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piovre e biscioni p{text-indent:14 px}

{ Piovre e biscioni}

Il protagonista: Berlusconi Silvio, palazzinaro milanese e, nell’anno 1994, presidente del governo italiano. L'oggetto: la mafia, la massoneria, gli affari in Sicilia e Sardegna, le misteriose origini, la costruzione del partito azienda. Chi si ricorda di Dell’Utri, Pino Mandatari, della P2 e dello stalliere ? 'Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo successo ?'.'Sono d’accordo con lei, è un segreto'

Antonello Mangano

 

 

 

 

 

                            mafia, economia,  politica

 

Non è possibile pensare ancora alla mafia con coppola e lupara, da  combattere con l'esercito.  Il braccio  militare dell'organizzazione  serve solo come 'extrema ratio' e viene usato solo quando gli altri  interessi sono in grave pericolo. La   stessa  connessione con la  politica ha  il compito di favorire gli  interessi delle  cosche. Ma il  cuore è  l'economia: la mafia è soprattutto  una impresa economica,  che agisce  prin- cipalmente nel settore finanziario e nel traffico di stupefacenti e  che cerca di intervenire nel settore 'legale' per ripulire il denaro sporco. In tal modo le attività illegali si intrecciano con quelle legali,  fino a confondersi. E gli uomini  delle cosche si nascondono  dietro i  pezzi grossi che reggono i fili dell'economia e della politica.

In queste pagine, troveremo più  volte il termine 'riciclaggio', su  cui si sa davvero  poco: solo  un banchiere  della mafia  si è  pentito,  le inchieste sono poche  e trovano mille  ostacoli (v. a pag.   l'inchiesta 'Mato Grosso'), esistono grandi banche dei paradisi fiscali (Svizzera in testa) legate ai peggiori clan  del narcotraffico colombiano  e di  Cosa Nostra. La massoneria è sempre  presente, fa da collegamento,  intreccia nomi che nessuno  si sarebbe  mai sognato di  vedere assieme.  Banchieri rispettabili, imprenditori di  successo, maghi  della finanza  vicino  a criminali della  peggior specie.  Sembra  impossibile, ma  è  la  norma: scindere crimine e grande finanza diventerà sempre più difficile.

Da quando la criminalità organizzata di  tutto il mondo ha cominciato  a gestire il traffico di droga e di armi, i gruppi criminali si sono  trovati a gestire migliaia  di miliardi, diventando  "lobbies" politiche  e finanziarie che nessun potere politico o finanziario ha voluto ignorare.

 

In molti paesi  del mondo  (tra cui  l'Italia) esiste  un magma  di  interessi comuni tra gli ambienti criminali, quelli finanziari ed  imprenditoriali, la  massoneria, gli  ambienti politici  conservatori:  questi utilizzano come bracci esecutivi ambienti  dell'esercito, i servizi  segreti e le bande criminali. Hanno come obiettivo l'accumulazione di  potere e ricchezza, e quindi  tendono a controllare  ogni centro  decisionale.

E' chiaro che il concetto di mafia deve adeguarsi alla realtà: "oggi  in America la voce mafia è quella dell'establishment bianco, dal gigantesco giro d'affari  che coinvolge  le  multinazionali e  le  grandi  famiglie bianche. I banchieri 'wasp' sono peggio dei delinquenti" (John  Landis). E per quel che riguarda l'Italia, vedremo che i manager Publitalia  sono peggio dei banchieri wasp.

 

"La mafia pertanto non è  una malattia inspiegabile ed inguaribile  cronicizzatasi in un corpo sano,  né è la responsabile di  tutti i mali  in una società innocente, ma è il prodotto dell'uso strumentale di attività illegali a fini di accumulazione di  ricchezza e di acquisizione di  posizioni di potere" (U. Santino)

Tra organizzazioni criminali e gruppi imprenditoriali multinazionali  si possono trovare differenze nei mezzi,  non nei fini, che sono  identici: ricchezza e potere. I  mezzi, inoltre, tendono  a differenziarsi  sempre meno: sia perché la criminalità tende a riciclare nella legalità i soldi 'sporchi', sia perché le regole  sono spesso fastidiosi impedimenti  per le gigantesche macchine del profitto. In ogni caso, alle favole di Stato e Antistato, di misteri che  si agitano nell'occulto e  nelle tenebre  e del Grande Vecchio che nessuno conosce non bisogna più credere. Il mondo che si autodefinisce civile e democratico è diventato il regno del denaro e del  potere, da  ottenere con qualunque  mezzo. E'  un sistema  dai contorni definiti, non c'è niente di occulto.

In Europa, per esempio,  si sta formando  una pericolosa  concentrazione nel campo dei mass media (Berlusconi, Rupert, Kirch, Beisheim, Ringier), che presto avrà il compito  di spiegare alle masse che  il loro ruolo  è lavorare e morire, produrre e consumare,  guardare la Tv e non  pensare. Già da tempo i becchini  delle ideologie ci raccontato  tutti i  giorni che è inutile  pensare, che  tanto non  cambierà mai  niente. E  non  si discute il ruolo guida della borghesia e dei suoi valori: l'essere umano ridotto a merce, l'alienazione di ogni rapporto umano. Il mondo è abitato da una minoranza che vive in un falso benessere e che si rinchiude illusoriamente in una fortezza difesa dagli eserciti,  mentre all'esterno masse sterminate vivono in condizioni drammatiche.

In Italia assistiamo alla formazione  di una rigida oligarchia che  per- segue il potere con tutti i  mezzi, instaura una ferrea dittatura  sugli altri strati della società e  maschera tutto col  lavaggio del  cervello operato dai mass media. Può essere il modello del futuro. Chi non lo accetta non può fare che una scelta: costruire un mondo  dove al centro non sia la brama di potere di pochi, ma i bisogni di tutti gli individui. I bisogni veri, non quelli degli spot.

 

 

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                              prima parte

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...se mi confidassero che passa dalle sue mani

     anche la tratta delle bianche, ci crederei...

                    Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo

 

 

 

                           la mafia politica

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Auto incendiate, teste di vitello fatte trovare davanti alle case, spari ed intimidazioni di tutti i tipi. La mafia torna a fare politica  direttamente: si comincia nel  dicembre del  '93, con le  minacce al  sindaco (della Rete) di  Terrasini. Poi  l'attentato del  19 febbraio  '94,  con l'incendio dell'auto della sindaca di San  Giuseppe Iato. Il 3 marzo  il sindaco di Corleone trova una testa di vitello davanti casa. E poi intimidazioni ad Altofonte (5 marzo), a  Piana degli Albanesi (11 maggio)  e San Cipirello (18 maggio). Tutti  gli attentati sono contro  amministratori o candidati della sinistra.

 

 

                     campagna elettorale a monreale

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A Monreale continua lo stillicidio  di attentati: ucciso  il cane  della candidata a sindaco  della sinistra  ("è il  primo assassinio  di  mafia della seconda repubblica"); altri attentati coinvolgono un esponente  di Rifondazione, un  altro  del  Pds ed  un  sindacalista  Cisl,  promotore dell'antiracket. A Monreale la  campagna elettorale per  le comunali  si svolge così. Sono elezioni particolarmente importanti, visto che occorre raccogliere l'eredità della Dc, che qui non  era mai andata sotto il  50 %. Il vescovo di  Monreale è monsignor  Salvatore Cassisa,  luogotenente dei Cavalieri del Santo Sepolcro  e amico del conte  Arturo Cassina.  La Curia di Monreale è stata perquisita, nel dicembre del '93, dal Servizio centrale operativo della polizia, che si è soffermata sul segretario del vescovo, don Mario Campisi, poiché dal suo cellulare qualcuno parlò  con Leoluca Bagarella, cognato  di  Totò Riina,  latitante di  Cosa  Nostra. Campisi ha ricevuto un avviso  di garanzia per  associazione mafiosa.  E così,  per la prima volta, il nucleo di potere di potere  di  Monreale è stato  scalfito.  Qui  siamo  nel  regno  del  Corleonesi,  di  Bernardo Provenzano, di Giovanni Brusca e di Bagarella.

Da dieci anni, a Monreale, non si verificavano attentati. Il 27  aprile, i colpi  di pistola  contro  l'auto di  Rosalba di  Salvo,  candidata  a sindaco, hanno rotto il  silenzio: "fino  a quando non  si configura  il nuovo potere con  tanto di  nome e cognome,  si intimidisce  la  contro- parte". Cioè coloro che, comunque, non saranno con i poteri mafiosi.  Il messaggio è chiaro: i mafiosi hanno indicato i loro nemici, in modo for- se anche troppo plateale, probabilmente sintomo di una sicurezza  ritro- vata, dopo la fine della Dc. Ed i motivi per essere sicuri non  mancano: il dodici giugno la sinistra di Monreale ha ottenuto un risultato  molto al di sotto di qualsiasi previsione pessimista.

 

--- il manifesto, 28 mag 94, p.13

 

 

                           ritorno all'antico

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Gli attentati  nel palermitano  hanno  ottenuto  l'effetto  ricattatorio sulle popolazioni: se  volete le  sinistre avrete anche  le bombe  e  le minacce continue. Altrimenti  scegliete gli altri.  La strategia  sembra venire dal passato:  "attentati 'leggeri',  che restano solo  un  giorno sulle pagine dei giornali ed in televisione" 1, i messaggi arrivano solo ai destinatari  locali  e l'opinione  pubblica  nazionale  dimentica  in fretta.

Sembra che lo scopo sia  condizionare le elezioni amministrative del  12 giugno: dice Giuseppina Zacco, vedova di Pio  La Torre: "il 27 marzo  in Sicilia ha vinto il potere  di sempre: hanno vinto gli  stessi uomini  e gli stessi interessi, poco importa se con i vessilli di Berlusconi o  di Fini. Hanno concentrato la campagna elettorale facendo leva  sull'eterna paura e diffidenza dei siciliani  verso lo Stato. E' la  Sicilia che  ha consegnato il paese alla destra e a Berlusconi, che è ancora peggio del- la destra. Ed è in  Sicilia che la  sinistra è stata  debole, ambigua  e subalterna a logiche personalistiche". Una dimostrazione di ciò è  stata la risposta delle sinistre isolane alla campagna di fuoco della mafia: i gruppi all'Ars  di Rifondazione  e  Rete hanno  votato una  mozione  che sottolineava il significato  politico degli  attentati,  interpretandoli anche come messaggio  al governo  per misurarlo  sull'atteggiamento  che terrà verso  Cosa nostra.  Ma  il Pds  ha  evitato  quest'ultimo  punto, presentato una mozione più morbida con Psi e parte di Ppi.2

 

---1: m. gambino, avvenimenti 1 giugno '94, p.16

---2: il manifesto, 21 mag 93, pp.16 sgg.

 

 

                              cosa vostra

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Poi arriva Maroni, ministro dell'Interno leghista, nel secondo  anniver- sario della  strage di  Capaci.  Lui è  un  "autonomista  e  federalista convinto" e fa la sua  proposta: applicare l'articolo  31 dello  statuto siciliano  che  affida   al  presidente  della   regione  siciliana   la responsabilità dell'ordine pubblico. La proposta suscita vaste  reazioni negative, ma Maroni aveva messo le mani avanti: "non sono un esperto  di mafia". E si vede. "Questa proposta è una follia leghista che fa perdere la visione unitaria  e di  insieme del problema",  protesta Giuseppe  Di Lello 1. L'idea della mafia solo siciliana è stata smentita da decine di inchieste che portano in Svizzera, Colombia, Est europeo. Eppure  Maroni è convinto che la lotta alla mafia "è più efficace se fatta da Palermo e non da Roma".

Il sistema federalista aiuta la mafia ? Luciano Violante cita un  episodio: "Che cosa  accadrebbe se  vi fosse una  Cassazione a  Palermo ?  Un pentito ce lo ha detto:  'Cosa bellissima sarebbe...' Il federalismo  in sé non è un problema, dipende da come lo si attua. C'è una tendenza alla separatezza - il "sicilianismo" - da sempre vista con favore dalla mafia, perché vi intravede la possibilità  di pesare di più sulle  istituzioni locali" 2. Notare che la  dichiarazione di Violante precede di  un mese la proposta di Maroni.

 

---1: il manifesto, 21 maggio '94, p.3

---2: la repubblica, 10 aprile '94, p.5

 

 

                        biondi sbarca a palermo

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Sabato 21 maggio: il governo continua a  far sentire la sua presenza  in Sicilia: dopo Maroni è la volta del ministro di Grazia e Giustizia Biondi: al palazzo di giustizia  di Palermo si  commemora Giovanni  Falcone: Biondi arriva e abbraccia gli avvocati Vito Ganci, Cristoforo Fileccia e Frino Restivo. Si è detto: Biondi è  andato a salutare gli avvocati  dei mafiosi. Lui ha replicato con  eleganza: "la realtà è  che noi  avvocati siamo meno stronzi  di altre  consorterie. Come  parte civile  ho  fatto condannare i loro clienti". Ma non si tratta solo di avvocati: "Ganci  è coinvolto nell'inchiesta chiamata Pizza Connection, Fileccia è il legale di Totò Riina e Restivo è citato  con simpatia sospetta nei verbali  del boss Antonio Calderone"  1.  Gente poco  raccomandabile, quindi.  E  poi Biondi è stato molto meno caloroso nei confronti di chi la mafia la com- batte: "Caselli è  bravo ma  unilaterale", "non esistono  vicerè  della giustizia" [riferito a  Caselli], poi  accusa il potere  giudiziario  di avere occupato gli spazi riservati al governo ed al Parlamento ed ancora esprime preoccupazioni su  un pentitismo  non controllato  dalla  legge, poco prima dello  show in  cui Riina  chiede di  cambiare la  legge  sui pentiti. A questo punto  Biondi è  costretto ad una  delle sue  numerose retromarce, chiarendo che il governo  non si muove sulle indicazioni  del boss di Cosa Nostra. 2

 

---1: giuseppe d'avanzo, repubblica 22 maggio '94.

---2: l'espresso, 2 giugno '94, p.47

 

 

                        lotta dura senza premura

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Un ministro dice  di non capire  niente di  mafia e propone  di fare  la lotta solo a Palermo. Un  altro va ad abbracciare non  solo avvocati  di mafiosi ma anche presunti mafiosi. E il governo che provvedimenti prende contro gli attentatori  ?  "Le solite"  dice Maurizio  Gasparri,  sotto-segretario di An all'Interno: "potenziamento della presenza delle  forze dell'ordine e dell'esercito". "E' un  rimedio antico quanto  il male.  E non è mai  stato in  grado, da solo,  di curarlo",  osserva Giuseppe  di Lello 1. In effetti non  sembra che i pattugliamenti  a tappeto  abbiano mai dato grandi risultati: "E' in atto un controllo capillare della zona che spesso finisce per penalizzare i cittadini che stanno in doppia fila o che non  hanno la  marca  sulla la  patente", dice  Maria  Maniscalco, sindaca di S.Giuseppe Iato 2.

L'idea della mafia come  corpo militare, da  affrontare militarmente,  è totalmente inadeguata: il settore economico-finanziario e quello politico-istituzionale sono almeno altrettanto importanti, ma il governo sembra non capirlo. Ed  allora: 1.  risposta sul piano  'militare':  pattugliamenti, perquisizioni, tra l'altro inutili. 2. Sicilia autonoma, la mafia si combatte a Palermo. In sintesi,  il governo ha dato queste  risposte. Nella più cauta delle ipotesi, l'esecutivo non ha una chiara  percezione del fenomeno. O non vuole averla.

Ancora: l'esercito: ormai da tempo alpini e bersaglieri sono in Sicilia, nell'ambito dell'operazione  "Vespri siciliani".  Nonostante  la  totale inefficacia dell'operazione,  si  chiede una  più  forte  presenza  del- l'esercito. Che, invece, non  è servito  a niente: non  ha impedito  gli attentati, non è intervenuto nelle  operazioni antimafia, è incapace  di azioni investigative, non ha alcuna conoscenza del settore. Unici effetti, la   militarizzazione   del   territorio   ed   il   miglioramento, pericolosissimo, dell'immagine dei militari.

In più un'"utilità" l'esercito può averla in prospettiva: se i siciliani si stancassero di boss e politici  collusi e di oppressioni secolari,  i mafiosi non sarebbero soli nell'opera di repressione.

 

---1: il manifesto, 18 maggio '94, p.11

---2: avvenimenti, 1 giugno '94, p.18

 

 

                           comuni criminali ?

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Dopo la serie  degli attentati  mafiosi si moltiplicano  le ipotesi.  Si dice che la mafia rialza la testa, ma "di fatto non l'ha mai  abbassata. Le cosche, specie in questa zona [in provincia di Palermo] non hanno mai interrotto i loro traffici illeciti  e soprattutto non hanno mai  smesso di cercare  referenti  politici  nelle  istituzioni"  1,  dice  Vittorio Teresi, sostituto procuratore a Palermo.  E non esclude un  collegamento tra gli episodi siciliani ed il cambio al vertice del governo.  Giuseppe Di Lello, ex componente del pool antimafia, osserva che "la mafia ha capito che, in Sicilia, l'antico assetto  di potere si è ricomposto.  Ecco perché è tornata a colpire  forze tradizionalmente antagoniste".  Eppure Maroni ha spiegato  tutto come  un fatto di  criminalità comune,  a  cui rispondere con i carabinieri (e l'esercito). Ma "il problema è più radicale ed impone un mutamento dei rapporti sociali". 2

 

---1: avvenimenti, 1 giugno '94, p.17

---2: il manifesto, 18 maggio '94, p.11

 

 

                           attacco ai giudici

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"No alla  separazione  delle  carriere  tra  magistratura  giudicante  e pubblico ministero, no al controllo  del Pm da parte  del potere  esecutivo". E' questo il senso del documento elaborato dall'Associazione  na- zionale magistrati contro le proposte del governo. Il documento è  stato firmato da circa mille  magistrati ed  è un ostacolo  (per ora)  insuperabile per il governo, che aveva aperto il mese di maggio gridando  alla politicizzazione del Csm e di tutta la magistratura. La soluzione,  dunque, sarebbe la separazione  delle carriere  ed il nuovo  ruolo del  Pm. Tuttavia, "nella storia dell'Italia repubblicana, l'indipendenza del  Pm rispetto all'esecutivo e la unicità della magistratura ha  rappresentato in concreto una garanzia per  l'affermazione della legalità e la  tutela del principio di eguaglianza davanti alla legge".

La possibilità per i magistrati  di passare dalle funzioni giudicanti  a quelle requirenti e viceversa, si è  di fatto rivelata una occasione  di arricchimento professionale ed ha  consentito al Pm  italiano di  mantenersi radicato nella  cultura della  giurisdizione", dice  il  documento dell'Anm, in risposta all'ipotesi di separazione delle carriere 1.

Sulla dipendenza del Pm, risponde  Elena Paciotti, presidente  dell'Anm: "in base all'esperienza di Francia,  Gran Bretagna e Stati Uniti,  siamo contrari al controllo  politico del  Pm. In Francia  spesso le  indagini sono ostacolate dall'esecutivo. Le indagini  non si riescono a  condurre con efficacia proprio per questo motivo. Negli Usa, quando hanno bisogno di un Pm indipendente lo  devono nominare ad hoc,  spesso cercandolo  al Congresso tra le fila del partito di opposizione" 1.

Scenari quasi da incubo, che  tra l'altro offrono un immagine  dell'"occidente" che non è quel paradiso di  civiltà che si disegna. In  effetti il sistema giudiziario italiano non  è certo il peggiore,  e quindi  "si deve spiegare come mai  proprio adesso,  nel momento in  cui ha  operato bene, si chiede di arrivare al controllo del Pm da parte dell'esecutivo. Perché non ci si occupa delle vere carenze della giustizia italiana ?" 1 Una prima, banale  risposta viene  dalle numerose inchieste  aperte  dai confronti della Fininvest  e di  alcuni esponenti  del governo  (v.  più avanti). Per loro sarebbe un sogno se potessero fare quanto accaduto in Francia: "quando un magistrato ha tentato di indagare sulla corruzione è stato spostato e i giudici  che protestavano sono  stati caricati  dalla polizia" 2.

Ma le idee di assoggettamento del  Pm all'esecutivo,  separazione tra  le carriere del Pm e della magistratura  giudicante e riforma del Csm  sono ben più antiche: risalgono infatti  al "Piano di rinascita  democratica" di Licio Gelli, Gran Maestro della loggia massonica Propaganda Due, alla quale Berlusconi è iscritto (tessera n. 1816). Il programma piduista  si esprime così: "unità del Pubblico  Ministero; riforma del Csm, che  deve essere responsabile  verso il  Parlamento,  responsabilità  del  Guarda- sigilli verso il Parlamento sull'operato del Pm". Il guardasigilli è Alfredo Biondi, le cui azioni è bene seguire con attenzione.

In un paragrafo successivo si vedrà come il programma politico di "Forza Italia" e del governo sembrano una fotocopia del "Piano" P2.

 

---1: il manifesto, 5 maggio '94, p.9

---2: giacomo caliendo, sost. proc. gen., il manifesto 5 maggio '94, p.9

 

 

                           attacco ai pentiti

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Prima Cesare Previti, avvocato della Fininvest, poi Alfredo Biondi,  poi la maggioranza in coro: la legge sui pentiti va rivista. Occorre abolire la temporalizzazione delle confessioni, vanno cancellati i colloqui  in- vestigativi che la Dia  può effettuare... Senza  specificarne i  motivi, gli uomini della maggioranza si producono in una polemica sulla gestione dei pentiti, che  coincide con  l'attacco frontale nei  confronti  della magistratura, dell'informazione non completamente allineata ed anche con la campagna di fuoco della mafia della provincia palermitana. Il mese di maggio del '94 sarà probabilmente ricordato per questa spaventosa  serie di coincidenze, a cui si aggiungono i proclami di Riina contro  pentiti e comunisti.

Andiamo con  ordine: Cesare  Previti,  con un'intervista  al  "Giornale" inizia la polemica: denuncia la "gestione distorta e strumentale che può essere fatta dei pentiti", quali obiettivi di una misteriosa  "manovra", e ipotizza che "che qualche  pentito di dubbia  credibilità possa  coinvolgere esponenti del gruppo Fininvest e di Forza Italia" 1. E' il primo aprile: pochi giorni prima  il pentito Salvatore  Cancemi aveva  parlato del pizzo pagato dalla Fininvest ad un membro della mafia palermitana 2.

Biondi, diventato ministro della Giustizia al posto di Previti, che  era meno presentabile,  ha  comunque  preoccupazioni  simili:  "non  ho  mai nascosto le mie  preoccupazioni per  l'eccesso di  politicizzazione  dei giudici e che il fenomeno dei  pentiti, utilissimo nella lotta alla  mafia, possa però stravolgere le regole dello stato di diritto" 3.

