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Documenti > Inchiesta
Dario Ghilarducci: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Così continuarono a
vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma
che sarebbe fuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle
lettere scritte G.G. MARQUEZ, Cent’anni
di solitudine[1]
Introduzione Questo
studio prende le mosse dall’osservazione dell’attuale periodo storico, iniziato
con la fine dei regimi coloniali ed il crollo dell’Unione Sovietica,
caratterizzato dalla globalizzazione dei mercati, dall’apertura delle frontiere
di fronte ai flussi di merci e capitali e dalla rivoluzione dell’informazione
introdotta da internet. Verrà utilizzato il
concetto di “Impero” così come elaborato nell’opera di Michael Hardt e Antonio
Negri, per tentare di dare una definizione onnicompresiva delle dinamiche della
globalizzazione. Impero
inteso come “non-luogo”, che “non stabilisce alcun centro di potere e non
poggia su confini e barriere fisse ma che costituisce un apparato di potere
decentrato deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio
mondiale all’interno delle sue barriere aperte e in continua espansione”.[2] Ecco che i soggetti che interagiscono nell’arena internazionale
non sono più esclusivamente gli Stati sovrani. Ci troviamo allora di fronte ad
una pluralità di diverse soggettività costituenti il nuovo ordine mondiale in
continua interazione le une con le altre. All’interno
di questo universo multidimensionale, vengono ad assumere nuova forma,
centralità e potenza le reti criminali internazionali; siano esse legate a
nuove organizzazioni terroristiche o ad antichi cartelli del crimine
organizzato. I
principi dell’economia neoliberista come “pensiero unico”[3],
proposto ed imposto a livello globale, e l’immensa rivoluzione nell’ambito
della comunicazione aprono nuovi scenari e prospettive. Per tutti, soprattutto
per quegli attori tanto spregiudicati da non riconoscere regole di alcun genere
se non in un’ottica prettamente autoreferenziale che tenga conto solo
dell’ambito ristretto del proprio clan di appartenenza. Si cercherá di dimostrare come l’“Impero”[4] contenga tutti i presupposti perché il nuovo ordine
mondiale venga a configurarsi di per sé come un “non-luogo criminogeno”, ovvero
un’entità che favorisce e produce comportamenti di tipo criminale. Questa caratteristica del nuovo ordine globale è
intrinseca alla sua stessa costituzione in quanto fondato non più
esclusivamente su rapporti tra Stati mossi dalle rispettive percezioni
dell’interesse nazionale - guidate dalla “ragion di Stato” - o da assunzioni
comuni di responsabilità (più o meno reali) di fronte alla società civile
internazionale - quale ad esempio il rispetto dei diritti umani - ma da quell’“apparato
di potere decentrato e deterritorializzante”[5] che incorpora al suo interno sia gli Stati, sia altri
attori quali le compagnie transnazionali, grandi istituzioni internazionali
quali la Banca Mondiale (WB), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO) ed anche imponenti e sempre più forti reti
criminali come al-Qaeda, i cartelli sudamericani della droga, le Triadi di Hong
Kong o le vecchie e nuove mafie, per citarne solo alcuni. Per
prima cosa si delineano quelli che sono alcuni tratti comuni del circuito
politico, economico e criminale mediante uno studio di tipo descrittivo,
analizzando i tre sistemi e considerando ognuno dei tre come assoluto e di per
sé autosufficiente. Con questa descrizione puramente analitica, si preme
evidenziare i parallelismi tra i tre circuiti onde poi in seguito osservarne le
interconnessioni. Il
primo capitolo tratterà del circuito politico e del circuito economico: la
politica secondo il paradigma del potere, al fine di delineare la fisionomia
dell’attore politico allargandola poi al concetto di Stato e di organismo non
statale in riferimento al contesto internazionale; l’economia secondo il
paradigma della massimizzazione del profitto con particolare riferimento alla
figura centrale di tale sistema: quella dell’imprenditore che verrà poi
allargata alle compagnie transnazionali. Secondariamente si studierà il ruolo
della moneta come intermediario degli scambi all’interno del sistema economico
e ci si soffermerà sul concetto di potere come “merce di scambio” all’interno
dell’arena politica sia interna che internazionale. Il secondo capitolo tratta,
l’espletazione ultima del potere, ovvero l’esercizio della violenza mediante la
guerra in tutte le sue accezioni. Il
terzo capitolo tratta del circuito criminale come paradigma di “massimizzazione
del potere attraverso l’accumulazione illecita”. E’ data una definizione
dell’ambiente criminogeno in senso proprio, facendo riferimento alla figura
dell’“imprenditore mafioso” e soffermandosi sulle fonti della ricchezza
criminale. Particolare attenzione è prestata all’utilizzo dei paradisi fiscali
da parte delle reti criminali, nonché delle nuove frontiere telematiche che
permettono operazioni di riciclaggio di denaro direttamente in internet. Capitolo 1
Tratti comuni tra la
politica secondo il “paradigma del potere” e l’economia secondo il “paradigma
della massimizzazione del profitto” Dopo il crollo del
blocco sovietico nel 1989 e la progressiva apertura al libero mercato da parte
di quasi tutti i paesi del pianeta si va progressivamente assistendo alla
supremazia indiscussa delle teorie economiche del neoliberismo divenute ormai
il motore della globalizzazione economica. L’autorevole scuola
neoclassica (o neoliberista) vede i suoi albori all’università di Chicago, ad
opera di Friedrich Von Hayek e dei suoi discepoli, tra cui il Premio Nobel
Milton Friedman. Queste teorie si rifanno
alle teorie economiche classiche di Bentham, Smith, Ricardo e basano gran parte
delle loro tesi sull’assunto che il mercato e lo Stato debbano essere entità
indipendenti (secondo il principio del “laissaiz faire”); sulla competizione
sfrenata; sulla convinzione che la libertà individuale di scegliere ciò che è
più vantaggioso per il singolo porterà a vantaggi per la società tutta, fino a
sostenere l’esistenza di una presunta “mano invisibile” che regola gli scambi e
le relazioni: “Lo studio del personale vantaggio conduce l’individuo a
preferire l’occupazione più vantaggiosa anche per la collettività. La sua intenzione
non è di contribuire all’interesse generale; egli non guarda che al suo
vantaggio, ed in questo caso, come in molti altri, è condotto da una mano
invisibile verso la realizzazione di uno scopo estraneo alle sue intenzioni”.[6]
Le regole di base di queste teorie[7]
sono in sintesi le seguenti: liberalizzare il commercio e la finanza; lasciare
che sia il mercato a determinare i prezzi dei beni e dei servizi; eliminare
l’inflazione; privatizzare. Sono stati elaborati
numerosi studi atti a dimostrare come ed in che misura l’apertura agli scambi
internazionali risulti essere sempre vantaggiosa anche per i paesi meno
“sviluppati”, come ad esempio la legge dei vantaggi comparati, risalente a
Ricardo ed a tutt’oggi un caposaldo delle teorie neoliberiste; è stato
dimostrato più volte sulla carta come “con il libero commercio si può
massimizzare la produzione mondiale e permettere ad ogni famiglia di consumare
una quantità maggiore di beni di quella consumata senza il libero commercio”.[8]
Sono state insomma scritte migliaia di pagine[9]
basandosi sull’assunto fideistico, che esista una “mano invisibile” in grado di
