Il lavoro intende indagare un
fenomeno particolarmente complesso qual è la prostituzione delle donne
migranti, sempre più diffusa, a partire dagli anni '80, in Italia come in tutta
Europa, e sempre più oggetto dell'attenzione mass mediatica e di proposte e
risposte politiche di volta in volta orientate alla gestione-controllo o alla
repressione poliziesca.
La scelta dell'oggetto della ricerca
è stata determinata da un forte interesse di chi scrive per le questioni legate
all'esclusione e
all'invisibilità sociale, nonché dalla convinzione della possibilità e della
necessità di avviare e sviluppare strategie e percorsi efficaci di empowerment
e di emersione dall'invisibilità e dal non-diritto.
La condizione dei migranti oggi in
Italia, la cui esistenza sociale e giuridica, nonché materiale, viene fatta
dipendere dal possesso o meno del permesso di soggiorno e di un lavoro
"regolare", è esemplare e simbolica della condizione di tutti i
soggetti che vivono e sperimentano l'esclusione e la riduzione all'invisibilità
(sociale, relazionale, giuridica, economica).
Le attuali politiche migratorie
europee, dalla cui impostazione derivano poi le politiche nazionali, sono
sempre più orientate a vedere e trattare il migrante o come una risorsa
economica utile a compensare le carenze di manodopera autoctona e i bassi
indici di natalità degli autoctoni stessi, o come un pericoloso criminale da
espellere.
La conseguenza, sempre più evidente,
di tali politiche è la riduzione del migrante a semplice forza lavoro
funzionale alle economie dei paesi ricchi. La sua
permanenza nel paese d'insediamento è condizionata dal possesso di pochi ed
irrinunciabili requisiti, stabiliti peraltro a garanzia della supposta
sicurezza dei soli autoctoni: contratto di lavoro, residenza e permesso di
soggiorno (ora "contratto di soggiorno"). Quando il migrante manchi
di tali requisiti, stabiliti dalle leggi nazionali, o ne perda una parte, perde
automaticamente ogni diritto di cittadinanza, diventa soggetto pericoloso per
lo Stato e per la società, ed è
in qualsiasi momento passibile di espulsione.
Si chiede al migrante di dimostrare
la propria volontà d'integrazione attraverso il soddisfacimento di requisiti
che, nella realtà economica ed occupazionale dominante, risultano di difficile
realizzazione. Già per un cittadino italiano è ormai arduo sperare di godere di
un lavoro stabile e garantito, è facile immaginare quanto lo sia per un
immigrato.
Le indagini sull'integrazione
straniera in Italia rilevano una realtà in cui difficilmente i datori di lavoro
sono disposti a regolarizzare un lavoratore straniero, in cui i proprietari
delle case sfitte non accettano inquilini stranieri, insomma una realtà sociale
incapace di assicurare quelli stessi requisiti che sono, però, richiesti al
migrante per il riconoscimento del permesso di soggiorno.
Il risultato è che, poiché uomini e
donne nel mondo continuano a spostarsi verso i paesi ricchi per migliorare la
propria vita, queste politiche, nate in nome della necessità di combattere
l'immigrazione clandestina, di fatto finiscono per produrre solo nuova
clandestinità e nuove marginalità.
Le donne straniere dedite alla
prostituzione vivono l'esclusione e l'emarginazione almeno in due sensi: come
migranti non desiderate nei paesi della ricca Europa; e come prostitute,
oggetto della pubblica disapprovazione e della stigmatizzazione sociale.
Non si può comprendere in tutta la
sua complessità la forte presenza in Europa di donne straniere disposte o
costrette all'attività prostitutiva, o comunque a lavorare nel vasto mercato
del sesso, senza collocare tale fenomeno all'interno del più vasto panorama
della mondializzazione - dell'economia, delle culture, della comunicazione e
dell'informazione - della disparità sempre crescente tra aree del pianeta
ricche e povere, e dei flussi migratori che da ciò derivano.
Le società europee, fino ad ora, non
hanno predisposto delle politiche migratorie capaci di assicurare reali
percorsi di integrazione e di inclusione sociale, piuttosto hanno costruito
meccanismi di difesa nazionale e di chiusura ai flussi migratori, descritti
come "invasioni di massa" da arginare.
Da una parte ci sono i mass media,
che di volta in volta riducono i migranti a pericolosi criminali, a poveri
disgraziati spinti sempre e solo dal bisogno economico, a masse di corpi in
fuga dalla guerra, a produttori in generale di insicurezza e disordine sociale;
dall'altra ci sono gli Stati-nazione e il mondo della politica che, complici di
queste false rappresentazioni e rafforzati dalle stesse, non sanno far altro
che affrontare questioni di carattere sociale e politico con strumenti
polizieschi e repressivi.
Una simile impostazione, fatta di false
o parziali generalizzazioni sui flussi e sui migranti, spesso costruita e
sostenuta attraverso il linguaggio tecnico delle scienze sociali (demografia,
sociologia, economia, criminologia, psicologia), finisce per cancellare e
negare diritto di esistenza alle storie reali e alle volontà di soggettivazione
che ciascun migrante, attraverso il progetto migratorio, esprime, fino a
realizzare e perpetuare semplicemente una riduzione dei migranti a
"non-persone".
Per donne migranti e prostitute,
spesso anche clandestine perché prive del permesso di soggiorno, è, allora,
particolarmente facile vedersi negare qualsiasi diritto di esistenza e ancor
meno di cittadinanza. Non esistono in quanto donne con un proprio progetto
migratorio da realizzare, ma solo in quanto portatrici di disordine e
immoralità o, all'opposto, vittime di un'altrui volontà di sfruttamento e
assoggettamento. L'unico ambito in cui le norme concedono alle donne diritto di
esistenza e in cui sono accettate, anzi fortemente richieste, è quello domestico
e della cura, quasi non siano capaci di fare altro, quasi non siano spesso
donne autonome e/o acculturate, quasi non possano desiderare altro.
È intenzione di questo lavoro di
provare a superare, nell'analisi delle migrazioni, il ricorso a categorizzazioni
e definizioni astratte e generalizzanti, spesso calate dall'alto sulla vita dei
soggetti reali, frutto di un'impostazione teorica positivista e di una
sociologia che finisce per produrre essa stessa l'oggetto del proprio studio,
per cercare, invece, di dar voce ai soggetti e ai loro progetti, ai loro mondi
vitali, alle loro pratiche e al senso che, attraverso le stesse, esprimono.
L'impostazione del presente lavoro
deve molto all'apporto teorico delle ricerche femministe sulle migrazioni femminili
e della storia delle donne (women's studies), almeno per due ordini di
ragioni: la costante attenzione alla dimensione soggettiva nelle migrazioni
femminili e nelle storie prostituzionali di donne straniere; il tentativo di
de-costruire la rappresentazione sociale diffusa della prostituta straniera,
vittima e/o deviante, attraverso lo svelamento dei "dispositivi
discorsivi" con cui politica, mass media, giurisprudenza, scienze sociali "costruiscono", o
contribuiscono a "costruire", tale rappresentazione.
Decostruire le false
rappresentazioni sociali sulla donna migrante prostituta e fornire letture del
fenomeno il più possibile aderenti alla realtà che si intende descrivere, è un
passaggio di fondamentale importanza per orientare poi gli interventi socio-educativi
nell'ambito della prostituzione straniera.
Dalla lettura e interpretazione che
si cerca di dare al fenomeno, dalla capacità di leggerlo nella sua complessità
e varietà (prostituzione libera, forzata, chiusa, di strada), dalla capacità di
leggere e interpretare i progetti e le volontà delle donne migranti attive nel
mercato del sesso, dipendono gli approcci e le risposte politiche e sociali
possibili: l'approccio "salvifico" volto a redimere e normalizzare;
l'approccio "emancipatorio" volto a garantire l'autonomia e la
libertà individuale; l'approccio a fine di contrasto al fenomeno; l'approccio
di gestione delle problematiche sociali e territoriali correlate.
Ciascuno di questi approcci ha
vantaggi e limiti, nessuno di essi può ritenersi esaustivo né definitivo, ma
tutti possono contribuire a comprendere meglio il fenomeno della prostituzione
di donne migranti e a limitare e gestire i possibili danni ad essa connessi.
Diversi devono essere gli approcci,
perché diverse sono le forme di prostituzione attuali, diverse le donne
inserite in questo mercato, diverse le ragioni che le hanno spinte o costrette
a praticare la prostituzione. Pensare di poter affrontare tutta questa
complessità con risposte standardizzate e unidirezionali è inutile e dannoso,
vorrebbe dire ragionare sulla base di astratte ideologie, piuttosto che sulla
realtà in cui siamo immersi.
Ogni operatore che lavori in questo
campo deve allora essere sempre consapevole del difficile compito che si trova
a svolgere, della diversa valenza di ciascuno degli approcci possibili, delle
ragioni in nome delle quali praticare un approccio piuttosto che un altro e,
soprattutto, del fatto che ciascun approccio richiede e determina anche un
lavoro e una funzione diversa da parte dell'operatore sociale. Se non mantiene
questa lucidità intellettuale e professionale, il rischio è che l'operatore dei
servizi rivolti ai migranti diventi un semplice e puro attuatore delle scelte e
delle politiche decise dai governi di turno.
Sicuramente non serve identificare
tutto il mondo della prostituzione straniera con la tratta e lo sfruttamento,
sarebbe una lettura parziale e banale, incapace di indicare le reali cause e le
possibili risposte al fenomeno. Servono politiche internazionali volte a una
reale redistribuzione della ricchezza mondiale; politiche nazionali meno
securitarie e più orientate all'accoglienza e al riconoscimento della libertà
di movimento delle persone in un mondo sempre più globalizzato; politiche
locali capaci di garantire e rafforzare i diritti di cittadinanza e la
sicurezza di tutti, così da evitare che l'insicurezza sociale degli italiani si
riversi su facili capri espiatori e che i migranti, privi di diritti e
visibilità, finiscano nelle maglie della criminalità organizzata e dello sfruttamento;
politiche prostituzionali che combattano sfruttamento e coercizione, ma anche
capaci di garantire il diritto all'autodeterminazione e la libertà di
comportamento, anche sessuale, per tutti.
Il pubblico e il privato sociale che
si trovano a dover affrontare le problematiche legate alla prostituzione
straniera e alla tratta di donne a fini sessuali devono, allora, lavorare per
affermare diritti e processi di inclusione, per restituire ad ogni donna
migrante un reale potere contrattuale e decisionale: solo il riconoscimento ed
il rafforzamento dei diritti e dell'autonomia delle donne può liberare la
prostituzione dalla violenza e dallo sfruttamento, per il semplice fatto che
violenza e sfruttamento si danno non in presenza della prostituzione in sé, ma
in presenza di povertà e marginalità sociale.
Nel primo capitolo si delineerà una genealogia
del concetto di prostituta. Attraverso la ricostruzione storica della
prostituzione nei secoli e delle modalità con cui si è trasformata, si proverà
a delineare le molteplici funzioni sociali che la prostituzione ha rivestito in
ciascuna epoca e nelle diverse società, fino ad arrivare all'attuale scenario
caratterizzato da un mercato del sesso di carattere globale.
Il secondo capitolo cercherà di
indagare il fenomeno delle migrazioni internazionali nell'attuale "società
globale" e di descriverlo attraverso una lettura binaria: da una parte
l'analisi macro-sociale dei flussi nel loro complesso, dall'altra la
micro-analisi delle storie soggettive e personali che tali flussi attraversano.
Il terzo capitolo si soffermerà
sulla specificità della migrazione femminile, la sua comparsa in Italia e le
interpretazioni che del fenomeno sono state da più parti prodotte. Particolare
attenzione sarà data al ruolo delle donne nel contesto della nuova divisione
internazionale del lavoro. Si tenterà, poi, di capire quanta importanza abbia
nei progetti migratori delle donne il desiderio di emancipazione personale,
quanto conti l'aspirazione a far propri i modelli femminili occidentali,
percepiti come più liberi.
Il quarto capitolo si concentrerà
sull'analisi della prostituzione straniera in Italia, ne indagherà le
provenienze, le forme organizzative, i livelli di coercizione/libertà, le
modalità di fuoriuscita. Si cercherà di de-costruire la rappresentazione
sociale dominante, che vede le donne migranti prostitute e/o prostituite solo e
sempre come "vittime passive". In particolare si andrà a verificare
l'effettiva relazione esistente tra la "tratta delle donne" e la
prostituzione straniera nel suo complesso, due fenomeni distinti, eppure spesso
confusi l'uno con l'altro.
Il quinto capitolo descriverà la
tutela giuridica e gli interventi sociali predisposti in Italia nei confronti
delle donne straniere fuoriuscite dallo sfruttamento sessuale coatto e cercherà
di esprimere una valutazione sulle pratiche ad oggi sperimentate. Delineerà,
infine, il possibile ruolo dell'educatore negli interventi socio-educativi
finalizzati a promuovere l'integrazione sociale e l'autonomia delle donne.
Uno dei primi concetti da cui si
deve partire per comprendere e spiegare la prostituzione di donne migranti è
quello della complessità.
Si tratta, cioè, di un fenomeno di
non facile interpretazione, particolarmente problematico vista la coesistenza
in esso di più fattori: la condizione della donna nell'economia e nella
società; la prostituzione e le politiche d'intervento; i flussi migratori e le
politiche volte a governarli; la specificità della migrazione femminile; la
cultura e la capacità di contaminarsi della società ospitante; il ruolo che lo
Stato e il privato sociale hanno e possono avere.
Nonostante una tale complessità,
prostituzione e migrazioni (dunque anche la prostituzione di donne migranti)
sono fenomeni spesso oggetto di facili letture semplificatorie e poco
esaurienti, frutto di pregiudizi politici, morali, culturali e di
un'informazione ossessionata dalla criminalità e dalla sicurezza, più che di
analisi complesse almeno quanto la realtà che intendono descrivere.
I flussi migratori e la
prostituzione sono due fenomeni che sembrano aver caratterizzato la storia
dell'umanità: uomini e donne, con intensità diverse nei diversi periodi
storici, si sono sempre spostati verso luoghi che promettessero una qualche
possibilità di miglioramento delle proprie condizioni di vita, così come la
prostituzione è sempre esistita nella storia dell'umanità. Ciò che segna la
differenza è il contesto (storico, economico, culturale, religioso, simbolico,
ecc.) in cui i due fenomeni, quello migratorio e quello prostitutivo, prendono
forma.
Troppo facilmente si liquida il
discorso sulla prostituzione definendola, semplicemente, il "mestiere più
antico del mondo".
Come sottolinea la ricercatrice
Lucia Ferrante:
«il modo di affrontare
il problema insito in questa definizione è quello di sottrarlo ad ogni
contestualizzazione storica. Così, al di là del tempo e dello spazio, il
fenomeno si presenta come una costante di tutti i raggruppamenti sociali che
non ha alcun bisogno di essere capita e spiegata. Quel che è costante fa alla
svelta a diventare "naturale" e questo è particolarmente vero per la
prostituzione che con ogni evidenza appare collegata ad un bisogno intrinseco
alla natura umana, quello sessuale».
In questa breve storia della
prostituzione si intende sottolineare non tanto quanto sia "antica"
la pratica prostitutiva, bensì come siano cambiati il suo significato e la sua
funzione nei secoli, nonché come si siano trasformati lo status giuridico e la
percezione sociale della prostituta. Dalla condizione giuridica e dalla
percezione sociale delle prostitute, infatti, dipende la scelta per
l'intervento o il non-intervento pubblico, dipendono le pratiche di esclusione
e di stigmatizzazione sociale o, diversamente, di inclusione. Attraverso un
breve analisi storica, si tenterà di tracciare una "genealogia"
della prostituta, ossia una storia del concetto e dei suoi cambiamenti di
significato in rapporto ai saperi e ai poteri dominanti.
Uno studio attento della
prostituzione dimostra che, pur essendo un'attività molto antica e quasi una
costante di tutte le società, essa ha assunto nel tempo forme e significati
vari e diversi, strettamente connessi all'epoca e alla società d'appartenenza
nel suo complesso. In relazione all'epoca storica, alla struttura sociale, ai
valori e alla morale dominanti, ai concetti di "normalità" e
"devianza", alla funzione e al senso dato ai concetti di sesso e
amore, ai ruoli femminili e maschili, al sistema religioso, alla struttura economica,
all'intera società nelle sue più varie articolazioni, sono cambiati e
continuano a cambiare la funzione e il senso della prostituzione, e così anche
la sua approvazione o disapprovazione sociale.
«Cercar di comprendere
l'ampiezza e il significato sociale della prostituzione significa tuttavia
definirla in rapporto alle strutture demografiche e matrimoniali, alla norma e
alla devianza sessuale, ai valori culturali e alla mentalità collettiva dei
gruppi sociali che la tollerano o la reprimono. Obiettivo ambizioso, ma che
solo permette di esplorare la vasta zona oscura che divide i due livelli fino a
questo momento privilegiati dagli storici della sessualità: quello delle
ideologie e della morale e quello dei comportamenti demografici».
Si potrebbe, anzi, rovesciare questa
lettura e dire che, attraverso lo studio della prostituzione, è possibile
capire la società di riferimento, la sua struttura, i poteri in essa dominanti,
le relazioni tra i generi, il ruolo maschile e la condizione femminile. La
prostituzione può considerarsi uno specchio dell'intera società, «meretricio,
dunque, come un tassello della devianza e come tale capace di disvelare,
eventualmente, il dipanarsi di una struttura sociale nelle sue più articolate
diramazioni».
Tra le prime forme conosciute di
prostituzione nell'età antica va ricordata la prostituzione ospitale, «vale
a dire la concessione, a titolo di gentilezza, della schiava all'ospite; oppure
(…) presso alcune popolazioni per favorire l'esogamia, per ragioni eugenetiche
(cioè, per migliorare e rafforzare la razza con la promiscuità)».
Altre forme di prostituzione diffuse
nell'antichità sono quelle legate alla religione, veri e propri atti di omaggio
e devozione alla divinità: prostituzione sacra (sia maschile che
femminile) o Ierogamia.
La prostituzione sacra era finalizzata a liberare, a vantaggio dell'intera
collettività, le misteriose forze della fecondazione. Le donne che la
praticavano, dette sacerdotesse, appartenevano al tempio nel quale
prestavano il loro servizio, di solito rivolto agli stranieri, e al tempio
versavano i propri guadagni. Più precisamente sembra ci fossero due tipi di
prostituzione templare:
«il primo si ha quando
la donna compie un atto iniziale di prostituzione per diventare in seguito una
sposa come le altre; il secondo quando una donna viene adibita al servizio del
tempio in qualità di prostituta sacra, o per un certo periodo di tempo o, più
comunemente, per tutta la vita».
Erano donne sacre e intoccabili, ma
anche schiave del culto, «potevano affrancarsi solo dopo essersi prostituite
per un certo tempo a beneficio del tempio». Nel
primo tipo di prostituzione (prostituzione dotale), grazie alla dote
racimolata le donne si sposavano, diventando mogli e madri come tutte le altre;
nel secondo consacravano alla divinità la propria vita, erano - in qualità di
meretrici - donne al servizio del dio o della dea.
Esempi di prostituzione religiosa
sono stati rilevati anche presso alcuni popoli dell'Africa occidentale, dove le
prostitute templari godevano di molta considerazione in qualità di spose del
dio e i loro figli erano considerati figli del dio. Comunque questo tipo di
prostituzione era vissuta come normale, se non addirittura utile e necessaria,
apparteneva al sistema religioso e sociale accettato e condiviso da tutti.
È stato il lento processo di perdita
di tale funzione religiosa della prostituzione a privarla, col tempo, del suo
riconoscimento sociale e a renderla oggetto di condanna sociale e
disapprovazione etica: nella maggior parte dei casi, in Egitto, in India,
nell'Asia occidentale, la prostituzione sacra è scivolata nella prostituzione
legale, poiché il ceto sacerdotale ha trovato in questo commercio un mezzo per
arricchirsi.
Sabatino Moscati pone l'accento
proprio sul carattere economico della prostituzione sacra, sottolineando come
questa avvenisse in stanziamenti dalla forte caratterizzazione commerciale e
come la somma pagata dai clienti fosse versata sempre al santuario. La sua
ipotesi è che la prostituzione sacra funzionasse come meccanismo per
l'accumulazione di denaro, cui potevano attingere anche gli uomini politici,
pubblicamente o facendone bottino per le loro imprese.
Lentamente si è passati dai templi
ai pubblici postriboli e la prostituzione da sacra è divenuta profana,
«esercitata privatamente e in appositi luoghi, sia attraverso i lenoni che
avevano al loro servizio schiave catturate in guerra o razziate, sia da donne
libere, molte delle quali divorziate o straniere».
Nell'antica Grecia la prostituzione
continua ad essere accettata e sostenuta, ma non più perché sacra, bensì in
quanto appagamento dei sensi in una società in cui il matrimonio non è altro
che un contratto sganciato da qualsiasi attrazione sessuale o sentimentale,
finalizzato alla gestione dell'oikos da parte degli uomini.
Si può però dire con certezza che, anche in Grecia, la prostituzione comune si
sia sviluppata come conseguenza di quella sacra.
Tra i greci, inoltre, non c'è una
sola tipologia di meretricio, ma diverse, in base allo status sociale della
donna e al suo contesto di vita. Al livello più elevato si collocano le etere,
cittadine a pieno diritto, muse di artisti e politici, che liberamente scelgono
di farsi mantenere da uno o più uomini, dotate di particolari capacità
artistiche, poetiche, musicali, spesso danzatrici o suonatrici di strumenti
musicali (prostituzione estetica). Diversa la condizione delle donne che
lavorano nei postriboli, pubblicamente infamate, costrette ad indossare abiti
speciali così da essere subito riconosciute, escluse da qualsiasi diritto
sociale. Altre ancora praticano la loro attività liberamente per strada. Le
donne alle dipendenze dei lenoni e dei postriboli sono, quasi sempre,
reclutate tra le schiave, le prigioniere di guerra, le ripudiate e le vedove,
vale a dire tra le figure sociali più deboli.
Nel 594 a.C. si ha, ad opera del
legislatore Solone, una delle prime regolamentazioni pubbliche delle case di
piacere, a dimostrazione che il fenomeno è riconosciuto, accettato e, anzi,
normato dalle stesse istituzioni, «con il profitto conseguente (…), sempre con
l'ipocrita giustificazione che in questo modo era possibile salvare la società
dall'adulterio, e le donne rispettabili dall'insidia alle proprie virtù».
Solone istituisce nella città di
Atene i dicterion, luoghi situati vicino al tempio di Venere, presso il
porto, in cui fa imprigionare molte donne, per la maggior parte schiave
asiatiche da lui stesso comperate. Tali istituti sono diretti e amministrati
finanziariamente dai parnotropos, che devono controllare che ogni
ragazza percepisca un salario e che l'insieme dei benefici vada allo Stato.
L'istituzione di case riservate
all'esercizio del meretricio e riconosciute dallo Stato inaugura una doppia morale
che, da una parte accetta la pratica della prostituzione a garanzia della
famiglia e delle "donne oneste", dall'altra la relega in luoghi
chiusi e separati dalla vita sociale. La prostituta, dice Simon de Beauvoir, «è
un capro espiatorio; l'uomo si scarica su di lei della propria turpitudine
quindi la rinnega».
Nell'antica Roma il corrispettivo
del dicterion greco è il lupanare: in entrambi i casi si tratta
di postriboli, cioè di locali pubblici sorvegliati dallo Stato. La ragione di
una tale istituzionalizzazione del fenomeno non cambia: essa «rispondeva a
tante filosofie governative, che andavano dalla necessità di soddisfare i
bisogni sessuali di truppe in guerra all'esigenza di controllare, in qualche
misura, l'igiene e la sanità in questo tipo di rapporti, dall'opinione che la
sessualità maschile si proponesse per un'eccedenza extra-familiare che andava
soddisfatta ed incanalata, alla sorveglianza ed alla vigilanza delle autorità
sul comportamento delle ospiti delle case».
Nella tradizione romana antica non è
mai esistita una prostituzione sacra, anzi tale attività è considerata tra le
più infime e relegata nelle case chiuse. Solo in seguito ai primi contatti con
l'Oriente si diffonde anche la figura della cortigiana, alla quale sono
riconosciuti un posto e un peso nella vita pubblica. Nonostante la presenza dei
lupanari pubblici, però, anche a Roma vi è una prostituzione occasionale di
donne come le danzatrici, le inservienti, le addette ai bagni pubblici, cioè di
donne bisognose di integrare il reddito proveniente da lavori poco
remunerativi; inoltre alcune donne utilizzano stanze a pagamento per
l'esercizio della loro attività. Ciò non toglie che la tendenza principale
dello Stato sia quella di regolare e controllare direttamente il meretricio,
tanto che con Caligola le prostitute sono sottoposte a gravami fiscali e
all'iscrizione in appositi registri.
Anche a Roma, comunque, essendo il
matrimonio un semplice contratto sganciato da ragioni affettive, è accettata
l'idea che la prostituzione serva ad appagare i sensi.
Con il cristianesimo si assiste alla
distinzione tra amore sacro e amore profano, tra il matrimonio, accettato e
consacrato dalla Chiesa, e l'unione sessuale di persone libere, equiparata al
peccato. Nonostante ciò, o proprio per questo, perfino il cristianesimo finisce
per accettare la prostituzione come un male necessario alla salvaguardia della
famiglia, al quale rassegnarsi pur di evitare mali ancora peggiori, quali
l'omosessualità, la masturbazione o la tentazione di turbare donne già sposate.
Come osserva S. De Beauvoir le prostitute, nonostante siano tenute ai margini
della società, vi rivestono in realtà un posto molto importante, riconosciuto
dallo stesso cristianesimo che, se da una parte le copre di disprezzo,
dall'altra le considera un male comunque necessario a proteggere il resto della
società.
La società medievale, conformemente
alla morale cristiana, ha una posizione ambigua e contraddittoria, ma è proprio
la logica del "male minore" a garantire anche una certa indulgenza
delle istituzioni verso le prostitute.
«La società urbana del
basso Medioevo non considerava, quindi, le prostitute come delle emarginate,
perché riconosceva loro il fatto di assolvere ad una funzione, tra l'altro
particolarmente importante, che era quella del mantenimento dell'ordine della
società stessa».
La prostituzione è fatta rientrare
in un ordine superiore, all'interno del quale ogni elemento è necessario al
mantenimento dell'intera società.
Tra il 1400 e il 1440, la
popolazione dell'Europa raggiunge il suo livello più basso dall'anno mille: una
concomitanza di flagelli, ma soprattutto le ricorrenti epidemie di peste,
portano ovunque a bilanci demografici disastrosi. Ancora una volta la
prostituzione appare il "male minore", capace di distogliere da
pratiche "innaturali" e di invogliare al matrimonio e alla
procreazione. I bordelli assolvono al ruolo di laboratori della natura, centri
di apprendimento del buon lavoro coniugale. Molto spesso, poi, le prostitute
sono di origine straniera, provenienti da altre aree geografiche colpite da
periodi di crisi, con l'evidente vantaggio di assicurare un'attività così
importante per mantenere l'ordine sociale, senza dover compromettere l'onestà delle
donne della propria comunità. È in questo contesto che si consolida la prassi
di confinare le prostitute, in quanto impure e portatrici di contagio, in
località stabilite e di imporre loro abiti particolari e riconoscibili.
J. Rossiaud ha studiato la società e
la sessualità delle popolazioni vissute in Francia, sulle rive del Rodano, tra
il Medioevo e il Rinascimento e ha analizzato il passaggio al Rinascimento con
i suoi cambiamenti:
«A partire dagli anni
1480-1500, alcuni dei fattori di equilibrio vengono a scomparire. Allora le
sensibilità collettive lentamente si modificano, portando alla rottura degli
anni 1560. Le schiere dell'immigrazione erano continuamente aumentate, dopo la
metà del XV secolo, ma tra il 1450 e il 1480 la città aveva potuto accogliere e
assimilare tutti quelli che si presentavano alle sue porte senza gran
difficoltà. Alla fine del secolo, le capacità d'assorbimento dell'economia
urbana si indebolirono. Tra i salari urbani mantenuti artificialmente a un
livello relativamente elevato, ed i salari rurali intaccati dalla crescita
demografica, lo scarto era decisamente aumentato, e questo squilibrio spingeva
verso le città molti contadini ridotti in povertà. L'immigrazione si reclutava
dunque tra i poveri. (…) Un po’ dovunque, gli effettivi della prostituzione
aumentarono. (…) In un mondo in cui si fronteggiavano la ricchezza e la
miseria, la prostituzione rischiava di diventare un'attività parallela per un
buon numero di famiglie di manovali o di operai».
Nello stesso periodo cominciano ad
agire uomini che, scandalizzati dalla nuova morale, e convinti che essa sia la
causa del castigo divino sceso sulle loro comunità, ritengono si debba
rigenerare il mondo al fine di salvarlo.
È intorno al 1400 che si produce una
rottura, causa l'impoverimento delle popolazioni e le ricorrenti epidemie, che
spingono anche le giovani di famiglie per bene alla prostituzione. Diventa
sempre più difficile distinguere le donne oneste dalle peccatrici, non solo per
la pratica sempre più diffusa della prostituzione tra le donne delle famiglie
più povere, ma anche per la comparsa delle cortigiane, donne libere,
culturalmente elevate, riccamente vestite, sempre accompagnate da uomini
galanti e da personaggi altolocati, difficilmente distinguibili dalle donne di
buona condizione. Queste cortigiane praticano e diffondono giochi carnali
parecchio lontani dalla "natura", diventano dei modelli, prima per le
altre prostitute, poi per le donne delle classi privilegiate, che cominciano a
godere di una maggiore libertà di comportamento. Inoltre, negli strati
inferiori della popolazione, l'assenza di patrimonio e di parentela facilitava
le unioni "naturali".
Di fronte a una tale libertà dei
costumi morali e sessuali, che mette in serio pericolo il precedente ordine
sociale, gli atti ritenuti contro natura non vengono più solo denunciati, ma
duramente repressi. I bordelli appaiono, non più solo come i protettori delle
vergini e delle spose, ma come luoghi di preparazione alla coniugalità, capaci
di tenere lontani i giovani uomini da pratiche sessuali ritenute trasgressive e
innaturali, nell'attesa che giungano al matrimonio: la prostituzione pubblica
diventa strumento di salute pubblica, un valore centrale dell'etica urbana,
capace di assicurare l'ordine sociale e familiare.
I predicatori si presentano come i
portavoce delle persone per bene, sostengono e realizzano il rafforzamento
dell'ordine maschile: la riforma dei costumi da loro predicata prevede la
collocazione delle cortigiane al posto che loro compete, il richiamo all'ordine
delle ragazze che non si vogliano sottomettere e la ristrutturazione della
famiglia.
È concluso il tempo in cui
nell'immaginario civico il prostibulum publicum si ergeva, fisicamente e
simbolicamente, al centro della città. Nel contesto della Francia studiata da
Rossiaud, «è facile individuare fra il 1500 e il 1570 i molteplici indizi di un
progressivo rifiuto della prostituzione da parte delle comunità urbane».
È stata la compresenza di più
fattori, quali l'eccessiva libertà dei costumi, l'aumento della miseria diffusa
e delle epidemie, il legame, reale o supposto, tra prostituzione e delinquenza,
a far ritenere il meretricio un flagello sociale, causa di disordini e
punizioni divine, e, dunque, un fenomeno da controllare e contenere.
La prostituzione non scompare, ma
diventa più cara, pericolosa e disonorevole.
Accusate di dare il cattivo esempio,
le prostitute non disposte a pentirsi sarebbero state dannate e avrebbero
dovuto essere isolate nei lupanari o lasciare la città. In questo contesto la
sessualità deve essere regolata e controllata, le donne devono crescere ed
essere educate in vista del matrimonio, devono essere protette e custodite
nelle case, della famiglia prima e del marito poi, perché dalla loro condotta
morale dipendono la morale e l'ordine nella società. Il matrimonio viene
utilizzato per ridurre le donne all'ordine, è una disciplina, un vero e proprio
sistema carcerario, il cui scopo ultimo è la riduzione all'obbedienza.
Parallelamente la prostituzione vede mutare la funzione che il nuovo ordine le
attribuisce, non più istituzione protettrice delle mogli e delle donne oneste,
ma luogo della penitenza terrestre per le donne che la praticano, strumento
punitivo nei confronti delle donne restie all'obbedienza: «Il bordello fa parte
del "timor delle leggi" che bisogna imporre alle donne; non è più
"istituzione di pace", ma di repressione, e deve nuovamente essere
affidato a dei carnefici».
Nella Sicilia degli ultimi Borbone,
la politica cinquecentesca istituisce due regimi di governo della
prostituzione: da una parte la registrazione delle meretrici, dall'altra
l'istituzione delle case di emenda per le donne pentite, veri luoghi di
purificazione (e di avvio verso il matrimonio o la monacazione) dalla potente
funzione simbolica.