E’ il turno del  ministro dell'Interno  Roberto Maroni, che  conferma  il rischio che arrivi qualche pentito 'pilotato' da Cosa Nostra:  "sappiamo che stanno lavorando per mettere  a segno un colpo  clamoroso in  questa direzione" 4. Peccato che il  ministro non fornisca ulteriori  elementi, che la sua dichiarazione sia (casualmente ?) sfruttata per operazioni di depistaggio pro-mafia (vedi  più avanti  pag.  )  e peccato  che la  sua dichiarazione venga al termine di  una lunga serie di 'emergenze  nazionali' segnalate al Paese: dopo i fischi "sovversivi" di Brescia (rivolti a Scalfaro,  in occasione  dell'anniversario  di Piazza  della  Loggia), Maroni paventa il  ritorno della  criminalità politica, poi  spiega  che l'emergenza numero uno è la mafia, poi racconta che il pericolo che grava sulla Nazione  è l'usura  ed infine rivela  che Cosa  Nostra  prepara falsi pentiti, senza  dare (come  al solito) ulteriori  indicazioni.  Va bene che è all'inizio, però si è guadagnato un tasso di credibilità molto prossimo allo zero.

Un tasso invidiabile, se confrontato con quello di Tiziana Maiolo,  presidente della "commissione giustizia": dalla tribuna del convegno  radicale sulle convenzioni Onu in  tema di droga, la Maiolo  ha chiesto  più rigore per i pentiti, perché "non si combatte la mafia considerando Totò Riina un interlocutore politico". Naturalmente,  per prima cosa Riina  è tutto fuorché un pentito;  in secondo  luogo i pentiti  non sono  interlocutori politici; in terzo luogo  sarà proprio Riina  a considerare  il governo un interlocutore politico.

Tiziana Maiolo continua il  suo intervento: vanno  abbandonate tutte  le emergenze, compresa la "legge antimafia che va rivista perché era  buona nelle intenzioni ma ha distrutto  il nuovo codice di procedura  penale". Col passare del tempo, saranno sempre più numerosi gli interventi  sulla necessità di abolizione  del carcere  duro per  i mafiosi,  comprese  le restrizioni ai contatti con l'esterno. Il tutto, nell'indifferenza  dell'opinione pubblica.

L'ultimo aspetto che la Maiolo considera, è la protezione e sistemazione dei pentiti: "non possono essere affidati agli stessi organi di  polizia giudiziaria che indagano sulla loro  credibilità. Non possono vivere  in caserma, devono andare in carcere,  subire un processo,  una condanna  e poi potranno avere sconti di pena" 4.  Non  c'è chi non veda quanto  aumenti la sicurezza di un pentito che dorme in carcere.

 

---1: il giornale, 1 aprile '94.

---2: l'espresso,  3 giugno '94, p.49

---3: gazzetta del sud, 11 maggio '94, p.21

---4: il manifesto, 28 maggio '94, p.12

 

 

 

                               la patente

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Ovviamente, non basta osservare che la legislazione sui pentiti è  lacu- nosa per favorire la mafia. Occorre  quindi vedere come si intente  cambiarla: dall'analisi  delle proposte  nate negli  ambienti  governative, emerge un tipo di atteggiamento molto preoccupante. Il ministro  Biondi, nel corso del dibattito organizzato a Palermo dalla Fondazione  Falcone, ha proposto  di attribuire  alla  Superprocura antimafia  il  potere  di selezionare chi ha diritto  alla "patente"  di pentito. In  tal modo  si assicurerebbe al governo una prerogativa  importante: un pentito  accusa la Fininvest ?  Non è  attendibile. La decisione  ultima spetterebbe  al "super" procuratore, che è nominato  dal Csm d'accordo  con il  governo. "Avrà l'autonomia necessaria ? Buscetta  ha tirato in  ballo due  presi- denti del Consiglio, tre ministri  e otto deputati. Sarebbe ancora  possibile ?" 1.

Raffaele Della Valle, avvocato e capogruppo FI alla Camera, propone  "un termine massimo in cui vuotare  il sacco,  come si fa  in America",  per finirla con "lo scandalo delle rivelazioni a gogò". Luigi Li Gotti,  avvocato dei pentiti Buscetta, Mutolo e Marchese, osserva che negli Usa un il collaboratore può  essere sentito  in più  di una  inchiesta,  mentre secondo Della Valle il giudice  non potrebbe più  utilizzare il  pentito una volta scaduto il 'tempo massimo'.

Le ultime trovate  provengono da  Tiziana Parenti, che  protesta per  "i pentiti usati a sostegno di  teoremi politici", e dal  gruppo di  lavoro insediato al Viminale, che  propone che  i pentiti scontino  la pena  in carcere ("in reparti differenziati") e non in caserma.

Insomma, le proposte tendono ad annullare  le misure di sicurezza per  i pentiti, far decidere la loro credibilità al governo (che magari è chiamato direttamente in causa...): una strategia precisa di autodifesa,  se si pensa alle numerose inchieste  aperte grazie alla collaborazione  dei pentiti, che coinvolgono anche (e soprattutto) la Fininvest.

 

---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.50

 

 

                           storie di pentiti

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Nel giugno '94, sono 704 i pentiti  sotto tutela in Italia. Tra  questi, Buscetta, Calderone, Mannoia e Contorno, hanno permesso la realizzazione del maxi-processo. Recentemente,  Buscetta e Mannoia  hanno chiamato  in causa Giulio Andreotti, mentre Contorno ha svelato il ruolo dell'agente del Sisde Bruno Contrada.

I pentiti  della  camorra  Alfieri,  Galasso,  Ammaturo  e  Cuomo  hanno lanciato accuse a Gava, Pomicino, De Lorenzo, Di Donato. Molti  pentiti, accanto alle accuse, si sono  spesso addossati decine  di omicidi.  Cancemi, La Barbera e Di Matteo (v.  anche più avanti) si sono  addirittura assunti la responsabilità della strage di Capaci.

Baldassarre Di  Maggio  ha collaborato  facilitando  l'arresto  di  Totò Riina, Salvatore Annacondia ha svelato  gli scenari del crimine a  Bari, accusando il procuratore  capo  De Marinis.  Saverio Morabito  ha  messo insieme alcuni pezzi dei misteri d'Italia: "Seppi", ha dichiarato a verbale, "che un boss della  ‘ndrangheta, Antonio Nirta,  era stato  infiltrato nelle Br dal  generale dei  carabinieri Antonio Delfino   e  aveva partecipato al sequestro  Moro". Giuseppe Pellegriti  ipotizzò il  coinvolgimento di Salvo  Lima  nell'omicidio Mattarella,  ma fu  rinviato  a giudizio da Falcone per calunnia 1.

 

---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.48

 

 

                        arresto per lo scudiero

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Il 3 maggio '94 è una giornata di  fuoco: il tribunale della libertà  dà il via libera per l'arresto  di Marcello Dell'Utri, manager  Publitalia, da sempre fedelissimo  di Berlusconi  e regista  dell'operazione  "Forza Italia". La maggioranza si scatena in accuse contro i magistrati  "politicizzati"  che  vogliono  criminalizzare  forze  che  hanno  vinto   le elezioni. Come al solito, nessuno parla del merito della vicenda,  limitandosi ad accusare i giudici. Berlusconi non sfugge alla regola: "hanno preso un granchio colossale, è un fatto che riguarda la Fininvest" e poi "sono certo che  la Corte  di Cassazione metterà  le cose  a posto".  La vicenda riguarda false fatture, l'accusa è di falso in bilancio.  Questa è solo una delle innumerevoli disavventure giudiziarie della  Fininvest, e non è  la prima  per Dell'Utri. Negli  anni '80  le inchieste  che  lo riguardavano furono due: l'accusa era quella di associazione mafiosa,  i coimputati il fratello Alberto ed il mafioso Vito Ciancimino.

 

 

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                             seconda parte

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A questo punto si apre  il capitolo dei rapporti tra  le componenti  che formano il mondo di Berlusconi ed i poteri occult(at)i, da sempre protagonisti determinanti della  vita politica  italiana. Gli  attacchi  continui, reiterati e rischiosi  condotti nei confronti  di pentiti,  magistrati e mass media (cioè  coloro che possono potenzialmente svelare  il marcio che c'è dietro il  Cavaliere) diventeranno chiarissimi dopo  aver visto lo scenario che si nasconde dietro sorrisi e cieli azzurri.

 

 

 

                       "una persona integerrima"

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La richiesta di arresto per falso in  bilancio, accolta il 3 maggio  dal tribunale della libertà, porta alla  ribalta un personaggio che non  ama troppo la  notorietà:  Marcello  Dell'Utri,  siciliano,  numero  uno  di Publitalia '80,  ha vissuto  la  scalata al  potere  di  Berlusconi  fin dall'inizio, quando (nel '77) faceva l'amministratore unico di "Milano 2 spa". Poi la creazione di Publitalia, polmone finanziario di Berlusconi, fino a  "Forza Italia"  ed  all'avventura politica.  Ma la  carriera  di Dell'Utri avrebbe potuto concludersi molto prima, se una delle inchieste giudiziarie che lo  hanno riguardato  si fosse  conclusa male  per  lui. Tuttavia, i magistrati sono ancora  in tempo: pochi  giorni prima  delle elezioni  l'Ansa   riprese   una   dichiarazione emersa  dagli  ambienti giudiziari di Palermo secondo cui  "si indaga su Dell'Utri in  relazione ad una vicenda di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico  inter- nazionale di stupefacenti affidato da  Cosa Nostra direttamente o  indi- rettamente all'amministratore delegato di Publitalia" 1.

C'è almeno un'altra inchiesta in corso su Dell'Utri: si svolge a Milano, l'accusa è di  bancarotta  fraudolenta e  riguarda il  fallimento  della società di costruzioni 'Bresciano sas' di Mondovì, di cui Dell'Utri  era amministratore delegato insieme al finanziere siciliano Rapisarda.

 

Dalle disavventure presenti a quelle  del passato: nel  1987 è  iniziata l'inchiesta giudiziaria milanese che ha accostato il nome di Dell'Utri a quello di personaggi in odore di  mafia, come lo stesso Filippo  Alberto Rapisarda, amico di Ciancimino e datore  di lavoro di Dell'Utri 15  anni fa, a Milano.  Il 16  marzo '94 quell'inchiesta  è stata  riaperta:  riguarda, tra l'altro,  il fallimento  della già citata  'Bresciano',  "in ordine al delitto di bancarotta  pluriaggravata". Dall'87, Dell'Utri  ha continuato ad avere ottimi rapporti con Rapisarda: il 14 ottobre '89  la moglie di Dell'Utri,  Miranda Ratti,  ha fatto da  madrina al  battesimo della figlia di Rapisarda.  Più recentemente, nel  quartier generale  di Rapisarda, in via Chiaravalle 7, è nato un club Forza Italia.

 

Silvio Berlusconi ha dovuto  più volte difendere  il suo  collaboratore: dopo la richiesta di arresto  lo ha definito "una persona  integerrima". In un interrogatorio  del 26  giugno  1987 ha  spiegato i  rapporti  tra Dell'Utri e Rapisarda: andò a  lavorare dal finanziere siciliano  perché gli fu offerto di più,  fu una esperienza  negativa e "fui  io stesso  a dirgli di tornare da me": nessun altro particolare.

 

Ma sentiamo cosa dice lo stesso Rapisarda a questo proposito: "Dell'Utri Alberto e Caronna Marcello mi  erano stati raccomandati da Gaetano  Cinà di Palermo che conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese si presentò da me Dell'Utri  Marcello  accompagnato  da  Cinà  Gaetano,  ed  in  quella occasione il Cinà mi pregò di far lavorare con me i fratelli  Dell'Utri.

(...) Conoscevo Cinà da anni,  fin dagli anni  '50, avendolo  conosciuto insieme a Mimmo  Teresi  e Stefano  Bontade. Effettivamente  ho  assunto Marcello Dell'Utri nel mio gruppo  societario perché era  difficilissimo poter dire di no al Cinà Gaetano, dal momento che non rappresentava solo se stesso bensì  il gruppo  in odore di  mafia facente  capo a  Bontade, Teresi, Marchese Filippo"  2. Quindi l'assunzione  di Dell'Utri  avvenne grazie alla raccomandazione di un  boss mafioso, espressione  di uno  dei gruppi più potenti.

 

Ancora Rapisarda racconta, in un altro interrogatorio (27 novembre 1987) delle compromettenti amicizie di Dell'Utri: "era frequentatore ed  amico del Brucia  Domenico, in  quanto  ricordo che  fu lui  ad  invitarmi  al ristorante del Brucia nei primi  del '75. Del resto  il Dell'Utri  aveva stretto contatto con  quel giro  di siciliani,  tant'è vero  che  veniva spesso nei suoi uffici della Bresciano  in via Chiaravalle un suo  amico che io non  conoscevo, e  poi seppi dai  giornali che  era Ugo  Martello (...), il ricercato. Mi disse che si trattava di un suo carissimo  amico che aveva gli uffici in via Larga, che  la sua società era rimasta  creditrice, che era una persona di tutto rispetto, e che quindi quel debito verso la società  del suo  amico, fallimento  o non  fallimento,  andava pagato, se non si voleva incorrere in dispiaceri.

Dell'Utri poi si vantava di essere amico di Marchese Filippo di Palermo. Seppi poi che in  appartamenti del  palazzo di piazza  Concordia n.1  in Milano, all'epoca in cui era Dell'Utri a gestire quello che era  rimasto del gruppo Inim, erano andati ad abitare Bono Alfredo, Emanuele Bosco  e Mongiovi Angelo e un ragioniere di famiglia mafiosa di Raffadali".

Come si spiegano le tante  conoscenze tra Dell'Utri e questi  personaggi (in odore) di  mafia ?  E' sempre Rapisarda  che azzarda  una  risposta: "Dell'Utri mi disse che la  sua conoscenza con  tutti questi  personaggi mafiosi era dovuta al fatto  che si era dovuto  interessare per  mediare fra coloro che avevano fatto minacce o estorsioni a Berlusconi e il Ber- lusconi stesso. Il  Dell'Utri mi  disse  anche che  la sua  attività  di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi". 3

 

---1: il manifesto, 3 maggio 94, p.4.

---2: Interrogatorio del giudice Giorgio Della Lucia (tribunale di Mila-

      no), 5 maggio 1987.

---3: ibidem

 

 

 

                    finanzieri, mafiosi e dell'utri

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Filippo Alberto Rapisarda, dunque, è passato da amico e datore di lavoro di Dell'Utri ad accusatore,  ed infine  ancora amico. Ma  vediamo chi  è Rapisarda: agli inizi degli anni  '70, dopo lunghi anni  di carcere,  il finanziere si trasferisce  dalla Sicilia  a Milano, con  ingenti  disponibilità finanziarie che vengono fatte  risalire a don Vito  Ciancimino, celebre commercialista e politico Dc,  già sindaco di  Palermo e  pluricondannato per associazione mafiosa e reati connessi. 1

Un altro dipendente di Rapisarda è stato Alberto Dell'Utri, fratello  di Marcello. Alberto è  stato in  carcere per la  bancarotta della  "Venchi Unica", una delle tante società che Rapisarda acquistò con i soldi degli amici di Ciancimino. Per il fallimento di una di queste società Marcello Dell'Utri ha subito il rinvio a giudizio di cui si è detto prima.

Ancora Dell'Utri:  in  una  delle  tante  polemiche  pre-elettorali,  si discute delle rivelazioni  di due  pentiti, Cancemi  e La  Barbera,  che ritroveremo più volte.  Più precisamente,  si litiga  su un  fatto  marginale, lasciando da parte i  problemi principali. Il fatto meno  importante è la rivelazione fatta da  Luciano Violante, in qualità di  Presidente della Commissione Antimafia, delle accuse dei pentiti. Accusato di violazione del segreto istruttorio, Violante si dimette, le Procure  negano l'esistenza  di indagini  su  Berlusconi smentendo  anche  l'accusa rivolta a Violante di aver rovinato  le indagini: perché non si  possono rovinare indagini che non esistono.

Insomma, una gran confusione che  svia l'attenzione pubblica da ciò  che veramente conta: le rivelazioni dei pentiti Cancemi e La Barbera, i quali accusano i  fratelli Dell'Utri,  la Fininvest  e di  conseguenza  lo stesso Berlusconi di avere  rapporti con  Cosa Nostra. Si  parla di  indagini presso le procure di  Caltanissetta, Catania, Palermo e  Firenze.

In particolare, Cancemi e La Barbera parlano di grandi speculazioni edi- lizie nel centro di Palermo, programmate  da esponenti di Cosa Nostra  e della Fininvest. Facile  intuire  che l'uomo  Fininvest in  questione  è Marcello Dell'Utri; le famiglie di Cosa Nostra, invece, sarebbero quelle di Santa Maria del Gesù e di Porta Nuova. I pentiti aggiungono che, nel- l'ambiente di Cosa  Nostra, Berlusconi  è genericamente  considerato  un amico. L'ultima accusa riguarda gli accordi per la gestione della Standa in Sicilia e  della Grande  Distribuzione in generale.  Tutte le  accuse acquisiscono  credibilità  se  si  pensa  ai  "comprovati  rapporti   di Dell'Utri con esponenti di Cosa Nostra". 2

Infatti, riprendendo l'interrogatorio di Rapisarda del 5 maggio 1987, si legge che  "quando  Marcello  Dell'Utri lavorava  negli  uffici  di  via Chiaravalle [per Rapisarda, ndr] venivano frequentemente a trovarlo  Ugo Martello, Stefano Bontade,  Domenico Teresi  e Gaetano Cinà  [noti  boss mafiosi, ndr]. Negli ultimi mesi del 1978 incontrai, in Piazza Castello, Mimmo Teresi  e Stefano  Bontade,  che mi  invitarono a  bere  un  caffè insieme a loro. Teresi, nella circostanza, mi disse che stava per diventare socio  d'affari di  Silvio  Berlusconi in  una  società  televisiva privata, dicendomi  che ci  volevano  dieci miliardi,  e  mi  chiese  un parere, fra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare. Ritengo  che Angelo Caristi sappia qualcosa in  merito alla società  tra Silvio  Ber- lusconi e Mimmo Teresi. Mi  risulta che il Teresi e  lo Stefano  Bontade operassero insieme nelle imprese immobiliari  e negli affari in  genere. Successivamente ricordo che Caristi mi disse che Marcello Dell'Utri  gli aveva offerto  la protezione  di  Filippo Marchesi  al  fine  di  fargli acquisire immobili sulla piazza  di Palermo  3. Io dissi  al Caristi  di tenersi molto lontano  da  quella gente,  trattandosi di  mafiosi  molto pericolosi." 4

 

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & co.", Biblioteca e Centro  Documentazione 'Mafia Connection', pag. 5.

---2: ibidem.

---3: la dichiarazione di Rapisarda resa nel 1987 coincide con le accuse

      del '94 di Cancemi e La Barbera, che parlano di speculazioni  edi-

      lizie a Palermo gestite da Dell'Utri  e boss di Cosa Nostra,  come

      riportato in precedenza.

---4: interrogatorio giudice Giorgio Della Lucia, 5.5.1987, cit.

 

 

 

                          un mafioso ad arcore

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"Si è  accertato che  il  dottor Dell'Utri,  con  cui  Vittorio  Mangano conversa amichevolmente nel corso dell'intercettazione (...) è  Marcello Dell'Utri, domiciliato in via Chiaravalle  7, fratello di  quell'Alberto Dell'Utri nato a Palermo l'11  settembre 1941, domiciliato  anche lui  a Milano in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979, fu emesso dal sost. proc. della Repubblica di Torino dott. Bernardi  ordine di cattura  per bancarotta  fraudolenta.  Tale provvedimento  fu  emesso anche nei confronti di Rapisarda  Filippo Alberto, nato a Sommantino  il 14 novembre  1931, nei  confronti  di Alamia  Francesco  Paolo,  nato  a Villabate (Pa) il 5 gennaio 1934 e nei confronti di Breffani Giorgio.  I predetti, legati al noto Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo,  l'uomo politico più discusso e più chiacchierato di quella città, originario di Corleone, indiziato da tempo di  collusione con la mafia,  erano e  sono tuttora interessati,  assieme al  medesimo  Vito Ciancimino,  alla  Inim Internazionale Immobiliare Spa, con sede in via Chiaravalle 7, a Milano. (...) Il suddetto provvedimento di  cattura fu emesso dal magistrato  di Torino nel  corso della  procedura  fallimentare della  "Venchi  Unica". L'aver accertato quindi attraverso la citata intercettazione  telefonica il contatto' tra il Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare la  pericolosità criminale, e il Dell'Utri Marcello, ne consegue  necessariamente che anche la Inim Spa e la Raca Spa [società per cui Dell'Utri  lavora, ndr] sono società commerciali gestite anch'esse dalla mafia e  delle quali la mafia si serve per riciclare  il denaro sporco provento di  illeciti" 1.

In questo rapporto del 1981,  la Criminalpol aggiunge  alle vicende  che già conosciamo  (i rapporti  Dell'Utri-Rapisarda-Ciancimino)  una  nuova storia: quella di Vittorio Mangano, noto boss mafioso, portato alla corte di Berlusconi da Dell'Utri.

"Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come  uomo d'onore appartenente a Cosa Nostra,  della famiglia di Pippo Calò,  capo della famiglia di Porta Nuova. Agli inizi degli anni '70 Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali per i quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Mangano  era una "testa  di ponte"  dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia, era una delle  poche persone di Cosa Nostra  in grado di gestire questi rapporti", disse il giudice Paolo Borsellino  in una intervista 2.

Lo stesso uomo di cui parla  Borsellino andò a lavorare, come stalliere, da Berlusconi. Siamo  nei primi  anni '70: Mangano,  come tanti  mafiosi emergenti, si trasferisce  a Milano:  alloggia al prestigioso  'Duca  Di York', cena in ristoranti di  lusso, sfoggia belle  macchine e  frequentazioni di prestigio, come quelle dei finanzieri Monti e Virgilio.  Ogni sera Mangano telefona ai boss Alfredo Bono e Salvatore Inzerillo: prende ordini e riferisce le novità 3.

E' piuttosto strano che un tipo del genere, a cui i soldi certo non man- cano, vada a fare lo stalliere. Eppure, il 1 luglio 1974, Mangano  viene assunto nella villa di Arcore, dove prende alloggio. Chi frequentava al- lora casa Berlusconi ricorda che Mangano era l'unico dipendente a cui il Cavaliere dava del lei.

La presenza di un mafioso  (che ha già collezionato circa 16 processi  e un paio di condanne) alle sue  dipendenze sarà per Berlusconi motivo  di imbarazzo:  sentiamo  come  si giustifica: "Avevo bisogno di un fattore, chiesi a Marcello  Dell'Utri di  interessarsi anch'egli di  trovare  una persona adatta, ed egli mi aveva appunto presentato il signor  Mangano". Dunque Berlusconi ammette la conoscenza tra Dell'Utri ed un boss di Cosa Nostra. Poi aggiunge  che "dopo  un pranzo nella  mia villa,  il  signor Luigi D'Angerio era rimasto vittima  di un sequestro; nell'ambito  delle indagini emerse che il Mangano  Vittorio era un pregiudicato..".  Subito dopo Berlusconi cambia  versione: "non  ricordo come il  rapporto  lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle forze  dell'ordine o per suo spontaneo allontanamento" 4.  Nel '94, in piena  campagna elettorale, Berlusconi offre una  nuova versione: "un  giardiniere mafioso ? Certo, è lo stesso  uomo che licenziammo non appena  scoprimmo che si stava adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite"5.