regolare le condizioni del pianeta e che si possa analizzare un sistema
economico sulla base di postulati a priori che descrivono la natura umana
appellandosi a presunti bisogni ed alla ricerca del soddisfacimento degli
stessi senza tenere conto delle condizioni contingenti e variabili sia da un
punto di vista ambientale che relazionale dei vari gruppi umani. E’ possibile tracciare
dei parallelismi e delle similitudini tra l’agire economico e quello politico
in senso proprio partendo dall’accostamento della moneta e del potere,
considerando entrambi come il mezzo di scambio ed il fine stesso dei due
diversi ambiti, per passare poi all’individuazione del soggetto politico e di
quello economico in senso proprio. Considerare
la politica dal punto di vista del paradigma del potere significa innanzi tutto
cercare di individuare l’azione politica
nucleare[10] in quanto
tale, ovvero essere in grado di determinare la natura politica di un’azione
considerandola in sé, nella sua prasseologia. Assumo inoltre che l’azione
politica sia un’azione razionale, ma soprattutto che il potere sia il concetto
chiave di questo tipo di azione: ne sia ad un tempo il fine, il mezzo di scambio
ed il prodotto. Tale
tipo di azione può essere identificata in un contesto sociale composto da una
pluralità di attori con una dispersione delle varie risorse disponibili tra cui
anche quelle di utilizzo della violenza; laddove vi sia una stretta interdipendenza
tra tutti gli attori in gioco che agendo razionalmente ricercano la maggiore
collaborazione possibile di tutti gli altri presenti. Siffatto campo sociale si
presenta come un processo ininterrotto di contrattazione e conflitto ed è
caratterizzato da uno stato di perenne incertezza e insicurezza dove uno
scoppio della violenza è sempre probabile e sottointeso come ultima ratio
qualora ogni altra risorsa economica o simbolica non si riveli sufficiente a
conseguire la conformità degli altri attori. Non basta dunque stipulare dei
patti dato che in una situazione di questo genere ogni accordo è estremamente
precario, né è di per sé sufficiente ottenere la conformazione degli altri
attori alle proprie esigenze. L’azione politica in quanto tale è un’azione di
ricerca di conformità garantita e stabilizzata da parte degli altri attori;
un’azione che non si esaurisce nel “qui ed ora”, ma contiene già al suo interno
il germe della propria riproduzione e reiterazione nel tempo. L’azione politica
è quindi un esercizio di potere (sotto le forme più disparate, ma sempre
sottointendendo la possibilità dell’utilizzo della violenza) finalizzato ad una
maggiore accumulazione di potere stesso
per potersi riprodurre e mantenere in una condizione di stabilità
garantita. L’assenza di questa stabilità continuerà a produrre contrattazione e
conflitto fino alla sua massima espressione: nella guerra. 1.1 La moneta
nel circuito economico La moneta è sicuramente
uno dei concetti fondanti le economie moderne ed è necessario analizzare in
breve le sue funzioni. La definizione
generalmente più accolta di moneta è quello di mezzo di scambio, generalmente
accettato in cambio di beni e servizi. Questa definizione ci introduce subito
ad esaminare due elementi fondamentali: ovvero la moneta intesa come mezzo di
scambio ed il fatto che essa sia tale proprio in vigore di una comune volontà
di intendere questa sua funzione. La moneta ha valore, se ed in quanto tale
valore le viene riconosciuto ed attribuito dai soggetti che se ne servono. Si
usa spesso dire che la moneta odierna manca di valore intrinseco, ha un mero
valore nominale; con questo si intende il valore che le viene attribuito e che
le conferisce le caratteristiche adeguate per assolvere alle sue funzioni.[11] Tornando alle funzioni
in senso proprio, sicuramente la prima e probabilmente più importante funzione
della moneta è la sua capacità di essere utilizzata come mezzo di scambio.
Questa caratteristica ha permesso il passaggio dalle economie di baratto alle
economie di mercato e consente oggi l’esistenza della maggior parte di queste
stesse economie. Per servire come mezzo di scambio efficiente la moneta dovrà
possedere tutta una serie di requisiti: deve essere prontamente accettabile;
deve essere divisibile per consentire anche transazioni di piccola entità; non
deve essere facilmente falsificabile. Oltre che come mezzo di
scambio la moneta viene utilizzata anche come riserva di valore, ovvero è un
mezzo che consente di conservare facilmente il potere d’acquisto. Mentre nelle
economie di baratto si scambia immediatamente un bene od un servizio, con la
moneta è possibile ad esempio vendere un bene e conservare il ricavato per
reinvestirlo in un secondo momento. Ovviamente per poter espletare questa
funzione la moneta dovrà avere un valore sufficientemente stabile e non essere
soggetta a fluttuazioni eccessive che ne stravolgano il potere d’acquisto. Infine la moneta può
essere utilizzata come unità di conto anche indipendentemente dalla sua
esistenza e circolazione reale. Si può in pratica tenere la contabilità o ad
esempio i bilanci delle perdite di un’impresa o di un intero paese anche
qualora non vi sia circolazione di moneta. Un’altra caratteristica
fondamentale della moneta è la sua capacità di riprodursi nel tempo per mezzo
dell’introduzione di titoli, certificati, obbligazioni, nuovi metodi di
pagamento, che consentono di fatto una moltiplicazione della quantità di moneta
circolante. L’accumulazione di ricchezza sotto forma di moneta non è un
processo finalizzato unicamente all’acquisto di beni e servizi, ma assume
talvolta le caratteristiche di un’azione finalizzata alla sua stessa
riproduzione e tale proprio a causa di una delle caratteristiche intrinseche
della moneta: l’essere soggetta a fluttuazioni di valore. In una frase, per non
rischiare una diminuzione del valore della quantità di moneta posseduta, il
soggetto economico sarà sempre spinto a reinvestire le proprie ricchezze in un
processo di continua e progressiva moltiplicazione delle attività, degli
investimenti e della quantità di moneta circolante.[12] 1.2 Il potere nel circuito politico Il
potere verrà definito come un mezzo circolante analogo alla moneta che permette
di acquisire il controllo dei fattori di effettività e la produzione di
conformità da parte degli attori, o più semplicemente: la capacità
generalizzata di conseguire fini ed obiettivi nelle relazioni sociali. Il
potere assicura all’interno del sistema politico la capacità di adempimento di
obbligazioni vincolanti tra i vari soggetti componenti il sistema stesso
mediante incentivi o sanzioni qualora le obbligazioni non vengano adempiute. Come
la moneta, il potere ha un carattere simbolico ed un valore puramente d’uso, o
meglio di scambio: in entrambi i casi infatti siamo di fronte ad una assenza di
valore intrinseco del mezzo se non nella necessità congenita alle sue proprietà
di autoriprodursi.[13]
Ad esempio il mandato concesso dai cittadini alla classe politica che consente
a quest’ultima di governare e legiferare, si configura come una concessione di
potere mediante consenso che produce legittimazione che la collettività
conferisce sulla base di aspettative di futuri adempimenti. La legittimazione
si presenta all’interno del sistema politico con una funzione analoga a quella
ricoperta dalla fiducia degli investitori all’interno del sistema monetario e
