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Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
ALCUNE RIFLESSIONI SUL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE DELLE DONNE
COLOMBIANE NELLA CITTA’ DI CATANIA [ Antonio Mazzeo e Ada Trifirò - Cooperanti in Colombia ] Catania, luglio
2000. A seguito di una nostra visita a
Catania in cui sono state incontrate alcune istituzioni pubbliche e del privato
sociale che stanno operando sul tema dell’assistenza alle lavoratrici sessuali
colombiane (l’ufficio comunale per l’immigrazione, Parrocchia del SS.Crocifisso
della Buona Morte, Ufficio immigrati della Questura), e dopo alcuni scambi d’impressione
con alcuni operatori sociali delle città di Catania e di Messina, sono stati
raccolti alcuni dati sul fenomeno che permettono una prima valutazione
generale, che comunque richiederà ulteriori verifiche ed approfondimenti. Innanzitutto hanno trovato conferma le
notizie che ci erano state segnalate sul fatto che la città di Catania, e in
particolare il quartiere del centro storico di ‘San Berillo’ (delimitato dalle
vie Di Prima, San Giuliano, Ventimiglia e Coppola) è divenuto il centro ove in
Italia si evidenzia la maggiore concentrazione di lavoratrici sessuali di
nazionalità colombiana. Esse rappresentano la quasi totalità delle donne che
esercitano la prostituzione nel quartiere; insieme ad esse ci sono alcune donne
di nazionalità nigeriana e recentemente sono apparse alcune donne provenienti
dall’est europeo, presumibilmente dall’Albania. I dati sulle presenze sono del
tutto frutto di valutazioni empiriche: ad occhio, solo nel quartiere di San
Berillo, nei fine settimana è possibile valutare la presenza delle donne
colombiane tra le 400 e le 500 unità. Considerato che alcune di esse si
trasferiscono da Catania in altri capoluoghi siciliani limitrofi (Messina e
Siracusa) e in alcune cittadine del litoraneo ionico (Giardini e Taormina) e
che i dati più recenti sul numero di permessi di soggiorno forniti dalla
Questura di Catania a donne colombiane superano i 150 annui, è possibile
stimare intorno alle 800 circa le lavoratrici sessuali colombiane che
risiederebbero nell’hinterland etneo. La presenza massiccia di donne
colombiane nella città si è resa evidente particolarmente intorno alla seconda
metà degli anni ’90, ma i primi arrivi si sarebbero verificati già nei primi
anni ’90. Secondo la Questura e l’Ufficio comunale immigrati di Catania, le
donne non si fermerebbero a Catania per periodi superiori ai 9 mesi – un anno
circa. In seguito si trasferirebbero in altre città italiane (in particolare è
stato possibile accertare il transito di alcune di esse a Genova, città
caratterizzata da un notevole flusso immigratorio e da evidenti fenomeni di
prostituzione femminile e maschile). Sembrerebbe altresì che l’Italia sia per
buona parte di loro il primo paese europeo d’ingresso dalla Colombia. La
particolare normativa applicata alla Colombia in termini di visti d’ingresso
(Spagna, Germania e Italia sono gli unici paesi dell’Unione europea che
permetteno l’ingresso a cittadini sudamericani forniti di solo passaporto; la
legge italiana prevede la concessione di visti turistici per sei mesi previa
presentazione entro 8 giorni dall’arrivo), potrebbe spiegare la scelta di
giungere direttamente in Italia. Ocorrerebbe interrogarsi sulla ragione
per la quale proprio Catania sia la sede di maggior concentrazione in Italia di
lavoratrici sessuali colombiane. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, tutte da
accertare con un lavoro diagnostico sul campo, tuttavia alcuni elementi
potrebbero già fornire una prima spiegazione generale. Una recente relazione
della Questura di Catania sul fenomeno della ‘Prostituzione nel Quartiere di
