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RAZZISTI DA LEGARE

Razzisti da legare

Devolution Day, la secessione in un palasport

La Lega Nord sbarca nel profondo Sud per convincere gli odiati “terroni” della bontà della “Devolution”, insieme ad altri sgangherati “padri costituenti” di un’Italia paradossale. Ma la gente non sembra reagire, la secessione va avanti ed un partitino di matrice nazista sta realizzando il suo sogno: spezzare l'Italia e riscrivere la Costituzione...

 

Antonello Mangano

 

 

Il 24 settembre del 2005 un ministro della Lega Nord, dopo una vita passata ad offendere, denigrare, disprezzare e propugnare la secessione col Meridione d'Italia si presenta nel Palasport di Reggio Calabria a raccontare che ognuno deve comandare a casa sua, che i paesi federalisti, gli Usa la Germania, sono anche i più ricchi, di certo non per caso, che le autonomie regionali, si veda l'Andalusia, trasformano i poveri in ricchi e conclude gridando - da vero ipocrita - "viva il Mezzogiorno d'Italia, viva il Nord".

 

Il Sud poco prima della secessione. Potrebbe essere un fotogramma della Storia d'Italia che non leggeremo sui libri scolastici. Oppure uno di quei ritagli di cronaca politica che un governo da operetta ci ha spesso regalato.

 

Il signor Calderoli - accolto con qualche timido fischio - prova a sdrammatizzare una situazione per tutti di imbarazzo esordendo con qualche battuta - 'come vedete non sono un marziano' - e le solite provocazioni deliranti: 'solo chi è eletto puo' occuparsi di politica, altrimenti tace...' (riferendosi ai giornali).

 

I leghisti in platea gridano ritmando “libertà, libertà”: si sentono ancora avvinti dalle catene dello Stato centralista, dal giogo di Roma e dal Sud palla al piede, dalle imposte esose, da normative barocche e burocrati papponi.

 

E il pubblico, anziché chiedere conto al ministro leghista di falsità e voltafaccia, applaude convinto.

Gli unici fischi veri se li prende un ministro dell'Udc, per beghe interne della coalizione berlusconiana che tra poco nessuno ricorderà più ma che al momento sono al centro dell'interesse di spettatori con bandiere sventolanti e giornalisti con cameramen al seguito.

 

 

 

Alberto da Giussano sbarca a Pentimele

 

C'è poco da scherzare. Un piccolo partito di matrice culturale nazista, nato nel disprezzo di ogni diversità e da sempre antimeridionale, sta determinando nei fatti la secessione, verso un destino che gli apprendisti stregoni dicono magnifico.

Il Sud già martoriato da mafia e corruzione, disoccupazione e smobilitazione industriale, nuova emigrazione e opere pubbliche mai terminate vede come un incubo il futuro prossimo.

 

Metà della platea del Palasport era occupata dalle bandiere della Lega. Gente venuta da Milano e da Torino, portata coi voli charter e coi pullman, pronta ad inneggiare a Bossi ed alla libertà padana proprio nella periferia di una città alla punta dello stivale. Nel loro immaginario, nelle loro battute, nei loro comizi, nei loro slogan, i meridionali sono sempre stati terroni, 'africani', corrotti.

 

Oggi, hanno appeso le loro bandiere ai pullman della locale azienda trasporti, con tanto di scritta "Regione Calabria" accanto ad Alberto da Giussano con lo spadone che avrebbe dovuto spaccare in due o tre parti lo stivale.

 

Già da tempo, del resto, i leghisti si sono installati con agio nei Palazzi di  "Roma ladrona" dimostrando di essere abili negli intrallazzi, nei bizantinismi e nei giochi di potere almeno quanto un consumato "partitocrate" da pentapartito, bersaglio preferito di iniziali lotte che oggi sembrano preistoria.

