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Da Medellin a San Berillo {}

Da S.Berillo a Medellin

ALCUNE RIFLESSIONI SUL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE DELLE DONNE COLOMBIANE NELLA CITTA’ DI CATANIA

 

[ Antonio Mazzeo e Ada Trifirò - Cooperanti in Colombia ]

Catania, luglio 2000.

 

 

A seguito di una nostra visita a Catania in cui sono state incontrate alcune istituzioni pubbliche e del privato sociale che stanno operando sul tema dell’assistenza alle lavoratrici sessuali colombiane (l’ufficio comunale per l’immigrazione, Parrocchia del SS.Crocifisso della Buona Morte, Ufficio immigrati della Questura), e dopo alcuni scambi d’impressione con alcuni operatori sociali delle città di Catania e di Messina, sono stati raccolti alcuni dati sul fenomeno che permettono una prima valutazione generale, che comunque richiederà ulteriori verifiche ed approfondimenti.

 

Innanzitutto hanno trovato conferma le notizie che ci erano state segnalate sul fatto che la città di Catania, e in particolare il quartiere del centro storico di ‘San Berillo’ (delimitato dalle vie Di Prima, San Giuliano, Ventimiglia e Coppola) è divenuto il centro ove in Italia si evidenzia la maggiore concentrazione di lavoratrici sessuali di nazionalità colombiana. Esse rappresentano la quasi totalità delle donne che esercitano la prostituzione nel quartiere; insieme ad esse ci sono alcune donne di nazionalità nigeriana e recentemente sono apparse alcune donne provenienti dall’est europeo, presumibilmente dall’Albania. I dati sulle presenze sono del tutto frutto di valutazioni empiriche: ad occhio, solo nel quartiere di San Berillo, nei fine settimana è possibile valutare la presenza delle donne colombiane tra le 400 e le 500 unità. Considerato che alcune di esse si trasferiscono da Catania in altri capoluoghi siciliani limitrofi (Messina e Siracusa) e in alcune cittadine del litoraneo ionico (Giardini e Taormina) e che i dati più recenti sul numero di permessi di soggiorno forniti dalla Questura di Catania a donne colombiane superano i 150 annui, è possibile stimare intorno alle 800 circa le lavoratrici sessuali colombiane che risiederebbero nell’hinterland etneo.

 

La presenza massiccia di donne colombiane nella città si è resa evidente particolarmente intorno alla seconda metà degli anni ’90, ma i primi arrivi si sarebbero verificati già nei primi anni ’90. Secondo la Questura e l’Ufficio comunale immigrati di Catania, le donne non si fermerebbero a Catania per periodi superiori ai 9 mesi – un anno circa. In seguito si trasferirebbero in altre città italiane (in particolare è stato possibile accertare il transito di alcune di esse a Genova, città caratterizzata da un notevole flusso immigratorio e da evidenti fenomeni di prostituzione femminile e maschile). Sembrerebbe altresì che l’Italia sia per buona parte di loro il primo paese europeo d’ingresso dalla Colombia. La particolare normativa applicata alla Colombia in termini di visti d’ingresso (Spagna, Germania e Italia sono gli unici paesi dell’Unione europea che permetteno l’ingresso a cittadini sudamericani forniti di solo passaporto; la legge italiana prevede la concessione di visti turistici per sei mesi previa presentazione entro 8 giorni dall’arrivo), potrebbe spiegare la scelta di giungere direttamente in Italia.