San Berillo’ segnala che le “attività di
sfruttamento e di agevolazione risultano gestite tramite complessi rapporti che
vedono coprotagonisti gruppi malavitosi autoctoni e stranieri”. La stessa
Questura segnala che in seguito a specifiche attività investigative “e in più circostanze” sarebbe emersa “l’esistenza di vere e proprie organizzazioni
finalizzate all’agevolazione e sfruttamento della prostituzione”. Proprio a
fine ’99 la Questura ha inoltrato all’Autorità Giudiziaria una dettagliata
comunicazione di notizia di reato nei confronti di 4 persone che, “partecipando a diverso titolo, risultano
aver organizzato un’associazione finalizzata allo sfruttamento della
prostituzione”. La presenza di elementi malavitosi locali e di origine
colombiana nelle vie del quartiere di ‘San Berillo’ in qualità di ‘controllori’
del territorio è stata segnalata da numerosi operatori incontrati. Nello
specifico ci è stato segnalato un locale di ritrovo nei pressi del Teatro
Bellini, dove operano alcuni giovani di nazionalità colombiana che
organizzarebbero alcune delle attività legate al mercato del sesso. E’
un’ipotesi interessante da verificare con una ricerca sul campo, se nel caso
specifico dell’arrivo massiccio di donne colombiane in Sicilia, non abbiano
pesato i vecchi e consolidati rapporti criminali tra le associazioni mafiose
che operano nella regione e i cosiddetti Cartelli del narcotraffico del paese
sudamericano. Di certo, le usuali rotte utilizzate per i traffici di droga e di
armi, sono sempre più utilizzate per i flussi di migranti (irregolari e
clandestini) e quasi sempre coincidono le organizzazioni e le infrastrutture
utilizzate. La Questura di Catania segnala, tra
coloro che avrebbero specifici interessi nella cogestione economica del
fenomeno, alcuni dei proprietari degli immobili del quartiere di San Berillo
dove le donne esercitano la prostituzione. Nel corso dell’indagine sopracitata
una delle persone denunciate all’Autorità Giudiziaria era appunto il
proprietario di un immobile “la cui
destinazione all’attività di meretricio fruttava all’organizzazione circa tre
milioni al giorno”. Da un semplice calcolo sul valore dei fitti degli
immobili del Quartiere è possible infatti dedurre l’enorme giro di denaro che
ruota attorno al fenomeno ‘San Berillo’ e che alimenterebbe uno degli anelli
della catena criminale che gestirebbe il traffico. Le donne colombiane infatti,
affittano quotidianamente una stanza di un appartamento per il valore di
L.100.000. Considerato che ciascuna prostituta esercita la propria attività per
6 ore al giorno circa, avvicendandosi con le compagne di lavoro nell’arco delle
24 ore, la Questura di Catania desume che “l’utilizzo di ciascuna stanza
comporta un guadagno di circa L.400.000 al giorno. Dato che ogni appartamento
conta perlomeno di 5 unità locative, l’importo quotidiano che finisce nelle
mani del proprietario (o presumibilmente delle organizzazioni che ne hanno
otenuto ‘pacificamente’ o con ‘minacce’ la gestione) è di L.2.000.000 al
giorno. Considerato il gran numero di appartamenti ‘vuoti’ esistenti nel
quartiere di San Berillo è presumibile che il denaro circolante per le quote di
‘sub-affitto’ superi mensilmente la decina di miliardi. Come accertato dalla
Questura di Catannia, “nella stragrande maggioranza dei casi i proprietari
degli appartamenti in questione risultano inottemperanti all’obbligo di
comunicare all’Autorità di P.S. l’avvenuta cessione in affitto”. Ciò potrebbe
spiegare l’anomalia catanese della prostituzione di migranti stranieri,
caratterizzata da un quartiere ‘a luci rosse’ in pieno centro storico che non è
causa di quei conflitti sociali e sollevamenti popolari razzisti che invece
hanno caraterizzato la storia recente di altre città italiane dove si è tentato