Idem Dell'Utri: "fu immediatamente licenziato" 6.

Sulle motivazioni della  presenza di  Mangano ad  Arcore, c'è  una  con- vincente versione: dopo il tentativo  di sequestro di D'angerio  davanti alla villa di Arcore, Berlusconi  rimase terrorizzato dalla  possibilità che la sua preziosa persona finisse in mano ai rapitori. Quindi andò  in Svizzera con la  famiglia ed  il fido collaboratore  Romano  Comincioli. Lasciata la famiglia  oltreconfine, Berlusconi  assunse Mangano,  grazie alla presentazione di Dell'Utri,  su segnalazione dei  boss che  abbiamo ripetutamente incontrato: Gaetano Cinà (collegamento tra mafia e  massoneria), Mimmo Teresi, Stefano Bontade. E così sono tutti contenti:  Berlusconi, che può dormire sonni tranquilli; i boss, che piazzano il  loro uomo in una posizione interessante 7.

 

---1: rapporto 0500/c.a.s. della Criminalpol, 13.4.1981, pp. 175-176.

---2: intervista di Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, 21.5.1992.

---3: Gambino/Fracassi, Berlusconi - biografia non autorizzata, pag.20.

---4: interrogatorio di Berlusconi  al giudice Giorgio  Della Lucia,  26

      giugno 1987.

---5: dichiarazione di Berlusconi al Corriere della sera, 20 marzo '94.

---6: "          "  di Dell'Utri alla "Stampa" del 21 marzo '94.

---7: Gambino/Fracassi, cit., pagg. 19-21.

 

 

 

                        i cavalli e il cavaliere

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"Caro Marcello, ho un affare  molto importante da proporti e  ho il  ca- vallo che fa per te".

"Caro Vittorio, per il cavallo occorrono piccioli e io non ne ho. Sapessi quanti problemi mi crea mio fratello [Alberto, ndr]"

"I soldi fatteli dare dal tuo amico Silvio"

"Ti dico che sono nei  guai, ho bisogno di soldi  per quel pazzo di  mio fratello. E Silvio non 'surra' [non scuce, ndr]"

Questa telefonata tra  Vittorio  Mangano e  Marcello Dell'Utri  è  stata intercettata nel 1980. Il mafioso  parla dalla sua lussuosa stanza  del- l'hotel Duca Di York, mentre Dell'Utri conversa dalla sua abitazione  di via Chiaravalle 7. I problemi di Alberto Dell'Utri che tanto preoccupano Marcello sono quelli relativi alla società Inim, di Alamia e Ciancimino, sospettata dalla Criminalpol di  servire per il  riciclaggio del  denaro proveniente dal traffico di droga.  Ma per Alberto i problemi  finiscono dopo il periodo di carcere: per lui arriva l'assunzione in Publitalia. Dopo l'intercettazione, viene avanzata l'ipotesi che il 'cavallo'  della telefonata sia, in realtà, una partita di droga. Paolo Borsellino,  nell'intervista citata, disse che "Mangano risiedeva abitualmente a Milano, da dove, come  risultò da numerose  intercettazioni telefoniche,  costituiva un terminale dei traffici di droga che conduceva alle famiglie palermitane. Mangano risulta l'interlocutore di una telefonata  intercorsa tra Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio delle  famiglie mafiose  palermitane, preannuncia  o  tratta l'arrivo di una partita d'eroina  chiamata alternativamente, secondo  il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come  "magliette" o "cavalli". Il Mangano è  stato poi condannato per questo  traffico di droga" 1.

Quindi, Mangano usava abitualmente dire  "cavalli" per droga:  tuttavia, quando la  vicenda  viene  fuori, "il  Giornale",  diretto  dal  "grande giornalista indipendente" Montanelli, assicura che proprio di quadrupedi si trattava, e che il suo editore con Cosa Nostra non c'entra niente 2.

Ma alcuni esperti sostengono  che "al  telefono la mafia  parla poco,  e quando è costretta a farlo parla  un linguaggio cifrato. Quella dei  mafiosi, più che una lingua, risulta un  insieme di allusioni e di  ammiccamenti. Una volta la polizia inseguì  per mesi un trafficante che  pro- metteva l'arrivo di molti "cavalli". Per un po’ gli investigatori si con- vinsero di avere a che  fare con  gente del giro  delle scommesse  clan- destine. Poi sentirono i "prezzi  dei cavalli" (migliaia  di dollari)  e cominciarono a sospettare.  Alla fine,  ascoltarono il  trafficante  che invitava gli acquirenti [dei presunti "cavalli"] in aeroporto: era  droga" 3.

In ogni caso, "il legame tra Dell'Utri e  Mangano non si può né  negare, né cancellare: quella  specifica  telefonata del  1980 può  trovare  una spiegazione nella  riconosciuta  abilità  di  Mangano  nel  trattare  la compravendita dei cavalli. Ed è  una spiegazione che lo stesso  Dell'Utri ha offerto: sì, Mangano gli propose uno splendido cavallo, che si trovava in una scuderia di Arcore. Ma lui non era interessato all'animale, né riteneva che potesse esserlo Berlusconi"... 4

 

---1: l'Espresso, 8.4.94, 81: intervista di Calvi-Moscardo, cit.

---2: il Giornale, 12 ottobre 1984.

---3: La Stampa,   13 gennaio 1994.

---4: Panorama,    22 ottobre 1984.

 

 

 

 

 

                   l'ultima intervista di borsellino

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L'intervista rilasciata (il 21 maggio '92) da Borsellino ai  giornalisti Calvi e Moscardo, fornisce molti altri particolari sui rapporti Mangano- Dell'Utri - Berlusconi.

Innanzitutto, Borsellino conferma i rapporti tra Mangano e Bontade,  uno dei boss di cui si  sospetta la conoscenza con  Dell'Utri. Poi  ribadisce l'uso di "cavalli" al posto di droga, che riscontrò nell'intercettazione della telefonata tra Mangano e  uno degli Inzerillo. La  tesi fu  "asseverata nell'ordinanza istruttoria e fu  accolta in dibattimento,  tant'è che Mangano fu condannato".  Su Dell'Utri, Borsellino  afferma che,  pur non essendo imputato nel maxiprocesso, esistono indagini che  riguardano il manager Publitalia e che riguardano insieme Mangano. Borsellino, poi, precisa che l'indagine si svolge a  Palermo (siamo nel '92) e  coinvolge sia Alberto che Marcello Dell'Utri. Al momento non si sa che fine  abbia fatto tale indagine.

Per quel che riguarda la  famosa conversazione di  argomento equino,  il giudice dice che "nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se  non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in albergo [Borsellino sorride, ndr]. Quindi  non credo che si potesse  trattare di cavalli. Se qualcuno mi deve  recapitare due cavalli, me li  recapita all'ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro l'albergo".

Probabilmente, l'albergo in questione è il Plaza, di proprietà di  Antonio Virgilio, che frequentava abitualmente Mangano.

Successivamente, gli intervistatori ricordano a Borsellino le accuse  di Rapisarda, secondo cui  Marcello Dell'Utri  gli è stato  presentato  dal boss Cinà, della famiglia di Bontade.

Il magistrato risponde che si trattava "di famiglie appartenenti a  Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è  presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera".

 

Sui rapporti tra mafia e  grande industria, Borsellino spiega che,  "al- l'inizio degli anni '70, Cosa  Nostra diventò un'impresa anch'essa,  cominciò a gestire una massa enorme di capitali, frutto del monopolio conquistato nel traffico  di stupefacenti.  Una massa enorme  di  capitali, quindi, dei quali cercò lo sbocco. (...) Così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupano di certi  movimenti di capitali. (...)  Naturalmente, [Cosa Nostra]  cominciò a  se- guire una via  parallela e talvolta  tangenziale all'industria  operante anche nel Nord o ad inserirsi in  modo da poter utilizzare le  capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare quei  capitali di cui si erano trovati in possesso".

L'intervistatore, a questo punto, scende  nei particolari, chiedendo  se dunque è normale che la mafia si interessi a Berlusconi. Borsellino  ri- sponde che "è normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità  di denaro cerca gli strumenti per  potere impiegare questo denaro. Sia  dal punto di vista del riciclaggio, sia per far fruttare questo denaro.  Naturalmente, questa esigenza per la  quale l'organizzazione criminale  ad un certo punto si è trovata di fronte,  è stata portata ad una  naturale ricerca degli strumenti industriali e commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali. Quindi non meraviglia affatto che Cosa Nostra, ad  un certo punto della sua storia,  si è trovata in contatto  con questi  ambienti industriali".

Il giornalista chiede se uno come Mangano può essere l'elemento di  connessione tra questi due mondi. Borsellino ribadisce che Vittorio Mangano "da due decadi già operava a Milano, era inserito in qualche modo in una attività commerciale. E' chiaro che era una delle persone, vorrei  dire delle poche persone  di Cosa  Nostra, in grado  di gestire  questi  rapporti" 1.

 

---1: l'Espresso 8.4.94: intervista cit.

 

 

 

                           piovre e biscioni

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L'ennesimo rapporto Criminalpol su Marcello  Dell'Utri parla chiaro:  "è collegato al boss mafioso  Mangano Vittorio  e uomo di  fiducia di  Berlusconi Silvio e di Rapisarda Alberto Filippo" 1.

Un altro collegamento tra mafia  e Berlusconi è  contenuto nel  rapporto Criminalpol che comprende l'intercettazione della telefonata tra Mangano e Dell'Utri: si tratta di un'altra  conversazione, in cui parlano i  mafiosi Giliberti ed Ingrassia:

"Berlusconi... è il massimo, no ? Difatti è la nostra prossima pedina.." 2. Il  rapporto porterà  al  famoso "blitz  di San  Valentino",  del  14 febbraio 1983, contro la 'mafia dei colletti bianchi': tra gli  arrestati, gli industriali Luigi  Monti e Antonio  Virgilio (proprietario  dell'hotel Plaza), amici di  Vittorio Mangano, riciclatori  di denaro  proveniente dal traffico di droga, dalle bische clandestine e dai sequestri di persona. Una delle condanne riguarda Ugo Martello, che secondo  Rapisarda era amico di Dell'Utri.

Gli industriali imputati risultano essere correntisti della Banca  Rasini, in cui lavorava Luigi  Berlusconi, padre di  Silvio. Proprio  questo istituto, noto per essere "la  banca di fiducia della mafia  finanziaria (o "mafia dei colletti bianchi"), darà i finanziamenti necessari e  sarà al fianco della Edilnord sas, la prima società di Berlusconi 3.

La Banca Rasini risultò (dai  procedimenti giudiziari) uno strumento  di riciclaggio del denaro  sporco, usato  sia da  finanzieri come  Monti  e Virgilio che da mafiosi come Giuseppe Bono. La banca ha organizzato  con loro una imponente serie di operazioni illecite, finite con il rinvio  a giudizio di  Antonio  Vecchione,  direttore  generale  della  Banca.  In questa, che rimane  una delle  più importanti  inchieste sulla  mafia  a Milano, fa la sua comparsa anche  Vittorio Mangano, il mafioso amico  di Dell'Utri e "stalliere" di Berlusconi 4.

 

---1: Rapporto  Criminalpol  28  marzo  1985,  intitolato  "Indagini  su

      esponenti del crimine organizzato facenti  capo al gruppo  mafioso

      Cuntrera-Caruana ed a Rapisarda Filippo Alberto".

---2: Rapporto Criminalpol 13 aprile 1981.

---3: Giovanni Ruggeri - Mario Guarino, Berlusconi: inchiesta sul signor

      tv, Kaos edizioni, 1994, pagg. 49 sgg.

---4: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., pag. 2.

 

 

 

                   un fiume di denaro dalla svizzera

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Non è solo la Banca Rasini, l'istituto di fiducia della mafia  milanese, a finanziare  l'esordiente Berlusconi.  Tantissimo denaro  arriva  dalla Svizzera, senza che ancora si sappia come e perché.

Quel poco che si conosce, riguarda alcuni nomi delle società che vengono create, cambiate, fuse, affidate a prestanome a ritmo vertiginoso, usando con abilità il sistema delle scatole cinesi, in modo che non sia possibile risalire alla  proprietà effettiva.  Tra queste società  vi è  la "Finazierungeselleshaft fur  Residenzen Ag"  di  Lugano, o  la  "Eti  ag holding" o la "Cofigen sa". E' inutile chiedersi chi ci sia dietro  queste sigle. Tuttavia, su questa galassia inesplorata (composta da capitali svizzeri e Srl lombarde),  alcuni funzionari dell'Antiriciclaggio  di Milano ebbero occasione di affermare che "all'improvviso queste  società a responsabilità limitata  si svegliano, e  deliberano aumenti  sproporzionati di capitali, ad esempio  da 20 milioni a due  miliardi. La  cosa puzza. Se poi  l'aumento viene  sottoscritto con denaro  giacente  nella Confederazione elvetica, c'è la quasi  certezza che si  tratta di  soldi della mafia, ricavati soprattutto dal traffico di droga" 1.

 

Dopo le prime  esperienze poco  fortunate, Berlusconi rimane  nel  campo dell'edilizia col progetto di Milano  Due. Il territorio  del Comune  di Segrate che ospiterà il megaprogetto appartiene al conte Leonardo Bonzi, il quale tratta la cessione delle sue terre con varie ditte, tra cui  la Edilnord di Berlusconi. Il conte  deciderà di vendere a quest'ultima  in seguito ad atti tipici della  sana concorrenza che Berlusconi  sbandiera sempre: intimidazioni, minacce ed atti vandalici 2.

 

---1: Ruggeri/Guarino, cit., p. 40.

---2: ibidem, p. 45.

 

 

 

                        il finanziatore massone

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Seguire il vorticoso giro di sigle che forma la galassia di società  che hanno finanziato Berlusconi all'inizio della  sua carriera è  un'impresa dura, quasi  impossibile. Tuttavia  due  società meritano  un  interesse speciale: la prima è la  "Banca Svizzera Italiana", che fa  capo a  Tito Tettamanti. La seconda è la "Fimo", fondata da Ercole Doninelli.

Tettamanti  è  un  misterioso  personaggio  vicino  all'Opus  Dei,  alla massoneria ed agli ambienti dell'estrema destra. Proprietario del gruppo Saurer, una delle più importanti lobbies svizzere, Tettamanti è al  centro di relazioni che coinvolgono  ex-amministratori Fiat e Banco  Ambrosiano, faccendieri come Fiorini e  personaggi come Giallombardo. Il  suo socio Giangiorgio Spiess è  uno degli  avvocati di Licio  Gelli. Un  altro, John Rossi, fu incaricato da Larini e Fiorini di opporsi alla rogatoria sul Conto Protezione di Gelli-Craxi-Martelli.

La Banca Svizzera Italiana (Bsi) è inoltre coinvolta nella maxi-tangente Enimont. La sigla compare in altre inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti tossici, il caso Kollbrunner (traffico di titoli rubati), il caso Techint.

Nel 1994,  questo  distinto  signore ha  voluto  percorrere  una  strada parallela a quella di Berlusconi, decidendo di salvare il Canton  Ticino dai comunisti cattivi. Il suo programma politico prevede la fine di ogni prestazione dello Stato e la privatizzazione di tutto il privatizzabile.

La Bsi, preoccupata che la  sua immagine potesse essere offuscata  dalle inchieste dei giudici, ha intrapreso una seria opera di public relations a carattere culturale: il fiore  all'occhiello è stato la  pubblicazione del volume "Terra d'asilo", in cui si magnifica il ruolo del Ticino nel dare ospitalità agli  imprenditori italiani  durante la  seconda  guerra mondiale. In Italia, il libro è stato presentato a Palazzo  Giustiniani, sede della massoneria: presente Giovanni Spadolini, che esaltato il ruolo degli incappucciati nello sviluppo della finanza italiana 1.

 

---1: Avvenimenti, 9 febbraio '94, pp.12-13.

 

 

 

                     la finanziaria dei criminali

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Un'altra delle società che hanno concesso generosi (e misteriosi) finan- ziamenti all'esordiente Berlusconi è la Fi.Mo., una finanziaria svizzera coinvolta nei casi più gravi  di tangenti e riciclaggio.  Tra i  clienti della Fimo, oltre all'uomo Fininvest Adriano Galliani, c'è PierFrancesco Pacini Battaglia, che ha usato  la finanziaria per smistare le  tangenti Eni e Montedison.

Da molto  tempo, inoltre,  la  Fimo è  il canale  preferito  dei  grandi narcotrafficanti per riciclare il denaro sporco. Per una di queste  storie, è finito in carcere Giuseppe Lottusi, commercialista milanese, condannato a vent'anni dal Tribunale  di Palermo. Lottusi aveva  concordato con Giancarlo Formichi Moglia, rappresentane dei trafficanti colombiani, una transazione di 600 kg di cocaina tra il  Sud America ed il clan  mafioso dei Madonia. Per realizzare l'operazione, Lottusi si era messo  in contatto con un funzionario della Fimo, Enzo Coltamai. Il 16 giugno 1988 ed il 13 febbraio 1990  partono circa 10 miliardi da  Chiasso a  Ginevra, che finiscono su un conto bancario. L'inchiesta della magistratura crede che il  denaro sia  il  frutto  della vendita  della  droga,  grazie  ad eloquenti intercettazioni telefoniche tra Lottusi e Coltamai della Fimo.

Nel novembre del '93 l'inchiesta si conclude con la condanna di Lottusi, mentre la Fimo si salva: i giudici credono alla sua "buona fede". Ma l'assoluzione  non frena  lo  scandalo: all'epoca  della  transazione fatta per i Madonia, il presidente della Fimo è Gianfranco Cotti, parlamentare democristiano svizzero. Cotti si  dimette subito, ma la  procura di Lugano gli toglie ogni  preoccupazione, assolvendolo il giorno  prima dell'inizio delle indagini...

Il sostituto di Cotti  è Elio  Fiscalini, che può  vantare discrete  referenze: coinvolto  in una  storia  di tangenti  pagate alla  Socimi  di Milano (di cui è presidente !), socio in un'altra società coinvolta nella solita vicenda di mazzette,  coinvolto indirettamente nello  scandalo Poggiolini e nel traffico di titoli rubati noto come 'caso Kollbrunner', in cui compaiono anche i piduisti Gelli ed Eugenio Carbone. Agli atti di questa inchiesta, ci sono due lettere del  '92, in cui Carbone scrive  a Berlusconi dicendogli frasi come "ho  parlato con Gelli" e "forse  Licio le avrà detto..." 1.

 

Proprio questa  società, quindi,  nei  primi ani  '70, fornì  denaro  in abbondanza al Berlusconi imprenditore  edile: per la  precisione fu  una società del gruppo  Fimo, la  'Eti holding' di  Chiasso. Ovviamente,  la provenienza del denaro e l'esatto assetto proprietario delle società  in questione, rimangono un mistero.

Altre coincidenze: Fimo e Tettamanti (l'altro finanziatore di  Berlusconi) confluiscono in un gruppo misterioso, il Ferdafin, diretto da Fiscalini e dall'ex-presidente della Sasea (società del Vaticano, poi passata al piduista Florio Fiorini), Gianola.  In Lussemburgo,  l'amministratore Ferdafin è Jean  Faber, legato  ai finanzieri  craxiani Cusani  e  Giallomabrdo, quelli dello  scandalo Enimont. Rimaniamo  in Lussemburgo:  la sede della "Silvio Berlusconi Finanziaria" e della "Fidinam" coincidono, trovandosi entrambe al numero 2  di boulevard Royal. La  "Fidinam" è  la società del  gruppo  Tettamanti attraverso  cui  passavano  le  tangenti Enimont distribuite da Cusani.

 

La Fimo e gli ambienti ad essa collegati  non hanno solo il volto  della criminalità economica: hanno anche un volto politico ben preciso. Questi "poteri  finanziari occulti sono gli stessi che in Italia hanno prodotto Gladio e la P2, le stragi neofasciste ed i tentativi di golpe".

Qualche esempio: Genevieve Aubry, parlamentare liberale bernese e membro del consiglio di amministrazione della Banca Albis (legata alla Fimo) ha presentato, nel marzo del '94, un progetto di legge razzista che prevede il contingentamento degli stranieri presenti in Svizzera.

La Aubry e  Cotti (ex  presidente  della Fimo)  fanno parte  della  Wacl (World Anti Communist League), una società nata in Sud Corea,  coinvolta nel traffico di armi a Iran ed Irak ed ai Contras del Nicaragua. Tra  le altre attività di questa benemerita associazione, vi è il  finanziamento di gruppi di estrema destra e di regimi neofascisti (anzi, di "resistenza al comunismo"). La Wacl è legata agli ambienti conservatori degli Usa ed opera in tutto il mondo. Ne fanno parte generali Nato, esponenti dell'economia, dei mass media, della 'cultura'.

La stessa Fimo è nata nel '56, quando la Svizzera era scossa da profondi fermenti sociali: convinti di dover dare  il loro contributo, la Fimo  e la Albis finanziavano  gruppi  paramilitari, la  cui specialità  era  il pestaggio dei sovversivi e la denuncia dei "collaborazionisti dei regimi comunisti", cioè degli esponenti della sinistra elvetica 2.

Insomma, in questi simpatici ambienti Berlusconi si trova come un  pesce nell'acqua: i sui  rapporti con  la Fimo, infatti,  non terminano  negli anni '70: una delle numerose inchieste della magistratura riportano alla ribalta la finanziaria di Chiasso.

 

La vicenda è quella relativa al trasferimento del calciatore Lentini dal Torino al Milan. Gianmauro Borsano, socialista craxiano ed ex presidente del Torino, ha  rivelato che  il trasferimento è  costato 18.5  miliardi ufficiali più 8.5  miliardi in  nero. Questo denaro  viene pagato  così:

Galliani (amministratore  Milan)  raccoglie  i soldi  su  un  conto  Ubs (Unione Banche Svizzere) 3. Da lì i soldi  passano su un conto di  tran- sito della Banca Albis, quindi  la Fimo fa arrivare  tutto alla  "Cambio corso" di Torino, un'altra società  del gruppo. A  questo punto  Borsano può incassare 4.

Quindi, quella svizzera non è una 'vecchia storia'. I rapporti del Cava- liere con la finanza occulta e gli ambienti ad essa collegata sono rimasti integri.

 

---1: M. Gambino, Avvenimenti, 16 marzo 1994, pp. 8-9.

---2: ibidem, pp.10-11.

---3: La banca del  Conto  Protezione, attraverso  cui Larini,  Craxi  e

      Martelli "comunicavano" con Gelli e la P2.

---4: Avvenimenti, 16.3.94, p.8.

 

 

 

                      nascita e crimini della fimo

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La società cui Berlusconi  è tuttora  legato, la Fimo,  nacque nel  1956 fondata da un gruppo di italiani di estrema destra, tra cui Ennio Sastra ed Ercole Doninelli. Nel '56 in Svizzera, gruppi giovanili manifestavano contro il comunismo chiedendo la costituzione di organismi che  control- lassero la fedeltà atlantica dei cittadini, mediante servizi di spionaggio. Altre attività furono le  campagne contro gli imprenditori che  in- vestivano oltrecortina e  il finanziamento  dei groppuscoli  di  estrema destra.

