Razzisti da legare
Devolution Day, la secessione in un palasport
La Lega Nord sbarca nel
profondo Sud per convincere gli odiati “terroni” della bontà della “Devolution”, insieme ad altri sgangherati “padri
costituenti” di un’Italia paradossale. Ma la gente non sembra reagire, la
secessione va avanti ed un partitino di matrice nazista
sta realizzando il suo sogno: spezzare l'Italia e riscrivere la Costituzione...
Antonello
Mangano
Il 24 settembre del 2005 un ministro
della Lega Nord, dopo una vita
passata ad offendere, denigrare, disprezzare e propugnare la secessione col
Meridione d'Italia si presenta nel Palasport di Reggio Calabria a raccontare
che ognuno deve comandare a casa sua, che i paesi federalisti, gli Usa la
Germania, sono anche i più ricchi, di certo non per caso, che le autonomie
regionali, si veda l'Andalusia, trasformano i poveri in ricchi e conclude
gridando - da vero ipocrita - "viva il Mezzogiorno d'Italia, viva il
Nord".
Il
Sud poco prima della secessione. Potrebbe essere un fotogramma della Storia
d'Italia che non leggeremo sui libri scolastici. Oppure uno di quei ritagli di
cronaca politica che un governo da operetta ci ha spesso regalato.
Il
signor Calderoli - accolto con qualche timido fischio
- prova a sdrammatizzare una situazione per tutti di imbarazzo esordendo con
qualche battuta - 'come vedete non sono un marziano'
- e le solite provocazioni deliranti: 'solo chi è eletto puo'
occuparsi di politica, altrimenti tace...' (riferendosi ai giornali).
I
leghisti in platea gridano ritmando “libertà, libertà”: si sentono ancora
avvinti dalle catene dello Stato centralista, dal
giogo di Roma e dal Sud palla al piede, dalle imposte esose, da normative
barocche e burocrati papponi.
E
il pubblico, anziché chiedere conto al ministro leghista di falsità e
voltafaccia, applaude convinto.
Gli
unici fischi veri se li prende un ministro dell'Udc,
per beghe interne della coalizione berlusconiana che
tra poco nessuno ricorderà più ma che al momento sono al centro dell'interesse
di spettatori con bandiere sventolanti e giornalisti con cameramen
al seguito.
Alberto da Giussano sbarca a Pentimele
C'è poco da scherzare. Un piccolo
partito di matrice culturale
nazista, nato nel disprezzo di ogni diversità e da sempre antimeridionale, sta
determinando nei fatti la secessione, verso un destino che gli apprendisti
stregoni dicono magnifico.
Il
Sud già martoriato da mafia e corruzione, disoccupazione e smobilitazione
industriale, nuova emigrazione e opere pubbliche mai terminate vede come un
incubo il futuro prossimo.
Metà
della platea del Palasport era occupata dalle bandiere della Lega. Gente venuta
da Milano e da Torino, portata coi voli charter e coi pullman, pronta ad
inneggiare a Bossi ed alla libertà padana proprio nella periferia di una città
alla punta dello stivale. Nel loro immaginario, nelle loro battute, nei loro
comizi, nei loro slogan, i meridionali sono sempre stati terroni, 'africani',
corrotti.
Oggi,
hanno appeso le loro bandiere ai pullman della locale azienda trasporti, con
tanto di scritta "Regione Calabria" accanto ad Alberto da Giussano con lo spadone che avrebbe dovuto spaccare in due
o tre parti lo stivale.
Già
da tempo, del resto, i leghisti si sono installati con agio nei Palazzi di "Roma ladrona"
dimostrando di essere abili negli intrallazzi, nei bizantinismi e nei giochi di
potere almeno quanto un consumato "partitocrate"
da pentapartito, bersaglio preferito di iniziali lotte che oggi sembrano
preistoria.
Del
resto, se un campano o un calabrese fa opera di lobbying
a favore di gruppi locali, è
immancabilmente corrotto e mafioso.