di insediare aree per la prostituzione straniera nei centri storici e che alla
fine sono state trasferite in aree periferiche o nei grandi raccordi stradali
ed autostradali delle città. San Berillo, poi, vanta una tradizione secolare
quale quartiere del ‘mercato del sesso’, che ne ha fatto meta delle classi
borghesi prima e proletarie dopo di tutta la Sicilia, quasi un fenomeno della
‘sub-cultura’ sessista e maschilista isolana, che ha trovato consensi ed
esaltazioni perfino in alcune opere letterarie di alcuni importanti scrittori
siciliani. Le ‘case aperte’ di San Berillo sono rimaste attive sino ai primi
anni ’80, quando le autorità locali, sperando in una gigantesca opera di
ricostruzione edilizia speculativa, decisero di murarne gli ingressi,
costringendo le lavoratrici sessuali che vi operavano a trasferirsi in altre
zone della città. Nonostante la politica di riqualificazione del centro storico
voluta dall’ex sindaco Bianco, gli appartamenti del Quartiere sono rimasti
inaffittati, non richiamando l’interesse della classe media catanese a tornare
a vivere nel cuore di Catania per abbandonare i centri residenziali di sviluppo
recente. Ecco così che la prostituzione di immigrate fornisce l’occasione di
‘plusvalorizzare’ il patrimonio edilizio (sempre più degradato) di San Berillo,
dando contestualmente impulso ad una serie di attività economiche collaterali
(piccoli negozi di generli alimentari, bar, ecc.) in forte crisi recessiva.
Come è stato ripetutamente segnalato infatti da alcuni operatori locali, non
solo non sono mancati i conflitti tra le lavoratrici colombiane e i pochi
residenti autoctoni, ma anzi la loro presenza è bene accettata e sostenuta. Va
altresì aggiunto che alcune di queste cosiddette ‘attività collaterali’ (una
specie di idotto da prostituzione) sono direttamente gestite da piccola manovalanza
criminale (es. la vendita di profilattici, salviettine igieniche, ecc.). Gli
stessi elementi farebbero da intermediari e procacciatori dei ‘siti lavorativi’
e, secondo la Polizia, garantirebbero perfino “l’assistenza legale e quella
medica” a favore delle immigrate-prostituite. Il ‘consenso’ socio-culturale che si è
creato attorno al caso ‘San Berillo’ da una parte non facilita l’azione di
denuncia da parte di terzi dei meccanismi del traffico e dall’altro ha condotto
ad una preoccupante sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità di
pubblica sicurezza e della magistratura e delle stesse organizzazioni di
promozione sociale e dei diritti civili locali. Data l’assenza di impatto e
grazie al ‘consenso’ generale, la prostituzione colombiana non viene avvertita
come ‘emergenza’ o ‘questione di ordine pubblico’ ed è possibile avvertire una
scarsa consapevolezza dei pericolosi intrecci criminali, della violenza e
dell’aperta violazione dei diritti che sottendono al fenomeno. Al contrario si averte
una specie di ‘compiacimento generale’, turbato solo dal periodico ripetersi di
liti e risse nelle strade. Altrimenti sottovalutato è il fenomeno crescente dei
matrimoni tra donne colombiane e uomini catanesi che si sono registrati negli
ultimi due anni. Se è vero che nessuno ha il diritto di indagare sulla
profondità delle relazioni affettive, e se è stato accertato che questi
matrimoni talvolta permettono di eludere le restrizioni sui permessi alle
immigrate e che pertanto sono voltamente desiderati, l’esperienza
internazionale dei cosiddetti ‘matrimoni fittizi e servili’ richiede nello
specifico siciliano un’attenta valutazione, perché potrebbe nascondere un
sottobosco fatto di soprusi, ricatti, violenze, sfruttamento lavorativo e
sessuale, compravendite di ragazze ‘su catalogo’, dove non possono inserirsi
organizzazioni malavitose locali ed estere. La stessa Questura, che pur avverte la