 

Ocorrerebbe interrogarsi sulla ragione per la quale proprio Catania sia la sede di maggior concentrazione in Italia di lavoratrici sessuali colombiane. Siamo ancora nel campo delle ipotesi, tutte da accertare con un lavoro diagnostico sul campo, tuttavia alcuni elementi potrebbero già fornire una prima spiegazione generale. Una recente relazione della Questura di Catania sul fenomeno della ‘Prostituzione nel Quartiere di San Berillo’ segnala che le “attività di sfruttamento e di agevolazione risultano gestite tramite complessi rapporti che vedono coprotagonisti gruppi malavitosi autoctoni e stranieri”. La stessa Questura segnala che in seguito a specifiche attività investigative “e in più circostanze” sarebbe emersa “l’esistenza di vere e proprie organizzazioni finalizzate all’agevolazione e sfruttamento della prostituzione”. Proprio a fine ’99 la Questura ha inoltrato all’Autorità Giudiziaria una dettagliata comunicazione di notizia di reato nei confronti di 4 persone che, “partecipando a diverso titolo, risultano aver organizzato un’associazione finalizzata allo sfruttamento della prostituzione”. La presenza di elementi malavitosi locali e di origine colombiana nelle vie del quartiere di ‘San Berillo’ in qualità di ‘controllori’ del territorio è stata segnalata da numerosi operatori incontrati. Nello specifico ci è stato segnalato un locale di ritrovo nei pressi del Teatro Bellini, dove operano alcuni giovani di nazionalità colombiana che organizzarebbero alcune delle attività legate al mercato del sesso. E’ un’ipotesi interessante da verificare con una ricerca sul campo, se nel caso specifico dell’arrivo massiccio di donne colombiane in Sicilia, non abbiano pesato i vecchi e consolidati rapporti criminali tra le associazioni mafiose che operano nella regione e i cosiddetti Cartelli del narcotraffico del paese sudamericano. Di certo, le usuali rotte utilizzate per i traffici di droga e di armi, sono sempre più utilizzate per i flussi di migranti (irregolari e clandestini) e quasi sempre coincidono le organizzazioni e le infrastrutture utilizzate. 

 

La Questura di Catania segnala, tra coloro che avrebbero specifici interessi nella cogestione economica del fenomeno, alcuni dei proprietari degli immobili del quartiere di San Berillo dove le donne esercitano la prostituzione. Nel corso dell’indagine sopracitata una delle persone denunciate all’Autorità Giudiziaria era appunto il proprietario di un immobile “la cui destinazione all’attività di meretricio fruttava all’organizzazione circa tre milioni al giorno”. Da un semplice calcolo sul valore dei fitti degli immobili del Quartiere è possible infatti dedurre l’enorme giro di denaro che ruota attorno al fenomeno ‘San Berillo’ e che alimenterebbe uno degli anelli della catena criminale che gestirebbe il traffico. Le donne colombiane infatti, affittano quotidianamente una stanza di un appartamento per il valore di L.100.000. Considerato che ciascuna prostituta esercita la propria attività per 6 ore al giorno circa, avvicendandosi con le compagne di lavoro nell’arco delle 24 ore, la Questura di Catania desume che “l’utilizzo di ciascuna stanza comporta un guadagno di circa L.400.000 al giorno. Dato che ogni appartamento conta perlomeno di 5 unità locative, l’importo quotidiano che finisce nelle mani del proprietario (o presumibilmente delle organizzazioni che ne hanno otenuto ‘pacificamente’ o con ‘minacce’ la gestione) è di L.2.000.000 al giorno. Considerato il gran numero di appartamenti ‘vuoti’ esistenti nel quartiere di San Berillo è presumibile che il denaro circolante per le quote di ‘sub-affitto’ superi mensilmente la decina di miliardi. Come accertato dalla Questura di Catannia, “nella stragrande maggioranza dei casi i proprietari degli appartamenti in questione risultano inottemperanti all’obbligo di comunicare all’Autorità di P.S. l’avvenuta cessione in affitto”. Ciò potrebbe spiegare l’anomalia catanese della prostituzione di migranti stranieri, caratterizzata da un quartiere ‘a luci rosse’ in pieno centro storico che non è causa di quei conflitti sociali e sollevamenti popolari razzisti che invece hanno caraterizzato la storia recente di altre città italiane dove si è tentato di insediare aree per la prostituzione straniera nei centri storici e che alla fine sono state trasferite in aree periferiche o nei grandi raccordi stradali ed autostradali delle città. San Berillo, poi, vanta una tradizione secolare quale quartiere del ‘mercato del sesso’, che ne ha fatto meta delle classi borghesi prima e proletarie dopo di tutta la Sicilia, quasi un fenomeno della ‘sub-cultura’ sessista e maschilista isolana, che ha trovato consensi ed esaltazioni perfino in alcune opere letterarie di alcuni importanti scrittori siciliani. Le ‘case aperte’ di San Berillo sono rimaste attive sino ai primi anni ’80, quando le autorità locali, sperando in una gigantesca opera di ricostruzione edilizia speculativa, decisero di murarne gli ingressi, costringendo le lavoratrici sessuali che vi operavano a trasferirsi in altre zone della città. Nonostante la politica di riqualificazione del centro storico voluta dall’ex sindaco Bianco, gli appartamenti del Quartiere sono rimasti inaffittati, non richiamando l’interesse della classe media catanese a tornare a vivere nel cuore di Catania per abbandonare i centri residenziali di sviluppo recente. Ecco così che la prostituzione di immigrate fornisce l’occasione di ‘plusvalorizzare’ il patrimonio edilizio (sempre più degradato) di San Berillo, dando contestualmente impulso ad una serie di attività economiche collaterali (piccoli negozi di generli alimentari, bar, ecc.) in forte crisi recessiva. Come è stato ripetutamente segnalato infatti da alcuni operatori locali, non solo non sono mancati i conflitti tra le lavoratrici colombiane e i pochi residenti autoctoni, ma anzi la loro presenza è bene accettata e sostenuta. Va altresì aggiunto che alcune di queste cosiddette ‘attività collaterali’ (una specie di idotto da prostituzione) sono direttamente gestite da piccola manovalanza criminale (es. la vendita di profilattici, salviettine igieniche, ecc.). Gli stessi elementi farebbero da intermediari e procacciatori dei ‘siti lavorativi’ e, secondo la Polizia, garantirebbero perfino “l’assistenza legale e quella medica” a favore delle immigrate-prostituite.