 

Del resto, se un campano o un calabrese fa opera di lobbying a favore di gruppi locali, è  immancabilmente corrotto e mafioso.  Il leghista, pur facendo le stesse cose, "difende gli interessi del Nord". In nome del fine superiore, tutto è giustificato.

 

I potenti mezzi di “super Silvio” hanno portato a Reggio pullman ed aerei da tutta Italia, e persino la scolaresca di una scuola media certamente attratta dal 'valore  educativo' delle chiacchiere di fascisti ripuliti, razzisti impenitenti, pluricondannati per reati vari e del Cavaliere ridens, imputato in tanti tribunali e campione dei condoni, delle leggi ad personam e della furbizia come stile di vita.

 

 

 

La città della rivolta

 

Reggio Calabria al momento è l'unica città del Sud dove il governo ha avuto il coraggio di organizzare questo grottesco Devolution Day, con tanto di presenza prevista di Bossi, poi annullata per motivi di salute.

 

La scelta di Reggio è densa di significati, questa è la città dove l'estrema destra ha avuto un ruolo importante fin dai tempi del Movimento Sociale, la città della rivolta, i moti di piazza del '70 sedati dai carri armati e scaturiti dalla scelta di spostare il capoluogo a Catanzaro; è la citta dove An regna con una classe dirigente parzialmente rinnovata ma orgogliosamente figlia di quegli anni.

 

Oggi An è anfitrione dei leghisti, e nei fatti ha reso possibile tutta l'operazione assumendosi pesanti responsabilità per il futuro.

 

Le contestazioni all'iniziativa avrebbero dovuto essere di massa ed invece hanno visto la presenza di poche decine di attivisti di sinistra circondati da un 'cordone sanitario' di polizia e carabinieri.

Qui - dove ancora ci si risente di risorse o sedi di uffici dell'amministrazione pubblica spostati a Cosenza o Catanzaro - pare che la secessione non indigni una popolazione narcotizzata dallo strapotere di An, dai sistemi clientelari dei postdemocristiani ed infine terrorizzati da una 'ndrangheta che torna a controllare l'area urbana rione per rione, forte di un nuovo predominio tra città e provincia nel traffico internazionale di stupefacenti, tanto da interessare l'Fbi che quasi un anno fa venne qui in Procura a confrontarsi con gli investigatori locali.

 

Il Devolution Day si svolge ad Archi, un quartiere abbandonato di semiperiferia che storicamente è la roccaforte dei De Stefano, i boss che spostandosi - proprio al tempo della rivolta - verso l'estrema destra segnarono pesantemente il destino politico e criminale dell'intera provincia.

 

 

 

Il giorno della Devoluzione

 

Il giorno della Devoluzione serve a spiegare ai meridionali gli immensi vantaggi dell'essere abbandonati al proprio destino in nome dell'egoismo dei ricchi, a volte con i "tanto non succederà  niente di grave" a volte solleticandone l'orgoglio: forse il Sud non è in grado di camminare con le proprie gambe?

 

Ma tutti gli interventi concordano su un punto: che diritto ha di protestare la stessa sinistra che nel 2001 ha approvato per quattro voti una 'secessione mascherata' confusionaria e pasticciona?

In perfetta contemporanea, nel controvertice della sinistra che avviene a duecento metri di distanza, quella riforma è definita un errore.

Un cittadino senza casacca ne esce con la convinzione di una classe politica improvvida e presuntuosa, pronta a cambiare la Carta costituzionale come fosse un regolamento di condominio e a ridurre a slogan piu' o meno azzeccati decine di pagine di costrutti giuridici dagli effetti devastanti sulla vita di tutti.

 

Tra centrodestra e centrosinistra è tutto un gioco di battute al veleno, accuse facili, atti rinfacciati e frasi ad effetto buone a strappare un applauso dai propri fans ma non a determinare un indirizzo politico di alto profilo.