possibilità di un’allenza tra criminalità locale e organizzazioni crimianli
straniere, appare più preoccupata ad identificare le vittime-protagoniste per
accertarne l’eventuale violazione della legge sull’immigrazione. Nella sua
breve relazione sul fenomeno, gli organi di pubblica sicurezza dedicano infatti
maggior rilievo all’argomento, segnalando che nel 1999 “risultano rintracciate
ed identificate ben 265 prostitute, tutte straniere e, nella quasi totalità dei
casi, prive di regolare permesso di soggiorno”. “In diversi casi – continua la
relazione – è stata constatata la mancanza di qualsiasi documento (in particolare
passaporti) che potese rendere possibile l’identificazione personale ed il
conseguente accertamento della nazionalità”. In conseguenza di questi
accertamenti la Questura ha espulso nel ’98 51 straniere e nel ’99 34. Nel ’98
si è proceduto all’acompagnamento alla frontiera di 20 donne di origine
sudamericana, mentre nel ’99 sono state accompagnate 10 donne, 8 di origine
sudamericana e due di origine africana. Anche la Questura di Messina si è
limitata ad operazioni di identificazione delle prostitute che giungono
quotidinamente via treno o bus da Catania. Nel ’99 sono state espulse per
violazione delle norme sul permesso di soggiono 4 donne colombiane. La stessa
Questura ammette che spesso gli interventi sono partiti in conseguenza di
querele, per il delitto di invasione di edifici, “sporte dai proprietari degli
immobili utilizzati per l’atttività di meretricio”. Cioè, le donne sorpresi in
essi, vengono denunciate per i delitti di invasione di edifici e danneggiamento
degli stessi. Difficile non interpretare la minaccia di denuncia come un
efficace meccanismo di ricatto esercitato dalle organizzazioni che gestiscono
il mercato della prostituzione a danno delle vittime, che in qualsiasi momento,
senza le plateali violenze che per esempio i trafficanti albanesi esercitano
sulle giovani vittime, rischiano di essere rimpatriate e di perdere lo ‘status’
e gli introiti ottenuti con la loro attività
(la Questura stima a circa le 500.000 lire diarie il guadagno, ove la
singola prestazione è retribuita con una somma oscillante tra le 30 e le 50
mila lire, ma che può arrivare per ‘prestazioni particolari’, anche alle
200.000). Come descritto nella sopracitata relazione sulla prostituzione, si
sono verificati numerosi casi in cui le prostitute (soprattutto le africane) si
siano ribellate “rifiutando di pagare per l’utilizzo delle stanze adibite ad
alcova. In questi casi i proprietari degli immobili sporgono querela al fine
occulto di sbarazarsi delle ospiti morose”. Per quanto riguarda il profilo delle
interessate, da un’analisi generale dei dati in possesso la Questura di Catania
afferma che in genere “trattasi per lo più di ragazze madri o regolarmente
sposate che inviano parte dei proventi della loro attività ai familiari nei
paesi d’origine”. “Mentre le colombiane giungono nel territorio mantenendo
comunque legami con il paese d’origine, le africane tentano di celare in tutti
i modi la propria identità onde evitare di essere riaccompagnate nei paesi di
origine, speso poverissimi”. Questa
differenza può essere spiegata con le differenti modalità di reclutamento delle
lavoratrici in Sud America e in Nigeria, sulla differente gestione del traffico
da parte delle organizzazioni criminali
e sulla maggiore consapevolezza e libertà di scelta nel trasferimento
all’estero delle prime rispetto alle altre. La maggiore ‘autonomia’ delle donne
colombiane nell’esercizio della prostituzione è una caratteristica ben visibile
a Catania. Esse infatti si spostano in città e nella regione singolarmente o in
piccoli gruppi di compagne, sono solite girare per negozi e locali commerciali