Il senso, in breve, è che il posto
della donna è la casa o il bordello, in nome di una necessità superiore, quella
della lotta contro il disordine sociale.
L'elemento, però, che più di ogni
altro caratterizza il '500 in Europa, e che segnerà i secoli a venire, è la
profonda trasformazione religiosa e culturale introdotta dalla Controriforma.
Questo secolo si apre, infatti, con
un momento di crisi della Chiesa di Roma, segnata dalle critiche di quel
movimento di rinnovamento spirituale contro gli abusi e la corruzione -
politica, economica, morale - delle gerarchie ecclesiastiche, noto come Riforma
luterana, cui è seguita la reazione restauratrice della Chiesa nota come
Controriforma.
La laicizzazione religiosa
introdotta dalla Riforma protestante sanciva la laicità della vocazione,
proclamava la comunicazione diretta di Dio al fedele senza la mediazione del
sacerdozio, affidava la cura delle anime alla comunità dei fedeli piuttosto che
alla struttura ecclesiastica, riconosceva come unico capo della Chiesa Cristo.
Con la Riforma introdotta da Lutero, cioè, viene messo in crisi il primato del
potere spirituale su quello temporale; entrambi i poteri, infatti, sono posti
sullo stesso piano, in quanto creature di Dio.
A un tale sovvertimento della
struttura ecclesiastica e del suo potere costituito, la Chiesa reagisce con la
Controriforma o restaurazione cattolica e con la convocazione del Concilio di
Trento. Il Concilio si pone tre obiettivi: definire la dottrina cattolica,
porre rimedio agli abusi esistenti nella Chiesa, ristabilire l'unità religiosa
e politica dei cristiani. Lo scopo prioritario della Chiesa è, soprattutto,
riportare la società sotto il proprio controllo. In particolare si ristabilisce
il culto dei sacramenti, si proibisce la lettura della Bibbia nelle lingue
nazionali, si affida ai vescovi il controllo dei predicatori, dei libri, dei
maestri di scuola.
Carlo Ginzgurg spiega lo spirito
della Controriforma cattolica:
«Saldamente
subordinata al pontefice, riorganizzata nelle sue strutture diocesane, la
gerarchia post-tridentina si dedicò all'opera grandiosa che va sotto il nome di
Controriforma. (…) Il problema centrale era quello del rapporto con le masse
dei fedeli. Bisognava saldare le fratture che si erano create, riguadagnare il
terreno perduto – e nello stesso tempo, sottrarre al laicato, nei limiti del
possibile, ogni capacità di iniziativa autonoma».
Il XVI secolo, sotto l'influenza
della Controriforma e del Concilio di Trento, segna un fondamentale momento di
rottura e di non ritorno anche nella storia della sessualità. Michel Foucault
ritiene sia a partire da questa cesura storica che:
«l'intera sfera della
sessualità, in Occidente, lungi dall'essere semplicemente repressa o censurata,
sia stata oggetto di un tentativo di appropriazione costante e di una continua
"trasposizione in discorso" che, cresciuta in modo esponenziale a
partire dalla fine del XVI secolo, è culminata nel tentativo di comprenderne
scientificamente la natura».
Il sacramento della confessione,
dopo il Concilio di Trento, diventa una tecnica che il sacerdote ha in mano per
il governo delle anime, il momento del peccato si sposta dall'atto sessuale in
sé ai meccanismi del desiderio, cioè alla relazione dell'individuo con la
morale. È a partire da questa necessità di governo delle anime e dei corpi che
si spiega tutta la nuova produzione di discorsi sul sesso e, attraverso
di essi, la capacità della Chiesa e della sua morale di insinuarsi nei
comportamenti più minuti degli individui.
«Nello stesso momento
in cui gli Stati mettevano a punto una serie di tecniche per stabilire
l'esercizio diffuso del potere su corpi da rendere docili, la chiesa cattolica
elaborava infatti una tecnologia per il controllo delle anime».
Questo processo avviato dalla
Controriforma nella Chiesa cattolica, in seguito al quale il parroco diventa
detentore di un controllo non solo religioso, ma anche politico, sociale ed
economico, si svilupperà ulteriormente nel corso del XVIII secolo fino alla
nascita di una politica e di un'economia del sesso, cioè di un pubblico
interesse verso il sesso e la sessualità.
Durante il '500 nascono le prime
forme di controllo sulle prostitute, la loro schedatura, l'internamento
forzato, con cui le autorità municipali cercano di affrontare e risolvere il
"disordine" morale e sociale. Chiusi i postriboli, le prostitute,
attraverso la pratica della schedatura, sono relegate in appositi
quartieri-ghetto fuori dal territorio urbano, riammesse nella città solo in
quanto ricoverate, spesso anche con la forza, in strutture finalizzate
all'internamento degli ammalati di sifilide, noti come Ospedali degli
Incurabili e gestiti dalla solidarietà cristiana. Da queste pratiche consegue
un'operazione di stigmatizzazione sociale delle prostitute, ma non della
prostituzione: nella realtà a queste nuove pratiche non sempre corrisponde
un'interiorizzazione dell'interdizione sociale.
Tra 1600 e 1700 normazione e
ghettizzazione dell'attività prostituzionale diventano la regola, con
l'istituzione definitiva di veri e propri quartieri-ghetto, luoghi in cui il
meretricio è tollerato e controllato, ma dove, in realtà, vengono relegati
tutti gli indesiderati, i cosiddetti "devianti". È questa
l'innovazione più significativa: un'azione ghettizzatrice che sancisce la
divisione, spaziale e morale, tra emarginanti ed emarginati, tra norma e
devianza. Da questo momento la prostituta entra a far parte della categoria dei
"devianti", diventa figura pericolosa per il consesso sociale.
«Se durante il Medioevo (la
prostituzione) era stata esercitata sotto il segno di concessioni alla
debolezza della natura, con l'avvento dell'età moderna ha come contesto di
riferimento la malattia, la miseria, la delinquenza e la sessualità vergognosa»,
e come tale va regolata, relegata in luoghi lontani dal consorzio civile e, se
possibile, "curata".
Foucault sottolinea bene come
successivamente, tra il '700 e l'800, si assista alla produzione di una serie
di discorsi che non riguardano più solo un problema di morale, ma di
razionalità e di amministrazione di caratteri insieme biologici e politici. È
quello che Foucault individua come il passaggio dalla ars erotica alla scientia
sexualis:
«A differenza dell'ars
erotica diffusa nell'antichità, il cui obiettivo era quello di agire
sull'effetto dei piaceri senza rifarsi a distinzioni di liceità, il sapere
moderno fa del sesso un oggetto biologico e insieme il punto di applicazione per
una serie di prescrizioni morali».
1.5. L'Ottocento: la costruzione
della prostituta come soggetto deviante
L' 800 è il secolo in cui si assiste
al trionfo dell'ordine borghese e dello Stato-nazione, nuovo centro di
propulsione di identità e di valori.
È in questo secolo «che si realizza
la definitiva messa a punto delle strategie del potere nei confronti dei
fenomeni di devianza, i cui portatori sociali scontano la "colpa" di
sottrarsi al binomio fondamentale di ordine sociale e profitto economico, in
un'ottica di ottimizzazione delle capacità umane, che viene esaltata come
principio basilare all'interno dell'analisi di stampo positivista».
Gli individui che si sottraggono alla suprema legge del lavoro e della
produzione economica, le cosiddette "classi povere", diventano
oggetto delle preoccupazioni della nuova società borghese, ne minano l'ordine
sociale ed economico e, dunque, sono considerati dei "soggetti
pericolosi" che il potere deve controllare e contenere.
La prostituta è in questo senso
figura ambivalente, perché esercita comunque un lavoro, ma lo fa al di fuori
dell'organizzazione economica dominante, oltre ad essere anche un soggetto
deviante dal punto di vista morale e sessuale. In qualità di
"deviante", quindi, essa non sfugge al nuovo controllo e alla
"ortopedia" sociale e morale che ne deriva, essendo insieme anche
vagabonda, indigente, criminale, deviata sessuale e donna, dunque fonte di
pericolo per il resto della società. In qualità di "lavoratrice",
visto che comunque esercita un tipo di lavoro, viene sottoposta a un'altra
forma di controllo, quello che si dispiega attraverso l'istituzione delle
"case chiuse", istituzioni totali attraverso le quali lo Stato si
assicura la gestione economica dei proventi della prostituzione e, allo stesso
tempo, la separazione materiale e simbolica tra la società "sana" e
quella "malata".
Il "corpo" entra a far
parte del politico, diventa nuovo campo di esercizio del potere politico:
«Questo investimento
politico del corpo è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua
utilizzazione economica. È in gran parte come forza di produzione che il corpo
viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo
costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un
sistema di assoggettamento. (…) Questo assoggettamento non è ottenuto coi soli
strumenti sia della violenza che dell'ideologia; esso può assai bene essere
diretto, fisico, giocare della forza contro la forza, fissarsi su elementi
materiali, e tuttavia non essere violento; può essere calcolato, organizzato,
indirizzato tecnicamente, può essere sottile, non fare uso né di armi né del
terrore, e tuttavia rimanere di ordine fisico».
Foucault ci parla di una
"tecnologia politica del corpo" o "microfisica del potere"
che agisce sui corpi, sui desideri, sui comportamenti, sulla quotidianità e in
ogni ambito della nostra vita al fine di controllare e normare.
Nel caso specifico del corpo della
donna e della "creazione" della donna come fatto scientifico:
«si può dire che, a
partire dal tardo secolo XVIII, il corpo della donna sia stato utilizzato per
creare un nuovo tipo sociale. (…) A partire dal 1800, l'interno della donna
viene reso pubblico, sia dal punto di vista medico sia da quello poliziesco e
giuridico, mentre parallelamente - ideologicamente e culturalmente - viene
intrapresa la privatizzazione del suo esterno. (…) Il corpo della donna diventa
il luogo nel quale si compie un processo che riguarda direttamente lo Stato, la
salute pubblica, il corpo pubblico, nonché la Chiesa e il marito».
La sessualità, ambito di espressione
del corpo ma anche di specifici rapporti di potere, non può sfuggire a questo
investimento politico, diventa anzi il campo di applicazione di un controllo
politico che è insieme potere disciplinare sull'individuo e processo di
regolazione della popolazione, del corpo sociale, regolamento che fa emergere
le forze produttive ed economicamente utili alla collettività.
A partire da questa cesura, lo Stato
prende a farsi carico della sessualità dei cittadini e della sua normazione, si
impegna a prevenire e a reprimere i fenomeni prostituzionali.
In Europa, in seguito alla
rivoluzione industriale, l'aumento demografico, lo sviluppo industriale nelle
città e i conseguenti processi di urbanizzazione delle popolazioni contadine,
determinano nuovi flussi migratori, sia dalle campagne verso le città di uno
stesso paese (migrazione interna, in gran parte femminile), sia da paese a
paese (migrazione esterna, prettamente maschile). La prostituzione vive un
nuovo sviluppo, in quanto allo stesso tempo sollievo per uomini soli e migranti
in paesi sconosciuti, e attività di sostentamento per donne che, partite dalle
campagne per trovare lavoro nelle fabbriche delle città, spesso si ritrovano
sole e disoccupate. In una situazione di questo tipo, l'urbanizzazione di ampi
strati di popolazione non si coniugò con sostanziali aumenti della produzione
nell'economia di base, creando invece larghe fasce di disoccupazione. I
profondi mutamenti che attraversarono la società italiana nel corso dell'800
provocarono ansietà e paure sociali che si concentrarono sulle cosiddette
"classi pericolose". È a causa di processi di trasformazione così
profondi e della necessità, nonostante essi, di mantenere e garantire l'ordine
sociale che, durante il secolo scorso, si assiste alla nascita di nuove
strategie del potere nei confronti dei fenomeni "devianti", nonché di
nuove scienze e di nuovi saperi (prima di tutto la medicina, ma anche la
criminologia, la sociologia, la psichiatria, l'educazione, ecc.), dispositivi
discorsivi atti a
definire la devianza, spiegarla, contenerla e, se possibile,
"curarla".
In un tale contesto, la stessa
prostituzione viene interpretata e letta come fenomeno deviante, come pericolo
sociale e la figura della prostituta viene fatta rientrare all'interno delle
"classi pericolose" per l'ordine sociale, quale corrispettivo
femminile della figura maschile del criminale. Il dato biologico diventa
il criterio ordinatore delle distinte funzioni sociali dei sessi, l'appello a
una supposta "natura femminile" differente diventa la giustificazione
e la legittimazione per un differente ruolo sociale assegnato storicamente alle
donne.
Il sapere medico ottocentesco,
soprattutto la criminologia positivista rappresentata in Italia da Cesare
Lombroso, costruisce una vera e propria nosografia della devianza, costruendo
così anche la giustificazione scientifica al disciplinamento e al controllo
sociali. «Al concetto della responsabilità penale, il Lombroso sostituisce così
quello della medicalizzazione della delinquenza, spiegata con le anomalie
craniche e con l'eredità».
Viene approntato in tutta Europa un
complesso sistema di case chiuse, di strutture medico-ospedaliere, di speciali
organi di polizia, di leggi e di codici, come il Regolamento Cavour (esteso a
tutta l'Italia nel 1860), al fine di legalizzare il fenomeno, sottoponendolo a
controlli polizieschi e sanitari rigorosi, attraverso la cosiddetta
"triplice strategia": registrazione, ispezione, trattamento.
Anche in Italia, in linea con i
processi in atto nell'intera Europa, il nuovo Stato appena unificato decide per
una politica regolamentazionista, scelta che rimarrà più o meno integra fino al
1958, cioè all'emanazione della legge Merlin con la quale l'Italia opterà,
almeno formalmente, per l'abolizione di ogni tipo di regolamentazione
dell'attività prostitutiva.
Tra 1800 e 1900 la devianza,
all'interno della quale viene fatta rientrare anche la prostituzione, diventa
oggetto e campo della scienza, o meglio, attraverso i suoi discorsi, la scienza
costruisce e inventa sempre nuove devianze, diventa il campo di
"produzione della devianza".
Si assiste a un'ulteriore
"trasposizione in discorso" del sesso: la medicina, e la scienza in
generale, diventa il dispositivo discorsivo, il sapere che supporta il
potere di un sistema poliziesco fatto di controlli obbligatori e ghettizzanti.
La criminologia positivista del Lombroso introduce una spiegazione biologica al
fenomeno della prostituzione, rinvenendo l'origine di questa attività nella
stessa "natura" delle donne che la praticano. «La scienza, in questo
caso, assolve il proprio compito, fornendo codificazioni ed etichette che
consentano la netta separazione dell'abnorme dalla norma».
La prostituzione diventa una
questione di devianza e criminalità, diventa oggetto di politiche volte a
mantenere l'ordine sociale e a separare, anche fisicamente, la parte sana
della società da quella marcia, i normali dai devianti,
gli inclusi dagli esclusi, nel costante esercizio di un controllo
che ormai investe non solo i singoli corpi, ma l'intera popolazione governata e
amministrata dalla nascita alla morte.
Per Foucault, tra la fine del XVIII
secolo e l'inizio del XX:
«si colloca (…) un
mutamento delle relazioni di potere che ai meccanismi della sorveglianza e
dell'addestramento individuale associa e fa subentrare un principio di
regolazione dei fenomeni di massa. Foucault chiama biopotere il tipo di
tecnologia non disciplinare che emerge da questa trasformazione storica e che
prende in carico l'uomo non più come "corpo utile", ma come
"essere vivente"».
Questa nuova scientia sexualis
non è più solo un dispositivo di controllo del corpo, ma diventa strumento di
regolazione della popolazione intesa come concetto biologico e politico
insieme. Attraverso il dispositivo di sessualità e la gestione pubblica
della sessualità, prima fra tutte quella delle donne a pagamento, il potere
trasforma ed estende la propria funzione "disciplinare" in una
funzione di "controllo", diventa controllo sull'intera esistenza, biopotere,
ossia potere sulla vita di tutta la popolazione, sull'intero corpo sociale, un
controllo il cui oggetto non è più il singolo individuo "deviante" da
disciplinare, ma l'insieme dei meccanismi di produzione e riproduzione sociale
della società di riferimento.
Se questo è il cambio di paradigma
avvenuto nel XIX secolo, si spiega come mai le prime risposte dei nuovi stati
nazionali in Europa siano state quasi tutte orientate a tentativi di
regolamentazione dell'attività prostitutiva, anche attraverso l'istituzione
delle "case chiuse".
La metà dell' 800 si caratterizza
per il diffondersi del dibattito tra regolamentaristi e abolizionisti,
entrambi poi in opposizione ai proibizionisti della Chiesa.
I sostenitori della regolamentazione
(soprattutto medici, cattedratici e scienziati) mettono l'accento sulla
naturalità dell'istinto sessuale maschile e sulla necessità di soddisfarlo
senza turbare l'ordine sociale e la struttura familiare: lo Stato deve
garantire strutture regolamentate e controllate in cui possa esercitarsi la
prostituzione senza troppi rischi sanitari.
L'abolizionismo, nato in
Inghilterra, ha le proprie radici ideali nelle battaglie per i diritti civili
(prima fra tutte quella per l'abolizione della schiavitù nel '700) e pone al
primo posto la difesa dei diritti di tutti i cittadini e la libertà delle donne
di scegliere o meno la prostituzione. La proposta è, allora, la
decriminalizzazione della prostituzione. A fine secolo nascono anche le prime
organizzazioni femministe contro la regolamentazione e per la promozione dei
diritti delle donne.
Il proibizionismo non ammette
affatto l'esistenza della prostituzione né di rapporti sessuali
extra-coniugali, è dunque orientato a vietarla del tutto e realizza una vera e
propria criminalizzazione delle prostitute, ritenute le uniche responsabili di
un tale vizio, in quanto peccatrici per loro natura.
Regolamentarismo, abolizionismo e
proibizionismo restano tuttora le principali alternative all'interno delle
quali si dispiega il dibattito sulla prostituzione in Europa e in Italia.
Se la principale risposta dei nuovi
stati nazionali europei nella seconda metà dell' 800 è stata l'istituzione
delle case chiuse e di severi controlli sanitari e polizieschi, nel corso del
'900 gran parte delle democrazie europee abolisce la regolamentazione, e con
essa, le "case chiuse", a causa del legame riconosciuto tra case
chiuse e tratta delle bianche, del fallimento delle precedenti politiche
sanitarie e di ordine pubblico, della diffusione di forme prostitutive non
regolamentabili perché occasionali o perché clandestine.
L'Italia è uno degli ultimi paesi
europei ad abolire il sistema regolamentazionista, dopo aver anzi accentuato le
pratiche di controllo poliziesco e sanitario sulle prostitute a partire dagli
anni '20 e per tutto il periodo fascista. Solo nel 1958, con l'approvazione
della legge Merlin riguardante "L'abolizione della regolamentazione della
prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui",
anche l'Italia opta per l'abolizione delle case chiuse e di ogni tipo di
registrazione o schedatura o controllo sanitario obbligatorio, al fine di
combattere lo sfruttamento sessuale e di garantire ad ogni persona il diritto
di disporre liberamente del proprio corpo.
In realtà la legge Merlin, tuttora
in vigore, presenta diversi limiti dovuti al fatto che non punisce l'atto del
prostituirsi, non considerandolo un reato, ma persegue come reati lo
sfruttamento, il favoreggiamento e l'adescamento. Questo a causa delle
trasformazioni subite dalla legge durante l'iter parlamentare rispetto alle
intenzioni della senatrice socialista Lina Merlin:
«l'accento posto sulle
libertà civili delle prostitute (e di tutte le donne) venne messo in ombra e la
difesa sociale dalla prostituzione divenne la questione egemone. Risultato: la
legge Merlin è una somma di divieti che ha creato un regime di regolamentazione
molto contraddittorio. (…) Praticamente la prostituzione è contemporaneamente
ovunque permessa e ovunque vietata, e ovunque controllabile e all'occorrenza
controllata».
L'approvazione della legge Merlin
non determina in Italia la fine del dibattito sulla prostituzione, che anzi
vive un nuovo rifiorire negli anni '70 grazie al pensiero e al movimento
femminista, volto al superamento della discriminazione sociale nei confronti
delle donne, relegate nel tradizionale ruolo di mogli e madri. Ciò che le
femministe introducono nel dibattito è il soggetto-donna: l'autodeterminazione
(anche nel prostituirsi) viene indicata come condizione preliminare perché la
donna esista come soggetto libero dai vincoli della tradizione. Dalla metà
degli anni '70 il genere viene
introdotto come categoria fondamentale della realtà, della percezione
culturale, sociale, storica: genere e sesso non sono più intesi come un fatto
naturale, ma come dimensioni storicamente variabili. Il pensiero femminista dà
vita a un campo di ricerca autonomo, impegnato a «interrogare le pratiche
sociali, i tipi di discorso, le rappresentazioni, le immagini, liberandosi
delle dicotomie troppo semplici natura/cultura, domestico/pubblico».
Dal punto di vista della ricerca storica viene rovesciato l'ordine d'importanza
dei fatti storici, con un'invasione del soggettivo che sovverte le
periodizzazioni tradizionali, e con l'introduzione di un nuovo metodo
d'indagine storiografica basato sulla raccolta di storie di vita e di
testimonianze orali.
Dal punto di vista teorico, quindi,
le studiose femministe, influenzate anche dalle analisi di M. Foucault, svelano
i processi di "costruzione" storico-culturale del ruolo femminile, e
avviano discorsi e pratiche di rifiuto di tale ruolo.
Il pensiero femminista italiano
degli anni '70, però, soffre di un limite che saranno altre donne a superare,
quello di fermarsi a una lettura vittimistica della prostituta, considerata
solo come oggetto dell'oppressione patriarcale. Questo retaggio lo supereranno
solo le prostitute stesse nel corso degli anni '80, associandosi tra di loro
come donne emancipate economicamente, ma socialmente emarginate, e dando vita a
un vero e proprio movimento delle prostitute.
In Italia il "Comitato per i
diritti civili delle prostitute", nato a Pordenone nel 1982, è stato
l'artefice dei primi discorsi di rivendicazione della prostituzione come
"lavoro", fino a costruire anche un nuovo linguaggio in cui coloro
che si prostituiscono in condizioni di libertà diventano "lavoratori del
sesso" o sex-workers.
La grande novità degli anni '80 è la
presa di parola delle prostitute, dei soggetti che vivono e scelgono la
prostituzione e che, in quanto tali, rivendicano il loro "diritto
all'esistenza". Si tratta di donne, transgender e, in generale,
persone che lavorano per scelta nel mercato del sesso, che per la prima volta
rifiutano di essere l'oggetto dei discorsi prodotti dalla società, e decidono
di parlare direttamente per sé e di sé, di introdurre nella società il loro
sapere e le loro ragioni, avviando così anche un certo cambiamento culturale.
Le prostitute si presentano e vengono riconosciute come titolari di saperi e
competenze utili a tutti, in particolare nel campo della prevenzione dell'Aids
e delle malattie sessualmente trasmissibili, avviando anche veri e propri progetti
di prevenzione e informazione sanitaria. A partire dagli anni '80 «le
prostitute vengono riconosciute come "esperte" ai massimi livelli
istituzionali, soprattutto internazionali, e questo cambia la loro collocazione
nella politica»,
nonché nella società.
Le prostitute italiane, in seguito
alle trasformazioni intervenute (in particolare la chiusura delle "case
chiuse" e la comparsa della prostituzione di strada), grazie al
miglioramento delle proprie condizioni di vita e di scelta, alla scoperta della
possibilità di organizzarsi e di rivendicare i propri diritti di cittadinanza,
godono di una certa libertà rispetto a dove, come e quando prostituirsi, e
sempre più spesso scelgono di farlo in appartamenti, alberghi, locali, in
luoghi che possano, cioè, garantire una maggiore sicurezza rispetto alla
prostituzione di strada. Sulla strada restano poche persone, quelle che
continuano a preferire questa pratica e, soprattutto, quelle che hanno minore
possibilità di scelta e che vivono già in condizioni di esclusione sociale per
altri motivi preesistenti alla prostituzione (tossicodipendenti, transessuali,
persone senza fissa dimora, ecc).
Soprattutto sulla strada compare una
nuova figura di prostituta: la donna migrante.
Gli anni '80 e '90 segnano una
radicale trasformazione nel mondo della prostituzione: l'ingresso in esso di
numerose donne straniere in cerca di migliori condizioni di vita.
Queste donne prostitute/tuite in
Italia provengono da altri paesi, sono prima di tutto donne migranti, donne che
hanno deciso di emigrare per realizzare altrove migliori condizioni di vita,
spesso anche sapendo che in Italia (ma vale per tutta l'Europa) avrebbero
praticato la prostituzione, pur non sapendo che avrebbero dovuto sopportare
violenze, ricatti e sfruttamento. È importante, allora, collocare e
interpretare le loro storie all'interno dell'attuale "sistema-mondo"
e dei movimenti migratori che il mondo attraversano.
Se in passato capire la
prostituzione voleva dire capire le società locali di riferimento, oggi il
fenomeno non può essere capito, né tanto meno affrontato, se non all'interno
della mondializzazione dell'economia, della produzione, della divisione del
lavoro, della cultura, dei valori, della politica, dell'intera vita. Se questo
è vero, capire oggi il fenomeno della prostituzione, libera e/o coatta, di
donne che sono sempre più spesso migranti che premono verso l'Europa ricca e garantita,
non può prescindere dal collocare il fenomeno e tutto il suo senso all'interno
di un fenomeno molto più grande e pervasivo, filo conduttore di tutta la nostra
epoca su tutto il pianeta: la "globalizzazione".
Certamente, non si può studiare e
capire nel suo complesso il perché del crescente numero di donne straniere
prostitute/tuite in Europa e, in genere, nei paesi ricchi, senza studiare e
capire come e perché si verificano i flussi migratori nel mondo, quali volontà
e scelte individuali li determinano, in quale contesto globale, con quali
modalità, attraverso quali canali, e quanto tutto ciò sia determinato anche
dalle politiche e dalle legislazioni sull'immigrazione dei paesi di
destinazione.
I processi di globalizzazione sono
oggi lo sfondo comune dentro il quale si dispiega ogni aspetto dell'esistenza,
tanto collettiva quanto individuale. Da parte di molti si è individuato il
segno principale della globalizzazione nello "sconfinamento",
ossia nel movimento, nel superamento dei confini, prima di tutto nel campo
dell'economia.
Globalizzazione significa infatti,
in primo luogo, che i mercati economici e finanziari non hanno più confini,
soprattutto non coincidono più con i confini nazionali. Significa che
un'impresa può decidere dove produrre, vendere, aver sede legale e fiscale, e
può scegliere anche paesi diversi per ciascuna di queste attività, al di fuori
di ogni controllo sociale e nazionale.
Se i mercati economici e finanziari
sono il contesto principale in cui si sono prodotti i processi di
globalizzazione, questa tendenza allo sconfinamento tocca e coinvolge in realtà
molti più campi: la politica, in particolare quella degli stati nazionali; la
comunicazione e l'informazione, rinnovate da Internet e dalle nuove tecnologie;
la cultura; le migrazioni delle genti.
R. Dahrendorf descrive la
globalizzazione spiegando come «tutte le economie sono intrecciate tra loro in
un unico mercato competitivo, e nei giochi crudeli che si svolgono su questo
teatro è impegnata dovunque l'intera economia. Sottrarsi a questi giochi è
letteralmente impossibile, e gli effetti della globalizzazione si fanno sentire
in tutti i campi della vita sociale».
Negli ultimi anni sono state
prodotte numerose analisi e interpretazioni del fenomeno noto come
"globalizzazione", molti studi hanno provato a definirne la portata,
le applicazioni concrete e le conseguenze. Non si tratta, ovviamente, di
posizioni unanimi, soprattutto quando tentano di esprimere un giudizio di
valore al riguardo.
Semplificando all'estremo si può
dire che da una parte ci sono coloro che della globalizzazione sottolineano le
potenzialità di sviluppo, di uguaglianza e di accrescimento della qualità della
vita per tutto il pianeta, soprattutto per i paesi più poveri e meno sviluppati
industrialmente, dall'altra parte coloro che, invece, vedono nella
globalizzazione proprio la causa delle crescenti differenze di sviluppo e
ricchezza tra i diversi Nord e Sud del mondo. Tra queste due posizioni, estreme
e opposte, si collocano poi una serie di posizioni diversificate e complesse,
volte a cogliere tutti gli aspetti del fenomeno, soprattutto quelli più
contraddittori e ambivalenti; anzi alcuni studiosi definiscono la
globalizzazione proprio attraverso le categorie della contraddittorietà
e dell'ambivalenza.
Non è unanime nemmeno il pensiero su
come e quando sia nata la globalizzazione.
Autori come Wallerstein, Arrighi ed
altri hanno sottolineato come l'attuale globalizzazione affondi le proprie
radici nei secoli passati, in particolare nel Novecento, nello sviluppo del
modello fordista e poi nella sua crisi. Secondo queste interpretazioni si può
leggere la modernità come un'ininterrotta tendenza alla dilatazione degli
spazi, un'estensione progressiva di un unico modello economico, quello
capitalistico, all'intero mondo, culminata nella nascita dell'attuale
"economia-mondo".
Anche S. Latouche sostiene che il
funzionamento del mercato è sempre stato, fin dal XII-XIII secolo, di carattere
sopranazionale, se non mondiale, e che la fase economica attuale è solo l'ultima
metamorfosi di una storia lunghissima, che oggi vede il trionfo del "tout
marché", del paradigma per cui tutto è mercato.
Tuttavia altri, come Marco Revelli,
riconoscono nella fase attuale una nuova "epoca", il risultato di una
netta cesura avvenuta negli ultimi decenni e che segna la vera differenza
rispetto al passato, ossia lo sviluppo di una dinamica nuova che non coinvolge
più solo l'economia e la politica, ma soprattutto la dimensione sociale. Per
usare le parole di M. Revelli, oggi si assiste alla «trasformazione dell'intera
superficie del pianeta in "spazio sociale" riconosciuto»,
vale a dire a una "rivoluzione spaziale" che ha determinato una
profonda trasformazione della percezione sociale dello spazio, anche grazie al
crescente sviluppo tecnologico nei trasporti e nelle telecomunicazioni. Le due
caratteristiche che segnano, secondo Revelli, la specificità dell'epoca della
globalizzazione rispetto al passato sono: la "simultaneità temporale"
e l'"indifferenza spaziale".
Entrambe le posizioni contengono del
vero:
«in un certo senso,
potremmo affermare che viviamo in un'economia globale da cinquecento anni. Allo
stesso tempo, però, potremmo sicuramente sostenere che solo negli ultimi
venticinque anni del XX secolo abbiamo visto assumere una nuova forma ai
meccanismi di integrazione economica su scala mondiale».
Il primo e più evidente ambito di
sviluppo dei processi di globalizzazione è stato, come ho già detto, quello
dell'economia.
A partire dagli anni settanta,
sempre più spesso, le grandi imprese hanno cominciato ad allargare i propri
interessi al di là dei confini nazionali, aprendo fabbriche e acquistando
manufatti nei paesi disposti ad offrire manodopera a costi più bassi, avviando
così un processo di decentramento produttivo o delocalizzazione della
produzione. Oggi si può dire che imprenditori e lavoratori si incontrano e si
muovono in un unico mercato mondiale, in cui la produzione è il
risultato di una "linea d'assemblaggio globale". In tutto il mondo
gli imprenditori hanno ridotto il numero di dipendenti o hanno decentrato la
produzione, determinando la trasformazione di molti lavoratori a tempo
indeterminato in precari occupati a tempo parziale, sempre meno garantiti dai
tradizionali diritti sociali. Tale "mercificazione del lavoro" ha
ridotto lavoratori e imprenditori a semplici venditori o acquirenti di
forza-lavoro, i cui diritti e doveri non sono più fissati attraverso la
contrattazione sociale, ma solo attraverso la legge del libero mercato. Non è
un caso che la globalizzazione sia stata sin dall'inizio accompagnata e
sorretta dall'ideologia del neoliberismo, ossia dall'assunto che l'economia di
mercato sia sempre fonte di sviluppo e che l'intervento dei governi nell'economia
sia dannoso.
In questo modo, però, secondo molti,
si sta estendendo (o imponendo) un unico modello di sviluppo in tutto il mondo,
il modello occidentale e neoliberista, fondato sul libero mercato e sulla
competizione estesa a livello planetario, «un modello in base al quale non
migliorano le proprie condizioni di vita i lavoratori dei paesi poveri, si
disoccupano i lavoratori dei paesi ricchi e gli unici a trarne beneficio, manco
a dirlo, è la ristretta cerchia di proprietari delle grandi aziende».
Si è prodotta, infatti, una nuova
divisione internazionale del lavoro, una sorta di gerarchizzazione
internazionale dei lavoratori, che prevede regole e trattamenti salverdana, sans serifi
diversi nei diversi paesi coinvolti in questa unica grande catena organizzativa
e produttiva: «in tal modo viene riprodotto un sistema di relazioni che ha
avuto come effetto un ciclico approfondimento delle differenze tra le capacità
produttive del centro (il cuore) e quelle delle zone rese periferiche».