La Fimo, come  già detto,  fa parte integrante  di questo  scenario.  Ma dalla fine degli anni '80, iniziano  i guai giudiziari: si comincia  nel 1989, con il processo sul riciclaggio dei narcodollari, che vede la condanna di Giuseppe Lottusi.

Poi c'è un'inchiesta in Francia, ancora per riciclaggio di denaro  sporco. Nel Veneto ed in Friuli la Fimo è sotto inchiesta ancora per  bancarotta fraudolenta: diverse procure indagano sui crack di società  legate alla "Sirix", alla  francese  "Cofibel" ed  ancora alla  "PiBi  Fianace" belga. Per lo stesso motivo è stata aperta un'inchiesta anche in Olanda. In Italia, la Fimo è  coinvolta nel riciclaggio delle tangenti  Enimont, delle tangenti Eni, delle tangenti Iri. E' coinvolta anche nello  scandalo sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso Fidia, nelle tangenti  della "Carlo Gavazzi".

Un'altra società Fimo legata alle tangenti è la "Socimi" di Milano,  in- dagata per le tangenti al Comune e per traffico d'armi. La Socimi è pre- sieduta dall'ultimo presidente Fimo, Elio Fiscalini.

Ancora, uno dei  fiduciari della  Fimo, Antonio Tramezzani,  è morto  in circostanze misteriose il 17 settembre  '93, a poche ore dall'arrivo  in Ticino del giudice Di Pietro, che indagava sul caso Enimont. La versione del 'suicidio' di Tramezzani venne  cambiata quattro volte:  nell'ultima versione, quella ufficiale, Tramezzani si sarebbe sparato ripetuti colpi di fucile-mitragliatore alla testa  senza mai sbagliare  mira... Ma  gli inquirenti svizzeri hanno  trovato una  lettera ed hanno  optato per  il suicidio 1.

Altri guai  per  la  Fimo  arrivano dopo  l'arresto  di  Didier  Pineau- Valenciennes, catturato a Bruxelles nel quadro di un'inchiesta per rici- claggio di denaro  sporco, bancarotta fraudolenta,  truffa e  corruzione internazionale. Pineau-Valenciennes è accusato di aver trafficato denaro sporco, probabilmente di proprietà  della mafia, con  la Fimo.  Un'altra accusa riguarda la truffa che ha portato alla bancarotta del gruppo bel- ga "PiBi finance".  Questo troncone  dell'inchiesta è nato  dalla  morte dell'ex presidente della  PiBi, Jean  Verdoot, deceduto nel  marzo  '93.

Verdoot, accortosi che quelli della Fimo lo avevano truffato, è andato a Ginevra per incontrarli.  E' morto  sulla via del  ritorno (la  versione ufficiale parla di  infarto da  stress). Le indagini  successive  hanno trovato una fitta  ragnatela di  società, in cui  le tracce  di mafia  e camorra sono numerose: il principale funzionario della Comifin  (società Fimo) era Enzo Coltamai, socio di Giuseppe Lottusi, quello che riciclava i soldi (provenienti dal narcotraffico) dei Madonìa. Il procuratore della Fimo incaricato di rapporti con la Pibi era Valentino Foti (arrestato anche lui): a Torino, è  implicato in una inchiesta sulle  infiltrazioni della camorra in Piemonte 2.

 

0041-91-43-0101. Se telefonate a questo numero risponde la Fimo.  Volete far passare fondi neri attraverso la frontiera ? Riciclare narcodollari?

Mandare soldi ad un mittente  segreto ? Da quarant'anni  la Fimo  svolge egregiamente questi (ed altri) servizi. Questa società, tra le altre, ha finanziato il giovane Berlusconi  alle prese con  l'avventura di  Milano Due. E così comincia ad esser un po’ più  chiaro come ha fatto il  figlio di un impiegato di banca e di una casalinga a costruire il suo 'impero'.

 

---1: Avvenimenti, 9 febbraio 1994, pp. 14-15.

---2: Avvenimenti, 8 giugno 1994, p.16.

 

 

 

                   la fininvest nel centro di palermo

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Durante la campagna elettorale,  le già citate  confessioni del  pentito Cancemi rimettono in primo piano i rapporti tra Fininvest e Cosa Nostra. Secondo il  pentito,  Berlusconi  avrebbe  comprato  vecchi  immobili  a tappeto nel centro storico di  Palermo (v. pag.    ), l'unico in  Italia dove fanno bella mostra di sé le macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il risanamento  è un  affare che vale  migliaia di  mi- liardi. Berlusconi avrebbe  cercato di entrarvi  grazie alla  mediazione con la mafia  di un  personaggio misterioso, detto  "il ragioniere".  La zona in questione sarebbe quella  comprendente "tutta la parte  vecchia, fino al  Politeama".  I magistrati,  dopo  queste  dichiarazioni,  hanno incaricato le  strutture investigative  di "accertare  ogni  circostanza utile in ordine all'ipotizzato acquisto di immobili dislocati nella zona di via Maqueda, via Roma, via Sant'Agostino, acquisto che secondo Salvatore Cancemi sarebbe legato ad una speculazione edilizia che fa capo  al dottor Silvio Berlusconi".

E i fratelli Dell'Utri ? Naturalmente, Cancemi parla anche di loro, tanto a indurre i magistrati  a chiedere una ricostruzione completa  delle loro attività. La Procura antimafia di Catania si starebbe interessando, in particolare, di Alberto Dell'Utri,  visto che alcune  sue società  si intersecherebbero con i canali di riciclaggio utilizzati dal clan Santapaola 1.

Ma l'accusa più grave riguarda, come è ovvio, Marcello Dell'Utri: secon- do fonti giudiziarie citate dall'agenzia Ansa, Cosa Nostra "avrebbe  affidato all'amministratore delegato di Publitalia,  direttamente o  indi- rettamente, i proventi di un traffico internazionale di stupefacenti" 2.

Il primo effetto delle accuse di Cancemi sono state le indagini, avviate da polizia, guardia di finanza e carabinieri, su undici persone:  Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Ignazio Pullarà e Pietro Lo Jacono (capi della famiglia di Santa Maria  del Gesù), i quattro  fratelli Grado,  Mimmo Teresi, Francesco Mafara e Vittorio Mangano 3.

 

Questi personaggi sono gli stessi  che compaiono nelle vicende che  ruo- tano attorno agli uffici di via Chiaravalle, di  cui si è detto in  precedenza. Questo indirizzo risulta il punto di riferimento dei mafiosi in trasferta a Milano;  lì c'erano  la  "Inim" di  Alamia e  Rapisarda.  Di questa società (e della  "Raca") la Criminalpol  scrisse: "sono  società commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serva per riciclare il denaro sporco proveniente da illeciti" 4.

I soci della Inim finiranno in  carcere per il fallimento della  "Venchi unica", società che era stata di proprietà del mafioso e massone Michele Sindona. Proprio in questa vicenda viene arrestato Alberto Dell'Utri. Per quel che riguarda il datore  di lavoro di Marcello, cioè  Rapisarda, occorre aggiungere (per completarne il ritratto) che all'arrivo a  Milano, proveniente da Sommantino (Caltanissetta),  il finanziere aveva  già precedenti per porto abusivo d'arma,  oltraggio, reati contro il  patrimonio e la libertà sessuale (!), emissione di assegni a vuoto e  truffa. Un provvedimento del giudice di  sorveglianza di Palermo, datato 16  ot- tobre 1965, lo definisce "delinquente  abituale". Secondo la Guardia  di Finanza, Rapisarda "è stato inquisito dalla sezione antimafia di  Paler- mo, poiché sospettato di appartenere a  cosche mafiose e di avere  parte attiva nel riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona"5. Dalle confessioni di Rapisarda (v. pag.    ) emerge che lui e  Dell'Utri frequentavano i boss  mafiosi Cinà,  Bontade e  Teresi, gli  stessi  che secondo Cancemi avrebbero avuto rapporti col gruppo Berlusconi per  'risanare' il centro di Palermo.

Già nel 1984, il quotidiano "L'Ora" accusò Berlusconi di essere in  rapporti con la "Inim" del mafioso Ciancimino. L'accusa derivava dai  fatti che conosciamo: la telefonata dei  due mafiosi ("Berlusconi è la  nostra prossima pedina"), le relazioni dei fratelli Dell'Utri, i rapporti della Criminalpol. Ma già allora il Cavaliere smentì indignato 6.

 

---1: M. Gambino, Avvenimenti, 30 marzo 94, p.12.

---2: Ansa, 20 marzo 1994.

---3: Avvenimenti, 30.3.94, p.13.

---4: Rapporto Criminalpol, 13 aprile 1981, cit.

---5: Avvenimenti, 30.3.94, p. 14.

---6: L'Ora, 10 ottobre 1984.

 

 

 

                      cancemi accusa la fininvest

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Sabato 26  febbraio  1994.  In  una  caserma  dei  Ros  (raggruppamenti operativi speciali)  Salvatore Cancemi  inizia  a raccontare  una  lunga storia. Parla di antenne e  di boss, di personaggi  insospettabili e  di amministratori un po’  meno  insospettabili. Le  sue parole  fanno  molto rumore proprio in piena campagna  elettorale, nelle ultime settimane  di marzo, portando anche alle  dimissioni di Violante  da presidente  della commissione antimafia (v. pag.   ).

La polemica infuria per un poco, poi la Fininvest vince le elezioni e si passa alla carica:  Previti, Biondi  e gli altri  scatenano la  campagna contro i pentiti.

Dal loro punto di vista, fanno bene ad autotutelarsi: le accuse di Can- cemi sono pesanti. E poi  non è un pentito qualunque:  dalla metà  degli anni '80 ha  fatto parte  della Cupola,  è stato  un fedele  alleato  di Riina, conosce tutti i segreti di Cosa Nostra. Ad un certo punto,  però, si convince che vogliono ucciderlo: così,  il 22 luglio '93 si  presenta in una caserma dei carabinieri.

Poi inizia a  collaborare: le  sue dichiarazioni sono  raccolte da  Ilda Bocassini, sost. proc. di Caltanissetta,  che indaga anche sulle  stragi di Capaci e via D'Amelio. Cancemi parla di molti fatti, tra cui la "campagna elettorale" organizzata da Riina a favore dei socialisti  Lombardo e Martelli (che ottenne 117mila preferenze).

Poi le accuse alla Fininvest: le speculazioni nel centro di Palermo  (v. paragrafo precedente), i soliti rapporti  di Dell'Utri, il pizzo  pagato dalla Fininvest alla mafia.

Secondo Cancemi, 'il ragioniere' era  stato incaricato di consegnare  ai mafiosi di Totò Riina 200 milioni, a nome di Marcello Dell'Utri, manager Publitalia. In cambio, la mafia avrebbe protetto le antenne Fininvest in Sicilia. All'epoca  (1987) Cancemi  era  capo della  famiglia  di  Porta Nuova, in sostituzione di  Pippo Calò,  che era invece  detenuto. E  uno degli uomini che riscuoteva il pizzo sarebbe stato quel Vittorio Mangano che abbiamo conosciuto in veste di "stalliere" nella villa di Arcore 1.

Un altro pentito,  Gioacchino La  Barbera, aggiunge  che è  stato  "contattato da alcuni uomini della Fininvest, tra la fine del '92 e l'inizio del '93, quando avevano necessità  di installare nella  zona di  Palermo dei ripetitori tv. Dovevo occuparmi  del movimento terra.  Non avevo  le macchine adatte. E quel lavoro non lo feci io" 2.

 

Potrebbe mancare Marcello Dell'Utri ? Impossibile. Infatti Cancemi parla anche di incontri ed ospitalità offerta dal braccio destro di Berlusconi a mafiosi, nella sua villa  in Lombardia. Cancemi ipotizza  anche che  a casa di Dell'Utri potrebbero essere stati ospitati dei latitanti 3.

 

---1: l'Espresso, 25 marzo 1994, pp.40-42.

---2: Repubblica, 20 marzo 1994, p.5.

---3: l'Espresso, 25 marzo 1994, p.42.

 

 

 

                        operazione 'mato grosso'

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"Per quanto attiene il denaro  da riciclare in provenienza  dall'Italia, il medesimo appartiene al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone  del codice di chiamata (per il trasferimento di denaro dall'Italia): dovranno unicamente designare una persona di  fiducia di tale gruppo. Il  nome di Berlusconi non deve impressionare più  di tanto, poiché anni fa,  segnatamente ai tempi della Pizza connection, lo stesso era fortemente in- diziato di essere il capolinea dei soldi riciclati" 1.

Questo brano, tratto da un  rapporto della polizia svizzera, riporta  in luce l'ipotesi del ruolo di Berlusconi nel riciclaggio di denaro sporco, in stretto contatto con  la mafia internazionale.  Il rapporto  riguarda l'operazione "Mato Grosso", una vicenda  che ha i  caratteri del  giallo internazionale.

Andiamo con ordine: il  12 giugno 1991  il finanziere  ispano-brasiliano Juan Ripoll Mari chiama, a Chiasso,  un suo socio d'affari. Gli  propone di trasportare denaro di misteriosa provenienza attraverso Spagna, Fran- cia e Italia, con destinazione  finale: Svizzera. Il denaro sarebbe  infine stato 'ripulito'  in una  operazione particolare: una  città  tutta nuova, chiamata "Nova Atlantida", da  costruire (interamente con  denaro sporco) a 3000 km a nord di Rio de Janeiro, nel Mato Grosso.

Ripoll Mari parla, pur con discrezione, del suo progetto. Non sa che  il suo "socio" è  in  realtà Fausto  Cattaneo, commissario  svizzero,  specialista in operazioni 'undercover' (sotto copertura). In altre parole è un infiltrato, esperto di riciclaggio,  con all'attivo la  realizzazione delle più importanti operazioni anti-riciclaggio: dalla "Green Ice" alla "Octopus" fino alla "Lebanon connection".

Ripoll Mari, invece,  si occupa  ufficialmente di import-export  in  Sud America. Ma gli investigatori di tutto il mondo sanno che non solo è uno dei più importanti narcotrafficanti, ma è anche uno dei massimi  esperti di riciclaggio.

Sembra, tuttavia, che sia arrivato al capolinea: l'operazione di  infiltrazione di  Cattaneo (iniziata  nel  dicembre '90)  procede  benissimo; Ripoll Mari non sospetta niente e dà il via all'operazione: incontra  il suo socio-infiltrato al numero 45 di Corso San Gottardo (la stessa strada della Fimo) e definisce  i dettagli dell'operazione: tra questi,  uno ci interessa da vicino: in Italia il denaro dovrà essere prelevato dagli uomini del clan Berlusconi, a Torino 2.

A questo  punto  qualcosa  non  funziona  nell'operazione:  tutto  viene bloccato e le carte che descrivono l'operazione finiscono  nell'archivio della Procura di Lugano.

Potrebbe non essere una coincidenza il  fatto che la missione sia  stata bloccata proprio mentre  l'infiltrato stava  per recarsi a  Torino,  per prelevare il denaro che secondo Ripoll  Mari era degli uomini del  "clan Berlusconi". Ma Cattaneo non può  verificare: la Procura  di Lugano  gli toglie l'inchiesta.

Il 19 maggio 1994, una sentenza del tribunale francese di Gresse svelerà i retroscena di quell'atto, evidenziando  il ruolo di alcuni  funzionari di polizia ticinesi, di elementi corrotti  nelle procure di Parigi e  di Lugano e negli uffici della  Guardia di Finanza di  Milano. Queste  complicità hanno impedito  la conclusione  dell'indagine, sviando  l'attenzione su un trafficante minore,  Sergio Bonacina. La sentenza,  inoltre, riabilita l'infiltrato svizzero Cattaneo, che era finito sul banco degli imputati... 3

 

---1: "Aggiornamento operazioni 'Atlantida' e  'Mato grosso'",  rapporto

      della polizia cantonale  di Bellinzona  (Canton Ticino),  13  set-

      tembre 1991.

---2: Michele Gambino - Paolo Fusi, Avvenimenti, 23 marzo 94, pp.10  sgg.

---3: ibidem, 8 giugno 1994, pp. 14 sgg.

 

 

 

               il 'libero muratore' edifica il suo impero

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La vicenda di Berlusconi, compresa la sua esperienza di governo non  può essere compresa senza esaminare le  vicende relative alla P2. Sulla  sua iscrizione alla loggia di Gelli, Berlusconi fornirà tante versioni  dif- ferenti, ricavandone anche  una condanna per  falsa testimonianza.  Tut- tavia, non è solo  una questione  di iscrizione: la  biografia, già  citata, di Mario Ruggeri e Giovanni Guarino mette in evidenza la  funzione che Berlusconi ha oggettivamente svolto (e sta svolgendo) per la realizzazione degli obiettivi pidusti.

Infatti, il "Piano di rinascita  democratica" sosteneva la necessità  di una nuova legislazione  urbanistica, favorendo  le città  satellite".  E Berlusconi era specialista del settore, con "Milano 2" e "3".

Il Piano di Gelli prevedeva di  "dissolvere la Rai-tv": e Berlusconi  ha dedicato l'esistenza  a questo  obiettivo.  Seguendo Gelli,  che  sottolineava il bisogno di "immediata costituzione  della Tv via cavo da  im- piantare a catena in modo  da controllare l'opinione  pubblica nel  vivo del Paese", Berlusconi  fondò la  sua prima tv,  Telemilano (via  cavo), prima di costituire i suoi network (impianto a catena).

 

 

 

 

                          programmi fotocopia

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Tutto ciò è confermato dai  programmi di "Forza Italia"  e del  governo, che coincidono quasi del tutto col "Piano"  P2. Tanto che Gelli, in  una intervista al Tg1, poté affermare  raggiante: "il piano  di rinascita  è quasi tutto attuato... ho perso il conto degli iscritti alla P2 che sono ai vertici della nazione". Quasi  contemporaneamente, il procuratore  di Napoli Agostino Cordova invitava a rileggere il "Piano", per vedere  che si sta attuando. Confrontando il "Piano" massone ed il programma  "Forza Italia", si scopre che ventuno punti su quarantacinque, Berlusconi li ha copiati da Gelli.

1.    Gelli e  Berlusconi  concordano  nell'esigenza  di  ristrutturare  il Governo, badando  "all'organizzazione ministeriale  ed  alla  qualità degli uomini da preporre ai singoli ministeri". I ministeri economici vanno accorpati.

2.    Gelli indicò  una nuova  forma  di aggregazione  politica:  "primario obiettivo è  la costituzione  di  un club  (di natura  rotariana  per l'eterogeneità dei componenti) ove siano  rappresentati, ai  migliori livelli, operatori imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni  liberali,  pubblici  amministratori  e  magistrati   nonché pochissimi selezionati uomini politici, che  non superi il numero  di  40 unità". Una belle idea, quella di Gelli. Circa venti anni dopo, Berlusconi la metterà in pratica con i "club Forza Italia".

3.    In caso  di  crisi  dei  partiti, la  P2  sostenne  la  necessità  di costituire due movimenti:  l'uno  sulla "sinistra"  (tra Psi  e  Dc), l'altro sulla destra  (tra liberali  e Msi). La  situazione di  oggi, spesso esaltata da Berlusconi,  appare simile a  quella disegnata  da Gelli.

4.    La P2 sostenne che ai "giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di simpatizzare per gli esponenti politici prescelti".  Fede, Liguori e C. svolgono egregiamente questo compito.

5.    Gelli vuole "dissolvere la Rai". Forza Italia desidera  "privatizzare i servizi". Berlusconi preferisce farne il suo megafono.

6.    Per quel che riguarda i titoli di studio, i massoni di Gelli vogliono togliere il  valore legale  al  titolo di  studio, per  "chiudere  il rubinetto del preteso automatismo posto di lavoro- titolo di studio": avanti solo i più meritevoli. Il programma Forza Italia vuole "abolire il valore legale del  titolo di studio e  riformare l'accesso  all'impiego pubblico ed alla professione".

7.    La P2 vuole che l'accesso alla carriera nella magistratura venga dopo il superamento di test psico-attiudinali, che dovrebbero essere ripetuti durante la carriera. Forza Italia si muove nello stesso  ambito:

8.    "Recuperare la qualificazione del magistrato. Il sistema  italiano prevede che il magistrato proceda nella carriera senza  significative prove di merito. Ciò produce un'obiettiva dequalificazione. Si tratta di introdurre forme  di selezione  che non andrebbero  affidate  solo alla 'corporazione', ma che impegnino i settori più autorevoli  della cultura (...).  Introdurre  prove selettive  che  non  consentano  al magistrato una  funzione  richiedente  specifica  professionalità  ad altra, tramite automatismi".

9.    Sulla questione fiscale, la P2 vuole che la pressione fiscale aumenti sui lavoratori dipendenti,  sui redditi  professionali e  che  invece diminuisca sulle imprese "premiando il reinvestimento del  profitto". Berlusconi, ovviamente, è d'accordo e aggiunge: "introdurre la detas- sazione degli utili reinvestiti per lo sviluppo dell'occupazione".

10.  I sindacati sono tra i nemici della P2, che li considera colpevoli di aumentare il costo del lavoro e di esser diventati interlocutori  politici. Forza Italia propone "la  riduzione dei costi del lavoro  non salariali, inclusi i contributi sociali".

11.  Gelli propugna la riforma del  Csm, che deve  essere responsabile  di fronte al Parlamento. E' d'accordo Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, poi ministro della Difesa. Ancora sulla magistratura, la P2  vuole "separare le carriere  requirenti e giudicanti". Forza Italia usa le stesse parole.

 

Gli altri punti  in comune  riguardano la finanza  locale (12),  le  amministrazioni locali da  semplificare (13),  le nuove  leggi  elettorali maggioritarie (14), la fine del bicameralismo (15), la riduzione del nu- mero dei parlamentari (16), l'assistenza agli invalidi (17), la legislazione delle lobbies sul modello  Usa (18), la  riforma sanitaria  basata sul mercato (19),  l'inemendabilità  dei decreti  legge (20)  ed  infine l'abolizione del "semestre bianco" del presidente della Repubblica (20). Fuori dai programmi, Gelli e  Berlusconi concordano anche sul  presidenzialismo. 1

 

---1: Avvenimenti, 4 maggio '94, pp. 10-12.

 

 

 

                   valanghe di soldi dai confratelli

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Un altro argomento che fa  sospettare i vantaggi derivanti a  Berlusconi dalla familiarità con squadrette e  compassi, è il suo  rapporto con  le banche. E' evidente che le banche più vicine a Berlusconi sono state  la Bnl ed il Monte dei Paschi di Siena, ovvero le banche controllate  dalla P2. La stessa commissione di inchiesta sulla P2 (commissione Anselmi) ha notato che l'imprenditore Berlusconi trovò  presso le banche "appoggi  e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio".