come tale è soggetta ad aumenti e cali. La legittimazione dell’autorità di
governo in un sistema poliarchico dipende dal livello di consenso che questa
ottiene dai cittadini e può variare a seconda della capacità dei governanti di
erogare decisioni collettive produttive di diritti nei confronti di chi ha
espresso il proprio sostegno. In una condizione di regime autoritario la
legittimazione verrà meno o diminuirà con la decisione di una parte degli individui
di opporre una contestazione attiva alla classe governante fino a poter
sfociare in scontri o guerra aperta. Sia in un regime poliarchico[14]
che in un regime di tipo autoritario i governanti dovranno fare delle scelte di
produzione ed erogazione di decisioni vincolanti basate su di un vero e proprio
costo opportunità scegliendo dove spendere il proprio potere tenendo conto
della possibilità, in un caso di non essere rieletti, nell'altro di essere
rovesciati con la forza. Il
potere si presenta come il concetto chiave e centrale di tutto l’agire politico
in senso proprio e sottointende sempre e comunque la possibilità dell’impiego
di mezzi di coercizione fino all’utilizzo esplicito della forza, della
violenza. A differenza di gran parte delle attività umane dove il potere di
fare una cosa ed il farla pressoché coincidono, all’interno del circuito
politico ciò che conta è il potere di fare e non il fare in senso proprio. Il
potere non è un concetto esclusivo dell’ambito politico: esistono svariate
relazioni di potere all’interno dell’interscambio delle attività umane, ma il
circuito politico è l’unico all’interno del quale l’azione di potere si risolve
sempre e comunque in sé e per sé, ovvero il potere oltre che mezzo, diviene
fine e costituisce l’oggetto di un’attività specifica. Per usare un’espressione
di Mario Albertini a proposito del soggetto politico inteso come colui che fa
della politica la propria attività: “Noi possiamo immaginare un politico del
tutto immorale, disposto a tutto per conquistare il potere e a qualunque azione
per mantenerlo; e un politico assolutamente morale, intenzionato a subordinare
la conquista e l’uso del potere a certi valori. Tuttavia anche quest’ultimo
dovrà dedicare la sua attività alla ricerca del potere, allo scopo di impedire
decisioni politiche opportunistiche e di permettere decisioni politiche buone”.[15] 1.3 Il soggetto economico Il
soggetto economico per eccellenza è da sempre identificato nella figura
dell’imprenditore; ne verrà pertanto data una definizione in base alle teorie
correnti e successivamente verrà effettuato il passaggio analitico
dall’imprenditore alla compagnia transnazionale. Da
qualche anno a questa parte, l’imprenditore ha visto crescere la considerazione
del suo ruolo sociale. Sempre più diffuso appare il riconoscimento che i
problemi dell’economia e dell’occupazione siano legati con un filo diretto allo
sviluppo ed alla nascita di nuove imprese. Al ruolo sociale di chi promuove
imprese viene oramai attribuita totale legittimità. Ma
chi è l’imprenditore? Quali sono le caratteristiche di questo ruolo? Per
identificarlo occorre evidenziare tre caratteristiche: ·
l’imprenditore è un soggetto economico
innovativo; ·
l’imprenditore è un
soggetto economico che assume dei rischi; ·
l’imprenditore è un soggetto economico
che prende decisioni. Innovare,
rischiare, decidere, sono le tre componenti tipiche che definiscono l’azione
imprenditoriale a partire da un tratto generale essenziale.[16] L’imprenditore,
oltre ad avere un ruolo sociale, è un soggetto economico che dà vita a sistemi
organizzativi, più o meno complessi, che incidono in modo decisivo
sull’economia e sullo sviluppo economico di un determinato territorio. L’imprenditore,
infatti, è colui che aggrega fattori produttivi per realizzare un prodotto e/o
un servizio. La sua attività deve dunque consistere nel combinare i fattori di
produzione (input del processo), per
trasformarli in un risultato acquisibile sul mercato (output del processo). Fra gli input possiamo considerare:
la materia prima, la macchine, gli impianti, il lavoro, il capitale, i servizi.
Fra gli output possiamo considerare:
i prodotti (distinti secondo il settore di mercato in cui si collocano:
metallurgico, edile, tessile, chimico, alimentare) ed i servizi.[17] L’imprenditore
è un soggetto economico, in quanto è in grado di aggregare i fattori produttivi
e di organizzarli per ottenere da questo processo un “valore aggiunto”. In altri termini l’impresa funziona
se può garantire una differenza positiva fra il valore di mercato del
prodotto/servizio (output) ed il valore di mercato della somma dei fattori di
produzione (input): questa differenza è il profitto con cui viene remunerato il
lavoro dell’imprenditore. Il
ruolo dell’imprenditore è dunque, prima di tutto, caratterizzato da capacità organizzative, necessarie per far
fronte a problemi di pianificazione e di programmazione. Condurre
un’impresa, significa sempre guardare al futuro. Si stabilisce oggi quello che
si potrà collocare sul mercato fra un certo periodo di tempo; ci si impegna
oggi ad acquistare i diversi fattori di produzione che dovranno essere
aggregati insieme per realizzare il processo produttivo. In queste condizioni
le capacità organizzative diventano particolarmente importanti. Le
tre caratteristiche dell’innovazione, dell’assunzione di rischi e del prendere
decisioni, sono da considerarsi come delle abilità che consentono
all’imprenditore di garantire il successo della sua impresa. Si
innova quando si utilizza a scopo industriale una nuova tecnologia, quando si
introduce un nuovo prodotto sul mercato che abbia come effetto quello di
cambiare in breve tempo le abitudini dei consumatori. Ma si innova anche quando
si colgono le opportunità in relazione a piccole variazioni nella scala dei
bisogni dei possibili consumatori o utilizzatori dei servizi. In sostanza la
capacità di innovare non implica necessariamente né la conoscenza profonda di
tecnologie avanzate, né la proposta di cambiamenti rivoluzionari nei bisogni
del mercato.[18] L’imprenditore
è colui che introduce innovazione in una determinata situazione geografica e
socioculturale. Questo
significa che la funzione innovativa può essere accompagnata da una buona dose
di spirito imitativo, ma deve essere in grado di introdurre quegli aspetti di
novità che garantiscano il successo imprenditoriale. L’assunzione
di rischio è una condizione legata al lasso di tempo esistente fra il momento
in cui si decide di approvvigionarsi di tutti i fattori di produzione ed il
momento in cui si è in grado di offrire al mercato il prodotto/servizio. Il
tempo che passa fra questi momenti è un fattore che può giocare a vantaggio o a
svantaggio dell’imprenditore. Il
rischio, fondato su un esame realistico del rapporto risorse/obbiettivi, è
insito nella stessa necessità di prendere decisioni. Perciò non si potrà mai
escludere la componente del rischio nel ruolo imprenditoriale, anche se si
introdurranno fattori di flessibilità tali da diminuire i vincoli imposti dalle
condizioni esterne e dalle conseguenze di scelte già fatte.[19] La
capacità di prendere decisioni in situazioni di incertezza è una caratteristica
del ruolo imprenditoriale direttamente collegata con l’assunzione del rischio e
con la necessità di organizzare e coordinare i fattori di produzione. Questo
aspetto della funzione imprenditoriale, mette in evidenza la componente
gestionale del suo ruolo. Da questo punto di vista l’attività dell’imprenditore