Si tratta di una prima contraddizione
interna ai processi di mondializzazione: la diffusione su scala mondiale di un
unico modello di sviluppo non produce ovunque gli stessi risultati, non produce
giustizia e benessere per tutto il pianeta, pur realizzando un unico
sistema-mondo, in cui sembrano perdere senso persino le classiche distinzioni
tra Primo, Secondo e Terzo mondo.
Il sociologo A. Dal Lago spiega bene
come la classica divisione del mondo in grandi macro-aree sia stata ormai
superata:
«esistono piuttosto
mondi integrati e al contempo subordinati, in un complesso panorama di
inferiorizzazioni economiche, politiche e militari, allo sviluppo economico
dominante, ai suoi modelli culturali e mediali, alle sue ideologie, rimozioni e
censure. L'apparente unificazione del pianeta ha senso esclusivamente come
ferrea gerarchizzazione dei mercati, delle economie e delle società
periferiche».
Quella di un'unificazione del
pianeta che, in realtà, si basa su una sistemica gerarchizzazione tra aree
geografiche e relative economie, su un sistema che alcuni hanno definito di
"apartheid globale", è
solo una delle molteplici contraddizioni contenute nei processi di
globalizzazione.
Proprio per questi motivi negli
ultimi anni si è imposta una diversa immagine della globalizzazione, che pone l'accento
sul carattere multidimensionale della stessa, cioè sulla contraddittorietà
insita nei processi di globalizzazione.
Questa lettura sottolinea come quella contemporanea sia una realtà «in cui
tratti radicalmente nuovi si sovrappongono a tenaci persistenze dell'
"antico", in cui riemergono d'un tratto elementi "arcaici",
che la società industriale pensava di aver relegato alla propria preistoria o
ai confini estremi del proprio spazio».
Quest’ultimo approccio è quello che
permette di descrivere al meglio i processi di globalizzazione in cui siamo
immersi e, soprattutto, permette di affrontare quella che, da più parti, viene
indicata come la contraddizione-simbolo dei processi di globalizzazione, il
contrasto tra l'abbattimento dei confini nazionali per le merci e i capitali e
la riproposizione degli stessi confini per impedire il libero movimento delle
persone, con tutte le conseguenze di clandestinizzazione e criminalizzazione
che una simile politica migratoria comporta.
Prima di parlare dei nuovi movimenti
migratori, però, vanno sottolineate altre evidenti contraddizioni o ambivalenze
di cui la globalizzazione è portatrice.
Un esempio fondamentale è quello
dello Stato-nazione e del suo supposto declino politico, in un mondo dominato
dal mercato e da nuove istituzioni internazionali (Fondo monetario
internazionale, Banca mondiale, World Trade Organization).
Sembra scomparire il tradizionale
concetto di sovranità nazionale, lo Stato nazionale sembra aver perso ogni
capacità di controllo all'interno dei propri confini, in particolare rispetto
alla politica economica e al primato che in essa assumono le imprese
transnazionali, così come all'esterno degli stessi confini, dove dominano il
mercato economico e le politiche delle nuove istituzioni di governo
internazionale.
S. Latouche sostiene che «la
mercantilizzazione del mondo distrugge lo stato-nazione e svuota la politica
della sua sostanza, accumula minacce enormi sull'ambiente, corrompe l'etica e
distrugge le culture».
In quest'ottica gli Stati nazionali
sembrano aver perso il loro ruolo di controllo sulla politica, soppiantata,
secondo Latouche, dal primato di un'economia "cannibale". Gli Stati
si trovano a dover gestire, dal punto di vista economico e sociale, le ricadute
locali di eventi e fenomeni economici che hanno luogo altrove, devono gestire
uno sviluppo di cui non sono più gli attori principali e le cui ricadute, più
che di "sviluppo locale", sono di "desocializzazione
concreta", di decomposizione dei legami sociali.
Questa lettura relativa al posto
ricoperto dallo Stato nazionale nel contesto delle politiche di
globalizzazione, che sottolinea, in particolare, la crisi delle tradizionali
forme di partecipazione democratica all'interno dello Stato, ha prodotto, però,
anche delle proposte (politiche, economiche, sociali, culturali) alternative al
modello unico imperante, sintetizzabili nella categoria del glocalismo.
Una definizione del glocalismo,
sintetica e completa allo stesso tempo, è data da A. Rustichini:
«Nella sua accezione
diffusa, oggi più comune, indica una potenziale strategia di risposta al
fenomeno della globalizzazione, strategia che tenda a rafforzare i valori, le
istanze, le caratteristiche locali».
I sostenitori del glocalismo
auspicano il recupero del senso del luogo, la riscoperta del territorio
e delle risorse autoctone da parte della popolazione locale, e valorizzano le
forme di resistenza economica, di "antisviluppo", costruite negli
ultimi anni attraverso esperienze come le imprese cooperative autogestite, le
botteghe di gestione, le forme di autorganizzazione locali. Il principio di
base è che «le speranze di ricomposizione del tessuto sociale possono venire
solo dal reinserimento dell'economico nel sociale, in un ri-radicamento locale».
Si spiega, così, la molteplicità di proposte che derivano dall'approccio
glocalista e che vanno dal bioregionalismo (l'idea dell'autosufficienza
economica locale), a forme di neo-protezionismo economico,
all'applicazione dei LETS (Sistemi Commerciali di Scambio Locale), alle
Banche del Tempo, all'introduzione di sistemi monetari locali (Community
Money).
Si tratta di approcci, però,
pericolosi, soprattutto dal punto di vista culturale e della convivenza delle
diversità culturali. Il rischio, neanche tanto lontano, è il ritorno a manifestazioni
nazionalistiche e localistiche escludenti.
Tali meccanismi di chiusura
identitaria sono ben riassunti da Revelli:
«Alla spinta
"verso l'alto" che dissolve le frontiere nazionali nel più ampio
spazio globale del mercato, l'identità sfidata risponde con una fuga
"verso il basso", verso il particolare, il "locale",
l'"etnico", il "razziale", alla ricerca di più forti
ancoraggi, di più tenaci risorse identitarie che le permettano di resistere
allo sradicamento mercantile (…). Cosicché, potremmo dire, il localismo spinto
si rivela come la forma (politica) della globalizzazione (economico-sociale)».
Altre analisi sul ruolo dello Stato
nazionale e delle sue istituzioni politiche nell'attuale sistema di governo
globale, sottolineano come gli Stati siano, invece, attori decisivi proprio dei
processi di globalizzazione e continuino a esercitare essenziali funzioni di
controllo, seppure nuove. Come dice Luciano Ferrari Bravo, «sicura appare al
contrario la permanenza della forma-stato, ma come ambito e soggetto tra gli
altri di governo globale».
Le funzioni che oggi gli Stati
nazionali detengono sono, in quest’ottica, funzioni di polizia e di
controllo all'interno del nuovo ordine mondiale.
Le nuove funzioni di controllo e di
polizia degli Stati nazionali, secondo Mezzadra e Petrillo, corrispondono
anche alla fine di una forma specifica di organizzazione della democrazia e
della cittadinanza, quella fondata sugli istituti del Welfare. Questo
passaggio epocale dal Welfare State ad una nuova forma di organizzazione
statale ancora in via di definizione, spiega perché oggi democrazia e
cittadinanza siano di nuovo problemi aperti e tutti da definire per le
politiche degli Stati nazionali.
Sicuramente lo Stato nazionale, pur
conservando capacità di governo e di sovranità anche nel contesto del nuovo
ordine mondiale, vive una profonda crisi dovuta al momento storico che stiamo
vivendo e alle profonde trasformazioni intervenute dalla sua nascita ad oggi.
È con la rivoluzione francese, sotto
l'influenza culturale e politica dell'Illuminismo, e dei relativi principi di
uguaglianza e di libertà tra gli uomini, che nasce lo Stato moderno, detentore
della sovranità per volontà e, quindi, in rappresentanza dei suoi cittadini.
Il concetto di nazione nasce con la
rivoluzione francese, sotto la spinta innovativa del terzo Stato, in
particolare della borghesia, sempre più forte dal punto di vista economico, ma
poco rappresentata dal punto di vista politico. Il principio cui si appellava
lo spirito rivoluzionario era il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti,
uguali per tutti.
La Dichiarazione dei diritti
francese, infatti, si propone da subito in termini universali, non a caso si
definisce come "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", ma
di fatto fa coincidere i diritti dell'uomo con quelli del cittadino, e il
cittadino con chi appartiene alla nazione, intesa come unità organica di
persone che condividono cultura, tradizioni, lingua, storia, religione, sangue.
È il popolo dei cittadini, inteso
come l'insieme dei cittadini nazionali, ad esprimere la propria volontà
attraverso i rappresentanti dell'Assemblea Nazionale.
Lo Stato, cioè, nato in nome della
tutela dei diritti dell'uomo, diventa espressione dei cittadini e comincia a
prendersene cura.
La Dichiarazione del 1789, infatti,
pur proclamandosi universale, nasceva in un'ottica nazionale, anzi si può dire
che, dal XVIII al XIX secolo, «le dichiarazioni servono da preambolo alle
costituzioni, alla sanzione, in via di diritto, dello Stato nazionale».
Tale contraddizione originaria, tra
il diritto dell'umanità e l'interesse di Stato o nazionale, interesse
necessariamente limitato e di parte, è l'origine della subordinazione dei diritti dell'uomo ai diritti del cittadino nazionale,
ossia la trasformazione dei diritti in privilegi nazionali. Ogni Stato, così,
si presenta con la forma dello Stato-nazione e parla in nome del suo popolo.
Ogni Stato moderno è l'espressione,
allora, dell'unità di tre elementi: lo Stato, la nazione e il popolo, sulla
base dei quali si stabilisce chi è incluso e chi, di conseguenza, è escluso dai
diritti dello Stato.
Carl Schmitt scioglie così il nodo
che lega i due concetti di "Stato" e di "politico":
«Il concetto di Stato
presuppone quello di "politico". Per il linguaggio odierno, Stato è
lo Status politico di un popolo organizzato su un territorio chiuso. (…) In
base al suo significato etimologico e alla sua vicenda storica, la Stato è una
situazione, definita in modo particolare, di un popolo, è anzi la situazione
che fa da criterio nel caso decisivo, e costituisce perciò lo status esclusivo,
di fronte ai molti possibili status individuali e collettivi».
La nascita della forma-stato come
soggetto titolare della sovranità nazionale - in quanto sintesi di Stato,
nazione e popolo - e del confine nazionale come limite che segna lo spazio di
esercizio di tale sovranità, va collocata nel XIX secolo:
«con la precisa
delimitazione territoriale si definivano infatti la cittadinanza e il potere
sovrano. Quasi inavvertitamente, con la formazione del "popolo degli
apolidi" (H. Arendt), la teoria politica dominante dell'unità di nazione,
popolo e territorio (con i suoi confini) ha perso la propria base materiale».
Ancor più oggi, nell'epoca della
globalizzazione, risulta contraddittorio e per niente nitido il ruolo dello
Stato nazionale, soprattutto sembra non avere più senso il suo originario
potere di definire un "dentro" e un "fuori", di includere e
di escludere, visto che la caratteristica della nostra epoca è proprio lo
sconfinamento. Da ciò deriva lo scarto tra un sistema statale, oltretutto in
estinzione, che si rivolge ancora ai soli cittadini nazionali e su di essi
calibra le proprie politiche sociali, e una realtà che riguarda tutti gli Stati
contemporanei e che vede irrompere nuovi protagonisti politici e sociali, i
soggetti migranti, non contemplati dal tradizionale sistema sociale e, per
questo, da esso esclusi.
Si prospetta perciò il difficile
problema di conciliare un'idea di cittadinanza vincolata ancora
all'appartenenza nazionale, che riconosce i diritti soggettivi solo ai
cittadini dello Stato, con un sistema-mondo che ha travalicato le precedenti
divisioni geo-politiche e, sempre più, richiede di pensare e di assicurare
diritti di cittadinanza nuovi e il più possibile universali.
Dal punto di vista giuridico la
scommessa è, secondo Ferrajoli, riuscire a congiungere «i diritti della
personalità che spettano agli esseri umani in quanto individui o persone e i diritti
di cittadinanza che spettano ai soli cittadini»,
i diritti di cittadinanza dovranno essere inglobati nei diritti della
personalità, che soli sono dotati di un valore e di una legittimità
sovra-statali.
Danilo Zolo ci può aiutare nel
ricostruire la storia dello Stato di diritto e della nozione di cittadinanza.
L'idea occidentale di cittadinanza è nata con lo Stato moderno, tra il
Settecento e il Novecento, e si è poi andata definendo ulteriormente con
l'affermazione dei diritti soggettivi e di uno Stato di diritto volto a
tutelarli. La cittadinanza nasce, infatti, per stabilire i diritti e i doveri
dei nuovi ceti sociali comparsi con la società industriale a partire dalla fine
del Settecento, e si caratterizza da subito per una tendenza costante ad espandersi
e una tensione continua verso l'uguaglianza.
Questo carattere espansivo della
cittadinanza spiega il suo evolversi, secondo la ricostruzione fatta da Thomas
Marshall, attraverso tre fasi: la cittadinanza civile, storicamente nata per
prima; la cittadinanza politica, sviluppatasi nel secolo XIX; la cittadinanza
sociale, affermatasi nel secolo XX.
Allo stesso tempo, però, la
cittadinanza implica anche il carattere dell’esclusività, nel senso che
sancisce dei diritti da cui sono esclusi i non-nazionali e, quindi, produce
nuova esclusione. Ciò che caratterizza, infatti, i diritti civili, politici e
sociali dello Stato moderno è il loro conferimento ai soli nazionali: «Al
centro dello Stato di diritto c'è il riconoscimento dei diritti soggettivi come
attributi normativi "originari", ovvero l'attribuzione
"positiva" di tali diritti a tutti i cittadini».
Tutto il sistema di garanzie messo
in piedi con l'affermazione dello Stato di diritto e dei diritti soggettivi di
cittadinanza, fondato sulla supposta unità di Stato, nazione e popolo, vive
oggi una profonda crisi, soprattutto in presenza di una complessità sociale
sempre crescente e dei processi di globalizzazione in atto.
La crisi della cittadinanza e dello
Stato di diritto si riflette nella crisi dello stato sociale occidentale con le
sue strutture garantiste, ma riguarda anche, a un livello globale, la
protezione dei "diritti dell'uomo". Riprendendo le parole di C.
Marazzi, infatti, si può dire che:
«l'ambiguità
dell'espressione "Stato-nazione" consiste nel tradurre senza
soluzione di continuità i diritti dell'uomo in quelli del cittadino,
attribuendo alla cittadinanza politica un'origine territoriale».
La politica degli Stati nazionali
rende, di fatto, vani i "diritti dell'uomo", riducendoli a una
formula vuota:
«È lo Stato a
decretare quali sono i "nazionali" e quali gli stranieri: è questa la
regola fondamentale, poiché, a dispetto di tutti i discorsi sui diritti
dell'uomo, non esistono diritti dell'uomo, ma diritti elargiti a discrezione dello
Stato nazionale e dunque diversi a seconda che si tratti di nazionali o di
non-nazionali».
La cittadinanza, intesa come
riconoscimento dei diritti soggettivi dei soli nazionali, è, da tempo,
gravemente messa in crisi dai movimenti migratori e dalla presenza di persone
che vivono e lavorano negli Stati europei, senza che vengano riconosciuti loro
gli stessi diritti degli autoctoni (l'esempio più evidente è il non
riconoscimento del diritto di voto, anche quando il migrante viva ormai da anni
in un paese europeo).
Nello Stato di diritto, fondato sul
diritto positivo e su ordinamenti concreti, la persona esiste solo in virtù del
diritto statale, la persona, cioè, ha una natura giuridico-positiva, esiste in
quanto contemplata dal diritto positivo. Ne consegue che chi è escluso
dall'ordinamento giuridico dello Stato «non habet personam, e quindi è
uomo solo in senso naturale, non sociale. La cittadinanza (l'insieme di diritti
di chi è legittimamente incluso in un ordinamento) è quindi condizione
esclusiva della personalità sociale, e non viceversa»,
chi non gode di tale cittadinanza è semplicemente ridotto a
"non-persona". Si assiste, anzi, alla costituzione di un doppio
regime giuridico per chi è incluso e per chi è escluso, alla creazione di un
particolare regime giuridico valido solo per determinate categorie di persone,
primi fra tutti gli stranieri.
«Questa
disuguaglianza, grazie alla quale alcuni stranieri sono esclusi dai diritti
civili fondamentali, è potenzialmente l'avvio di un processo di riduzione di
alcune categorie di esseri umani da persone a non-persone».
La stessa invenzione giuridica di
categorie come "il regolare", "l'irregolare", "il
clandestino", con cui si distinguono gli stranieri dagli autoctoni e gli
stranieri stessi tra di loro, serve allo Stato per perpetuare i processi di
inclusione e di relativa esclusione di particolari gruppi di persone, per
garantire i diritti acquisiti dei cittadini nazionali attraverso l'esclusione
di altri dagli stessi diritti.
«Mentre lo Stato non
sa fare altro - per "mettere a fuoco" queste persone - che ragionare
in termini di cittadinanza offerta o rifiutata con maggiore o minore
liberalità, a seconda dei casi, cioè può solo operare ancora in termini di
inclusione o di esclusione, la vera sfida dei migranti sarebbe di riscattare i
diritti soggettivi dall'abbraccio spaziale della geometria statuale moderna».
Il migrante svela tale
contraddizione interna ai processi di globalizzazione, rompe la separazione tra
"nazionali" e "non-nazionali", rendendola così visibile a
tutti, svela e riflette, come in uno specchio, il "pensiero di
stato", la natura dello Stato nazionale, il suo essere fondato sulla discriminazione
tra chi è "dentro" e chi è "fuori".
Svela anche l'inutilità di ogni politica volta ad impedire o a regolare i
flussi migratori, perché assolutamente interni alla logica della
globalizzazione capitalistica.
I migranti, con le loro traiettorie
migratorie e la loro mobilità, riflettono la "società globale" in cui
tutti viviamo e si dimostrano consapevoli di appartenervi, al punto di voler
scegliere dove vivere e lavorare: nel mondo instabile della globalizzazione
economica tutti sono, lo vogliano o no, in movimento, persino se fisicamente
fermi, da chi è ovunque a casa propria a chi è ovunque indesiderato e respinto.
La cifra comune della nostra epoca è la mobilitazione globale, nella
quale i migranti rientrano in pieno.
Se mercato, società e cultura sono
ormai mondializzati, è normale che esercitino il proprio fascino in tutto il
mondo, soprattutto su chi vive in paesi meno favoriti. Le migrazioni
internazionali nascono proprio dal desiderio di appartenere a pieno titolo
all'economia-mondo e alla cultura che essa diffonde, dalla consapevolezza di
poter lavorare altrove e in condizioni migliori, di poter scegliere dove
vendere il proprio lavoro, perché già integrati nel sistema-mondo:
«si può dire che
l'integrazione è cominciata con l'emigrazione e addirittura molto prima di questo
fatto, che non è altro che la manifestazione dell'integrazione: integrazione
nel mercato del lavoro salariato su scala mondiale dell'individuo che fino a
quel momento viveva, volente o nolente, ai margini di questo mercato e
ignorando tutto il sistema economico di cui faceva parte. Questa prima
integrazione, che non si vede (perché non abbiamo nessun interesse a vederla),
determina tutte le altre forme di integrazione, di cui non si smette di
parlare».
Emergono, allora, almeno due ordini
di cause che muovono le migrazioni contemporanee: un ordine di cause oggettive,
macro-sociali, determinate dal nuovo ordine economico mondiale e dalla
delocalizzazione della produzione occidentale nei paesi in cui il costo del
lavoro è più basso, e un ordine di cause e motivazioni di carattere più
personale, micro-sociali, che sfuggono a definizioni e categorizzazioni troppo
generali.
L'emigrazione è anche un atto
autonomo, J. M. Boutang sostiene che:
«esiste un'autonomia
dell'emigrazione rispetto alla politica degli Stati, sia dell'emigrazione che
dell'immigrazione. Si tratta di un fatto di esistenza sociale, dopodiché i
governi e gli stati fanno i conti con questo fenomeno, ma esso esiste in quanto
tale».
Per Boutang lungo tutta la storia
del modo di produzione capitalistico la "liberazione" del lavoro dai
vincoli feudali e corporativi, attraverso la sua iscrizione nel rapporto
salverdana, sans serife, è sempre proceduta di pari passo con l'istituzione di nuovi sistemi
di "imbrigliamento" e di limitazione della libera circolazione del
lavoro stesso. In quest'ottica non è anomala l'attuale situazione che vede, da
una parte, la libera circolazione delle merci e dei capitali, dall'altra, la
moltiplicazione e il riarmo dei confini contro uomini e donne in
"fuga".
Boutang ritiene che il punto di
partenza per capire tutti i cambiamenti in atto sia il controllo della mobilità
(sociale, professionale, geografica, settoriale) della forza lavoro. E tale
controllo è reso necessario dal fatto che non si tratta di una mobilità subita,
imposta dall'alto sulla vita delle persone, ma della scelta e della pratica di
tanti singoli soggetti che, consapevolmente o meno, attuano e realizzano
"un comportamento collettivo di fuga", di rifiuto di un certo livello
di sfruttamento, di sottosviluppo e di assoggettamento.
Si tratta di persone che decidono di
migrare non perché pensino di sottrarsi del tutto alle costrizioni economiche o
al lavoro salariato, ma per svolgerlo in altri luoghi dove vigono migliori
condizioni di scambio di denaro contro lavoro.
In effetti in Europa i migranti
trovano complessivamente condizioni di lavoro più vantaggiose rispetto a quelle
dei paesi da cui provengono, ma scoprono anche di dover lavorare in situazioni
più gravose rispetto agli autoctoni, di doversi adeguare alle richieste dei
datori di lavoro senza poter esercitare un qualche potere di contrattazione,
soprattutto quando vivono la condizione di clandestini sempre ricattabili ed
espellibili. Ciò accade non solo nel mondo dell'industria e del commercio, ma
anche nel vasto campo dei servizi alla persona che vede impegnate soprattutto
le donne migranti. A. Dal Lago è esplicito al riguardo:
«La prostituzione è
evidentemente il caso-limite della subordinazione assoluta delle lavoratrici
immigrate, ma, stabilite le debite differenze, ciò vale anche per le
collaboratrici domestiche, le accompagnatrici di anziani eccetera. In breve,
gli ostacoli ufficiali all'immigrazione fanno sì che i migranti non possano
uscire da una condizione di subordinazione che dura quanto la loro vita».
Il principale nodo che le
istituzioni dei paesi d'immigrazione si sono trovate a dover sciogliere, e
sulla base del quale si sono andati delineando i diversi modelli ad oggi
sperimentati di integrazione, è
relativo a due categorie di diritti: i diritti di appartenenza e i diritti di
cittadinanza.
Le politiche dell'immigrazione si
sono mosse sempre tra questi due poli: da una parte il diritto del migrante a conservare
e rivendicare la propria differenza, dall'altra il diritto dello stesso a
partecipare alla vita della società d'inserimento in una condizione di parità -
di principio e di fatto - rispetto agli autoctoni.
In base all'approccio scelto come
prioritario, gli Stati d'immigrazione storicamente si sono divisi tra quelli
convinti che lo straniero possa godere di diritti di cittadinanza solo se
assimilato alla cultura del paese di residenza, e quelli convinti della
necessità di assicurare l'autonomia e la separatezza delle etnie ospiti
rispetto all'etnia nazionale ospitante.
Più precisamente, Francia, Germania
e Gran Bretagna, essendo stati in Europa i primi paesi meta di migrazioni,
provenienti in gran parte dalle loro stesse ex-colonie, hanno rappresentato, e
tuttora rappresentano, dei punti di riferimento, dei "modelli" di
accoglienza e di integrazione nei confronti della popolazione immigrata. Fuori
dall'Europa l'esperienza più importante, riferimento necessario per qualsiasi
politica dell'immigrazione, è quella americana, con le relative evoluzioni che
ha conosciuto nel tempo.
Il modello francese si basa sul
presupposto dell'"assimilazione"; quello inglese sul principio
"comunitarista", ossia sul riconoscimento delle minoranze etniche e
del loro diritto alla "differenza"; quello tedesco sul principio del
"lavoratore ospite", che sembra lasciare poco spazio a politiche
d'integrazione diverse dall'inserimento lavorativo;
in America, invece, si è passati dal mito del melting pot al modello del
salad bowl o "insalatiera".
Si cercherà di spiegare brevemente i
presupposti, le applicazioni concrete e le conseguenze di ciascuno dei suddetti
modelli. Ciò che va, comunque, sottolineato è il carattere ideal-tipico dei
diversi approcci, in quanto non si tratta di modelli rigidi e immutabili,
piuttosto di tendenze, di orientamenti che tendono a cambiare e, a volte, ad
alternarsi nel tempo, e che è auspicabile possano mutare ancora ed influenzare
positivamente le politiche dei paesi di più recente immigrazione, in primo
luogo dell'Italia.
Sayad sottolinea proprio la
stratificazione semantica insita nel concetto di integrazione:
«Come la nozione di
cultura, a cui all'inizio era collegata, la nozione di integrazione è
essenzialmente polisemica: in particolare ogni senso che essa acquista da un
contesto nuovo non cancella del tutto il senso precedente. Si produce così una
specie di sedimentazione di senso, uno strato semantico che recupera una parte
di significato depositato negli strati semantici che lo hanno preceduto. La
parola integrazione, come la intendiamo oggi, ha ereditato i sensi di altre
nozioni concomitanti, come per esempio quelli di adattamento e di
assimilazione».
Lo stesso Sayad critica fortemente
la convinzione della politica di poter dirigere volontariamente il processo
d'integrazione, poiché si tratta di un processo continuo, che si dispiega in
ogni momento della vita sociale ed individuale, che si realizza quotidianamente
e, in un certo senso, da sé, al di là di ogni volontà e pretesa scientifica. Nessuna
politica può prevedere e dirigere i meccanismi d'integrazione sociale, «il
discorso (politico) sull'integrazione è più che altro l'espressione di una vaga
volontà politica piuttosto che di una vera azione sulla realtà»,
volontà che, in momenti e contesti socio-politici diversi, aspira a realizzare,
per mezzo di una delle possibili interpretazioni del processo d'integrazione,
usi e scopi sociali diversi.
Il presupposto su cui si basa il
modello assimilazionista francese è la coincidenza tra identità nazionale e
identità culturale, tra comunità politica e comunità di cultura. Una tale
impostazione non concepisce la cittadinanza sganciata dalla nazionalità,
tuttavia la Francia ammette la possibilità di acquisire la nazionalità francese
("naturalizzazione"), nel caso in cui l'immigrato dimostri una
volontà di assimilazione alla "cultura" francese.
Il modello tedesco rafforza
ulteriormente l'identificazione tra nazionalità e cittadinanza, tanto da non
ammettere affatto il riconoscimento della cittadinanza a chi non appartenga per
nascita alla nazione tedesca. È per questo che l'unico riconoscimento concesso
allo straniero è quello di lavoratore, e come tale soltanto la Germania lo
ammette sul proprio territorio, «l'immigrato è un eterno lavoratore ospite (gastarbeiter)
al quale è preclusa la cittadinanza».
Il modello anglosassone si distingue
dai precedenti perché, all'appartenenza alla nazione, antepone il "diritto
alla differenza", garantisce, cioè, almeno su un piano teorico, la
differenza tra identità nazionale e identità culturale, tra nazionalità e
cittadinanza, ponendosi l'obiettivo di offrire a tutti le stesse possibilità,
pur mantenendo le proprie peculiarità culturali.
Mentre in Gran Bretagna (ma anche in
Svezia, in Olanda) prevale, dunque, il modello della "integrazione
collettiva", che prevede il riconoscimento e la tutela delle identità
d'origine nella sfera pubblica, molto diverso è il modello
individual-universalistico alla francese, che rifiuta criteri di distinzione
basati sull'etnicità o sulla religione e tende all'integrazione individuale, di
fatto all'assimilazione. In
Francia, infatti, la difesa delle differenze etniche è considerata una
potenziale fonte di discriminazione, mentre in Gran Bretagna è persino normale
riportare sui documenti personali le origini etniche e le differenze
"razziali" delle persone.
L'interpretazione del concetto di
integrazione da parte dei diversi Stati discende anche, o soprattutto, dalla
storia nazionale degli stessi e dall'idea di nazione sulla cui base quelli
Stati si sono formati: mentre nell'impostazione francese la nazione è
"elettiva", fondata sul diritto di suolo e sulla libera scelta,
nell'impostazione tedesca la nazione è "etnica", fondata sul diritto
di sangue e sull'appartenenza alla medesima cultura.
Il presupposto del modello francese
è un'idea forte di nazione e nazionalità, la nazionalità è considerata quasi
un'attributo psicologico, una caratteristica dell'essere, ma è anche una
qualità che si può acquisire, sottostando a quelle condizioni che assicurano la
trasformazione della persona, la sua assimilazione. Tanto questo cambiamento
richiesto è connesso all'idea di un mutamento di natura, che i francesi parlano
di "naturalizzazione".
In Gran Bretagna, invece, il
riferimento principe è l'appartenenza culturale, e l'obiettivo
dell'integrazione è garantire a tutti l'uguaglianza delle opportunità nel
rispetto delle differenze. Non si parla, infatti, di politiche d'integrazione,
ma di politiche di uguaglianza delle opportunità, «si tratta, cioè, non di
incorporare gli stranieri nello Stato nazionale, ma di garantire a tutti i
cittadini le condizioni della partecipazione».
Negli Stati Uniti il modello
dominante è stato a lungo quello del mosaico plurietnico, il mito del melting
pot, che presupponeva la magica trasformazione in americano di ogni
immigrato, in modo quasi automatico e spontaneo. Da questa impostazione
iniziale, dimostratasi incapace di produrre una reale integrazione, si è poi
passati ad un approccio volto a promuovere i valori del pluri o
multi-culturalismo, cioè la compresenza nella stessa società di più culture,
tutte riconosciute come parte della nazione americana e tutte, però, garantite
nella propria specificità e separatezza, come fossero ingredienti diversi di
un'unica insalatiera (il salad bowl).
Nelle scienze sociali nordamericane questo processo ha portato alla diffusione
dell'espressione di ethnic groups: negli ultimi trent'anni si è diffuso,
infatti, il fenomeno del revival etnico, un interesse, spesso retorico,
verso le differenze e le minoranze.
Il revival etnico in America
nasce proprio in seguito al superamento del mito del melting pot, cioè
di quella fusione delle etnie che avrebbe dovuto dar luogo a un'identità
americana superiore, un'ottimistica teoria dell'assimilazione per cui, prima o
poi, tutti i gruppi etnici si sarebbero integrati nel sistema di vita
americano. Sono stati il radicalismo black e i movimenti per i diritti
civili degli anni sessanta a infrangere il mito del melting pot e ad
introdurre l'idea di un pluralismo fatto di "azioni positive" nei
confronti delle minoranze e di valorizzazione delle etnicità.
Oggi in America anche il
multiculturalismo è in crisi, perché, si dice, con il culto delle etnicità,
produce effetti di ghettizzazione dei diversi gruppi etnici e di rafforzamento
della segregazione, non fa che mascherare e legittimare la gerarchizzazione
sociale esistente.
Un caso ancora diverso è quello del
Belgio, paese in cui vi è sempre stata una tendenza a contenere l'immigrazione
proveniente dalle ex-colonie, limitandola al solo Zaire, da dove sono arrivati,
soprattutto, giovani studenti universitari. Questo non ha, però, impedito, di
fatto, i movimenti migratori d'ingresso. In
particolare a Bruxelles domina un approccio culturalista all'immigrazione, ma,
di fatto, la riflessione sul pluralismo culturale, in Belgio, coincide con la
problematica dell'immigrazione non-europea, ritenuta troppo distante
culturalmente, soprattutto nel caso degli immigrati maghrebini e turchi. La
soluzione, secondo questo modello, sta in una integrazione rivolta solo a
questa tipologia di immigrati. L'approccio culturalista belga guarda alla
presenza immigrata solo in termini di disfunzioni e problemi, derivanti da una
supposta lontananza culturale.
Il vizio originario in una tale
impostazione è, secondo M. Martiniello, un'idea della cultura di tipo
etno-nazional-religioso, che
porta a pensare che esistano degli insiemi culturali monolitici di tipo
etno-nazional-religioso, distinti e separati. Di fatto «l'approccio "culturalista"
consente di occultare rapporti di forza e di dominio, dunque rapporti politici
del tutto inegualitari fra insiemi definiti in termini culturali».
Se oramai sono evidenti i limiti del
modello assimilazionista francese, che costringe all'omologazione e
all'abbandono delle proprie differenze e non garantisce né una reale
integrazione sociale né l'effettiva tutela dei diritti universali, non è chiaro
neanche l'esito del modello "multiculturalista", che spesso può
essere causa di radicalizzazione dei conflitti e di segregazione: «la difesa e
la valorizzazione delle differenze non è garanzia del riconoscimento
dell'uguaglianza ed è anzi spesso destinata a diventare una retorica che copre
accentuate ineguaglianze nella sfera dei diritti e delle condizioni
socio-economiche».