e risiedono in gruppi di quattro-cinque in appartamenti (spesso fatiscenti)
dell’hinterland etneo, dove si arriva a pagare sino a 400-500.000 al mese per
posto letto (come si è già detto, ciò spiega in parte il ‘consenso’ sociale di
cui godono anche nelle aree più periferiche del capoluogo e potrebbe
rappresentare un ulteriore elemento di ‘profitto’ nonché di ‘sfruttamento
indiretto’ da parte delle organizzazioni criminali autoctone). Recentemente è
stata segnalata una crescita del numero di ricongiungimenti in loco da parte
dei figli minori, la cui asssitenza è sempre più affidata a scuole e collegi
privati, dove l’anonimato delle madri è assicurato in cambio di ‘sostanziose’
rette mensili. Tuttavia questa immagine ‘d’indipendenza’ delle donne
colombiane, priva di qualsiasi reale fondamento, accentua la sottovalutazione del fenomeno da parte della autorità
di pubblica sicurezza e delle stesse organizzazioni sociali. In nessuno degli incontri da noi
realizzati, infatti, è stato possibile ricevere dati o elementi che permettano
di comprendere modalità di reclutamento e d’ingresso in Italia e se e come si
esercita il racket nei loro confronti nel Paese (oltre, evidentemente, alla
ingente tassazione sulle camere da letto a San Berillo). Gli operatori che
hanno potuto dialogare con le donne dicono di aver ricevuto informazioni
‘tranquillizanti’, che però devono essere più seriamente approfondite ed
intrecciate con il lavoro di ricerca ed analisi sul traffico delle donne in
atto nel Paese di provenienza. Le donne colombiane, infatti, avrebbero riferito
sempre di essere giunte “liberamente in Italia, dopo essere state chiamate da
amiche o parenti che già vi esercitavano la prostituzione”. L’autonomia e le
relazioni solidali nell’esercizio della prostituzione, sono una caratteristica
già verificata in Colombia tra le donne di strato più povero. Tuttavia è
d’obbligo una domanda: come può una donna i cui ingressi economici in Colombia
non possono superare nelle migliori delle ipotesi le 200-300.000 mensili,
acquistare un biglietto d’aereo che supera i 1.200 dollari, più farsi carico di
tutte le spese accessorie di prima sisteazione in Italia? Chi conosce la reale
condizione sociale ed economica che attraversa la Colombia non può che fornire
una risposta: il prestito di denaro, caratterizzato in loco dagli alti e
progressivi tassi d’usura e dalla gestione di piccole-medie organizzazioni
criminali locali, contestualmente dedite al traffico di stupefacenti,
all’estorsione e al contrabbando. Forse è grazie all’indebitamento nei luoghi
di partenza che si esercita il primo grande tassello dell’organizzazione
mafiosa del trafico verso l’estero. La cosiddetta ‘autonomia’ sarebbe allora
del tutto fittizia e dato il controllo sociale esercitato in Colombia e
l’inimmaginabile esercizio della violenza nel paese, è presumibile che l’azione
di ricatto e minaccia sulle donne che lavorano in Italia venga esercitato
trasversalmente sui familiari (e direttamente sui figli) rimasti a casa. Se ciò
fosse vero, non può che risultare estremamente difficile l’avvicinamento di
esse in Italia e la possibilità di costruire un rapporto fiduciario per
l’inserimento in uno dei programmi previsti dall’attuazione dell’art. 18 della
nuova legge quadro sull’immigrazione. Lo stesso esercizio mediato e lontano
della ‘violenza’ su queste donne, può condurre a false interpretazioni sul
fenomeno da parte delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza chiamate
dalle norme legislative a decidere sulla concessione dello speciale permesso di
soggiorno ex art. 18, “per gravi situazioni di pericolo” delle vittime del
traffico. Anzi, paradossalmente, ci potrebbe essere chi, valutando il fenomeno
con quanto avviene con le donne di origine albanese e nigeriana, metterebbe in