si identifica con quella manageriale e consiste nel saper guidare e controllare
le organizzazioni.[20] Ciò
che indirizza e muove le decisioni imprenditoriali, è sempre e comunque la
volontà di acquisire un “valore aggiunto”, si potrebbe dire di aumentare la
propria quantità di benessere quanto più possibile. L’imprenditore prenderà
gran parte delle sua decisioni sulla base dei cosiddetti “costi opportunità”,
cioè tra un rapporto relativo tra varie possibilità di azione ed investimento
ed agendo in maniera razionale tenterà di operare le proprie scelte in base a
quelle prospettive che maggiormente si riveleranno vantaggiose. In altre
parole, farà scelte di tipo utilitaristico finalizzate alla massimizzazione del
proprio profitto. Considerando
il particolare status giuridico che considera le compagnie transnazionali (transnational corporations) come dei
soggetti razionali, dotati di una propria esistenza e, per certi versi vita in
termini giuridico e socio-relazionali nei confronti dei vari altri soggetti con
i quali interagiscono (dai governi, alle popolazioni locali, ecc.), è possibile
definire queste ultime come dei “grandi imprenditori”, analizzare le loro
caratteristiche peculiari e le modalità di azione. Una prima definizione
molto generale di transnational
corporation potrebbe essere la seguente: un’impresa transnazionale è, dal
punto di vista economico, un’impresa che ha realizzato investimenti diretti
all’estero o che ha la proprietà o il controllo di attività che creano valore
aggiunto in più di un paese.[21]
Si distingue poi in imprese sussidiarie, nel caso in cui l’impresa madre
detenga almeno il 50% dei diritti di voto in consiglio di amministrazione;
impresa associata, qualora l’impresa madre detenga tra il 10 ed il 50% dei
diritti di voto; branch, ad indicare uffici, impianti o altri beni mobili
detenuti direttamente da un’impresa estera. Il grado di internazionalizzazione
di un’impresa verrà valutato sulla base di alcune variabili: il numero e la
dimensione delle filiali estere (controllate o possedute); il numero di paesi
in cui l’impresa ha attività che creano valore; la percentuale di profitti e
ricavi derivanti dalle filiali estere; la percentuale di manager e di azionisti
esteri; il grado in cui alcune funzioni di rilievo vengono internazionalizzate
(ad esempio la partecipazione estera nei processi di decision making); la dimensione dei vantaggi competitivi che
discendono dalla presenza internazionale dell’impresa.[22] Data questa definizione,
è importante capire come si comportano le imprese transnazionali, ovvero quali
sono le tipologie di investimento adottate e quali criteri esse seguano. Si
distingue in particolare tra quattro diverse tipologie di investimento: resource seeking: investimenti
realizzati per ottenere risorse a un costo più basso di quello domestico; market
seeking: investimenti
realizzati per entrare in un mercato; efficiency
seeking: investimenti
volti a razionalizzare la struttura di imprese già esistenti; strategic
assets seeking: investimenti
realizzati per ottenere obiettivi di tipo strategico e rafforzare la
competitività internazionale.[23] Nel caso del resource seeking gli investimenti vengono effettuati soprattutto
per ottenere risorse materiali e manodopera a basso costo. Si andrà pertanto ad
investire in paesi ricchi di risorse e con un’abbondante quantità di manodopera: i paesi cosiddetti
“sottosviluppati”. Nel caso del market seeking, gli investimenti all’estero verranno effettuati per
seguire clienti o fornitori importanti che si sono internazionalizzati; qualora
si offrano prodotti che devono essere frequentemente adeguati ai gusti locali;
per essere presenti su mercati dove sono presenti anche concorrenti importanti. Gli investimenti di efficiency seeking servono a razionalizzare una struttura
produttiva già internazionale soprattutto per ottenere economie di scala ed una
diversificazione del rischio. Per quanto riguarda gli investimenti di
tipo strategico si possono elencare gli accordi con altre imprese per evitare
che queste si leghino con i concorrenti; le fusioni per raggiungere dimensioni
che permettano di affrontare la concorrenza; l’acquisto di imprese fornitrici
per ottenere posizioni di monopolio sul mercato; l’acquisto di catene
distributive per promuovere la vendita dei propri prodotti. Esistono inoltre ulteriori categorie di
investimenti, che pur rimanendo “in sordina” svolgono un ruolo estremamente
centrale per l’esistenza di una compagnia transnazionale e sono gli
investimenti esteri volti ad evitare imposizioni legislative o politiche non
gradite; investimenti realizzati per sostenere altri investimenti; investimenti
“passivi”, ovvero di carattere puramente speculativo e finanziario.[24] Le compagnie transnazionali si configurano
ormai come il soggetto economico per eccellenza avendo la capacità di poter
differenziare la propria produzione, spostare i propri investimenti in tempo
reale da una parte all’altra del globo, avendo come unico principio la
massimizzazione del profitto ed effettuando le proprie scelte secondo criteri
puramente utilitaristici che le porteranno ad investire laddove risulterà più
redditizio. Le imprese transnazionali sono in breve
quella forma di impresa che è maggiormente capace di sfruttare appieno il
mercato globale. 1.4 Il soggetto politico Come
soggetto politico verranno analizzati quei soggetti in grado di intraprendere
azioni politiche, ovvero azioni razionali che ricerchino il conseguimento di
stabilità generalizzata e garantita mediante l’impiego di potere, quei soggetti
cioè che riescono in qualche modo ad assumere un ruolo tale all’interno dei
contesti sociali, da divenire gruppi di pressione, contrattazione, controllo e
conflitto. Sarà
necessario operare una divisione tra l’ambito ristretto all’interno degli Stati
e l’ambito più vasto della scena internazionale. Tutti
i cittadini di un regime poliarchico sono soggetti politici anche se a diversi
gradi e con diverse funzioni e ruoli; non si può affermare altrettanto per
quanto riguarda i regimi autoritari dove la maggior parte degli individui sono
sudditi dell’autorità costituita e la loro capacità di agire politico viene in
essere solo nel momento in cui questi decidano di produrre conflitto. All’interno
di un regime poliarchico potremo individuare sostanzialmente tre “tipi ideali”
di soggettività politica in base al loro comportamento.[25]
Un primo tipo è certamente quello della élite politica vera e propria, con
questa intendendo tutti quei soggetti che hanno fatto dell’agire politico il
fine della propria esistenza. Incontriamo poi tutti coloro i quali si
interessano di conoscere i fatti della vita politica e dei meccanismi
decisionali e su essi cercano di incidere ed infine rimane tutta quella parte
che è poi la maggioranza della popolazione che si interessa solo marginalmente
e di tanto in tanto della erogazione di decisioni vincolanti per la
collettività. Il
primo tipo di soggetto politico esiste per la politica in quanto tale, mentre
il secondo ed il terzo vengono ad assumere un comportamento e quindi una
soggettività politica solo in determinate circostanze o rispetto a richieste
specifiche. Ad esempio l’azione politica che contraddistingue la seconda
tipologia di soggetto politico ha solitamente come scopo la soluzione di un
problema particolare per il quale vengono attivate tutta una serie di richieste