In Francia, ad esempio, quel diritto
alla differenza che negli anni '70 era uno slogan antirazzista, è
divenuto oggi uno strumento nelle mani della destra, per sostenere la necessità
di proteggere, separandole, le identità nazionali. Si assiste, secondo R.
Gallissot e A. Rivera, a un "neorazzismo culturalista" che ricorre
alla nozione di cultura per esprimere idee razziste e di esclusione.
«Il neorazzismo
culturalista ha preso alla lettera il culto delle differenze proprio per ricacciare
le popolazioni discriminate nella loro cultura d'origine, come se ci fossero
culture originarie o, per meglio dire, come se esistesse un'originarietà della
cultura».
Nel contesto politico-culturale
delineato, l'Italia si distingue per il notevole ritardo culturale e
legislativo con cui si è accorta di essere divenuta, da solo paese di
emigrazione, anche paese di immigrazione. Per molto tempo l'Italia non ha
ritenuto necessaria una particolare attenzione alle politiche migratorie e di
integrazione, reputandosi paese aperto, accogliente e non razzista. Inoltre,
fino al 1986, l'Italia non ha avuto una legge sull'immigrazione, la gestione
del fenomeno migratorio è rimasta in mano alle sole forze dell'ordine, si è
demandata la competenza relativa all'immigrazione al Testo Unico di Pubblica
Sicurezza, vale a dire alle questure. Ancora oggi, l'impostazione delle
politiche migratorie italiane pecca di questa origine, è improntata a un
modello repressivo e poliziesco. Si rileva una scarsa abitudine politica a
ragionare sull'integrazione e sulle sue possibili concretizzazioni e la
mancanza di un orientamento preciso.
In breve, sembrerebbero delinearsi,
ad oggi, tre possibili interpretazioni del concetto e delle relative pratiche
d'integrazione:
-
l'assimilazione,
ossia un'integrazione monistica, tutta schiacciata sull'aderenza alla società
d'insediamento;
-
la coesistenza,
ossia un'integrazione pluralistica, a rischio, però, di meccanismi ghettizzanti
ed auto-ghettizzanti;
-
la convivenza da
partner, ossia un'integrazione interazionista, in cui ciascuno
(l'immigrato come l'autoctono) si sviluppa a partire da ciò che è e, allo
stesso tempo, attraverso l'interazione.
Nel modello assimilazionista
l'integrazione che si realizza è a senso unico, coincide con un processo di
semplice omologazione ai valori della società di residenza. È un modello, cioè,
violento ed etnocentrico, che chiede al migrante di rinunciare ai propri valori
di riferimento e di sottomettersi a una socializzazione forzata.
Nel modello della coesistenza si
accetta la differenza di cui il migrante dovrebbe essere portatore, ma in
un'ottica di contemporanea accettazione e presa di distanza, autoctoni e
immigrati esistono insieme, ma separatamente, ciascuno chiuso nel proprio
contesto di appartenenza.
La convivenza da partner o
coesistenza egualitaria è, secondo F. Susi, l'unico modello che parte dal
presupposto della parità sociale tra autoctoni e immigrati, tutti impegnati in
un reciproco processo trasformativo. In quest'ottica l'obiettivo non è il mantenimento
delle culture, ma la loro evoluzione.
È chiaro che, a livello teorico e
ideal-tipico, il modello auspicabile e che andrebbe perseguito è quello della
coesistenza paritaria, laddove, però, la coesistenza paritaria deve riguardare
non solo la cultura (religione, usi e costumi, tradizioni, ecc.), categoria
astratta e non riscontrabile in modo netto e univoco nella realtà, ma,
soprattutto, le condizioni sociali, economiche, lavorative, abitative dei
migranti, tutte quelle differenze che non rientrano nell'appartenenza nazionale
e che possono riguardare il sesso, la classe sociale ed ogni altra divisione
osservabile nelle società umane. Bisogna superare l'impostazione sociale e
politica per cui ciò che determina l'identità delle persone è l'appartenenza ad
una nazione, e restituire il giusto peso a tutte le altre differenze.
Andrebbe perseguito e praticato un
principio educativo attento al diritto di ogni persona a svilupparsi sulla base
dei propri bisogni e delle forme d'identificazione
che si è scelta, più che sulla base di una cultura astratta cui si ritiene
appartenga. Il rischio di un'eccessiva enfasi sull'identità culturale del
migrante, infatti, è che la sua supposta cultura d'origine venga vista come un
ostacolo all'integrazione.
Il problema principale consiste nel
supporre:
«che l'identità
individuale sia costituita dalla appartenenza a uno o più gruppi etnici, quando
invece si costruisce attraverso questa o queste appartenenze, così come
attraverso i legami con altre identità collettive d'ordine differente (sesso,
classe sociale, confessione religiosa…), alle quali l'individuo,
interpretandole, conferisce senso».
Come Martiniello suggerisce, sarebbe
auspicabile decostruire il concetto di cultura, intesa solo come appartenenza
etno-nazional-religiosa, per tentare di ricostruirlo a partire da altri
riferimenti altrettanto importanti nell'organizzazione sociale,
quali le differenti condizioni socio-economiche, che possono accomunare persone
di culture nazionali differenti, così come possono separare persone con la
stessa appartenenza nazionale. In quest'ottica la nazionalità viene letta per
quello che in effetti è: una tra le identificazioni possibili.
La prostituzione di donne migranti è
un evidente esempio di "fatto sociale totale",
secondo la terminologia introdotta da Marcel Mauss, ossia un fenomeno capace di
spiegare da solo l'intera vita sociale di una società, in questo caso della
società globalizzata. Fondamentale per questa lettura è la riflessione del
sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad sulla migrazione come fatto sociale
totale,
ossia come esperienza umana in cui sono coinvolti insieme aspetti dell'ambito
economico, sociale, politico, culturale e religioso, sia della società di
emigrazione sia di quella d'immigrazione.
Sayad, consapevole del vissuto
concreto dei migranti, del loro sentirsi ed essere sempre fuori posto, privati
di pieni diritti di cittadinanza tanto nella società di origine (che hanno
lasciato) quanto in quella di arrivo (in cui si trovano a vivere), sottolinea
l'importanza di una sociologia delle migrazioni che riconosca al migrante tutto
il suo vissuto, un vissuto che non nasce con l'arrivo nel paese di destinazione,
ma che inizia e si forma nella società d'origine e nel contesto in cui la
volontà migratoria è maturata, un vissuto che contiene insieme le condizioni di
emigrato e di immigrato. Come lo stesso Sayad dice,
«il processo
migratorio è un percorso individuale di ciascuno degli emigrati-immigrati e un
percorso collettivo che forma la storia stessa del processo dell'emigrazione e
dell'immigrazione. È anche un percorso epistemologico, perché offre in quanto
tale un ordine, al tempo stesso logico e cronologico, un filo conduttore, un
quadro d'insieme o uno sfondo per tutte le questioni relative al fenomeno
migratorio nella sua totalità (emigrazione e immigrazione)».
Questa riflessione sulla migrazione
come "fatto sociale totale" permette di superare la riduzione tutta
eurocentrica dell'emigrazione-immigrazione alla sola immigrazione (cioè alla
faccia visibile nei paesi dominanti), «considerando i migranti né soltanto come
originari di, né come emigrati, né come immigrati, ma appunto come esseri umani
che, oggi più che mai, spesso aspirano inconsapevolmente a un'emancipazione politica
che forse può trovare spazio solo in una visione del mondo libera dalle
costrizioni a subordinarsi ad appartenenze specifiche».
È per questo che ho scelto di
parlare di "migranti" piuttosto che di "immigrati".
Guardare alle migrazioni come a un
fatto sociale totale, vuol dire riconoscere in esse un fatto in cui sono
coinvolte tutte le sfere dell'esistenza e dell'essere umano, vuol dire superare
la lettura riduzionistica delle migrazioni come puro fatto economico e/o
demografico, evidenziando invece la complessità e la molteplicità di elementi
che le determinano e le definiscono, compresa la sfera più intima del desiderio
soggettivo. Il rischio, altrimenti, è che «mutilando il fenomeno migratorio di
una sua parte, come si è soliti fare, finiamo per rappresentare la popolazione
degli immigrati come una semplice categoria astratta e l'immigrato come un puro
artefatto».
Questo vuol dire che, nel cercare di
analizzare e spiegare le migrazioni, oltre alla presenza di fattori di
carattere oggettivo (il loro carattere sistemico e le loro radici oggettive),
va sottolineato un altro fattore solitamente trascurato nel dibattito
scientifico e politico: la dimensione soggettiva, quel fattore soggettivo senza
il quale prevale un'immagine dell'immigrato come soggetto debole.
Al contrario, secondo S. Mezzadra:
«va valorizzata la
critica pratica della nuova divisione internazionale del lavoro che i migranti,
esercitando il diritto di fuga da quei "fattori oggettivi", mettono
quotidianamente in atto».
Applicare questa lettura ai flussi
migratori femminili e alla condizione delle donne migranti dedite alla
prostituzione nei paesi d'immigrazione è, a mio parere, utile e importante
perché permette di considerare la scelta migratoria di queste donne in tutta la
sua portata, che è fatta non solo della loro condizione di prostitute nei paesi
di arrivo, ma anche della loro precedente condizione di donne nei paesi
d'origine, non solo di una storia e di un contesto di deprivazione e miseria
collettiva, ma anche di una scelta e di un percorso individuali.
La nostra attenzione deve essere
tesa, dunque, a cogliere il fenomeno in tutta la sua complessità, in tutta la
sua portata (economica, politica, etica, sociale, culturale, ecc.), anche in
tutta la sua varietà, per non rischiare di astrarre dalle domande e istanze
concrete di cui le donne migranti sono portatrici.
La presenza sempre più evidente di
donne sole che migrano verso l'Europa e, quindi, anche verso l'Italia, deve
essere letta attraverso una duplice prospettiva: micro-sociale e macro-sociale
insieme.
L'analisi micro-sociale, di cui
parlerò in seguito, ci permette di riconoscere nella migrazione femminile una
forma di rifiuto dell'assoggettamento, anche di genere, che le donne vivevano
nei paesi d'origine, una ricerca di emancipazione personale e femminile.
L'analisi macro-sociale permette,
invece, di spiegare tali migrazioni anche attraverso il legame con fenomeni di
carattere strutturale e globale, che toccano tanto i paesi d'emigrazione quanto
quelli d'immigrazione, quali la nuova divisione internazionale del lavoro,
l'etnicizzazione del lavoro, la femminilizzazione del lavoro, la
femminilizzazione della povertà.
Partiamo dal fenomeno noto come
"femminilizzazione del lavoro", che
da tempo vivono le società europee colpite dalla crisi del Welfare state.
Negli ultimi decenni le donne dei
paesi a capitalismo avanzato si sono dedicate sempre più al lavoro fuori casa,
anche grazie al sostegno derivante dalla presenza di un efficiente stato
sociale, volto a garantire il benessere dell'intera società. Molte attività
riproduttive, in passato di competenza delle donne nella famiglia, sono
diventate veri e propri servizi, inseriti in specifici mercati economici:
ristorazione, lavanderie, alloggi, cura dei bambini, degli anziani, degli
handicappati e dei malati. «L'espansione di questo mercato dei servizi di cura
alle persone, ad alta intensità di lavoro, ha richiesto un esercito di donne
lavoratrici, e sempre più spesso di donne di "minoranze etniche" o
immigrate, "disposte" a essere pagate poco».
La conseguenza è che si è prodotta un'ulteriore divisione del lavoro che si è
andata ad aggiungere a quella fondata sul genere, cioè la distinzione tra le
donne della classe media, solitamente autoctone e dotate di un certo potere
contrattuale, e le donne di altre nazionalità, le donne migranti,
contrattualmente deboli.
Esistono, in sintesi, delle
dinamiche non soltanto economiche, ma di tipo anche sociale e politico, sia nei
paesi d'origine dei flussi sia in quelli di destinazione, in conseguenza delle
quali si assiste alla distribuzione delle donne migranti in specifici settori
occupazionali, sulla base dell'appartenenza nazionale.
Lo stesso meccanismo si è verificato
nel mercato delle prestazioni sessuali a pagamento, dove le donne migranti
hanno preso il posto lasciato vuoto dalle italiane, la strada, non perché le
donne italiane non pratichino più la prostituzione, ma perché hanno negli anni
conquistato maggiori diritti e libertà, godendo oggi di un reale potere
contrattuale nello scambio denaro/sesso e della possibilità di gestire
autonomamente la propria attività in luoghi più protetti.
Le donne migranti in Italia, invece,
sono, purtroppo, dei soggetti ancora contrattualmente deboli, questo non
significa che siano delle donne deboli in assoluto, ma che vivono molti più
condizionamenti, in quanto donne e in quanto migranti, poiché devono prima di
tutto assicurarsi documenti e lavoro, al di là di quale sia. Se a ciò si
aggiunge che le politiche di chiusura delle frontiere europee costringono chi
voglia entrare in Europa ad affidarsi ai circuiti della criminalità
organizzata, si capisce anche come facilmente la volontà emancipatrice delle
donne migranti possa essere soffocata e ridotta al silenzio e allo sfruttamento
economico. Il restringimento dei canali e delle possibilità di immigrazione e
di inserimento regolari, determinato dalle attuali politiche europee di
chiusura ai flussi, alimenta gli ingressi irregolari e la diffusione di modelli
devianti.
La necessità di doversi affidare per
migrare a canali d'ingresso illegali porta sempre più i migranti ad avere
contatti con il mondo dell'illegalità e ad inserirsi, anche dopo essere entrati
nel paese di destinazione, in circuiti ed attività illegali.
Secondo il sociologo S. Palidda:
«il nuovo assetto
socio-economico della cosiddetta società post-industriale sembra spingere a
percepire sullo stesso piano attività legali, informali e illegali e spinge
verso un'etnicizzazione di tutte le attività, comprese quelle illegali».
L'etnicizzazione, dunque, si
verifica anche nell'ambito delle attività illegali, dove sembra vigere
un’organizzazione basata, appunto, sulla nazionalità di appartenenza.
Nel caso della prostituzione, ad
esempio, prevale la presenza di donne nigeriane ed albanesi, negli ultimi anni
anche di donne provenienti dall'Est dell'Europa, e di uomini albanesi,
ultimamente anche rumeni e russi, che gestiscono l'attività e i guadagni delle
donne.
Ciò che preme qui sottolineare,
però, è che è l'intero ordine mondiale, nonché le politiche nazionali di
chiusura all'immigrazione, a determinare tutte queste degenerazioni, non la
migrazione in sé, né tanto meno la prostituzione.
È giusto e doveroso rifiutare lo
sfruttamento sessuale coatto delle donne straniere nei nostri paesi, ma è
doveroso anche sapere e ricordare che tali donne non erano estranee allo
sfruttamento prima di arrivare in Europa come prostitute.
La globalizzazione capitalistica
determina spesso nei paesi più svantaggiati danni ancora maggiori, le politiche
di privatizzazione e di apertura indiscriminata dei mercati non sempre, o quasi
mai, migliorano le condizioni di vita dei più poveri, anzi in molti casi le
peggiorano. «Le donne, ad esempio, sono state le prime vittime dello
sfruttamento nelle industrie del decentramento produttivo e sono il gruppo
sociale che ha più sopportato il peso dei tagli nei servizi pubblici e nei servizi
di prima assistenza».
Perfino un liberale come R.
Dahrendorf riconosce le profonde degenerazioni determinate dai processi di
globalizzazione fino ad oggi realizzati e sostiene la necessità di trovare un
modo per far "quadrare il cerchio", cioè per garantire insieme
benessere economico, coesione sociale e libertà per tutti e su tutto il
pianeta.
Lo stesso Dahrendorf denuncia come i
paesi ricchi, ritenendo di non poter accogliere tutti i migranti, scelgano
quelli utili ai propri interessi economici, ma li trattino da "cittadini
di seconda classe", visto che non hanno diritto di voto e possono sempre
essere espulsi senza preavviso.
Il problema più grave è che una tale
divisione internazionale del lavoro, basata sull'appartenenza etnica, insieme
alla presenza nei paesi europei di un regime giuridico differenziato per gli
stranieri, stanno già alimentando nelle nostre democrazie occidentali
pregiudizi e razzismi molto pericolosi, che inevitabilmente si riflettono in
negativo sulle relazioni umane e sociali tra autoctoni e stranieri. Nel caso
delle donne migranti, ad esempio, soprattutto nei confronti delle africane,
scatta facilmente l'associazione mentale, pericolosissima, tra donna straniera
e prostituta, che porta a guardarle e trattarle subito come devianti o come
vittime inconsapevoli, comunque non come donne semplicemente nate in altri
luoghi ed emigrate in Europa.
Il presente lavoro, intende
contestare questa visione riduttiva delle donne nella migrazione, tanto più
frequente quando si tratta di donne inserite nel mercato della prostituzione
straniera, e di evidenziare, dietro le esperienze di sfruttamento e
assoggettamento che sicuramente sono costrette a vivere, l'intenzionalità del
loro progetto migratorio, la tensione alla "soggettivazione" che esprimono,
il loro essere "attori sociali" anche in situazioni in cui sembra
essere stata annientata ogni loro volontà.
Si è già detto come una serie
complessa di fattori (nazionali e internazionali, economici, politici, sociali,
culturali) ha fatto sì che, a partire dagli anni '80, il posto lasciato vuoto
sulla strada dalle prostitute italiane sia stato occupato da nuove figure
femminili e spesso anche da nuove organizzazioni criminali, sempre più di
carattere internazionale.
All'interno dei movimenti migratori
internazionali emerge, infatti, la presenza di donne sole che emigrano, per
svariate ragioni, verso l'Europa e che, in parte, vanno ad inserirsi anche nel
settore del sex-business (regolarmente o irregolarmente, per libera scelta o
perché costrette, sulla strada o in luoghi più "protetti"). La
comparsa di prostitute migranti nel mercato del sesso non è, infatti, un
fenomeno solo italiano, ma assume caratteri transnazionali, è presente ormai
ovunque, in particolare negli Stati Uniti e in Europa occidentale, ma anche nei
paesi di più recente ingresso nell'economia di mercato.
Il fenomeno si colloca all'interno
di quello più generale delle migrazioni transnazionali e di quello più
specifico delle migrazioni femminili.
L'Italia non si distingue in ciò dal
resto dell'Europa, diventa anch'essa meta di flussi migratori femminili, avendo
già negli anni '70 vissuto il passaggio da paese di emigrazione a paese di
immigrazione, anche in seguito alle concomitanti politiche di chiusura ai
flussi migratori attuate, nel frattempo, dai paesi di vecchia immigrazione, e,
soprattutto, in seguito al boom economico e alla funzione attrattiva esercitata
dal mercato del lavoro italiano.
M. Grasso sottolinea come oggi si
faccia sempre più evidente nel nostro paese il fenomeno della femminilizzazione
dei flussi migratori, tanto che parla di una componente migratoria femminile
pari al 50% di tutta la popolazione straniera.
In particolare sottolinea la comparsa nel nostro paese di alcuni gruppi
nazionali composti prevalentemente da donne sole o con figli, che emigrano da
sole piuttosto che per raggiungere le proprie famiglie, e non si inseriscono in
un raggruppamento familiare classico. Si
tratta di donne più autonome, che devono rispondere solo o principalmente a se
stesse, anche se ciò non deve indurre a pensare che vivano minori problematiche
personali e relazionali nel contesto sociale in cui si vanno a inserire, anzi
la donna che migra da sola deve sopportare da sola anche il peso e le
difficoltà, materiali ed affettivo-emotive, del passaggio migratorio.
Negli ultimi anni il fenomeno della
prostituzione di donne straniere in Italia è divenuto di pubblica opinione, sia
perché reso visibile dalla presenza delle donne sulla strada, sia perché
divenuto oggetto dell'attenzione dei mass media e delle politiche
nazionali e cittadine. Tutta la varietà che il fenomeno contiene è stata, però,
schiacciata da un'unica lettura prevaricante ed omologante: quella per cui sono
tutte donne schiave, vittime di organizzazioni criminali che decidono per loro
e che le sfruttano economicamente e sessualmente. Questo è sicuramente vero per
molte donne migranti, il loro viaggio e la loro sistemazione alloggiativa e
lavorativa in Italia è nelle mani di piccoli gruppi o vere e proprie
organizzazioni, che fanno di queste donne la loro fonte di guadagno e
sussistenza. Soprattutto questo approccio è utile e necessario dal punto di
vista giuridico, perché, riconoscendo queste donne come vittime di abusi e
sfruttamento, ne permette la tutela giuridica e la protezione sociale.
Tuttavia le dure condizioni di vita
e di lavoro cui le donne migranti sono costrette nel nostro paese, spesso a
causa della clandestinità ed invisibilità sociale che le leggi
sull'immigrazione costruiscono e impongono, non devono sminuire la scelta che
le stesse hanno fatto e la volontà emancipatoria che, anche solo
potenzialmente, hanno espresso emigrando.
Ragionare ed esprimere valutazioni
solo a partire dalle condizioni di sfruttamento che le prostitute migranti
vivono qui in Italia, cioè le condizioni per noi più evidenti, per di più a
partire dai nostri riferimenti morali e culturali, trascurando l'altra faccia
del loro percorso migratorio, quella rappresentata dalle precedenti condizioni
di vita e dalla scelta tutta soggettiva di emigrare, vuol dire guardare a un
fenomeno che è complesso e mondiale con uno sguardo tutto etnocentrico e
appiattito sulla nostra esperienza del mondo. Vuol dire dimenticare quello che
è, invece, un carattere essenziale delle migrazioni, il loro essere un
"fatto sociale totale", un fatto in cui si riversano tutti gli
aspetti del vivere sociale del paese di emigrazione come di quello di
immigrazione, un fatto in cui giocano un ruolo fondamentale elementi di
carattere strutturale come anche percorsi personali di
"soggettivazione". Vuol dire, dal punto di vista socio-educativo,
ridurre queste donne a soggetti deboli da proteggere, assistere, curare, invece
di riconoscerne la forza, la volontà di agire un cambiamento nella propria vita
e il "diritto ad avere dei diritti".
Riconoscere tali percorsi di
soggettivazione femminile, invece, vuol dire riconoscere un desiderio di
emancipazione e di libertà più forte di ogni legge e di ogni confine, vuol dire
riconoscere nelle storie delle donne migranti una ricchezza latente, una
potenziale capacità di rendere reversibile la propria condizione di partenza,
vuol dire riconoscere come primaria in questo campo la questione dei diritti e
la necessità di produrne sempre di nuovi.
Il “Comitato per i diritti civili
delle prostitute” ha ben affrontato questo aspetto in diversi documenti,
sottolineando la necessità di differenziare e trattare diversamente la
prostituzione autoctona e autonoma, rivendicata come lavoro, rispetto alla
prostituzione straniera e spesso clandestina.
Quando la prostituta è la donna
migrante, non è sufficiente analizzare il contenuto del suo lavoro, il suo
spazio, il suo tempo, la sua retribuzione, la sua identità professionale, per
il semplice fatto che la prostituta migrante per lo Stato non esiste, se non
perché resa visibile dall'esposizione sulla strada. La sua condizione, secondo
il Comitato, è quella di tutti i migranti presenti oggi nella fortezza Europa,
quella di essere fuori legge, o meglio, in uno stato giuridico di
"eccezione permanente". Lo Stato non riconosce la prostituta migrante
come soggetto di diritto, come persona con cui relazionarsi, se non attraverso
la sua messa al bando, la sua esclusione. La prostituta migrante non appartiene
alla società in cui vive perché ne è inclusa, ma solo perché esposta, mostrata
fisicamente nelle nostre città, ridotta a corpo abbandonato a se stesso e senza
diritti, ridotta cioè a "nuda vita".
È per questo che di fronte alla prostituzione di donne migranti la priorità da
porsi è rappresentata dai diritti e dalla garanzia di una legge dal carattere
il più possibile universale, una legge che, invece di proibire e discriminare,
costruisca e assicuri spazi di libertà.
L'impostazione del presente lavoro
si colloca in continuità con quella letteratura sulla migrazione femminile che
negli ultimi decenni ha cercato di recuperare la carenza di studi relativi alla
donna migrante, solitamente non considerata come soggetto autonomo della
migrazione, ma al più come membro al seguito della migrazione maschile e/o
familiare.
All'interno di tale letteratura, poi, si è passati «da una storia focalizzata
sulla denuncia dell'oppressione e della discriminazione a una storia che cerca
di recuperare la specificità dell'esperienza femminile, da una storia delle
donne come oggetti passivi di cambiamenti a loro estranei a una storia che ha
cominciato a mettere in rilievo la centralità del loro ruolo come soggetti
attivi del cambiamento sociale a più livelli».
Un altro apporto teorico
fondamentale alla ricerca viene dalla corrente storiografica nota come
"storia delle donne", nonché dalla sua evoluzione nella "storia
di genere".
Dalla tradizione della "storia
delle donne"
deriva l'attenzione della presente ricerca alle biografie personali,
all'irriducibilità del fattore individuale, alle voci delle dirette
protagoniste, ai vissuti soggettivi dentro i contesti oggettivi, alla
dimensione soggettiva delle migrazioni femminili e delle storie prostituzionali
di donne straniere.
Dalla "storia di genere",
invece, deriva il tentativo di decostruire la rappresentazione sociale diffusa
della prostituta straniera, vittima e/o deviante, attraverso lo svelamento dei
"dispositivi discorsivi" con cui politica, mass media, giurisprudenza, scienze sociali "costruiscono", o
contribuiscono a "costruire", tale rappresentazione.
Decostruire le false
rappresentazioni sociali sulla donna migrante prostituta e fornire letture del
fenomeno il più possibile aderenti alla realtà che si intende descrivere, è un
passaggio di fondamentale importanza per orientare poi gli interventi
socio-educativi nell'ambito della prostituzione straniera.
L'intento di questo lavoro è di
valorizzare nelle storie delle donne migranti il loro sentirsi, e dunque essere,
"attori sociali" dei propri progetti di migrazione, la forte capacità
decisionale che esprimono rispetto alla propria vita.
Tra i fattori che determinano oggi
il fenomeno delle migrazioni internazionali, come si è già detto nel secondo
capitolo, ve ne sono diversi di carattere ormai strutturale, legati soprattutto
alla presenza in molte parti del mondo di condizioni difficili di vita e di
sopravvivenza: nuova divisione internazionale del lavoro, guerre, povertà
materiale e sociale, persecuzioni religiose e/o politiche, disastri naturali,
carestie. In questo contesto s'inserisce anche la migrazione femminile,
condizionata dagli stessi fattori strutturali presenti ormai stabilmente in
molti paesi.
Ma dall'esperienza riportata da chi
direttamente lavora con le donne migranti, da diverse ricerche e interviste
realizzate
nonché dalla stessa esperienza lavorativa di chi scrive,
risulta essere fondamentale anche un altro fattore di spinta all'emigrazione,
il desiderio di emanciparsi come donne e di liberarsi da tradizioni e schemi di
vita vissuti ormai come troppo stretti e vincolanti. Come risulta da uno studio
relativo alle strategie migratorie femminili, una caratteristica che distingue
la migrazione femminile da quella maschile è che «per le donne, a differenza
dell'uomo, spesso è la presenza di una famiglia nucleare spezzata, di una
famiglia estesa, opprimente, tradizionalista, che contribuisce alla scelta di
migrare».
Non possono essere trascurati i
processi di modernizzazione ed emancipazione che le donne vivono nei paesi
dall'Occidente definiti "in via di sviluppo", il loro desiderio di
partecipare direttamente delle opportunità che il nuovo sistema-mondo sembra
offrire. Non è casuale che nelle storie dei migranti quasi sempre ci siano
stati dei passaggi graduali prima di arrivare nel "primo mondo":
prima ci si sposta dalle campagne verso le città, poi, venuti a contatto con lo
stile di vita urbano e con il lavoro industriale, ci si sposta spesso in paesi
vicini e solo dopo nei paesi occidentali.
Y. Moulier Boutang sottolinea anzi
come, nei paesi più poveri, sia proprio il contatto con lo sviluppo e con
l'economia industriale ad alimentare la spinta ad emigrare, soprattutto nella
prima fase dello sviluppo, quando si liberano enormi quote di lavoro.
Da studi condotti sui processi di
urbanizzazione in Africa e sulle modalità con cui si realizzano,
risulta esistere una consistente migrazione femminile interna, dalle campagne
verso le città, espressione quasi sempre di un desiderio di riscatto da condizioni
di povertà e di sottomissione. La vita nelle città, infatti, concede maggiori
libertà nei costumi, soprattutto per le giovani generazioni, grazie a un minore
controllo sociale. Il fatto che l'ingresso nel mondo urbano non comporti per
queste donne condizioni migliori, anzi che significhi dover accettare lavori
subalterni, quasi sempre di tipo domestico e a volte legati alla prostituzione,
indirettamente ci dice che altre sono le ragioni che spingono, comunque, le
donne a scegliere la vita urbana, ossia ragioni di carattere emancipatorio,
anche rispetto alla cultura e al sistema familiare tradizionali.
Non va neanche trascurata una sorta
di colonizzazione mediatica o "socializzazione anticipatoria" che
molte popolazioni vivono quotidianamente, attraverso la televisione satellitare
e l'informazione globalizzata. È il caso delle trasmissioni italiane trasmesse
in Albania, che rimandano un'immagine idilliaca ed accattivante dell'Italia e
contribuiscono ad alimentare false o eccessive speranze, nonché l'aspirazione
ad uniformarsi a stili di vita lontani dai propri.
Infine un ruolo fondamentale
nell'alimentare la catena migratoria lo svolgono i connazionali già emigrati
che, per non dover ammettere le difficoltà della loro vita in Occidente, spesso
rimandano nel paese d'origine una rappresentazione di sé e del proprio
inserimento all'estero volta a sottolineare solo gli aspetti positivi.
A questi molteplici richiami,
economici, ma anche sociali e culturali, non tutti rispondono emigrando. Non è
sufficiente vivere una vita fortemente deprivata dal punto di vista materiale e
simbolico per lasciare il proprio paese, sono necessari poi altri stimoli di
carattere più personale. Lasciare il proprio paese per andare a vivere in un
altro, non si ripeterà mai abbastanza, non è solo il risultato di
condizionamenti economici e materiali, è una scelta, ed è una scelta che non
tutti fanno, che richiede tempo e forza, è una scommessa di emancipazione
personale e, nel caso delle donne, di emancipazione di genere.
È stato ormai appurato, infatti,
come a partire non siano coloro che si trovano nella più totale indigenza,
bensì la parte più attiva della popolazione, quella che esprime maggiori
bisogni sul piano politico, economico, sociale, culturale, nonché maggiori
risorse personali.
Ho personalmente conosciuto, durante
la mia esperienza lavorativa con donne straniere uscite dalla prostituzione
coatta, una donna moldava di 38 anni che, con grande orgoglio e rabbia allo
stesso tempo, mi ha confermato quanto difficile e doloroso sia intraprendere un
viaggio che è in fondo un'incognita, sapendo cosa ci si lascia alle spalle ma
non cosa si troverà, e quanto tutto ciò richieda grande forza d'animo e
coraggio. Con estrema soddisfazione rivendicava tale atto difficile e coraggioso,
che per lei aveva implicato un indebitamento necessario a pagare il viaggio e,
soprattutto, la scelta di lasciare sua figlia ad altri parenti. Il suo
orgoglio, però, era dato proprio dal sapere che tanti altri suoi connazionali
non avevano avuto la stessa forza e capacità.
È fondamentale allora, per spiegare
come mai non tutte le persone che condividono condizioni difficili di vita in
paesi svantaggiati decidano sempre di emigrare, sottolineare che di fatto «ciò
che orienta le pratiche sociali è la percezione che gli attori hanno delle
proprie risorse e non una ipotetica e trasparente realtà oggettiva».
Il sociologo S. Palidda sottolinea
come:
«in tutta la storia
delle migrazioni, che è la storia di tutte le società, alla migrante non è mai
stato riconosciuto il motivo più importante della sua migrazione: l'aspirazione
all'emancipazione non solo economica e sociale, ma politica nell'accezione più
completa, ossia l'emancipazione da ogni subalternità, compresa, ovviamente,
quella rispetto all'uomo. (…) La migrante si configura come un soggetto sociale
"sovversivo" che nessuno vuole riconoscere, né la società di origine,
né quella di arrivo».
Tradizionalmente i flussi migratori
sono stati analizzati come risultato degli squilibri tra i mercati del lavoro, come
risposte meccaniche a fattori strutturali di carattere economico, sociale o
politico, a cause "oggettive" ed esterne ai singoli percorsi
migratori. È diffusa, nell'interpretazione dei flussi e delle loro cause,
l'analisi degli stessi attraverso i condizionamenti esercitati dalle politiche
e dalle economie nazionali e internazionali, ossia attraverso la presenza di
fattori di spinta (push-factors) nei paesi di emigrazione e di fattori
d'attrazione (pull-factors) nei paesi d'immigrazione.