Il leghista, pur facendo le stesse cose, "difende gli interessi del
Nord". In nome del fine superiore, tutto è giustificato.
I
potenti mezzi di “super Silvio” hanno portato a Reggio pullman ed aerei da
tutta Italia, e persino la scolaresca di una scuola media certamente attratta
dal 'valore educativo'
delle chiacchiere di fascisti ripuliti, razzisti impenitenti, pluricondannati per reati vari e del Cavaliere ridens, imputato
in tanti tribunali e campione dei condoni, delle leggi ad personam e della furbizia come stile
di vita.
La città della rivolta
Reggio Calabria al momento è l'unica
città del Sud dove il governo ha
avuto il coraggio di organizzare questo grottesco Devolution Day, con tanto di presenza prevista di Bossi, poi annullata per
motivi di salute.
La
scelta di Reggio è densa di significati, questa è la città dove l'estrema
destra ha avuto un ruolo importante fin dai tempi del Movimento Sociale, la
città della rivolta, i moti di piazza del '70 sedati dai carri armati e
scaturiti dalla scelta di spostare il capoluogo a Catanzaro; è la citta dove An regna con una
classe dirigente parzialmente rinnovata ma orgogliosamente figlia di quegli
anni.
Oggi
An è anfitrione dei leghisti, e nei fatti ha reso
possibile tutta l'operazione assumendosi pesanti responsabilità per il futuro.
Le
contestazioni all'iniziativa avrebbero dovuto essere di massa ed invece hanno
visto la presenza di poche decine di attivisti di sinistra circondati da un
'cordone sanitario' di polizia e carabinieri.
Qui
- dove ancora ci si risente di risorse o sedi di uffici dell'amministrazione
pubblica spostati a Cosenza o Catanzaro - pare che la secessione non indigni
una popolazione narcotizzata dallo strapotere di An,
dai sistemi clientelari dei postdemocristiani ed
infine terrorizzati da una 'ndrangheta che torna a controllare l'area urbana
rione per rione, forte di un nuovo predominio tra città e provincia nel
traffico internazionale di stupefacenti, tanto da interessare l'Fbi che quasi un anno fa venne qui in Procura a
confrontarsi con gli investigatori locali.
Il
Devolution Day si svolge ad Archi, un quartiere
abbandonato di semiperiferia che storicamente è la roccaforte dei De Stefano, i
boss che spostandosi - proprio al tempo della rivolta - verso l'estrema destra
segnarono pesantemente il destino politico e criminale dell'intera provincia.
Il giorno della Devoluzione
Il giorno della Devoluzione serve a
spiegare ai meridionali gli
immensi vantaggi dell'essere abbandonati al proprio destino in nome
dell'egoismo dei ricchi, a volte con i "tanto non succederà niente di grave" a volte solleticandone
l'orgoglio: forse il Sud non è in grado di camminare con le proprie gambe?
Ma
tutti gli interventi concordano su un punto: che diritto ha di protestare la
stessa sinistra che nel 2001 ha approvato per quattro voti una 'secessione mascherata' confusionaria e pasticciona?
In
perfetta contemporanea, nel controvertice della
sinistra che avviene a duecento metri di distanza, quella riforma è definita un
errore.
Un
cittadino senza casacca ne esce con la convinzione di una classe politica
improvvida e presuntuosa, pronta a cambiare la Carta costituzionale come fosse
un regolamento di condominio e a ridurre a slogan piu'
o meno azzeccati decine di pagine di costrutti giuridici dagli effetti
devastanti sulla vita di tutti.
Tra
centrodestra e centrosinistra è tutto un gioco di battute al veleno, accuse
facili, atti rinfacciati e frasi ad effetto buone a strappare un applauso dai
propri fans ma non a determinare un indirizzo
politico di alto profilo.
