laureate, con un passato di inurbamento, di solito nelle periferie di Lagos o Benin City; altre più giovani provengono dai piccoli villaggi. Sono donne che hanno maturato progetti di cambiamento per se stesse e da cui dipendono intere famiglie rimaste in patria, quasi tutte sanno di doversi prostituire[182], ma non che saranno vendute e che finiranno nelle maglie di uno sfruttamento difficile da contrastare.

Come loro stesse confermano, «a spingerle sono il bisogno economico, la mancanza di prospettive, la condizione di inferiorità della donna ed il mito dell'Europa. (…) Hanno provato a sostituire i valori tradizionali, che non le convincono più, con quelli "moderni" del "benessere", del consumismo, delle possibilità del business, dell'emancipazione offerta dall'Europa»[183].

Molte delle donne nigeriane emigrano spinte dal desiderio di costituirsi un capitale con cui, tornate in patria, poter comperare una casa o avviare un'attività professionale più stabile.

Non vanno trascurate tutte le suddette motivazioni, spesso di carattere soggettivo, se si vuole cercare di capire l'origine di questa particolare migrazione.

A queste analisi va poi accompagnata quella delle condizioni sociali, culturali ed economiche presenti oggi in Nigeria rispetto al passato. In particolare, sembra essere stata fondamentale la crisi economica del paese nel far sì che molte donne nigeriane con figli da crescere emigrassero negli anni '90 per venire a prostituirsi in Italia. Secondo la testimonianza di una protagonista, la scelta per l'Italia è stata forse determinata dal fatto che «in Nigeria c'erano dirigenti e dipendenti di grandi industrie del Nord Italia, e specialmente di Torino, che si prendevano in casa come cameriere le donne nigeriane; poi qualcuno se le è portate via quando è tornato in Italia, e queste serve emigrate hanno poi fatto venire qui qualche loro amica o parente, e così via…»[184].

Dai pochi studi rinvenuti sull'Africa risulta essersi sviluppata nel Benin una prostituzione giovanile, fatto sociale assolutamente nuovo, attribuibile a fenomeni quali la monetarizzazione dei rapporti sociali, la rottura delle solidarietà tradizionali e l'urbanizzazione[185].

 

L'altro gruppo nazionale femminile presente in Italia e dedito alla prostituzione è quello albanese. La costante del gruppo albanese è data dal fatto che i primi contatti avvengono all'interno di reti amicali e/o parentali, con approcci di tipo affettivo-sentimentale. La casistica è ampia e va da ragazze sedotte e imbrogliate, a ragazze vendute dai genitori, ad altre rapite, ad altre che partono autonomamente con i documenti in regola ma che poi in Italia finiscono nel giro dello sfruttamento, ad altre consapevoli e consenzienti, di solito già prostitute in Albania, che però si affidano alla protezione di un uomo[186]. Quasi sempre la relazione prostituzionale in cui restano invischiate implica una relazione di coppia con il protettore. Questa caratteristica, che non emerge per altri gruppi di donne, è anche il fulcro su cui poi si va a consolidare il rapporto di dipendenza psicologica delle ragazze, che hanno difficoltà a denunciare o lasciare un protettore che percepiscono anche come fidanzato. Di rado sono consapevoli di quello che faranno in Italia, spesso vengono vendute dalla famiglia o spinte da mariti che si trasformano in protettori o ancora da pseudo-fidanzati, che promettono loro di sposarle appena giunti in Italia e di assicurare loro una vita migliore. Sono di solito ragazze molto giovani, spesso minorenni, anche per questo dotate di minore autonomia e capacità negoziale. Tra il momento della partenza e quello dell'arrivo in Italia, inoltre, sono oggetto di ripetute vendite, attraverso le quali passano da un protettore all'altro, ciascuno intenzionato a recuperare la somma pagata per acquistare la donna sfruttandola a sua volta. Gli sfruttatori albanesi, sempre più spesso, comprano e gestiscono anche donne di altre nazionalità, solitamente provenienti dai paesi dell'Est (Romania, Moldavia, Ucraina e Russia), che, pur essendo partite per scelta attraverso il contatto con amici e/o agenzie, uscite dai loro paesi possono scoprire di essere state vendute e di essere ormai "merci" nelle mani di organizzazioni particolarmente violente. Tale violenza, unita all'esperienza di vedersi vendute da un uomo all'altro, è l'inizio dell'avvilimento psicologico per le donne e dell'annientamento - in realtà mai totale - della loro volontà.

I protettori sono piccoli delinquenti, spesso giovani, particolarmente violenti, accecati dal guadagno facile e veloce, anche a costo di sfruttare  ragazze che erano state amiche o compagne di scuola, o che vivevano nel loro stesso villaggio in Albania. Si organizzano in clan familiari e mantengono le donne in uno stato di soggezione e assoggettamento attraverso diversi strumenti: l'uso della forza e della violenza, il ricatto psicologico-sentimentale, il ricorso a minacce e ritorsioni nei confronti della famiglia rimasta in patria, la minaccia di dire alla famiglia del lavoro svolto dalla donna (cosa che comporterebbe la definitiva esclusione sociale della stessa in Albania e l'impossibilità a farvi ritorno). Inoltre i protettori controllano le donne in ogni momento della giornata, le costringono a vivere in condizioni di segregazione e di totale isolamento sociale, le privano dei documenti nel caso ne siano fornite, decidono il tratto di strada in cui devono lavorare, si appropriano di tutti i loro guadagni, tranne quando la donna ha la capacità di negoziare degli accordi diversi. Sono frequenti, infatti, anche i casi di donne (di solito le donne dei capi) che si sono conquistate posizioni più elevate nella gerarchia organizzativa, divenendo a loro volta strumento di controllo sulle nuove arrivate.

Non si può trascurare, nell'analisi delle origini del fenomeno, il passaggio epocale che l'Albania ha vissuto, e tuttora vive, a partire dagli anni '89-'90: da un sistema statale ed economico accentrato e chiuso alle influenze esterne, ad un sistema improntato al modello democratico occidentale e al libero mercato. Un simile capovolgimento politico-istituzionale, troppo repentino e per di più calato dall'alto su una popolazione impreparata, ha determinato lo sconvolgimento del tradizionale sistema di valori, il crollo disastroso dei livelli di occupazione, il drastico aumento del costo della vita (i beni di prima necessità sono aumenteti in media del 300%), la crescita esponenziale della criminalità e del conseguente stato di insicurezza diffuso[187].

In questo contesto le donne sembrano sopportare più di tutti il peso del cambiamento, anzi si può dire che, in tutto l'Est europeo, il crollo dei regimi comunisti ha determinato un acuirsi delle diseguaglianze a sfavore delle donne. Le donne albanesi hanno dovuto rinunciare al lavoro fuori casa per lasciare i pochi posti di lavoro disponibili agli uomini della famiglia. Ciò le ha rese economicamente dipendenti dal marito o dalla famiglia, anche nei casi in cui lavorano, perché se ciò accade è con salari poco remunerativi[188].

C'è poi il peso della tradizione culturale patriarcale che, soprattutto nelle campagne, riemerge con forza, una sorta di reazione a cambiamenti percepiti come estranei alla propria storia e che ricade, in primo luogo, sulle donne, collocate dalla cultura tradizionale agli ultimi gradini della scala sociale. Le stesse donne hanno introiettato tale concezione di sé, per cui ritengono normale ricoprire una posizione subordinata rispetto all'uomo.

Il fenomeno prostitutivo in Albania funge, allora, da "specchio" delle trasformazioni intervenute, nel senso che in esso convivono aspetti legati alla considerazione della donna nella tradizione patriarcale, che la vuole sottomessa all'uomo, insieme ad aspetti legati al desiderio, soprattutto delle nuove generazioni, di partecipare del benessere e del modo di vivere occidentali. È lo specchio di una società in transizione e in cerca di un difficile equilibrio tra il "vecchio" e il "nuovo".

 

Infine in Italia c'è una forte presenza di prostitute, libere o costrette, provenienti dai paesi dell'Est europeo e dell'ex Unione Sovietica. I primi arrivi, agli inizi degli anni '90, provenivano dalla ex-Jugoslavia, a causa della guerra, ma anche in seguito a un periodo in cui il paese era stato meta di molti uomini italiani in cerca di un turismo sessuale a basso costo[189]. Non va neanche trascurato il contributo dato all'incremento dell'attività prostitutiva, in aree come il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina, dalla presenza delle forze militari internazionali, che hanno alimentato la domanda di sesso a pagamento[190].

Oggi è divenuta predominante la presenza di donne che arrivano dai paesi dell'ex Patto di Varsavia. Il sistema con cui avviene l'ingresso delle donne dell'Est europeo nel mercato italiano della prostituzione è gestito principalmente da trafficanti russi, che mascherano il business sessuale dietro agenzie legalmente riconosciute (agenzie di collocamento, agenzie di viaggio e agenzie matrimoniali). Le agenzie reclutano le donne che vogliono emigrare, stipulano con loro contratti stagionali o di altro tipo (dipende dal tipo di agenzia), le forniscono di documenti e di visti turistici e ne organizzano il viaggio (in aereo o in pulmann).

Le donne, dunque, entrano in Italia solitamente con brevi visti turistici, alla scadenza dei quali precipitano nella clandestinità. In Italia sono sfruttate e controllate dai loro protettori, pur avendo scelto consapevolmente di emigrare. Altre lavorano nel settore della "prostituzione mascherata" o come "squillo", dunque, come ho già detto, in condizioni di relativa autonomia.

Tra le cause di tali flussi femminili non va trascurato, anche in questo caso, il processo di "femminilizzazione della povertà" a livello mondiale, soprattutto nei paesi di recente investiti dall'economia di mercato e dal neo-liberismo. Nell'Est europeo, soprattutto nell'ex Unione Sovietica, l'economia di mercato e le privatizzazioni generalizzate hanno determinato un grave abbassamento delle condizioni di vita delle classi medie, in particolare delle donne, private dei beni collettivi e dei servizi sociali di cui prima usufruivano. In più le donne sono state le più penalizzate sotto il profilo dell'occupazione e dei livelli salverdana, sans serifi. Le più giovani, invece, scelgono di emigrare spinte da un desiderio di indipendenza e di emancipazione, che non riescono a soddisfare nelle società d'origine[191].

 

 

4.8. Una esperienza sul campo: i percorsi di cinque donne prostituite

La mia personale esperienza sul campo[192], come operatrice di accoglienza in una casa protetta, si è svolta nell'ambito di un progetto gestito dall'Associazione Giraffah di Bari e rientrante nell'applicazione dell'art. 18.

L'esperienza sviluppata sul campo mi ha permesso di conoscere direttamente le storie e i vissuti migratori e prostituzionali di cinque donne: una ragazza rumena di 21 anni; una studentessa universitaria moldava di 25; un'altra ragazza moldava di 21 anni sposata e con un figlio rimasto in Moldavia; una donna moldava di 25 anni sposata e separata, ospitata con la figlia nata in Italia; una donna moldava di 38 anni. Ognuna di loro aveva alle spalle esperienze in parte simili e in parte diverse. Ne parlerò senza usare i loro nomi per intero, ma indicandole attraverso l'iniziale del solo nome.

 

C. è una giovane ragazza rumena di 21 anni. Ha lasciato la Romania insieme a un conoscente del suo fidanzato che, approfittando del suo desiderio di venire in Italia, le aveva parlato della  possibilità di trovare un lavoro ben remunerato in una fabbrica. Dopo aver ricevuto la proposta ha deciso di partire con lui, senza avvertire nessuno, né famiglia, né amici, né fidanzato. Intrapreso il viaggio, però, l'uomo l'ha venduta a persone a lei sconosciute e lei si è ritrovata a dover lavorare, come ballerina spogliarellista, in alcuni locali notturni in Jugoslavia. La vendita successiva che ha subito ha coinciso con l'arrivo in Albania, dove l'uso della violenza è divenuto consuetudine: ha subito anche stupri di gruppo, oltre che individuali.  Dall'Albania è giunta in Puglia su un gommone e da clandestina. E' stata subito messa a lavorare sulla strada in una città pugliese. Il suo sfruttatore era un uomo albanese che controllava anche altre ragazze e che ricorreva continuamente ad ogni tipo di violenza per soggiogarle. Quando è stata accolta presso l'Associazione mostrava evidenti segni di maltrattamento su tutto il corpo ed aveva subito ripetute violenze sessuali, al punto che identificava la violenza sessuale solo con quella imposta da più uomini, e aveva difficoltà a pensare che fosse violenza anche quella praticata da un solo uomo.

La sua fuoriuscita dalla prostituzione forzata è avvenuta in seguito ad informazioni ricevute sulla strada dai carabinieri, che l'avevano invitata ad aiutarli ad arrestare il suo sfruttatore, offrendole in cambio protezione e permesso di soggiorno. Lei ha così denunciato l'uomo ed ha subito accettato di seguire un programma di protezione sociale.

La sua scelta migratoria sembra essere stata determinata, in parte, dal bisogno economico, per via della transizione economica in cui versa la Romania: nella sua famiglia il padre e la madre lavoravano entrambi, percependo però dei salari molto bassi, in un contesto in cui il costo della vita era cresciuto precipitosamente. Dovendo la madre lavorare, la ragazza doveva occuparsi dell'accudimento del fratellino più piccolo, assumendosi delle responsabilità più consone a una donna adulta. Allo stesso tempo, però, viveva la tipica insofferenza degli adolescenti rispetto alla famiglia, nonchè il desiderio di conoscere altri paesi, primo tra tutti l'Italia. Su questa predisposizione personale a viaggiare e a tentare la fortuna si è facilmente insinuato l'uomo che le ha proposto di aiutarla a partire e a trovare un buon lavoro in Italia.

Anche quando è stata accolta presso l'associazione il suo timore era di essere rimpatriata, a conferma della sua volontà di lasciare, anche se temporaneamente, la Romania per vivere in Italia.

Le difficoltà che ha incontrato sono state all'inizio dovute al senso di colpa per quello che le era accaduto, riversava tutta la responsabilità su di sé, sulla propria ingenuità, e stentava, invece, a riconoscere il coraggio e la forza dimostrati nel rompere la dipendenza dallo sfruttatore e nel denunciarlo. Manifestava anche il timore di soffrire di qualche malattia non meglio definita, di non stare bene, timore che si è rivelato, in realtà, di sola origine psicologica. In un secondo momento tutte le sue preoccupazioni si sono concentrate sul rilascio del permesso di soggiorno e sul bisogno di trovare un lavoro, anche a causa delle richieste di aiuto economico che riceveva dalla famiglia. Nel frattempo, però, aveva superato i sensi di colpa, si sentiva più adulta e desiderosa di costruirsi un futuro in Italia.

Oggi C. vive ancora in Italia, ha un lavoro da operaia in una fabbrica del Nord, dove è stata assunta dopo un periodo di borsa lavoro, e vive in condizioni di autonomia.

 

N. è una ragazza moldava di 26 anni, iscritta all'Università prima di partire per l'Italia. Oltre a studiare lavorava anche in una banca. Il padre era stato licenziato dalla fabbrica in cui lavorava e, per vivere, aveva avviato un'attività autonoma nel settore edile, ma con molte difficoltà economiche.

L'esigenza di N. di venire in Italia a lavorare era determinata dal fatto che, per pagare gli studi della sorella più piccola, aveva maturato dei debiti, senza dir nulla ai genitori. Ha deciso così, insieme a un'amica, di partire, rivolgendosi ad un'agenzia di viaggi che ha procurato loro anche il visto turistico e un contatto telefonico in Italia. Giunte in Italia hanno scoperto che il contatto dell'agenzia era una donna moldava, che le ha subito portate sulla strada. La stessa sera le due ragazze hanno incontrato un prete che ha aiutato N. a tornare in Moldavia, così che potesse continuare gli studi. Tornata in Moldavia, però, N. ha scoperto che gli usurai minacciavano la sua famiglia, per cui ha deciso di partire di nuovo per l'Italia contattando la stessa donna che l'aveva messa sulla strada la prima volta, sperando poi di liberarsene. Questa volta l'ingresso in Italia è avvenuto clandestinamente, dopo un viaggio di quasi due mesi. Sono entrate in Italia nascoste in un container trasportato via mare. Scoperta dalla polizia e portata in Questura N. ha subito manifestato uno stato di agitazione tale da indurre la polizia a trasferirla in ospedale, dove finalmente un dottore ha ricostruito la sua storia e l'ha messa in contatto con il Numero Verde.

N. ha deciso di denunciare la donna con cui era partita, anche se dopo un periodo di forti dubbi, perché, pur sapendo delle effettive intenzioni della donna, sapeva anche di essere partita di propria volontà e con una certa consapevolezza dei rischi che correva.

Manifestava il desiderio di vivere secondo modelli femminili più liberi e autonomi, di realizzarsi come fanno le donne occidentali della sua età. In Moldavia, inoltre, era impegnata politicamente.

In questo caso, dunque, si tratta di una ragazza che ha deciso di emigrare a causa di gravi impellenze economiche, ma che ha dovuto farlo entrando in contatto con canali d'ingresso compromessi con l'organizzazione della prostituzione la prima volta, e chiaramente illegali la seconda.

Sin dall'inizio dell'accoglienza non ha manifestato grosse problematiche connesse all'attività prostitutiva, non avendola vissuta direttamente, se non l'unica sera in cui è stata messa sulla strada, quando è stata subito aiutata dal prete che l'ha incontrata. Si è subito mostrata una persona piuttosto sicura di sé e di quello che voleva, nonostante la giovane età, con un forte senso di responsabilità verso la sorella più piccola. La sua esigenza principale era di proseguire gli studi universitari, di imparare l'italiano e l'inglese e di trovare un lavoro che le permettesse di guadagnare per aiutare la famiglia. Anche lei ha dovuto superare i condizionamenti dovuti all'attesa del permesso di soggiorno, senza il quale era impossibile prospettarle qualsiasi inserimento lavorativo.