Per molto tempo, inoltre, le donne
coinvolte nelle migrazioni sono state presentate come oggetto passivo di
cambiamenti sociali precedenti alle loro scelte, la loro migrazione è stata
ricondotta all'emigrazione familiare (espressione che in realtà sta per
emigrazione maschile) o a costrizioni di carattere prettamente economico.
Queste letture sono assolutamente
reali e irrinunciabili, contengono innegabilmente degli elementi di verità, ma
hanno anche il limite di concentrarsi maggiormente sui macro-processi, su
analisi macro-sociologiche, trascurando l'apporto personale che ogni singolo
migrante introduce nei movimenti migratori e che solo analisi qualitative
possono valorizzare. È proprio questo apporto che invece va indagato, perché
segna la differenza tra un migrante e l'altro, perché riscatta e libera le
storie personali da letture omologanti e astratte.
Dal punto di vista delle traiettorie
sociali e personali che le donne migranti producono, la decisione di emigrare
non è più solo il risultato dei condizionamenti ambientali, ma diventa una
"strategia di resistenza e di trasformazione",
segno di una forte capacità decisionale rispetto a se stesse e/o alle proprie
famiglie. Sicuramente questo livello è il meno visibile, perché più difficile
da far emergere in studi che devono anche essere quantitativi e macro-sociali,
ma proprio per questo è quello che va ancora e sempre indagato, per non
offuscare il senso e la potenzialità emancipatoria insiti nelle migrazioni
femminili. Diversamente, le donne nella migrazione continueranno ad essere
viste solo come vittime o oggetti passivi, riconducibili esclusivamente a una
triplice immagine: «l'emigrazione come esclusivo prodotto delle costrizioni
economiche, il loro ruolo secondario – di adattamento – nell'emigrazione
familiare, e l'esperienza dell'emigrazione come esperienza fondamentalmente di
oppressione e di nuove forme di subordinazione»,
ancora di più nel caso delle donne migranti dedite alla prostituzione in
Europa.
In realtà molte donne migranti,
comprese quelle dedite alla prostituzione, realizzano o tentano di realizzare
un processo di emancipazione che tocchi tutte le sfere della loro esistenza e
forse sono disposte anche a rinunciare a una parte della loro autonomia, a una
parte anche dei loro guadagni (quando hanno un "protettore" cui
devono consegnare i soldi ricavati prostituendosi), in cambio di
un'emancipazione personale e di un senso d'autonomia dal carattere più
complesso e articolato. Questa estrema constatazione può risultare a uno
sguardo esterno assurda e illogica, sembra impossibile riuscire a conciliare il
lavoro di prostituta all'estero, per di più gestito da uomini senza scrupoli,
con il senso di autonomia e di realizzazione personale, ma è quello che spesso
emerge dalle voci di queste donne, che in un certo senso rivendicano di poter
scegliere almeno dove e come essere "sfruttate".
Una donna albanese prostituta in
Italia che, intervistata sul suo lavoro in Italia e sulla sua precedente vita
in Albania, dichiara:
«Del resto, la
prostituzione, sia chiaro, è stato un grande affare anche per noi donne
albanesi. Infatti, da noi chi lavora in fabbrica, in una delle fabbriche che
voi avete impiantato, guadagna centocinquantamila lire al mese. E una donna la
metà. Dunque, per noi ragazze albanesi, fare la prostituta in Italia
rappresenta una meta ambita».
Per questo motivo è assolutamente
necessario, prima di esprimere alcun giudizio, spogliarsi del proprio vissuto -
individuale e collettivo - e delle proprie convinzioni e ascoltare le voci
delle dirette interessate, così da ricostruire il "senso" che le
stesse donne danno alla propria esperienza, il significato che loro
attribuiscono alla parola "autonomia".
È fondamentale, per non privare
ancora una volta queste donne della volontà e della capacità decisionale che
invece esprimono, riconoscerle come "soggetti" attivamente integrati
nel mercato mondiale del lavoro e nella "società globale" in
generale, esattamente come tutti gli altri migranti. Si potrebbe dire che ogni
migrante, infatti, ragiona e si comporta come un perfetto capitalista o
imprenditore che viva nel mondo globalizzato, nel senso che investe tutto
quello che ha (dai risparmi, al proprio corpo, alla propria intera esistenza),
per cercare di realizzare un progetto alternativo di vita per sé e/o per la
propria famiglia.
Mirta Da Pra Pocchiesa sottolinea
bene questa realtà nel caso specifico delle donne che migrano: «Sono donne
forti, determinate a cambiare il corso della loro vita che le vedrebbe
condannate a subire povertà e miseria, oltre che (e non è un aspetto
secondario) alla sudditanza dalle figure maschili: padre, fidanzato o marito
che sia».
Il fatto che ci siano dei processi
riconosciuti ormai come consolidati, quali la mondializzazione economica, la
divisione internazionale del lavoro, i movimenti migratori verso il mondo
ricco, la gestione internazionale di tali movimenti da parte delle nuove mafie,
le conseguenti condizioni di sudditanza cui i migranti sono costretti a
sottostare, non deve offuscare il valore e l'importanza che negli stessi
movimenti migratori assumono i singoli soggetti, con i loro progetti di
libertà. Va sempre cercato e capito il senso con cui ciascun migrante
affronta la propria migrazione, cioè tutta la realtà umana implicata nella
scelta individuale di migrare. Le donne migranti con le loro traiettorie
migratorie esprimono scelte di protagonismo e soggettivazione. Riprendendo le
parole di Cristina Borderías, esito di ricerche e interviste dalla stessa
condotte:
«le donne presentano
se stesse come soggetti attivi della dinamica migratoria familiare - oltre che
della loro emigrazione individuale - tanto nell'elaborazione dei progetti
quanto nello sviluppo delle diverse strategie».
Non è dunque il loro essere donne o
l'essere prostitute a renderle deboli, ma il loro essere migranti in paesi che
sempre più si chiudono ai movimenti migratori, incrementando il ricorso a
canali d'ingresso illegali e spesso gestiti attraverso il ricatto e lo
sfruttamento.
Il ricatto, lo sfruttamento e la
tratta, che non coinvolgono tutta la prostituzione straniera ma solo una sua
parte, trovano spazio e modo di diffusione soprattutto perché spesso risultano
essere l'unica forma possibile di ingresso e soggiorno in Italia per persone
che altrimenti non avrebbero altra speranza di poter attuare il proprio
progetto migratorio. La criminalità organizzata che gestisce i movimenti
migratori si presenta come un canale alternativo e parallelo a quelli concessi
dagli stati nazionali, ad essa i migranti si rivolgono quando i canali regolari
vengono loro preclusi. Le donne migranti non sfuggono a questo meccanismo ed è
per questo che una parte di loro, una volta arrivata in Italia, si ritrova in
una condizione di totale invisibilità giuridica e sociale, senza alcun diritto
cui appellarsi, soggetta solo alle condizioni di traffico, ricatto e
sfruttamento imposte dalle nuove mafie.
La principale causa del rischio di
neo-schiavizzazione delle migranti è allora il proibizionismo delle politiche
migratorie europee.
Riprendendo le parole di S. Palidda si può dire che:
«cercando nelle storie
di vita delle migranti le loro vere aspirazioni ci si può accorgere che il lato
oscuro della globalizzazione e del liberismo è proprio quel controllo sociale
più o meno violento che nega, in particolare alle migranti, le possibilità di
emancipazione effettiva come reale possibilità di muoversi liberamente».
Proseguendo lungo la riflessione
foucaultiana a proposito del controllo sociale e delle istituzioni investite
del compito di realizzarlo, nonché lungo l'ipotesi di lettura della
prostituzione straniera come specchio dell'attuale società globale, si
può dire che, nella società globale, il controllo sociale che il potere tenta
di attuare è altrettanto globale, è finalizzato ad assicurare non solo l'ordine
nelle singole società nazionali, ma soprattutto il nuovo ordine/disordine
mondiale.
Didier Bigo ci spiega che,
nell'attuale "società globale",
«la governamentalità
si transnazionalizza, e struttura delle reti di relazione tra le
amministrazioni, tra gli "esecutivi" di ogni Stato, essa rafforza le
amministrazioni che si occupano di sicurezza a discapito di quelle che si
occupano del sociale, trasformando queste ultime in semplici ausiliarie della
sicurezza».
Si assiste, cioè, parallelamente
allo sviluppo liberista a livello mondiale, a una gestione di carattere sempre
più securitario e repressivo di fenomeni e problematiche che sono invece
sociali, perché relativi al problema della giustizia sociale ed economica su
scala planetaria. Le risorse destinate nella spesa pubblica alle politiche
sociali hanno subito e continuano a subire forti tagli, a vantaggio, invece,
dell'aumento di risorse destinate alla politica per la sicurezza.
«La concezione della sicurezza
che si afferma col liberismo diventa quella di un sicuritarismo che si
preoccupa meno di rassicurare le paure e le incertezze prodotte dallo sviluppo
del nuovo assetto economico e sociale per assicurare, invece, un controllo
sociale atto a imporre la subalternità a tale assetto».
Si può dire che oggi il discorso
sicuritario sull'immigrazione diviene, per usare le parole dello stesso Bigo,
«una tecnologia politica, una modalità della governamentalità contemporanea».
Da una parte vengono, allora,
attuate politiche internazionali di criminalizzazione e repressione delle
migrazioni, allo scopo di gestire il controllo sociale a livello mondiale;
dall'altra ci sono le politiche migratorie nazionali, regionali e cittadine che
si devono occupare del controllo a livello locale.
Nei confronti delle donne migranti e
prostitute vige insieme una doppia scala di controllo: a livello delle
politiche internazionali rientrano fra gli stranieri da controllare, sono
migranti come tutti gli altri da gestire nella divisione internazionale del
lavoro; a livello locale sono prostitute, "devianti" da cacciare o,
al limite, da redimere.
La donna straniera che si
prostituisce sulle strade delle metropoli europee, rendendo visibile il suo
esserci (come donna, come immigrata e come prostituta), viene però ricondotta,
dalle politiche locali, ad una duplice e obbligata lettura: è deviante e/o
vittima. Su di lei il controllo può intervenire in modo repressivo, con
pratiche di criminalizzazione e di esclusione, se la considera solo nel suo
essere soggetto deviante; oppure può esprimersi attraverso il bisogno di
redimere ed educare alla "normalità", che nelle logiche nazionali è
anche una normalità culturale, se la considera un soggetto debole e incapace di
adattarsi da solo al nuovo contesto d'insediamento. Molto più spesso il
controllo che viene esercitato comprende entrambi gli aspetti e li alterna in
base alle circostanze e alle necessità: in alcuni momenti reprime e vieta, in
altri decide di aiutare e salvare.
I titolari di queste pratiche di
controllo non sono solo le polizie nazionali e internazionali, con i loro
interventi espressamente repressivi, ma anche tutti quei singoli e quei gruppi
che lavorano nel campo degli interventi socio-culturali rivolti
all'immigrazione. Non va trascurato neppure il ruolo di tutti quei soggetti -
giornalisti, avvocati, magistrati, scienziati sociali - che agiscono sul
corto-circuito di senso tra pratica e discorso: ciascuno deve continuamente
interrogarsi sui propri discorsi e sulle conseguenze pratiche che attraverso
essi possono innescarsi.
Le associazioni, le cooperative e
gli operatori sociali che lavorano con le donne straniere che si prostituiscono
(liberamente o perché oggetto di costrizioni e sfruttamento), devono sempre
essere consapevoli che il potere demanda loro una funzione di controllo, anche
se "leggero" : su donne che si prostituiscono, su donne migranti, ma
anche indirettamente sui movimenti migratori nel loro insieme.
Dal tipo di riflessione teorica e di
intervento operativo di cui i lavoratori sociali di questo contesto si dotano,
dalla capacità di distanziamento critico che sono capaci di attuare rispetto
alla politica e rispetto al proprio sapere e al proprio ruolo, dipende il senso
del loro agire.
Il rischio è quello di ridursi a
semplici esecutori delle decisioni della politica, vanificando così tutto il
senso del lavoro sociale ed educativo; la scommessa è quella di produrre
sostegno e accompagnamento, di rispondere alle reali volontà delle donne
migranti, dando risonanza e forza alle loro aspettative di libertà e di
autonomia.
Vanno, allora, sollecitate e
praticate politiche capaci, da una parte, di ridurre sempre più il livello di
ingiustizia e diseguaglianza su scala mondiale, dall'altra, di produrre
inclusione nei paesi d'approdo e d'insediamento delle donne.
Nell'ambito delle politiche da
perseguire a livello internazionale per rispondere al fenomeno del
"traffico di donne" nella prostituzione, condivido e riporto la
posizione espressa da Silvia Federici rispetto alle iniziative ad oggi
costruite per criminalizzare tale "traffico", per penalizzare la
violenza domestica e per produrre una legislazione internazionale contro ogni
discriminazione sessuale:
«Per importanti che
siano, queste iniziative appaiono limitate rispetto alla loro capacità di
liberare le donne, in quanto non risalgono alle radici economiche degli abusi
perpetrati contro di loro, non si confrontano con i piani del capitale
internazionale, e non ci insegnano come si possono eliminare i dislivelli di potere
che le attuali politiche economiche determinano tra le donne».
La mia riflessione si concentrerà,
però, su un altro aspetto, quello delle politiche e, soprattutto, degli
interventi sociali da praticare, qui in Italia, rispetto al variegato mondo della
prostituzione straniera, politiche che, prima che alla prostituzione in sé,
devono guardare alla realtà dei movimenti migratori su scala mondiale, alle
traiettorie di libertà ed emancipazione che le donne migranti esprimono,
politiche che devono riconoscere diritti di esistenza e di cittadinanza
sganciati dall'appartenenza nazionale.
Non ci sono altre scorciatoie
possibili, solo riconoscendo nelle donne straniere prostitute/tuite dei
soggetti migranti come tutti gli altri e nel loro progetto migratorio percorsi,
in un certo senso, strategici di soggettivazione, sarà possibile dare
visibilità alle persone e alle loro storie, alle donne migranti in quanto
portatrici di aspirazioni emancipatorie personali, invece che a falsi e
pericolosi cliché.
Riconoscere il portato emancipatorio
delle migrazioni femminili, anche di quelle che confluiscono nel mercato del
sesso e della prostituzione, vuol dire riconoscere le donne di queste
migrazioni come soggetti forti e determinati a gestire direttamente il corso delle
proprie vite, soggetti portatori di istanze di libertà e di autonomia, vuol
dire sostenerle in questa loro scelta.
Una simile lettura, allora, deve
spingere il pubblico e il privato sociale a predisporre interventi volti ad
affiancare ed accompagnare (per usare un'espressione cara a Don Ciotti)
le donne prostitute/tuite nei loro percorsi di autonomia e di realizzazione
come soggetti, nei loro desideri di emancipazione sociale, anche nel loro
desiderio di realizzare tutto ciò nella ricca Europa.
Con questo non si vuole affermare
che si tratti sempre e solo di donne libere e che non esista la pratica
criminale dello sfruttamento sessuale: sarebbe come voler negare una parte
consistente della realtà. Tuttavia, anche dietro i casi di tratta e costrizione
alla prostituzione, si cela sempre un originario desiderio di lasciare il
proprio paese, il proprio mondo vitale, per esplorarne di nuovi e migliorare
così la propria condizione e/o quella della propria famiglia. È il negato
accesso ai paesi ricchi, il controllo poliziesco e militare alle frontiere, con
la criminalizzazione e clandestinizzazione che ne consegue, a far sì che le
stesse donne, private della possibilità di realizzare legalmente il proprio
progetto, si rivolgano ai canali d'ingresso gestiti dalle organizzazioni
criminali internazionali, di cui diventano facilmente vittime.
Dal punto di vista socio-educativo
non ci si può rapportare a queste donne semplicemente pensandole come delle
"povere vittime" da proteggere, salvare e liberare, come delle
"marginali" da aiutare perché incapaci di farlo da sole. Un simile
approccio produrrebbe solo nuove dipendenze, sebbene in nome della solidarietà
piuttosto che dello sfruttamento. La priorità degli interventi sociali, del
pubblico come del privato, deve consistere nel riconoscere ed assicurare sempre
più spazi di libertà, nel sostenere percorsi di empowerment, nel creare
qui ed ora le condizioni (economiche, giuridiche, lavorative, abitative,
sociali, culturali) necessarie a una reale integrazione e partecipazione
sociale dei migranti, che li veda titolari di diritti di esistenza e di
cittadinanza ovunque abbiano deciso di vivere, perché solo se hanno dei diritti
da rivendicare e cui appellarsi le persone possono sottrarsi a violenze,
ricatti e sfruttamento.
Nel presente capitolo si cercherà di
analizzare la migrazione di donne che, nei paesi d'insediamento, si
inseriscono, liberamente o perché costrette, nel settore della prostituzione e,
in generale, del sex-business.
Prima, però, di addentrarci nella
descrizione del fenomeno per come si presenta qui in Italia, è opportuno
provare a collocarlo nel contesto dell'attuale "società globale", del
sistema di dominazione vigente tra paesi ricchi e paesi poveri, delle politiche
portate avanti dalle agenzie di governo internazionale, delle politiche
migratorie dei paesi d'immigrazione.
La presenza di donne provenienti da
altri paesi, con intensità diverse nel corso di questo decennio, e dedite
all'attività prostitutiva, obbliga a interrogarsi almeno su due fronti: quello
delle politiche migratorie e quello delle politiche nel campo della
prostituzione, in sintesi obbliga a interrogarsi sul "pensiero di
Stato".
Essendosi l'Italia allineata, con
gli altri paesi europei di più vecchia immigrazione, su politiche di chiusura
ai movimenti migratori in atto, ed essendo però tali movimenti migratori
strutturali alla nuova economia mondiale e non facilmente contrastabili, accade
che di fatto giungono nel nostro paese molti migranti, tra cui molte donne,
costretti a vivere e lavorare in condizioni di clandestinità e di non diritto.
La prostituzione straniera oggi, in
Italia e in Europa, ha una funzione specchio
rispetto ai processi di mondializzazione in corso, che non sono solo relativi
all'economia, ma coinvolgono anche aspetti della politica, del lavoro, della
cultura, della comunicazione e diffusione delle informazioni, degli stessi
stili di vita.
La prostituzione di donne migranti,
da una parte, esprime la volontà e la capacità di molte donne, che aspirano al
benessere e allo stile di vita occidentali, di pensarsi e muoversi da soggetti
attivi nel mercato del lavoro internazionale, dall'altra, quando è soggetta a
violenza e sfruttamento, riflette e ripropone nei nostri paesi squilibri,
ingiustizie e sfruttamenti precedenti alla stessa emigrazione e presenti su
scala mondiale.
Paola Monzini è molto chiara al
riguardo:
«In generale, la
migrazione "al femminile" si dimostra più vulnerabile ed esposta ai
rischi di raggiro rispetto a quella maschile non perché le donne siano più
deboli o "credulone" per natura, ma perché il mercato del lavoro
internazionale offre loro scarse opportunità: riproduce infatti, in modo a
volte deformato e spesso ingigantito, la discriminazione di genere che queste
già avevano incontrato nei loro paesi di origine».
La prostituzione straniera forzata e
sfruttata è lo specchio di disuguaglianze e squilibri precedenti ad ogni
sfruttamento dei migranti nei nostri paesi, di un sistema-mondo in cui i
soggetti esclusi dalla ricchezza e dal benessere vivono già lo sfruttamento nei
propri paesi e nelle proprie economie assoggettate a quelle dominanti, è il
prodotto e l'espressione di un sistema di dominazione internazionale materiale
e simbolica.
Quello che noi denunciamo qui in
Europa come uno sfruttamento inaccettabile e che, nel caso delle donne
migranti prostitute/tuite, viene attribuito alla violenza e brutalità delle
organizzazioni criminali e del mondo della prostituzione, è uno sfruttamento
che, invece, queste donne vivevano già (spesso sottopagate in fabbriche aperte
nei loro paesi da imprenditori europei integrati nel sistema della
globalizzazione dei profitti), semplicemente non era visibile o non lo si
voleva vedere dai nostri paesi ricchi, almeno finché non sono comparse sulle
strade delle nostre metropoli le prostitute straniere.
Se la prostituzione straniera può
avere oggi la funzione di riflettere lo stato attuale delle politiche portate
avanti dalle agenzie di governo internazionali (Fmi, Bm, Wto), degli
equilibri/squilibri mondiali nella nuova divisione internazionale del lavoro
(Ndil), della
nuova economia mondiale, come anche le aspirazioni alla libertà di milioni di
donne nel mondo, attraverso essa e le forme che assume nei paesi ricchi è
possibile capire quali sono le nuove esclusioni praticate a livello
internazionale e come si riproducano in altrettante forme di esclusione qui in
Europa. Intendo dire che la funzione specchio della prostituzione straniera
oggi consiste nella sua capacità di riflettere e svelare l'intero sistema
(economico, politico, sociale, culturale, morale) in cui essa si colloca, che è
quello di una "società globale", stratificata e gerarchizzata ormai
su scala mondiale.
Le politiche finalizzate a prevenire
fenomeni di sfruttamento, tratta e limitazione delle libertà personali dovranno
tendere, a livello mondiale, a una più equa distribuzione della ricchezza e al
riconoscimento della libertà di movimento delle persone; mentre a livello
locale dovranno tendere ad attuare interventi di carattere sociale, piuttosto
che repressivo, in vista di un continuo allargamento dei diritti: dal diritto
di scegliere in che parte del mondo vivere, a diritti di cittadinanza
universali e sganciati dall'appartenenza nazionale, fino al diritto di
prostituirsi se lo si è scelto.
La presenza migrante femminile in
Italia emerge con forza anche nel mondo della prostituzione e diventa evidente
a partire dalla fine degli anni '80, pur essendo presente già da circa un
decennio.
La spiegazione di questo fenomeno va
rinvenuta in una molteplicità di cause e ragioni, già esposte, alcune di
carattere macro- sociale, altre di carattere micro-sociale. Ma le spiegazioni
sino ad ora individuate fanno riferimento alle motivazioni che determinano
l'offerta mercenaria, non spiegano il motivo per cui tale offerta abbia trovato
modalità tanto varie e diversificate di sviluppo. Si tratta di un cambiamento
che non interessa solo l'offerta, quanto la domanda,
rispetto alla quale non sono irrilevanti una visione consumistica del sesso e
del corpo femminile ridotti a merce (visione che la cultura dominante, la
pubblicità, i mass media continuamente alimentano), un certo gusto
maschile per l'"esotico" (confermato anche dal boom del "turismo
sessuale"), per modelli di donna che si immaginano più docili e
consenzienti, per ragazze molto giovani (spesso minorenni) che, erroneamente,
si pensa siano meno a rischio di AIDS e di malattie sessualmente trasmissibili, nonché una
rappresentazione sociale della donna straniera spesso intrisa di sessismo e
razzismo insieme.
Nel caso delle donne africane, ad
esempio, non è esagerato dire che «nell'iconografia razzista/sessista la
sessualità delle nere è stata rappresentata come più libera e liberata»,
sinonimo di sensualità selvaggia e animalesca, comunque come una sessualità
abnorme.
S. Palidda, in un articolo,
sottolinea la presenza di uno stereotipo diffuso nelle società d'immigrazione
che esalta «le capacità sessuali dei "popoli meno sviluppati"
("più vicini alle bestie") [come] superiori a quelli dei popoli civilizzati».
Nelle rappresentazioni sociali
dominanti, poi, tali stereotipi sembrano trovare conferma nella presenza, -
dunque nella visibilità -, sulle strade delle nostre città, di donne migranti
che si prostituiscono, generando un circolo vizioso che sembra concludersi con
l'associazione, altrettanto razzista e sessista, tra donna straniera e
prostituta.
Nel presente lavoro, tuttavia, non
mi soffermerò sull'analisi della produzione e diffusione di tali pericolosi
stereotipi e delle pratiche discriminanti che possono da essi generarsi, per la
complessità dell'argomento che meriterebbe una trattazione a parte.
Partirò direttamente dalla
constatazione dell'esistenza in Italia del fenomeno prostitutivo delle donne
migranti, in particolare all'interno di alcuni gruppi nazionali, e cercherò
brevemente di descrivere le modalità con cui avviene l'ingresso di queste donne
in Italia e nel mercato della prostituzione.
Per evitare facili discorsi
catastrofistici ed allarmanti rispetto alle dimensioni del fenomeno e al grado
di sfruttamento e coercizione che comporta, è necessario attenersi alle
indagini sociologiche fino ad oggi svolte.
Da un'indagine conoscitiva sulla
prostituzione in Italia, approvata dalla commissione Affari sociali della
Camera nel 1999, risultano coinvolte nel mondo della prostituzione 50-70.000
persone, di cui 15.000-19.000 sulla strada; le immigrate sarebbero intorno alle
20.000 unità, rispetto alle quali la "tratta" vera e propria
riguarderebbe 1.500-2.200 donne (1.100-1.400 secondo le stime del Parsec
aggiornate per il 1998).
In questi anni studi e ricerche
accreditate hanno ripercorso a grandi linee la comparsa e l'evoluzione della
presenza di donne migranti nel mercato italiano della prostituzione,
individuando, a partire dai primi anni novanta, varie fasi d'ingresso, diverse
per la differente nazionalità d'origine delle donne, nonché per il tipo di
organizzazione che sottende il viaggio e l'attività prostitutiva.
La prima fase si ha nel biennio
1989/90 ed è meno definibile per la nazionalità delle donne, trattandosi di
provenienze miste, anche se prevalgono gli arrivi dall'Europa dell'Est. Essa
coincide, in parte, con alcuni avvenimenti storici che hanno coinvolto
quest'area europea: la caduta del Muro di Berlino, la guerra nell'ex
Jugoslavia, l'emanazione in Italia della legge n. 39/90 o "Legge
Martelli" che, per la prima volta, propone una regolamentazione dei
processi migratori.
La seconda fase, individuabile nel
biennio 1991/92, è caratterizzata dall'arrivo di donne provenienti dalla
Nigeria e, in misura minore, dal Perù e dalla Colombia, fornite di visto
turistico concesso dalle ambasciate italiane, in alcuni casi trafficate,
raggirate e/o costrette.
La terza fase, individuabile negli
anni 1993/94, è quella in cui si fa evidente la presenza di donne albanesi
provenienti dalle grandi città, spesso entrate in Italia clandestinamente,
quasi sempre accompagnate e/o raggirate da parenti maschi o fidanzati che ne
gestiscono il viaggio, l'attività prostitutiva e, quasi sempre, anche i
guadagni.
La quarta fase si colloca tra il
1995 e il 1996, in concomitanza anche con l'emanazione del "Decreto
Dini", e si distingue dalle altre non tanto per la provenienza nazionale
delle donne (per la maggior parte ancora nigeriane e albanesi), quanto per il
loro maggiore grado di consapevolezza e consenso rispetto al lavoro che faranno
in Italia, pur non immaginando le condizioni di illibertà e sfruttamento cui
saranno costrette. Inoltre si delinea una provenienza delle donne non più solo
dai grandi centri urbani, ma anche dai villaggi rurali più interni.
Tra il 1996 e il 1998 si assiste
all'apertura di ulteriori canali d'ingresso, in particolare emerge la presenza
di donne provenienti dai paesi dell'Est europeo e dall'ex Unione Sovietica
(Ungheria, Bulgaria, Ucraina, Romania, Russia, Polonia, Repubblica Ceca), donne
che, pur affidandosi a volte alle organizzazioni illegali che gestiscono gli
ingressi dei migranti in Europa, si distinguono per il fatto di arrivare da
sole e di essere più autonome.
Al di là di queste differenze, la
comparsa delle donne migranti nel mercato del sesso rompe tutti i precedenti
equilibri, in particolare va a trasformare lo scenario della prostituzione, nel
senso che determina un ritorno del fenomeno sulla strada, dopo un periodo in
cui la prostituzione non era stata più percepita come socialmente problematica,
avendo le prostitute italiane scelto luoghi più sicuri e meno visibili dove
lavorare. Si assiste a una profonda trasformazione quantitativa e qualitativa
dell'offerta di sesso a pagamento, all'aumento della concorrenza, alla corsa al
ribasso dei prezzi (differenziati anche sulla base della nazionalità delle
donne), all'allentarsi delle condizioni di sicurezza personale per le donne che
esercitano sulla strada.
Mentre le italiane, grazie anche
alle conquiste dei lavoratori del sesso negli anni '80, esercitano l'attività
in modo ormai libero e protetto (in appartamento, in alberghi o in pensioni, in
istituti di bellezza, ecc.), senza dover dipendere da un protettore,
ricavandone anche alti guadagni, sulla strada restano i soggetti meno garantiti
e con minore potere contrattuale (tossicodipendenti, transessuali, travestiti e
soprattutto donne migranti). Con ciò non si vuol dire che la prostituzione di
donne migranti sia solo ed esclusivamente di strada, essa presenta -
esattamente come quella italiana - diverse tipologie e diversi gradi di libertà
o non-libertà. Semplicemente la strada, per via della maggiore visibilità che
comporta, è lo spazio in cui la presenza di donne straniere si manifesta prima
e più chiaramente, determinando anche la percezione sociale del fenomeno come
problema nuovo e urgente da affrontare. Sembra che la prostituzione femminile
assuma ormai una doppia tendenza non solo in Italia, ma a livello mondiale: da
una parte una crescente specializzazione e "professionalizzazione"
delle donne inserite nelle fasce superiori del mercato (solitamente donne
autoctone o straniere ben integrate socialmente); dall'altra una crescita
numerica delle donne inserite nella fascia più popolare ed economica dello
stesso mercato (quasi sempre donne straniere di recente immigrazione, poco
integrate nel tessuto sociale e prive di permesso di soggiorno).
Questa tendenza non va, però,
assolutizzata, soprattutto non deve indurre a pensare che vi sia una divisione
netta tra donne autoctone, che lavorano al chiuso, e donne straniere, che
lavorano sulla strada. La presenza femminile straniera nel mercato del sesso è,
in realtà, molto più complessa e differenziata.
Una ricerca condotta dal Parsec e
dall'Università di Firenze ha individuato almeno tre grandi tipologie di prostituzione
straniera:
-
quella
esercitata dalle "squillo", che svolgono la loro attività all'interno
di appartamenti privati;
-
la
"prostituzione mascherata", esercitata in locali pubblici o privati e
mascherata, appunto, dietro altre attività lecite (entraîneuse, ballerine,
attrici porno, spogliarelliste, estetiste, massaggiatrici);
-
la prostituzione
di strada o delle "passeggiatrici".
Le "squillo" sono donne
che godono di una notevole autonomia decisionale; se hanno un protettore,
questi riveste solo un ruolo amicale e non conflittuale. In questo gruppo
prevalgono, oltre alle italiane, le donne polacche, russe, colombiane,
argentine.
Le donne inserite nel mercato della
"prostituzione mascherata" sono anch'esse quasi sempre autonome e
consenzienti, spesso entrate in Italia regolarmente con un permesso di lavoro
per professionisti dello spettacolo, italiane a parte, generalmente provengono
dall'Est europeo, dal Brasile, dalla Colombia e dalle Filippine.
Le "passeggiatrici",
invece, svolgono l'attività prostitutiva in strada, quasi sempre sotto il
controllo di protettori/sfruttatori e presentano gradi variabili di costrizione
e sfruttamento: alcune - soprattutto le latino-americane e le donne dell'Est,
cioè mediamente le più adulte - riescono ad esercitare nel tempo, di solito
dopo aver estinto il debito contratto, una certa capacità negoziale con i
protettori che le porta progressivamente a sganciarsi dagli stessi e a decidere
se abbandonare la prostituzione, praticarla in modo indipendente o praticarla
protette da un compagno o amico ; altre donne - in particolare le albanesi e le
nigeriane - subiscono fortemente il controllo dei protettori e hanno scarsi
spazi di negoziazione con gli stessi.
Al di là di queste tendenziali
differenze tra i diversi collettivi nazionali, va detto però che le dinamiche
tra protettori e donne non sono statiche e definitive, bensì tendono a
modificarsi col passare del tempo, pur permanendo un rapporto di dipendenza a
sfavore delle donne.
In tutta la prostituzione
controllata da terzi in generale, non solo in quella straniera, i rapporti di
potere tra la prostituta e il partito terzo possono essere molteplici:
«Ciò vuol dire che c'è
un continuum all'interno della prostituzione controllata da terzi, per ciò che
riguarda le libertà formali che le prostitute esercitano sulla propria persona,
ed anche che esiste una variabilità all'interno della prostituzione per ciò che
riguarda il livello ed il grado in cui le prostitute sono soggette al potere
personalistico di terzi. Alcune prostitute sono direttamente forzate a
particolari generi di transazioni e ad un dato ritmo di lavoro da uno o più
individui, altre no».