Mentre
le pagine politiche dei telegiornali si divertono a montare i servizi col
teatrino delle battute incrociate, all'estero si guarda con sconcerto ad un
dibattito sulla riforma costituzionale che somiglia tanto al litigio al bar
dello sport tra tifosi di squadre rivali.
La
Lega e' sempre piu' ago della bilancia di questo
processo, dopo essere diventatoun partito di governo
che non rinnega le sue radici ed i suoi
scopi (al Parlamento Europeo e non solo lì, è ad esempio registrata con la
denominazione di “Lega nord per l’indipendenza della Padania”
(non devolution
o federalismo quindi, ma proprio separazione dall’Italia…)
Come
si e' potuti arrivare a Bossi “padre costituente”? Il peccato originale fu la convinzione di
trovarsi di fronte ad un movimento dalla crescita inarrestabile, impossibile da
battere con uno scontro frontale e quindi da assecondare accettandone in
qualche modo le richieste.
Nei
momenti di massima forza della Lega, che ben presto tornerà nei ranghi di
piccolo partito litigioso e ricattatore, seri opinionisti dai volti corrucciati
sono arrivati a disquisire della
"rabbia dei ricchi": una
locuzione demenziale, un concetto da mentecatti, una vera contraddizione in
termini in un pianeta dove la maggior parte degli abitanti vive con un dollaro
al giorno, tra fame, guerre, emigrazione.
La
Lega "che non ha tutti i torti", la Lega "espressione dei bisogni della società
del Nord", il movimento che parla allo stomaco della gente, la Lega che
propugna il federalismo di Cattaneo, degli Stati
Uniti e via delirando, è cresciuta senza freni tra minacce ('stiamo oliando i kalashnikov'), frasi eversive ('bruciare il tricolore', cantano allegramente Maroni,
Tremonti, Bossi ed altri ministri a Lugano, di fronte
la casa di Cattaneo), sparate da squadraccia nazista ('sparare
ai gommoni albanesi') e via via
è andata legittimandosi sempre piu', fino
all'apoteosi di Reggio, 'terra nemica' dove ha potuto
impunemente sventolare le proprie bandiere .
I padri costituenti
Ma chi sono i 'padri costituenti' di questa Italia sgangherata e cialtrona?
Sono
uomini che vengono dalle province del Settentrione e da quelle del Meridione,
dal mondo delle aziende ingrassate dal sommerso cosi'
come dalle burocrazie post-democristiane, è gente cresciuta tra i picchiatori
del Movimento Sociale o tra le maglie fitte di reti clientelari in mezzo a
favori, raccomandazioni, enti di sottogoverno, uffici parassitari e appalti
pilotati.
È
gente che dai comizi ha gridato all'invasione, ha seminato odio, ha chiesto di
sparare ai gommoni, ha invocato la divisione del Paese, ha parlato di armi e
rivolte ed ha piu' volte superato la linea per nulla
sottile che divide la politica dall'eversione.
Tutta
questa gente, la corte dei miracoli di Berlusconi, condivide col capo la
faciloneria dell'arricchito brianzolo che - essendosi
fatto da sè - ritiene che non esista problema al
mondo che non sia risolvibile staccando un assegno, con sommo disprezzo per
libri, toghe, leggi e culturame.
Dall'altro
lato, il centrosinistra continua
pubblicamente a pentirsi dei propri errori ma sembra prontissimo a ricommeterli dopo una vittoria che ritiene certa.
La
Lega è un esempio di alta ipocrisia, perché per anni ha accusato ed ancora
accusa i partiti di corruzione, ed il Sud in particolare, quando tanti sono
stati i comportamenti “da prima repubblica” dei signori leghisti.
Durante
l’incontro al Palasport, abbiamo assistito alle ridicole parole di Calderoli contro la corruzione, esemplificata negli
impiegati meridionali che “stanno troppo al telefono”.
Umberto
Bossi è stato condannato ad otto mesi per tangente Enimont.
Sentenza confermata in Cassazione.