Oggi vive ancora in Italia e lavora in una fabbrica del Nord. Ha quasi concluso i suoi studi universitari.

 

T. è una ragazza moldava di 21 anni, sposata e con un figlio piccolo. La sua storia si distingue ulteriormente perché può configurarsi come un caso di rapimento. T. viveva in un piccolo villaggio della Moldavia con il figlio e i genitori, mentre il marito era all'estero per lavoro. La sua famiglia viveva del lavoro di campagna. Quando un uomo del villaggio ha proposto a lei e a sua sorella più piccola un lavoro agricolo stagionale, loro hanno accettato. In realtà l'uomo le ha vendute ad altre persone e, da quel momento, le due sorelle hanno perso ogni contatto perché vendute a uomini diversi. Le vendite si sono susseguite in concomitanza di ogni passaggio di frontiera, fino all'arrivo su un gommone in Puglia. T. è stata messa sulla strada dal suo sfruttatore albanese in una città della Puglia. Sulla strada i carabinieri l'hanno informata della possibilità di liberarsi dallo sfruttamento e le hanno proposto di accettare la loro protezione e l'accoglienza in un luogo sicuro.

Quando è stata accolta la ragazza era molto provata dall'esperienza vissuta e si sentiva confusa: non sapeva se tornare in Moldavia dal figlio, ma senza la sorella e senza sapere cosa dire ai genitori, o se restare in Italia presso l'Associazione. Dopo un periodo di riflessione ha scelto di restare qui, anche per la vergogna e la paura di dover spiegare l'accaduto alla famiglia. Inoltre voleva prima cercare di ritrovare la sorella.

Per diverso tempo ha vissuto l'accoglienza in solitudine, si rinchiudeva spesso in lunghi silenzi, è stato necessario saper aspettare parecchio prima che si aprisse di più con gli operatori della struttura.

Manifestava evidente vergogna per il fatto di essersi prostituita e paura che la cosa si sapesse a casa sua e nel villaggio, un posto piccolo dove facilmente le notizie circolano tra tutti. Era, però, consapevole del fatto di essere stata costretta, di non essere responsabile dell'accaduto, anzi rivendicava la sua condizione di donna costretta e sfruttata.

La sua principale difficoltà derivava dal fatto di non aver scelto di partire, di non aver programmato l'emigrazione, per cui è stato solo con l'accoglienza che ha potuto riflettere su cosa fare del suo presente e del suo futuro.

 Soffriva molto della lontananza dal figlio, meno di quella dal giovane marito. Aveva, inoltre, difficoltà di comunicazione telefonica con la famiglia, che non aveva un telefono in casa, fatto che acuiva la sua sofferenza.  A ciò si aggiungeva il disagio dovuto all'attesa del permesso di soggiorno, necessario per iniziare a lavorare.

Oggi anche lei lavora regolarmente in una fabbrica qui in Italia, ha una vita autonoma e, soprattutto, è riuscita a rintracciare la sorella.

 

I. è una donna moldava di 25 anni, diplomata, separata dal marito. In questo caso la donna ha deciso da sola di venire in Italia, esasperata dalla crisi economica del suo paese: non percepiva lo stipendio da diversi mesi, e, anche quando era pagata, il salario era troppo basso in rapporto al costo della vita. E' arrivata con un visto turistico dopo un viaggio in pullmann e si è stabilita in una città della Puglia. Qui si è prostituita, non è chiaro dopo quali passaggi intermedi, sotto il controllo di un albanese. Dopo poco ha scoperto di essere incinta e, aiutata da un suo cliente fisso, è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno per maternità. Anche dopo la nascita del figlio ha continuato a prostituirsi, mantenendo però buoni margini di autonomia rispetto al protettore che si limitava a prendere una parte dei soldi ogni giorno.[193] Nel frattempo lei viveva in una casa pagata dal cliente fisso. Tramite lui, ha saputo dell'esistenza di un numero verde dove chiedere aiuto. La donna si è messa così in contatto con il servizio, ma per diverso tempo non ha preso alcuna decisione, pur continuando a telefonare. La sua paura era soprattutto relativa alla polizia, perché nel frattempo il permesso per maternità era scaduto. Voleva anche capire cosa effettivamente l'associazione potesse offrirle materialmente, prima di scappare rinunciando a quello che aveva fino ad allora concquistato. Dopo un mese ha deciso di entrare nel programma di protezione sociale ed è stata accolta.

In questa storia non è facile capire la linea di confine tra la coercizione e l'autonomia, sembra che la donna riuscisse a gestire il rapporto con il suo protettore ed anche quello con il cliente, del quale si è in parte servita. Di sicuro si tratta di una scelta migratoria autonoma.

Durante l'accoglienza I. ha sempre mantenuto una notevole distanza emotiva dagli operatori e dalle altre ospiti, sembrava non fidarsi di nessuno e non credere a nessuno, si rifugiava nella relazione con il figlio, con cui trascorreva da sola gran parte del tempo.

Il suo principale problema è stato non poter usare liberamente il telefonino, che, per motivi di sicurezza, veniva tolto alle ospiti, queste potevano telefonare solo con gli operatori e dai telefoni dell'associazione.

Si rapportava a tutti in termini materiali, manifestando un atteggiamento di rivendicazione, di sfida e di pretesa: del permesso di soggiorno, di un lavoro consono al suo diploma, di una casa, dell'asilo per il figlio. In caso contrario minacciava spesso di andarsene via, ma non lo ha mai fatto. Voleva trovare lavoro al Nord, dove vivevano delle sue amiche moldave emigrate prima di lei. Il suo atteggiamento rivendicativo ha messo parecchio in difficoltà gli operatori, ma col tempo lei è effettivamente riuscita ad ottenere quello che voleva.

Dopo la fase dell'accoglienza è, infatti, rimasta con il figlio in Italia, ha trovato un lavoro attinente al suo diploma e un'associazione che si occupa del piccolo quando lei lavora.

 

G. si distingue dalle altre donne che ho avuto modo di conoscere soprattutto per l'età: 38 anni. Anche lei è moldava ed è partita a causa delle difficoltà economiche nel suo paese. In Moldavia viveva sola, lavorava in una fabbrica, ma non veniva pagata da molti mesi. Vedendo molte persone partire per l'Italia, ha deciso di farlo anche lei, pensando di ritornare poi in Moldavia e di comprarsi una casa. E' arrivata in Italia con un visto turistico di 8 giorni, dopo un viaggio in pullmann organizzato da un'agenzia che le ha anche dato un riferimento telefonico in Italia. La persona che ha contattato in Italia le ha procurato un lavoro di assistenza domiciliare, prima in una casa dove, però, ha subito delle molestie, poi presso una signora anziana con cui ha vissuto e lavorato fino a quando la signora non è morta. A questo punto, sola, senza più una casa e senza altri contatti, è rimasta per strada. Qui ha incontrato una donna dell'Est che le ha detto di lavorare in una fabbrica dove, forse, poteva lavorare anche lei e che l'ha ospitata a casa sua. Nella casa ha trovato anche due albanesi e dopo qualche giorno le è stato detto che non potevano tenerla in casa gratis e che il lavoro che doveva fare era sulla strada. Ha cominciato a lavorare prima sotto stretto controllo, poi con una maggiore libertà. Ha conosciuto così un uomo italiano che lentamente l'ha convinta a fidarsi del numero verde esistente e l'ha aiutata a scappare. E' stata accolta in Puglia per allontanarla dalla città da cui era scappata.

La sua esperienza nasce da un bisogno economico ed emancipativo insieme, confluito nei canali dello sfruttamento sessuale. Del lavoro come prostituta quello che più non accettava era il fatto di guadagnare per qualcun altro, tanto che ammetteva che, pur non avendoci pensato prima, forse da donna libera e autonoma lo avrebbe anche fatto, pur di guadagnare subito il denaro necessario all'acquisto di una casa in Moldavia. Del resto, diceva, è solo un lavoro, non ci si mette amore o coinvolgimento personale. Con lo sfruttatore riusciva a mantenere margini di negoziazione, soprattutto rispetto ai soldi, non accettava di doverli dare tutti a lui e, pur subendone i malmenamenti, si rifiutava di lavorare finchè lui non le dava una parte dei soldi da lei guadagnati.

Non aveva una buona opinione del sesso maschile, soprattutto degli uomini moldavi, ritenuti egoisti rispetto alle donne: mentre le donne moldave lavorano per tutta la famiglia, anche per i loro mariti, i mariti lavorano e spendono solo per sé, hanno molte meno responsabilità rispetto alle donne, non si preoccupano dell'educazione dei figli.

G. non condivideva neanche il ruolo riservato alla donna in Moldavia: dalla donna ci si aspetta che si sposi e che arrivi vergine al matrimonio, ma se una donna adulta (oltre i trent'anni) è ancora vergine e non si è sposata viene presa in giro, non è rispettata. Lei, invece, aspirava a realizzarsi da sola, come donna autonoma.

Durante l'accoglienza ha sofferto molto per le limitazioni personali imposte dall'associazione e dalle regole della casa, quali il divieto di uscire da sola, che per lei è stato difficile da accettare, vista la sua età adulta: era una donna matura trattata e controllata come un'adolescente di cui non ci si fida. Soffriva della mancanza di uno spazio abitativo tutto suo e dell'impossibilità di lavorare nell'attesa del permesso di soggiorno, tempo che le è sembrato perso non avendo potuto guadagnare nulla.

Anche lei vive ancora in Italia e svolge un lavoro al Nord presso una famiglia italiana.

 

Dalle storie esposte, risulta confermata l'eterogeneità dei percorsi delle donne straniere prostitute/tuite in Italia, eterogeneità sottolineata ed amplificata dal fatto che, su cinque di loro, quattro provengono dallo stesso paese: la Moldavia. Ciò nonostante non sono etichettabili in una sola tipologia, ma presentano motivazioni e percorsi diversi, sia nella migrazione, sia nell'esperienza prostituzionale. Diverse sono anche le modalità di fuoriuscita dalla prostituzione: dal contatto con le forze dell'ordine, alla mediazione del servizio sanitario, all'aiuto da parte di un cliente.

Le ricerche realizzate ci dicono, infatti, che nel complesso le modalità di fuoriuscita dai circuiti prostituzionali coatti sono varie e dipendono da più fattori: l'età delle interessate, l'esperienza maturata o "anzianità", il modello sottostante l'esercizio della prostituzione. Da questi fattori derivano diverse possibilità di allontanamento: estinzione del debito; autoconvincimento spontaneo nonostante lo stato di assoggettamento; intervento di parenti o amici; aiuto da parte di clienti con cui si stabiliscono relazioni affettive; intervento di operatori sociali; interventi delle forze dell'ordine[194].

 

A conclusione di questo capitolo è possibile dire che la prostituzione forzata non va confusa con la migrazione forzata, ma è uno dei tanti settori illegali in cui le donne migranti possono confluire una volta lasciato il proprio paese. Inoltre la prostituzione sfruttata non coincide necessariamente con la tratta, ma può intervenire anche in fasi successive all'espatrio e/o all'arrivo in Italia. All'interno della tratta, poi, non rientrano solo e sempre donne totalmente assoggettate, ma ci sono differenze e gradazioni molteplici relativamente ai margini di autonomia ed autodeterminazione conquistabili[195]. Meno che mai si può pensare di assimilare tutta la prostituzione straniera alla tratta.

Riconoscere questa realtà significa ammettere, persino nella tratta, la presenza di volontà e capacità soggettivanti ed emancipatorie, rafforzate anche solo dalla percezione soggettiva che la donna ha di sé.

La  prostituzione, per i gruppi sociali che ne sono coinvolti oggi, è in molti casi una necessità, all’interno di un progetto migratorio potenzialmente emancipativo. I vissuti negativi legati all'attività prostituzionale convivono, spesso, con la possibilità di guadagno e di progettazione di un futuro diverso. Ciò che davvero rende le donne migranti vulnerabili allo sfruttamento, alla violenza e al traffico è la condizione di clandestinità cui sono ridotte[196].

 

 

5. Percorsi di ri-socializzazione di donne migranti prostitute/tuite

 

Gli interventi socio-educativi rivolti alle donne straniere con percorsi di uscita dalla prostituzione sfruttata e coatta sono stati introdotti in Italia con l'art. 18 del D. Lgs. n.286/98, Testo Unico sull'Immigrazione[197], entrato in vigore nel 2000.

L'art. 18 prevede la concessione di un permesso di soggiorno di sei mesi per motivi di protezione sociale alla persona straniera clandestina quando:

 

«siano accertate situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero ed emergano concreti pericoli per la sua incolumità, per effetto dei tentativi di sottrarsi ai condizionamenti di un'associazione dedita ad uno dei predetti delitti o delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari o del giudizio».

 

La novità introdotta dall'art. 18, tanto da porre l'Italia in una posizione di avanguardia rispetto al resto dell'Europa, è la previsione di un "doppio binario", cioè di due possibili percorsi di protezione distinti e paralleli: un "percorso giudiziario" e un "percorso sociale"[198]. Il percorso giudiziario prevede una denuncia ufficiale da parte dello straniero, si pone, dunque, in continuità con la logica premiale introdotta con il pentitismo; il percorso sociale, invece, assicura lo stesso diritto alla protezione sociale anche in assenza di denuncia o collaborazione dello straniero, riconoscendo come sufficiente la condizione di pericolo in cui si trovi per essersi sottratto alla violenza e/o allo sfruttamento.

La norma introdotta, dunque, pone come prioritaria la protezione sociale dei destinatari e sgancia la concessione del permesso di soggiorno dalla collaborazione giudiziaria. Inoltre la norma non è rivolta esclusivamente alle donne sfruttate sessualmente, ma si riferisce a qualsiasi persona clandestina in Italia e sottoposta a violenza e/o sfruttamento. Di fatto la sua applicazione più diffusa e più conosciuta è relativa alle donne vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale[199].

L'art. 18 prevede, al di là del tipo di circuito "sociale" o "giudiziario", il rilascio del permesso di soggiorno e l'inserimento della donna, previa sottoscrizione di un "contratto", in un "programma di protezione sociale": accoglienza, rifugio in un luogo protetto per sfuggire agli sfruttatori, orientamento legale, assistenza sanitaria, accompagnamento ai servizi, sostegno psicologico, alfabetizzazione, formazione al lavoro, integrazione socio-lavorativa. Lo scopo è quello di un'integrazione il più possibile paritaria nella società italiana[200].

Sin dai primi tentativi del privato sociale di produrre progetti mirati di prevenzione e di intervento, si sono delineate quattro aree di lavoro: l'intervento rivolto alle "vittime"; l'intervento culturale, formativo e informativo sulla società italiana; il coordinamento politico nazionale e internazionale; l'intervento nei paesi d'origine delle donne.

La mia riflessione verterà sugli interventi di accoglienza e di inclusione sociale previsti dai programmi di protezione sociale e rivolti a donne che hanno scelto di liberarsi dallo sfruttamento sessuale, anche perché è in questo tipo di interventi socio-educativi che ho maturato una esperienza diretta.

 

 

5.1. Modelli ideal-tipici di intervento

 

Il sociologo Franco Prina ha cercato di analizzare come ha funzionato finora l'applicazione concreta dell'art. 18 da parte degli enti gestori (pubblici e privati)[201].

Sono stati individuati diversi orientamenti ideal-tipici che si differenziano per il tipo di sguardo che gli enti hanno rispetto alle donne e rispetto al fenomeno, cioè per il profilo ideologico e culturale di riferimento. Nei casi in cui l'attenzione è concentrata sulle donne si delineano due letture: una che le considera vittime da riscattare, salvare e reintegrare nella società, ed una che le considera migranti prostitute private di diritti, da sostenere nell'acquisizione della cittadinanza e della capacità di autodeterminazione. Nei casi in cui l'attenzione è rivolta, invece, al fenomeno gli approcci sono tendenzialmente due: quello che considera il fenomeno un male in sé da sradicare, e quello che lo considera una problematica sociale fonte di conflitti da gestire e mediare per ridurre i danni.

Schematizzando, gli approcci individuati sono quattro: approccio alla persona a fine "salvifico", approccio alla persona a fine "emancipatorio", approccio al fenomeno a fine di contrasto e sradicamento, approccio al fenomeno a fine di gestione delle dinamiche sociali correlate.

Tutti questi elementi, poi, risultano influenzare diversi altri fattori: le modalità di accesso ai programmi; la richiesta o meno della denuncia[202]; le forme e gli obiettivi dell'accoglienza[203]; il tipo di formazione e di inserimento lavorativo scelti; l'orientamento etico rispetto alle relazioni sessuali ed affettive delle donne; la dialettica tra sostegno e controllo (determinata dal fatto che gli enti gestori sono implicitamente depositari di un mandato ambiguo, per cui i diritti previsti dall'art. 18 sono subordinati al rispetto di una serie di regole e vincoli previsti nello stesso articolo).

Dalla ricerca risulta evidente, allora, come «la costruzione del problema operata implicitamente da chi sta lavorando per l'implementazione dell'art. 18 condiziona i criteri della stessa valutazione che su di esso si può fare»[204], soprattutto condiziona le conseguenti prassi operative di accoglienza e protezione.

L'importanza della ricerca citata non sta tanto nel classificare, attraverso i modelli operativi individuati, gli interventi ad oggi esistenti, quanto nel sollecitare in ogni operatore sociale consapevole del proprio ruolo un'attenta e permanente riflessione sui propri riferimenti ideologico-culturali, sulle proprie categorie di riferimento e sulle proprie pratiche. Solo una tale consapevolezza può, potenzialmente, sviluppare nell'operatore una maggiore capacità di discernimento tra le proprie aspettative e quelle delle persone cui l'intervento è rivolto, ed in nome delle quali si giustifica l'intervento stesso.