e pressioni nei confronti della classe governante e vengono costituite forme di
organizzazione più o meno stabili ed istituzionalizzate per riprodurre nel
tempo la propria capacità contrattuale o conflittuale e quindi il proprio
potere. Il terzo tipo di soggetto politico, si presenta per la verità con delle
caratteristiche molto simili ai sudditi dei regimi autoritari e diviene realmente
soggetto politico solo nel momento in cui acquisisce coscienza della propria
situazione, riconosce in essa una essenza politica ed inizia ad agire
positivamente in maniera tale da costituire a seconda dei casi gruppi di
pressione o resistenza, o più semplicemente diviene soggetto politico nei
periodi elettorali concedendo o meno il proprio consenso. Parlare
di soggettività politica sul piano internazionale assume caratteristiche
completamente diverse. Secondo le teorie classiche del diritto internazionale
che si rifanno al positivismo ed al realismo politico, soggetti di diritto nel
sistema delle relazioni internazionali sono essenzialmente gli Stati. Sarà
necessario quindi elaborare un concetto di soggettività politica internazionale
che non si basi essenzialmente sui soggetti del diritto, ma assuma ancora una
volta l’agire politico in senso proprio come parametro fondamentale per lo
studio di chi a livello internazionale produce azioni di carattere politico. Il
diritto internazionale è stato definito come il diritto della comunità degli
Stati intendendo questi ultimi non come delle comunità di individui, ma come
Stati organizzazione, apparato, dato che è agli organi ed apparati dei singoli
Stati che fanno riferimento le norme internazionali con lo scopo di
disciplinare e limitare le capacità di governo. Uno dei requisiti fondamentali
di questi soggetti del diritto internazionale è l’effettività, ovvero la reale
capacità di esercitare il proprio potere su di una comunità territoriale
erogando norme vincolanti e reggendo tutti gli altri compiti di governo. In
base a quanto detto si nega per esempio che i governi in esilio abbiano
soggettività giuridica internazionale o che organizzazioni, fronti, comitati di
liberazione abbiano tale caratteristica. Oltre a questo, il secondo requisito
fondamentale che uno Stato deve possedere per poter vantare soggettività
giuridica internazionale, è il requisito dell’indipendenza: non sono soggetti
di diritto internazionale gli Stati membri di federazioni o confederazioni, né
tantomeno i cosiddetti governi fantoccio. Allo stesso tempo è indifferente che
il governo di uno Stato venga o meno riconosciuto da altri perché sia portatore
di soggettività giuridica internazionale; quest’ultima insomma è una
caratteristica che si basa essenzialmente sulla capacità di un’autorità
d’imporre un regime di governo su di un territorio in maniera indipendente
rispetto ad altri Stati. Secondo
questa lettura non sono ad esempio soggetti di diritto gli individui, le
comunità, i popoli e tutte le organizzazioni non governative. Le organizzazioni
internazionali come le Nazioni Unite o l’Unione Europea godono invece di una
personalità giuridica indipendente da quella degli Stati membri che le
costituiscono e come tali possono stipulare accordi e trattati in maniera
autonoma. La personalità giuridica delle organizzazioni internazionali è stata
affermata dalla Corte Internazionale di Giustizia nel parere 20/12/1980 che
recita: “L’organizzazione internazionale è un soggetto di diritto internazionale,
vincolato, in quanto tale, da tutti gli obblighi che gli derivano dalle regole generali del diritto internazionale,
del suo atto costitutivo e dagli accordi di cui è parte”.[26] Un
ragionamento complesso ed articolato sulla soggettività politica in ambito
internazionale non potrà limitarsi quindi al campo del diritto internazionale
classico e pur tenendone conto dovrà prendere in considerazione tutta un’altra
serie di soggetti che, pur non possedendo il requisito della personalità
giuridica internazionale, sono comunque in grado di agire politicamente in
maniera costitutiva e/o distruttiva di centri di potere politico. Saranno
pertanto soggetti politici internazionali tutti quei soggetti che con il loro
operato possono creare, spostare, determinare equilibri di vario genere sullo
scenario internazionale mediante azioni politiche implicanti o meno l’uso
diretto della forza. Dovranno
pertanto essere considerati come soggetti politici non solo gli Stati, ma anche
le grandi compagnie transnazionali, le reti criminali, di stampo terroristico e
non ed i grandi movimenti di moltitudini che da alcuni anni a questa parte si
sono affacciati sulla scena internazionale dopo la rivolta zapatista in Chiapas
del 1994 ed il blocco del Millennium Round dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio avvenuto nel 1998 a Seattle.[27] Si
rivela particolarmente interessante l’analisi di Hardt e Negri[28]
che individua nella costituzione dell’Impero
una sorta di tripartizione secondo cui alle categorie classiche della
monarchia, oligarchia e democrazia, corrisponderebbero oggi i tre elementi
costitutivi della sovranità imperiale, richiamando l’analisi adottata da
Polibio sulla struttura dell’Impero Romano. Alla monarchia corrisponderebbe il
potere coercitivo nella sua massima espressione rappresentato dalla capacità
degli Stati di far guerra ed in particolare dell’ultima super potenza rimasta,
gli Stati Uniti; all’oligarchia corrisponderebbe il potere delle grandi
compagnie transnazionali ed alla democrazia le grandi moltitudini che un po’ in
tutto il pianeta si stanno mobilitando contro questo ordine e tutte le loro
organizzazioni rappresentative (associazioni, organizzazioni non governative,
eccetera). Il modello di Hardt e Negri si presta maggiormente come base di
questa analisi, ma risulta tuttavia ancora incompleto, non considerando come la
capacità di ricorrere all’utilizzo della violenza ed allo strumento della
guerra, non sia più prerogativa essenziale degli Stati ed allo stesso tempo non
individua nell’esistenza di vere e proprie reti criminali, degli agenti
autonomi in grado di esercitare pressioni politiche e provocare forti
sconvolgimenti. Riassumendo,
un soggetto politico è tale quando può rappresentare una minaccia reale per la
stabilità e la conformità dell’ordine costituito; quando la sua capacità di
opposizione può sfociare in atti di violenza, guerra, guerriglia, terrorismo. Capitolo 2 Guerre e campi di
battaglia 2.1 La guerra La condotta della guerra, altro non è che
la continuazione della politica stessa, la quale depone la penna e impugna la
spada, ma non cessa però di regolarsi conformemente alle proprie leggi. Karl
von Clausewitz[29] Per
intraprendere qualsiasi tipo di discussione sul concetto di guerra sarà prima
necessario determinare l’ambito relazionale all’interno del quale un conflitto
può verosimilmente esplodere. Pertanto verrà prima analizzato l’ambito del
sistema internazionale secondo le teorie classiche riguardanti le arene
politiche naturali ed il diritto internazionale e concernenti in particolare la
guerra tra Stati. Successivamente si individueranno i limiti di tale contesto e
si introdurranno ulteriori variabili, sia riguardo al modo di concepire la
guerra, sia riguardo agli attori in gioco. La guerra è di somma importanza per lo
Stato: è sul campo di battaglia che si decide la vita o la morte delle nazioni,
ed è lì che se ne traccia la via della sopravvivenza o della distruzione.