Mentre le pagine politiche dei telegiornali si divertono a montare i servizi col teatrino delle battute incrociate, all'estero si guarda con sconcerto ad un dibattito sulla riforma costituzionale che somiglia tanto al litigio al bar dello sport tra tifosi di squadre rivali.

 

La Lega e' sempre piu' ago della bilancia di questo processo, dopo essere diventatoun partito di governo che  non rinnega le sue radici ed i suoi scopi (al Parlamento Europeo e non solo lì, è ad esempio registrata con la denominazione di “Lega nord per l’indipendenza della Padania” (non devolution o federalismo quindi, ma proprio separazione dall’Italia…)

 

Come si e' potuti arrivare a Bossi “padre costituente”?  Il peccato originale fu la convinzione di trovarsi di fronte ad un movimento dalla crescita inarrestabile, impossibile da battere con uno scontro frontale e quindi da assecondare accettandone in qualche modo le richieste.

 

Nei momenti di massima forza della Lega, che ben presto tornerà nei ranghi di piccolo partito litigioso e ricattatore, seri opinionisti dai volti corrucciati sono arrivati a disquisire  della "rabbia dei ricchi":  una locuzione demenziale, un concetto da mentecatti, una vera contraddizione in termini in un pianeta dove la maggior parte degli abitanti vive con un dollaro al giorno, tra fame, guerre, emigrazione.

 

La Lega "che non ha tutti i torti", la Lega  "espressione dei bisogni della società del Nord", il movimento che parla allo stomaco della gente, la Lega che propugna il federalismo di Cattaneo, degli Stati Uniti e via delirando, è cresciuta senza freni tra minacce ('stiamo oliando i kalashnikov'), frasi eversive ('bruciare il tricolore', cantano allegramente Maroni, Tremonti, Bossi ed altri ministri a Lugano, di fronte la casa di Cattaneo), sparate da squadraccia nazista ('sparare ai gommoni albanesi') e via via è andata legittimandosi sempre piu', fino all'apoteosi di Reggio, 'terra nemica' dove ha potuto impunemente sventolare le proprie bandiere .

 

 

 

I padri costituenti

 

Ma chi sono i 'padri costituenti' di questa Italia sgangherata e cialtrona?

Sono uomini che vengono dalle province del Settentrione e da quelle del Meridione, dal mondo delle aziende ingrassate dal sommerso cosi' come dalle burocrazie post-democristiane, è gente cresciuta tra i picchiatori del Movimento Sociale o tra le maglie fitte di reti clientelari in mezzo a favori, raccomandazioni, enti di sottogoverno, uffici parassitari e appalti pilotati.

È gente che dai comizi ha gridato all'invasione, ha seminato odio, ha chiesto di sparare ai gommoni, ha invocato la divisione del Paese, ha parlato di armi e rivolte ed ha piu' volte superato la linea per nulla sottile che divide la politica dall'eversione.

Tutta questa gente, la corte dei miracoli di Berlusconi, condivide col capo la faciloneria dell'arricchito brianzolo che - essendosi fatto da sè - ritiene che non esista problema al mondo che non sia risolvibile staccando un assegno, con sommo disprezzo per libri, toghe, leggi e culturame.

 

Dall'altro lato, il centrosinistra  continua pubblicamente a pentirsi dei propri errori ma sembra prontissimo a ricommeterli dopo una vittoria che ritiene certa.

 

La Lega è un esempio di alta ipocrisia, perché per anni ha accusato ed ancora accusa i partiti di corruzione, ed il Sud in particolare, quando tanti sono stati i comportamenti “da prima repubblica” dei signori leghisti.

Durante l’incontro al Palasport, abbiamo assistito alle ridicole parole di Calderoli contro la corruzione, esemplificata negli impiegati meridionali che “stanno troppo al telefono”.

 

Umberto Bossi è stato condannato ad otto mesi per tangente Enimont. Sentenza confermata in Cassazione.