L'analisi svolta nei precedenti capitoli - relativamente alla prostituzione e ai suoi significati sociali, alle migrazioni internazionali nell'epoca attuale, alle migrazioni di donne sole, alla presenza delle donne migranti nel vasto mondo della prostituzione (volontaria e involontaria) -, rientra proprio in questo sforzo, quello di collocare un fenomeno così complesso nell'attuale contesto storico-sociale, di posizionarci rispetto allo stesso e, conseguentemente, di riflettere sulle capacità e competenze che l'educatore deve possedere e sviluppare in questo tipo di interventi socio-educativi.

L'analisi delle ricerche, delle stime e delle riflessioni prodotte in questi anni dagli esperti del settore, nonché la mia esperienza sul campo, mi portano a riconoscere nei percorsi migratori e prostituzionali delle donne che accedono ai programmi di protezione sociale tracce, più o meno evidenti, di volontà soggettivanti e di spinte emancipatorie precedenti all'emigrazione, capaci di resistere anche all'assoggettamento e allo sfruttamento subiti e, soprattutto, preesistenti rispetto agli interventi sociali di inclusione agiti qui in Italia. Tale consapevolezza è importante proprio per l'operatore che sceglie di lavorare con queste donne, affinché ne colga le potenzialità e le sappia valorizzare, accompagnare e potenziare.

Sono assolutamente consapevole del carico di dolore che molte delle destinatarie dei progetti portano con sé e di quanto le segnerà per tutta la loro esistenza. Su questo dolore gli operatori devono intervenire con grande rispetto, soprattutto nelle prime fasi dell'accoglienza, riconoscendole ed aiutandole a riconoscersi come vittime di costrizioni e condizionamenti più grandi di loro, ma in ogni caso come "vittime attive".

Il concetto di vittima attiva permette di guardare alla donna accolta come a un soggetto che, pur avendo vissuto transitoriamente l'esperienza coatta del traffico e dello sfruttamento, resta comunque in grado di riscattarsi, di emanciparsi e di attivare percorsi di fuoriuscita dall’invischiamento prostituzionale coercitivo[205]. Su queste potenzialità e risorse soggettive devono poi intervenire gli interventi socio-educativi, al fine di rafforzarle in vista di concreti percorsi di empowerment, di autonomizzazione e di indipendenza.

Bisogna riconoscere, inoltre, che non può essere solo la violenza ciò che lega le donne migranti trafficate e/o sfruttate sessualmente alle reti dello sfruttamento, tali reti sono molto più complesse, più che sulla pura coercizione:

 

«s'identificano come sistemi d'isolamento e marginalità sociale capaci di produrre nelle persone coinvolte rapporti di dipendenza modulati su tre livelli: quello economico, quello affettivo, quello culturale»[206].

 

Tale consapevolezza, secondo C. Donadel, richiede la capacità, da parte degli interventi d'aiuto e sostegno alle donne, di trasformare i tre suddetti livelli di dipendenza in altrettanti livelli d'autonomia (affettiva, culturale ed economica).

Maria Grazia Giammarinaro sottolinea molto bene l'importanza dell'approccio con cui si guarda a questa tipologia di migrazione femminile, per riuscire a contrastare facili categorizzazioni:

 

«La prima azione di contrasto è di carattere culturale, e consiste nel modificare lo sguardo sulle donne trafficate, della collettività e degli operatori pubblici, allo scopo di superare stigmatizzazione sociale e marginalizzazione. In secondo luogo occorre costruire le condizioni per fare emergere autonomia e soggettività femminile come fondamentale risorsa e come agente della ribellione e del contrasto al fenomeno criminale che è all'origine del traffico»[207].

 

Lo scopo è combattere la nascita ed il diffondersi di rappresentazioni sociali negative relative alle donne migranti. Ogni rappresentazione sociale, infatti, è sempre culturalmente e storicamente determinata e, in un contesto (storico, politico, economico e culturale) come quello attuale, che vede emergere nei paesi europei la presenza di donne migranti prostitute e legate ai canali dell'illegalità e dello sfruttamento, la donna straniera finisce con l'essere rappresentata come "deviante" o come "povera vittima".

Se si avvalla tale meccanismo, però, si attua una de-soggettivazione dei singoli, che scompaiono all'interno di collettivi anonimi, indistinti e de-personalizzanti. Al contrario bisogna impegnarsi per potenziare i processi di soggettivazione dei singoli e perché soggetti costretti a vivere nella marginalità o, addirittura, nell'esclusione, possano prendere coscienza delle proprie potenzialità emancipatorie.

Lo scopo ultimo e allo stesso tempo guida dell'intero intervento, allora, deve essere quello di rompere l'isolamento e l'emarginazione sociale delle donne migranti prostitute/tuite, attraverso la sperimentazione di relazioni affettive positive ed autentiche, e in una fase successiva attraverso l'acquisizione degli strumenti giuridici, sociali, culturali necessari a qualsiasi cittadino per esercitare una partecipazione attiva nella società.

 

 

5.2. Tipologie di accoglienza sperimentate

 

Gli interventi da attivare con le donne inserite nei programmi di protezione sociale vanno dall'informazione sulla normativa vigente e sui diritti che spettano loro, all'avvio delle pratiche per l'ottenimento del permesso di soggiorno, all'accoglienza in luoghi protetti, quando serva, all'assistenza sanitaria, al recupero di sé e del proprio progetto migratorio, alla rielaborazione dello stesso, all'alfabetizzazione alla lingua italiana, alla formazione al lavoro, all'inserimento socio-lavorativo, allo sganciamento dalla struttura d'accoglienza e al passaggio verso l'autonomia dalla stessa, con l'allestimento di "case di autonomia"[208].

L'accoglienza in una "casa protetta" o "casa rifugio" si rende necessaria quando ci sia il pericolo che la donna possa essere oggetto di ritorsioni da parte dei suoi ex-sfruttatori. È questa la fase tecnicamente chiamata della "prima accoglienza".

Superata la primissima fase della conoscenza reciproca e della riflessione da parte della donna, quando quest'ultima abbia deciso di seguire il programma di protezione sociale, ha inizio il difficile percorso comune, della donna insieme agli operatori, verso una ridefinizione del proprio futuro.

Durante tutta l'accoglienza la destinataria viene accompagnata in un complesso percorso di ri-narrazione della propria vita, del proprio progetto migratorio, della propria storia prostituzionale, per recuperare la stima e la fiducia in se stessa e nel mondo, per riprogettarsi nel futuro.

Il compito dell'operatore (o, meglio, dell'équipe degli operatori) deve consistere nell'aiutare la donna a ponderare e poi a scegliere la nuova direzione verso cui orientare la propria vita, nell'offrire sostegno psicologico, nel proporre socializzazioni alternative alla vita di strada e alle relazioni oggettivanti da cui la donna si è liberata.

Da un punto di vista più operativo la struttura di accoglienza deve, progressivamente, accompagnarla nel rapporto con i servizi (legali, sanitari), offrire formazione culturale e professionale e sostenerla fino al conseguimento dell'autonomia sociale, lavorativa ed abitativa[209].

L'intero percorso che va dalla prima accoglienza verso la definitiva autonomia della destinataria non è - non deve essere - sempre uguale per tutte le destinatarie e, comunque, richiede tempi assolutamente soggettivi[210].

 

 

5.3. La prima accoglienza: le "case rifugio"

 

In questa fase il primo diritto che va garantito è a un periodo di tregua, dalla vita di strada e dallo stress psicologico che comporta; le donne possono così usufruire di una pausa di riposo mentale e di riflessione sul proprio futuro.

La "prima accoglienza" deve assicurare alla donna uno spazio (materiale e simbolico) di incontro stabile, dove sentirsi al sicuro e ritrovare se stessa[211].

Inoltre, durante questo periodo, viene data alla donna la possibilità di familiarizzare con l'ente e gli operatori e di decidere se sottoscrivere o meno il "contratto" con cui accetta di entrare nel programma di protezione sociale e di rispettarne le condizioni[212].

Durante la prima accoglienza viene avviata la pratica legale per il permesso di soggiorno ed inizia l'attesa per il rilascio dello stesso, condizione irrinunciabile per un inserimento sociale e lavorativo paritario.

La regolarizzazione giuridica, infatti, «si pone come inevitabile punto di partenza per un qualunque intervento di aiuto non assistenzialistico. Rendere libera una persona significa primariamente riconoscerle il diritto di cittadinanza».[213]

Va detto poi che il riconoscimento giuridico della persona, che per il migrante passa in primo luogo attraverso l'ottenimento del permesso di soggiorno, oltre ad essere indispensabile dal punto di vista pratico per avere accesso a tutti gli altri diritti, ha un alto valore simbolico, perché sancisce di riflesso il suo riconoscimento sociale.

Julia O'Connell Davidson spiega molto bene come:

 

«in contesti dove certi gruppi sociali (per esempio donne, bambini, immigrati o particolari "caste") sono generalmente svalutati, e/o socialmente costruiti come oggetti piuttosto che soggetti di proprietà e/o ad essi viene negata piena soggettività giuridica e/o accesso indipendente alla previdenza sociale, la loro vulnerabilità alla prostituzione ed allo sfruttamento e all'abuso di terzi al suo interno aumenta»[214].

 

La prima causa della vulnerabilità delle donne migranti clandestine è, allora, di carattere giuridico, non "naturale" o personale. Su questa vulnerabilità iniziale si vanno a sovrapporre poi tutte le altre: l'emarginazione sociale, l'isolamento sociale e culturale, la dipendenza psicologica, la facilità ad essere oggetto di ricatto.

 

Avviata la pratica legale, che può o meno prevedere anche la denuncia degli sfruttatori, tutto il resto del tempo trascorso dalla donna presso la struttura che l'ha accolta è una continua occasione di sperimentazione delle proprie capacità relazionali ed individuali.

Soddisfatta la prima necessità di rifugio in un luogo protetto e segreto, inizia l'accoglienza intermedia, quella in cui la donna è invitata ed aiutata a riflettere sul proprio passato e sul proprio futuro in Italia, sulla base dei suoi desideri e delle sue risorse, nonché delle reali possibilità esistenti.

La "relazione d'aiuto" è il fulcro attorno al quale ruota l'intero intervento: deve essere basata su una profonda disponibilità all'ascolto, su un reale ed autentico interesse all'altra, su un approccio mai giudicante, capace di accogliere e contenere il dolore, in vista di un percorso di rielaborazione dell'esperienza vissuta dalla donna e del suo passato, che è anche quello vissuto prima di emigrare.

Un requisito essenziale dell'operatore, quindi, deve essere la "capacità relazionale", la capacità di instaurare relazioni positive e rispettose dell'altro, anche la capacità di accettare di non poter sapere e capire tutto subito. L'operatore deve rispettare i tempi e gli spazi di cui la donna che incontra ha bisogno, avere tutta la pazienza necessaria, pensare prima di precipitarsi a "fare", perché solo così può poi cercare di aiutare la donna a pensare a sua volta. Infine la capacità relazionale è il presupposto perché lo stesso operatore possa modificare se stesso, cambiare attraverso la relazione, in uno scambio il più possibile paritario di esperienze e competenze[215].

L'operatore, allora, per prima cosa e per tutta la durata dell'intervento, deve essere disponibile all'ascolto e deve saper declinare la relazione d'aiuto in relazione alla persona che ha di fronte, ai bisogni che esprime, piuttosto che alle proprie rappresentazioni mentali. Scindere i propri modelli esistenziali da quelli della donna con cui ci si rapporta è, infatti, l'unico modo per sperare di entrare nel suo vissuto e nella sua produzione di senso, per non sostituirsi a lei, soprattutto per non rischiare di produrre interventi massificati ritenendo siano buoni e utili sempre e comunque. È la differenza tra il lavorare "su" qualcuno o "per" qualcuno e il lavorare "con" la persona che s'incontra, gli operatori devono «progettare percorsi "con" e non "su" in quanto il loro ruolo è maggiormente centrato sull'essere "ideatori" più che meri "esecutori" di interventi o manipolatori di cose, persone e situazioni»[216].

L'operatore d'accoglienza, però, non può esaurire tutto il proprio ruolo nell'ascolto, deve anche saper porre domande alla donna, interrogarla, perché questo vuol dire anche aiutarla a interrogarsi e a ripercorrere criticamente l'esperienza vissuta. L'ascolto, cioè, deve essere "attivo" ed "empatico", deve rendere l'operatore capace di fare la domanda giusta al momento giusto, senza nutrire troppi timori ma anche senza peccare di invadenza. Si tratta di saper trovare la giusta distanza tra sé e l'altro e di saperla al contempo modulare di volta in volta.

Tutto il lavoro relazionale dei primi tempi è finalizzato ad infrangere le eventuali diffidenze della destinataria, a conquistarne la fiducia, o meglio, a meritarsela. Lo sviluppo di un senso di fiducia da parte della donna verso coloro che la accolgono necessita, infatti, di tempi lunghi ed assolutamente individuali, anche a causa delle esperienze negative da cui la donna spesso proviene, ma se si instaura una fiducia sincera e reciproca tra gli operatori e la destinataria può davvero iniziare un lavoro comune di riflessione profonda sul suo passato, sui suoi vissuti e sulle sue potenzialità[217].

Le difficoltà maggiori con molte donne sono dovute alla loro precedente socializzazione alla vita di strada, spesso causa di sentimenti ed atteggiamenti negativi quali: diffidenza, aggressività, passività, senso di colpa, senso di vergogna[218].

Probabilmente il modo migliore per aiutarle a superare tali vissuti è concentrarsi, più che sul trauma e sulle loro eventuali mancanze, sulla loro parte "sana" e "normale", su ciò che le accomuna a tutte le altre donne, per poi progressivamente affrontare e cercare di risolvere vissuti negativi quali il senso di colpa e lo stigma della vergogna sociale. Comunque, nella prima fase di conoscenza reciproca, è più utile concentrarsi sulla qualità della relazione che si instaura con la donna, che sulle sue problematiche personali.

L'ascolto e la relazione d'aiuto, però, non sono sufficienti perché le donne recuperino fiducia e stima in se stesse, è necessario anche offrire loro occasioni concrete in cui sperimentarsi, ad iniziare dallo studio della lingua italiana e dal sollecitare ogni loro possibile contributo alla vita comune in casa.

In ogni casa di prima accoglienza, infatti, convivono più destinatarie (il numero varia in base alle possibilità dell'ente e alle strutture che ha a disposizione), donne che non si conoscono tra di loro e che devono imparare a condividere la quotidianità, nonché a convivere con gli operatori e con le regole della struttura. Dunque, La mia opinione è che, per evitare la standardizzazione degli interventi e per riuscire ad instaurare relazioni interpersonali positive, siano da preferire micro-strutture residenziali, se non anche soluzioni abitative individuali.

Solitamente la vita nelle strutture di prima accoglienza è scandita da ritmi e orari, più o meno condivisi, validi per tutte le donne, per evitare conflitti tra le stesse relativamente alla gestione della quotidianità e perché, da parte di molte associazioni, si pensa che anche l'acquisizione di ritmi e tempi di vita "normali" abbia una valenza educativa.

In effetti le donne che provengono da rapporti di forte dipendenza e di controllo quotidiano da parte degli sfruttatori hanno vissuto, spesso, una quotidianità fatta di abitazioni fatiscenti, costose e sovraffollate, dove vige il controllo del gruppo, di un'alimentazione scadente, di ritmi sonno-veglia innaturali, di un quasi totale isolamento culturale[219]. Ma se questo è vero per alcune di loro, non è possibile pensare che valga per tutte.

Si è già detto come molte di loro, soprattutto le donne più adulte e con un retroterra culturale segnato da una maggiore autonomia per il genere femminile, riescono a negoziare buoni margini di autonomia dai loro sfruttatori, anche rispetto alla gestione delle proprie abitudini di vita. «Spesso, invece, riduciamo ad educande persone che hanno trascorso molto tempo sulla strada e che si sono autogestite in proprio, le riteniamo incapaci di intendere e di volere, sottoponendole a 24 ore di controllo totale»[220].

Ritengo che l'eccessiva attenzione a gestire ogni momento della vita delle destinatarie nella struttura d'accoglienza spesso, più che da un'esigenza reale, dipenda da una tendenza degli operatori a voler educare ad un supposto modello di "normalità" o "adultità", peraltro astratto.  Non è affatto vero che tutte le persone adulte, integrate ed indipendenti, rispettino ritmi e stili di vita uguali. Va anche accettata la diversità delle donne che si accolgono, dall'alimentazione, all'organizzazione della giornata, all'esigenza di trascorrere più tempo in casa oppure fuori. Vanno rispettati i loro bisogni e il loro privato, mentre accade di fatto che si controlli ogni loro movimento, dalle uscite alle telefonate.

Il rischio è che si confonda la loro integrazione nella società italiana con un'assimilazione omologante ed etnocentrica.

Un altro limite delle case di prima accoglienza, è la mancanza di contatti con l'esterno, dovuta anche a fattori oggettivi, soprattutto al fatto che spesso le donne ospitate sono a rischio di ritorsioni personali e che si rende necessario garantire la segretezza della casa per la sicurezza di tutti (ospiti e operatori).

La conseguenza di tali condizionamenti, oggettivi ma anche ideologici, è che, di fatto, la prima accoglienza si caratterizza per tre dimensioni: l'isolamento fisico e relazionale; il "ripensamento" necessario a ri-progettarsi, dando, però, per scontata l'esclusione di una scelta per il lavoro sessuale autonomo; l'attesa del permesso di soggiorno[221].