Dunque, è indispensabile studiarla a fondo.[30] In
questo modo si apre uno dei testi storicamente più importanti e letti da tutti
gli studiosi di questioni politiche e strategico-militari: L’Arte della Guerra di Sun Tzu. Appare
immediatamente evidente come la guerra venisse considerata da un punto di vista
inerente al soggetto dello Stato e come questo fosse il fulcro di tutto ciò che
orbitava intorno alle attività belliche. Simili considerazioni sono espresse da
Kautilya nel suo Arthashastra[31],
uno dei più antichi testi conosciuti sull’arte di governo, o nel Principe[32]
di Machiavelli. Fino alla fine dell’‘800 ed oltre la guerra è stata considerata
in questa prospettiva come essenzialmente una questione tra Stati sovrani che
si scontravano su di uno scacchiere internazionale caratterizzato da un’estrema
instabilità e da una condizione di anarchia permanente dove il più forte prevaleva
sugli altri. La condizione dell’arena internazionale era quella riassumibile
nell’espressione “homo homini lupus”, caratterizzata pertanto da un’altissima
incertezza e da una situazione di conflitto semi-permanente. Per questo l’arena
politica internazionale è definita come un’arena politica naturale[33],
dove la conformità per ciascun attore dipende essenzialmente dalle risorse che
lui stesso detiene e non vi è presenza di un'autorità superiore in grado di
garantire una conformità garantita per tutti gli attori. In questa arena
verranno certamente stipulati patti e trattati, ma la condizione di qualsiasi
accordo è estremamente precaria dato che in assenza di un equilibrio garantito
le posizioni sono soggette a cambiamenti e senza l’esistenza di un’autorità “superiore”
in grado di imporre la propria volontà sulle volontà dei singoli, chiunque può
in qualsiasi momento decidere di recedere unilateralmente secondo una propria
decisione sovrana. Con
la nascita dell’Organizzazione delle Nazioni Unite dopo la Seconda Guerra
Mondiale, si è cercato di dare un ordine a questa comunità internazionale
sostanzialmente anarchica e sono stati elaborati dei principi di diritto
internazionale che avrebbero dovuto garantire un utilizzo della forza solo in
condizioni eccezionali e secondo delle regole precise e ben definite. La
maggior parte di tutto questo è poi rimasto sulla carta avendo poco più che un
valore simbolico anche a causa della struttura stessa dell’ONU e soprattutto
del Consiglio di Sicurezza, l’organo che avrebbe dovuto decidere l’impiego o
meno della forza, ma che veniva di volta in volta bloccato dai veti incrociati
degli Stati che in esso hanno un seggio permanente. Solo in due casi sono stati
effettuati interventi sotto l’egida delle Nazioni Unite: durante la Guerra di
Corea, data l’assenza per protesta dell’Unione Sovietica nel Consiglio di
Sicurezza e la Guerra del Golfo. In ogni caso gli articoli 42 e seguenti della
Carta delle Nazioni Unite[34]
si occupano dell’ipotesi che il Consiglio di Sicurezza decida di impiegare la
forza contro uno Stato colpevole di aggressione verso uno Stato terzo, o
all’interno di uno Stato, come ad esempio nel caso di una guerra civile che
rischia di allargarsi e divenire una questione internazionale. Ciò che risulta
maggiormente interessante è che le azioni previste da questi articoli vengano
considerate per lo più dalla dottrina come azioni di polizia internazionale. Si
cerca pertanto di ricondurre le operazioni militari in senso proprio ad una
sorta di normale routine di ripristino dell’ordine. Tentare
di inquadrare il fenomeno “guerra” solamente nelle maglie ristrette del diritto
internazionale significherebbe fermarsi ad un’osservazione riduttiva,
soprattutto per quello che riguarda lo studio della maggioranza dei conflitti
che si sono innescati dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La maggior
parte delle guerre odierne hanno un carattere completamente diverso dalla
guerre del secolo scorso ed anche dalle due guerre mondiali di questo secolo;
sono infatti per lo più caratterizzate da un legame con categorie proprie non
più degli Stati in quanto tali come intesi dalle norme di diritto
internazionale, ma molto più spesso da un risveglio etnico o religioso. Molto
spesso queste guerre sono guerre a sfondo identitario dove le popolazioni non
sono mosse da obiettivi strategici o di conquista, ma dalla volontà di
affermare, riprodurre ed evitare l’estinzione della propria identità legata al
territorio, alla lingua e spesso alla religione. Pertanto “non è più lo Stato
che fa la guerra così come non è più il diritto che apre la guerra, ne
sovraintende lo svolgimento e poi la chiude, organizzando la pace….i primi
attori della guerra non sono gli Stati, ma i popoli e la loro cultura, intesa
in senso antropologico come sistema di valori di riferimento sociale e di
interpretazione del mondo”.[35]
La stragrande maggioranza dei conflitti si presenta con le caratteristiche
della guerra domestica che si sviluppa all’interno degli Stati ed è
caratterizzata da una forte valorizzazione della terra come luogo di
radicamento ancestrale della propria etnia, stirpe, clan.[36] Questa
chiave di lettura delle cosiddette guerre
postmoderne[37] aggiunge
qualcosa all’antica interpretazione del fenomeno bellico derivante dal diritto
internazionale, ma lascia tuttavia ancora delle zone d’ombra limitando
sostanzialmente la propria analisi a conflitti interni, senza considerare che
ormai il risveglio etnico e religioso sono divenuti in grado di trascendere i
confini acquisendo la capacità di costituire vere e proprie minacce globali. Tuttavia
la risposta della comunità internazionale e degli Stati di fronte a queste
nuove minacce appare come del tutto inadeguata ed ancorata a categorie belliche
oramai del tutto sorpassate ed inefficienti. Da una parte la tendenza a tentare
di proteggere un simulacro di normalità e tranquillità nei confronti
dell’opinione pubblica – almeno per quanto riguarda il mondo “sviluppato” –
proponendo di volta in volta le azioni militari come pure e semplici azioni di
polizia internazionale volte a ripristinare l’ordine sconvolto da questa o
quella minaccia; dall’altra la progressiva militarizzazione di tutti gli
aspetti della quotidianità in un moltiplicarsi di divieti e zone rosse. Le
guerre dell’Impero e nell’Impero, questo non-luogo dove non esiste più un
fuori, tendono a configurarsi come uno stato di guerra globale permanente dove
il campo di battaglia non è più direttamente identificabile, dove non esiste un
nemico definito e dove non si combatte più solo con le armi, ma con una