Diventato deputato europeo, ha “sistemato” il fratello Franco Bossi e il figlio primogenito Riccardo presso il Parlamento di Bruxelles con la qualifica di assistenti accreditati. Stipendio 12.750 euro. Sono stati fatti rientrare solo dopo lo scoppio dello scandalo.

 

Sul Corriere della sera del 27 settembre 2005, Gian Antonio Stella ironizza sullo “scambio di coppie” della Lega, riferendosi ai due parlamentari in camicia verde Ballaman e Balocchi che si assumono le mogli.

 

“Ognuno ha assunto in ufficio, a spese dello Stato e quindi di noi cittadini, la moglie dell'altro. [...] Il primo è sottosegretario agli Interni, il secondo questore della Camera”, noto per aver proposto per due volte l'abolizione del «made in Italy» da sostituire al Nord con «made in Padania».

 

 

 

Le antilopi tra i leoni

 

Come si è svolto il “pellegrinaggio” dei leghisti nel Sud spesso associato – con disprezzo – all’Africa degli stereotipi?

Alcuni articoli del “Giornale” e della “Padania” di quei giorni ci aiutano a capire lo spirito con cui si è svolto il viaggio.

“I charter padani partono da Milano e da Venezia, ma pure da Torino e Roma. E si portano dietro lo stato maggiore del movimento: deputati, senatori, sottosegretari, consiglieri regionali e sindaci.

Che arrivano al Palapentimele del capoluogo calabrese con l'imbarazzo che gli si legge in faccia e un sorriso di circostanza che gli tira in volto. Si ride e si scherza, ma ci si stringe pure in gruppi, perché – dice un deputato veneto – siamo «come le antilopi nella savana quando sono braccate dai leoni».        

 

Ed ancora:

“È l'ennesimo «boccone amaro» da buttare giù». Mentre iniziano a prendere posto, però, dalle battute («dall'aereo sembrava che stavamo atterrando a Tunisi o a Beirut», dice uno; «è vero, hanno l'urbanistica spontanea, crescono case ogni volta che piove», ribatte un altro ridendo) si passa a un imbarazzo tangibile. «Dài – cerca di tirar su la truppa con una battuta Luigino Vascon –, qui in Calabria ci sono venuto tante volte, non c'è mica d'aver paura...».

 

 

 

 

Albergo di lusso oppure inferno?

 

Il CPT di Lampedusa e' un hotel a 5 stelle. Anzi, e' un inferno. Sono due visioni inconciliabili di una stessa realta', ed appartengono rispettivamente al parlamentare leghista Borghezio, che formula la sua considerazione al termine di un'ispezione formale, ed al giornalista dell'Espresso Fabrizio Gatti, che all'inizio di ottobre del 2005 pubblica il resoconto di 7 giorni da clandestino all'interno della struttura, tra maltrattamenti (schiaffi e aggressioni) umiliazioni (filmati pornografici imposti ai musulmani) e condizioni disumane (liquami strabordanti).

 

Il reportage di Gatti suscita sconcerto, ed e' denso di fatti e riferimenti precisi. E' il frutto di un'esperienza diretta, ottenuta senza la mediazione del giornalista e con la finzione del profugo curdo ripescato sulla costa.

 

Una voce, subito dopo l'uscita in edicola del reportage, accusa il giornalista di uno scoop forzato, ed addirittura i migranti di essere causa delle pessime condizioni igieniche del centro, le stesse di quartieri, treni e stazioni frequentati da loro.

E' l'editoriale in prima pagina della "Padania", datato 8 ottobre 2005.

 

E' l'ennesima prova del razzismo "istituzionale" di quello che non e' un foglio di un qualunque gruppo estremista, ma l'organo ufficiale di un partito di governo della Repubblica italiana.

 

Il pezzo e' una raccolta di turpiloquio, luoghi comuni, generalizzazioni, accuse infondate ed anche audaci accostamenti logici (dal giornalista dell'Espresso al ministro dell'Interno alle "puttane" ai no global ai drogati  agli ubriaconi da cui non accettare lezioni...).