Diventato
deputato europeo, ha “sistemato” il fratello Franco Bossi e il figlio primogenito
Riccardo presso il Parlamento di Bruxelles con la qualifica di assistenti
accreditati. Stipendio 12.750 euro. Sono stati fatti rientrare solo dopo lo
scoppio dello scandalo.
Sul
Corriere della sera del 27 settembre 2005, Gian Antonio Stella ironizza sullo “scambio
di coppie” della Lega, riferendosi ai due parlamentari in camicia verde Ballaman e Balocchi che si assumono le mogli.
“Ognuno
ha assunto in ufficio, a spese dello Stato e quindi di noi cittadini, la moglie
dell'altro. [...] Il primo è sottosegretario
agli Interni, il secondo questore della Camera”, noto per aver proposto per due
volte l'abolizione del «made in Italy»
da sostituire al Nord con «made in Padania».
Le antilopi tra i leoni
Come si è svolto il “pellegrinaggio”
dei leghisti nel Sud spesso
associato – con disprezzo – all’Africa degli stereotipi?
Alcuni
articoli del “Giornale” e della “Padania” di quei
giorni ci aiutano a capire lo spirito con cui si è svolto il viaggio.
“I
charter padani partono da Milano e da Venezia, ma pure da Torino e Roma. E si
portano dietro lo stato maggiore del movimento: deputati, senatori,
sottosegretari, consiglieri regionali e sindaci.
Che
arrivano al Palapentimele del capoluogo calabrese con
l'imbarazzo che gli si legge in faccia e un sorriso di circostanza che gli tira
in volto. Si ride e si scherza, ma ci si stringe pure in gruppi, perché – dice
un deputato veneto – siamo «come le antilopi nella savana quando sono braccate
dai leoni».
Ed
ancora:
“È l'ennesimo «boccone amaro» da buttare giù».
Mentre iniziano a prendere posto, però, dalle battute («dall'aereo sembrava che
stavamo atterrando a Tunisi o a Beirut», dice uno; «è vero, hanno l'urbanistica
spontanea, crescono case ogni volta che piove», ribatte un altro ridendo) si
passa a un imbarazzo tangibile. «Dài – cerca di tirar
su la truppa con una battuta Luigino Vascon –, qui in
Calabria ci sono venuto tante volte, non c'è mica d'aver paura...».
Albergo di lusso oppure inferno?
Il CPT di
Lampedusa e' un hotel a 5 stelle. Anzi, e' un inferno. Sono due visioni inconciliabili di una stessa realta', ed appartengono rispettivamente al parlamentare
leghista Borghezio, che formula la sua considerazione
al termine di un'ispezione formale, ed al giornalista dell'Espresso Fabrizio
Gatti, che all'inizio di ottobre del 2005 pubblica il resoconto di 7 giorni da
clandestino all'interno della struttura, tra maltrattamenti (schiaffi e
aggressioni) umiliazioni (filmati pornografici imposti ai musulmani) e
condizioni disumane (liquami strabordanti).
Il
reportage di Gatti suscita sconcerto, ed e' denso di fatti e riferimenti
precisi. E' il frutto di un'esperienza diretta, ottenuta senza la mediazione
del giornalista e con la finzione del profugo curdo
ripescato sulla costa.
Una
voce, subito dopo l'uscita in edicola del reportage, accusa il giornalista di
uno scoop forzato, ed addirittura i migranti di essere causa delle pessime
condizioni igieniche del centro, le stesse di quartieri, treni e stazioni
frequentati da loro.
E'
l'editoriale in prima pagina della "Padania",
datato 8 ottobre 2005.
E'
l'ennesima prova del razzismo "istituzionale" di quello che non e' un
foglio di un qualunque gruppo estremista, ma l'organo ufficiale di un partito
di governo della Repubblica italiana.