 

Il ‘consenso’ socio-culturale che si è creato attorno al caso ‘San Berillo’ da una parte non facilita l’azione di denuncia da parte di terzi dei meccanismi del traffico e dall’altro ha condotto ad una preoccupante sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità di pubblica sicurezza e della magistratura e delle stesse organizzazioni di promozione sociale e dei diritti civili locali. Data l’assenza di impatto e grazie al ‘consenso’ generale, la prostituzione colombiana non viene avvertita come ‘emergenza’ o ‘questione di ordine pubblico’ ed è possibile avvertire una scarsa consapevolezza dei pericolosi intrecci criminali, della violenza e dell’aperta violazione dei diritti che sottendono al fenomeno. Al contrario si averte una specie di ‘compiacimento generale’, turbato solo dal periodico ripetersi di liti e risse nelle strade. Altrimenti sottovalutato è il fenomeno crescente dei matrimoni tra donne colombiane e uomini catanesi che si sono registrati negli ultimi due anni. Se è vero che nessuno ha il diritto di indagare sulla profondità delle relazioni affettive, e se è stato accertato che questi matrimoni talvolta permettono di eludere le restrizioni sui permessi alle immigrate e che pertanto sono voltamente desiderati, l’esperienza internazionale dei cosiddetti ‘matrimoni fittizi e servili’ richiede nello specifico siciliano un’attenta valutazione, perché potrebbe nascondere un sottobosco fatto di soprusi, ricatti, violenze, sfruttamento lavorativo e sessuale, compravendite di ragazze ‘su catalogo’, dove non possono inserirsi organizzazioni malavitose locali ed estere.