molteplicità di mezzi diversi. “La
guerra nell’epoca dell’integrazione tecnologica e della globalizzazione, ha
privato le armi del diritto di caratterizzare la guerra e, introducendo un
nuovo punto di partenza, ha riallineato il rapporto tra armi e guerra, mentre
la comparsa di armi di nuova concezione e, in particolare, la comparsa di nuovi
concetti di armi, ha reso gradualmente indistinto il volto della guerra”.[38]
Così Quiao Liang e Wang Xiangsui, Colonnelli superiori[39]
dell’esercito cinese, iniziano a tratteggiare il concetto di “guerra senza
limiti”, che appare al momento come lo studio più esaustivo e realistico del
fenomeno bellico odierno. Parlare
di guerra significa inevitabilmente tenere conto anche delle armi e la maggior
parte delle strategia militare si è preoccupata di studiare il miglior impiego
possibile dell’arsenale bellico a disposizione, dagli armamenti convenzionali,
alle armi di distruzione di massa. Le grandi innovazioni e rivoluzioni in
ambito militare sono sempre state precedute dall’introduzione di nuove armi o
tecnologie alle quali poi è susseguito un nuovo modo di intendere i conflitti e
nuove elaborazioni strategiche. Rispetto al passato dove l’introduzione
dell’aviazione, delle batterie contraeree, del radar, o della bomba atomica,
hanno rappresentato di volta in volta da sole un elemento tanto centrale da far
sì di strutturare tutta la strategia e la pianificazione bellica intorno ad
esse, oggigiorno è difficile immaginare una guerra caratterizzata
sostanzialmente da uno o due tipi di armamenti particolarmente innovativi e
rivoluzionari. Non sarà più solo una semplice evoluzione tecnologica in un
settore a cambiare sostanzialmente il modo di intendere e di fare la guerra, ma
una combinazione di più elementi anche già esistenti. Armi
di nuova concezione basate o non su tecnologie avanzate dovranno essere
accompagnate da nuovi concetti di armi intendendo con questa espressione “una
visione delle armi in senso ampio che le considera come mezzi che trascendono
l’ambito militare, ma che possono comunque essere impiegate in operazioni di
combattimento. In questa ottica qualsiasi cosa da cui l’umanità possa trarre
vantaggio è anche in grado di arrecarle danno, vale a dire che non vi è nulla
al mondo, oggi, che non possa diventare un’arma, il che impone alla nostra
interpretazione del concetto di armi di avere una consapevolezza che superi
qualsiasi limite”.[40]
Ecco che da questo punto di vista, una crisi finanziaria ed economica indotta o
un assalto telematico condotto a colpi di virus o ancora un’operazione
mediatica che abbia per obiettivo leader politici, sono tutte azioni che
possono essere elencate nel novero delle armi di nuova concezione. L’utilizzo
di questi nuovi mezzi per combattere guerre che non sono più necessariamente
militari, ma che producono comunque effetti devastanti, stanno lentamente
modificando la percezione che l’umanità intera, o almeno gran parte di essa, ha
del fenomeno bellico. Le svariate combinazioni di questi nuovi mezzi con quelli
prettamente militari portano ad una nuova ridefinizione del concetto di guerra
dove non sarà più sufficiente l’utilizzo degli armamenti per produrre un’azione
politica e costringere il nemico ad accettare la propria volontà, ma sarà
necessario un utilizzo di tutti i mezzi possibili, per piegare l’avversario ai
propri interessi. Uno
spettro tanto ampio di azione influisce direttamente non solo sui mezzi
utilizzati e sugli obiettivi della guerra, ma anche sulla definizione ed
estensione del campo di battaglia. Non è più possibile identificare un campo di
battaglia solo dal fatto che in un’area determinata avvengano operazioni
belliche di tipo militare, ma si dovrà in primo luogo tener conto sia dello
spazio naturale che di quello virtuale. Negli
ultimi anni gli spazi operativi naturali si sono allargati oltre ogni confine
immaginabile, da un capo all’altro del pianeta, ai satelliti e quindi allo
spazio, ma ciò che spaventa maggiormente, non è la capacità di portare
operazioni militari ovunque partendo da qualsiasi luogo, ma il fatto che
estendendo la portata del concetto di guerra a nuovi ambiti, pare non esistere
più alcun luogo dove rifugiarsi; le guerre nell’“Impero”, sono guerre senza
confini, che investono ogni parte del pianeta, così come ogni attività del
soggetto: l’“Impero” si presenta come la massima espressione biopolitica[41]
totalizzante esistente. Il campo di battaglia si espande quindi ai suoi limiti
massimi sconfinando negli spazi virtuali, da quelli intimi del soggetto a
quelli, per così dire, creati dall’uomo come la rete di internet o lo spazio
elettromagnetico. “I
due spazi di battaglia – lo spazio convenzionale e lo spazio tecnologico - si
sovrapporranno e si intersecheranno, risultando reciprocamente complementari,
man mano che ciascuno si svilupperà nella sua direzione. Pertanto
la guerra contemporanea evolverà nelle sfere macroscopica, “mesoscopica” e
microscopica, come pure in varie altre sfere definite dalle rispettive
proprietà fisiche, che tutte, in ultima analisi, serviranno a creare un
meraviglioso campo di battaglia senza precedenti negli annali della guerra
umana. Allo stesso tempo, il crollo progressivo della distinzione tra
tecnologia militare e tecnologia civile, e tra soldato professionista e
combattente non professionista, lo spazio di battaglia si sovrapporrà sempre più
al non spazio di battaglia, contribuendo anche a rendere sempre meno chiara la
linea di demarcazione tra le due entità. Campi prima isolati uno dall’altro ora
sono collegati. L’umanità sta praticamente attribuendo ad ogni spazio il
significato di campo di battaglia.
Tutto ciò che occorre è la capacità di sferrare un attacco in un certo spazio,
utilizzando determinati mezzi, per ottenere un certo obiettivo. Il campo di
battaglia è dunque onnipresente e non possiamo non chiederci, visto che è
possibile ingaggiare una guerra persino in una sala computer o in una Borsa
condannando un paese nemico ad un triste destino, quale sia il non spazio di
battaglia. Se oggi un giovane richiamato in guerra dovesse chiedere: dov’è il
campo di battaglia?, la risposta sarebbe: Ovunque”.[42] I
nuovi soggetti che combattono le guerre non sono più solo gli eserciti degli
Stati, ma si affacciano sulla scena internazionale nuovi attori, talvolta
organizzazioni non statali di stampo criminale o terroristico, talvolta persino
singoli soggetti, come i pirati informatici o grandi speculatori finanziari.