 

Per facilitarne l'interpretazione ed il giudizio lo riproduciamo integralmente:

“Ammettiamolo: come fa le inchieste la sinistra, nessuno di noi è capace. Non abbiamo il sacchetto di lacrime da coccodrillo pronto all’uso, non abbiamo quelle parole giuste che pizzicano le corde del cuore, non abbiamo... la sensibilità verso quei poveracci che sono gli “altri”. Noi, col buonismo, non ci sappiamo fare proprio. Ci frega sempre quella tentazione di dire pane al pane vino al vino.

Noi siamo dei trogloditi che prima di piangere sulle disgrazie (vere o meno che siano) degli altri - cioè degli extracomunitari, meglio se clandestini - guardiamo alle disgrazie di casa nostra. Nessun giornalista della Padania si sarebbe tuffato in mare per farsi recuperare dalle forze dell’ordine, farsi sbattere nel Cpt di Lampedusa e poi ancora raccontare che lì dentro si sta male. No, noi no. Forse anche perché non ci piace prendere per il culo i nostri poliziotti.

Fatto sta che prima di mettere il naso dentro gli affari degli altri, crediamo che sia opportuno non abbassare la guardia sulle difficoltà dei padani e degli italiani. O ci siamo dimenticati che ci sono famiglie lombarde, venete, toscane, campane, siciliane, pugliesi che vanno ancora alla mensa dei poveri? Che vestono grazie a chi raccoglie i vestiti usati? Che sono senza un reddito dignitoso? Che sono senza una casa? Che fanno fatica a tirare fine mese? Che sono povere, insomma.

Con l’inflazionato rischio di farci dare ancora una volta dei razzisti, non riusciamo ad accodarci al coro dei “Poverini...”: prima pensiamo a elevare la qualità della vita della nostra gente e poi verseremo lacrime di coccodrillo per le condizioni dei clandestini.

Sapete come la pensiamo: se venissero rimpatriati immediatamente e, meglio ancora, se al largo delle nostre coste li reimbarcassimo, verso dove sono venuti, non ci sarebbero problemi simili. Ma fintanto che la legge Bossi-Fini (che la sinistra non vede l’ora di abrogare per farne una più buonista) non viene applicata o viene “aggiustata” dalla magistratura, stiamo freschi.

Il giornalista dell’Espresso, goloso di scoop, racconta di condizioni disumane. Domanda maliziosa: uno che si concia da buttar via, uno che si improvvisa ultimo dei barboni, ultimo dei disparuti (sic) clandestini, secondo voi, che pezzo può scrivere se non quello che è stato pubblicato? Dopo aver fatto la sceneggiata, se non torni a casa col pezzo, col cavolo che la prossima volta il direttore ti dà la copertura per uno scoop del genere.

Gatti parla di condizioni disumane e che la colpa - gratta gratta - è del ministro Pisanu. Sarò spietato e senz’anima (le anime belle sono sempre a sinistra...) ma basta andare nei pressi delle stazioni per vedere le condizioni igieniche cui sono “abituati”. Io conosco persone italiane che non affittano più appartamenti a certi extracomunitari perché dopo un mese glieli trasformano in una casbah. Macchie di piscio sui muri, sporco dappertutto, un odore impressionante e via dicendo. Sarà che incontriamo sempre noi i maleducati...

Se voleva raccontare delle condizioni di disagio, il giornalista dell’Espresso ce le aveva sotto gli occhi anche nelle nostre periferie. Potevamo suggerirgli di farsi un giro nei treni locali la sera e la notte quando puttane e trans vanno o tornano dal lavoro: lì l’odore e lo schifo è generato da loro. Oppure potevamo suggerirgli di vedere le ex aree industriali dismesse dove si nascondono per fuggire alla polizia (li vogliamo coprire? Vogliamo far finta di non vedere?) o Scampia a Napoli o alcuni quartieri vicini alla Magliana a Roma o ancora lo Zen a Palermo.