 

La stessa Questura, che pur avverte la possibilità di un’allenza tra criminalità locale e organizzazioni crimianli straniere, appare più preoccupata ad identificare le vittime-protagoniste per accertarne l’eventuale violazione della legge sull’immigrazione. Nella sua breve relazione sul fenomeno, gli organi di pubblica sicurezza dedicano infatti maggior rilievo all’argomento, segnalando che nel 1999 “risultano rintracciate ed identificate ben 265 prostitute, tutte straniere e, nella quasi totalità dei casi, prive di regolare permesso di soggiorno”. “In diversi casi – continua la relazione – è stata constatata la mancanza di qualsiasi documento (in particolare passaporti) che potese rendere possibile l’identificazione personale ed il conseguente accertamento della nazionalità”. In conseguenza di questi accertamenti la Questura ha espulso nel ’98 51 straniere e nel ’99 34. Nel ’98 si è proceduto all’acompagnamento alla frontiera di 20 donne di origine sudamericana, mentre nel ’99 sono state accompagnate 10 donne, 8 di origine sudamericana e due di origine africana. Anche la Questura di Messina si è limitata ad operazioni di identificazione delle prostitute che giungono quotidinamente via treno o bus da Catania. Nel ’99 sono state espulse per violazione delle norme sul permesso di soggiono 4 donne colombiane. La stessa Questura ammette che spesso gli interventi sono partiti in conseguenza di querele, per il delitto di invasione di edifici, “sporte dai proprietari degli immobili utilizzati per l’atttività di meretricio”. Cioè, le donne sorpresi in essi, vengono denunciate per i delitti di invasione di edifici e danneggiamento degli stessi. Difficile non interpretare la minaccia di denuncia come un efficace meccanismo di ricatto esercitato dalle organizzazioni che gestiscono il mercato della prostituzione a danno delle vittime, che in qualsiasi momento, senza le plateali violenze che per esempio i trafficanti albanesi esercitano sulle giovani vittime, rischiano di essere rimpatriate e di perdere lo ‘status’ e gli introiti ottenuti con la loro attività  (la Questura stima a circa le 500.000 lire diarie il guadagno, ove la singola prestazione è retribuita con una somma oscillante tra le 30 e le 50 mila lire, ma che può arrivare per ‘prestazioni particolari’, anche alle 200.000). Come descritto nella sopracitata relazione sulla prostituzione, si sono verificati numerosi casi in cui le prostitute (soprattutto le africane) si siano ribellate “rifiutando di pagare per l’utilizzo delle stanze adibite ad alcova. In questi casi i proprietari degli immobili sporgono querela al fine occulto di sbarazarsi delle ospiti morose”.

 

Per quanto riguarda il profilo delle interessate, da un’analisi generale dei dati in possesso la Questura di Catania afferma che in genere “trattasi per lo più di ragazze madri o regolarmente sposate che inviano parte dei proventi della loro attività ai familiari nei paesi d’origine”. “Mentre le colombiane giungono nel territorio mantenendo comunque legami con il paese d’origine, le africane tentano di celare in tutti i modi la propria identità onde evitare di essere riaccompagnate nei paesi di origine, speso poverissimi”.  Questa differenza può essere spiegata con le differenti modalità di reclutamento delle lavoratrici in Sud America e in Nigeria, sulla differente gestione del traffico da parte delle organizzazioni criminali  e sulla maggiore consapevolezza e libertà di scelta nel trasferimento all’estero delle prime rispetto alle altre.

 

La maggiore ‘autonomia’ delle donne colombiane nell’esercizio della prostituzione è una caratteristica ben visibile a Catania. Esse infatti si spostano in città e nella regione singolarmente o in piccoli gruppi di compagne, sono solite girare per negozi e locali commerciali e risiedono in gruppi di quattro-cinque in appartamenti (spesso fatiscenti) dell’hinterland etneo, dove si arriva a pagare sino a 400-500.000 al mese per posto letto (come si è già detto, ciò spiega in parte il ‘consenso’ sociale di cui godono anche nelle aree più periferiche del capoluogo e potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di ‘profitto’ nonché di ‘sfruttamento indiretto’ da parte delle organizzazioni criminali autoctone). Recentemente è stata segnalata una crescita del numero di ricongiungimenti in loco da parte dei figli minori, la cui asssitenza è sempre più affidata a scuole e collegi privati, dove l’anonimato delle madri è assicurato in cambio di ‘sostanziose’ rette mensili. Tuttavia questa immagine ‘d’indipendenza’ delle donne colombiane, priva di qualsiasi reale fondamento,  accentua la sottovalutazione del fenomeno da parte della autorità di pubblica sicurezza e delle stesse organizzazioni  sociali.