Il vizio originario della prima accoglienza è, probabilmente, la presa in carico "totale" della donna, che facilmente sfocia in interventi di stampo assistenzialista e paternalista. Il paradosso è che, in molti casi, si riproducono delle forme "buone" di controllo e gestione della vita delle donne, non dissimili, se non nelle intenzioni, da quelle diffuse nel mercato della prostituzione: isolamento sociale, controllo, sorveglianza, rieducazione alle regole[222].

I tempi per il rilascio del permesso di soggiorno influiscono direttamente sui percorsi delle donne e sulle loro reali possibilità d'inserimento sociale, essendo il permesso un presupposto indispensabile per l'accesso al lavoro. Di fatto, finché la donna non ottenga il permesso di soggiorno, attesa che nei casi più gravi dura dai sei mesi a un anno, non può concludersi la prima accoglienza, con tutte le limitazioni che per la donna ciò comporta.

Accoglienze troppo prolungate nel tempo, infatti, possono sviluppare nelle donne meccanismi di delega relativamente alla realizzazione del proprio progetto di vita. Inoltre, non potendo accedere al lavoro, le donne vivono la difficoltà di non poter realizzare uno dei principali motivi della loro migrazione, la possibilità di guadagnare denaro per sé e per la famiglia. Devono riuscire a rinviare la realizzazione di tale aspettativa personale, nonché mediare con i familiari che, nel frattempo, fanno pressioni perché siano inviati loro aiuti economici costanti.

Sarebbe auspicabile, da parte delle questure, uno snellimento dei tempi per il rilascio del permesso di soggiorno, e, nell'attesa dello stesso, si potrebbero concedere permessi transitori che, pur non avendo lo stesso valore del permesso di soggiorno, permettano alle destinatarie di entrare regolarmente nel mondo del lavoro.

Altra contraddizione negli interventi sociali è la supposta non compatibilità del programma di protezione sociale con la scelta per una prostituzione esercitata in modo autonomo. Questo vincolo non è sancito dalla legge, ma di fatto viene richiesto dalle questure e messo in atto dagli enti gestori dei progetti, sulla base di evidenti impostazioni ideologiche e moralistiche. Il rischio è che si consolidi l'idea e la prassi «di un sistema assistenziale che viene rifiutato a chi non dimostra un comportamento conforme ad una presupposta "normalità"»[223]. In questi termini il permesso di soggiorno si prospetta come una sorta di premio per chi accetta di aderire alle regole fissate dalla legge da una parte, dalle associazioni dall'altra.

Gli operatori devono, allora, rifiutare di accollarsi il ruolo di giudici di normalità, rifiutare di essere coloro che, secondo M. Foucault:

 

«fanno regnare l'universalità del normativo, e ciascuno nel punto in cui si trova vi sottomette il corpo, i gesti, i comportamenti, le condotte, le attitudini, le prestazioni»[224].

 

Il bisogno di realizzare una socializzazione[225] positiva nei confronti delle destinatarie non deve concentrarsi solo sul versante della società d'insediamento e sulle norme in essa dominanti, ma deve saper rispettare l'identità e la specificità dei singoli.

Come spiega E. Besozzi:

 

«ritroviamo quindi immediatamente, parlando di socializzazione, due poli che al contempo si incontrano e si scontrano: la società e l'insieme di aspettative generalizzate da un lato; dall'altro, l'individuo e i suoi bisogni, al contempo, di appartenenza, di coesione, di stima, ma anche di autonomia e di distinzione rispetto al gruppo»[226].

 

Va garantito alle destinatarie il diritto ad esprimere anche il loro grado di soddisfazione/insoddisfazione, a negoziare regole e tempi della vita in comune, non imponendole dall'esterno sulla base dei nostri modelli. «L'operatore sociale non deve mai dimenticare il diritto di chi è immigrato alla continuità con l'esperienza culturale, linguistica, religiosa nelle quali è nato»[227].

Non deve mai essere perso di vista il senso ultimo dell'accoglienza, che è, dal punto di vista della donna, l'empowerment e la concquista dell'autonomia; dal punto di vista della società, rompere i meccanismi di esclusione e stratificazione sociale per produrre e diffondere condizioni di parità civile, sociale e politica per tutti.

 

 

5.4. La seconda accoglienza: le strutture intermedie o "case di autonomia"

 

In questa fase l'accompagnamento, pur persistendo, non è più residenziale, ma di solo sostegno, è un accompagnamento "leggero". Le donne, già inserite nel mondo del lavoro, si trasferiscono in abitazioni autonome, spesso abitate da più destinatarie, ma in cui non c'è più la presenza costante degli operatori.

Il senso della seconda accoglienza è quello di dare alle donne la possibilità di sperimentarsi e di verificare il grado di autonomia personale raggiunto, sapendo però di non essere del tutto sole. È anche la prima occasione che hanno, dopo l'esperienza della prostituzione, di accedere a un lavoro regolare e, quindi, a delle entrate economiche stabili. Un problema particolarmente sentito dalle donne, spesso motivo di conflitto con gli operatori, è infatti dovuto al dover conciliare i tempi, relativamente lunghi, del programma di protezione sociale e dell'attesa del permesso di soggiorno, con le aspettative economiche della famiglia in patria, che non conosce la realtà delle donne e pensa lavorino regolarmente.

Anche in questo tipo di accoglienza non esiste una durata temporale fissa, dipende dalle specifiche situazioni, tuttavia la seconda accoglienza sembra non superare la durata di un anno.

La seconda accoglienza è centrata sull'inserimento lavorativo, che può realizzarsi o con un contratto di lavoro vero e proprio o con varie forme preliminari di formazione on the job (tirocinii, borse lavoro, apprendistati, stage, ecc). Le attività principali che si sono consolidate in questi anni sono: orientamento individuale e di gruppo; formazione di base; formazione professionale; formazione pratica in impresa; borse lavoro; inserimento lavorativo e azioni di supporto e accompagnamento; ricerca, individuazione e contatto con enti di formazione e imprese; lavoro di rete specifico[228].

Va anche precisato che l'orientamento e la formazione iniziano già con l'accoglienza intermedia, soprattutto per l'apprendimento della lingua italiana e per la formazione di base.

L'utilità della formazione per le donne migranti si dispiega su più livelli.

Vivere delle esperienze formative significa, per le donne, acquisire le competenze e le professionalità necessarie ad un ingresso più qualificato nel mondo del lavoro. La formazione, allora, deve essere collegata al mondo del lavoro e prediligere i settori con maggiori possibilità occupazionali. Allo stesso tempo, però, deve essere scelto il tipo di formazione più vicino alle risorse e potenzialità che la donna già possiede, nonché alle sue preferenze. Questo vuol dire che la donna deve essere in grado di, o essere aiutata a, valutare le proprie potenzialità e le proprie aspettative, deve sapersi orientare tra i vari sbocchi professionali possibili, deve cioè proseguire nel lavoro già intrapreso di conoscenza e promozione di se stessa.

La formazione, ancora, è uno dei primi momenti, dall'inizio dell'accoglienza, in cui la donna sperimenta contatti e relazioni interpersonali con altre persone (docenti, datori di lavoro, altri formandi italiani e stranieri), al di fuori dell'associazione e della sua protezione. È un momento in cui può mettere alla prova le proprie capacità di muoversi da sola e di rapportarsi a contesti di "normalità". «La formazione non cambia certamente lo status sociale delle donne immigrate, ma permette loro una migliore comprensione dei diversi registri linguistici e offre occasioni di scambio e di "presa di parola"»[229].

La formazione ha, allora, una valenza pratica, finalizzata all'inserimento lavorativo, e una valenza educativa, volta a offrire occasioni di incontro paritario con la realtà d'insediamento:

 

«Una politica dell'immigrazione non può esimersi dal promuovere e sostenere iniziative atte a far acquisire, alle persone immigrate, conoscenze e strumenti per interloquire in una posizione di parità. Per questo è necessaria la valorizzazione della persona e della soggettività in un contesto sociale attraverso attività di formazione, sia come scuola di cittadinanza (…) sia in termini di aggiornamento delle competenze professionali»[230].

 

L'obiettivo della seconda accoglienza ritengo debba essere l'empowerment, ossia l'emersione dall'invisibilità sociale, l'acquisizione di strumenti materiali e capacità personali che permettano alle donne di avviarsi verso una piena autonomia: autonomia economica, autonomia psicologica, autonomia dall'associazione.

 

«L'empowerment è un processo attraverso il quale una persona, in condizioni di vita emarginanti, prende coscienza, attraverso azioni concrete, della sua possibilità di esercitare un maggior controllo sulla propria vita e sul contesto sociale in cui è inserita. Questo sentimento può sfociare in un controllo effettivo ovvero in un sentimento di auto-efficacia»[231]

 

L'empowerment è un riprendere in mano la propria vita, è un percorso di riappropriazione del proprio potere personale per poterlo agire non solo su di sé, ma anche sulle stesse condizioni sociali, economiche, politiche che impediscono o limitano la propria emancipazione.

Nel caso di donne con esperienze di prostituzione sfruttata riprendere in mano la propria vita, dopo che per diverso tempo hanno dovuto subire il controllo degli sfruttatori e vivere da persone clandestine e senza documenti, prive cioè di ogni riconoscimento giuridico e sociale, vuol dire potersi sperimentare in altri contesti e in diverse condizioni materiali, prendere coscienza delle proprie potenzialità, recuperare il proprio progetto migratorio e rielaborarlo in condizioni di maggiore libertà. Avere un riconoscimento giuridico in Italia, il permesso di soggiorno, ed accedere a spazi e mondi che prima si percepivano come escludenti (la scuola, la questura, i servizi sociali, i servizi sanitari, il mondo del lavoro), diventano occasioni per percepire se stesse in modo positivo, per mettersi alla prova e scoprire di poter ricoprire un ruolo socialmente riconosciuto nella società italiana.

 

L'altro fattore che contribuisce positivamente al processo di empowerment delle donne è l'integrazione socio-economica attraverso il lavoro.

Il lavoro è, fin dal momento dell'elaborazione del progetto migratorio, una delle aspettative più forti dei soggetti migranti, dunque anche delle donne migranti, in particolare quando escano da un'esperienza di costrizione a un lavoro che non era stato scelto con quelle modalità di subordinazione, o che non era stato scelto affatto. È chiaro, quindi, che il momento dell'ingresso nel mondo del lavoro per le donne è quello più atteso e desiderato, anche se spesso le donne immaginano possibilità che la realtà occupazionale, sociale, culturale, non permette loro.

Trovare un lavoro significa per le donne accolte, prima di tutto, poter finalmente guadagnare dei soldi ed essere economicamente indipendenti, presupposto irrinunciabile per sostenere le spese per una casa propria e per una vita autonoma, oltre che per sostenere la famiglia in patria. Ma questo non è il solo apporto positivo che deriva dal trovare un'occupazione.

Il lavoro ha poi un valore aggiunto, può rafforzare il senso di realizzazione e soddisfazione personale e può contribuire a darsi una identità sociale positiva. Perché ciò accada, tuttavia, deve essere stato scelto seguendo almeno tre criteri: la consapevolezza delle proprie aspettative, la consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti, la capacità di valorizzare se stessi e quello che si fa[232].

Si può dire, allora, che il lavoro ha una potente valenza simbolica e materiale insieme: è occasione di emancipazione e riscatto, ed è fonte di indipendenza economica.

 

Le esperienze fino ad oggi realizzate nell'ambito della formazione e dell'integrazione socio-occupazionale permettono di meglio delineare la strada da seguire.

Da parte delle associazioni impegnate nei progetti di uscita dalla prostituzione, è molto importante costruire una fitta rete di contatti con gli enti pubblici e con i soggetti privati che si occupano della formazione, per programmare interventi il più possibile stabili e, al contempo, differenziati.

È auspicabile, infatti, superare la dimensione dell'improvvisazione e dello spontaneismo e prevedere un ampio ventaglio di offerte formative e lavorative, capaci di coprire anche la varietà delle preferenze personali e delle richieste espresse dalle donne. A questo fine, è opportuno lavorare in rete con altre associazioni impegnate nel settore e collocate in contesti economici e lavorativi più favorevoli, in particolare nelle regioni del Nord, dove emerge una più forte richiesta di manodopera, soprattutto nel settore della piccola-media impresa e nel terziario[233].

Andrebbero privilegiati, inoltre, i canali formativi ordinari, aperti a tutti, italiani e stranieri, piuttosto che costruire offerte formative riservate solo alla specifica casistica di donne migranti ed ex-prostitute, col rischio di riprodurre meccanismi di etichettamento e di marginalizazione.

Non vanno taciute le difficoltà che comporta la fase dell'inserimento lavorativo. Troppo spesso le donne migranti, già svantaggiate nell'organizzazione sociale perché donne e perché ex-prostitute, riescono ad inserirsi solo in alcuni settori del mondo del lavoro, segnati ormai da una forte "etnicizzazione". In particolare continuano ad essere offerti loro lavori di cura e lavori domestici, ma il paradosso di questo inserimento  sociale e occupazionale è che ripropone alla donna una condizione di isolamento sociale (spesso il lavoro impegna per 12-13 ore  al giorno). Le stesse protagoniste non si dicono soddisfatte completamente da questa tipologia di lavori, li accettano come soluzioni transitorie e, soprattutto se hanno un grado di istruzione avanzato, puntano a trovare occupazioni più adeguate alla loro preparazione e ai loro studi.

Non sono poche le problematiche che le donne incontrano in questa fase, quasi sempre dovute non a loro incapacità, ma a un'organizzazione del lavoro fortemente gerarchizzata, alla difficoltà di convalidare in Italia i titoli di studio conseguiti in patria, alla difficoltà di accedere all'alloggio, al persistere di pregiudizi e stereotipi negativi nei loro confronti[234].

I principali problemi all'inserimento lavorativo sembrano essere:

-            la conflittualità ideologica e l'intolleranza sociale verso le immigrate e le prostitute;

-            la burocratizzazione e la standardizzazione dei flussi migratori, che creano vaste nicchie di clandestinità;

-            il basso profilo formativo delle donne, che le costringe ad accettare lavori a "nero", precari e faticosi[235].

 

Il problema da porsi è se gli stessi interventi sociali, che dovrebbero combattere i meccanismi di discriminazione e marginalizzazione, debbano poi alimentare il meccanismo della divisione del lavoro su base etnica o di genere. La difficoltà sta nel doversi rapportare alla realtà del lavoro esistente e, al contempo, nel riuscire anche a modificarla.

In quest'ottica ritengo positive le esperienze formative delle donne migranti nel settore sociale, come operatrici di strada, peer educator, mediatrici linguistico-culturali. Si tratta di professioni che, pur richiedendo una preparazione ed una formazione specifiche, valorizzano il patrimonio culturale ed esperenziale delle donne, rivestendo di un nuovo senso il loro passato e, soprattutto, il loro presente.

L'obiettivo da raggiungere è quello di rendere potenzialmente accessibile alle donne migranti tutti i canali occupazionali, in condizioni di stabilità economica e di tutela dei loro diritti di lavoratrici. 

 

 

5.5. Il ruolo dell'educatore

 

L'educatore che si occupi dell'accoglienza - di primo e di secondo tipo – di donne migranti uscite dallo sfruttamento prostituzionale, deve interrogarsi sul proprio ruolo, sul contributo che può offrire alla donna nel suo cammino di emancipazione.

Si è in precedenza rifiutata l'idea di un'intervento educativo che si concentri sull'acquisizione di nuove regole di vita, sull'adesione a un criterio di "normalità", persino sessuale, dietro il quale spesso si nascondono convinzioni di ordine morale e desideri di normalizzazione. È questa un'ottica per la quale «diventare cittadini in un Paese di approdo, significa mostrarsi disponibili a condividerne gli statuti dei diritti e dei doveri. In tal caso, il patto sociale è funzionale alla tutela della maggioranza autoctona»[236].

Si sono anche implicitamente scartati approcci ed interventi di tipo "salvifico", volti a considerare la donna come una "povera vittima", incapace di difendersi per un eccesso di innocenza, da aiutare a crescere, da educare come si trattasse di una minorenne a vita. Uno dei limiti di alcuni interventi socio-educativi con i migranti, infatti, è il considerarli esseri infantili e bisognosi di genitori/protettori (nel caso delle migranti prostitute/tuite di "protettori buoni"), fanciulli da educare, da alfabetizzare, da aiutare ad imparare a muoversi e comportarsi nella società d'immigrazione. Una così eccessiva vittimizzazione ed infantilizzazione può solo produrre interventi sociali di carattere paternalistico ed assistenziale, che , piuttosto che sviluppare autonomia, creano nuove ed ulteriori dipendenze.

Il ruolo dell'educatore implicato nella relazione con donne adulte, può delinearsi, invece, come un intervento "leggero", non intrusivo né direttivo, teso a sviluppare una riflessione a due - educatore e donna migrante - al fine di ricomporre un progetto emancipatorio transitoriamente interrotto.

Lo strumento più consono a un simile obiettivo ritengo sia la narrazione di sé, della donna come dell'educatore, in vista di una crescita comune.

Il ruolo dell'educatore dovrebbe essere quello di:

 

«contribuire a tracciare storie possibili che, nell'intricata complessità delle situazioni educative, promuovano prospettive di senso e facilitino il lavoro di negoziazione e costruzione di significati emancipativi ed evolutivi per sé e per gli altri»[237].

 

La relazione educativa, infatti, deve essere intesa come un processo di narrazione e di costruzione di senso, potrebbe anzi essere descritta come un percorso il cui scopo ultimo è la scoperta e la costituzione di senso del proprio essere al mondo[238].