Accanto a tale varietà nel tipo di
relazione tra prostituta e sfruttatore non vanno trascurate altre forme di
dominio che, pur non dipendendo da uno sfruttamento esercitato direttamente dal
terzo sulla donna, tuttavia condizionano la libertà di scelta della stessa
rispetto all'attività prostitutiva, quali la necessità economica, il contesto
socio-culturale di provenienza, la condizione giuridica. Quando in una società
si accetta l'esistenza di particolari categorie di persone cui non è
riconosciuta la piena soggettività giuridica, l'accesso alle politiche sociali
ordinarie, insomma il godimento di pieni diritti civili, sociali e politici, si
accetta anche la loro conseguente vulnerabilità sociale. Le variabili che
contribuiscono ad alimentare lo sfruttamento sessuale delle donne migranti non
sono esclusivamente quelle relative al rapporto diretto tra donna e
sfruttatore, ma riguardano anche, se non prioritariamente, la sfera dei diritti
soggettivi riconosciuti alle protagoniste. Le donne straniere prostitute/tuite
devono prima di tutto essere riconosciute come cittadine delle nostra società,
affinché godano davvero di una completa agibilità sociale, anche perché
dimostrano, nonostante tutti i condizionamenti cui sono costrette, di riuscire
comunque a ritagliarsi spazi di autonomia, più o meno evidenti, nella relazione
con il protettore.
Il sociologo Francesco Carchedi
sostiene che:
«la coercizione non
assume mai un carattere assoluto, in quanto la ragazza riesce col tempo a
ritagliarsi discreti margini di agibilità socio-esistenziali, seppur minimi e
stringati. Questo aspetto assume particolare significatività perché può
attivare - da parte delle ragazze (o per interventi esterni) - processi di
mobilità verticale, sia in senso ascensionale che discensionale, in termini di
acquisizione di maggior/minor coercizione/autonomia».
Tra il polo rappresentato dalla
tratta, cioè da condizioni di violenza e sfruttamento estremi, e quello
rappresentato dalla completa autonomia della donna (autonomia a volte
successiva anche a un'esperienza di tratta), si collocano molte altre
sfaccettature possibili all'interno del rapporto prostituzionale donna/protettore
relativamente alle modalità dell'attività prostitutiva. Inoltre le stesse
gradazioni di coercizione/autonomia possono attraversare il vissuto
prostituzionale di una stessa donna.
Dalle ricerche, insomma, emerge un
mondo variegato e complesso, in cui sono molto più frequenti tipologie miste di
prostituzione e modalità e livelli di autonomia differenti (sia da una donna
all'altra, sia nell'arco della storia prostituzionale di una stessa donna). Più
precisamente si è visto che, tendenzialmente, alle aree di provenienza e al
grado di "anzianità di servizio" delle donne, corrispondono
altrettante differenze relativamente al tipo di controllo, alla relazione tra
la donna e lo/gli sfruttatore/i, all'organizzazione del lavoro e della vita quotidiana,
ai tempi e alle possibilità di affrancamento, al denaro eventualmente
percepito.
Tutte le ricerche fino ad ora
realizzate concordano sulla non coincidenza tra prostituzione straniera e tratta
di esseri umani.
A partire da questa constatazione,
una delle prime esigenze che si è sentita da parte dei governi e dei soggetti
che si occupano di capire e gestire il fenomeno, è stata proprio quella di
trovare una definizione univoca della tratta, accettata in tutta l'Unione
Europea.
Il Parlamento Europeo nella
"Risoluzione sulla tratta degli esseri umani", approvata nel 1996, ha
definito la tratta:
«l'atto illegale di
chi, direttamente o indirettamente, favorisce l'entrata o il soggiorno di un cittadino
proveniente da un paese terzo ai fini del suo sfruttamento utilizzando
l'inganno o qualunque altra forma di costrizione o abusando di una situazione
di vulnerabilità o di incertezza amministrativa».
Successivamente anche la Convenzione
Onu sulla criminalità organizzata ha ampliato il concetto di “traffico” fino a
comprendere quello degli esseri umani, definendolo nell'art. 3 ai commi a, b,
c, d, come:
«il reclutamento, il
trasporto, il trasferimento, l’alloggiamento forzato, attraverso la costrizione
o uso della forza o di qualsiasi altra forma di coercizione o trattenimento
coatto (…) sfruttando la condizione di vulnerabilità degli interessati (…) allo
scopo di acquisire vantaggi economici e il controllo su altre persone (…) a
scopo di sfruttamento (…) della prostituzione o di altre forme di sfruttamento
sessuale (…) lavoro forzato o servizi, schiavitù o pratiche simili alla
schiavitù, servitù e rimozione degli organi»
Nel corso degli anni gli esperti del
settore hanno precisato, ulteriormente, gli elementi discriminanti in presenza
dei quali si può parlare di tratta: trasporto forzato delle vittime (uomini o
donne, maggiorenni o minorenni), violenza, minaccia, inganno, sfruttamento (non
necessariamente sessuale). La tratta prevede la traduzione forzata e lo
sradicamento dal paese d'origine, la riduzione della libertà dei soggetti
attraverso forme di coercizione violenta, la riduzione ad una condizione
assimilabile alla schiavitù. Questi elementi possono anche non essere da subito
presenti e percepibili dal migrante, nel senso che possono intervenire
dall'inizio del viaggio oppure solo nelle fasi successive all'arrivo (in questi
casi, la maggior parte, c'era un iniziale consenso al viaggio), oltre al fatto
che possono avere durata variabile.
La scelta non casuale di parlare di
"tratta di esseri umani", e non soltanto di donne e sfruttamento
sessuale, è importante per almeno due ragioni: la prima è che si tratta di un
business legato al trasporto di tutti i migranti che non hanno accesso ai canali
d'ingresso regolare e finalizzato ad un'ampia gamma di attività illecite
(lavoro nero, schiavitù domestica, accattonaggio), non solo alla prostituzione,
un business che, in un contesto globale di liberalismo economico e di politiche
di stop ai flussi migratori, è divenuto campo specializzato della malavita
organizzata; la seconda ragione è di ordine etico e simbolico, in quanto,
parlare solo di traffico di donne può alimentare falsi e discriminanti
stereotipi di genere, soprattutto può indurre a pensare che la causa della
tratta stia in una maggiore vulnerabilità delle donne per via della loro
corporeità e/o sessualità.
La stessa presenza di particolari
gruppi nazionali femminili (albanesi, nigeriane e donne dell'Est dell'Europa
nel caso dell'Italia) all'interno del vasto scenario del sex-business,
non va attribuita a caratteristiche "naturali" o propensioni
specifiche di queste nazionalità, bensì alla specializzazione che i gruppi
criminali hanno negli anni acquisito e al relativo consolidamento di specifici
settori illegali per determinati gruppi nazionali, in base alle caratteristiche
sia del paese di provenienza, sia di quello di destinazione.
Va detto anche che l'ultima
ulteriore differenziazione che è stata chiarita, già accreditata presso gli organismi
internazionali, è tra il traffico finalizzato all'ingresso illegale e
clandestino di persone, detto smuggling, ed il traffico finalizzato allo
sfruttamento successivo del migrante nel paese di destinazione, cioè la tratta
o trafficking.
Molte tra le ricerche consultate
hanno cercato di definire se esistono e quali sono le eventuali caratteristiche
socio-demografiche delle donne ‘trafficate’. Secondo i risultati, si tratta in
maggioranza, anche se non esclusivamente, di donne nubili. L'età risulta
piuttosto variabile, anche in relazione alla nazionalità: le più giovani sono
soprattutto le albanesi e le nigeriane (tra queste prevale la fascia d'età dai
14 ai 18 anni, ma ci sono anche donne tra i 19 e i 24 anni); le più adulte,
invece, si rinvengono nei collettivi provenienti dall'Europa dell'Est e
dall'America-Latina (dai 24 ai 30 anni). Il grado di scolarizzazione che
presentano è di livello medio (almeno 10 anni di frequenza scolastica), con
distinzioni anche qui dovute alla nazionalità, alla provenienza urbana o
rurale, all'età. Tra le nigeriane, quelle arrivate negli anni '90 presentavano
un buon grado di scolarizzazione, mentre quelle arrivate più di recente,
provenienti dalle zone rurali e di età compresa tra i 15 e i 20 anni, sono poco
o per niente secolarizzate. Tra le donne albanesi si registrano livelli
medio-alti e alti, pur con le suddette differenze tra città e campagna. Tra i
gruppi di donne dell'Est europeo e dell'America-Latina, di provenienza quasi
sempre urbana, si riscontrano titoli di studio medio-alti, con una consistente
presenza di laureate.
Si tratta di stime che ci informano
sulla media dei casi rilevati, ma va ricordato che le differenze suddette
attraversano trasversalmente tutti i gruppi nazionali.
Il primo contatto con le donne nei
paesi d'origine può avvenire in diversi modi e attraverso più canali, in
relazione anche ai gruppi nazionali d'appartenenza, alla tipologia prevalente
della catena migratoria, al tipo di organizzazione che gestisce il viaggio e il
successivo inserimento in Italia.
I canali più frequenti risultano
essere: annunci di agenzie che offrono lavoro all'estero; finte agenzie
matrimoniali; proposte di lavoro molto ben retribuite da parte di conoscenti;
coinvolgimento sentimentale delle donne con pseudo-fidanzati; vendita della
donna da parte della famiglia spinta dal bisogno economico; rapimento.
Si riscontra, dunque, una certa
varietà nelle modalità di reclutamento, con una prevalenza, ad eccezione dei
casi di vendita da parte dei familiari o di rapimento, di canali che richiedono
preliminarmente una scelta consapevole ed esplicita della donna per
l'emigrazione, un progetto personale ed intenzionale di cambiamento e di
promozione di sé in un paese che offra maggiori opportunità di vita. Una prova
è data dal fatto che, molte di queste donne, spesso per partire hanno investito
tutti i loro risparmi o hanno personalmente contratto grossi debiti con gli
organizzatori del viaggio.
È quasi sempre dopo la partenza che
gli stessi organizzatori del viaggio si rivelano nelle loro effettive
intenzioni di sfruttamento economico e riducono l'originaria spinta
emancipatoria delle donne a una condizione di assoggettamento più o meno grave.
Tale assoggettamento viene realizzato ricorrendo alla maturazione di un debito
da risarcire, all'esercizio della violenza, a minacce di ritorsioni di vario
genere, al ricatto cui la condizione di clandestinità sottopone le donne, alla
confisca dei documenti nel caso ne siano provviste.
Le attuali stime relative ai casi di
prostituzione da tratta in Italia oscillano tra 1.100 e 1.400 unità (il 7-8% di
tutta la prostituzione straniera, di strada e al chiuso, maschile e femminile)
e, tra le donne trafficate, le più numerose sembrano provenire dall'Albania e
dalla Nigeria.
Tuttavia i due collettivi di donne si differenziano rispetto alle modalità di
contatto e di ingaggio, al tipo di "contratto" e di debito da
risarcire, alle forme di ricatto, di sfruttamento ed assoggettamento, di esercizio
della professione, nonché alle modalità di fuoriuscita dalla prostituzione
coatta.
Uno dei primi collettivi arrivati in
Italia è stato quello delle donne nigeriane. L'organizzazione sui cui regge la
loro prostituzione sembra essere composta in gran parte da figure e reti
amicali e/o parentali prettamente femminili.
Nelle modalità di aggancio e di
gestione della prostituzione, infatti, ha un ruolo fondamentale una figura
femminile assente negli altri gruppi nazionali: la madame o maman-loa
(traducibile con "sacerdotessa"). La madame svolge da
intermediaria tra le donne e l'organizzazione che gestisce il viaggio, ha il
compito di contattare le donne già disposte ad emigrare o di convincere quelle
considerate più adatte. Anche dopo l'espatrio continua ad essere il loro punto
di riferimento in Nigeria, cui mandare i soldi in saldo del debito contratto,
nonché quelli destinati alla famiglia, soldi da cui, ovviamente, la madame trattiene
una cospicua parte per sé. Le donne che decidono di partire firmano un
contratto con il quale si impegnano a restituire i soldi anticipati
dall'organizzazione oppure - è il caso delle ragazze provenienti dai villaggi
interni - prendono lo stesso impegno attraverso giuramenti e pratiche
tradizionali legate ai riti vudu, causa di forte subordinazione
psicologica per quasi tutte le protagoniste. Si può affermare che si tratta di
donne che manifestano un consenso iniziale, almeno rispetto all'emigrazione,
spesso anche relativamente all'attività prostitutiva da praticare in Italia.
Una volta arrivate, solitamente con
visti turistici e passaporti ottenuti grazie a funzionari corrotti, le donne
trovano un'altra donna che chiamano sempre madame e che ha il ruolo di
organizzare e controllare gruppi di 10-15 donne, di riscuotere i loro guadagni
lasciando loro solo piccole somme per le spese correnti, di gestire la vita in
casa e le relative spese (a lei ogni ragazza deve pagare il vitto, l'alloggio,
i vestiti e il posto sulla strada o joint). A sua volta la madame deve
pagare i "corrieri" di denaro tra la Nigeria e l'Italia e i
"protettori", uomini nigeriani che controllano a distanza le donne,
intervenendo solo in caso di rivalità con bande rivali.
Per molte donne è questo il momento
in cui scoprono di doversi prostituire, ma per la maggior parte l'attività che
avrebbero svolto era già nota, quello che scoprono è l'entità del debito (che
oggi arriva anche fino a 100-120 milioni di vecchie lire) e la condizione di
subordinazione cui devono sottostare finché non riescono a estinguerlo.
Oltre al debito - per la cui
estinzione passano in media due o tre anni - e al vudu, altre modalità
di controllo e assoggettamento sono il sequestro dei documenti, la minaccia di
ritorsioni ai parenti in Nigeria, il ricorso alla violenza fisica, il ricatto
di far sapere alla famiglia del lavoro svolto in Italia.
A tutto ciò va aggiunto l'isolamento cui sono costrette, in parte dalla scarsa
conoscenza della lingua, ma soprattutto perché la madame impedisce loro
di formarsi amicizie e legami con persone italiane.
Estinto il debito molte smettono di
prostituirsi e cercano di trovare altri lavori, molte altre, sia per la
difficoltà ad essere accettate in altri settori lavorativi, sia perché attratte
dal guadagno facile ed elevato e perché ormai formate dalla socializzazione
specifica che la prostituzione comporta, diventano a loro volta madame
di proprie connazionali o continuano a fare le prostitute autonomamente.
Una donna intervistata, ad esempio,
confessa che, pur avendo una madame che la controlla, sta cercando di
crearsi di nascosto una clientela di fiducia per quando avrà estinto tutto il
debito.
Altri casi riguardano donne che, estinto il debito, si organizzano tra di loro
e continuano a prostituirsi in casa, senza che nessuna diventi la madame
delle altre, ma mantenendo ciascuna la propria autonomia.
In media sono donne con una buona
scolarizzazione, spesso anche laureate, con un passato di inurbamento, di
solito nelle periferie di Lagos o Benin City; altre più giovani provengono dai
piccoli villaggi. Sono donne che hanno maturato progetti di cambiamento per se
stesse e da cui dipendono intere famiglie rimaste in patria, quasi tutte sanno
di doversi prostituire, ma
non che saranno vendute e che finiranno nelle maglie di uno sfruttamento
difficile da contrastare.
Come loro stesse confermano, «a
spingerle sono il bisogno economico, la mancanza di prospettive, la condizione
di inferiorità della donna ed il mito dell'Europa. (…) Hanno provato a
sostituire i valori tradizionali, che non le convincono più, con quelli
"moderni" del "benessere", del consumismo, delle
possibilità del business, dell'emancipazione offerta dall'Europa».
Molte delle donne nigeriane emigrano
spinte dal desiderio di costituirsi un capitale con cui, tornate in patria,
poter comperare una casa o avviare un'attività professionale più stabile.
Non vanno trascurate tutte le
suddette motivazioni, spesso di carattere soggettivo, se si vuole cercare di
capire l'origine di questa particolare migrazione.
A queste analisi va poi accompagnata
quella delle condizioni sociali, culturali ed economiche presenti oggi in
Nigeria rispetto al passato. In particolare, sembra essere stata fondamentale
la crisi economica del paese nel far sì che molte donne nigeriane con figli da
crescere emigrassero negli anni '90 per venire a prostituirsi in Italia.
Secondo la testimonianza di una protagonista, la scelta per l'Italia è stata
forse determinata dal fatto che «in Nigeria c'erano dirigenti e dipendenti di
grandi industrie del Nord Italia, e specialmente di Torino, che si prendevano
in casa come cameriere le donne nigeriane; poi qualcuno se le è portate via
quando è tornato in Italia, e queste serve emigrate hanno poi fatto venire qui
qualche loro amica o parente, e così via…».
Dai pochi studi rinvenuti
sull'Africa risulta essersi sviluppata nel Benin una prostituzione giovanile,
fatto sociale assolutamente nuovo, attribuibile a fenomeni quali la
monetarizzazione dei rapporti sociali, la rottura delle solidarietà
tradizionali e l'urbanizzazione.
L'altro gruppo nazionale femminile
presente in Italia e dedito alla prostituzione è quello albanese. La costante
del gruppo albanese è data dal fatto che i primi contatti avvengono all'interno
di reti amicali e/o parentali, con approcci di tipo affettivo-sentimentale. La
casistica è ampia e va da ragazze sedotte e imbrogliate, a ragazze vendute dai
genitori, ad altre rapite, ad altre che partono autonomamente con i documenti
in regola ma che poi in Italia finiscono nel giro dello sfruttamento, ad altre
consapevoli e consenzienti, di solito già prostitute in Albania, che però si
affidano alla protezione di un uomo.
Quasi sempre la relazione prostituzionale in cui restano invischiate implica
una relazione di coppia con il protettore. Questa caratteristica, che non
emerge per altri gruppi di donne, è anche il fulcro su cui poi si va a
consolidare il rapporto di dipendenza psicologica delle ragazze, che hanno
difficoltà a denunciare o lasciare un protettore che percepiscono anche come
fidanzato. Di rado sono consapevoli di quello che faranno in Italia, spesso
vengono vendute dalla famiglia o spinte da mariti che si trasformano in
protettori o ancora da pseudo-fidanzati, che promettono loro di sposarle appena
giunti in Italia e di assicurare loro una vita migliore. Sono di solito ragazze
molto giovani, spesso minorenni, anche per questo dotate di minore autonomia e
capacità negoziale. Tra il momento della partenza e quello dell'arrivo in
Italia, inoltre, sono oggetto di ripetute vendite, attraverso le quali passano
da un protettore all'altro, ciascuno intenzionato a recuperare la somma pagata
per acquistare la donna sfruttandola a sua volta. Gli sfruttatori albanesi,
sempre più spesso, comprano e gestiscono anche donne di altre nazionalità,
solitamente provenienti dai paesi dell'Est (Romania, Moldavia, Ucraina e
Russia), che, pur essendo partite per scelta attraverso il contatto con amici
e/o agenzie, uscite dai loro paesi possono scoprire di essere state vendute e
di essere ormai "merci" nelle mani di organizzazioni particolarmente
violente. Tale violenza, unita all'esperienza di vedersi vendute da un uomo
all'altro, è l'inizio dell'avvilimento psicologico per le donne e
dell'annientamento - in realtà mai totale - della loro volontà.
I protettori sono piccoli
delinquenti, spesso giovani, particolarmente violenti, accecati dal guadagno
facile e veloce, anche a costo di sfruttare ragazze che erano state amiche o
compagne di scuola, o che vivevano nel loro stesso villaggio in Albania. Si
organizzano in clan familiari e mantengono le donne in uno stato di soggezione
e assoggettamento attraverso diversi strumenti: l'uso della forza e della
violenza, il ricatto psicologico-sentimentale, il ricorso a minacce e
ritorsioni nei confronti della famiglia rimasta in patria, la minaccia di dire
alla famiglia del lavoro svolto dalla donna (cosa che comporterebbe la
definitiva esclusione sociale della stessa in Albania e l'impossibilità a farvi
ritorno). Inoltre i protettori controllano le donne in ogni momento della
giornata, le costringono a vivere in condizioni di segregazione e di totale
isolamento sociale, le privano dei documenti nel caso ne siano fornite,
decidono il tratto di strada in cui devono lavorare, si appropriano di tutti i
loro guadagni, tranne quando la donna ha la capacità di negoziare degli accordi
diversi. Sono frequenti, infatti, anche i casi di donne (di solito le donne dei
capi) che si sono conquistate posizioni più elevate nella gerarchia organizzativa,
divenendo a loro volta strumento di controllo sulle nuove arrivate.
Non si può trascurare, nell'analisi
delle origini del fenomeno, il passaggio epocale che l'Albania ha vissuto, e
tuttora vive, a partire dagli anni '89-'90: da un sistema statale ed economico
accentrato e chiuso alle influenze esterne, ad un sistema improntato al modello
democratico occidentale e al libero mercato. Un simile capovolgimento
politico-istituzionale, troppo repentino e per di più calato dall'alto su una
popolazione impreparata, ha determinato lo sconvolgimento del tradizionale
sistema di valori, il crollo disastroso dei livelli di occupazione, il drastico
aumento del costo della vita (i beni di prima necessità sono aumenteti in media
del 300%), la crescita esponenziale della criminalità e del conseguente stato
di insicurezza diffuso.
In questo contesto le donne sembrano
sopportare più di tutti il peso del cambiamento, anzi si può dire che, in tutto
l'Est europeo, il crollo dei regimi comunisti ha determinato un acuirsi delle
diseguaglianze a sfavore delle donne. Le donne albanesi hanno dovuto rinunciare
al lavoro fuori casa per lasciare i pochi posti di lavoro disponibili agli
uomini della famiglia. Ciò le ha rese economicamente dipendenti dal marito o
dalla famiglia, anche nei casi in cui lavorano, perché se ciò accade è con
salari poco remunerativi.
C'è poi il peso della tradizione
culturale patriarcale che, soprattutto nelle campagne, riemerge con forza, una
sorta di reazione a cambiamenti percepiti come estranei alla propria storia e
che ricade, in primo luogo, sulle donne, collocate dalla cultura tradizionale
agli ultimi gradini della scala sociale. Le stesse donne hanno introiettato
tale concezione di sé, per cui ritengono normale ricoprire una posizione subordinata
rispetto all'uomo.
Il fenomeno prostitutivo in Albania
funge, allora, da "specchio" delle trasformazioni intervenute, nel
senso che in esso convivono aspetti legati alla considerazione della donna
nella tradizione patriarcale, che la vuole sottomessa all'uomo, insieme ad
aspetti legati al desiderio, soprattutto delle nuove generazioni, di
partecipare del benessere e del modo di vivere occidentali. È lo specchio di
una società in transizione e in cerca di un difficile equilibrio tra il
"vecchio" e il "nuovo".
Infine in Italia c'è una forte
presenza di prostitute, libere o costrette, provenienti dai paesi dell'Est
europeo e dell'ex Unione Sovietica. I primi arrivi, agli inizi degli anni '90,
provenivano dalla ex-Jugoslavia, a causa della guerra, ma anche in seguito a un
periodo in cui il paese era stato meta di molti uomini italiani in cerca di un
turismo sessuale a basso costo. Non
va neanche trascurato il contributo dato all'incremento dell'attività
prostitutiva, in aree come il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina, dalla presenza
delle forze militari internazionali, che hanno alimentato la domanda di sesso a
pagamento.
Oggi è divenuta predominante la
presenza di donne che arrivano dai paesi dell'ex Patto di Varsavia. Il sistema
con cui avviene l'ingresso delle donne dell'Est europeo nel mercato italiano
della prostituzione è gestito principalmente da trafficanti russi, che
mascherano il business sessuale dietro agenzie legalmente riconosciute (agenzie
di collocamento, agenzie di viaggio e agenzie matrimoniali). Le agenzie
reclutano le donne che vogliono emigrare, stipulano con loro contratti
stagionali o di altro tipo (dipende dal tipo di agenzia), le forniscono di
documenti e di visti turistici e ne organizzano il viaggio (in aereo o in
pulmann).
Le donne, dunque, entrano in Italia
solitamente con brevi visti turistici, alla scadenza dei quali precipitano
nella clandestinità. In Italia sono sfruttate e controllate dai loro
protettori, pur avendo scelto consapevolmente di emigrare. Altre lavorano nel
settore della "prostituzione mascherata" o come "squillo",
dunque, come ho già detto, in condizioni di relativa autonomia.
Tra le cause di tali flussi
femminili non va trascurato, anche in questo caso, il processo di
"femminilizzazione della povertà" a livello mondiale, soprattutto nei
paesi di recente investiti dall'economia di mercato e dal neo-liberismo.
Nell'Est europeo, soprattutto nell'ex Unione Sovietica, l'economia di mercato e
le privatizzazioni generalizzate hanno determinato un grave abbassamento delle
condizioni di vita delle classi medie, in particolare delle donne, private dei
beni collettivi e dei servizi sociali di cui prima usufruivano. In più le donne
sono state le più penalizzate sotto il profilo dell'occupazione e dei livelli
salverdana, sans serifi. Le più giovani, invece, scelgono di emigrare spinte da un desiderio
di indipendenza e di emancipazione, che non riescono a soddisfare nelle società
d'origine.
La mia personale esperienza sul campo,
come operatrice di accoglienza in una casa protetta, si è svolta nell'ambito di
un progetto gestito dall'Associazione Giraffah di Bari e rientrante
nell'applicazione dell'art. 18.
L'esperienza sviluppata sul campo mi
ha permesso di conoscere direttamente le storie e i vissuti migratori e
prostituzionali di cinque donne: una ragazza rumena di 21 anni; una studentessa
universitaria moldava di 25; un'altra ragazza moldava di 21 anni sposata e con
un figlio rimasto in Moldavia; una donna moldava di 25 anni sposata e separata,
ospitata con la figlia nata in Italia; una donna moldava di 38 anni. Ognuna di
loro aveva alle spalle esperienze in parte simili e in parte diverse. Ne
parlerò senza usare i loro nomi per intero, ma indicandole attraverso
l'iniziale del solo nome.
C. è una giovane ragazza rumena di
21 anni. Ha lasciato la Romania insieme a un conoscente del suo fidanzato che,
approfittando del suo desiderio di venire in Italia, le aveva parlato della
possibilità di trovare un lavoro ben remunerato in una fabbrica. Dopo aver
ricevuto la proposta ha deciso di partire con lui, senza avvertire nessuno, né
famiglia, né amici, né fidanzato. Intrapreso il viaggio, però, l'uomo l'ha
venduta a persone a lei sconosciute e lei si è ritrovata a dover lavorare, come
ballerina spogliarellista, in alcuni locali notturni in Jugoslavia. La vendita
successiva che ha subito ha coinciso con l'arrivo in Albania, dove l'uso della
violenza è divenuto consuetudine: ha subito anche stupri di gruppo, oltre che
individuali. Dall'Albania è giunta in Puglia su un gommone e da clandestina.
E' stata subito messa a lavorare sulla strada in una città pugliese. Il suo
sfruttatore era un uomo albanese che controllava anche altre ragazze e che
ricorreva continuamente ad ogni tipo di violenza per soggiogarle. Quando è
stata accolta presso l'Associazione mostrava evidenti segni di maltrattamento
su tutto il corpo ed aveva subito ripetute violenze sessuali, al punto che
identificava la violenza sessuale solo con quella imposta da più uomini, e
aveva difficoltà a pensare che fosse violenza anche quella praticata da un solo
uomo.
La sua fuoriuscita dalla
prostituzione forzata è avvenuta in seguito ad informazioni ricevute sulla
strada dai carabinieri, che l'avevano invitata ad aiutarli ad arrestare il suo
sfruttatore, offrendole in cambio protezione e permesso di soggiorno. Lei ha
così denunciato l'uomo ed ha subito accettato di seguire un programma di
protezione sociale.
La sua scelta migratoria sembra
essere stata determinata, in parte, dal bisogno economico, per via della
transizione economica in cui versa la Romania: nella sua famiglia il padre e la
madre lavoravano entrambi, percependo però dei salari molto bassi, in un
contesto in cui il costo della vita era cresciuto precipitosamente. Dovendo la
madre lavorare, la ragazza doveva occuparsi dell'accudimento del fratellino più
piccolo, assumendosi delle responsabilità più consone a una donna adulta. Allo
stesso tempo, però, viveva la tipica insofferenza degli adolescenti rispetto
alla famiglia, nonchè il desiderio di conoscere altri paesi, primo tra tutti
l'Italia. Su questa predisposizione personale a viaggiare e a tentare la
fortuna si è facilmente insinuato l'uomo che le ha proposto di aiutarla a
partire e a trovare un buon lavoro in Italia.
Anche quando è stata accolta presso
l'associazione il suo timore era di essere rimpatriata, a conferma della sua
volontà di lasciare, anche se temporaneamente, la Romania per vivere in Italia.
Le difficoltà che ha incontrato sono
state all'inizio dovute al senso di colpa per quello che le era accaduto,
riversava tutta la responsabilità su di sé, sulla propria ingenuità, e
stentava, invece, a riconoscere il coraggio e la forza dimostrati nel rompere
la dipendenza dallo sfruttatore e nel denunciarlo. Manifestava anche il timore
di soffrire di qualche malattia non meglio definita, di non stare bene, timore
che si è rivelato, in realtà, di sola origine psicologica. In un secondo
momento tutte le sue preoccupazioni si sono concentrate sul rilascio del permesso
di soggiorno e sul bisogno di trovare un lavoro, anche a causa delle richieste
di aiuto economico che riceveva dalla famiglia. Nel frattempo, però, aveva
superato i sensi di colpa, si sentiva più adulta e desiderosa di costruirsi un
futuro in Italia.
Oggi C. vive ancora in Italia, ha un
lavoro da operaia in una fabbrica del Nord, dove è stata assunta dopo un
periodo di borsa lavoro, e vive in condizioni di autonomia.
N. è una ragazza moldava di 26 anni,
iscritta all'Università prima di partire per l'Italia. Oltre a studiare
lavorava anche in una banca. Il padre era stato licenziato dalla fabbrica in
cui lavorava e, per vivere, aveva avviato un'attività autonoma nel settore
edile, ma con molte difficoltà economiche.
L'esigenza di N. di venire in Italia
a lavorare era determinata dal fatto che, per pagare gli studi della sorella
più piccola, aveva maturato dei debiti, senza dir nulla ai genitori. Ha deciso
così, insieme a un'amica, di partire, rivolgendosi ad un'agenzia di viaggi che
ha procurato loro anche il visto turistico e un contatto telefonico in Italia.
Giunte in Italia hanno scoperto che il contatto dell'agenzia era una donna
moldava, che le ha subito portate sulla strada. La stessa sera le due ragazze
hanno incontrato un prete che ha aiutato N. a tornare in Moldavia, così che
potesse continuare gli studi. Tornata in Moldavia, però, N. ha scoperto che gli
usurai minacciavano la sua famiglia, per cui ha deciso di partire di nuovo per
l'Italia contattando la stessa donna che l'aveva messa sulla strada la prima
volta, sperando poi di liberarsene. Questa volta l'ingresso in Italia è
avvenuto clandestinamente, dopo un viaggio di quasi due mesi. Sono entrate in
Italia nascoste in un container trasportato via mare. Scoperta dalla polizia e
portata in Questura N. ha subito manifestato uno stato di agitazione tale da
indurre la polizia a trasferirla in ospedale, dove finalmente un dottore ha
ricostruito la sua storia e l'ha messa in contatto con il Numero Verde.
N. ha deciso di denunciare la donna
con cui era partita, anche se dopo un periodo di forti dubbi, perché, pur
sapendo delle effettive intenzioni della donna, sapeva anche di essere partita
di propria volontà e con una certa consapevolezza dei rischi che correva.
Manifestava il desiderio di vivere
secondo modelli femminili più liberi e autonomi, di realizzarsi come fanno le
donne occidentali della sua età. In Moldavia, inoltre, era impegnata
politicamente.
In questo caso, dunque, si tratta di
una ragazza che ha deciso di emigrare a causa di gravi impellenze economiche,
ma che ha dovuto farlo entrando in contatto con canali d'ingresso compromessi
con l'organizzazione della prostituzione la prima volta, e chiaramente illegali
la seconda.
Sin dall'inizio dell'accoglienza non
ha manifestato grosse problematiche connesse all'attività prostitutiva, non
avendola vissuta direttamente, se non l'unica sera in cui è stata messa sulla
strada, quando è stata subito aiutata dal prete che l'ha incontrata. Si è
subito mostrata una persona piuttosto sicura di sé e di quello che voleva,
nonostante la giovane età, con un forte senso di responsabilità verso la
sorella più piccola. La sua esigenza principale era di proseguire gli studi
universitari, di imparare l'italiano e l'inglese e di trovare un lavoro che le
permettesse di guadagnare per aiutare la famiglia. Anche lei ha dovuto superare
i condizionamenti dovuti all'attesa del permesso di soggiorno, senza il quale
era impossibile prospettarle qualsiasi inserimento lavorativo.