 

In nessuno degli incontri da noi realizzati, infatti, è stato possibile ricevere dati o elementi che permettano di comprendere modalità di reclutamento e d’ingresso in Italia e se e come si esercita il racket nei loro confronti nel Paese (oltre, evidentemente, alla ingente tassazione sulle camere da letto a San Berillo). Gli operatori che hanno potuto dialogare con le donne dicono di aver ricevuto informazioni ‘tranquillizanti’, che però devono essere più seriamente approfondite ed intrecciate con il lavoro di ricerca ed analisi sul traffico delle donne in atto nel Paese di provenienza. Le donne colombiane, infatti, avrebbero riferito sempre di essere giunte “liberamente in Italia, dopo essere state chiamate da amiche o parenti che già vi esercitavano la prostituzione”. L’autonomia e le relazioni solidali nell’esercizio della prostituzione, sono una caratteristica già verificata in Colombia tra le donne di strato più povero. Tuttavia è d’obbligo una domanda: come può una donna i cui ingressi economici in Colombia non possono superare nelle migliori delle ipotesi le 200-300.000 mensili, acquistare un biglietto d’aereo che supera i 1.200 dollari, più farsi carico di tutte le spese accessorie di prima sisteazione in Italia? Chi conosce la reale condizione sociale ed economica che attraversa la Colombia non può che fornire una risposta: il prestito di denaro, caratterizzato in loco dagli alti e progressivi tassi d’usura e dalla gestione di piccole-medie organizzazioni criminali locali, contestualmente dedite al traffico di stupefacenti, all’estorsione e al contrabbando. Forse è grazie all’indebitamento nei luoghi di partenza che si esercita il primo grande tassello dell’organizzazione mafiosa del trafico verso l’estero. La cosiddetta ‘autonomia’ sarebbe allora del tutto fittizia e dato il controllo sociale esercitato in Colombia e l’inimmaginabile esercizio della violenza nel paese, è presumibile che l’azione di ricatto e minaccia sulle donne che lavorano in Italia venga esercitato trasversalmente sui familiari (e direttamente sui figli) rimasti a casa. Se ciò fosse vero, non può che risultare estremamente difficile l’avvicinamento di esse in Italia e la possibilità di costruire un rapporto fiduciario per l’inserimento in uno dei programmi previsti dall’attuazione dell’art. 18 della nuova legge quadro sull’immigrazione. Lo stesso esercizio mediato e lontano della ‘violenza’ su queste donne, può condurre a false interpretazioni sul fenomeno da parte delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza chiamate dalle norme legislative a decidere sulla concessione dello speciale permesso di soggiorno ex art. 18, “per gravi situazioni di pericolo” delle vittime del traffico. Anzi, paradossalmente, ci potrebbe essere chi, valutando il fenomeno con quanto avviene con le donne di origine albanese e nigeriana, metterebbe in discussione l’esistenza nel caso colombiano di un vero e proprio “traffico di donne”.