discussione l’esistenza nel caso colombiano di un vero e proprio “traffico di
donne”. I pochi riferimenti alle zone di
origine delle donne colombiane, confermerebbero la loro provenienze da tre
aree: i dipartimenti che hanno come capoluogo le città di Cali e Medellìn e il
cosiddetto ‘eje cafetero’, l’area di produzione del caffè, con le città di
Armenia, Pereira e Manizales. Queste tre aree, sono le zone dove si sono
consolidati negli ultimi decenni vasti e sempre più drammatici flussi
prostituzionali. Le cause sono molteplici: la storica subordinazione della
donna nei confronti degli uomini, la ‘subcultura’ machista, la doppia morale
sessuale, la frantumazione e disgregazione familiare - accentuata dalla
violenza e dal conflitto che si è sviluppato negli ultimi 50 anni in Colombia,
gli enormi flussi migratori interni e le urbanizzazioni selvagge in conseguenza
del ‘desplazamiento’ derivato dalla guerra (nel paese ci sono attualmente oltre
2 milioni di sfollati), la crisi dei valori tradizionali e la destrutturazione
delle relazioni sociali in conseguenza del narcotraffico (Cali e Medellìn sono
le rinomate città dei Cartelli che hanno oligopolizzato la produzione e
l’esportazione mondiale di cocaina), la crisi strutturale della produzione del
caffè (con decine di migliaia di posti di lavoro persi nell’ultimo decennio),
il recente sisma che ha sconvolto alcuni dei maggiori centri dell’eje cafetero,
ecc.. Nell’assenza di valori e prospettive, nella totale subordinazione
femminile, soprattutto per le donne dei ceti sociali più poveri, in prevalenza
madri ‘soltere’ con 2-3 figli a carico, la prostituzione è l’unica soluzione
per conseguire i beni alimentari basici. Per molte di loro, la scelta di una
‘professione’ dove la violenza, l’alcolismo, l’uso si sostanze stupefacenti
sono gli elementi di contorno, si accompagna al piccolo spaccio e recentemente
al trasporto interno e verso l’estero di piccole quantità di cocaina. Proprio
il ‘carico’ di coca (in gergo le donne prendano l’epiteto di ‘mulas’), spesso fatto
con gravissimi rischi per la propria vita (le sostanze sono ingerite in piccole
capsule che possono essere attaccate dai succhi gastrici) è presumilmente
l’attività che viene contestualmente esercitata con il viaggio verso l’Europa.
Così da vittime della tratta, le donne possono trasformarsi in piccole
protagoniste attive di un’attività criminale che ne accresce il controllo e il
ricatto. Ancora una volta la conferma che il fenomeno del traffico di donne non
può prescindere da un’analisi dei flussi migratori, delle condizioni sociali,
economiche e politiche dei Paesi di provenienze delle donne immigrate
prostituite, nonché delle sempre più evidenti connessioni del traffico di donne
con altre attività criminali. Senza la conoscenza generale di questi elementi
qualsiasi intervento a loro favore nei Paesi di arrivo rischia nella migliore
delle ipotesi di fallire inutilmente. CONCLUSIONI Oltre ad un approfondimento delle
specificità della tratta di donne e dello stesso fenomeno della prostituzione
colombiana, sarà necessario altresì adeguare gli obiettivi generali e specifici
dell’intervento a loro favore tenendo conto di alcuni elementi. Qualsiasi campagna di prevenzione e
sensibilizzazione dovrà avere come target principale, la cosiddetta ‘potenziale
domanda’, coscientizzando i ‘clienti’ sulle cause e sulle condizioni di vita
nel paese d’origine delle donne trafficate e smantellando gli stereotipi
dell’immaginario collettivo che le dipinge come “libere, disinibite, autonome e
sensuali”. La realtà, come si è visto è ben differente, e la conoscenza del
vissuto psicologico affettivo e sociale mostra ben altri aspetti: assenza di
autostima, stati depressivi e bisogni autodistruttivi, forti disturbi della