Un documento del  collegio sindacale  del Monte Paschi  (ottobre  1981), inviato alla commissione P2, analizza i rapporti tra Berlusconi (iscritto P2) e l'istituto di  Siena, presieduto da  Giovanni Cresti  (iscritto P2).

Il documento mostra che fino al '74 il rapporto è equilibrato: 3 miliardi depositati e un fido di 398 milioni. Ma il 1975 ed il 1978, sotto  la gestione di Cresti, la forbice si allarga: nel 1981 Berlusconi ha 8  miliardi di conti correnti, contro 14 miliardi di fidi.

Tanta fiducia non trova spiegazioni, se non nella svalutazione della mo- neta che potrebbe favorire Berlusconi. Ma il "comportamento preferenziale accentuato" potrebbe  avere  origine in  una comune  appartenenza  di loggia.

Anche perché altre sezioni del Monte Paschi concedono generosi mutui (50 miliardi prima, a cui si aggiungono 41 miliardi), con tassi inferiori  e condizioni migliori rispetto  agli altri clienti.  Il documento  citato, infine, parla di "trattative dirette tra Cresti e Berlusconi" 1.

Insomma, chi indossa  cappuccio e  grembiulino può ignorare  le  "leggi" dell'economia.

 

---1: Avvenimenti, 9 marzo 1994, pp. 14 sgg.

 

 

 

                            società fantasma

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Una vicenda analoga a quella del Monte  Paschi è quella della Bnl,  alle cui società (controllate da piduisti) Berlusconi è legato.

La storia comincia il 16  settembre 1976, con  la costituzione  dell'Im- mobiliare San Martino spa,  di cui Marcello  Dell'Utri è  amministratore unico. Il capitale iniziale di  questa società berlusconiana viene  sot- toscritto da  due piduisti,  Graziadei  e Pollack,  a nome  di  Servizio Italia e Saf, fiduciarie della Bnl holding. La stessa Fininvest è  stata costituita da queste due società: l'11 novembre 1975 gli uomini della P2 Graziadei e Pollack sottoscrivono il capitale sociale: duecento milioni, che due mesi dopo diventeranno due miliardi (!).

Servizio Italia e Saf sono due fiduciarie, e dunque agiscono su  mandato di 'terzi' che non gradiscono  apparire e quindi rimangono coperti  dal- l'anonimato: dunque si muovono in nome e per conto di altri. Il 19 giugno 1978 si compie un altro prodigio: nascono ventidue società, denominate Holding Italiana Prima, Seconda e così via fino alla  Holding Italiana Ventiduesima.  Gli  intestatari sono  un  tale  Armando  Minna, commercialista, e sua  moglie Nicla  Crocitto, casalinga: è  chiaro  che sono due prestanome. Nel 1982  Luigi Foscale (zio  di Berlusconi)  viene nominato amministratore unico delle holding, che costituiscono il cuore, impenetrabile e misterioso, della Fininvest. Il figlio di Luigi Foscale, Giancarlo, ammetterà  che  il  giochetto delle  22  holding  consente  a Berlusconi "un risparmio delle tasse intorno al 30-40 %" 1.

Torniamo a 'Servizio Italia', la fiduciaria della Bnl controllata dalla P2: sembra certo che circa il 49  % delle azioni Fininvest siano  ancora di questa fiduciaria 2.

La storia di Servizio Italia è ancora più interessante: compare in tutte le vicende di  Michele Sindona,  bancarottiere mafioso e  piduista;  gli editori piduisti Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din operarono  attraverso Servizio Italia; attraverso  questa  fiduciaria la  P2 gestì  le  speculazioni con la Savoia assicurazioni e la Italimmobiliare.

Inoltre, Gelli  scrisse a  Tassan  Din usando  l'indirizzo  di  Servizio Italia;  poi altre storie  coinvolgono Roberto Calvi e Flavio  Carboni: in altre parole, Servizio Italia era pienamente sotto il controllo della P2. Inoltre, l'intera Bnl era pienamente in mano alla P2, controllandone nove membri del vertice 3.

In conclusione, "risulta evidente come non sia stato Berlusconi a creare la Fininvest, ma come sia stata la Fininvest delle banche e delle  fiduciarie piduiste ad imporre il piduista Berlusconi alla ribalta  dell'imprenditoria nazionale 4.

 

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 99 sgg.

---2: Avvenire, 7 gennaio 1994.

---3: Ruggeri / Guarino, cit, pp. 106 sgg.

---4: ibidem, p.112.

 

 

 

                           la festa è finita

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Quanto detto  in  precedenza  è  confermato  di  fatti  successivi  alla scoperta della P2: nel maggio 1981 vengono ritrovati i nomi degli  affi- liati, tra cui i generosi banchieri che hanno sempre riservato un  trattamento speciale (ed ingiustificato) a Berlusconi.

Finita la festa,  il gruppo  Fininvest  si ritrova  con i  debiti:  nell'ottobre del 1981, le  entrate di  Canale 5 coprono  metà delle  spese; nello stesso anno,  Berlusconi  perde 60  miliardi nelle  imprese  televisive. A questo punto, è costretto a ricorrere a nuove forme di  finanziamento, visto che le vecchie non sono più - diciamo così -  disponibili. Nasce Programma Italia, che  prova a rastrellare denaro fresco  proponendo investimenti nebulosi a risparmiatori  ingenui. Poi arriva  Rete 10, venduta  porta  a porta  da  "consulenti  finanziari".  L'operazione suscita ilarità negli ambienti della borsa: gli operatori parlano  della più assurda e  sgangherata operazione  mai vista. Il  brillante uomo  di successo improvvisamente cambia volto: per il suo gruppo i debiti aumentano vertiginosamente, fino a toccare, nel 1994, un passivo che  oscilla tra i quattromila ed i seimila miliardi 1.

 

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 120 sgg.

 

 

 

                              l'iscrizione

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Loggia 'Propaganda Due', affiliazione del 26 gennaio 1978, n.  fascicolo 625, codice E.19.78., tessera n. 1816, pagamento quota Lit. 100.000. Questi semplici  dati riguardano  l'affiliazione  alla P2  del  fratello Berlusconi. Il quale, però, non  ha mai amato le  cose semplici,  preoccupandosi di dare mille versioni diverse della sua affiliazione: il 26 ottobre 1981, dopo lo scoppio dello scandalo, Berlusconi  dichiara che si iscrisse nel 1978. Più  tardi posticiperà la data di  iscrizione: il 27 settembre 1988, di fronte  al tribunale di Verona, Berlusconi  afferma di essersi iscritto nel 1981, senza alcuna quota di iscrizione.

Per questa clamorosa menzogna, la Corte d'Appello lo condanna per  falsa testimonianza, per aver  "dichiarato il  falso su  questioni  pertinenti alla causa". Una provvidenziale amnistia (subito accettata) salva il Cavaliere dalla galera 1.

Un'altra  smentita  arriva  per Berlusconi, che affermò di non aver  mai pagato contributi a Gelli: il 22 marzo 1982, la Guardia di Finanza verificò la piena corrispondenza tra  le quote pagate,  le ricevute  trovate nell'ufficio di Gelli e i  versamenti sul conto 'Primavera' della  Banca Popolare dell'Etruria, che  era stato destinato  dal Maestro  venerabile proprio al pagamento delle quote.

Ennesima bugia del Cavaliere: non vi fu cerimonia di iniziazione: ma  la Commissione d'inchiesta ha acquisito un documento dell'archivio di Gelli in Uruguay, nel quale (accanto al  nome di Berlusconi) compare la  dici- tura "juramento firmado" 2.

Il 3 novembre 1993, di  fronte alla Corte d'Assise  di Roma,  Berlusconi fornisce nuovi particolari: "Gervaso mi parlò di Gelli in termini  molto positivi. Incontrai Gelli due volte,  penso all'Excelsior (...).  Questa sua associazione appariva come una normalissima associazione, come fosse un Rotary, un Lions, e non c'erano motivi, per quello che se ne  sapeva, di pensare che la cosa fosse  diversa (...). Ho sentito dalla  relazione parlamentare che mi venne anche attribuito un versamento di lire  centomila. Per quello  che ricordo, ma  sono sicuro  di questo, a  me non  fu chiesto nulla e non feci questo versamento mai. Gelli voleva riunire intorno a sé le persone  migliori dell'Italia per un club,  su cui  probabilmente ci sarebbero dovute essere delle riunioni, delle conversazioni, a cui peraltro non fui mai invitato, e di cui nessuno mi parlò" 3.

Il 26 novembre '93, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti stranieri, Berlusconi ci regala una nuova versione: "Entrai quando  nessuno pensava che fosse una cosa negativa e pericolosa e il signor  Gelli era persona stimata  e con  ottime conoscenze 4.  Non ho  mai pagato  la quota. Quando mi arrivò la tessera, lessi il mio nome con scritto: libero muratore apprendista.  A quel  tempo ero il  primo imprenditore  italiano. Chiamai infuriato la segretaria  e le dissi di restituire  subito quella tessera.  Avrei potuto  accettare  solo con  il grado  di  grande maestro" 5.

 

E' importante, infine, ricordare la  definizione della P2 data dalla  Pm Elisabetta Cesqui: "è dimostrato  che la loggia  P2 era  un'associazione segreta che perseguiva fini politici  illeciti e mirava a modificare  la struttura dello Stato compiendo reati per sovvertire l'ordine pubblico".

 

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 17-18.

---2: S. Flamigni, Avvenimenti, 30 marzo 1994, pp. 14-15.

---3: Ruggeri / Guarino, cit., p. 91.

---4: Assolutamente falso: "tra il '75 ed il '76, uscirono almeno 49 ar-

      ticoli sulla stampa a grande diffusione, tutti riguardanti  Gelli,

      la P2 e le vicende collegate" (Elisabetta Cesqui). Nel '76,  Gelli

      fu interrogato sull'omicidio del magistrato Occorsio, che indagava

      sulla P2. Nello stesso periodo, ebbero diffusione sulla stampa  le

      vicende che coinvolgevano  Gelli e  gli estremisti di  destra,  il

      tentato golpe  del  '70,  il riciclaggio  di  denaro  sporco,  gli

      attentati contro i treni... [Avvenimenti 16.3.94, p.11]

---5: Gazzetta del Sud, 27 novembre '93, p. 21.

 

 

 

 

             berlusconi opinionista sul 'corriere' della p2

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Quali meriti avrà mai avuto un  rampante e mediocre palazzinaro per  diventare opinionista del  più prestigioso  quotidiano italiano ?  La  do- manda è lecita, dopo aver saputo che nel 1978 Berlusconi era un  commentatore del Corriere della Sera,  i cui lettori  illuminava con  opinioni sui temi economici d'attualità: la programmazione industriale, il sistema creditizio, la difesa del 'libero' mercato.

Senza voler essere maligni, è  impossibile non ricordare che  Berlusconi si iscrisse alla P2 il 26 gennaio '78, e  che il suo primo articolo  sul Corriere lo scrisse due mesi dopo: il 10 aprile. Niente di strano, se il Corriere non fosse totalmente controllato dalla P2: invece, sono aderenti alla loggia di Gelli il proprietario (Angelo Rizzoli),  il  direttore generale (Bruno Tassan Din) il direttore del giornale (Franco Di Bella), l'inviato Roberto Ciuni, il capo redattore della giudiziaria Giorgio Zicari e due commentatori come Roberto  Gervaso e Maurizio Costanzo 1.  Il consiglio d'amministrazione era retto da Umberto Ortolani, anima  finanziaria della loggia,  mentre Gelli aveva  l'incarico di  "rappresentanza del gruppo presso qualsiasi autorità governativa di Stati esteri" 2.

Insomma, pare che il posto di opinionista Berlusconi lo dovesse più alla comune appartenenza di loggia che alla preparazione culturale.

 

Un altro fatto contribuisce  a chiarire i  rapporti Berlusconi-P2:  nel- l'aprile del  1980  la "Domenica  del  Corriere",  settimanale  Rizzoli, inizia un'inchiesta sui  'numeri uno'  degli anni  '80. Il  primo  degli uomini-che-si-sono-fatti-da-sè è Berlusconi: l'articolo è in pieno stile 'emiliofede': prestigiosissime cariche imprenditoriali, uomo di cultura, capitano d'industria, protagonista nel mondo dell'informazione: "possiede oltre cento società. Per chiunque cento motivi di preoccupazione. Per lui un divertimento". Sarà pure una coincidenza (una delle tante...), ma la "Domenica del Corriere" appartiene alla piduista Rizzoli, e il direttore Paolo Mosca è affiliato  alla loggia  di Gelli. Non  è dunque  difficile pensare che l'esclusiva tessera  P2 prevedesse, tra  i suoi  vantaggi, anche 'servizi' come questo. L'intervista, poi, si chiude in  maniera molto significativa:

"Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo successo ?"

"Sono d'accordo con lei, è un segreto" 3.

 

---1: Gervaso, Costanzo e Ciuni  troveranno posto alla  corte di  Berlu-

      sconi, dopo lo scandalo. Il  primo è stato indicato da  Berlusconi

      come 'causa' della sua iscrizione. Il secondo se la caverà dicendo

      di essere stato un cretino. Ma Costanzo organizzò una terza pagina

      del Corriere, nell'ottobre  '80, che beatificava  Licio Gelli;  ed

      organizzò e diresse  "L'Occhio", quotidiano voluto  dalla P2,  che

      finì in un fallimento.[Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", p. 17]

---2: A. M. Mira, Avvenire, 27 gennaio 1994.

---3: Ruggeri / Guarino, cit., p.81. L'intervistatore è Gianfranco  Len-

      zi, che poi farà carriera a Retequattro.

 

 

 

                            'io, tu e gelli'

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Si dirà che  quella della P2  è una  vecchia storia. Ma  ciò è  smentito dalle recenti inchieste che coinvolgono  Gelli. Ed è  smentito anche  da due lettere molto interessanti, rinvenute  durante una perquisizione  in via Ripetta 25, nel corso  di un'inchiesta del  "caso Kollbrunner":  una vicenda di ricettazione di  titoli di  stato rubati che  ha come  protagonista Winni Kollbrunner, segretaria di Claudio Martelli, che  rivelerà ai giudici la  'piramide' che  ha  gestito il  traffico: al  vertice  si trovano un alto  prelato (il  cardinal Poletti),  Licio Gelli  e  Giulio Andreotti. La centrale  romana del  traffico si  trova nello  studio  di Patrizio Pinto (massone pure lui), sito in via Ripetta 25 1.

Qui, una perquisizione ha portato  al ritrovamento delle lettere di  cui si diceva: il  mittente è  Eugenio Carbone,  ex direttore  generale  del ministero dell'Industria, piduista. Il destinatario è Silvio Berlusconi, tessera P2 1816. L'Egidio che  viene citato è  Carenini, ex  sottosegretario Dc al ministero  dell'Industria, protettore di  Mino Pecorelli  e, naturalmente, iscritto alla P2.

La prima lettera è datata  29 luglio 1992: Carbone chiede  aiuto a  Berlusconi per sé e per  la sorella: "Non avrei mai  immaginato di  doverla disturbare per questo, ma è solo a un vero amico che è possibile  farlo, [errori dell'originale, ndr]  pensando che  egli sia l'unico  che  possa fronteggiare la cosa, senza  ricorso a  banche ma ad  altri enti  finanziari". In  basso a  sinistra,  Carbone aggiunge:  "inviata a  Licio  ed Egidio".

Nella  seconda  lettera,  datata  27  settembre  1992,  Carbone  annota: "postacelere a Licio  Gelli ed  Egidio Carenini". Carbone  si  qualifica come 'Presidente della Camera di Commercio italo- slovena", quindi  dice al "Caro dottor Berlusconi", che  "Licio ed Egidio si  erano offerti  di farle pervenire  una  mia  'lettera-proposta' al  fine  di  rendere  più probabile che  lei, pur  nel  suo  enorme ed  assorbente  lavoro,  la leggesse. Dopo più di un mese, hanno  ripensato che non avevo bi-  sogno di un loro supporto, perché  lei si  ricordava certamente di  me, per  i precedenti rapporti". La lettera prosegue  con la proposta,  un po’  con- fusa, di costituzione di un giornale cattolico in Slovenia e Russia, cosa particolarmente gradita in Vaticano ed al Papa stesso. Dopo aver pro- posto una bella  gita a  Portorose (Slovenia), Carbone  torna a  parlare d'affari, proponendo una fusione tra un'azienda tessile pugliese  ("Lupo moda") e la Standa. La  parte più interessante, però,  è quella  finale, con la richiesta di aiuto mediante "una operazione bancaria tramite  finanziaria" e la conclusione:

"La mia situazione, Licio forse le  ha detto, dipende sempre dalla  controversia non ancora conclusa, dopo 10 anni per la... fratellanza”. Il riferimento è ai problemi  che Carbone ebbe quando si  scoprì la  sua appartenenza alla P2, con l'allontanamento dal ministero.

Interrogato sulle lettere, il 4 novembre 92, Carbone ha detto che  "Gelli, recentemente, circa due mesi fa, si rivolse a Berlusconi per  sollecitarlo a prendere in esame la  mia richiesta di aiuto alla  situazione finanziaria in cui mi sono venuto a trovare" 2.

No, non sono vecchie storie.

 

---1: Paolo Mondani, Liberazione, 11 febbraio '94, p.3.

---2: Michele Gambino, Avvenimenti, 2 giugno '93, p.11.

 

 

 

                  gli uomini (piduisti) del presidente

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Un altro elemento sconcertante è costituito dalla folta presenza di  uomini P2 accanto a Berlusconi.

Per esempio, Antonio Martino, ministro  degli Esteri: nel  corso di  una trasmissione Tv, Martino  ha negato  di aver chiesto  l'iscrizione  alla loggia di Gelli.

Tuttavia, non è  difficile  smentirlo: basta  osservare gli  atti  della Commissione d'inchiesta: vol. I, tomo 3, pagg. 1079-1094. Qui si trovano una foto di Martino, una richiesta di iscrizione, un curriculum vitae di tre pagine ed  una nota  sull'orientamento politico (Pli).  Poi il  giuramento, dove si promette di tenere la bocca chiusa, pena "il  disprezzo e l'esecrazione di tutta l'umanità" e le più efficaci "pene che gli Statuti dell'Ordine minacciano agli spergiuri".

Martino lesse il giuramento, dichiarandosi "disposto ad adeguare le  sue azioni future ai principi dell'organizzazione massonica". La domanda  di iscrizione fu 'appoggiata', secondo consuetudine, da altri tre  massoni: Donato (membro Cnr), Pellizzer e Rondanelli (docenti universitari). Martino, però, non fece in tempo a formalizzare la sua iscrizione:  pre- sentò la sua domanda il 6 luglio 1980, l'iniziazione slittò per un anno, poi l'irruzione di Castiglion Fibocchi bloccò tutto 1.

Infine, è  interessante leggere  la  giustificazione che  Martino    a questa vicenda poco  edificante:  "Io presentai  quella domanda  su  in- sistenza di un amico: non sapevo, allora, cosa fosse la P2". Tale e qua- le Berlusconi.

 

Uno dei garanti di Martino di  fronte a Gelli, Giuseppe Donato  (docente di chimica), dichiarò al giudice istruttore Gherardo Colombo l'11 maggio 1981: "Martino intendeva iscriversi alla P2 in relazione ad un  discorso (...) circa la creazione di  un Centro antidroga. Pensavamo di  ottenere dei locali a Palazzo Giustiniani per la creazione di questo centro e  di poterci mettere in contatto attraverso la P2 con altri studiosi del campo".

L'idea del Centro antidroga nella sede storica della massoneria è certa- mente originale. Tuttavia, fa  venire in mente  le numerose  connessioni tra massoneria e sanità: per esempio, uno dei garanti di Martino è Elio Rondanelli, membro del 'Cuf' (l'organismo che decide il prezzo dei  farmaci), arrestato per il raddoppio  dei prezzi in  cambio delle  tangenti delle multinazionali. Anche Duilio Poggiolini, il simbolo dello scandalo sanità, era iscritto alla P2 e fu 'presentato' proprio da Donato.

La massoneria compare anche nella fine del prof. Antonio Vittoria,  preside della facoltà di Farmacia di Napoli e  membro del Cuf. Dopo il  suo suicidio, fu ritrovata una valigia  che Vittoria aveva smarrito: tra  le carte, c'erano anche i grembiulini che gli affiliati del Grande  Oriente d'Italia usano abitualmente.  Ancora una firma,  ancora una  connessione tra massoneria e sanità 2.

 

Alla corte di Berlusconi, ci sono  molti altri uomini della P2:  Antonio D'Alì, Attilio Capra De Carrè  (Forza Italia) e Gustavo Selva  (Alleanza Nazionale). Sono massoni anche  Silvio Liotta, Franco  Martino e  Sergio Berlinguer (ministro degli "italiani all'estero") 3.

La vicenda P2 ha sfiorato anche Alfredo Biondi, discusso ministro  della Giustizia: usò a Roma, in via Spontini, lo studio del prof. Ugo  Zilletti, ex vice presidente del  Csm, piduista. Biondi si giustifica  dicendo di aver usato lo studio per qualche mese: non è vero: nel '91, una  perquisizione della Guardia di Finanza a carico di Zilletti trova la  targa di Biondi, mentre Zilletti si  era trasferito in un  altro studio.  Sarà forse stata questa frequentazione a far  assumere a Biondi la difesa  di Marco Ceruti, piduista. Secondo Gelli, Ceruti si qualificava come segretario di Zilletti quando questi era vicepresidente del Csm 4.

 

---1: Avvenimenti, 2 marzo 1994, pp. 11-12.

---2: cfr. l'Isola

---3: "Archivio Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.13.

---4: l'Espresso, 3 giugno '94, p.48.

 

 

 

                                tele-p2

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A qualcuno, dalle parti di Hollywood, viene una bella idea: fare un film su Licio Gelli, sceneggiato da un signore  che si chiama Pier Carpi.  E' per molti l'occasione di presentare  il Maestro Venerabile  non come  un criminale della peggior specie ma  come un affascinante personaggio  dai mille intrighi. Un telegiornale di  Berlusconi, Studio Aperto,  presenta la vicenda in questo tono: la musica che accompagna il servizio è quella che caratterizza  la serie  dei  film di  "007", una  voce  fuori  campo cinguetta di Gelli che diventa una star: stomachevole.

Ancora peggiore è il  commento, sempre  ad opera dei  tg di  Berlusconi, della sentenza dell'aprile '94: Gelli e 17 piduisti, nel procedimento di primo grado, vengono assolti  dal reato di  cospirazione politica.  Tuttavia, Gelli e Gianadelio Maletti (ex generale Sid), vengono  condannati a 17 e 13 anni di reclusione per altri reati, i quali sono  eufemisticamente definiti "minori".

Ma i tg del Cavaliere  massone presentano la  sentenza come  "un'assoluzione generale di tutta la P2 e di tutti i piduisti per tutti i reati da

loro commessi lungo l'arco di molti anni" 1.

 

---1: "Archivio Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.15.