Il
pezzo e' una raccolta di turpiloquio, luoghi comuni, generalizzazioni, accuse
infondate ed anche audaci accostamenti logici (dal giornalista dell'Espresso al
ministro dell'Interno alle "puttane" ai no global
ai drogati agli ubriaconi da cui non
accettare lezioni...).
Per
facilitarne l'interpretazione ed il giudizio lo riproduciamo integralmente:
“Ammettiamolo:
come fa le inchieste la sinistra, nessuno di noi è capace. Non abbiamo il
sacchetto di lacrime da coccodrillo pronto all’uso, non abbiamo quelle parole
giuste che pizzicano le corde del cuore, non abbiamo... la sensibilità verso
quei poveracci che sono gli “altri”. Noi, col buonismo,
non ci sappiamo fare proprio. Ci frega sempre quella tentazione di dire pane al
pane vino al vino.
Noi
siamo dei trogloditi che prima di piangere sulle disgrazie (vere o meno che
siano) degli altri - cioè degli extracomunitari, meglio se clandestini -
guardiamo alle disgrazie di casa nostra. Nessun giornalista della Padania si sarebbe tuffato in mare per farsi recuperare
dalle forze dell’ordine, farsi sbattere nel Cpt di
Lampedusa e poi ancora raccontare che lì dentro si sta male. No, noi no. Forse anche perché non ci piace prendere per il culo i nostri poliziotti.
Fatto
sta che prima di mettere il naso dentro gli affari degli altri, crediamo che
sia opportuno non abbassare la guardia sulle difficoltà dei padani e degli
italiani. O ci siamo dimenticati che ci sono famiglie lombarde, venete,
toscane, campane, siciliane, pugliesi che vanno ancora alla mensa dei poveri?
Che vestono grazie a chi raccoglie i vestiti usati? Che sono senza un reddito
dignitoso? Che sono senza una casa? Che fanno fatica a tirare fine mese? Che
sono povere, insomma.
Con
l’inflazionato rischio di farci dare ancora una volta dei razzisti, non
riusciamo ad accodarci al coro dei “Poverini...”: prima pensiamo a elevare la
qualità della vita della nostra gente e poi verseremo lacrime di coccodrillo
per le condizioni dei clandestini.
Sapete
come la pensiamo: se venissero rimpatriati immediatamente e, meglio ancora, se
al largo delle nostre coste li reimbarcassimo, verso dove sono venuti, non ci
sarebbero problemi simili. Ma fintanto che la legge Bossi-Fini (che la sinistra
non vede l’ora di abrogare per farne una più buonista)
non viene applicata o viene “aggiustata” dalla magistratura, stiamo freschi.
Il
giornalista dell’Espresso, goloso di scoop, racconta di condizioni disumane.
Domanda maliziosa: uno che si concia da buttar via, uno che si improvvisa
ultimo dei barboni, ultimo dei disparuti (sic) clandestini,
secondo voi, che pezzo può scrivere se non quello che è stato pubblicato? Dopo
aver fatto la sceneggiata, se non torni a casa col pezzo, col cavolo che la
prossima volta il direttore ti dà la copertura per uno scoop del genere.
Gatti
parla di condizioni disumane e che la colpa - gratta gratta
- è del ministro Pisanu. Sarò spietato e senz’anima
(le anime belle sono sempre a sinistra...) ma basta andare nei pressi delle
stazioni per vedere le condizioni igieniche cui sono “abituati”. Io conosco
persone italiane che non affittano più appartamenti a certi extracomunitari
perché dopo un mese glieli trasformano in una casbah. Macchie di piscio sui
muri, sporco dappertutto, un odore impressionante e via dicendo. Sarà che
incontriamo sempre noi i maleducati...