Nella relazione con donne migranti prostitute/tuite questo vuol dire ripercorrere con la donna il suo progetto migratorio e il suo vissuto (più o meno libero) di prostituzione, per superare eventuali sentimenti colpevolizzanti e di rabbia verso se stessa, per recuperare un'immagine positiva di sé. Vuol dire valorizzare la scommessa emancipativa intrapresa dalla donna con la migrazione, aiutarla a ricostruire tutte le difficoltà e le situazioni che ha dovuto e saputo affrontare, individuare insieme le cause dello sfruttamento e dell'assoggettamento subiti, per capire quanto siano dipesi da sue debolezze o incapacità, e quanto, invece, da condizioni a lei esterne, anche da condizioni storiche, economiche, culturali e politiche di carattere globale, difficili da prevedere e da controllare per chiunque. Vuol dire, infine, recuperare e concretizzare nella nuova realtà sociale d'inserimento quella scommessa, recuperare la dimensione della progettualità e finalmente sperimentarsi nel nuovo contesto.

Anche in questo caso ritorna l'importanza di un lavoro di empowerment, di presa di coscienza del proprio potere di cambiamento, infatti:

 

«educare per il cambiamento (…) vuol dire, prima di tutto, fornire risorse cognitive, dare capacità di lettura della realtà che consentano di individuare percorsi possibili di promozione e di sviluppo»[239].

 

Perché tutto questo sia davvero possibile l'operatore deve conoscere molto bene il fenomeno della prostituzione migrante, le sue molteplici cause, le tipologie che assume in relazione anche alla provenienza socio-demografica delle donne, deve possedere e maneggiare con padronanza questo "sapere", ma allo stesso tempo, nel momento in cui si va a relazionare con le singole storie, deve anche saperlo mettere da parte, deve essere in grado in qualche modo di dimenticare ciò che sa. Il rischio, altrimenti, è che si diano per scontate ed ovvie letture massificate delle storie con cui ci si rapporta e che l'operatore si avvicini alla donna già carico di pregiudizi e categorizzazioni astratte. C'è poi il dato concreto di un fenomeno già di per sé in continuo mutamento, che si è modificato negli anni e, presumibilmente, cambierà ancora.

L'educatore deve, da una parte, attivare la domanda, aiutare la donna ad interrogarsi, dall'altra fornire sostegno e condivisione, essere un compagno di viaggio, soprattutto deve ricordare sempre che «lavorare con gli altri significa innanzitutto disponibilità a lavorare su di sé, essere in grado di rimettersi in discussione sempre pur mantenendo una propria individualità ben definita»[240].

 

Perché il suo intervento non diventi, però, una lotta contro i mulini a vento, l'educatore deve poter contare su una poliedrica rete di servizi consolidati, stabili e pubblici, senza i quali parole come diritti di cittadinanza e parità di opportunità per tutti diventano semplici proclami. L'educatore deve rivestire, cioè, un compito anche politico, quello di richiamare l'attenzione e l'intervento sociale dello Stato nell'ambito delle politiche migratorie, altrimenti oggetto solo di politiche poliziesche e repressive. Come ben precisa un'interessante ricerca sulla sicurezza/insicurezza dei migranti nella nostra società:

 

«si vuole qui porre sinteticamente l'attenzione sul significato che i servizi possono assumere nel processo di accoglienza, di integrazione e dunque di acquisizione di sicurezza per la propria esistenza da un lato, di diritto di cittadinanza dall'altro. Il riferimento, naturalmente, è a una gamma assai ampia di servizi: da quelli burocratici a quelli sanitari fino a quelli che operano nei settori linguistico, culturale e della sfera della socializzazione, che tutti, in misura e modi diversi, facilitano il passaggio nella condizione di straniero/a da soggetto in grado di esprimere solo bisogni, a soggetto portatore e gestore di diritti»[241].

 

In questi anni il lavoro del privato sociale è stato importante proprio perché ha saputo leggere le trasformazioni sociali ed adeguare il proprio intervento alle stesse, soprattutto ha saputo intervenire in contesti solitamente trascurati dal settore pubblico, avviando pratiche innovative e contribuendo, così, ad integrare le stesse risposte istituzionali[242].

Tutti i soggetti attivi nel privato sociale, che hanno fino ad oggi avuto il merito di colmare le lacune del settore pubblico e di capitalizzare saperi e pratiche di promozione sociale, dovranno ora farsi promotori perché il governo si impegni a passare, da una dimensione progettuale, ad una dimensione di servizio, perché il sistema di welfare sia adeguato al territorio e alle necessità che da esso provengono. Il settore informale deve ricoprire la funzione «di dar voce alle mancanze e di stimolare le istituzioni a prendere in carico problemi e bisogni»[243].

Le istituzioni e gli Enti locali dovranno assumere un ruolo attivo, mediante interventi pubblici di finanziamento e di gestione diretta e prestando la disponibilità a convenzionarsi con le realtà di accoglienza già attive sul territorio, favorendo le iniziative di impegno concreto della società civile, la formazione e l'aggiornamento, senza far gravare oneri eccessivi sul volontariato che, se rappresenta una risorsa preziosa da valorizzare, presenta anche oggettivi limiti di cui tener conto[244].

 

L'intervento educativo con donne migranti ed ex-prostitute, per essere efficace, deve tenere insieme due piani ugualmente indispensabili: deve saper attivare relazioni positive con le donne, al fine di promuoverne le capacità di soggettivazione e di emancipazione, e deve attivare una pedagogia dei diritti, promotrice di politiche sociali che diffondano condizioni reali di parità sociale, civile e politica per tutti i soggetti.

Vanno allora rifiutati i meccanismi di vittimizzazione, che facilmente si innescano quando si parla di sfruttamento sessuale e di tratta di esseri umani, va rifiutata la logica dominante per cui sembra che il paradigma della vittimizzazione, anche solo su un piano simbolico, sia la via privilegiata all'integrazione. Una tale impostazione facilmente si traduce, infatti, in arbitrarie forme di inferiorizzazione delle donne prositute/tuite e dei loro percorsi migratori ed esistenziali.

Se non si riconosce la capacità delle donne migranti di dirigere intenzionalmente il corso della propria vita e di investire su se stesse,  si riprodurranno ancora politiche sociali altalenanti tra il contenimento ed il controllo, come tradizionalmente è stato in Italia a partire dalla comparsa dei flussi migratori. Gli interventi più diffusi, infatti, hanno sempre oscillato tra l'intervento caritativo assistenziale ed il controllo sociale[245].

Vanno praticate, invece, strategie di cittadinanza, attraverso il passaggio da una politica assistenziale a una politica dei diritti, da una politica di accudimento e contenimento a una politica volta alla promozione della dignità e dell'autonomia delle persone.

Gli operatori sono «chiamati a promuovere l'esercizio consapevole dei diritti e dei doveri da parte del soggetto, a sostenere la sua emancipazione dai vincoli e dalle limitazioni poste dal suo essere collocato "fuori" dalle dinamiche dell'organizzazione sociale in cui intende inserirsi»[246].

In questo senso è possibile parlare di educazione come atto politico, nella misura in cui genera "soggetti politici", capaci di intervenire sulla realtà e di modificarla, e diffonde pratiche di cittadinanza, laddove per cittadinanza si deve intendere la possibilità di essere soggetto politico nella città.

 

 

Conclusioni

A conclusione della ricerca svolta la convinzione che ho maturato è che si debba guardare alle donne prostitute/tuite in Europa, prima di tutto, come a donne migranti e poi, in relazione ai canali e alle modalità della loro migrazione, come a donne coinvolte nella prostituzione o, più in generale, nel settore del sex-business.

Le donne che emigrano dal proprio paese lo fanno per tentare di realizzare condizioni, materiali e immateriali, di vita più vicine alle proprie aspirazioni, o per garantire la medesima aspettativa alla propria famiglia. È, infatti, innegabile che, all'origine della scelta di emigrare, vi sia sempre un qualche progetto di emancipazione e di soggettivazione, una strategia personale di vita.

La prima spinta all'autonomia e alla promozione di sé, quindi, le donne migranti la esprimono emigrando, e questa scelta originaria emerge anche dalle testimonianze delle donne che confluiscono nel vasto mercato della prostituzione sfruttata, perfino di quelle che diventano oggetto di una vera e propria tratta. Sempre più spesso, inoltre, il bisogno che le spinge a emigrare non è di carattere prettamente o esclusivamente economico, ma deriva dall'attrazione che esercita su di loro l'occidente, dall'aspirazione a vivere in una società in cui i modelli di genere sono percepiti come più giusti e liberi. Le donne, cioè, oltre che di  una fonte di autonomia economica, sono alla ricerca di modelli alternativi di vita femminile.

La stessa determinazione a restare comunque in Italia - il timore più diffuso, anche per le donne "trattate", è quello di un'espulsione dal nostro paese - e a cercare, a partire dalle poche possibilità concrete a disposizione, di guadagnarsi nel tempo margini di autonomia sempre più ampi, ci restituiscono l'immagine di una realtà diversa, o comunque molto più poliedrica, rispetto alle semplificazioni che dominano nella rappresentazione sociale del fenomeno, prima fra tutte quella per cui tutta la prostituzione straniera viene fatta coincidere con la tratta di donne. Si è andato diffondendo, infatti, nel processo che accompagna la lotta al traffico di esseri umani, un meccanismo di "etichettamento sociale" delle donne coinvolte nello sfruttamento della prostituzione come  "vittime passive"[247].

Le analisi più attente della realtà prostituzionale straniera in Italia, invece, concordano nello smentire l'utilità di una lettura schiacciata sulla vittimizzazione delle donne.

 

Tale consapevolezza è di grande importanza per l'operatore che scelga di lavorare in questo ambito, è il primo passo verso un atto di riconoscimento delle potenzialità emancipatorie delle donne che incontra, della loro capacità di guidare il corso della propria vita. Da questa consapevolezza l'operatore deve partire, al fine di valorizzare, accompagnare e potenziare le traiettorie di soggettivazione che le donne hanno intrapreso con l'emigrazione.

Il concetto che può aiutare a rappresentare al meglio la condizione delle donne che accedono ai programmi di protezione sociale è quello di "vittima attiva", per indicare una persona che ha vissuto e vive transitoriamente una situazione di assoggettamento, ma che conserva ed esercita, in modi più o meno evidenti, una propria capacità di soggettivazione e di emersione da quell'assoggettamento.

Su questa originaria capacità e volontà di soggettivazione delle donne migranti deve concentrarsi l'intervento socio-educativo, così da avviare e potenziare processi di nuovo empowerment, strada obbligata per una concreta pedagogia dei diritti.

Riconoscere e promuovere i diritti di cittadinanza dei soggetti che vivono condizioni di marginalità o di esclusione sociale è il passaggio obbligato, in educazione ma anche nell'ambito delle politiche sociali, per combattere quella marginalità e quella esclusione. Si può anzi dire che è proprio l'esclusione dai diritti soggettivi a generare meccanismi di marginalizzazione e di esclusione sociale.

Più che invocare il diritto alla sicurezza, allora, va incentivata e praticata la "sicurezza dei diritti" di tutti, favorendo e moltiplicando i processi di inserimento, integrazione e coesione sociale[248].

 

Nell'ambito della prostituzione di donne migranti questo vuol dire promuovere politiche migratorie nazionali meno securitarie e più attente all'accoglienza sul territorio; vuol dire riconoscere il "diritto di fuga" delle donne da condizioni di vita che offrono loro poche e non soddisfacenti prospettive di realizzazione personale; vuol dire guardare loro come ad "attori sociali" consapevoli, capaci di tracciare progetti e percorsi di soggettivazione; vuol dire agire interventi socio-educativi capaci di riconoscere e rispettare le poliedriche volontà che le donne manifestano; vuol dire riconoscere, per chi lo scelga, il diritto di prostituirsi in condizioni di libertà e di autonomia, il diritto all'autodeterminazione sessuale e la piena libertà di movimento e di comportamento; vuol dire diffondere empowerment tra le donne, affinché si sgancino definitivamente dalle reti di protezione che le hanno accompagnate nel percorso di fuoriuscita dalla prostituzione e si sperimentino nella società italiana da persone autonome e indipendenti; vuol dire promuovere e diffondere empowerment nel territorio, soprattutto creare le condizioni politiche, economiche, culturali, sociali, occupazionali, abitative affinché davvero si possa dire di garantire diritti uguali per tutti e concrete possibilità di inclusione sociale e di promozione delle persone.

 

 

 

 

 



[1] Il concetto di "esclusione sociale" può essere pienamente definito solo in relazione a quello di cittadinanza. Ne riporto una definizione breve ed esemplificativa: «Il concetto di esclusione sociale come esclusione dalle risorse per l'integrazione sociale rimanda al concetto di cittadinanza in senso allargato (cioè non limitato al godimento dei diritti politici). Esso include quindi due elementi: i diritti sociali dei cittadini in una società data e le situazioni di deprivazione in cui si trovano alcuni individui e gruppi rispetto al godimento di quei diritti». (C. Saraceno, ‹Esclusione sociale›, in Animazione Sociale, Università della strada (a cura di), ‹Il lavoro di strada. Prevenzione del disagio, delle dipendenze, dell'AIDS›, Quaderni di Animazione e Formazione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995, p.14.).

[2] Sul concetto di empowerment vedi C. Piccardo, ‹Empowerment. Strategie di sviluppo organizzativo centrale sulla persona›, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.

[3] Ne sono una prova le politiche migratorie basate sulle quote, cioè su un calcolo del numero massimo di migranti cui si concede l'ingresso e la regolarizzazione, sulla base delle esigenze del mercato del lavoro nazionale. Le quote vengono decise su indicazione degli imprenditori e delle industrie locali, quindi solo sulla base delle esigenze produttive ed economiche dei paesi d'immigrazione.

[4] Cfr. A. Dal Lago, ‹Nemici della società›, in Id., ‹Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale›, Feltrinelli/Interzone, Milano 1999, pp. 23-62.

[5] I dati raccolti e analizzati nel 2000 dalla Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati e raccolti a cura di G. Zincone nel ‹Primo rapporto sull'integrazione degli immigrati in Italia›, il Mulino, Bologna 2000, mostrano la persistenza di molti impedimenti all'ottenimento di tutti i requisiti richiesti dalle leggi italiane per ottenere il permesso di soggiorno. Gli immigrati risultano lavorare nell'economia sommersa, anche quando abbiano ottenuto il permesso di soggiorno; quando trovano lavori regolari, la precarietà di tali occupazioni, unita alla mancanza di sostegni di reddito, pubblici o familiari, determina facilmente il ritorno a lavori irregolari. L'altro requisito richiesto, la residenza, presenta altre difficoltà: dal Rapporto risulta l'inadeguatezza delle politiche italiane rispetto al mercato dell'affitto e alle situazioni in cui il disagio abitativo si somma al rischio di povertà e di esclusione sociale. Vedi anche: E. Panero, ‹Una riforma pericolosamente bloccata›, in Gruppo Abele, ‹Annuario Sociale 2001›, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 507-508 e pp. 556-560. Dai dati riportati da Panero, relativamente alle donne migranti, risulta che nel 1999 tra gli avviamenti al lavoro l'80% riguarda gli uomini, a riprova di quanto sia difficile la ricerca di lavoro per le donne straniere nel mercato regolare, nonostante le stesse siano un terzo degli iscritti al collocamento.

[6] Per una esplicazione del concetto di "non-persona" vedi A. Dal Lago, op. cit.. 

[7] Non è affatto indifferente o casuale il fatto che la nuova legge Bossi-Fini sull'immigrazione, che non prevede più alcun tipo di sanatoria, riconosca come uniche regolarizzazioni possibili quelle di donne assunte come colf o "badanti" nelle famiglie italiane. E' anzi stata creata e introdotta nel dibattito pubblico una nuova parola, quella di "badante", proprio per comprendere tutte le persone straniere (quasi sempre donne) che vivono in Italia lavorando nel settore della cura e dei servizi alla persona. Vedi anche i risultati di una ricerca condotta a Milano su quattro gruppi di donne migranti (filippine, cinesi, eritree ed egiziane) e riportati in G. Favaro, M. Tognetti Bordogna, ‹Donne dal mondo. Strategie migratorie al femminile›, Guerini e Associati, Milano 1991; anche in M. Grasso, ‹Donne senza confini. Immigrate in Italia tra marginalità ed emancipazione›, L'Harmattan Italia, Torino 1994, si sottolinea come la caratteristica delle migrazioni femminili in Italia sia il loro riversarsi in attività lavorative tipiche del settore domestico e ormai rifiutate dagli autoctoni; P. Monzini, ‹Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento›, Donzelli Editore, Roma 2002, pp. 45-47.

[8] Si rimanda ad A. Dal Lago, ‹La produzione della devianza. Teoria sociale e meccanismi di controllo›, ombre corte, Verona 2000.

[9] Cfr. A. Dal Lago, ‹Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale›, Feltrinelli/Interzone, Milano 1999. Il libro analizza le pratiche e i discorsi attraverso i quali in Italia si è ridotta la questione migratoria ad una questione di ordine pubblico e di sicurezza, fonte di panico e di esclusione. In particolare analizza come il senso comune, i media, i partiti politici, le legislazioni nazionali, le forze dell'ordine, la stessa "scienza dell'immigrazione",  con i loro discorsi, costruiscono la figura del migrante come "nemico pubblico", rinnovano di continuo tale rappresentazione e nella stessa trovano conferma dei propri assunti, in un meccanismo tautologico che si autoriproduce.

[10] L. Ferrante, ‹Prostituzione: singolare femminile. Ma è davvero così?›, in ASPE, ‹Prostituzione. Un mondo…che attraversa il mondo, 1983-1997›, Rassegna stampa, Gruppo Abele Periodici, pp. 62-64.

[11] Uso il termine genealogia nell'accezione datagli da M. Foucault: ‹La genealogia sarebbe dunque, rispetto al progetto di una iscrizione dei saperi nella gerarchia del potere proprio della scienza, una specie di tentativo per liberare dall'assoggettamento i saperi storici e per renderli liberi, capaci cioè di opposizione e di lotta contro la coercizione di un discorso teorico, unitario, formale e scientifico›. (M. Foucault, ‹Bisogna difendere la società›, Feltrinelli, Milano 1998, p. 18).