 

I pochi riferimenti alle zone di origine delle donne colombiane, confermerebbero la loro provenienze da tre aree: i dipartimenti che hanno come capoluogo le città di Cali e Medellìn e il cosiddetto ‘eje cafetero’, l’area di produzione del caffè, con le città di Armenia, Pereira e Manizales. Queste tre aree, sono le zone dove si sono consolidati negli ultimi decenni vasti e sempre più drammatici flussi prostituzionali. Le cause sono molteplici: la storica subordinazione della donna nei confronti degli uomini, la ‘subcultura’ machista, la doppia morale sessuale, la frantumazione e disgregazione familiare - accentuata dalla violenza e dal conflitto che si è sviluppato negli ultimi 50 anni in Colombia, gli enormi flussi migratori interni e le urbanizzazioni selvagge in conseguenza del ‘desplazamiento’ derivato dalla guerra (nel paese ci sono attualmente oltre 2 milioni di sfollati), la crisi dei valori tradizionali e la destrutturazione delle relazioni sociali in conseguenza del narcotraffico (Cali e Medellìn sono le rinomate città dei Cartelli che hanno oligopolizzato la produzione e l’esportazione mondiale di cocaina), la crisi strutturale della produzione del caffè (con decine di migliaia di posti di lavoro persi nell’ultimo decennio), il recente sisma che ha sconvolto alcuni dei maggiori centri dell’eje cafetero, ecc.. Nell’assenza di valori e prospettive, nella totale subordinazione femminile, soprattutto per le donne dei ceti sociali più poveri, in prevalenza madri ‘soltere’ con 2-3 figli a carico, la prostituzione è l’unica soluzione per conseguire i beni alimentari basici. Per molte di loro, la scelta di una ‘professione’ dove la violenza, l’alcolismo, l’uso si sostanze stupefacenti sono gli elementi di contorno, si accompagna al piccolo spaccio e recentemente al trasporto interno e verso l’estero di piccole quantità di cocaina. Proprio il ‘carico’ di coca (in gergo le donne prendano l’epiteto di ‘mulas’), spesso fatto con gravissimi rischi per la propria vita (le sostanze sono ingerite in piccole capsule che possono essere attaccate dai succhi gastrici) è presumilmente l’attività che viene contestualmente esercitata con il viaggio verso l’Europa. Così da vittime della tratta, le donne possono trasformarsi in piccole protagoniste attive di un’attività criminale che ne accresce il controllo e il ricatto. Ancora una volta la conferma che il fenomeno del traffico di donne non può prescindere da un’analisi dei flussi migratori, delle condizioni sociali, economiche e politiche dei Paesi di provenienze delle donne immigrate prostituite, nonché delle sempre più evidenti connessioni del traffico di donne con altre attività criminali. Senza la conoscenza generale di questi elementi qualsiasi intervento a loro favore nei Paesi di arrivo rischia nella migliore delle ipotesi di fallire inutilmente.

 

 

CONCLUSIONI

Oltre ad un approfondimento delle specificità della tratta di donne e dello stesso fenomeno della prostituzione colombiana, sarà necessario altresì adeguare gli obiettivi generali e specifici dell’intervento a loro favore tenendo conto di alcuni elementi.

 

Qualsiasi campagna di prevenzione e sensibilizzazione dovrà avere come target principale, la cosiddetta ‘potenziale domanda’, coscientizzando i ‘clienti’ sulle cause e sulle condizioni di vita nel paese d’origine delle donne trafficate e smantellando gli stereotipi dell’immaginario collettivo che le dipinge come “libere, disinibite, autonome e sensuali”. La realtà, come si è visto è ben differente, e la conoscenza del vissuto psicologico affettivo e sociale mostra ben altri aspetti: assenza di autostima, stati depressivi e bisogni autodistruttivi, forti disturbi della personalità e della sfera affettiva, distorsioni della sessualità e della corporeità, dipendenza da sostaze psicoattive (alcool, droghe, psicofarmaci), ecc.