Poteva andare, Gatti, a vedere tutti i tuguri e gli scantinati in cui questi clandestini vivono secondo le loro regole igieniche e il loro stile di vita. Libero, l’Espresso, di versare lacrime da coccodrillo ma altrettanto liberi noi nel giudicare la sua inchiesta un attacco politico.

La sinistra attacca Pisanu. E persino i no global (candidati alle primarie dell’Unione) lo fanno: ma mi facciano il piacere. Prendere lezioni da chi vive dentro i centri sociali dove l’odore della marijuana è l’odore meno nauseante degli altri, non ci sto. Sta’ a vedere che adesso ci tocca sentire la morale dai punk a bestia (sic) e dagli altri straccioni nullafacenti che bivaccano nei centri delle nostre città sempre con le bottiglie di birra e di vino in mano. Stiamo davvero toccando il fondo..."

 

 

 

Meridionali, flessibili e smarriti

 

I giovani reggini avranno voglia e pazienza di sperimentare sulla loro pelle gli effetti della riforma "delle libertà"?

Già ora portano i segni dolorosi della flessibilità, e sono liberi di rimanere disoccupati, lavorare in nero, non ricevere un centesimo per lo straordinario, essere licenziati per l'improvvisa luna storta del padrone.

Ben oltre i 30 anni, non sono liberi di avere casa da soli, sposarsi, vivere una vita normale. Possono prendere il treno ed andare al nord, ed essere insultati dai leghisti come gli ennesimi terroni che sbarcano a rubargli il lavoro.

 

Hanno lo sguardo smarrito di chi e' abituato ad ogni passo a contare mentalmente il denaro che ha nel portafogli, ed a chiedersi se bastera'.

E' la generazione che per prima ha sperimentato sulla sua pelle la flessibilita' all'italiana, e ne porta vivi i segni e le ferite: nei rapporti familiari, negli affetti, nella scansione della giornata e del tempo libero, nei richiami crescenti ad una fantomatia tradizione che serve a nascondere un futuro difficile da immaginare.

E cosa dice la classe politica? Il sindaco Scopelliti prende grandi applausi per il suo no alle nozze gay, quasi fosse questa l'emergenza della sua città, ma è anche l'unico che cita la legalità, vago riferimento ad una mafia straripante che per tanti suoi colleghi, semplicemente, non esiste.

 

Facciamo qualche esempio. Un nostro conoscente – lo chiameremo Rocco – prova a lavorare, ed oggi è finalmente contento. Ha ricevuto per la prima volta in vita sua qualche spicciolo di contributi INPS.

Gli chiedo del Cud, ma non sa cos’è. Ha sempre lavorato in nero, o con una di quelle prestazioni occasionali che ti vedono in ufficio dal lunedì al sabato, otto ore (quando va bene) al giorno.

 

Mario ha una piccola ditta individuale, lavora con partita Iva e può emettere fattura, ma è raro che qualcuno gliela chieda. E’ ancora più raro che un cliente paghi, oppure che accetti di firmare un contratto, che per molti è ancora una offesa rispetto alla “sacralità” della parola data (che puntualmente sarà disattesa).

 

Lavora anche la domenica, ma raccoglie poco e niente. E poi, se un giorno le cose dovessero andargli bene, c’è sempre il rischio di un delinquente che venga a chiedergli il pizzo. Tornando punto e da capo.

 

Giovanni vive un paradosso. Lavora in un ufficio pubblico, e questo lo fa sembrare ai più un privilegiato.

In realtà ha un contratto a termine, e nonostante l’elevata specializzazione delle sue mansioni, guadagna davvero poco. Se lavorasse negli Usa, ad esempio, aggiungerebbero al suo stipendio almeno uno zero.