[12] J. Rossiaud, ‹La prostituzione nel Medioevo›, Biblioteca Universale Laterza, Bari 1986, p. 6.

[13] G. Greco, ‹Lo scienziato e la prostituta. Due secoli di studi sulla prostituzione›, Edizioni Dedalo, Bari 1987, p. 14.

[14]  E. Kermol, A. Francescutto, ‹Un'analisi del fenomeno prostituzione. Fra stili di vita e ipotesi di intervento›, CLEUP, Padova 2000, p. 11.

[15] Il termine, proveniente dal greco, significa appunto nozze divine. Si tratta di una pratica diffusa in più società antiche, in particolare in alcune regioni mediterranee: nell'Asia minore, nell'Africa occidentale, nel Sud dell'India.

Per approfondimenti vedi: F. Henriques, ‹La prostituzione nel mondo antico, classico e orientale›, Edizioni Storia Sconosciuta – Stella Alpina, Novara 1966, pp. 7-31; C. Turano, ‹La prostituta sacra a Locri Epizefiri›, in "Archeologia classica", Rivista di archeologia della Università di Roma, vol. IV, fasc. 1, Roma 1952, pp. 249-252; S. Moscati (a cura di), ‹I Fenici›, Bompiani, Milano 1988, pp. 116-118.

[16] F. Henriques, op. cit., p. 7.

[17] E. Kermol, A. Francescutto, op. cit., p. 12.

[18] S. de Beauvoir, ‹Il secondo sesso›, Il Saggiatore Economici, 1994, p. 117.

[19] S. Moscati, op. cit., p. 118.

[20] E. Kermol, A. Francescutto, op. cit., p. 13.

[21] Cfr. M. Foucault, ‹L'uso dei piaceri. Storia della sessualità 2›, Feltrinelli, Milano 1984.

[22] F. Henriques, op. cit., p. 27.

[23] G. Greco, op. cit., p. 12.

[24] S. de Beauvoir, op. cit., p. 117.

[25] Ibidem, p. 650.

[26] G. Greco, op. cit., p. 50.

[27]  S. de Beauveoir, op. cit., p. 134.

[28]  R. Sapio, ‹Prostituzione. Dal diritto ai diritti›, Leoncavallo Libri, Milano 1995, p. 20.

[29] J. Rossiaud, op. cit., pp. 167-169.

[30] J. Rossiaud, op. cit., p. 67.

[31] J. Rossiaud, op. cit., p. 198.

[32] G. Fiume, ‹Morale sessuale e igiene sociale: il controllo sulla prostituzione nella Sicilia degli ultimi Borbone›, in AA.VV., ‹Malattie, terapie e istituzioni sanitarie in Sicilia›, Istituto di storia moderna dell'Università di Palermo, Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera (CISO), Palermo 1985, pp. 233-234.

[33] C. Ginzburg, ‹Folklore, magia, religione›, in ‹Storia d'Italia›, volume primo, I caratteri originali, Giulio Einaudi Editore, Torino 1972, pp. 650-651.

[34] Michel Foucault è tra i più significativi strutturalisti contemporanei, benché lui dichiarasse di non esserlo. Il suo merito è di aver applicato l'atteggiamento strutturalista nel campo della scienza storica, in particolare della storia della cultura e delle idee.

Lo Strutturalismo filosofico mette al centro la consapevolezza della riduzione della libertà in un mondo sempre più "amministrato" e "organizzato", in esso la categoria di fondo non è l'essere ma la relazione, non è il soggetto ma la struttura. (G. Reale, D. Antiseri, ‹Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi›, volume terzo, Editrice La Scuola, Brescia 1983, pp. 692-694). Tuttavia Foucault non si considerava uno strutturalista, la sua intenzione non era di cogliere strutture invariabili intemporali, bensì strutture storiche variabili. Lui stesso dichiarava, rispetto al ruolo del soggetto nel discorso, «non ho voluto escludere il problema del soggetto, ho voluto definire le posizioni e le funzioni che il soggetto poteva occupare nella diversità del discorso». (M. Foucault, ‹L'archeologia del sapere›, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1971). Il nucleo profondo di tutta la riflessione di M. Foucault è stato quello di costruire una "storia della verità", a partire dalla convinzione che, dietro quella che chiamiamo "verità", si celino "giochi di verità" e "regimi di verità", «dietro la verità si dà sempre - nietzscheanamente - una volontà di valorizzazione che si oggettiva in ordini discorsivi dotati di tecniche e di strategie di autoaffermazione e di esclusione». (R. Esposito, C. Galli (diretta da), ‹Enciclopedia del pensiero politico›, Laterza, Roma - Bari, 2000, p. 251). La sua ricerca si è concentrata: sulle problematiche del sapere, intese come pratiche discorsive con funzioni normative; sulle manifestazioni del potere, non più concepito come emanazione della sovranità da un unico punto centrale, ma «come un campo di forze attraversato da inflessioni, resistenze, cambiamenti di direzione» (Ibidem, p. 251); sui modi e le forme con cui gli individui, con modalità che mutano da una morale all'altra e da una cultura all'altra, realizzano la "soggettivazione" e l'autocostituzione del proprio sé.

[35] S. Catucci, ‹Introduzione a Foucault›, Editori Laterza, Bari 2000, p. 112.

[36] Ibidem, p. 114. Per ulteriori approfondimenti si veda anche: A. Biondi, ‹Aspetti della cultura cattolica post-tridentina. Religione e controllo sociale›, in ‹Storia d'Italia›, Annali 4, Intellettuali e potere, Giulio Einaudi Editore, Torino 1981, pp. 253-302.

[37] R. Sapio, op. cit., pag. 26.

[38] S. Catucci, op. cit., p. 115. Vedi anche A. Giddens, ‹Foucault e la sessualità›, in Id. ‹La trasformazione dell'intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne›, il Mulino, Bologna 1995, pp. 27-45.

[39] R. Sapio, op. cit., p. 34.

[40] M. Foucault, ‹Sorvegliare e punire›, Einaudi Editore, Torino 1976, p. 29.

[41] B. Duden, ‹Il corpo della donna come luogo pubblico›, Bollati Boringhieri, Torino 1994, pp. 106-107.

[42] G. Greco, op. cit., p. 15.

[43] Si utilizza il concetto di dispositivo discorsivo nel senso con cui lo impiega M. Foucault, ossia come insieme di tecniche e saperi con cui il potere esercita la propria funzione di controllo sui singoli e sulla società nel suo complesso. Si veda: G. Deleuze, ‹Che cos'è un dispositivo›, in Id. ‹Divenire molteplice. Nietzsche, Foucault ed altri intercessori›, ombre corte, Verona 1999, pp. 67-75.

[44] G. Panseri, ‹Il medico: note su un intellettuale scientifico italiano nell'Ottocento›, in ‹Storia d'Italia›, Annali 4, Intellettuali e potere, Einaudi Editore, Torino 1981, p. 1147.

[45] Per un approfondimento vedi A. Dal Lago, ‹La produzione della devianza. Teoria sociale e meccanismi di controllo›, ombre corte, Verona 2000.

[46] F. Basaglia, F. Basaglia Ongaro, ‹La maggioranza deviante›, Einaudi Editore, Torino 1971, p. 20.

[47] S. Catucci, op. cit., p. 117.

[48] R. Tatafiore, ‹Sesso al lavoro›, EST, Milano 1997, pp. 133-134.

[49] La nozione di genere, rispetto a quella di sesso, vuole sottolineare la costruzione culturale dell'identità sessuale e la sua variabilità nel tempo in relazione alle trasformazioni culturali e sociali.

[50] A. De Bernardi, S. Guarracino (a cura di), ‹Dizionario di storiografia›, Ed. Scol. Bruno Mondatori, Milano 1996, p. 321.

[51] R. Tatafiore, op. cit., p. 109.

[52] C. Galli, ‹Spazi politici. L'età moderna e l'età globale›, Il Mulino, Bologna 2001, p. 133.

[53] Si tratta del fenomeno noto come "transnazionalizzazione delle imprese", cioè la tendenza delle imprese a disarticolare i diversi segmenti del ciclo produttivo, scegliendo per ogni segmento i luoghi che offrano le condizioni migliori.

[54] R. Dahrendorf, ‹Quadrare il cerchio›, Laterza, Roma - Bari 1995, p. 19.

[55] Cfr. I. Wallerstein, ‹Dopo il liberalismo›, Jaca Book, Milano 1998; G. Arrighi, ‹Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo›, Il Saggiatore, Milano 1996; G. Arrighi, T. H. Hopkins, I. Wallerstein, ‹Antisystemic movements›, manifestolibri, Roma 1992.

[57] M. Revelli, ‹Governare la globalizzazione›, in "I viaggi di Erodoto", Atti del Convegno Mappe del '900, Rimini 22-24 novembre 2001, Bruno Mondadori, p. 37.

[58] M. Revelli, ‹La figura dello "straniero" nell'epoca della "globalizzazione"›, in Id. ‹Le due destre›, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p. 165.

[59] J. Brecher, T. Costello, B. Smith, ‹Come farsi un movimento globale›, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 19.

[60] J. Brecher, T. Costello, B. Smith, op. cit..

[61] T. Perna, ‹Giochi di equità›, in "Animazione sociale", n. 8/9, agosto/settembre 2001, p. 94.

[62] G. Arrighi, T. H. Hopkins, I. Wallerstein, ‹Antisystemic movements›, manifestolibri, Roma 1992, p.45.

[63] A. Dal Lago, ‹Non-persone. L'eslusione dei migranti in una società globale›, Feltrinelli, Milano 1999, p. 250. Per una definizione del nuovo ordine mondiale non si può non ricordare il concetto di "Impero" introdotto da M. Hardt e A. Negri proprio per definire un mondo che non ha un centro territoriale di potere, ma che anzi esercita il proprio potere attraverso un apparato decentrato e deterritorializzato. L'Impero vede tutte le sue componenti geo-politiche scambiarsi e compenetrarsi, in uno spazio unitario e diviso allo stesso tempo. L'Impero non esclude nessuno, deve anzi integrare tutti nel suo regime espansivo e nelle sue frontiere aperte e in continua espansione, pur prevedendo e fissando divisioni e gerarchie. (Cfr. M. Hardt, A. Negri, ‹Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione›, Rizzoli, Milano 2002).

[64] Cfr. B. Amoroso, ‹L'apartheid globale. Globalizzazione, marginalizzazione economica, destabilizzazione politica›, Edizioni Lavoro, Roma 1999.

[65] Cfr. S. Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), ‹I confini della globalizzazione›, manifestolibri, Roma 2000.

[66] S. Mezzadra, A. Petrillo, op. cit., p. 10.

[67] Sui concetti di clandestinizzazione e criminalizzazione dei migranti vedi H. Dietrich, ‹Regime di controllo delle frontiere e nuove migrazioni nell'Europa di Schengen. Il caso tedesco›, in S. Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), op. cit., pp. 123-156.

[69] S. Latouche, ‹I paradossi del glocalismo economico e culturale›, http://www.edscuola.com/archivio/interlinea/paraglo.htmi, Fondamenta Venezia 5-8 ottobre 2000.

[70] Sul concetto di "glocalismo" vedi J. Mander, E. Goldsmith, ‹Glocalismo. L'alternativa strategica alla globalizzazione›, Arianna Editrice, Bologna 1998.

[71] A. Rustichini, ‹Glocalismo: l'impatto della globalizzazione sulle realtà locali›, Relazione alla Summer School di formazione politica ‹La sfida riformista›, San Miniato, 12 luglio 2002.

[72] S. Latouche, ‹Glocalismo›, op. cit..

[73] M. Revelli, ‹Le due destre›, Bollati Boringhieri, Torino 1996, pp. 179-180.

[74] L. Ferrari Bravo, ‹Sovranità›, in A. Zanini, U. Fadini (a cura di), ‹Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione›, Feltrinelli/Interzone, Milano 2001, pp. 284.

[75] R. Gallissot, ‹Diritti dell'uomo›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico. In dieci parole chiave›, Edizioni Dedalo, Bari 1997, p. 59.

[76] Ibidem, pp. 59-62.

[77] C. Schmitt, ‹Le categorie del "politico"›, il Mulino, Bologna 1972, p. 101.

[78] H. Dietrich, ‹Regime di controllo delle frontiere e nuove migrazioni nell'Europa di Schengen. Il caso tedesco›, in S. Mezzadra, A. Petrillo, op. cit., p. 124.

[79] L. Ferrajoli, ‹Dai diritti del cittadino ai diritti della persona›, in D. Zolo (a cura di), ‹La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti›, Laterza, Bari 1994, p. 266.

[80] D. Zolo, ‹Cittadinanza, Stato di diritto e diritti soggettivi›, in "I viaggi di Erodoto", Atti del Convegno Mappe del '900, Rimini 22-24 novembre 2001, Bruno Mondadori, p. 71.

[81] C. Marazzi, ‹Il posto dei calzini›, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 121.

[82] R. Gallissot, ‹Identità-identificazioni›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico. In dieci parole chiave›, Edizioni Dedalo, Bari 1997, p. 121.

[83] A. Dal Lago, ‹Non-persone›, op. cit., p. 217.

[84] Ibidem, p. 220.

[85] C. Galli, ‹Spazi politici. L'età moderna e l'età globale›, il Mulino, Bologna 2001, p. 137.

[86] Per una esplicitazione del "pensiero di stato" letto attraverso le migrazioni e la loro "funzione specchio" vedi A. Sayad, ‹La doppia assenza. Dalle illusioni dell'emigrato alle sofferenze dell'immigrato›, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.

[87] Cfr. C. Galli, ‹La globalizzazione›, in Id., op. cit., pp. 131-172.

[88] A. Sayad, op. cit., pp. 294-295.

[89] R. Ulargiu (a cura di), ‹Razza operaia. Intervista a Jann Moulier- Boutang›, Calusca Edizioni, Padova 1992, p. 13.

[90] Cfr. Y. M. Boutang, ‹Globalizzazione e controllo della mobilità nel capitalismo storico›, in S. Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), op. cit., pp. 67-87.

[91] A. Dal Lago, ‹Non-persone›, op. cit., p. 255; vedi anche C. Morini, ‹La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico›, DeriveApprodi, Roma 2001.

[92] Uso il termine "integrazione" per indicare quel processo sociale ininterrotto, volto a regolare i rapporti tra i singoli e la società in cui vivono. La preferenza per questa espressione deriva dalla sua stessa etimologia, perché, come spiega A.Sayad, «l'integrazione presuppone l'integrità della persona fusa ma non dissolta nel gruppo». (A. Sayad, ‹La doppia assenza. Dalle illusioni dell'emigrato alle sofferenze dell'immigrato›, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002, p. 294).

[93] F. Susi, ‹L'educazione interculturale fra teoria e prassi›, in F. Susi (a cura di), ‹L'interculturalità possibile. L'inserimento scolastico degli stranieri›, Anicia, Roma 1995, p. 37.

[94] G. Campani, F. Carchedi, G. Mottura (a cura di), ‹Spazi migratori e luoghi dello sviluppo›, L'Harmattan Italia, Torino 1999, p. 34; vedi anche M. Grasso, ‹Donne senza confini›, op. cit., pp. 15-20.

[95] A. Sayad, ‹La doppia assenza›, op. cit., p. 289.

[96] Ibidem, p. 288.

[97] L. Perrone, ‹Immigrazione e città. Metropoli, immigrazioni e conflitti sociali›, in Ufficio Studi ACLI Nazionali (a cura di), ‹Multiculturalità e diritti›, Editoriale Aesse, Roma 1999, p. 31.

[98] M. Giraud, ‹Assimilazione, pluralismo, "doppia cultura": l'etnicità in questione›, in R. Gallissot. A. Rivera (a cura di), ‹Pluralismo culturale in Europa›, Edizioni Dedalo, Bari 1995, pp. 95-96.

[99] A. Rivera, ‹Etnia-etnicità›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico. In dieci parole chiave›, Edizioni Dedalo, Bari 1997,  p. 95.

[100] M. Kilani, ‹Qualche nota introduttiva su integrazione, nazione, etnicità e cultura›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico›, op. cit., p. 18.

[101] R. Gallissot, ‹Nazionalità›, in R. Gallissot. A. Rivera, ‹Lìimbroglio etnico›, op. cit., p. 163.

[102] K. Couper, ‹La società multiculturale nella versione britannica›, in R. Gallissot, A. Rivera (a cura di), ‹Pluralismo culturale in Europa›, op. cit., p. 66.

[103] M. Kilani, ‹Qualche nota introduttiva su integrazione, multiculturalismo, nazione, etnicità e cultura›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico›, op. cit., p. 14.

[104] A. Rivera, ‹Etnia-etnicità›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico›, op. cit., p. 94.

[105] M. Martiniello, ‹Dinamica e pluralismo culturali nell'area di Bruxelles›, in R. Gallissot, A. Rivera (a cura di), ‹Pluralismo culturale in Europa›, op. cit., p. 76.

[106] Ibidem, p. 74.

[107] Ibidem, p. 82.

[108] A. Rivera, ‹Etnia-etnicità›, op. cit., p. 96.

[109] R. Gallissot, ‹Diritti dell'uomo›, in R. Gallissot, A. Rivera, ‹L'imbroglio etnico›, op. cit., p. 72.

[110] F. Susi, op. cit., p. 39.

[111] F. Susi, op. cit., p. 49.

[112] Sulla differenza tra "identità culturale" e "strategie d'identificazione" vedi M. Giraud, op. cit., pp. 98-100.

[113] M. Giraud, op. cit., p. 98.

[114] M. Martiniello, op. cit., p. 77.

[115] M. Kilani, ‹Antropologia. Una introduzione›, Edizioni Dedalo, Bari 1994, pp. 55-56.