Se
voleva raccontare delle condizioni di disagio, il giornalista dell’Espresso ce
le aveva sotto gli occhi anche nelle nostre periferie. Potevamo suggerirgli di
farsi un giro nei treni locali la sera e la notte quando puttane e trans vanno o tornano dal lavoro: lì l’odore e lo schifo è
generato da loro. Oppure potevamo suggerirgli di vedere le ex aree industriali dismesse dove si nascondono per fuggire alla polizia (li
vogliamo coprire? Vogliamo far finta di non vedere?) o Scampia
a Napoli o alcuni quartieri vicini alla Magliana a
Roma o ancora lo Zen a Palermo.
Poteva
andare, Gatti, a vedere tutti i tuguri e gli scantinati in cui questi
clandestini vivono secondo le loro regole igieniche e il loro stile di vita.
Libero, l’Espresso, di versare lacrime da coccodrillo ma altrettanto liberi noi
nel giudicare la sua inchiesta un attacco politico.
La
sinistra attacca Pisanu. E persino i no global (candidati alle primarie dell’Unione) lo fanno: ma
mi facciano il piacere. Prendere lezioni da chi vive dentro i centri sociali
dove l’odore della marijuana è l’odore meno nauseante degli altri, non ci sto.
Sta’ a vedere che adesso ci tocca sentire la morale dai punk a bestia (sic) e
dagli altri straccioni nullafacenti che bivaccano nei centri delle nostre città
sempre con le bottiglie di birra e di vino in mano. Stiamo davvero toccando il
fondo..."
Meridionali, flessibili e smarriti
I giovani reggini avranno voglia e
pazienza di sperimentare sulla
loro pelle gli effetti della riforma "delle libertà"?
Già
ora portano i segni dolorosi della flessibilità, e sono liberi di rimanere
disoccupati, lavorare in nero, non ricevere un centesimo per lo straordinario,
essere licenziati per l'improvvisa luna storta del padrone.
Ben
oltre i 30 anni, non sono liberi di avere casa da soli, sposarsi, vivere una
vita normale. Possono prendere il treno ed andare al nord, ed essere insultati
dai leghisti come gli ennesimi terroni che sbarcano a rubargli il lavoro.
Hanno
lo sguardo smarrito di chi e' abituato ad ogni passo a contare mentalmente il
denaro che ha nel portafogli, ed a chiedersi se bastera'.
E'
la generazione che per prima ha sperimentato sulla sua pelle la flessibilita' all'italiana, e ne porta vivi i segni e le
ferite: nei rapporti familiari, negli affetti, nella scansione della giornata e
del tempo libero, nei richiami crescenti ad una fantomatia
tradizione che serve a nascondere un futuro difficile da immaginare.
E
cosa dice la classe politica? Il sindaco Scopelliti
prende grandi applausi per il suo no alle nozze gay, quasi fosse questa
l'emergenza della sua città, ma è anche l'unico che cita la legalità, vago
riferimento ad una mafia straripante che per tanti suoi colleghi,
semplicemente, non esiste.
Facciamo
qualche esempio. Un nostro conoscente – lo chiameremo Rocco – prova a lavorare,
ed oggi è finalmente contento. Ha ricevuto per la prima volta in vita sua
qualche spicciolo di contributi INPS.
Gli
chiedo del Cud, ma non sa cos’è. Ha sempre lavorato
in nero, o con una di quelle prestazioni occasionali che ti vedono in ufficio
dal lunedì al sabato, otto ore (quando va bene) al giorno.
Mario
ha una piccola ditta individuale, lavora con partita Iva e può emettere
fattura, ma è raro che qualcuno gliela chieda. E’ ancora più raro che un cliente
paghi, oppure che accetti di firmare un contratto, che per molti è ancora una
offesa rispetto alla “sacralità” della parola data (che puntualmente sarà
disattesa).
Lavora
anche la domenica, ma raccoglie poco e niente. E poi, se un giorno le cose
dovessero andargli bene, c’è sempre il rischio di un delinquente che venga a chiedergli
il pizzo. Tornando punto e da capo.
Giovanni
vive un paradosso. Lavora in un ufficio pubblico, e questo lo fa sembrare ai
più un privilegiato.