 

E’ estremamente difficile presupporre che le donne colombiane che si dedicano alla prostituzione in Italia possano essere interessate a fare ingresso in un programma che fornisca opportunità di cambiamento di vita. Innanzitutto, senza una adeguata ‘mediazione culturale’, la generale sfiducia sulle istituzioni e sullo Stato (per giunta straniero), non permette loro  l’inizio di un rapporto di scambio e di relazione fiduciaria. Esse sono giunte in Italia con la piena consapevolezza del lavoro che vi avrebbero esercitato e certamente le condizioni di sfruttamento e le pressioni criminali che vi subiscono non possono in nessun modo essere paragonate con quanto sopportato quotidinamente dalle loro compagne che a mala pena sopravvivono vendendo il proprio corpo ai margini delle grandi città colombiane. Può apparire un argomento di cattivo gusto, ma bisogna partire da una realtà per quanto cinica e inaccettabile: in Italia stanno realmente meglio!!!  In Colombia la prestazione sessuale di queste donne vale intorno alle 2-3.000 lire ed esse sono sottoposte ad inimmaginabili umiliazioni e violenze incomparabili con quanto devono sopportare con i peggiori ‘clienti’ italiani.  Se il rischio di essere assassinate è in qualsiasi momento presente in Italia, in Colombia la tipologia dei clienti (in buona parte disoccupati e semiindigenti alcolizzati), fenomeni di degrado sociale come la ‘limpieza social’ (corpi armati, spesso in contatto con poliziotti e commercianti che si dedicano alla caccia notturna delle categorie sociali più marginali e indifese), l’esercizio in località ove operano paramilitari, narcotrafficanti, smeralderi, ecc., la sovraesposizione al pericolo in conseguenza dello smodato uso di alcool e basuko (pericolosissimo derivato della produzione della cocaina simile al crack), rendono l’immagine della morte violenta come una condizione quasi incontrovertibile della esistenza stessa.

 

 

Per queste caratteristiche probabilmente sarà più opportuno indirizzare ogni intervento in vista della cosiddetta ‘riduzione del danno’, del sostegno allo sviluppo dell’autostima e di valorizzazione della propria personalità, di conoscenza dei propri diritti d’immigrata e delle opportunità legali offerte dalla legislazione, di eventuale tutela in caso di violenza, minacce da parte di singoli od organizzazioni.

 

Sarà altresì opportuno organizzare momenti di dibattito e confronto sul fenomeno tendenti a sensibilizzare gli operatori del pubblico e del privato, mass-media, funzionari di pubblica e sicurezza e della magistratura, e nello specifico del caso colombiano, finalizzati a spiegare le connessioni, ancora troppo sottovalutate e certamente non evidenti in prima battuta, del traffico di donne con le grandi reti della criminalità siciliane e di oltre Oceano. Ciò a medio termine darebbe gli strumenti per una lettura più corrispondente alla realtà da parte degli organi istituzionali, cui la legge assegna i compiti d’intervento a favore degli anelli più deboli del fenomeno immigratorio, assicurando così alle donne colombiane l’estensione delle norme che permettono la concessione del permesso speciale di soggiorno, oggi penalizzate da un’interpretazione restrittiva dell’art.18 e dall’assoluta disconoscenza dei pericoli che esse affrontano e che potrebbero affrontare in caso di rimpatri forzati.

 

 

ALCUNI DATI SUL CONFLITTO IN ATTO IN COLOMBIA

 

Media annuale degli omicidi  anni ‘90

26.069

Massacri effettuati nel 1999

70

Civili assassinati in massacri nel 1999

403

Attivisti sindacali assassinati negli anni 1991-99

2.800

Sindaci assassinati nel 1999

25

Guerriglieri uccisi nel ‘99

1.019

Sequestri effettuati dal 1991 al ‘98

12.729

Sequestri effettuati nel 1999

2.945

Bambini sequestrati nel 1999

206

Minori di 15 anni impegnati nel conflitto

5.000

Sparizioni ‘forzate’ anni 1981-1999

2.500

Desplazados in Colombia nel 1999

288.127

Popolazione ‘desplazada’ con meno di 7 anni di età

23,1%

Minori ‘desplazados’ a partire dal 1985

1.100.000

Rifugiati colombiani in Centro America nel 1999

11.700

Cittadini colombiani fuggiti all’estero nel biennio ‘98-‘99

300.000

 






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Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Da Medellin a San Berillo", terrelibere.org, 25 novembre 2000, http://www.terrelibere.it/doc/da-medellin-a-san-berillo