Oggi vive ancora in Italia e lavora
in una fabbrica del Nord. Ha quasi concluso i suoi studi universitari.
T. è una ragazza moldava di 21 anni,
sposata e con un figlio piccolo. La sua storia si distingue ulteriormente
perché può configurarsi come un caso di rapimento. T. viveva in un piccolo
villaggio della Moldavia con il figlio e i genitori, mentre il marito era
all'estero per lavoro. La sua famiglia viveva del lavoro di campagna. Quando un
uomo del villaggio ha proposto a lei e a sua sorella più piccola un lavoro
agricolo stagionale, loro hanno accettato. In realtà l'uomo le ha vendute ad
altre persone e, da quel momento, le due sorelle hanno perso ogni contatto
perché vendute a uomini diversi. Le vendite si sono susseguite in concomitanza
di ogni passaggio di frontiera, fino all'arrivo su un gommone in Puglia. T. è
stata messa sulla strada dal suo sfruttatore albanese in una città della
Puglia. Sulla strada i carabinieri l'hanno informata della possibilità di
liberarsi dallo sfruttamento e le hanno proposto di accettare la loro
protezione e l'accoglienza in un luogo sicuro.
Quando è stata accolta la ragazza
era molto provata dall'esperienza vissuta e si sentiva confusa: non sapeva se
tornare in Moldavia dal figlio, ma senza la sorella e senza sapere cosa dire ai
genitori, o se restare in Italia presso l'Associazione. Dopo un periodo di
riflessione ha scelto di restare qui, anche per la vergogna e la paura di dover
spiegare l'accaduto alla famiglia. Inoltre voleva prima cercare di ritrovare la
sorella.
Per diverso tempo ha vissuto
l'accoglienza in solitudine, si rinchiudeva spesso in lunghi silenzi, è stato
necessario saper aspettare parecchio prima che si aprisse di più con gli
operatori della struttura.
Manifestava evidente vergogna per il
fatto di essersi prostituita e paura che la cosa si sapesse a casa sua e nel
villaggio, un posto piccolo dove facilmente le notizie circolano tra tutti.
Era, però, consapevole del fatto di essere stata costretta, di non essere
responsabile dell'accaduto, anzi rivendicava la sua condizione di donna
costretta e sfruttata.
La sua principale difficoltà
derivava dal fatto di non aver scelto di partire, di non aver programmato
l'emigrazione, per cui è stato solo con l'accoglienza che ha potuto riflettere
su cosa fare del suo presente e del suo futuro.
Soffriva molto della lontananza dal
figlio, meno di quella dal giovane marito. Aveva, inoltre, difficoltà di
comunicazione telefonica con la famiglia, che non aveva un telefono in casa,
fatto che acuiva la sua sofferenza. A ciò si aggiungeva il disagio dovuto
all'attesa del permesso di soggiorno, necessario per iniziare a lavorare.
Oggi anche lei lavora regolarmente
in una fabbrica qui in Italia, ha una vita autonoma e, soprattutto, è riuscita
a rintracciare la sorella.
I. è una donna moldava di 25 anni,
diplomata, separata dal marito. In questo caso la donna ha deciso da sola di
venire in Italia, esasperata dalla crisi economica del suo paese: non percepiva
lo stipendio da diversi mesi, e, anche quando era pagata, il salario era troppo
basso in rapporto al costo della vita. E' arrivata con un visto turistico dopo
un viaggio in pullmann e si è stabilita in una città della Puglia. Qui si è
prostituita, non è chiaro dopo quali passaggi intermedi, sotto il controllo di
un albanese. Dopo poco ha scoperto di essere incinta e, aiutata da un suo
cliente fisso, è riuscita ad ottenere un permesso di soggiorno per maternità.
Anche dopo la nascita del figlio ha continuato a prostituirsi, mantenendo però
buoni margini di autonomia rispetto al protettore che si limitava a prendere
una parte dei soldi ogni giorno. Nel
frattempo lei viveva in una casa pagata dal cliente fisso. Tramite lui, ha
saputo dell'esistenza di un numero verde dove chiedere aiuto. La donna si è
messa così in contatto con il servizio, ma per diverso tempo non ha preso
alcuna decisione, pur continuando a telefonare. La sua paura era soprattutto
relativa alla polizia, perché nel frattempo il permesso per maternità era
scaduto. Voleva anche capire cosa effettivamente l'associazione potesse
offrirle materialmente, prima di scappare rinunciando a quello che aveva fino
ad allora concquistato. Dopo un mese ha deciso di entrare nel programma di
protezione sociale ed è stata accolta.
In questa storia non è facile capire
la linea di confine tra la coercizione e l'autonomia, sembra che la donna
riuscisse a gestire il rapporto con il suo protettore ed anche quello con il
cliente, del quale si è in parte servita. Di sicuro si tratta di una scelta
migratoria autonoma.
Durante l'accoglienza I. ha sempre
mantenuto una notevole distanza emotiva dagli operatori e dalle altre ospiti,
sembrava non fidarsi di nessuno e non credere a nessuno, si rifugiava nella
relazione con il figlio, con cui trascorreva da sola gran parte del tempo.
Il suo principale problema è stato
non poter usare liberamente il telefonino, che, per motivi di sicurezza, veniva
tolto alle ospiti, queste potevano telefonare solo con gli operatori e dai
telefoni dell'associazione.
Si rapportava a tutti in termini
materiali, manifestando un atteggiamento di rivendicazione, di sfida e di
pretesa: del permesso di soggiorno, di un lavoro consono al suo diploma, di una
casa, dell'asilo per il figlio. In caso contrario minacciava spesso di
andarsene via, ma non lo ha mai fatto. Voleva trovare lavoro al Nord, dove
vivevano delle sue amiche moldave emigrate prima di lei. Il suo atteggiamento
rivendicativo ha messo parecchio in difficoltà gli operatori, ma col tempo lei
è effettivamente riuscita ad ottenere quello che voleva.
Dopo la fase dell'accoglienza è,
infatti, rimasta con il figlio in Italia, ha trovato un lavoro attinente al suo
diploma e un'associazione che si occupa del piccolo quando lei lavora.
G. si distingue dalle altre donne
che ho avuto modo di conoscere soprattutto per l'età: 38 anni. Anche lei è
moldava ed è partita a causa delle difficoltà economiche nel suo paese. In
Moldavia viveva sola, lavorava in una fabbrica, ma non veniva pagata da molti
mesi. Vedendo molte persone partire per l'Italia, ha deciso di farlo anche lei,
pensando di ritornare poi in Moldavia e di comprarsi una casa. E' arrivata in
Italia con un visto turistico di 8 giorni, dopo un viaggio in pullmann
organizzato da un'agenzia che le ha anche dato un riferimento telefonico in
Italia. La persona che ha contattato in Italia le ha procurato un lavoro di
assistenza domiciliare, prima in una casa dove, però, ha subito delle molestie,
poi presso una signora anziana con cui ha vissuto e lavorato fino a quando la
signora non è morta. A questo punto, sola, senza più una casa e senza altri
contatti, è rimasta per strada. Qui ha incontrato una donna dell'Est che le ha
detto di lavorare in una fabbrica dove, forse, poteva lavorare anche lei e che
l'ha ospitata a casa sua. Nella casa ha trovato anche due albanesi e dopo
qualche giorno le è stato detto che non potevano tenerla in casa gratis e che
il lavoro che doveva fare era sulla strada. Ha cominciato a lavorare prima
sotto stretto controllo, poi con una maggiore libertà. Ha conosciuto così un
uomo italiano che lentamente l'ha convinta a fidarsi del numero verde esistente
e l'ha aiutata a scappare. E' stata accolta in Puglia per allontanarla dalla
città da cui era scappata.
La sua esperienza nasce da un
bisogno economico ed emancipativo insieme, confluito nei canali dello
sfruttamento sessuale. Del lavoro come prostituta quello che più non accettava
era il fatto di guadagnare per qualcun altro, tanto che ammetteva che, pur non
avendoci pensato prima, forse da donna libera e autonoma lo avrebbe anche
fatto, pur di guadagnare subito il denaro necessario all'acquisto di una casa
in Moldavia. Del resto, diceva, è solo un lavoro, non ci si mette amore o
coinvolgimento personale. Con lo sfruttatore riusciva a mantenere margini di
negoziazione, soprattutto rispetto ai soldi, non accettava di doverli dare
tutti a lui e, pur subendone i malmenamenti, si rifiutava di lavorare finchè
lui non le dava una parte dei soldi da lei guadagnati.
Non aveva una buona opinione del
sesso maschile, soprattutto degli uomini moldavi, ritenuti egoisti rispetto
alle donne: mentre le donne moldave lavorano per tutta la famiglia, anche per i
loro mariti, i mariti lavorano e spendono solo per sé, hanno molte meno
responsabilità rispetto alle donne, non si preoccupano dell'educazione dei
figli.
G. non condivideva neanche il ruolo
riservato alla donna in Moldavia: dalla donna ci si aspetta che si sposi e che
arrivi vergine al matrimonio, ma se una donna adulta (oltre i trent'anni) è
ancora vergine e non si è sposata viene presa in giro, non è rispettata. Lei,
invece, aspirava a realizzarsi da sola, come donna autonoma.
Durante l'accoglienza ha sofferto
molto per le limitazioni personali imposte dall'associazione e dalle regole
della casa, quali il divieto di uscire da sola, che per lei è stato difficile
da accettare, vista la sua età adulta: era una donna matura trattata e
controllata come un'adolescente di cui non ci si fida. Soffriva della mancanza
di uno spazio abitativo tutto suo e dell'impossibilità di lavorare nell'attesa
del permesso di soggiorno, tempo che le è sembrato perso non avendo potuto
guadagnare nulla.
Anche lei vive ancora in Italia e
svolge un lavoro al Nord presso una famiglia italiana.
Dalle storie esposte, risulta
confermata l'eterogeneità dei percorsi delle donne straniere prostitute/tuite
in Italia, eterogeneità sottolineata ed amplificata dal fatto che, su cinque di
loro, quattro provengono dallo stesso paese: la Moldavia. Ciò nonostante non
sono etichettabili in una sola tipologia, ma presentano motivazioni e percorsi
diversi, sia nella migrazione, sia nell'esperienza prostituzionale. Diverse
sono anche le modalità di fuoriuscita dalla prostituzione: dal contatto con le
forze dell'ordine, alla mediazione del servizio sanitario, all'aiuto da parte
di un cliente.
Le ricerche realizzate ci dicono,
infatti, che nel complesso le modalità di fuoriuscita dai circuiti
prostituzionali coatti sono varie e dipendono da più fattori: l'età delle
interessate, l'esperienza maturata o "anzianità", il modello
sottostante l'esercizio della prostituzione. Da questi fattori derivano diverse
possibilità di allontanamento: estinzione del debito; autoconvincimento
spontaneo nonostante lo stato di assoggettamento; intervento di parenti o
amici; aiuto da parte di clienti con cui si stabiliscono relazioni affettive;
intervento di operatori sociali; interventi delle forze dell'ordine.
A conclusione di questo capitolo è
possibile dire che la prostituzione forzata non va confusa con la migrazione
forzata, ma è uno dei tanti settori illegali in cui le donne migranti possono
confluire una volta lasciato il proprio paese. Inoltre la prostituzione
sfruttata non coincide necessariamente con la tratta, ma può intervenire anche
in fasi successive all'espatrio e/o all'arrivo in Italia. All'interno della
tratta, poi, non rientrano solo e sempre donne totalmente assoggettate, ma ci
sono differenze e gradazioni molteplici relativamente ai margini di autonomia
ed autodeterminazione conquistabili. Meno
che mai si può pensare di assimilare tutta la prostituzione straniera alla
tratta.
Riconoscere questa realtà significa
ammettere, persino nella tratta, la presenza di volontà e capacità
soggettivanti ed emancipatorie, rafforzate anche solo dalla percezione
soggettiva che la donna ha di sé.
La prostituzione, per i gruppi
sociali che ne sono coinvolti oggi, è in molti casi una necessità, all’interno
di un progetto migratorio potenzialmente emancipativo. I vissuti negativi
legati all'attività prostituzionale convivono, spesso, con la possibilità di
guadagno e di progettazione di un futuro diverso. Ciò che davvero rende le donne
migranti vulnerabili allo sfruttamento, alla violenza e al traffico è la
condizione di clandestinità cui sono ridotte.
Gli interventi socio-educativi
rivolti alle donne straniere con percorsi di uscita dalla prostituzione
sfruttata e coatta sono stati introdotti in Italia con l'art. 18 del D. Lgs.
n.286/98, Testo Unico sull'Immigrazione,
entrato in vigore nel 2000.
L'art. 18 prevede la concessione di
un permesso di soggiorno di sei mesi per motivi di protezione sociale alla
persona straniera clandestina quando:
«siano accertate
situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero
ed emergano concreti pericoli per la sua incolumità, per effetto dei tentativi
di sottrarsi ai condizionamenti di un'associazione dedita ad uno dei predetti
delitti o delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari o del
giudizio».
La novità introdotta dall'art. 18,
tanto da porre l'Italia in una posizione di avanguardia rispetto al resto
dell'Europa, è la previsione di un "doppio binario", cioè di due
possibili percorsi di protezione distinti e paralleli: un "percorso
giudiziario" e un "percorso sociale".
Il percorso giudiziario prevede una denuncia ufficiale da parte dello
straniero, si pone, dunque, in continuità con la logica premiale introdotta con
il pentitismo; il percorso sociale, invece, assicura lo stesso diritto alla
protezione sociale anche in assenza di denuncia o collaborazione dello
straniero, riconoscendo come sufficiente la condizione di pericolo in cui si
trovi per essersi sottratto alla violenza e/o allo sfruttamento.
La norma introdotta, dunque, pone
come prioritaria la protezione sociale dei destinatari e sgancia la concessione
del permesso di soggiorno dalla collaborazione giudiziaria. Inoltre la norma
non è rivolta esclusivamente alle donne sfruttate sessualmente, ma si riferisce
a qualsiasi persona clandestina in Italia e sottoposta a violenza e/o
sfruttamento. Di fatto la sua applicazione più diffusa e più conosciuta è
relativa alle donne vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
L'art. 18 prevede, al di là del tipo
di circuito "sociale" o "giudiziario", il rilascio del
permesso di soggiorno e l'inserimento della donna, previa sottoscrizione di un
"contratto", in un "programma di protezione sociale":
accoglienza, rifugio in un luogo protetto per sfuggire agli sfruttatori,
orientamento legale, assistenza sanitaria, accompagnamento ai servizi, sostegno
psicologico, alfabetizzazione, formazione al lavoro, integrazione
socio-lavorativa. Lo scopo è quello di un'integrazione il più possibile
paritaria nella società italiana.
Sin dai primi tentativi del privato
sociale di produrre progetti mirati di prevenzione e di intervento, si sono
delineate quattro aree di lavoro: l'intervento rivolto alle
"vittime"; l'intervento culturale, formativo e informativo sulla
società italiana; il coordinamento politico nazionale e internazionale;
l'intervento nei paesi d'origine delle donne.
La mia riflessione verterà sugli
interventi di accoglienza e di inclusione sociale previsti dai programmi di
protezione sociale e rivolti a donne che hanno scelto di liberarsi dallo
sfruttamento sessuale, anche perché è in questo tipo di interventi
socio-educativi che ho maturato una esperienza diretta.
Il sociologo Franco Prina ha cercato
di analizzare come ha funzionato finora l'applicazione concreta dell'art. 18 da
parte degli enti gestori (pubblici e privati).
Sono stati individuati diversi
orientamenti ideal-tipici che si differenziano per il tipo di sguardo che gli
enti hanno rispetto alle donne e rispetto al fenomeno, cioè per il profilo
ideologico e culturale di riferimento. Nei casi in cui l'attenzione è concentrata
sulle donne si delineano due letture: una che le considera vittime da
riscattare, salvare e reintegrare nella società, ed una che le considera
migranti prostitute private di diritti, da sostenere nell'acquisizione della
cittadinanza e della capacità di autodeterminazione. Nei casi in cui
l'attenzione è rivolta, invece, al fenomeno gli approcci sono tendenzialmente
due: quello che considera il fenomeno un male in sé da sradicare, e quello che
lo considera una problematica sociale fonte di conflitti da gestire e mediare
per ridurre i danni.
Schematizzando, gli approcci
individuati sono quattro: approccio alla persona a fine "salvifico",
approccio alla persona a fine "emancipatorio", approccio al fenomeno
a fine di contrasto e sradicamento, approccio al fenomeno a fine di gestione
delle dinamiche sociali correlate.
Tutti questi elementi, poi,
risultano influenzare diversi altri fattori: le modalità di accesso ai
programmi; la richiesta o meno della denuncia;
le forme e gli obiettivi dell'accoglienza; il
tipo di formazione e di inserimento lavorativo scelti; l'orientamento etico
rispetto alle relazioni sessuali ed affettive delle donne; la dialettica tra
sostegno e controllo (determinata dal fatto che gli enti gestori sono
implicitamente depositari di un mandato ambiguo, per cui i diritti previsti
dall'art. 18 sono subordinati al rispetto di una serie di regole e vincoli
previsti nello stesso articolo).
Dalla ricerca risulta evidente,
allora, come «la costruzione del problema operata implicitamente da chi sta lavorando
per l'implementazione dell'art. 18 condiziona i criteri della stessa
valutazione che su di esso si può fare»,
soprattutto condiziona le conseguenti prassi operative di accoglienza e
protezione.
L'importanza della ricerca citata
non sta tanto nel classificare, attraverso i modelli operativi individuati, gli
interventi ad oggi esistenti, quanto nel sollecitare in ogni operatore sociale
consapevole del proprio ruolo un'attenta e permanente riflessione sui propri
riferimenti ideologico-culturali, sulle proprie categorie di riferimento e
sulle proprie pratiche. Solo una tale consapevolezza può, potenzialmente,
sviluppare nell'operatore una maggiore capacità di discernimento tra le proprie
aspettative e quelle delle persone cui l'intervento è rivolto, ed in nome delle
quali si giustifica l'intervento stesso.
L'analisi svolta nei precedenti
capitoli - relativamente alla prostituzione e ai suoi significati sociali, alle
migrazioni internazionali nell'epoca attuale, alle migrazioni di donne sole,
alla presenza delle donne migranti nel vasto mondo della prostituzione
(volontaria e involontaria) -, rientra proprio in questo sforzo, quello di
collocare un fenomeno così complesso nell'attuale contesto storico-sociale, di
posizionarci rispetto allo stesso e, conseguentemente, di riflettere sulle
capacità e competenze che l'educatore deve possedere e sviluppare in questo
tipo di interventi socio-educativi.
L'analisi delle ricerche, delle
stime e delle riflessioni prodotte in questi anni dagli esperti del settore, nonché
la mia esperienza sul campo, mi portano a riconoscere nei percorsi migratori e
prostituzionali delle donne che accedono ai programmi di protezione sociale
tracce, più o meno evidenti, di volontà soggettivanti e di spinte emancipatorie
precedenti all'emigrazione, capaci di resistere anche all'assoggettamento e
allo sfruttamento subiti e, soprattutto, preesistenti rispetto agli interventi
sociali di inclusione agiti qui in Italia. Tale consapevolezza è importante
proprio per l'operatore che sceglie di lavorare con queste donne, affinché ne
colga le potenzialità e le sappia valorizzare, accompagnare e potenziare.
Sono assolutamente consapevole del
carico di dolore che molte delle destinatarie dei progetti portano con sé e di
quanto le segnerà per tutta la loro esistenza. Su questo dolore gli operatori
devono intervenire con grande rispetto, soprattutto nelle prime fasi
dell'accoglienza, riconoscendole ed aiutandole a riconoscersi come vittime di
costrizioni e condizionamenti più grandi di loro, ma in ogni caso come
"vittime attive".
Il concetto di vittima attiva
permette di guardare alla donna accolta come a un soggetto che, pur avendo
vissuto transitoriamente l'esperienza coatta del traffico e dello sfruttamento,
resta comunque in grado di riscattarsi, di emanciparsi e di attivare percorsi
di fuoriuscita dall’invischiamento prostituzionale coercitivo.
Su queste potenzialità e risorse soggettive devono poi intervenire gli
interventi socio-educativi, al fine di rafforzarle in vista di concreti
percorsi di empowerment, di autonomizzazione e di indipendenza.
Bisogna riconoscere, inoltre, che
non può essere solo la violenza ciò che lega le donne migranti trafficate e/o
sfruttate sessualmente alle reti dello sfruttamento, tali reti sono molto più
complesse, più che sulla pura coercizione:
«s'identificano come
sistemi d'isolamento e marginalità sociale capaci di produrre nelle persone
coinvolte rapporti di dipendenza modulati su tre livelli: quello economico,
quello affettivo, quello culturale».
Tale consapevolezza, secondo C.
Donadel, richiede la capacità, da parte degli interventi d'aiuto e sostegno
alle donne, di trasformare i tre suddetti livelli di dipendenza in altrettanti
livelli d'autonomia (affettiva, culturale ed economica).
Maria Grazia Giammarinaro sottolinea
molto bene l'importanza dell'approccio con cui si guarda a questa tipologia di
migrazione femminile, per riuscire a contrastare facili categorizzazioni:
«La prima azione di
contrasto è di carattere culturale, e consiste nel modificare lo sguardo sulle
donne trafficate, della collettività e degli operatori pubblici, allo scopo di
superare stigmatizzazione sociale e marginalizzazione. In secondo luogo occorre
costruire le condizioni per fare emergere autonomia e soggettività femminile
come fondamentale risorsa e come agente della ribellione e del contrasto al
fenomeno criminale che è all'origine del traffico».
Lo scopo è combattere la nascita ed
il diffondersi di rappresentazioni sociali negative relative alle donne
migranti. Ogni rappresentazione sociale, infatti, è sempre culturalmente e
storicamente determinata e, in un contesto (storico, politico, economico e
culturale) come quello attuale, che vede emergere nei paesi europei la presenza
di donne migranti prostitute e legate ai canali dell'illegalità e dello
sfruttamento, la donna straniera finisce con l'essere rappresentata come
"deviante" o come "povera vittima".
Se si avvalla tale meccanismo, però,
si attua una de-soggettivazione dei singoli, che scompaiono all'interno di
collettivi anonimi, indistinti e de-personalizzanti. Al contrario bisogna
impegnarsi per potenziare i processi di soggettivazione dei singoli e perché
soggetti costretti a vivere nella marginalità o, addirittura, nell'esclusione,
possano prendere coscienza delle proprie potenzialità emancipatorie.
Lo scopo ultimo e allo stesso tempo
guida dell'intero intervento, allora, deve essere quello di rompere
l'isolamento e l'emarginazione sociale delle donne migranti prostitute/tuite,
attraverso la sperimentazione di relazioni affettive positive ed autentiche, e
in una fase successiva attraverso l'acquisizione degli strumenti giuridici,
sociali, culturali necessari a qualsiasi cittadino per esercitare una
partecipazione attiva nella società.
Gli interventi da attivare con le
donne inserite nei programmi di protezione sociale vanno dall'informazione
sulla normativa vigente e sui diritti che spettano loro, all'avvio delle
pratiche per l'ottenimento del permesso di soggiorno, all'accoglienza in luoghi
protetti, quando serva, all'assistenza sanitaria, al recupero di sé e del
proprio progetto migratorio, alla rielaborazione dello stesso,
all'alfabetizzazione alla lingua italiana, alla formazione al lavoro,
all'inserimento socio-lavorativo, allo sganciamento dalla struttura
d'accoglienza e al passaggio verso l'autonomia dalla stessa, con l'allestimento
di "case di autonomia".
L'accoglienza in una "casa
protetta" o "casa rifugio" si rende necessaria quando ci sia il
pericolo che la donna possa essere oggetto di ritorsioni da parte dei suoi
ex-sfruttatori. È questa la fase tecnicamente chiamata della "prima
accoglienza".
Superata la primissima fase della
conoscenza reciproca e della riflessione da parte della donna, quando
quest'ultima abbia deciso di seguire il programma di protezione sociale, ha
inizio il difficile percorso comune, della donna insieme agli operatori, verso
una ridefinizione del proprio futuro.
Durante tutta l'accoglienza la
destinataria viene accompagnata in un complesso percorso di ri-narrazione della
propria vita, del proprio progetto migratorio, della propria storia
prostituzionale, per recuperare la stima e la fiducia in se stessa e nel mondo,
per riprogettarsi nel futuro.
Il compito dell'operatore (o,
meglio, dell'équipe degli operatori) deve consistere nell'aiutare la
donna a ponderare e poi a scegliere la nuova direzione verso cui orientare la
propria vita, nell'offrire sostegno psicologico, nel proporre socializzazioni
alternative alla vita di strada e alle relazioni oggettivanti da cui la donna
si è liberata.
Da un punto di vista più operativo
la struttura di accoglienza deve, progressivamente, accompagnarla nel rapporto
con i servizi (legali, sanitari), offrire formazione culturale e professionale
e sostenerla fino al conseguimento dell'autonomia sociale, lavorativa ed
abitativa.
L'intero percorso che va dalla prima
accoglienza verso la definitiva autonomia della destinataria non è - non deve
essere - sempre uguale per tutte le destinatarie e, comunque, richiede tempi
assolutamente soggettivi.
5.3. La prima accoglienza: le
"case rifugio"
In questa fase il primo diritto che
va garantito è a un periodo di tregua, dalla vita di strada e dallo stress
psicologico che comporta; le donne possono così usufruire di una pausa di
riposo mentale e di riflessione sul proprio futuro.
La "prima accoglienza"
deve assicurare alla donna uno spazio (materiale e simbolico) di incontro
stabile, dove sentirsi al sicuro e ritrovare se stessa.
Inoltre, durante questo periodo,
viene data alla donna la possibilità di familiarizzare con l'ente e gli
operatori e di decidere se sottoscrivere o meno il "contratto" con
cui accetta di entrare nel programma di protezione sociale e di rispettarne le
condizioni.
Durante la prima accoglienza viene
avviata la pratica legale per il permesso di soggiorno ed inizia l'attesa per
il rilascio dello stesso, condizione irrinunciabile per un inserimento sociale
e lavorativo paritario.
La regolarizzazione giuridica,
infatti, «si pone come inevitabile punto di partenza per un qualunque
intervento di aiuto non assistenzialistico. Rendere libera una persona
significa primariamente riconoscerle il diritto di cittadinanza».
Va detto poi che il riconoscimento
giuridico della persona, che per il migrante passa in primo luogo attraverso
l'ottenimento del permesso di soggiorno, oltre ad essere indispensabile dal
punto di vista pratico per avere accesso a tutti gli altri diritti, ha un alto
valore simbolico, perché sancisce di riflesso il suo riconoscimento sociale.
Julia O'Connell Davidson spiega
molto bene come:
«in contesti dove
certi gruppi sociali (per esempio donne, bambini, immigrati o particolari
"caste") sono generalmente svalutati, e/o socialmente costruiti come
oggetti piuttosto che soggetti di proprietà e/o ad essi viene negata piena
soggettività giuridica e/o accesso indipendente alla previdenza sociale, la
loro vulnerabilità alla prostituzione ed allo sfruttamento e all'abuso di terzi
al suo interno aumenta».
La prima causa della vulnerabilità
delle donne migranti clandestine è, allora, di carattere giuridico, non
"naturale" o personale. Su questa vulnerabilità iniziale si vanno a
sovrapporre poi tutte le altre: l'emarginazione sociale, l'isolamento sociale e
culturale, la dipendenza psicologica, la facilità ad essere oggetto di ricatto.
Avviata la pratica legale, che può o
meno prevedere anche la denuncia degli sfruttatori, tutto il resto del tempo
trascorso dalla donna presso la struttura che l'ha accolta è una continua
occasione di sperimentazione delle proprie capacità relazionali ed individuali.
Soddisfatta la prima necessità di
rifugio in un luogo protetto e segreto, inizia l'accoglienza intermedia, quella
in cui la donna è invitata ed aiutata a riflettere sul proprio passato e sul
proprio futuro in Italia, sulla base dei suoi desideri e delle sue risorse,
nonché delle reali possibilità esistenti.
La "relazione d'aiuto" è
il fulcro attorno al quale ruota l'intero intervento: deve essere basata su una
profonda disponibilità all'ascolto, su un reale ed autentico interesse
all'altra, su un approccio mai giudicante, capace di accogliere e contenere il
dolore, in vista di un percorso di rielaborazione dell'esperienza vissuta dalla
donna e del suo passato, che è anche quello vissuto prima di emigrare.
Un requisito essenziale
dell'operatore, quindi, deve essere la "capacità relazionale", la
capacità di instaurare relazioni positive e rispettose dell'altro, anche la
capacità di accettare di non poter sapere e capire tutto subito. L'operatore deve
rispettare i tempi e gli spazi di cui la donna che incontra ha bisogno, avere
tutta la pazienza necessaria, pensare prima di precipitarsi a "fare",
perché solo così può poi cercare di aiutare la donna a pensare a sua volta.
Infine la capacità relazionale è il presupposto perché lo stesso operatore
possa modificare se stesso, cambiare attraverso la relazione, in uno scambio il
più possibile paritario di esperienze e competenze.
L'operatore, allora, per prima cosa
e per tutta la durata dell'intervento, deve essere disponibile all'ascolto e
deve saper declinare la relazione d'aiuto in relazione alla persona che ha di
fronte, ai bisogni che esprime, piuttosto che alle proprie rappresentazioni
mentali. Scindere i propri modelli esistenziali da quelli della donna con cui ci
si rapporta è, infatti, l'unico modo per sperare di entrare nel suo vissuto e
nella sua produzione di senso, per non sostituirsi a lei, soprattutto per non
rischiare di produrre interventi massificati ritenendo siano buoni e utili
sempre e comunque. È la differenza tra il lavorare "su" qualcuno o
"per" qualcuno e il lavorare "con" la persona che
s'incontra, gli operatori devono «progettare percorsi "con" e non
"su" in quanto il loro ruolo è maggiormente centrato sull'essere
"ideatori" più che meri "esecutori" di interventi o
manipolatori di cose, persone e situazioni».
L'operatore d'accoglienza, però, non
può esaurire tutto il proprio ruolo nell'ascolto, deve anche saper porre
domande alla donna, interrogarla, perché questo vuol dire anche aiutarla a interrogarsi
e a ripercorrere criticamente l'esperienza vissuta. L'ascolto, cioè, deve
essere "attivo" ed "empatico", deve rendere l'operatore
capace di fare la domanda giusta al momento giusto, senza nutrire troppi timori
ma anche senza peccare di invadenza. Si tratta di saper trovare la giusta
distanza tra sé e l'altro e di saperla al contempo modulare di volta in volta.
Tutto il lavoro relazionale dei
primi tempi è finalizzato ad infrangere le eventuali diffidenze della
destinataria, a conquistarne la fiducia, o meglio, a meritarsela. Lo sviluppo
di un senso di fiducia da parte della donna verso coloro che la accolgono
necessita, infatti, di tempi lunghi ed assolutamente individuali, anche a causa
delle esperienze negative da cui la donna spesso proviene, ma se si instaura
una fiducia sincera e reciproca tra gli operatori e la destinataria può davvero
iniziare un lavoro comune di riflessione profonda sul suo passato, sui suoi
vissuti e sulle sue potenzialità.
Le difficoltà maggiori con molte
donne sono dovute alla loro precedente socializzazione alla vita di strada,
spesso causa di sentimenti ed atteggiamenti negativi quali: diffidenza,
aggressività, passività, senso di colpa, senso di vergogna.
Probabilmente il modo migliore per
aiutarle a superare tali vissuti è concentrarsi, più che sul trauma e sulle
loro eventuali mancanze, sulla loro parte "sana" e
"normale", su ciò che le accomuna a tutte le altre donne, per poi
progressivamente affrontare e cercare di risolvere vissuti negativi quali il
senso di colpa e lo stigma della vergogna sociale. Comunque, nella prima fase
di conoscenza reciproca, è più utile concentrarsi sulla qualità della relazione
che si instaura con la donna, che sulle sue problematiche personali.
L'ascolto e la relazione d'aiuto,
però, non sono sufficienti perché le donne recuperino fiducia e stima in se
stesse, è necessario anche offrire loro occasioni concrete in cui
sperimentarsi, ad iniziare dallo studio della lingua italiana e dal sollecitare
ogni loro possibile contributo alla vita comune in casa.
In ogni casa di prima accoglienza,
infatti, convivono più destinatarie (il numero varia in base alle possibilità
dell'ente e alle strutture che ha a disposizione), donne che non si conoscono
tra di loro e che devono imparare a condividere la quotidianità, nonché a
convivere con gli operatori e con le regole della struttura. Dunque, La mia
opinione è che, per evitare la standardizzazione degli interventi e per
riuscire ad instaurare relazioni interpersonali positive, siano da preferire
micro-strutture residenziali, se non anche soluzioni abitative individuali.