 

 

 

                     patti a delinquere in sardegna

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Il nostro viaggio  prosegue in  Sardegna. Qui  si incontrano  due  degli elementi visti fino ad ora: Berlusconi da un lato, la mafia  dall'altro. Il primo personaggio  che incontriamo  è Romano  Comincioli,  dipendente Publitalia. Berlusconi lo nomina al processo di Verona, il 27  settembre 1988, ammettendo che Comincioli era il legame tra lui e Flavio  Carboni, faccendiere piduista. I  tre si  occupano di speculazioni  edilizie  nel nord della Sardegna, tra Olbia  e Porto Rotondo, in territori  pressoché incontaminati: acquistano un terreno agricolo,  si attivano per  mutarne la destinazione in terreno edificabile;  quindi, quando il  prezzo si  è decuplicato lo  rivendono oppure  fondano una  società  apposita  per sfruttarlo.

In una di queste operazioni,  Costa Delle Ginestre, Comincioli  (presta- nome di Berlusconi) si associa  con Domenico Balducci, usuraio romano  e collaboratore e prestanome del boss mafioso Pippo Calò.

Balducci è presente in un'altra  operazione, detta delle '12 sorelle'  e definita "un patto a delinquere" dal Tribunale di Roma (8 febbraio '86): tre delle 12 società finiscono  alla Fininvest (Poderada, Su Ratale,  Su Pinnone spa). Berlusconi e Comincioli sono presenti in altre 4  società: una finisce appunto a Balducci, mentre altre due finiscono ai prestanome di Pippo Calò, i siciliani Faldetta e Di Gesù.

La sentenza del tribunale romano svela altri interessanti scenari,  come il giro di cambiali tra la Sofint  (società berlusconiana) e le tre  spa (Finanziaria regionale veneta,  Safiorano e  Stalle Azzurra)  attribuite "alla famiglia di Joseph Gangi,  imputato di traffico internazionale  di stupefacenti e di appartenenza a Cosa Nostra".

 

Durante la gestione, da parte di Berlusconi-Comincioli, della Prato Ver- de spa, Flavio  Carboni (altro  socio del Cavaliere)  entra in  rapporti d'affari con esponenti di Cosa  Nostra, tra cui  Calò. L'operazione  riguarda il risanamento del centro  storico di Siracusa, ma l'affare  sfuma per l'opposizione della Regione  Sicilia. A questo  punto, i  mafiosi (Faldetta, Di Gesù, Sansone, Rotolo  e Pippo Calò) pretendono la  restituzione dei 450  milioni anticipati,  più 250 milioni  di interessi.  La restituzione avviene attraverso cambiali emesse dalla Elbis srl (società costituita dal messinese Franciò e  da alcuni prestanome di  Berlusconi) in favore di Comincioli  e da  questi girate. Più  tardi, anche  Carboni entra nella  Elbis. Intanto  le  cambiali, vengono  portate  da  Ernesto Diotallevi, capo della Banda della Magliana, a Pippo Calò 1.

Altre operazioni  di  Flavio  Carboni  coinvolgono  Francesco  Pazienza, agente segreto e faccendiere. Si  intrecciano, quindi, in questi  affari mafia e criminalità romana, finanza e servizi segreti, affaristi e  neo- fascismo.

 

---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp.137 sgg.

 

 

 

                               olbia due

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Carboni, Comincioli e Berlusconi si incontrano ancora nel marzo '80,  in un albergo romano. Qui nasce  "Olbia 2": 3000 posti barca,  2 milioni  e mezzo di metri cubi di cemento, 4000 villette...

Un'operazione megalomane, con effetti ambientali disastrosi, in una zona della Sardegna incontaminata. Per realizzarla, Berlusconi userà tutti  i mezzi disponibili, compresi  i suoi  legami con  la massoneria:  il  suo principale interlocutore in  questa vicenda  è infatti  Armando  Corona, all'epoca Gran Maestro del  Grande Oriente d'Italia  e presidente  della regione Sardegna, amico di Cossiga, che lo accolse centinaia di volte al Quirinale, durante la sua presidenza.

Per lanciare 'Olbia 2', i nostri eroi iniziano ad "oliare" i  principali politici sardi, offrendo 200  milioni a Corona.  Emilio Pellicani,  boss della Magliana e collaboratore  di Carboni, aggiunge  che Fedele  Confalonieri portò a Corona altri 500 milioni 1.

 

Ma, nel  1984,  un'azione  della  magistratura  contribuisce  a  bloccare l'operazione: il sostituto procuratore Pietro  Grillo accusa Carboni  ed altri 4 imputati di truffa, interesse privato in atti d'ufficio e  falso ideologico 2. Della vicenda si occupano anche i quotidiani nazionali, ed uno di essi commenta: "E' un  blitz contro le speculazioni edilizie  che ha radici lontane, nelle inchieste sulla  Loggia P2, e che interessa  la Sofint,  finanziaria  di  Carboni coinvolta in affari di riciclaggio  di denaro sporco e in traffici di eroina, legata al clan mafioso Inzerillo- Spatola di Palermo 3.

 

Olbia 2 (ribattezzata "Costa Turchese") ritorna nel 1990. Berlusconi, se vuole realizzare il progetto, deve  accontentarsi di dimensioni più  ri- dotte. Flavio Carboni, anche lui  ricomparso, si lamenta di essere  stato "scaricato di brutto" dal Cavaliere e osserva che "Olbia 2" non è più un buon affare 4.

 

---1: Interrogatorio della Commissione P2, 24 febbraio 1983.

---2: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 154 sgg.

---3: Repubblica, 14 aprile 1984.

---4: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 159-161.

 

 

 

                     costa turchese - parte seconda

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Nel 1994 Berlusconi  torna alla  carica: da quindici  anni il  sogno  di cementificare mezza costa settentrionale sarda non lo abbandona. Con tale nobile intento, sente la  meta vicina quando fonda  il suo  movimento politico e candida un suo legale alla presidenza della Sardegna.

La precedente avventura era finita quando Regione sarda e comune di  Olbia diedero parere  negativo  a causa  di una  evidente  insostenibilità ambientale. Berlusconi presentò ricorso al Tar, affidando l'incarico  ad Ovidio Marras, che nel '94 rischia di diventare presidente della regione sarda: insomma, parte e controparte  potrebbero unirsi e darla vinta  al Cavaliere cementificatore. Come compagno d'avventura, Berlusconi sceglie di nuovo quel Romano Comincioli di cui si è detto in precedenza:  Comincioli ricopre l'incarico di responsabile  politico di "Forza Italia"  in

Sardegna 1.

Il nuovo clima che si respira nell'isola miete le prime vittime: uno dei sostenitori di Berlusconi, Niki  Grauso, possiede radio,  tv e  giornali dell'isola. Il più importante è l'"Unione  Sarda" che si allinea con  la destra. Ma il  cambiamento  non è  indolore: un  giornalista,  Giancarlo Ghirra, denuncia: "l'Unione Sarda ha adottato una linea reazionaria  per delegittimare il ruolo dei sindacati  dei lavoratori e rilegittimare  il fascismo". Tuttavia, molti giornalisti in  disaccordo con l'editore  devono lasciare il giornale.

Tanta fatica, alla fine, non  viene premiata.  Marras non ce  la fa  (FI perde clamorosamente) e Berlusconi deve per ora rinunciare al suo sogno, inseguito da tanti anni: sventrare  la costa, scavare  canali ed  infine gettare un milione di metri cubi di cemento in una natura incontaminata.

 

---1: Avvenimenti, 15 giugno 1994, pp.16-18.

 

 

 

                     storia di massoni e rapimenti

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L'ultima storia sarda che riguarda  Berlusconi è sicuramente la più  in- credibile. La vicenda si svolge nella prima metà del '92 ed è notissima: si tratta del rapimento di Farouk Kassam, un bambino di otto anni tenuto in ostaggio e liberato dopo 177 giorni. La storia sembra non  nascondere misteri: in realtà, è piena di interrogativi.

Per cominciare, Farouk è nipote dell'amministratore dell'Agha Kahn,  padrone della Costa Smeralda e della compagnia aerea Meridiana e socio con Agnelli nella cementificazione ulteriore delle coste dell'isola, in concorrenza proprio con Berlusconi. Altri parenti di Farouk possiedono fabbriche di materiale aeronautico e società in Costa D'Avorio e nei  paradisi fiscali di tutto il mondo.

L'atto del rapimento  è già  misterioso: il sistema  d'allarme  sofisticatissimo suona in ritardo, le misure di sorveglianza  (di solito  rigorosissime) sono disattivate;  i posti  di blocco quasi  inesistenti.  Il padre prima nega di chiamarsi Kassam davanti ai rapitori, preferendo che prendano il figlio. Poi  litiga con gli  inquirenti contraddicendosi  in continuazione.

I dissidi continuano tra gli investigatori di Cagliari e gli  inquirenti locali, perfetti conoscitori della  zona, che si  dicono esautorati.  Le indagini si svolgono spesso in maniera grottesca, con le  perlustrazioni dei carabinieri che invitano la stampa e si fanno fotografare.

Le battute si svolgono in Barbagia, a  partire da gennaio. Solo che  lì, con neve e gelo è impossibile tenere un bambino, a meno che non si abbia un apparato logistico (movimenti per  trasportare medicinali e mezzi  di riscaldamento) che sarebbe notato anche da un semplice elicottero.

Ma già la "soluzione" è pronta: 4000 militari della Brigata Sassari, per militarizzare l'isola "contro i  rapitori" (il ministro  della Difesa  è Salvo Andò).

Intanto le indagini non portano a niente, mentre sullo sfondo appare  la figura dell'Aga Khan. Kassam dichiara  di non essere suo  amico, ma  c'è chi ricorda la comune appartenenza  dei due alla confessione  ismailita, che lega i propri membri con legami simili a quelli massonici. Su questo punto, rimane il mistero.

Intanto, dopo mesi di perlustrazioni, si comincia a sospettare che Farouk sia rinchiuso in un luogo diverso dalla Barbagia, o vicino al posto  del rapimento, oppure in Corsica. Sei mesi di freddo in montagna non potrebbero essere sopportati  da un  bambino di  otto anni.  Intanto,  l'arcivescovo di Cagliari, Ottorino Alberti, afferma che i sequestratori  sono guidati da una mente lucidissima e 'industriale'. Non è, insomma, un rapimento fatto da pastori.

Battista Isoni, politico sardo, ipotizza che la mafia si sia inserita  a mediare - con il messaggio del 2 marzo - ma la trattativa è stata interrotta dalle indiscrezioni di un settimanale di Berlusconi.

Questo stesso messaggio  - giunto  ai Kassam -  conteneva parole  significative: "I muratori si devono affrettare". Il riferimento alla  massoneria è trasparente.

La liberazione del bambino, avvenuta, l'11 luglio è un ulteriore  mistero: chi parla di conflitto a fuoco, chi della mediazione del bandito Mesina, chi di un riscatto  miliardario, chi dice che non  è stato  pagato niente.

Si sa poco per tracciare uno scenario definito: l'unica cosa certa è che la vicenda è tutt'altro che  chiara e presenta tuttavia alcuni  elementi importanti: il ruolo della massoneria,  chiamata in causa dai  rapitori; la presenza della mafia, partita da tempo alla conquista dell'isola  con apertura di  sportelli  bancari,  finanziarie,  diffusione  della  droga (specie d Olbia). Infine la posta  in gioco nella lotta tra  potentati: settanta milioni di metri cubi con  cui soffocare la Sardegna: in  lizza ci sono Agnelli e l'Aga Khan da un lato, Berlusconi dall’altro. Un precedente, tuttavia, esiste: qualche anno fa in Costa del Sol  (Spagna) si era creato uno scenario simile: autorità e polizia impegnate sui sequestri di persona, mentre la  mafia si espandeva: insediamenti  turistici, ville, alberghi... 1

 

---1: Avvenimenti, 22 giugno 1992, pp. 94-96.

 

 

 

                           l'urna e la loggia

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Vigilia delle elezioni (marzo '94):  Maria Grazia Omboni, pm della  pro- cura di Palmi, ordina una perquisizione della Digos nella sede di  Forza Italia. Ovviamente, si grida subito  alla persecuzione politica. Ma  ancora una volta non si parla della  sostanza della vicenda: è una  storia inquietante di massoneria e poteri  "occulti", che avrebbero fornito  il loro appoggio al movimento di Berlusconi. L'11 maggio '94 la vicenda  si arricchisce di nuovi sviluppi, con l'arresto di quattro importanti  personaggi:  l'accusa  riguarda  l'appoggio  illegale  dato  al  colonnello Antonio Pappalardo, durante le amministrative di Roma, ed il  successivo sostegno fornito a "Forza Italia".

I quattro arrestati sono Cosmo Sallustio Salvemini, massone di una  log- gia coperta e fondatore del movimento Salvemini; Alfredo Rasoli,  segretario del movimento; Giovanni Alliata di Montereale, sovrano  dell'associazione segreta "Obbedienza" e protagonista di buona parte dei  misteri d'Italia; infine,  Benedetto Miseria,  Gran Maestro  dell'Obbedienza  di Alliata.

I quattro sono accusati di  "associazione segreta per interferire  nelle funzioni di organi  costituzionali e nelle  consultazioni popolari".  In particolare, il principe  Alliata avrebbe  promesso alla lista  di  Pappalardo (ed in particolare ai  candidati Salvemini e  Rasoli) un  finanziamento di 500 milioni  e 2500  voti in cambio  della loro  afflizione alla sua loggia segreta. Lo provano 43 intercettazioni telefoniche fatte tra il giugno '93 e l'aprile '94.

I giudici di Palmi aggiungono che "emergono in maniera inequivocabile le finalità illecite che la Loggia  persegue attraverso non ben  definibili collegamenti con il Vaticano, con la famigerata "Banda della  Magliana”, con l'Fbi e i servizi segreti americani. (...) Risulta che Alfredo Rasoli, braccio destro di Salvemini, si è presentato alle recenti  consultazioni politiche in qualità di presidente di un club Forza Italia, mentre Antonio Pappalardo, già candidato della lista facente capo al Salvemini, parteciperà come testimonial ad un  incontro elettorale organizzato  dal club di Forza Italia".

Infine i giudici annotano che "tale Gustavo Selva (ex direttore  filo-Dc del Gr2, oggi deputato di An, ndr) già appartenente al Movimento  Salvemini ed alla P2, ha avanzato la sua candidatura (...) su sollecitazione dello stesso Salvemini che a tale scopo aveva convocato una riunione" 1.

 

---1: l'Espresso, 27 maggio 94, p.68

 

 

 

                            il principe nero

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In questi ambienti colorati di nero e caratterizzati da grande - diciamo così - riservatezza, si materializza l'avventura "Forza Italia".

Tuttavia, l'inchiesta avviata a Palmi  ha anche un altro valore,  perché connette i misteri attuali con  mezzo secolo di  stragi, logge,  tentati golpe, assassinii impuniti.

L'anello di congiunzione  è il  principe siciliano Giovanni  Alliata  di Montereale, uno  degli  arrestati  dell'11  maggio.  Sette  giorno  dopo Alliata morirà a Roma, mentre era agli arresti domiciliari.

Alliata era Gran  sovrano di  Rito scozzese della  massoneria  italiana, deputato all'Ars ed alla Camera  per il Partito  nazionale monarchico  e poi per il Partito monarchico  popolare, con cui  condusse la  battaglia contro la nazionalizzazione dell'energia elettrica  ed a favore del  la- tifondo.

Tra i titoli di cui si decorava c'era quello di "principe del Sacro  Romano Impero" e dell'"Ordine di  Cristo"; ricevette anche croci di  guerra e medaglie  varie per  il ferimento subito  durante lo  sbarco  degli anglo-americani, nel '43.

Dopo lo sbarco si legò agli statunitensi, entrando in rapporti  organici con Felix  Morlion, che  organizzava  attività anticomuniste  dietro  la facciata dell'università cattolica 'Pro Deo'. La struttura paravento  di Alliata era l'"Accademia  del Mediterraneo  Americano". In quei  mesi  i futuri protagonisti  della  strategia della  tensione  si  mettevano  in evidenza:  oltre  ad  Alliata  (legato  all'ammiraglio  Ellery   Stone), costruivano forti legami  coi servizi  Usa Licio Gelli,  Edgardo  Sogno, Federico Umberto D'Amato...1

 

Sono infinite anche le  vicende giudiziarie del "principe": la prima risale agli  anni '50,  quando  Gaspare Pisciotta,  luogotenente  di  Salvatore Giuliano, dal  carcere di  Viterbo accusò  Alliata di  essere  il mandante (insieme  a  Mario  Scelba)  della  strage  di  Portella  della Ginestra (1 maggio 1947).

Anni dopo sarà  coinvolto  nell'inchiesta sul  tentato golpe  "Rosa  dei Venti", anche a  causa  delle assidue  frequentazioni con  l'agente  Cia Ronald Stark. Per sottrarsi ai  primi provvedimenti giudiziari,  Alliata fuggì in Romania, ospite di  Ceausescu (anche lui Gran  Sovrano di  rito scozzese): a conferma che la cortina di ferro non era così impenetrabile 2.

Infine, Alliata muore nel maggio '94: agli arresti domiciliari, come  si è detto. L'occasione  è  ghiotta: e  il tele-squadrista  di  Berlusconi, Vittorio Sgarbi, non se la  lascia sfuggire: denuncia  infatti per  omicidio (!) la pm di Palmi Maria Grazia Omboni, per "responsabilità morali e incompetenza professionale" 3.

 

---1: Antonio e Gianni Cipriani, Sovranità limitata, Ed. Associate,  pp.             18-30.

---2: Gazzetta del Sud, 21 giugno 94, p.8.

---3: ibidem,           23 giugno 94, p.22.

 

 

 

                   "tutti i fratelli sono coinvolti"

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La già citata inchiesta della pm  di Palmi, Maria Grazia Omboni,  arriva in Sardegna, dove  gli intrecci  tra Berlusconi e  massoneria sono  fittissimi. Infatti, le perquisizioni nelle  sedi "Forza Italia" sono  nate da  alcune  intercettazioni  telefoniche  effettuate   dalla  Digos   di Cagliari. L'intercettato, quell'Armando Corona (Gran maestro della  massoneria) che abbiamo già incontrato, ha  detto frasi come "tutti i  fratelli sono coinvolti, un mucchio di loro amici stanno organizzando  club Forza Italia" 1.

In pratica, le logge massoniche sarde (e non solo) iniziano ad  organizzare un mercato  dei voti,  scambiandoli con  favori. Dopo  il  rapporto Digos, la Omboni non può  che avviare l'azione penale  e richiedere  gli elenchi dei club Forza Italia.  Poi lo scandalo e le  grida di  persecuzione, che portano la Omboni a  doversi giustificare davanti dal Csm  2. Berlusconi (e i sui amici), invece, non devono scusarsi di niente.

Il 31 marzo '94, infine, il quotidiano "L'Unione Sarda" pubblica un  articolo sulle indagini  avviate a  Palmi, dal  titolo "I  massoni  votano Silvio, inquietante legame elettorale Berlusconi -  Armando Corona". Im- mediatamente l'editore del quotidiano, Nicola Grauso, costringe alle di- missioni il direttore (Clavuot), i due vice (Sini e Madeddu) e  licenzia il capo redattore Giorgio Pisano 3.

Subito dopo Grauso convoca una conferenza stampa, dichiarandosi "di fede marxista". Certamente avrebbe fatto meglio  a ricordare i suoi  rapporti d'affari con Berlusconi.

 

---1: Avvenimenti, 15 giugno 1994, p.18

---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.13.

---3: ibidem, p.17.

 

 

 

                           appelli elettorali

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24 febbraio 1994,  tribunale di  Palmi: il boss  mafioso Giuseppe  Piromalli, da dietro le sbarre, lancia un appello: "voteremo Berlusconi". Il messaggio è ripreso dai mass media ed ha un significato  inequivocabile. Ancora più grave è il comportamento del diretto interessato: durante  un confronto pre-elettorale organizzato dal Giornale Radio Rai e  trasmesso da RadioUno, Achille Occhetto chiede  a Berlusconi di rifiutare  pubblicamente l'offerta del  boss. Ma  il Cavaliere 'svicola'  e non  risponde direttamente 1.

La scena si ripeterà altre volte e mai Berlusconi rifiuterà i voti della mafia: e probabilmente non è  un caso se Forza Italia  e alleati  otterranno, il 27 marzo '94, grandi  affermazioni nelle zone ad alta  densità mafiosa 2.

 

Un appello simile a quello di Piromalli viene rivolto dal boss Riina  il 25 maggio 1994: a Reggio Calabria, durante una udienza del processo  per l'assassinio del giudice  Scopelliti, tiene  un "comizio"  dalla  gabbia degli imputati, ripetendo in pratica le parole che Berlusconi ed alleati andavano ripetendo: minaccia  pentiti, giudici  ed esponenti  della  sinistra, indicando nei comunisti il nemico comune.

Sì, sono proprio i comunisti il vero flagello d'Italia. La mafia,  invece, è una associazione benemerita. Non lo pensa solo Riina: il 24 maggio '94, il giorno precedente  lo 'show' del boss di  Corleone, Francesco Cossiga (secondo cui Gladio e P2 erano composte da  patrioti), nel corso di un dibattito  organizzato dal Circolo della  Stampa di  Milano, riconosce i meriti della  mafia nella lotta al comunismo:  "meglio la mafia che i gulag".

In certi ambienti, queste sono  opinioni diffuse: già vent'anni fa  Dino Canzonieri, deputato Dc all'Ars, dichiarò che "Liggio è una patriota ingiustamente perseguitato dai comunisti" 3.

 

---1: RadioUno, 19 marzo 1994.

---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.8.

---3: ibidem, p.11.

 

 

 

                        alleanze inconfessabili

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"La mafia sostiene Berlusconi": prima  delle elezioni del  27 marzo  '94 sono in molti a fare questa asserzione. Comincia il leghista Bossi,  al- leato di Fi: secondo il  capo della Lega, in Sicilia  e nel meridione  i voti controllati dalla mafia, dopo la fine di  Dc e Psi, sono stati  dirottati a Forza Italia" e An a  partire dalle politiche di marzo.  Intanto sono sempre di più  coloro che sostengono che Berlusconi  dovrebbe rifiutare le pubbliche offerte di voti fatte da alcuni boss:  purtroppo, costoro resteranno delusi. Secondo plausibili statistiche ed  analisi, gli affiliati alle cosche sono  in Sicilia almeno 50.000, e  controllano un numero di voti 10  volte superiore. In ogni caso,  Fi ed An fanno  il pieno di voti  nell'isola: in  particolare, "Forza Italia"  ottiene,  in Sicilia, 900.000 voti, pari al 33 % 1.

Le accuse a "Forza Italia" sono riprese da Nicola Mancino, in qualità di ministro dell'Interno: ad una settimana dal voto, afferma che "la  mafia tende verso Forza Italia". Ribadisce Folena (Pds): "A Palermo girano vo- ci che con il Cavaliere i detenuti usciranno dall'Ucciardone".