 

Un suo amico invece si è buttato nella politica, anche se non ha chiara la differenza tra destra e sinistra, piuttosto quella tra pancia vuota e no.

Per ora punta al quartiere, 500 euro di stipendio che fanno gola alla lista chilometrica che alle prossime elezioni parteciperà al concorso-elezioni. Frequenta lo studio del consigliere X, un post-democristiano di quelli che non-c’è-problema, ci penso io, sono l’amico in Comune.

Anche lui, non avendo niente da fare tutto il giorno, se ne va in giro: se hai bisogno, qualunque cosa...

Ti sei messo in politica, gli dicono gli amici, un po’ scherzando. Ma segnano il cellulare, perché di questi tempi non si sa mai.

 

Torniamo a Giovanni che lavora gomito a gomito con gli inamovibili, cioè colleghi meno qualificati, meno bravi e molto meno volenterosi. Ma assunti prima di lui, e quindi in diritto di passare le ore lavorative leggendo il giornale, conversando amabilmente di calcio oppure uscire a piacimento per prendere i figli a scuola. Nel frattempo Giovanni fa anche il loro lavoro, perché senza i Giovanni quell’ufficio pubblico sarebbe allo sbando.

 

E Giovanni osserva un curioso paradosso, quello dei suoi amici che stanno fuori e darebbero qualunque cosa per stare dentro, con quelle garanzie e con quelle condizioni di lavoro. E vede i suoi colleghi, quelli che stanno dentro e vorrebbero andare fuori, li vede invecchiare nella frustrazione del Fantozzi che ripete meccanicamente: domani pianto tutto, me ne vado… Ma pure sa bene che non se andrà mai.

 

Un suo amico ha varcato lo Stretto ed ha partecipato al concorso fasullo alla provincia, insieme a 25mila illusi. Qualcuno è andato anche a farsi certificare una invalidità all’occhio, per ottenere qualche punto in più e – chissà – qualche spicciolo di pensione.

 

Elisa fa la commessa, ogni mese riceve due biglietti da cento che le servono appena per pagare la benzina da casa al negozio ed i ticket del parcheggio.

Pur non avendo grandi prospettive, ha comprato un'auto nuova a rate, 10 euro al mese per molti e molti anni.

 

Sara studia in una facoltà delle lauree triennali, e non ha ben capito se quello che fa è una parentesi della sua vita o una strada che porta da qualche parte. Il suo collega Salvatore viene invece da una famiglia che ci crede, e negli studi del figlio sta investendo tutto ciò che ha, ed anche di più, perché ha chiesto un finanziamento di quelli "in cinque minuti".

Intanto gli paga l’appartamento, gli manda la roba da mangiare e la biancheria pulita, perché non possa avere distrazioni e si concentri negli studi.

 

Diventerà avvocato, e tutti non lo chiameranno come ora, ma semplicemente “avvocato”. Entrerà la mattina al bar: “buongiorno avvocato”. Il suo vicino di casa, come andiamo, avvocato?”

Con una deferenza che prima non c’era. Ma la deferenza non riempie lo stomaco, e sono duri i mesi da passare allo studio dell’avvocato Y, un principe del Foro e dello sfruttamento, si finisce anche alle undici di sera e non si vede un centesimo, mentre l’avvocato vero s’ingrassa sul lavoro di decine di praticanti.

 

Ed oggi, di fronte a Calderoli ed alla sua tracotanza da stomaco pieno, sarebbe stato bello vedere Salvatore, Rocco, Elisa, Giovanni, Sara...

Ma non c’erano, e si vedevano solo le bandiere verdi, almeno per questa volta.

 

 

Formato per la citazione:
Antonello Mangano, "Devolution Day, la secessione in un palasport", terrelibere.org, 14 ottobre 2005, http://www.terrelibere.it/doc/devolution-day-la-secessione-in-un-palasport