Solitamente la vita nelle strutture
di prima accoglienza è scandita da ritmi e orari, più o meno condivisi, validi
per tutte le donne, per evitare conflitti tra le stesse relativamente alla
gestione della quotidianità e perché, da parte di molte associazioni, si pensa
che anche l'acquisizione di ritmi e tempi di vita "normali" abbia una
valenza educativa.
In effetti le donne che provengono
da rapporti di forte dipendenza e di controllo quotidiano da parte degli
sfruttatori hanno vissuto, spesso, una quotidianità fatta di abitazioni
fatiscenti, costose e sovraffollate, dove vige il controllo del gruppo, di
un'alimentazione scadente, di ritmi sonno-veglia innaturali, di un quasi totale
isolamento culturale. Ma
se questo è vero per alcune di loro, non è possibile pensare che valga per
tutte.
Si è già detto come molte di loro,
soprattutto le donne più adulte e con un retroterra culturale segnato da una
maggiore autonomia per il genere femminile, riescono a negoziare buoni margini
di autonomia dai loro sfruttatori, anche rispetto alla gestione delle proprie
abitudini di vita. «Spesso, invece, riduciamo ad educande persone che hanno
trascorso molto tempo sulla strada e che si sono autogestite in proprio, le
riteniamo incapaci di intendere e di volere, sottoponendole a 24 ore di
controllo totale».
Ritengo che l'eccessiva attenzione a
gestire ogni momento della vita delle destinatarie nella struttura
d'accoglienza spesso, più che da un'esigenza reale, dipenda da una tendenza
degli operatori a voler educare ad un supposto modello di "normalità"
o "adultità", peraltro astratto. Non è affatto vero che tutte le
persone adulte, integrate ed indipendenti, rispettino ritmi e stili di vita
uguali. Va anche accettata la diversità delle donne che si accolgono,
dall'alimentazione, all'organizzazione della giornata, all'esigenza di
trascorrere più tempo in casa oppure fuori. Vanno rispettati i loro bisogni e
il loro privato, mentre accade di fatto che si controlli ogni loro movimento,
dalle uscite alle telefonate.
Il rischio è che si confonda la loro
integrazione nella società italiana con un'assimilazione omologante ed
etnocentrica.
Un altro limite delle case di prima
accoglienza, è la mancanza di contatti con l'esterno, dovuta anche a fattori
oggettivi, soprattutto al fatto che spesso le donne ospitate sono a rischio di
ritorsioni personali e che si rende necessario garantire la segretezza della
casa per la sicurezza di tutti (ospiti e operatori).
La conseguenza di tali
condizionamenti, oggettivi ma anche ideologici, è che, di fatto, la prima
accoglienza si caratterizza per tre dimensioni: l'isolamento fisico e
relazionale; il "ripensamento" necessario a ri-progettarsi, dando,
però, per scontata l'esclusione di una scelta per il lavoro sessuale autonomo;
l'attesa del permesso di soggiorno.
Il vizio originario della prima
accoglienza è, probabilmente, la presa in carico "totale" della
donna, che facilmente sfocia in interventi di stampo assistenzialista e paternalista.
Il paradosso è che, in molti casi, si riproducono delle forme "buone"
di controllo e gestione della vita delle donne, non dissimili, se non nelle
intenzioni, da quelle diffuse nel mercato della prostituzione: isolamento
sociale, controllo, sorveglianza, rieducazione alle regole.
I tempi per il rilascio del permesso
di soggiorno influiscono direttamente sui percorsi delle donne e sulle loro
reali possibilità d'inserimento sociale, essendo il permesso un presupposto
indispensabile per l'accesso al lavoro. Di fatto, finché la donna non ottenga
il permesso di soggiorno, attesa che nei casi più gravi dura dai sei mesi a un
anno, non può concludersi la prima accoglienza, con tutte le limitazioni che
per la donna ciò comporta.
Accoglienze troppo prolungate nel
tempo, infatti, possono sviluppare nelle donne meccanismi di delega
relativamente alla realizzazione del proprio progetto di vita. Inoltre, non
potendo accedere al lavoro, le donne vivono la difficoltà di non poter
realizzare uno dei principali motivi della loro migrazione, la possibilità di
guadagnare denaro per sé e per la famiglia. Devono riuscire a rinviare la
realizzazione di tale aspettativa personale, nonché mediare con i familiari
che, nel frattempo, fanno pressioni perché siano inviati loro aiuti economici
costanti.
Sarebbe auspicabile, da parte delle
questure, uno snellimento dei tempi per il rilascio del permesso di soggiorno,
e, nell'attesa dello stesso, si potrebbero concedere permessi transitori che,
pur non avendo lo stesso valore del permesso di soggiorno, permettano alle
destinatarie di entrare regolarmente nel mondo del lavoro.
Altra contraddizione negli
interventi sociali è la supposta non compatibilità del programma di protezione
sociale con la scelta per una prostituzione esercitata in modo autonomo. Questo
vincolo non è sancito dalla legge, ma di fatto viene richiesto dalle questure e
messo in atto dagli enti gestori dei progetti, sulla base di evidenti
impostazioni ideologiche e moralistiche. Il rischio è che si consolidi l'idea e
la prassi «di un sistema assistenziale che viene rifiutato a chi non dimostra
un comportamento conforme ad una presupposta "normalità"».
In questi termini il permesso di soggiorno si prospetta come una sorta di
premio per chi accetta di aderire alle regole fissate dalla legge da una parte,
dalle associazioni dall'altra.
Gli operatori devono, allora,
rifiutare di accollarsi il ruolo di giudici di normalità, rifiutare di
essere coloro che, secondo M. Foucault:
«fanno regnare
l'universalità del normativo, e ciascuno nel punto in cui si trova vi
sottomette il corpo, i gesti, i comportamenti, le condotte, le attitudini, le
prestazioni».
Il bisogno di realizzare una
socializzazione
positiva nei confronti delle destinatarie non deve concentrarsi solo sul versante
della società d'insediamento e sulle norme in essa dominanti, ma deve saper
rispettare l'identità e la specificità dei singoli.
Come spiega E. Besozzi:
«ritroviamo quindi
immediatamente, parlando di socializzazione, due poli che al contempo si incontrano
e si scontrano: la società e l'insieme di aspettative generalizzate da un lato;
dall'altro, l'individuo e i suoi bisogni, al contempo, di appartenenza, di
coesione, di stima, ma anche di autonomia e di distinzione rispetto al gruppo».
Va garantito alle destinatarie il
diritto ad esprimere anche il loro grado di soddisfazione/insoddisfazione, a
negoziare regole e tempi della vita in comune, non imponendole dall'esterno
sulla base dei nostri modelli. «L'operatore sociale non deve mai dimenticare il
diritto di chi è immigrato alla continuità con l'esperienza culturale,
linguistica, religiosa nelle quali è nato».
Non deve mai essere perso di vista
il senso ultimo dell'accoglienza, che è, dal punto di vista della donna, l'empowerment
e la concquista dell'autonomia; dal punto di vista della società,
rompere i meccanismi di esclusione e stratificazione sociale per produrre e
diffondere condizioni di parità civile, sociale e politica per tutti.
In questa fase l'accompagnamento,
pur persistendo, non è più residenziale, ma di solo sostegno, è un
accompagnamento "leggero". Le donne, già inserite nel mondo del
lavoro, si trasferiscono in abitazioni autonome, spesso abitate da più destinatarie,
ma in cui non c'è più la presenza costante degli operatori.
Il senso della seconda accoglienza è
quello di dare alle donne la possibilità di sperimentarsi e di verificare il
grado di autonomia personale raggiunto, sapendo però di non essere del tutto
sole. È anche la prima occasione che hanno, dopo l'esperienza della
prostituzione, di accedere a un lavoro regolare e, quindi, a delle entrate
economiche stabili. Un problema particolarmente sentito dalle donne, spesso
motivo di conflitto con gli operatori, è infatti dovuto al dover conciliare i
tempi, relativamente lunghi, del programma di protezione sociale e dell'attesa
del permesso di soggiorno, con le aspettative economiche della famiglia in
patria, che non conosce la realtà delle donne e pensa lavorino regolarmente.
Anche in questo tipo di accoglienza
non esiste una durata temporale fissa, dipende dalle specifiche situazioni,
tuttavia la seconda accoglienza sembra non superare la durata di un anno.
La seconda accoglienza è centrata
sull'inserimento lavorativo, che può realizzarsi o con un contratto di lavoro
vero e proprio o con varie forme preliminari di formazione on the job
(tirocinii, borse lavoro, apprendistati, stage, ecc). Le attività
principali che si sono consolidate in questi anni sono: orientamento
individuale e di gruppo; formazione di base; formazione professionale;
formazione pratica in impresa; borse lavoro; inserimento lavorativo e azioni di
supporto e accompagnamento; ricerca, individuazione e contatto con enti di
formazione e imprese; lavoro di rete specifico.
Va anche precisato che
l'orientamento e la formazione iniziano già con l'accoglienza intermedia,
soprattutto per l'apprendimento della lingua italiana e per la formazione di
base.
L'utilità della formazione per le
donne migranti si dispiega su più livelli.
Vivere delle esperienze formative
significa, per le donne, acquisire le competenze e le professionalità
necessarie ad un ingresso più qualificato nel mondo del lavoro. La formazione,
allora, deve essere collegata al mondo del lavoro e prediligere i settori con
maggiori possibilità occupazionali. Allo stesso tempo, però, deve essere scelto
il tipo di formazione più vicino alle risorse e potenzialità che la donna già
possiede, nonché alle sue preferenze. Questo vuol dire che la donna deve essere
in grado di, o essere aiutata a, valutare le proprie potenzialità e le proprie
aspettative, deve sapersi orientare tra i vari sbocchi professionali possibili,
deve cioè proseguire nel lavoro già intrapreso di conoscenza e promozione di se
stessa.
La formazione, ancora, è uno dei
primi momenti, dall'inizio dell'accoglienza, in cui la donna sperimenta
contatti e relazioni interpersonali con altre persone (docenti, datori di
lavoro, altri formandi italiani e stranieri), al di fuori dell'associazione e
della sua protezione. È un momento in cui può mettere alla prova le proprie
capacità di muoversi da sola e di rapportarsi a contesti di
"normalità". «La formazione non cambia certamente lo status
sociale delle donne immigrate, ma permette loro una migliore comprensione dei
diversi registri linguistici e offre occasioni di scambio e di "presa di
parola"».
La formazione ha, allora, una
valenza pratica, finalizzata all'inserimento lavorativo, e una valenza
educativa, volta a offrire occasioni di incontro paritario con la realtà
d'insediamento:
«Una politica
dell'immigrazione non può esimersi dal promuovere e sostenere iniziative atte a
far acquisire, alle persone immigrate, conoscenze e strumenti per interloquire
in una posizione di parità. Per questo è necessaria la valorizzazione della
persona e della soggettività in un contesto sociale attraverso attività di
formazione, sia come scuola di cittadinanza (…) sia in termini di aggiornamento
delle competenze professionali».
L'obiettivo della seconda
accoglienza ritengo debba essere l'empowerment, ossia l'emersione
dall'invisibilità sociale, l'acquisizione di strumenti materiali e capacità
personali che permettano alle donne di avviarsi verso una piena autonomia:
autonomia economica, autonomia psicologica, autonomia dall'associazione.
«L'empowerment è un
processo attraverso il quale una persona, in condizioni di vita emarginanti,
prende coscienza, attraverso azioni concrete, della sua possibilità di
esercitare un maggior controllo sulla propria vita e sul contesto sociale in
cui è inserita. Questo sentimento può sfociare in un controllo effettivo ovvero
in un sentimento di auto-efficacia».
L'empowerment è un riprendere
in mano la propria vita, è un percorso di riappropriazione del proprio potere
personale per poterlo agire non solo su di sé, ma anche sulle stesse condizioni
sociali, economiche, politiche che impediscono o limitano la propria
emancipazione.
Nel caso di donne con esperienze di
prostituzione sfruttata riprendere in mano la propria vita, dopo che per
diverso tempo hanno dovuto subire il controllo degli sfruttatori e vivere da
persone clandestine e senza documenti, prive cioè di ogni riconoscimento
giuridico e sociale, vuol dire potersi sperimentare in altri contesti e in diverse
condizioni materiali, prendere coscienza delle proprie potenzialità, recuperare
il proprio progetto migratorio e rielaborarlo in condizioni di maggiore
libertà. Avere un riconoscimento giuridico in Italia, il permesso di soggiorno,
ed accedere a spazi e mondi che prima si percepivano come escludenti (la
scuola, la questura, i servizi sociali, i servizi sanitari, il mondo del
lavoro), diventano occasioni per percepire se stesse in modo positivo, per
mettersi alla prova e scoprire di poter ricoprire un ruolo socialmente
riconosciuto nella società italiana.
L'altro fattore che contribuisce
positivamente al processo di empowerment delle donne è l'integrazione
socio-economica attraverso il lavoro.
Il lavoro è, fin dal momento
dell'elaborazione del progetto migratorio, una delle aspettative più forti dei
soggetti migranti, dunque anche delle donne migranti, in particolare quando
escano da un'esperienza di costrizione a un lavoro che non era stato scelto con
quelle modalità di subordinazione, o che non era stato scelto affatto. È
chiaro, quindi, che il momento dell'ingresso nel mondo del lavoro per le donne
è quello più atteso e desiderato, anche se spesso le donne immaginano
possibilità che la realtà occupazionale, sociale, culturale, non permette loro.
Trovare un lavoro significa per le
donne accolte, prima di tutto, poter finalmente guadagnare dei soldi ed essere
economicamente indipendenti, presupposto irrinunciabile per sostenere le spese
per una casa propria e per una vita autonoma, oltre che per sostenere la
famiglia in patria. Ma questo non è il solo apporto positivo che deriva dal
trovare un'occupazione.
Il lavoro ha poi un valore aggiunto,
può rafforzare il senso di realizzazione e soddisfazione personale e può
contribuire a darsi una identità sociale positiva. Perché ciò accada, tuttavia,
deve essere stato scelto seguendo almeno tre criteri: la consapevolezza delle
proprie aspettative, la consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri
limiti, la capacità di valorizzare se stessi e quello che si fa.
Si può dire, allora, che il lavoro
ha una potente valenza simbolica e materiale insieme: è occasione di
emancipazione e riscatto, ed è fonte di indipendenza economica.
Le esperienze fino ad oggi
realizzate nell'ambito della formazione e dell'integrazione socio-occupazionale
permettono di meglio delineare la strada da seguire.
Da parte delle associazioni
impegnate nei progetti di uscita dalla prostituzione, è molto importante
costruire una fitta rete di contatti con gli enti pubblici e con i soggetti privati
che si occupano della formazione, per programmare interventi il più possibile
stabili e, al contempo, differenziati.
È auspicabile, infatti, superare la
dimensione dell'improvvisazione e dello spontaneismo e prevedere un ampio
ventaglio di offerte formative e lavorative, capaci di coprire anche la varietà
delle preferenze personali e delle richieste espresse dalle donne. A questo
fine, è opportuno lavorare in rete con altre associazioni impegnate nel settore
e collocate in contesti economici e lavorativi più favorevoli, in particolare
nelle regioni del Nord, dove emerge una più forte richiesta di manodopera,
soprattutto nel settore della piccola-media impresa e nel terziario.
Andrebbero privilegiati, inoltre, i
canali formativi ordinari, aperti a tutti, italiani e stranieri, piuttosto che
costruire offerte formative riservate solo alla specifica casistica di donne
migranti ed ex-prostitute, col rischio di riprodurre meccanismi di
etichettamento e di marginalizazione.
Non vanno taciute le difficoltà che
comporta la fase dell'inserimento lavorativo. Troppo spesso le donne migranti,
già svantaggiate nell'organizzazione sociale perché donne e perché
ex-prostitute, riescono ad inserirsi solo in alcuni settori del mondo del
lavoro, segnati ormai da una forte "etnicizzazione". In particolare
continuano ad essere offerti loro lavori di cura e lavori domestici, ma il
paradosso di questo inserimento sociale e occupazionale è che ripropone alla
donna una condizione di isolamento sociale (spesso il lavoro impegna per 12-13
ore al giorno). Le stesse protagoniste non si dicono soddisfatte completamente
da questa tipologia di lavori, li accettano come soluzioni transitorie e,
soprattutto se hanno un grado di istruzione avanzato, puntano a trovare
occupazioni più adeguate alla loro preparazione e ai loro studi.
Non sono poche le problematiche che
le donne incontrano in questa fase, quasi sempre dovute non a loro incapacità,
ma a un'organizzazione del lavoro fortemente gerarchizzata, alla difficoltà di
convalidare in Italia i titoli di studio conseguiti in patria, alla difficoltà
di accedere all'alloggio, al persistere di pregiudizi e stereotipi negativi nei
loro confronti.
I principali problemi
all'inserimento lavorativo sembrano essere:
-
la
conflittualità ideologica e l'intolleranza sociale verso le immigrate e le
prostitute;
-
la
burocratizzazione e la standardizzazione dei flussi migratori, che creano vaste
nicchie di clandestinità;
-
il basso profilo
formativo delle donne, che le costringe ad accettare lavori a "nero",
precari e faticosi.
Il problema da porsi è se gli stessi
interventi sociali, che dovrebbero combattere i meccanismi di discriminazione e
marginalizzazione, debbano poi alimentare il meccanismo della divisione del
lavoro su base etnica o di genere. La difficoltà sta nel doversi rapportare
alla realtà del lavoro esistente e, al contempo, nel riuscire anche a
modificarla.
In quest'ottica ritengo positive le
esperienze formative delle donne migranti nel settore sociale, come operatrici
di strada, peer educator, mediatrici linguistico-culturali. Si tratta di
professioni che, pur richiedendo una preparazione ed una formazione specifiche,
valorizzano il patrimonio culturale ed esperenziale delle donne, rivestendo di
un nuovo senso il loro passato e, soprattutto, il loro presente.
L'obiettivo da raggiungere è quello
di rendere potenzialmente accessibile alle donne migranti tutti i canali
occupazionali, in condizioni di stabilità economica e di tutela dei loro
diritti di lavoratrici.
L'educatore che si occupi
dell'accoglienza - di primo e di secondo tipo – di donne migranti uscite dallo
sfruttamento prostituzionale, deve interrogarsi sul proprio ruolo, sul
contributo che può offrire alla donna nel suo cammino di emancipazione.
Si è in precedenza rifiutata l'idea
di un'intervento educativo che si concentri sull'acquisizione di nuove regole
di vita, sull'adesione a un criterio di "normalità", persino
sessuale, dietro il quale spesso si nascondono convinzioni di ordine morale e
desideri di normalizzazione. È questa un'ottica per la quale «diventare
cittadini in un Paese di approdo, significa mostrarsi disponibili a
condividerne gli statuti dei diritti e dei doveri. In tal caso, il patto
sociale è funzionale alla tutela della maggioranza autoctona».
Si sono anche implicitamente
scartati approcci ed interventi di tipo "salvifico", volti a
considerare la donna come una "povera vittima", incapace di
difendersi per un eccesso di innocenza, da aiutare a crescere, da educare come
si trattasse di una minorenne a vita. Uno dei limiti di alcuni interventi
socio-educativi con i migranti, infatti, è il considerarli esseri infantili e
bisognosi di genitori/protettori (nel caso delle migranti prostitute/tuite di
"protettori buoni"), fanciulli da educare, da alfabetizzare, da
aiutare ad imparare a muoversi e comportarsi nella società d'immigrazione. Una
così eccessiva vittimizzazione ed infantilizzazione può solo produrre
interventi sociali di carattere paternalistico ed assistenziale, che , piuttosto
che sviluppare autonomia, creano nuove ed ulteriori dipendenze.
Il ruolo dell'educatore implicato
nella relazione con donne adulte, può delinearsi, invece, come un intervento
"leggero", non intrusivo né direttivo, teso a sviluppare una
riflessione a due - educatore e donna migrante - al fine di ricomporre un
progetto emancipatorio transitoriamente interrotto.
Lo strumento più consono a un simile
obiettivo ritengo sia la narrazione di sé, della donna come dell'educatore, in
vista di una crescita comune.
Il ruolo dell'educatore dovrebbe
essere quello di:
«contribuire a
tracciare storie possibili che, nell'intricata complessità delle situazioni
educative, promuovano prospettive di senso e facilitino il lavoro di
negoziazione e costruzione di significati emancipativi ed evolutivi per sé e
per gli altri».
La relazione educativa, infatti,
deve essere intesa come un processo di narrazione e di costruzione di senso,
potrebbe anzi essere descritta come un percorso il cui scopo ultimo è la
scoperta e la costituzione di senso del proprio essere al mondo.
Nella relazione con donne migranti
prostitute/tuite questo vuol dire ripercorrere con la donna il suo progetto
migratorio e il suo vissuto (più o meno libero) di prostituzione, per superare
eventuali sentimenti colpevolizzanti e di rabbia verso se stessa, per
recuperare un'immagine positiva di sé. Vuol dire valorizzare la scommessa
emancipativa intrapresa dalla donna con la migrazione, aiutarla a ricostruire
tutte le difficoltà e le situazioni che ha dovuto e saputo affrontare,
individuare insieme le cause dello sfruttamento e dell'assoggettamento subiti,
per capire quanto siano dipesi da sue debolezze o incapacità, e quanto, invece,
da condizioni a lei esterne, anche da condizioni storiche, economiche, culturali
e politiche di carattere globale, difficili da prevedere e da controllare per
chiunque. Vuol dire, infine, recuperare e concretizzare nella nuova realtà
sociale d'inserimento quella scommessa, recuperare la dimensione della
progettualità e finalmente sperimentarsi nel nuovo contesto.
Anche in questo caso ritorna
l'importanza di un lavoro di empowerment, di presa di coscienza del
proprio potere di cambiamento, infatti:
«educare per il
cambiamento (…) vuol dire, prima di tutto, fornire risorse cognitive, dare
capacità di lettura della realtà che consentano di individuare percorsi
possibili di promozione e di sviluppo».
Perché tutto questo sia davvero
possibile l'operatore deve conoscere molto bene il fenomeno della prostituzione
migrante, le sue molteplici cause, le tipologie che assume in relazione anche
alla provenienza socio-demografica delle donne, deve possedere e maneggiare con
padronanza questo "sapere", ma allo stesso tempo, nel momento in cui
si va a relazionare con le singole storie, deve anche saperlo mettere da parte,
deve essere in grado in qualche modo di dimenticare ciò che sa. Il rischio,
altrimenti, è che si diano per scontate ed ovvie letture massificate delle
storie con cui ci si rapporta e che l'operatore si avvicini alla donna già carico
di pregiudizi e categorizzazioni astratte. C'è poi il dato concreto di un
fenomeno già di per sé in continuo mutamento, che si è modificato negli anni e,
presumibilmente, cambierà ancora.
L'educatore deve, da una parte,
attivare la domanda, aiutare la donna ad interrogarsi, dall'altra fornire
sostegno e condivisione, essere un compagno di viaggio, soprattutto deve
ricordare sempre che «lavorare con gli altri significa innanzitutto
disponibilità a lavorare su di sé, essere in grado di rimettersi in discussione
sempre pur mantenendo una propria individualità ben definita».
Perché il suo intervento non
diventi, però, una lotta contro i mulini a vento, l'educatore deve poter
contare su una poliedrica rete di servizi consolidati, stabili e pubblici,
senza i quali parole come diritti di cittadinanza e parità di opportunità per
tutti diventano semplici proclami. L'educatore deve rivestire, cioè, un compito
anche politico, quello di richiamare l'attenzione e l'intervento sociale dello
Stato nell'ambito delle politiche migratorie, altrimenti oggetto solo di
politiche poliziesche e repressive. Come ben precisa un'interessante ricerca
sulla sicurezza/insicurezza dei migranti nella nostra società:
«si vuole qui porre
sinteticamente l'attenzione sul significato che i servizi possono assumere nel
processo di accoglienza, di integrazione e dunque di acquisizione di sicurezza
per la propria esistenza da un lato, di diritto di cittadinanza dall'altro. Il
riferimento, naturalmente, è a una gamma assai ampia di servizi: da quelli
burocratici a quelli sanitari fino a quelli che operano nei settori
linguistico, culturale e della sfera della socializzazione, che tutti, in
misura e modi diversi, facilitano il passaggio nella condizione di straniero/a
da soggetto in grado di esprimere solo bisogni, a soggetto portatore e gestore
di diritti».
In questi anni il lavoro del privato
sociale è stato importante proprio perché ha saputo leggere le trasformazioni
sociali ed adeguare il proprio intervento alle stesse, soprattutto ha saputo
intervenire in contesti solitamente trascurati dal settore pubblico, avviando
pratiche innovative e contribuendo, così, ad integrare le stesse risposte
istituzionali.
Tutti i soggetti attivi nel privato
sociale, che hanno fino ad oggi avuto il merito di colmare le lacune del
settore pubblico e di capitalizzare saperi e pratiche di promozione sociale,
dovranno ora farsi promotori perché il governo si impegni a passare, da una
dimensione progettuale, ad una dimensione di servizio, perché il sistema di welfare
sia adeguato al territorio e alle necessità che da esso provengono. Il
settore informale deve ricoprire la funzione «di dar voce alle mancanze e di
stimolare le istituzioni a prendere in carico problemi e bisogni».
Le istituzioni e gli Enti locali dovranno
assumere un ruolo attivo, mediante interventi pubblici di finanziamento e di
gestione diretta e prestando la disponibilità a convenzionarsi con le realtà di
accoglienza già attive sul territorio, favorendo le iniziative di impegno
concreto della società civile, la formazione e l'aggiornamento, senza far
gravare oneri eccessivi sul volontariato che, se rappresenta una risorsa
preziosa da valorizzare, presenta anche oggettivi limiti di cui tener conto.
L'intervento educativo con donne
migranti ed ex-prostitute, per essere efficace, deve tenere insieme due piani
ugualmente indispensabili: deve saper attivare relazioni positive con le donne,
al fine di promuoverne le capacità di soggettivazione e di emancipazione, e
deve attivare una pedagogia dei diritti, promotrice di politiche sociali che
diffondano condizioni reali di parità sociale, civile e politica per tutti i
soggetti.
Vanno allora rifiutati i meccanismi
di vittimizzazione, che facilmente si innescano quando si parla di sfruttamento
sessuale e di tratta di esseri umani, va rifiutata la logica dominante per cui
sembra che il paradigma della vittimizzazione, anche solo su un piano
simbolico, sia la via privilegiata all'integrazione. Una tale impostazione
facilmente si traduce, infatti, in arbitrarie forme di inferiorizzazione delle
donne prositute/tuite e dei loro percorsi migratori ed esistenziali.
Se non si riconosce la capacità
delle donne migranti di dirigere intenzionalmente il corso della propria vita e
di investire su se stesse, si riprodurranno ancora politiche sociali
altalenanti tra il contenimento ed il controllo, come tradizionalmente è stato
in Italia a partire dalla comparsa dei flussi migratori. Gli interventi più
diffusi, infatti, hanno sempre oscillato tra l'intervento caritativo
assistenziale ed il controllo sociale.
Vanno praticate, invece, strategie
di cittadinanza, attraverso il passaggio da una politica assistenziale a una
politica dei diritti, da una politica di accudimento e contenimento a una
politica volta alla promozione della dignità e dell'autonomia delle persone.
Gli operatori sono «chiamati a
promuovere l'esercizio consapevole dei diritti e dei doveri da parte del
soggetto, a sostenere la sua emancipazione dai vincoli e dalle limitazioni
poste dal suo essere collocato "fuori" dalle dinamiche
dell'organizzazione sociale in cui intende inserirsi».
In questo senso è possibile parlare
di educazione come atto politico, nella misura in cui genera "soggetti
politici", capaci di intervenire sulla realtà e di modificarla, e diffonde
pratiche di cittadinanza, laddove per cittadinanza si deve intendere la
possibilità di essere soggetto politico nella città.
A conclusione della ricerca svolta
la convinzione che ho maturato è che si debba guardare alle donne prostitute/tuite
in Europa, prima di tutto, come a donne migranti e poi, in relazione ai canali
e alle modalità della loro migrazione, come a donne coinvolte nella
prostituzione o, più in generale, nel settore del sex-business.
Le donne che emigrano dal proprio paese
lo fanno per tentare di realizzare condizioni, materiali e immateriali, di vita
più vicine alle proprie aspirazioni, o per garantire la medesima aspettativa
alla propria famiglia. È, infatti, innegabile che, all'origine della scelta di
emigrare, vi sia sempre un qualche progetto di emancipazione e di
soggettivazione, una strategia personale di vita.
La prima spinta all'autonomia e alla
promozione di sé, quindi, le donne migranti la esprimono emigrando, e questa
scelta originaria emerge anche dalle testimonianze delle donne che confluiscono
nel vasto mercato della prostituzione sfruttata, perfino di quelle che
diventano oggetto di una vera e propria tratta. Sempre più spesso, inoltre, il
bisogno che le spinge a emigrare non è di carattere prettamente o esclusivamente
economico, ma deriva dall'attrazione che esercita su di loro l'occidente,
dall'aspirazione a vivere in una società in cui i modelli di genere sono
percepiti come più giusti e liberi. Le donne, cioè, oltre che di una fonte di
autonomia economica, sono alla ricerca di modelli alternativi di vita
femminile.
La stessa determinazione a restare
comunque in Italia - il timore più diffuso, anche per le donne
"trattate", è quello di un'espulsione dal nostro paese - e a cercare,
a partire dalle poche possibilità concrete a disposizione, di guadagnarsi nel
tempo margini di autonomia sempre più ampi, ci restituiscono l'immagine di una
realtà diversa, o comunque molto più poliedrica, rispetto alle semplificazioni
che dominano nella rappresentazione sociale del fenomeno, prima fra tutte
quella per cui tutta la prostituzione straniera viene fatta coincidere con la
tratta di donne. Si è andato diffondendo, infatti, nel processo che accompagna
la lotta al traffico di esseri umani, un meccanismo di "etichettamento
sociale" delle donne coinvolte nello sfruttamento della prostituzione
come "vittime passive".
Le analisi più attente della realtà
prostituzionale straniera in Italia, invece, concordano nello smentire
l'utilità di una lettura schiacciata sulla vittimizzazione delle donne.
Tale consapevolezza è di grande
importanza per l'operatore che scelga di lavorare in questo ambito, è il primo
passo verso un atto di riconoscimento delle potenzialità emancipatorie delle
donne che incontra, della loro capacità di guidare il corso della propria vita.
Da questa consapevolezza l'operatore deve partire, al fine di valorizzare,
accompagnare e potenziare le traiettorie di soggettivazione che le donne hanno
intrapreso con l'emigrazione.
Il concetto che può aiutare a rappresentare
al meglio la condizione delle donne che accedono ai programmi di protezione
sociale è quello di "vittima attiva", per indicare una persona che ha
vissuto e vive transitoriamente una situazione di assoggettamento, ma che
conserva ed esercita, in modi più o meno evidenti, una propria capacità di
soggettivazione e di emersione da quell'assoggettamento.
Su questa originaria capacità e
volontà di soggettivazione delle donne migranti deve concentrarsi l'intervento
socio-educativo, così da avviare e potenziare processi di nuovo empowerment,
strada obbligata per una concreta pedagogia dei diritti.
Riconoscere e
promuovere i diritti di cittadinanza dei soggetti che vivono condizioni di
marginalità o di esclusione sociale è il
passaggio obbligato, in educazione ma anche nell'ambito delle politiche
sociali, per combattere quella marginalità e
quella esclusione. Si può anzi dire che è proprio l'esclusione dai diritti
soggettivi a generare meccanismi di marginalizzazione e di esclusione sociale.
Più che invocare il diritto alla
sicurezza, allora, va incentivata e praticata la "sicurezza dei
diritti" di tutti, favorendo e moltiplicando i processi di inserimento,
integrazione e coesione sociale.
Nell'ambito della prostituzione di
donne migranti questo vuol dire promuovere politiche migratorie nazionali meno
securitarie e più attente all'accoglienza sul territorio; vuol dire riconoscere
il "diritto di fuga" delle donne da condizioni di vita che offrono
loro poche e non soddisfacenti prospettive di realizzazione personale; vuol
dire guardare loro come ad "attori sociali" consapevoli, capaci di
tracciare progetti e percorsi di soggettivazione; vuol dire agire interventi
socio-educativi capaci di riconoscere e rispettare le poliedriche volontà che
le donne manifestano; vuol dire riconoscere, per chi lo scelga, il diritto di
prostituirsi in condizioni di libertà e di autonomia, il diritto
all'autodeterminazione sessuale e la piena libertà di movimento e di
comportamento; vuol dire diffondere empowerment tra le donne, affinché
si sgancino definitivamente dalle reti di protezione che le hanno accompagnate
nel percorso di fuoriuscita dalla prostituzione e si sperimentino nella società
italiana da persone autonome e indipendenti; vuol dire promuovere e diffondere empowerment
nel territorio, soprattutto creare le condizioni politiche, economiche,
culturali, sociali, occupazionali, abitative affinché davvero si possa dire di
garantire diritti uguali per tutti e concrete possibilità di inclusione sociale
e di promozione delle persone.