[116] Cfr. A. Sayad, ‹La doppia assenza›, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.

[117] A. Sayad, op. cit., p. 89.

[118] S. Palidda, ‹Introduzione all'edizione italiana›, in A. Sayad, op. cit., p. XI.

[119] A. Sayad, op. cit., p. 240.

[120] S. Mezzadra, ‹Migrazioni›, in A. Zanini, U. Fadini (a cura di), ‹Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione›, Feltrinelli/Interzone, Milano 2001, p. 208. Vedi anche S. Mezzadra, ‹Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione›, ombre corte, Verona 2001.

[121] La posizione che il presenta lavoro vuole affermare è che non si possa né si debba parlare della prostituzione in astratto, come di un mondo monolitico, né si possa pensare a una sola modalità d'intervento o a interventi massificati. Quello della prostituzione si presenta oggi come un mondo molto differenziato al proprio interno: prostituzione in casa, soprattutto di donne italiane che lavorano con una clientela selezionata, anche attraverso prezzi più alti; prostituzione in locali e night-clubs protetti, spesso mascherata dietro attività dello spettacolo poco definite; prostituzione occasionale, di donne che così integrano un lavoro che già hanno ma che non è sufficiente ai loro bisogni, o di studentesse che così possono permettersi gli studi e i divertimenti; prostituzione di strada. Ma la vera, fondamentale distinzione che va fatta è quella tra prostituzione "libera" e forme di prostituzione che rasentano la riduzione in schiavitù, conosciute come "tratta di esseri umani", nelle quali sono coinvolte quasi sempre donne non italiane.

[122] Per una spiegazione del concetto di "femminilizzazione del lavoro", si rimanda a C. Marazzi, ‹Il posto dei calzini›, op. cit.; vedi anche C. Borderías, op. cit., pp. 105-164.

[123] C. Marazzi, op. cit., p. 61.

[124] Cfr. C. Marazzi, op. cit.; vedi anche S. Palidda, ‹Introduzione. Il cliché della migrante: colf o prostituta›, in C. Morini, ‹La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico›, DeriveApprodi, Roma 2001; una conferma implicita della notevole concentrazione di donne migranti nel settore della cura e dei servizi alle persone o comunque nel settore domestico è data dal fatto che, nella stessa legge sull'immigrazione Bossi-Fini, la sola forma di regolarizzazione prevista è quella relativa a colf e badanti. Sulla divisione del lavoro sulla base della distinzione tra mano d'opera nazionale e mano d'opera immigrata anche in lavori prettamente maschili si veda il caso, riportato e dimostrato dagli studi di A. Sayad,  degli operai OS (operai generici) in Francia che sono sempre lavoratori immigrati. Alcuni autori poi, come Y. Moulier Boutang, parlano esplicitamente di un fenomeno di "etnicizzazione del lavoro", sia a livello nazionale che internazionale, una segmentazione e divisione del lavoro in compartimenti stagni e con prezzi diversificati. (Cfr. R. Ulargiu (a cura di), ‹Razza operaia›, op. cit.).

[125] S.Palidda, ‹Immigrazione e tossicodipendenza›, dattiloscritto, 1999, pp. 5-6.

[126] J. Brecher, T. Costello, B. Smith, ‹Come farsi un movimento globale. La costruzione della democrazia dal basso›, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 29.

[127] Cfr. R. Dahrendorf, ‹Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica›, Laterza, Roma – Bari 1995.

[128] Analisi più dettagliate sulle provenienze geografiche prevalenti tra le donne migranti presenti in Italia parlano di una prima componente, più consistente, rappresentata dalle donne dell'Europa dell'Est, seguita dall'America Latina e poi dal continente africano. (Cfr. M. Merelli, M. G. Ruggerini, ‹Sicurezza/insicurezza nelle donne migranti›, in "Quaderni di Cittàsicure", n. 16, marzo-aprile 1999).

[129] M. Grasso, ‹Donne senza confini. Immigrate in Italia tra marginalità ed emancipazione›, L'Harmattan Italia, Torino 1994, p. 21. Per un'analisi più dettagliata della presenza migrante femminile in Italia e una comparazione numerica con quella maschile vedi: Unicef, ‹Migrazione al femminile›, in ‹L'immigrazione in Italia›, Il Mondodomani, n. 1, http://www.unicef.it/dossiermd/dossier0001.htm , gennaio 2000; M. Giovannetti, ‹L'immigrazione femminile in Italia e in Emilia-Romagna›, in M. Giovanetti, N. Caiti, Wafa Louati (a cura di), ‹Sicurezza/insicurezza nelle donne migranti: seconda parte›, "Quaderni di Cittàsicure", n. 16, marzo-aprile 1999.

[130] E' il caso in Italia della L. 40/98 sull'immigrazione, nota anche come Turco-Napolitano, che all'art. 18 ha previsto l'istituto della tutela e della protezione per soggetti clandestini sottoposti a sfruttamento e/o a violenza, attraverso percorsi individualizzati di protezione giuridica e di integrazione sociale.

[131] C. Corso, ‹Il target›, in Associazione On The Road (a cura di), op. cit., p. 136.

[132] Molti documenti sono rinvenibili sul sito del Comitato per i diritti civili delle prostitute http//: www.luccioleonline.org

[133] Cfr. Comitato per i diritti civili delle prostitute, ‹Strategie›, in http//: www.luccioleonline.org/politici/strategie.htm .

Per i concetti di "nuda vita" e "messa al bando" vedi G. Agamben, ‹Homo Sacer›, Einaudi, Torino 1995.

[134] Cfr. M. Grasso, op. cit., p. 77.

[135] C. Borderías, ‹Strategie della libertà. Storie e teorie del lavoro femminile›, manifestolibri, Roma 2000, p. 83.

[136] Per una esposizione dei due approcci della "storia delle donne" e della "storia di genere" vedi R. Fossati, ‹Oralità e femminismo. Storia delle donne, storia del genere e fonti orali›, in C. Bermani (a cura di), ‹Introduzione alla storia orale. Storia, conservazione delle fonti e problemi di metodo›, Volume 1, Odradek, Roma 1999, pp. 127-136.

[137] Ibidem, p. 128.

[138] In inglese il termine gender è stato introdotto per indicare la differenza sessuale come categoria sociale, diversa dal sex con cui si indica, invece, la sola realtà biologica. La storia di genere si sofferma, dunque, sull'analisi del sesso come costruzione sociale e sulla conseguente necessità di decostruire le categorie sociali con cui si rappresentano il maschile e il femminile. La storia di genere, cioè, si colloca nel filone del post-strutturalismo e recupera il contributo di M. Foucault sulla storia genealogica e sullo svelamento delle pratiche discorsive.

[139] Si rimanda in particolare alla ricerca presentata in C. Borderías, ‹Strategie di libertà. Storie e teorie del lavoro femminile›, manifestolibri, Roma 2000. Vedi anche Carla Vilarasau, ‹I progetti di emigrazione e la loro realizzazione in tre storie di donne Latino-americane›, tesi di laurea nonché parte di un progetto di ricerca più ampio della cattedra di Psicologia dell'età evolutiva dell'Università di Roma "La Sapienza", rinvenuta sul sito web www.comune.bologna.it/iperbole/bologna/immigra/mate/vilarasa.htm. Secondo l'autrice le storie di vita delle tre donne intervistate mostrano come nel loro vissuto sia inscritta la tensione alla libertà dalle regole dominanti nella loro società d'origine, la volontà di scegliere e di progettarsi autonomamente; G. Salierno, ‹Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi›, Giulio Einaudi editore, Torino 2001, pp. 100-121.

[140] Ho avuto modo di lavorare per circa un anno come operatrice di accoglienza in una casa di protezione gestita dall'associazione "Giraffah" per donne straniere uscite dalla prostituzione coatta, dove ho conosciuto diverse donne e ragazze provenienti da più paesi e con le quali ho potuto a lungo parlare e confrontarmi.

[141] G. Favaro, M. Tognetti Bordogna, ‹Donne dal mondo. Strategie migratorie al femminile›, Guerini e Associati, Milano 1991, p. 145.

[142] R. Ulargiu spiega bene questi passaggi intermedi all'interno dei percorsi migratori più consolidati:

‹l'immigrato che noi scorgiamo è quasi sempre passato per le metropoli del Sud del mondo, è stato accampato per anni nelle periferie, nelle bidonvilles di Lima, di Nuova Delhi, di Rabat o di Kinshasa; perché magari ha fatto per anni il manovale nei cantieri, l'operaio in qualche fabbrica decentrata delle multinazionali, oppure è alla seconda o terza generazione inurbata e si trova ad avere un diploma o una piccola bottega di venditore o di meccanico, o ad aver fallito, essere disoccupato etc. E’ uno che già sa cos'è lo sfruttamento. (…) E' forza-lavoro, una merce particolare, che pensa e produce plusvalore, consapevole di avere un mercato e che esistono altri mercati dove il suo prezzo è più alto›. (R. Ulargiu, op. cit., pp. II-III). Vedi anche G. Campani, F. Carchedi, G. Mottura, ‹Spazi migratori e luoghi dello sviluppo. Nuove prospettive per la cooperazione internazionale›, L'Harmattan Italia, Torino 1999, p. 13.

[143] Cfr. R. Ulargiu, op. cit., p. 1.

[144] R. Di Rosa, ‹Identità femminili in emancipazione dal rurale all'urbano›, in M. Grasso, op. cit., pp. 131-156.

[145] C. Borderías, op. cit., p. 96.

[146] S. Palidda, ‹Il cliché della migrante: colf o prostituta›, Introduzione in C. Morini, ‹La serva serve. Le nuove forzate del lavoro domestico›, DeriveApprodi, Roma 2001, pp. 9-10.

[147] C. Borderías, op. cit..

[148] Ibidem, op. cit., pp. 24-25.

[149] G. Salierno, op. cit., p. 101.

[150] M. Da Pra Pocchiesa, L. Grosso (a cura di),  ‹ Prostitute, prostituite, clienti. Che fare?›, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001, p. 14.

[151] C. Borderías, op. cit., pp. 17-18.

[152] Per approfondimenti si veda: Gruppo Abele, ‹Annuario Sociale 2001›, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 568-569.

[153] Da parte di molti esperti delle migrazioni internazionali si riconosce che politiche migratorie aperte sono il miglior metodo per limitare il traffico illegale. Le politiche restrittive o di "immigrazione zero", infatti, se hanno ridotto di molto l'immigrazione legale, hanno in compenso accresciuto notevolmente il numero dei richiedenti asilo e degli immigrati illegali, oltre ad aver incrementato il traffico controllato dalle organizzazioni criminali internazionali. (Cfr. Gruppo Abele, ‹Annuario Sociale 2001›, op. cit.).

[154] S. Palidda, ‹Il cliché della migrante: colf o prostituta›, op. cit., p. 13.

[155] D. Bigo, ‹Sicurezza e immigrazione. Il governo della paura›, in S. Mezzadra, A. Petrillo (a cura di), ‹I confini della globalizzazione›, manifestolibri, Roma 2000, p. 233.

[156] S. Palidda, ‹Sicurezza e paura›, in A. Zanini, U. Fadini (a cura di), ‹Lessico postfordista. Dizionario di idee della mutazione›, Feltrinelli/Interzone, Milano 2001, pp. 268-273.

[157] D. Bigo, op. cit., p. 213.

[158] S. Federici, ‹Riproduzione e lotta nella nuova divisione internazionale del lavoro›, in Dalla Costa Mariarosa, Dalla Costa Giovanna Franca (a cura di), ‹Donne, sviluppo e lavoro di riproduzione›, FrancoAngeli, Milano 1996, p. 72.

[159] Per la lettura delle migrazioni contemporanee come specchio del "pensiero di Stato" e dell'attuale ordine economico mondiale si veda: A. Sayad, ‹La doppia assenza›, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002. Secondo A. Sayad l'immigrazione finisce per «rendere patente ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di "innocenza" o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l'effetto specchio) ciò che è abitualmente nascosto nell'inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell'ombra, allo stato di segreto o di non pensato sociale». (A. Sayad, ‹La doppia pena del migrante. Riflessioni sul "pensiero di stato"›, in "aut aut", 275, settembre-ottobre, p. 10).

[160] P. Monzini, ‹Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento›, Donzelli Editore, Roma 2002, p. 46.

[161] Cfr. S. Federici, ‹Riproduzione e lotta nella nuova divisione internazionale del lavoro›, in Dalla Costa Mariarosa, Dalla Costa Giovanna Franca (a cura di), ‹Donne, sviluppo e lavoro di riproduzione›, FrancoAngeli, Milano 1996.

Nel testo si sostiene come la Ndil, con la formazione delle Free Trade Zones (Ftz) da parte delle compagnie multinazionali nei paesi "in via di sviluppo", non solo non abbia incrementato lo sviluppo industriale locale, né abbia inciso sulla disoccupazione, ma abbia costretto le donne impiegate nelle Ftz a una forma malcelata di schiavitù, costrette a salari ben al di sotto della minima sussistenza, tanto da poter affermare che le Ftz funzionano oggi da trampolino per l'emigrazione.

Silvia Federici spiega bene come «la pauperizzazione del Terzo Mondo ha permesso, oltre allo sviluppo delle Ftz, una redistribuzione del lavoro di riproduzione a livello internazionale che, non solo crea più profonde divisioni tra le donne delle aree metropolitane e le donne del Terzo Mondo, ma rafforza la stessa divisione sessuale del lavoro». (p. 66).

In questa divisione internazionale e sessuale del lavoro, le donne del "Terzo Mondo" e dell'Est europeo sono richieste e impiegate in specifici settori: nel settore domestico e/o di cura e servizi alla persona nelle famiglie dei paesi industrializzati; nell'industria del sesso e del sex-tourism in paesi come la Tailandia, le Filippine, la Corea, nonché nella prostituzione direttamente in Europa e nei paesi ricchi; nel "traffico" delle spose-per-ordine postale; nell'industria del turismo e del settore alberghiero.

[162] Cfr. V. Andreoli, ‹La tipologia del cliente›, in O. Benzi, ‹Una nuova schiavitù. La prostituzione coatta›, Paoline Editoriale Libri, Milano 1999, pp. 70-81. Vedi anche P. Monzini, ‹Il mercato delle donne. Prostituzione, tratta e sfruttamento›, Donzelli Editore, Roma 2002, pp. 3-12.

[163] Cfr. F. Olivero (a cura di), ‹La situazione della tratta delle donne estere immigrate in Italia›, http://www.torino.chiesacattolica.it/migranti/tratta.doc , Torino, gennaio 2000.

[164] Cfr. bell hooks, ‹Elogio del margine. Razza, sesso e mercato culturale›, Feltrinelli, Milano 1998. L'autrice, esponente del femminismo e del pensiero radicale statunitensi, auspica lo sviluppo di una coscienza critica di quanto razzismo e sessismo siano "sistemi interconnessi di dominio".

[165] Bell hooks, op. cit., p. 80. Vedi anche P. Monzini, op. cit., p. 27.

[166] S. Palidda, ‹Immigrazione e sessualità›, in "Derive Approdi", n. 16, 1998, p.47.

[167] Cfr. M. Grasso, ‹Donne senza confini›, op. cit., p. 56-57; M. Merelli, G. Ruggerini, ‹Sicurezza/insicurezza nelle donne migranti›, op. cit., p. 47-48.

[168] Cfr. Gruppo Abele, ‹Annuario sociale 2000›, Feltrinelli, Milano 2000. Si tratta di stime relative al 1996 (rinvenibili in Parsec, Università di Firenze, ‹Traffico delle donne immigrate per sfruttamento sessuale: aspetti e problemi. Ricerca e analisi della situazione italiana›, Roma 1996), aggiornate sempre dal Parsec nel 1998 e riportate in maniera più completa in F. Carchedi, A. Picciolini,  G. Mottura, G. Campani (a cura di), ‹I colori della notte. Migrazioni, sfruttamento sessuale, esperienze di intervento sociale ›, Franco Angeli, Milano 2000.

[169] Parsec, Università di Firenze, ‹Traffico delle donne immigrate per sfruttamento sessuale: aspetti e problemi. Ricerca e analisi della situazione italiana›, Roma 1996.

[170] E. Kermol, A. Francescutto, ‹Un'analisi del fenomeno prostituzione›, CLEUP, Padova 2000, pp. 44-49.

[171] J. O'Connell Davidson, ‹La prostituzione. Sesso, soldi e potere›, Edizioni Dedalo, Bari 2001, p. 31.

[172] F. Carchedi, ‹La prostituzione straniera in Italia: analisi dei risultati dell'indagine sulle protagoniste e i modelli relazionali›, in F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., p. 133.

[173] Protocollo aggiuntivo, Palermo 12-15 dicembre 2000.

[174] Sulla base di tali variabili si è introdotta l'ulteriore distinzione tra una "tratta originaria" e una "tratta acquisita".

[175] Cfr. M. G. Giammarinaro, ‹La rappresentazione simbolica della tratta come riduzione in schiavitù›, in F. Carchedi, A. Picciolini,  G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., pp. 90-99.

[176] Cfr. F. Carchedi, ‹La prostituzione straniera in Italia: analisi dei risultati dell'indagine sulle protagoniste e i modelli relazionali›, in F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., pp. 100-162.

[177] F. Carchedi, ‹La prostituzione straniera in Italia: analisi dei risultati dell'indagine sulle protagoniste e i modelli relazionali›, in Associazione On the Road (a cura di), op. cit., p. 136.

[178] Il tipo di organizzazione ha indotto anche a ipotizzare che la prostituzione di donne nigeriane possa essere il risultato di una forma di "imprenditorialità etnica a gestione prevalentemente femminile". (B. Bracaglia, ‹Il cliente e l'altra. Prostituzione e immigrazione: donne nigeriane in Italia›, http://www.comune.bologna.it/iperbole/immigra/mate/bracagli.htm , 1995.