Gli accusati affermano che non è vero niente: Tajani dice che Berlusconi non è in rapporti con la mafia, infatti  "ha chiesto una linea dura  nei confronti della criminalità organizzata" 2. Ma si è mai sentito  chiedere da qualcuno, mafioso o non mafioso, una linea morbida contro la  criminalità ?  Ancora più  comiche  sono alcune  prese di  posizione  degli ambienti di destra: valga per tutte l'affermazione secondo cui "Riina  e compari non hanno nulla di buono da aspettarsi da destra: i mafiosi  non amano il mercato" ! 3

 

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.9

---2: Gazzetta del Sud, 19 marzo 1994, p.21

---3: ibidem, p. 2

 

 

 

                          la foto con il boss

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Lei è stata la prima: Tiziana  Parenti ha suscitato un putiferio  espri- mendo preoccupazioni in merito alle infiltrazioni mafiose nel suo  movimento, cioè "Forza Italia". L'occasione per tale dichiarazione è il  raduno di Fi,  tenutosi a  Fiuggi nell'aprile '94.  Il capo  assoluto,  il coordinatore e i soldati semplici ribadiscono che tali affermazioni sono prive di fondamento. Eppure qualche  elemento per giudicare lo  abbiamo: Arlacchi, per  esempio, ricorda  l'ampia  rete di  relazioni  mafiose tessute dai fratelli Dell'Utri, da sempre strettissimi collaboratori  di Berlusconi e registi occulti dell'operazione "Forza Italia" 1.

In ogni caso è bene prestare attenzione alle dichiarazioni della  Parenti, perché potrebbe parlare per esperienza diretta: infatti...

 

il 23  febbraio  1994,  in  un edificio  milanese,  sede  della  società "Immobiliare 90" si svolge una festa elettorale, organizzata dai padroni di casa Vittorio Bianchini ed  Antonio Fameli: ospite d'onore è  Tiziana Parenti.

Bianchini è stato definito, in  atti processuali, prestanome  dell'altro protagonista della  festicciola, Fameli.  Quest’ultimo  è un  boss  della ‘ndrangheta, originario di San Ferdinando di Rosarno (Rc), trasferito  a Savona negli anni '70, creando  da nulla un impero fatto  di alberghi  e società finanziarie. La Corte d'Assise di Palmi lo ha condannato all'ergastolo per omicidio, nell'ambito del processo alla criminalità calabrese. E' stato salvato una prima  volta dalla Cassazione del celebre  Corrado Carnevale. Successivamente è stato nuovamente condannato, ed il  26 febbraio il tribunale dispone il suo arresto. Ma tre giorni prima è  ancora a piede libero, e potrebbe quindi festeggiare anche lui.

La sua presenza non è certa,  mentre c'erano sicuramente il suo  presta- nome, Bianchini, ed il figlio Serafino. In quei giorni di frenetica campagna elettorale, "Immobiliare 90" era diventata sede di un club  "Forza Italia", e si era pensato  bene di invitare la  candidata da  sostenere, per l'appunto Tiziana Parenti.

La festicciola procede bene, tra pizzette  e strette di mano: una  bella foto con tutti i protagonisti serve ad immortalare l'evento.

Venti giorni dopo  quello scatto,  il  15 marzo,  la procura  di  Savona ordina una perquisizione  nella sede di  "Immobiliare '90",  nell'ambito delle indagini su Fameli per una estorsione di 50 miliardi.

La polizia giudiziaria mette i sigilli ad ogni armadio o cassetto  negli uffici della società: su un  tavolo è  rimasta la famosa  foto: c'è  una scrivania bardata con  lo striscione  di "Forza Italia"  e ci  sono  tre volti sorridenti:  la Parenti,  Bianchini  e Fameli:  la  candidata,  il prestanome ed il boss.

Quando 'il manifesto' pubblica la  notizia, appare evidente che la  candidata (ed ex magistarata) è  stata sorpresa nella frequentazione  della criminalità organizzata. Tiziana  Maiolo la difende:  in campagna  elettorale si incontra tanta gente, mica uno può chiedere la fedina penale a tutti...

Ma non è così semplice: i Fameli  svolgono le loro attività criminali  a Savona dagli anni '70, mentre  Tiziana Parenti iniziava la sua  carriera di pm: è del tutto impossibile, quindi, che non si sia resa conto di chi si trovava accanto. In più, la festa è stata organizzata dal maresciallo dei carabinieri Piccolo,  noto a  Savona per essere  grande amico  della criminalità cittadina (Fameli compresi, naturalmente) 2.

Inoltre, la Parenti risiede a Milano in un appartamento preso in affitto dal solito Bianchini,  titolare di  "Immobiliare '90" e  prestanome  del boss Fameli 3.

Infine, qualche settimana dopo la sua elezione, Tiziana Parenti è  stata nominata Presidente della Commissione Antimafia...

 

---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.9

---2: Avvenimenti, 29 giugno 1994,  p.15

---3: La Voce della Campania, marzo 1994.

 

 

 

                           intermezzo comico

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"C'è bisogno di un demonio, hanno scelto Berlusconi perché è il più fragile di tutti", osserva Pannella per difendere il Cavaliere dalle accuse sulla mafia.

Come tutti i signori  di tipo  feudale, Berlusconi può  usufruire di  un buffone di corte, che interpreta egregiamente il suo ruolo,  dichiarando che "a Milano volevano eliminare Berlusconi" 1.

Tutto sommato, fin qui niente di strano. Ma queste ed altre dichiarazioni provocano infortuni ancora  più comici:  per esempio, la  "Gazzetta  del Sud" (che, dati i suoi  collegamenti, può essere considerato un  "termometro" di certi ambienti di destra)  ha titolato in prima pagina:  "Fallito un attentato davanti alla Fininvest". Leggendo l'articolo si scopre che l'intera zona è  stata passata  a setaccio, mentre  polizia e  carabinieri si schieravano. Il motivo  ? Una borsa  depositata davanti  alla sede della Fininvest, contenente  "cinque bombolette a  gas, polvere  da sparo, petardi e una caffettiera di alluminio" ! 2

 

---1: Gazzetta del Sud, 19 marzo 1994, p.21

---2: ibidem, 27 maggio 1994, p.1

 

 

 

                      il cavaliere e il ragioniere

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Ricordate il "ragioniere" che, secondo il pentito Cancemi, fece da  tra- mite tra le cosche palermitane e gli uomini Fininvest ?  Secondo le procure di Palermo e di Catania, quest'uomo potrebbe essere Giuseppe Mandalari: condannato per riciclaggio di  denaro sporco, masso-mafioso  della loggia "Iside 2" di Trapani, affiliato al clan dei Corleonesi.

Anche Giovanni Falcone aveva indagato su Mandalari: nel '90, un rapporto dei Carabinieri di Corleone, lo  aveva portato allo  scontro col  procuratore di Palermo Giammanco, amico degli andreottiani dell'isola.  Prima di trasferirsi a Roma, Falcone  aveva detto al capitano dei  Carabinieri Iannone, che indagava su Mandalari:  "stia attento, chi tocca quei  fili muore".

Le indagini su Mandalari sono  ad una svolta quando  viene compilato  il rapporto 22.giugno.1992  dai carabinieri  di  Palermo, secondo  cui  "un gruppo mafioso sta da tempo cercando di 'ripulire' i propri capitali in- vestendoli nella gestione diretta dei supermercati alimentari. La  mente organizzativa di  questo gruppo  sarebbe  il noto  pregiudicato  mafioso Giuseppe Mandalari, il quale già da tempo aveva parte attiva nella 'sca- lata' ai gruppi Standa ed affiliati Standa".

In particolare, il gruppo di  Mandalari avrebbe individuato una  società di affiliati Standa, la Comega, in  cattive acque finanziarie e "si  sarebbe adoperato con falsi bilanci  ad aggravarne la  situazione sino  ad acquistarla poi con il minimo della spesa possibile". Una testimone con- ferma il fatto (interrogatorio del giugno '92) ed aggiunge "il falso bilancio u  compilato nello  studio  di Mandalari  Giuseppe",  che  ufficialmente fa il commercialista. I fratelli Palumbo, titolari della Comega, sostengono di essere stati stritolati, da un lato, dai  responsabili della Standa siciliana, e dall'altro, dal gruppo di Mandalari.

Infatti, i guai per la Comega  iniziano nel 1989, quando chiede  l'affiliazione alla Standa, mentre questa viene acquistata dalla Fininvest. Ma poco più tardi, un  misterioso gruppo  di Catania si  propone come  pos- sibile distributore per le  merci Standa  in Sicilia. Ma  ai Palumbo  la faccenda, essendo poco chiara, non piace e rinunciano all'affare. E  cominciano i problemi: nel giugno '90, la Standa chiede alla Comega il pagamento immediato di tutte  le merci consegnate,  secondo una  procedura del tutto insolita. A questo punto la Comega è sull'orlo del  fallimento e qualcuno le consiglia di rivolgersi al ragioniere Mandalari 1.

Intanto, all'inizio del  '91, la  Comega sta per  essere rilevata  dalla 'Vip', una società composta da  personaggi vicini a  Mandalari, tra  cui Paolo Ignizio, pregiudicato per reati di mafia.

Nel frattempo, a Catania è iniziata la serie degli attentati  incendiari contro i magazzini Standa. Torniamo  a Palermo: la trattativa si  svolge tra i Palumbo e i dirigenti Standa, sotto la supervisione di  Mandalari. Ma in pratica la società passa sotto il controllo della Vip, col  risultato che  finiscono  per  mancare 770 milioni. I Palumbo (solo loro, tra tutti gli amministratori) finiscono sotto accusa per bancarotta  fraudolenta, nonostante cerchino di spiegare che da tempo non controllano  più la Comega. Nel frattempo, la Vip  inizia un frenetico valzer di  società affiliate Standa che  aprono,  chiudono, o  cambiano indirizzo  e  denominazione.

Nel corso delle trattative, i Palumbo ebbero la piacevole possibilità di conoscere Mandalari, che  spesso si vantava delle sue amicizie a palazzo di Giustizia  e  dell'appartenenza  ad  ordini  come  quello  del  Santo Sepolcro, che vede tra i suoi aderenti Bruno Contrada e piduisti vari.

I carabinieri, intanto, tengono sotto osservazione Mandalari  (intercettandone interessanti conversazioni) e la vicenda Standa in genere. In un rapporto, scrivono che a Corleone "esiste un'affiliata Standa per la cui apertura, osteggiata dall' Associazione commercianti, è stata risolutivo l'intervento di  Francesco Grizzafi,  nipote  del latitante  Riina  Salvatore".

Dopo le note vicissitudini, una dei Palumbo, Nicoletta, decide di  chiedere diretto di Berlusconi. Ma pare che Lui abbia  risposto che non voleva sottostare a niente, tanto che gli hanno bruciato le filiali". Tale versione è  di Guido Possa,  dirigente Fininvest.  Comunque sia, una cosa è certa: "Berlusconi è  a conoscenza dei motivi che  hanno determinato i noti incendi delle filiali di Catania" 2.

L'ultima dichiarazione di  Palumbo riguarda  la sua richiesta  di  aiuto rivolta al servizio di sicurezza interna della Standa. Ma un alto  dirigente della sicurezza rispose: "mi dispiace signor Palumbo, non possiamo aiutarla: in  questa  storia ci  sono  troppe  'emme':  mammasantissima, massoneria, Mandalari..." 3

 

Nell'estate  del  '94,  gli  attentati  si  ripetono  nel  Nord  Italia: all'inizio si segue la pista del terrorismo di sinistra, poi si passa ad indagare sulla mafia. A Firenze, in particolare, le bombe usate (di tipo 'ananas') portano  gli investigatori  ad  ipotizzare la  pista  mafiosa, poiché tali armi ricorrono in traffici  e depositi gestiti dai clan  mafiosi, tra cui i Madonia. Le bombe a mano 'ananas' furono ritrovate  anche nell'autoparco milanese di via Salomone, identificato come base operativa di Cosa Nostra dalla magistratura fiorentina.

Alcuni pentiti di mafia hanno inoltre rivelato che tali armi sono  usate dalla mafia per intimidire esercizi commerciali. Un altro pentito  aveva rivelato qualche anno fa una strategia di alcuni gruppi mafiosi: realiz- zare attentati attribuendone la paternità a gruppi di sinistra 4.

 

---1: Memoriale consegnato alla Procura di Palermo.

---2: Rapporto dei Carabinieri (inviato a Falcone), 7.12.1991.

---3: Avvenimenti, 27 aprile 1994, p.10

---4: Gazzetta del Sud, 20 agosto 1994, p.25

 

 

 

                        berlusconidi in sicilia

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Nel tessere la propria rete in Sicilia, il partito Fininvest si  rivolge ai potentati locali con cui trova naturali affinità. Ben presto sono superate le difficoltà  siciliane dell'affare  Standa: Berlusconi  va  dai giudici catanesi e nega le  dichiarazioni dei pentiti,  secondo cui  gli attentati alle  filiali sono  cessati  in virtù  di un  accordo  con  le cosche, mediato (manco a dirlo) da Dell'Utri.

Superate queste difficoltà, si saldano le alleanze: come in Sardegna  (e un po’ in tutta Italia)  sono piccoli e medi editori   (di televisione  e stampa) locali ad appoggiare i candidati del biscione.

A Palermo c'è Trm, televisione di Vincenzo e Filippo Rappa, coinvolti in una inchiesta per vendita illegale di un  terreno al Comune. Poi c'è  il Giornale di Sicilia, con annessa televisione (Tgs) 1.

A Catania, Berlusconi ritrova un  suo vecchio amico:  il cavalier  Mario Rendo, con cui nel  1981 tentò  di conquistare il  Corriere della  Sera. Rendo è stato più volte inquisito (anche per associazione a  delinquere) e sospettato di contiguità con la mafia 2. Le sue televisioni sono in stretti rapporti d'affari con la Fininvest.

Ancora a Catania, c'è un  altro supporter di Berlusconi: Mario  Ciancio, che possiede il quotidiano La Sicilia, varie emittenti televisive locali e consistenti partecipazioni azionarie negli altri due quotidiani regionali: Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud.

 

---1: Avvenimenti, 22 febbraio 1994, p.8

---2: Narcomafie, luglio-agosto 1993, p.11

 

 

 

                         la sicilia e la mafia

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Per capire  che tipo  di  giornale  è "La  Sicilia"  basterà  citare  un episodio: una giornalista del quotidiano catanese scrive un articolo sui controlli effettuati  dal Nucleo  Operativo  Ecologico  dei  Carabinieri all'interno della ditta Avimec. Però  commette un errore  imperdonabile: definisce 'boss mafioso' Giuseppe Ercolano, cognato di Nitto Santapaola.

L'errore consiste nel fatto che  Ercolano è davvero  un mafioso:  quindi occorre rimediare: il boss chiede al direttore Mario Ciancio che insegni le regole  del buon  giornalismo.  Ciancio, in  presenza  dell'Ercolano, rimprovera alla sua giornalista il tono "non imparziale" dell'articolo e la invita a non attribuire più l'appellativo di "boss mafioso" all'Ercolano ed alla sua famiglia anche se tali affermazioni provenissero  dalla Polizia e dai Carabinieri 1.

Questo è solo  un episodio:  infatti  'La Sicilia'  ha negato  per  anni l'esistenza della mafia  a  Catania ed è stata capace  di pubblicare  in prima pagina le lettere di Nitto  Santapaola, latitante da tre anni  per il delitto Dalla Chiesa, in cui il boss si presentava come un  perseguitato dalla sfortuna. E nel  settembre '92 il quotidiano  di Ciancio  era stato l'unico quotidiano ad omettere  il nome di Santapaola dalla  lista degli indiziati per il delitto Dalla Chiesa 2.

Qualcosa di simile è avvenuto dopo l'assassinio di Giuseppe Fava, quando 'La Sicilia' ha pubblicato una  serie di articoli con  cui depistava  le indagini nelle più svariate direzioni,  fino a pubblicare  foto e  gene- ralità di un 'testimone'  che voleva fornire  elementi all'indagine.  Il primo di questi articoli fu  firmato da Tony Zermo,  che ipotizzava  non meglio specificate analogie con l'omicidio Pecorelli 3.

 

Quindi, il depistaggio e la contiguità con la mafia non sono novità  per il quotidiano di Catania: per  chi avesse ancora  dubbi, basterà  citare l'ultimo episodio della serie: giovedì 2 giugno 'La Sicilia' informa che il pentito Maurizio Avola si è accusato di aver ucciso Giuseppe Fava e di aver fatto parte del commando che uccise Dalla Chiesa. La prima notizia è vera, la seconda è falsa. Ma per i giornalisti della Sicilia non  importa: si può arrivare alla  conclusione: poiché Avola (all'epoca del delitto Dalla Chiesa) non era uomo d'onore,  mente e quindi  potrebbe uno dei falsi  pentiti infiltrati  da Cosa Nostra di cui aveva parlato il ministro Maroni: in ogni caso non  è credibile 4.

Però il  sostituto procuratore  catanese  Amedeo Bartone  ribadisce  che Avola non si  è mai  accusato dell'omicidio Dalla  Chiesa, quindi  tutta l'impalcatura è stata costruita dalla 'Sicilia' al fine di screditarlo.

L'articolo è firmato da un corrispondente da Messina, mentre l’”esperto” di mafia della Sicilia, quel  Tony Zermo che abbiamo appena  incontrato, firma lo stesso giorno un articolo pubblicato dal "Giorno" di Milano: il pezzo è praticamente identico a  quello pubblicato dal quotidiano  catanese.

Il giorno successivo (venerdì 3 giugno) La Sicilia insiste nella sua tesi, nonostante le autorevoli smentite  dei magistrati catanesi.  Intanto la Gazzetta del Sud si  scatena: Avola  è un sedicente  pentito, ha  di- chiarato di aver ucciso Dalla  Chiesa ed è un "pentito-killer  inventato da Cosa Nostra" 5.

Sempre il 3 giugno,  "Il Tempo",  pubblica un articolo  dal titolo:  "un pentito-killer  fabbricato da Cosa Nostra". In esso si parla di un falso pentito incaricato di uccidere il capo della Dia, che poi si pente vera- mente raccontando tutto. Il pezzo ovviamente prosegue manifestando dubbi sulla credibilità dei pentiti ed  elencando false accuse di pentiti  nei confronti di onesti cittadini, accennando  al caso catanese del  pentito Avola e concludendo che è tempo di "ritoccare" la legge sui pentiti 6.

 

---1: Rapporto dei Carabinieri, febbraio 1994.

---2: Avvenimenti, 27 gennaio 1993, p.14

---3: ibidem, 5 gennaio 1994, p.17

---4: La Sicilia, 2 giugno 1994.

---5: Gazzetta del Sud, 3 giugno 1994.

---6: Il Tempo, 3 giugno 1994.

 

 

 

                       i cavalieri e il cavaliere

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Tutte queste chiacchiere dovrebbero essere messe a tacere dalla  dichiarazione della Dda catanese, secondo  cui queste voci "vengono  irresponsabilmente diffuse nel quadro di  una studiata strategia  diretta a  delegittimare il pentitismo, tentativo ormai  troppo evidente di  ambienti interessati, volto a gettare ombre su soggetti che, pur da diversa posi- zione, contribuiscono a combattere il  fenomeno mafioso in tutte le  sue articolazioni".

Il senso della dichiarazione è  palese: resta da spiegare perché  questi quotidiani (a partire  dalla "Sicilia")  hanno messo in  moto il  meccanismo: la risposta è facile,  se si  considera che il  pentito Avola  ha chiamato in causa il cavaliere Gaetano Graci come mandante dell'omicidio Fava. Graci, che abitualmente si recava a caccia con Santapaola, è stato arrestato l'11 luglio  1994  con l'accusa  di concorso  in  associazione mafiosa. Sarebbe necessario un lungo discorso per ricostruire i rapporti di potere a Catania, tra il potere politico di Drago e Andò, il  braccio militare  di  Santapaola,  il  potere  economico  dei  "cavalieri   dell'apocalisse mafiosa" (oltre Graci, Costanzo, Rendo e Finocchiaro) e  il 'quarto potere' di Ciancio. Le inchieste della magistratura stanno  scoperchiando (con grave ritardo) i loro legami, che nessuno può più  minimizzare: a questo punto occorre sottolineare  che Berlusconi, per la sua scalata elettorale in Sicilia,  si appoggia proprio  a questo  ambiente, come dimostrano almeno  due  fatti: lo  spudorato sostegno  offerto  dai media di Rendo e Ciancio a Forza  Italia ed il posto di  sottosegretario offerto ad Italo Floresta, già indagato per voto di scambio con il  clan Santapaola (un'accusa identica a quella rivolta ad Andò).

 

 

 

                       'i pentiti non sono eroi'

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E così torniamo al punto di partenza: le polemiche sui pentiti. Ormai  è chiaro che le rivelazioni dei collaboratori di giustizia possono svelare alleanze inconfessabili. E così gli  attacchi finalizzati a  scongiurare questa eventualità si susseguono ogni qual volta si sfiora l'accertamento della verità: per esempio, nel mese di giugno del '94, succedono cose molto strane e (nello stesso tempo) molto interessanti.

Cominciamo dal prendere in considerazione un editoriale che esprime bene un certo clima: si intitola  'i pentiti non  sono eroi' e  rivela che  i collaboratori di giustizia non sono altro  che ex mafiosi, che è  facile pentirsi (facile ?) e che è, infine, tutto ridicolo. E poi "chi sono, da dove vengono, chi li paga ?". Segue la brillante teoria secondo cui  uno Stato deve impedire ai mafiosi di operare, e non deve ascoltare  mafiosi pentiti. Conclusione  elegiaca:  "le nebbie  affollano  lo  sguardo"  1.

Specie quello di chi non vuole vedere.

 

Questo "editoriale" voleva essere un commento di due fatti di cronaca di grande rilievo: la fuga di Santino Di Matteo, pentito e protagonista della strage di Capaci ed  il suicidio  del padre di  un altro  pentito, Girolamo La Barbera.

Di Matteo è il pentito che ha rivelato  i nomi delle persone che  parteciparono con lui alla uccisione  di Falcone. La sua fuga  è stata  quasi certamente determinata dalla sparizione del figlio di dieci anni:  qual- cuno ipotizza che sia stato sequestrato  dalla mafia. La vicenda si  risolverà in breve tempo e nessuno se ne occuperà più.

La Barbera, invece, ha parlato con  gli inquirenti dei corleonesi e  dei loro rapporti con altre cosche ed ha  chiamato in causa anche la  Fininvest. Il mistero che lo  riguarda è la morte del  padre, trovato  appeso senza vita alle travi di una stalla.

E' l'epilogo di un mese  e più  di attacchi ai  pentiti, con  l'aggiunta delle esternazioni 'anti-comuniste' di Riina.

 

---1: Pierfranco Bruni, Gazzetta del Sud, 21 giugno 1994, p.2

 

 

 

                        ancora piovre e biscioni

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Durante l'estate del '94, la Fininvest è impegnata sia a delegittimare i pentiti che a difendersi dalla accuse di rapporti con la mafia che  provengono anche  da oltreoceano.  All'inizio  di agosto,  il  Wall  Street Journal pubblica un  servizio di  prima pagina sui  rapporti tra  Berlusconi, Giancarlo  Parretti  e  Florio  Fiorini  (ex-vicepresidente  Eni, piduista, attualmente in carcere per bancarotta fraudolenta). Parretti è il finanziere del Psi di Craxi,  finito in carcere per evasione  fiscale da 270 miliardi, con  una carriera caratterizzata  dai fallimenti  delle sue imprese e da un forte odore di mafia che lo accompagna.