personalità e della sfera affettiva, distorsioni della sessualità e della
corporeità, dipendenza da sostaze psicoattive (alcool, droghe, psicofarmaci),
ecc. E’ estremamente difficile presupporre
che le donne colombiane che si dedicano alla prostituzione in Italia possano
essere interessate a fare ingresso in un programma che fornisca opportunità di
cambiamento di vita. Innanzitutto, senza una adeguata ‘mediazione culturale’,
la generale sfiducia sulle istituzioni e sullo Stato (per giunta straniero),
non permette loro l’inizio di un
rapporto di scambio e di relazione fiduciaria. Esse sono giunte in Italia con
la piena consapevolezza del lavoro che vi avrebbero esercitato e certamente le
condizioni di sfruttamento e le pressioni criminali che vi subiscono non
possono in nessun modo essere paragonate con quanto sopportato quotidinamente
dalle loro compagne che a mala pena sopravvivono vendendo il proprio corpo ai
margini delle grandi città colombiane. Può apparire un argomento di cattivo
gusto, ma bisogna partire da una realtà per quanto cinica e inaccettabile: in Italia
stanno realmente meglio!!! In Colombia
la prestazione sessuale di queste donne vale intorno alle 2-3.000 lire ed esse
sono sottoposte ad inimmaginabili umiliazioni e violenze incomparabili con
quanto devono sopportare con i peggiori ‘clienti’ italiani. Se il rischio di essere assassinate è in
qualsiasi momento presente in Italia, in Colombia la tipologia dei clienti (in
buona parte disoccupati e semiindigenti alcolizzati), fenomeni di degrado
sociale come la ‘limpieza social’ (corpi armati, spesso in contatto con
poliziotti e commercianti che si dedicano alla caccia notturna delle categorie
sociali più marginali e indifese), l’esercizio in località ove operano
paramilitari, narcotrafficanti, smeralderi, ecc., la sovraesposizione al
pericolo in conseguenza dello smodato uso di alcool e basuko (pericolosissimo
derivato della produzione della cocaina simile al crack), rendono l’immagine
della morte violenta come una condizione quasi incontrovertibile della
esistenza stessa. Per queste caratteristiche probabilmente sarà
più opportuno indirizzare ogni intervento in vista della cosiddetta ‘riduzione
del danno’, del sostegno allo sviluppo dell’autostima e di valorizzazione della
propria personalità, di conoscenza dei propri diritti d’immigrata e delle opportunità
legali offerte dalla legislazione, di eventuale tutela in caso di violenza,
minacce da parte di singoli od organizzazioni. Sarà altresì opportuno organizzare
momenti di dibattito e confronto sul fenomeno tendenti a sensibilizzare gli
operatori del pubblico e del privato, mass-media, funzionari di pubblica e
sicurezza e della magistratura, e nello specifico del caso colombiano,
finalizzati a spiegare le connessioni, ancora troppo sottovalutate e certamente
non evidenti in prima battuta, del traffico di donne con le grandi reti della
criminalità siciliane e di oltre Oceano. Ciò a medio termine darebbe gli
strumenti per una lettura più corrispondente alla realtà da parte degli organi
istituzionali, cui la legge assegna i compiti d’intervento a favore degli
anelli più deboli del fenomeno immigratorio, assicurando così alle donne
colombiane l’estensione delle norme che permettono la concessione del permesso
speciale di soggiorno, oggi penalizzate da un’interpretazione restrittiva
dell’art.18 e dall’assoluta disconoscenza dei pericoli che esse affrontano e
che potrebbero affrontare in caso di rimpatri forzati. ALCUNI DATI SUL CONFLITTO IN ATTO IN
COLOMBIA
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Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Da Medellin a San Berillo", terrelibere.org, 25 novembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/da-medellin-a-san-berillo |