In
realtà ha un contratto a termine, e nonostante l’elevata specializzazione delle
sue mansioni, guadagna davvero poco. Se lavorasse negli Usa, ad esempio,
aggiungerebbero al suo stipendio almeno uno zero.
Un
suo amico invece si è buttato nella politica, anche se non ha chiara la
differenza tra destra e sinistra, piuttosto quella tra pancia vuota e no.
Per
ora punta al quartiere, 500 euro di stipendio che fanno gola alla lista
chilometrica che alle prossime elezioni parteciperà al concorso-elezioni. Frequenta
lo studio del consigliere X, un post-democristiano di quelli che non-c’è-problema, ci penso io, sono l’amico in Comune.
Anche
lui, non avendo niente da fare tutto il giorno, se ne va in giro: se hai
bisogno, qualunque cosa...
Ti
sei messo in politica, gli dicono gli amici, un po’ scherzando. Ma segnano il
cellulare, perché di questi tempi non si sa mai.
Torniamo
a Giovanni che lavora gomito a gomito con gli inamovibili, cioè colleghi meno qualificati, meno bravi e molto
meno volenterosi. Ma assunti prima di lui, e quindi in diritto di passare le
ore lavorative leggendo il giornale, conversando amabilmente di calcio oppure
uscire a piacimento per prendere i figli a scuola. Nel frattempo Giovanni fa
anche il loro lavoro, perché senza i Giovanni quell’ufficio
pubblico sarebbe allo sbando.
E
Giovanni osserva un curioso paradosso, quello dei suoi amici che stanno fuori e
darebbero qualunque cosa per stare dentro, con quelle garanzie e con quelle
condizioni di lavoro. E vede i suoi colleghi, quelli che stanno dentro e
vorrebbero andare fuori, li vede invecchiare nella frustrazione del Fantozzi che ripete meccanicamente: domani pianto tutto, me
ne vado… Ma pure sa bene che non se andrà mai.
Un
suo amico ha varcato lo Stretto ed ha partecipato al concorso fasullo alla
provincia, insieme a 25mila illusi. Qualcuno è andato anche a farsi certificare
una invalidità all’occhio, per ottenere qualche punto in più e – chissà –
qualche spicciolo di pensione.
Elisa
fa la commessa, ogni mese riceve due biglietti da cento che le servono appena
per pagare la benzina da casa al negozio ed i ticket del parcheggio.
Pur
non avendo grandi prospettive, ha comprato un'auto nuova a rate, 10 euro al
mese per molti e molti anni.
Sara
studia in una facoltà delle lauree triennali, e non ha ben capito se quello che
fa è una parentesi della sua vita o una strada che porta da qualche parte. Il
suo collega Salvatore viene invece da una famiglia che ci crede, e negli studi
del figlio sta investendo tutto ciò che ha, ed anche di più, perché ha chiesto
un finanziamento di quelli "in cinque minuti".
Intanto
gli paga l’appartamento, gli manda la roba da mangiare e la biancheria pulita,
perché non possa avere distrazioni e si concentri negli studi.
Diventerà
avvocato, e tutti non lo chiameranno come ora, ma semplicemente “avvocato”.
Entrerà la mattina al bar: “buongiorno avvocato”. Il suo vicino di casa, come
andiamo, avvocato?”
Con
una deferenza che prima non c’era. Ma la deferenza non riempie lo stomaco, e
sono duri i mesi da passare allo studio dell’avvocato Y, un principe del Foro e
dello sfruttamento, si finisce anche alle undici di sera e non si vede un
centesimo, mentre l’avvocato vero s’ingrassa sul lavoro di decine di
praticanti.
Ed
oggi, di fronte a Calderoli ed alla sua tracotanza da
stomaco pieno, sarebbe stato bello vedere Salvatore, Rocco, Elisa, Giovanni,
Sara...
Ma
non c’erano, e si vedevano solo le bandiere verdi, almeno per questa volta.