[179] Tutte le notizie sono state rinvenute da più testi: O. Benzi, ‹Una nuova schiavitù›, op. cit.; F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit.; P. Monzini, op. cit.; F. Olivero, ‹La situazione della tratta delle donne estere in Italia›, op. cit.; M. Ambrosini, S. Zandrini (a cura di), op. cit.; E. Kermol, A. Francescutto, op. cit..

[180] I. Kennedy, P. Nicotri, ‹Lucciole nere. Le prostitute nigeriane si raccontano›, Kaos Edizioni, Milano 1999, p. 49.

[181] I. Kennedy, P. Nicotri, op. cit., p. 134.

[182] Ibidem. Quasi tutte le testimonianze raccolte nel libro confermano il diffuso grado di consapevolezza delle donne nigeriane, già dal momento della partenza verso l'Italia. Sono per la gran parte donne sposate e con figli, o sole con i figli da mantenere. Altre scelgono di fare questo lavoro per potersi pagare gli studi universitari. In qualche caso sono donne che si prostituivano in Nigeria e che hanno saputo che, facendolo in Italia, si guadagna molto di più. Questa condizione d'origine, unita alla condizione in cui devono vivere e lavorare in Italia, le porta a maturare un profondo distacco da tutto e, soprattutto, un eccessivo attaccamento al denaro e alle cose materiali, che diventano l'unica ragione di vita in Italia.

[183] F. Olivero, ‹La situazione della tratta delle donne estere in Italia›, op. cit., p. 15.

[184] I. Kennedy, P. Nicotri, op. cit., p. 14.

[185] G. Campani, ‹Traffico a fine di sfruttamento sessuale e sex-business nel nuovo contesto delle migrazioni internazionali›, in F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., p. 57.

[186] S. Maggioni, ‹La donna albanese nella transizione: il dilemma della prostituzione›, in Iemanjà, http://ecn.org/reds/donne/mondo/mondoalbania3.htm , febbraio 2001. Vedi anche: F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit.; F. Olivero (a cura di), ‹La situazione della tratta delle donne estere immigrate in Italia›, http://www.torino.chiesacattolica.it/migranti/tratta.doc , gennaio 2000; Benzi O., ‹Prostitute. Vi passeranno davanti nel Regno dei Cieli›, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2001; P. Monzini, ‹Il mercato delle donne›, op. cit..

[187] Cfr. S. Maggioni, ‹La donna albanese nella transizione›, in Iemanjà, http://www.ecn.org/reds/donne/mondo/mondoalbania , febbraio 2001.

[188] Il salario medio di una donna è, a parità di condizioni lavorative, pari all'80-85% di quello percepito da un uomo. (Cfr. S. Maggioni, op. cit.).

[189] C. Corso, ‹Il target›, in Associazione On the Road (a cura di), op. cit., p. 138.

[190] P. Monzini, op. cit., p. 56.

[191] P. Monzini, op. cit., pp. 36-40.

[192] La mia esperienza lavorativa è durata un anno, dal marzo 2000 al marzo 2001, presso l'Associazione Giraffah di Bari. Durante tale esperienze ho lavorato come operatrice del Numero Verde rivolto alle donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e, soprattutto, come operatrice di accoglienza in una casa protetta ("casa rifugio") in cui trovavano ospitalità donne migranti decise a seguire il programma di protezione sociale previsto dall'art. 18 del D.Lgs N. 286 del 1998.

[193] Sembra che, in generale, le donne presenti in Italia con figli piccoli, anche se controllate e sfruttate economicamente, riescano a gestire in modo più attivo la relazione con il protettore. (Cfr.F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., p. 268).

[194] Cfr. Associazione On the Road (a cura di), op. cit., pp. 31-34. Vedi anche L. Maluccelli, ‹Tra schiavitù e servitù: biografie femminili in cerca di autonomia›, in op. cit., pp. 59-63.

[195] F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., p. 97.

[196] L. Maluccelli, M. Pavarini (a cura di), ‹Rimini e la prostituzione. Per una progressiva civilizzazione dei rapporti tra città e prostituzione di strada›, in "Quaderni di Cittàsicure", n. 13, gennaio 1998, p. 79.

[197] Lo stesso articolo è stato poi convertito negli articoli 25 e 26 del Regolamento di attuazione n.394/99 ed è stato, infine, confermato nell'attuale Disegno di Legge n. 795/2002 sull'immigrazione, più noto come Legge Bossi-Fini.

[198] Cfr. M. G. Giammarinaro, ‹La rappresentazione simbolica della tratta come riduzione in schiavitù›, in F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., pp. 90-99.

[199] Va detto che la novità del percorso sociale è stata, però, tradita nella sua applicazione, a causa di una certa riluttanza da parte di molte questure a rilasciare il permesso di soggiorno in assenza di denuncia e di una netta propensione, invece, per il percorso giudiziario. I dati raccolti al 2002 ci parlano solo di un 20% di permessi ottenuti all'interno del percorso sociale. Tale arbitrarietà da parte delle questure pone in una situazione difficile gli operatori, costretti in qualche modo ad esercitare pressioni sulle donne affinché denuncino i loro sfruttatori, ma tradendo così il senso del proprio intervento, che deve essere di accompagnamento e sostegno alla volontà della donna,  non di controllo né di ricatto.

[200] Accanto ai programmi di protezione sociale è stata introdotta anche una seconda tipologia di interventi: le "azioni di sistema", quali l'istituzione di un Numero Verde nazionale rivolto alle donne prostituite, campagne pubblicitarie nazionali di informazione per tutta la cittadinanza, apertura di Osservatori mirati, finanziamento di ricerche aggiornate, informazione, formazione ed altre tipologie d'intervento nei paesi di provenienza delle donne. Inoltre l'aiuto alle vittime della tratta e le azioni di sistema non sono i soli interventi attuati in questi anni. Il privato sociale da tempo ha avviato e consolidato anche altri tipi di servizi rivolti a chi si prostituisce sulla strada, anche in condizioni di autonomia e scelta, servizi che rientrano nella filosofia della prevenzione e della riduzione del danno: unità di strada, drop-in center, accesso ai servizi sanitari e sociali, mediazione linguistico-culturale, community care o lavoro di comunità.

[201] Cfr. F. Prina, ‹I principali risultati della ricerca sui progetti: i modelli organizzativi, i sistemi di significato, l'articolazione delle prassi›, Relazione presentata durante il Convegno Internazionale ‹Stop tratta. Osservatorio sull'applicazione dell'art. 18 del D.Lgs. 25/7/98 N. 286 nel contesto delle norme di contrasto della criminalità contro i migranti›, Bologna, 23-24 maggio 2002. Le aree oggetto della ricerca sono: Torino, Venezia, Modena, l'area Marche-Abruzzo, Lecce.

[202] Un esempio eclatante è rappresentato dalla questura di Lecce e dall'ente gestore dei programmi di protezione sociale, il Centro "Regina Pacis". Su 220 permessi ottenuti dal Regina Pacis solo 16 risultano essere stati concessi per ragioni sociali, in tutti gli altri casi è stato seguito il percorso giudiziario, con denuncia da parte della donna. (Intervento del Dott. Motta, Procuratore della Repubblica Aggiunto – Direzione Distrettuale Antimafia – Lecce, durante il già citato Convegno Internazionale ‹Stop Tratta›).

In questi casi è ipotizzabile che l'impostazione dell'ente, volta a sradicare il fenomeno sempre e comunque, determini una prassi in cui l'elemento della denuncia e il successivo cambiamento di vita richiesto alla donna, più che un requisito, sono considerati un obiettivo, tradendo di fatto lo spirito stesso della protezione sociale.

[203] «Il rischio è di usare diverse forme di accoglienza non in base a progetti individualizzati, considerando le risorse e le aspettative di ciascuna utente, ma in base a stereotipi spesso etnicizzati (es.: le nigeriane sono più "problematiche", non sopportano l'imposizione di regole rigide, devono essere poche per ogni comunità, ecc.)». (F. Prina, op. cit., p. 14.).

[204] F. Prina, op. cit., p. 1.

[205] F. Carchedi, ‹Percorsi di uscita e inserimenti lavorativi›, Comunicazione presentata al Convegno ‹Da vittime a cittadine. Dall'assoggettamento e dall'illegalità alla cittadinanza›, Torino, 9 novembre 2002.

[206] C. Donadel, ‹Buone pratiche a livello nazionale›, in Centro Donna Giustizia (a cura di), ‹Lungo la strada della tratta›, Atti Convegno Internazionale, Editrice Cartografica, Ferrara 23-24 febbraio 2001, p. 64.

[207] M. G. Giammarinaro, ‹La rappresentazione simbolica della tratta come riduzione in schiavitù›, in F. Carchedi, A. Picciolini, G. Mottura, G. Campani (a cura di), op. cit., p. 91.

[208] Vanno ricordati anche i casi in cui la donna, su sua richiesta, viene aiutata a rientrare nel suo paese e i casi in cui, liberatasi dallo sfruttamento e dalla coercizione, decide di continuare ad esercitare la prostituzione in autonomia. Questa scelta, che dovrebbe essere accettata in quanto decisione assolutamente personale, e in quanto in Italia non rappresenta un reato, di fatto non sempre viene accettata, spesso le questure la considerano un motivo valido per ritirare il permesso di soggiorno, pur non essendo previsto dalla legge.

[209] S. Scodanibbio, M. R. Bolanos (Suor Charo), ‹Percorsi di uscita e accompagnamento verso l'autonomia›, in Associazione On the Road (a cura di), ‹On the road. Manuale di intervento sociale nella prostituzione di strada›, Comunità Edizioni C.N.C.A., Capodarco di Fermo (Ap) 1998, pp. 347-365.

[210] Solitamente l'intero progetto di protezione e di integrazione sociale si conclude nell'arco di due anni. La fase più lunga è, però, quella della prima accoglienza, sia perchè è la più complessa per le stesse destinatarie, che devono lavorare sull'attribuzione di senso al proprio passato e sulla progettazione di sé nel presente, sia perché il termine di questa accoglienza è condizionato dal rilascio del permesso di soggiorno, indispensabile per l'inserimento lavorativo e per una piena cittadinanza. I tempi di rilascio dei permessi ad oggi, però, non sono definiti in modo chiaro, di fatto dipendono dalle singole questure, in molti casi con lentezze eccessive che costringono le associazioni a prolungare la prima accoglienza anche fino ad un anno.

[211] S. Scodanibbio, M. R. Bolanos (Suor Charo), ‹Percorsi di uscita e accompagnamento verso l'autonomia›, op. cit., p. 355.

[212] L'art. 18, infatti, prevede anche la revoca del permesso di soggiorno «in caso di interruzione del programma o di condotta incompatibile con le finalità dello stesso, segnalate dal procuratore della Repubblica o, per quanto di competenza, dal servizio sociale dell'ente locale, o comunque accertate dal questore, ovvero quando vengono meno le altre condizioni che ne hanno giustificato il rilascio». Nell'applicazione pratica non è affatto chiaro in quali casi sia giustificata la revoca del permesso e l'interruzione del programma di protezione sociale da parte dell'ente, molto spesso sembra che la motivazione sia legata più a impostazioni ideologiche e a giudizi morali che al rispetto della legge. Ciò è evidente quando si chieda alla donna, come requisito per l'accesso al programma, di interrompere tutte le relazioni pre-esistenti e derivanti dalla sua esperienza prostituzionale, o quando si consideri motivo valido per la revoca l'esercizio della prostituzione in forma autonoma. Si tratta di divieti non previsti dalla legge (la stessa prostituzione libera in Italia non è un reato), ma che sono quasi divenuti prassi consuetudinaria e che trovano spiegazione solo in una prospettiva moralistica e giudicante.

[213] M. Ambrosini, S. Zandrini (a cura di), op. cit., p. 74.

[214] J. O'Connell Davidson, ‹La prostituzione. Sesso, soldi e potere›, Edizioni Dedalo, Bari 2001, p. 32.

[215] Cfr. G. Blandino, ‹Le capacità relazionali dell'operatore sociale›, in "Animazione Sociale", ottobre 1993, pp. 58-66.

[216] A. Mongelli, ‹Geografia delle risorse sociali. Flussi migratori, politiche di welfare e network›, Franco Angeli, Milano 1999, p. 52.

[217] Cfr. Caritas di Bologna (a cura di), ‹La tratta delle donne: l'impegno della Caritas a Bologna›, http://www.comune.bologna.it/iperbole/cdbosegr/prostitu.htm, 1999.

[218] L. Grosso, ‹Sofferenze e ambivalenze›, in M. Da Pra Pocchiesa, L. Grosso (a cura di), ‹Prostitute, prostituite, clienti. Che fare?›, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2001, p. 30-33.

[219] P. Monzini, ‹Il mercato delle donne›, op. cit., p. 22.

[220] V. Castelli, ‹Scenario fenomenologico in Italia ed Europa›, in Centro Donna Giustizia (a cura di), ‹Lungo la strada della tratta›, Atti Convegno Internazionale, Editrice Cartografica, Ferrara 23-24 febbraio 2001, p. 38.

[221] L. Maluccelli, ‹Tra schiavitù e servitù: biografie femminili in cerca di autonomia›, in AA.VV., op. cit., p. 64.

[222] Ibidem, p. 78.

[223] Ibidem, p. 77.

[224] M. Foucault, ‹Sorvegliare e punire›, Einaudi Editore, Torino 1976, p. 336.

[225] «In sociologia il termine copre, grosso modo, il processo d'acquisizione dei rapporti e degli obblighi che governano i comportamenti sociali, cioè i ruoli e le competenze di ruoli, nonché le modifiche, per effetto d'interazione, d'una parte o dell'insieme d'un comportamento». (G. Busino, ‹Socializzazione›, in G. Russillo, ‹Il primato dell'educazione II›, Palomar, Bari 1997, p. 102.).

[226] E. Besozzi, ‹Elementi di sociologia dell'educazione›, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993, p. 74.

[227] A. Goussot, ‹Spazi interetnici tra quotidianità e azione comune›, in "Animazione Sociale", n. 4, aprile 1999, p. 56.

[228] M. Bufo, ‹Settori e figure professionali negli interventi nella prostituzione e nella tratta›, in M. Bufo, D. Giuliodori (a cura di), op. cit., p. 43.

[229] G. Favaro, ‹Donne straniere e bisogni di formazione›, in G. Favaro, M. Tognetti Bordogna, ‹Donne dal mondo›, Guerini e Associati, Milano 1991, p. 240.

[230] A. Jabbar, ‹Mediazione socioculturale e percorsi di cittadinanza›, in "Animazione Sociale", n. 10, ottobre 2000, p. 85.

[231] C. Piccardo, L. Orso Giacone, ‹Per un approccio di empowerment alle sfide della comunità›, in Animazione Sociale (a cura di), ‹I gruppi di autoaiuto›, Quaderni di Animazione e Formazione, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996, p. 68. Sul concetto di empowerment vedi anche M. Bufo, D. Giuliodori (a cura di), ‹Kaleidos. Materiali per la formazione e l'intervento sociale nella prostituzione e la tratta›, On the Road Edizioni, Martinsicuro (Te) 2001, pp. 78-82.

[232] M. Forlani, ‹L'inserimento socio-occupazionale›, in M. Bufo, D. Giuliodori (a cura di), op. cit., pp. 132-134.

[233] AA.VV., ‹Da vittime a cittadine›, op. cit., p. 146-148.

[234] Ibidem, pp. 66-68.

[235] A. D'Alessandro, ‹Il progetto "Una strada per le donne"›, in M. Bufo, D. Giuliodori (a cura di), op. cit., p. 16.

[236] D. Demetrio, G. Favaro, ‹‹Immigrazione e pedagogia interculturale. Bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione›, La Nuova Italia, Firenze 1992. p. 42.

[237] G. Scaratti, ‹Metodi e tecniche dell'intervento educativo. Suggerimenti metodologici per l'assunzione del ruolo di educatore professionale›, in M. Groppo (a cura di), ‹Professione: educatore. L'operatore socio-psico-pedagogico›, Vita e Pensiero, Milano 1994, p. 169.

[238] G. Scaratti, op. cit., p. 179.

[239] D. Demetrio, G. Favaro, ‹Immigrazione e pedagogia interculturale. Bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione›, La Nuova Italia, Firenze 1992, p. 102.

[240] S. Scodanibbio, ‹Figure professionali nell'accoglienza e l'accompagnamento verso l'autonomia›, in Associazione On the Road (a cura di), op. cit., p. 377.

[241] M. Merelli, M. G. Ruggerini, ‹Sicurezza/insicurezza nelle donne migranti›, in "Quaderni di Cittàsicure", n. 16, marzo-aprile 1999, p. 31.

[242] A. Mongelli, op. cit., p. 57.

[243] Ibidem, p. 58.

[244] NoborderSocialForum (a cura di), ‹Strutture di accoglienza e rapporti con il territorio›, http://www.noborder.org , Gorizia.

[245] G. Favaro, M. Tognetti Bordogna, ‹Politiche sociali ed immigrati stranieri›, La Nuova Italia Scientifica›, Roma 1989, pp. 16-17.

[246] A. Mongelli, p. cit., p. 54.

[247] L. Maluccelli,  ‹Tra schiavitù e servitù: biografie femminili in cerca di autonomia›, in AA.VV., op. cit., pp. 38 e 42.

[248] S. Palidda, ‹Diritti uguali per tutti e governo pacifico della città›, in "Animazione Sociale", n. 3, marzo 2002, p. 28.

Formato per la citazione:
Ginevra Demaio, "Donne migranti nella prostituzione", terrelibere.org, 10 settembre 2003, http://www.terrelibere.it/doc/donne-migranti-nella-prostituzione