La notizia è questa: la Sec, l'Ente federale americano che controlla  le società quotate in borsa, sta  indagando su Berlusconi. Secondo la  Sec, Berlusconi intervenne per proteggere Fiorini e Parretti dalla  curiosità del governo francese, che voleva conoscere meglio la natura dei capitali che i tre  stavano per  investire in Francia.  In quel  periodo  (giugno 1990), Parretti stava tentando di  scalare la Metro  Goldwin Mayer:  secondo fonti americane, dietro questa operazione ci sarebbe il  tentativo della mafia italo-americana di mettere piede a Los Angeles 1.

Secondo "Business  Week",  un  settimanale  economico  statunitense,  la Interpart (una finanziaria lussemburgese di Parretti) "era  notoriamente una società che operava per conto della mafia".

Parretti e Fiorini tentano  di sbarcare  anche in Francia,  ma il  primo ministro francese Berégovoy blocca i  finanziamenti concessi dal  Credit Lyonnais, vista la scarsa affidabilità  dei due. A  questo punto  interviene Berlusconi, offrendo 100 milioni di dollari per l'acquisto dei diritti spagnoli ed italiani dei film Mgm.

Quando si arriva ad ottobre (1990), la scena si ripete: Parretti e  Fiorini anno finito i soldi, mentre la Mgm chiede altri 50 milioni di dollari per chiudere l'affare. Interviene ancora il buon Berlusconi,  impegnandosi presso il Credit Lyonnais a versare  la somma. Ma il 23  novembre, la Fininvest si ritira senza  versare una lira. E parte  l'indagine della Sec.

Dopo la rivelazione del quotidiano Usa, Parretti va due volte a far  visita a Berlusconi, nel palazzo romano di via dell'Anima. Per Berlusconi, nessun problema ad incontrare quello  che viene considerato  comunemente un riciclatore di denaro sporco,  indagato anche dal Narcotic bureau  di Los Angeles 2.

 

---1: Wall Street Journal, 2 agosto 1994.

---2: Avvenimenti, 31 agosto 1994, p. 8

 

 

 

                      piovre e biscioni in sicilia

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Il presidente della provincia  di Palermo si  chiama Francesco  Musotto: dal Psi è passato a "Forza Italia". La Provincia regionale del capoluogo siciliano non si  è ancora  costituita parte  civile al  processo  sulla strage di Capaci che si aprirà a febbraio a Caltanissetta. Il 16 ottobre 1994, Musotto ha annunciato che l'amministrazione pubblica che  presiede si costituirà parte civile solo se sarà dimostrato che la strage mafiosa ha provocato un minore afflusso di turisti in provincia. Una commissione di saggi avrebbe deciso presto.

Non stupisce, quindi, che Musotto sia anche avvocato di molti mafiosi. E che proprio nel processo di  Capaci è già  impegnato: difende  Salvatore Sbeglia, l'uomo che secondo l'accusa  avrebbe fornito il congegno  elet- tronico servito a far saltare in aria Falcone, la moglie ed i tre agenti della scorta. Musotto difende anche  i due mafiosi  (Farinella e  Ganci) accusati di essere i mandanti dell'omicidio Lima 1.

 

In Sicilia sono molti i club "Forza Italia" sospettati di contiguità con la mafia: per esempio, il  club di Altofonte è stato  promosso da  Mario Gioè, fratello del boss. Il club "San  Paolo" di Palermo è stato  chiuso da Berlusconi in persona. Infatti, sono arrivate fino ad Arcore le accuse rivolte ai suoi appartenenti,  provenienti da ambienti vicini a  Cosa Nostra. Tuttavia,  sembra  che  nonostante la  chiusura  il  lavoro  con gagliardetti e spille sia continuato ugualmente 2.

 

---1: Avvenimenti, 26 ottobre 1994, p. 12

---2: il manifesto, 3 marzo   1994, p. 5

 

 

 

                               il governo del 1994

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Dalle pagine precedenti emerge una  raffigurazione dell'ambiente che  ha generato Berlusconi: come è ovvio,  quando ha la possibilità di  formare un governo a sua immagine  e somiglianza, il Cavaliere  non perde  l'occasione per confermare fiducia alle organizzazioni che ne hanno permesso l'ascesa.

Nel governo Berlusconi ci sono uomini dal passato imbarazzante, come  il leghista Rocchetta (sottosegretario agli esteri), che nel 1968 fece parte di un 'gruppo di  studio' invitato  in Grecia dal  regime dei  colonnelli. I compagni di  gita di  Rocchetta erano Mario  Merlino e  Stefano Delle Chiaie, terroristi di destra accusati della strage di Piazza  Fontana.

Il sottosegretario agli esteri Lo Porto (An) aveva passatempi  analoghi: nel 1969 fu fermato dai  carabinieri nei pressi di  Palermo: insieme  ad altri camerati, guidava una macchina il cui bagagliaio era pieno di armi da guerra.

Il sottosegretario più importante è comunque Gianni Letta, che sta sotto il presidente del Consiglio, come d'abitudine. Certo che rischia di sfigurare rispetto ad altri, visto  che è  solo in attesa  di giudizio  per concussione, nell'ambito  dell'inchiesta  sull'assegnazione  delle  frequenze tv all'epoca del ministro Mammì:  secondo i magistrati,  è  stata una auto-assegnazione Fininvest.

Nel ministero di "grazia e  giustizia", troviamo il leghista  Borghezio, che nel '93 è stato  condannato a 750mila lire di  multa dopo aver  picchiato un bambino marocchino (gli extracomunitari sono troppi, ama ripetere). Il nostro sottosegretario commemora  puntualmente, ogni anno,  le glorie di Salò. Nel 1979, però, passò un guaio che potrebbe avere ancora qualche strascico: fu  arrestato insieme  ad altre 12  persone, tra  cui Giovanni Iaria (Psi), sospettato di attività mafiose. Per vizio di  forma, la Cassazione annullò la sentenza  di condanna per Borghezio, ma  il processo dovrebbe essere rifatto presso la Corte d'appello di Torino.

Ma veniamo a personaggi ben più interessanti, come Antonio Martino, messinese, ministro degli Esteri ed  estremista  del  liberismo.  Per  una questione di tempo, non può fregiarsi a pieno titolo dell'aggettivo  piduista, come si è detto in precedenza. In compenso, è membro (ed è stato presidente) della "Mont Pèlerin Society", una società che odia ogni forma di sindacato e Stato sociale, al punto da criticare persino il  trattato di Maastricht, che non  è esattamente un  classico del  socialismo.

Questo prestigioso club fu fondato nel 1947 da due economisti di estrema destra: l'austriaco Friederick Hayek  ed il tedesco  Walter Euchen,  che fino al  1942 ricopriva  il  ruolo di  consigliere  economico  di  Adolf Hitler.

Alle dipendenze di Martino, c'è il sottosegretario Livio Caputo, secondo cui è tempo di rivedere il trattato di  Osimo, e quindi di estendere  le frontiere italiane nella ex-Jugoslavia 1.

Passiamo ora al ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi:  sfiorato dalla vicenda P2 (v. pag.   ),  Biondi fa il garantista a convenienza ed in maniera molto originale:  attaccando magistrati e  pentiti ed  incon- trando avvocati-mafiosi. Come già accennato, il 21 maggio '94 Biondi  si reca al Palazzo di giustizia di  Palermo: dopo il suo arrivo,  abbraccia l'avvocato Vito Ganci, coinvolto nell'inchiesta "Pizza Connection",  inquisito da Giovanni  Falcone, curatore  dei beni di  Joseph Ganci  (uomo d'onore di San Giuseppe Jato).  Dopo, il "Guardasigilli"  va a  salutare affettuosamente Cristoforo Fileccia, avvocato di Totò Riina. Secondo  il pentito Gaspare Mutolo, Fileccia ebbe un ruolo di rilievo negli incontri tra Bruno Contrada ed il mafioso Saro Riccobono. La giornata finisce con un bel pranzo organizzato dagli avvocati  in onore di Biondi, il  quale, prima, non aveva mancato di  ribadire che la legge sui  pentiti va  "aggiustata" 2. E gli avvocati brindano  alla salute di Biondi. E,  presumibilmente, non sono i soli.

 

Il ministro della Difesa è Cesare Previti, avvocato della Fininvest. Nel giugno del '94 viene messo in forte imbarazzo dall'interrogatorio subito da Giancarlo Rossi, agente di cambio e suo vecchio amico. Rossi era stato ritrovato con gli organigrammi  del Sismi e dell'organizzazione  cen- trale della Difesa. Facile a questo punto pensare all'amico Previti:  ma l'avvocato di Rossi  sostiene che  il suo assistito  si era  documentato autonomamente perché, conoscendo  Previti, "voleva  essere informato  su argomenti che potevano essere  oggetto di conversazione".  Rossi è  anche titolare del conto corrente svizzero FF2927 dove confluivano le tangenti Enimont. Collabora anche col giornalista piduista Bisignani 3.

 

E chiudiamo in bellezza con la mafia: Berlusconi ha pensato bene di  af- fidare uno dei posti  di sottosegretario agli  Esteri all'avvocato  Vincenzo Trantino (Msi-An), che ha  condotto una brillante carriera in  Sicilia, difendendo, tra gli altri, i massimi esponenti della mafia: Nitto Santapaola e Michele Greco.

Il sottosegretario al Bilancio  è Italo Floresta,  primo deputato  della repubblica del Biscione ad essere indagato per mafia. L'inchiesta che lo riguarda, però, inizia prima delle elezioni. Floresta, imprenditore  nel campo delle telecomunicazioni,  è stato  eletto con "Forza  Italia"  nel collegio di Giarre, lo  stesso di  Salvo Andò, che  fu inquisito  perché sospettato di aver scambiato voti e favori  con il clan di Nitto  Santapaola. Sarà una coincidenza, ma a Floresta è stata rivolta la stessa accusa: scambio di voti col clan Santapaola. L'accusa proviene da un  pen- tito, ma ci  sono altre  conferme, come le  intercettazioni  telefoniche fatte sul telefono del comitato  elettorale di Floresta. Nel  frattempo, un cugino del sottosegretario al bilancio è finito in carcere. In precedenza aveva fatto da galoppino elettorale all'illustre parente 4.

 

---1: Avvenimenti, 25 maggio 1994, p.8

---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia & Co.", cit., p.11

---3: il manifesto, 28 giugno 1994, p.13

---4: Avvenimenti, 25 maggio 1994, p.11

 

 

 

 

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                              conclusioni

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Berlusconi non ha problemi a  mentire: tanto che, come  detto in  precedenza, è stato condannato per falsa testimonianza dal Tribunale di Verona e non ha conosciuto il carcere solo grazie ad una amnistia. Ma la lezione non gli è bastata, visto che  in seguito ha continuato a  mentire: basti pensare alle promesse in campagna elettorale, oppure alle  dichiarazioni rilasciate alla  fine del  '93, secondo  cui l'ipotesi  del  suo ingresso in politica  era  una campagna  "condotta dall'Espresso  e  Re- pubblica tutta tesa a ridurre la  mia immagine presso il sistema  credi- tizio" 1. E gli esempi come questo sono infiniti.

La credibilità non è il suo forte, quindi: al contrario, chi ha curiosato tra i mille misteri del Cavaliere  ha visto confermare le accuse  più incredibili. Uno dei  libri che  racconta in maniera  sistematica  l'avventura berlusconiana ("Inchiesta sul sig. Tv"), ha ricevuto una patente di credibilità proprio dall'accusato, che  ha fatto di  tutto perché  il libro non uscisse, poi ha  querelato gli autori Ruggeri  e Guarino,  che non solo sono stati assolti, ma hanno a loro volta denunciato  Berlusconi, che infine fu condannato per falsa testimonianza, come più volte ribadito.

In più, la magistratura ha aperto  sulla Fininvest un gran numero  d'inchieste:

            fondi neri EdilNord, tangenti a Dc, Pci e Psi, tangenti  Cariplo, tangenti  "case  d'oro" a  Roma,  tangenti  discariche,  tangenti Inadel-Standa, tangenti di  Pieve Emanuale,  tangenti Pioltello  (accuse riguardanti Paolo Berlusconi),

            fallimento Venchi Unica,  bancarotta Bresciana  costruzioni, indagine procura di Brescia, Caltanissetta e Palermo, rapporti Criminalpol sulla mafia a Milano, falsi in bilancio Publitalia (indagini che ri- guardano Marcello Dell'Utri)

            tangenti per le frequenze Tv (riguardante Gianni Letta), falsi in bilancio per l'acquisto del calciatore Lentini, fatture false alla Mondadori, violazione del segreto istruttorio  (Mentana del Tg5),  sponsorizzazione del Milan  da parte  della Sme/Motta, tangenti  sugli  spot anti-Aids, tangenti "rosse",  tangenti del supermercato  Le Gru,  violazione della legge sulla stampa, indagini sui dirigenti Forza Italia, indagine sulla Guardia di Finanza, inchiesta su Telepiù.

 

Nonostante l'elenco sia incompleto,  emerge un quadro  tale da  smentire qualsiasi ipotesi di complotto. E se tale complotto esistesse,  coinvolgerebbe decine di procure italiane ed estere a partire dagli anni '70. E se ci fosse il complotto dei comunisti, si dovrebbe dedurre che  anche le redazioni del "Wall Strett Journal" e  di "Der Spiegel" sono un  covo di rossi. Infatti, questi giornali sono tra quelli che hanno  ipotizzato connessioni tra mafia e Berlusconi.  Per quello che  riguarda il  quotidiano di New York, si è già detto in precedenza.

"Der spiegel" si occupa del movimento "Forza Italia" alla vigilia  delle elezioni politiche di marzo, titolando "Abbraccio pericoloso - rimane il sospetto che 'Forza Italia' sia in connessione con la mafia". Scrive  il più importante settimanale tedesco: "Sono sorti sospetti nel Sud, su come 'Forza Italia' si sia  inserita nelle strutture locali  dove il  contatto con la mafia è inevitabile (...) A Messina, il giornalista Ramires ha scoperto uno stretto collegamento  tra 'Forza Italia' e locali  logge massoniche, sempre presenti punti di incontro dei comitati d'affari connessi alla politica ed alla mafia". L'articolo si chiude con la  descrizione del club 'Forza Italia' di Altofonte, legato ad un boss mafioso 2.

 

---1: Repubblica, 27 ottobre 1993, p.11

---2: Der Spiegel, 11 / 1994, pp.155-156

 

 

 

 

 

                             in difesa del 

                              povero boss

 

"Io mi sono  fatto un'idea  precisa. La strategia  della mafia  è  molto complessa in questa fase. Non vogliono creare il caso, hanno bisogno  di sparire dalle prime  pagine dei  giornali. Il momento  politico che  sta attraversando questo  Paese è  molto  confuso anche  per loro.  Ciò  che interessa la criminalità organizzata adesso  sono due cose precise:  che si screditino i pentiti  e che  venga rivisto il  regime carcerario,  le restrizioni applicate per i detenuti di associazioni mafiosa, l'articolo 41 bis", dice Salvatore Boemi,  procuratore aggiunto a Reggio  Calabria, che sta conducendo indagini sulla 'ndrangheta 1.

Non si può fare a meno di notare che proprio su questi due punti si sono concentrate le attenzioni di Forza Italia. Dopo la vittoria  elettorale, Tiziana Parenti (pres.  Commissione antimafia) e  Tiziana Maiolo  (pres. Commissione giustizia) hanno iniziato una campagna contro l'art. 41  bis ed in particolare contro l'isolamento  per i boss  mafiosi. Il  pretesto era la disumanità delle carceri: argomento ottimo, solo che chi vuole un carcere meno disumano non si  limita a prendere come  esempio il  povero boss che non può avere  contatti con l'esterno. Discutibili anche  altre prese di posizione, come quelle  che chiedevano la chiusura dei  carceri di Pianosa e  dell'Asinara, dove  i boss si  trovano in  isolamento.  La motivazione stavolta era quella ambientalista: trasformiamo le isole  in parchi. E' davvero  strana  la ritrovata  sensibilità verde  della  maggioranza, il cui governo ha varato  il condono edilizio e le  depenalizzazione dell'inquinamento delle  acque, col  ministro dell'ambiente  che dice che si può cacciare pure nei parchi.

In effetti, si  ha proprio  la sensazione che  le esponenti  della  maggioranza stiano saldando il conto per l'appoggio ricevuto da "Forza Italia" durante le elezioni.

Tale sensazione è rafforzata dalla  campagna che accomuna mafia e  Forza Italia: quella contro i pentiti. Rileggete le pagine precedenti e  guardate quante persone tremano per le dichiarazioni dei pentiti che, opportunamente vagliate dagli inquirenti, hanno generato procedimenti  giudiziari che possono colpire santuari  finora ritenuti intoccabili  (massoneria, mafia, potere politico, economico, dell'informazione).

E' ovvio che qualcuno si sta già muovendo per bloccare tutto: la  sottosegretaria agli Interni Marianna Li  Calzi (Forza Italia) ha  annunciato la rimozione di Pierluigi Vigna  e Piero Grasso  dalla commissione  centrale per la tutela dei pentiti, a cui  spetta il compito di valutare  i collaboratori e le  modalità  della protezione  loro concessa.  Vigna  e Grasso sono tra i giudici più esperti nella  lotta alla mafia, ma la  Li Calzi sostiene che non vanno bene e che devono essere sostituiti da  uomini della magistratura  giudicante. Il  candidato più titolato  per  la successione è Francesco  Plotino, presidente  della V sezione  del  Tribunale di Roma, mai impegnato in indagini sulla criminalità organizzata. Tuttavia si occupò di massoneria: infatti, il 26 marzo 1985 assolse sette importanti esponenti della P2,  accusati di reati contro la  pubblica amministrazione ed attentato  alla Costituzione. Inoltre,  Plotino fu  a lungo un assiduo collaboratore del "Tempo" diretto da Gianni Letta,  che era la voce della Dc andreottiana 2.

 

Un altro atto del governo che certo non è dispiaciuto a Cosa Nostra è il decreto n. 449 del 15 luglio 1994 che  modifica la Legge Merloni per  la trasparenza negli appalti di opere pubbliche: in tal modo sono eliminati i controlli antimafia sugli appalti pubblici.  E' appena il caso di  ricordare che l'edilizia è  da tempo un  campo privilegiato  dell'attività economica delle cosche, oltre che dei famosi cavalieri del lavoro di Catania, i cui legami con la mafia sono ampiamente dimostrati da decine di atti giudiziari, tra cui la requisitoria del maxi-processo alle cosche.

 

Alcune gravi dichiarazioni  di Berlusconi aumentano  ancora i  sospetti: durante il suo viaggio a Mosca, il  15 ottobre 1994, ha dichiarato:  "In Italia, la realtà della mafia è niente rispetto alla realtà operosa della brava gente. La mafia sarà un decimillesimo, anzi un milionesimo  sui 57 milioni di italiani. E allora noi  vogliamo che un centinaio di  persone diano l'immagine negativa in tutto il  mondo ?" 3. Sembra di  essere ritornati agli anni '50,  quando i democristiani si sbracciavano  dicendo che "la mafia non esiste, è una invenzione dei comunisti".

 

---1: Avvenimenti, 12 ottobre 1994, p.6

---2: ibidem, 21 settembre 1994, p.20

---3: ibidem, 26 ottobre   1994, p.12

 

 

 

                            la mafia dentro 

                               il palazzo

 

Cosa succederebbe se un bel  giorno qualcuno dicesse al popolo  italiano che il loro presidente del Consiglio è un mafioso, il ministro  dell'Interno è un camorrista, mentre la corte di Cassazione è al servizio delle cosche e serve ad annullare le sentenze di condanna dei boss ?

Sappiamo già la risposta, perché  questo è più o meno  quello che è  già successo quando i giudici di  Palermo hanno accusato Andreotti di  associazione mafiosa,  documentando  ampiamente  le  sue  relazioni  con  le cosche, che avvenivano tramite il  fidato Salvo Lima. E' successo  anche che i giudici di  Napoli accusassero  Antonio Gava   (già ministro  del- l'Interno) di associazione camorristica, accusa analoga a quella rivolta a Vincenzo Scotti, che ha ricoperto la stessa carica.

Leggendo le pagine dei giudici, si scoprono episodi molto significativi: per esempio, il  figlio del  boss Ferrara Rosanova  ha raccontato  della latitanza del padre, quando (1979-1980)  Gava era ministro dei  rapporti col Parlamento e aveva un  ufficio al terzo piano di  palazzo Chigi.  Il boss latitante entrava  nel palazzo  sede del Governo  esibendo un  tesserino privo di fotografia, che  gli dava accesso, oltre  che a  palazzo Chigi, anche a Montecitorio e alla sede della Dc 1.

 

E tutti ricordano il giudice 'ammazza-sentenze', quel Corrado  Carnevale che dava tanta  fiducia ai  boss: "Tutti gli  uomini d'onore  erano  fiduciosi e tranquilli,  poiché si  sapeva che il  processo sarebbe  stato trattato alla fine dalla I  sezione penale della  Cassazione e,  quindi, dal presidente Carnevale" 2.

Anche il grande amico  di Berlusconi, Bettino  Craxi coltivava  amicizie compromettenti: il pentito Sanfilippo lo accusa di essere amico del boss milanese Francis Turatello, mentre un altro pentito, Angelo  Epaminonda, ha raccontato di Craxi mediatore  tra gruppi mafiosi lanciati alla  conquista del casinò di Sanremo: coinvolti  il clan palermitano dei Bono  e quello catanese di Santapaola: nomi che abbiamo incontrato più volte 3.

 

La notizia, o  quanto meno  la possibilità, che  le organizzazioni  cri- minali abbiano governato direttamente o  indirettamente il Paese non  ha sconvolto gli italiani. I giornali se la sono cavata con poco: Andreotti è Belzebù. E' il vecchio regime, ormai è finita. Andiamo avanti.

In realtà, un sistema non  può certo reggersi  sulla cattiveria  individuale di pochi individui, che nascondono  a tutti i propri segreti.  C'è bisogno di vaste complicità, di chi fa finta di non sentire, di chi "ormai non si scandalizza più di niente".

E poi, quando cambiano i  protagonisti all'interno del Palazzo, il  sub- strato criminale non sta a guardare: con il potere politico può avere un rapporto di scontro o di  connessione. E ci vuole un  gran coraggio  per sostenere che il regime Berlusconi abbia scelto la via dello scontro con i vari poteri occultati: massoneria, mafia, criminalità finanziaria.

Resta aperta solo l'altra possibilità.

 

 

---1: Interrogatorio 20.5.93, Avvenimenti 5 ottobre 1994, p.16

---2: Dichiarazione di Gaspare Mutolo ai giudici di Palermo, luglio '92

---3: Michele Gambino, Craxi - biografia non autorizzata, 1992.

 






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Antonello Mangano, "Demoniocrazia", terrelibere.org, 19 dicembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/demoniocrazia