Caratteristica fondamentale e comune di tutti questi nuovi attori è che nessuno
di essi riconosce alcun tipo di regola come valida, non dovendo sottostare né a
limiti di tipo morale, né ad una presunta “ragion di stato” (essendo per
l’appunto attori non statali). La minaccia che essi costituiscono ridefinisce
completamente l’idea stessa che esista un ordine internazionale regolato da
rapporti di forza tra gli Stati, che, per quanto di natura sostanzialmente
anarchica si basa pur sempre su criteri di ricerca di mantenimento di uno
status quo. In uno scenario di questo tipo, piccoli gruppi bene organizzati, o
addirittura singoli individui tanto determinati quanto spregiudicati, si trovano
nella condizione di sferrare colpi estremamente duri e di ridefinire, o meglio,
scombinare gli equilibri. L’Impero è di fatto un processo in fieri dove non
esiste ancora una gerarchia ben definita dei poteri e dove qualsiasi
cambiamento è immaginabile e possibile. Gli Stati nazione si mostrano
estremamente impreparati di fronte ad azioni che vanno oltre qualsiasi tipo di
limite e regola e si trovano nella condizione di utilizzare metodologie di
azione meno efficaci di quelle adottate da grandi reti criminali o
terroristiche. Per combattere guerre di questo genere sarà necessario anche per
gli stati nazione andare oltre le regole ed imparare proprio da quelle reti
terroristiche che essi si trovano a fronteggiare. Sarà di fondamentale
importanza comprendere quali siano le combinazioni migliori da adottare di
volta in volta, quali mezzi mettere in campo secondo l’antico principio
machievelliano de “il fine giustifica i mezzi”. Combattere guerre di questo
genere significherà sconvolgere l’esistenza e la vita di gran parte della
popolazione civile del pianeta e la distinzione tra civili e militari andrà
sempre più scemando fino a non sussistere più. Il
metodo di combattimento delle nuove guerre sarà, dove non lo è già, quello
delle combinazioni oltre i limiti[43] e verrà
adottato da organizzazioni non statali così come dagli Stati. Quiao
Liang e Wang Xiangsui distinguono tra diversi tipi di combinazioni possibili:
combinazioni delle organizzazioni; combinazioni degli ambiti (oltre il campo
del terreno di scontro); combinazioni dei mezzi (tutti i mezzi disponibili,
militari e non); combinazioni stratificate (combinare tutti i livelli del
conflitto). Per
combinazioni di organizzazioni si intende tutto quell’ambito di strutture
sovranazionali che vanno oltre l’esistenza dei singoli Stati e si allargano
dall’ONU al WTO al Fondo Monetario Internazionale, alle reti di hacker, alle
organizzazioni criminali e terroristiche; la capacità insomma di risolvere
conflitti e di condurre una guerra non solo con il potere statale, ma
attraverso altri attori trans-nazionali e non statali. Per
combinazione degli ambiti si intende la capacità di agire a più livelli e di
non considerare solo l’ambito militare come quello proprio della guerra
ritenendo come era accaduto in passato che qualsiasi impegno in ambiti non
propriamente militari fosse di fatto accessorio alle esigenze militari.
Oggigiorno non è più possibile prescindere dalla sovrapposizione dei vari
ambiti dell’esistenza e dei vari campi d’influenza; dato ormai il fortissimo livello
di interscambio ed interrelazione esistente risulta ormai impossibile
disconnettere l’ambito della politica, dall’economia, dalla dimensione
militare, dalla cultura, dalla diplomazia, dalla religione, dai sentimenti di
appartenenza etnica. Considerare il livello d’intensità di uno scontro bellico
dal numero di vittime sui campi di battaglia come storicamente intesi risulta
fuorviante e molto poco esplicativo. Le guerre possono essere combattute e
vinte anche senza scomodare l’ambito militare e talvolta guerre ad altissima
intensità non provocano vittime (almeno non direttamente), come nel caso della
guerra dell’informazione, della guerra finanziaria o commerciale. Non esiste
quindi più il campo di battaglia propriamente inteso così come non esiste più alcun
ambito che non abbia fatto proprio il modello offensivo della guerra. Sarà
quindi essenziale di volta in volta selezionare quello che sarà l’ambito
principale di scontro e su questo agire con maggiore intensità ed efficacia. Prima
di intentare elenchi o definizioni delle combinazioni di mezzi possibili sarà
necessario chiarire che cosa si intenda per mezzo: l’espressione: qualsiasi arnese diventa un’arma se lo si
maneggia bene[44],
rende piuttosto bene l’idea di come debba essere ormai accettato il principio
per cui non vi sia niente che non possa essere considerato come un mezzo
utilizzabile per scopi bellici. La stragrande maggioranza dei mezzi impiegati,
non sarà quindi di natura militare e una tale categorizzazione perde
d’importanza, ciò che conta nella definizione dell’utilità di un mezzo e della
sua combinazione con altri, è se tale mezzo è adeguato o meno a far conseguire
l’obiettivo desiderato. Il punto cardine che permetterà di attuare combinazioni
sovra mezzi adeguate ed efficaci, sarà quindi la capacità di slegare da
qualsiasi norma morale l’impiego o meno di un determinato mezzo. Per
combinazioni stratificate si intende la capacità di utilizzare, spostare,
rimuovere, ricombinare i mezzi a disposizione per fronteggiare livelli di
scontro diversi senza assegnare staticamente a ciascun mezzo un ruolo fisso
all’interno di un determinato livello di scontro. Significa che potranno ad
esempio essere impiegati mezzi militari in contesti non militari e così di
seguito; la gamma delle combinazioni possibili è estremamente ampia e qualsiasi
mezzo può essere di volta in volta applicato a qualsiasi ambito purché adeguato
a raggiungere lo scopo prefisso. 2.2 La guerra finanziaria La maggior parte della ricchezza del
pianeta non si basa più sul possesso, lo scambio, la compravendita di beni
materiali, ma sui flussi di capitali; l’ammontare di questi flussi finanziari,
raggiunge ormai quotidianamente delle cifre esorbitanti. I capitali si spostano
in tempo reale da una parte all’altra del pianeta e sono l’aspetto della
globalizzazione che più di ogni altro riesce ormai a travalicare ogni tipo di
confine non trovando ostacoli sulla propria strada. Questi immani spostamenti
di ricchezza sono spesso all’origine di crisi profonde e sono l’aspetto
centrale delle cosiddette guerre finanziarie, guerre che non provocano
direttamente morti e feriti, ma riducono intere popolazioni in condizioni di
estrema povertà e provocano destabilizzazioni sociali e politiche. Responsabili
di queste crisi finanziarie sono gruppi di speculatori, imprese transnazionali
e talvolta alcuni governi (primo fra tutti quello statunitense), oltre che
istituzioni internazionali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale
(FMI), che dovrebbero al contrario operare per arginare gli effetti di queste
crisi.[45]
Spingere
per la liberalizzazione totale dei flussi di capitali significa abbattere ogni
tipo di restrizione e tassazione esistente su questi ultimi, permettere dunque
a chiunque ne abbia le risorse di interferire massicciamente sul’economia di
interi stati, destabilizzandone e successivamente rilevandone interi settori. E’
necessario distinguere tra diversi tipi di investimento finanziario, almeno
tentandone una classificazione temporale: esistono investimenti di lungo e
lunghissimo periodo, di medio periodo, di breve e, talvolta, brevissimo
periodo. Spingere per una liberalizzazione totale degli investimenti finanziari
senza neppure operare questa distinzione può rivelarsi, e di fatto è già
accaduto, disastroso per le economie di interi paesi. Di queste categorie di
investimento, quelle più deleterie per le economie domestiche sono senza dubbio
gli investimenti di breve e brevissimo periodo. Questa tipologia di
investimenti hanno la caratteristica di essere essenzialmente passivi, parassitari,
speculatori, non producono ricchezza stabile, ma vanno semplicemente ad
ingrassare le borse di quegli investitori tanto spregiudicati, da non
interessarsi minimamente degli effetti che grandi spostamenti di capitali
possono produrre sulle economie locali. Il FMI è uno dei principali
responsabili delle grandi crisi finanziarie che hanno investito molti paesi
dall’America Latina, all’Asia, proprio a causa delle pressioni verso la maggior
parte di questi paesi ad attuare riforme strutturali che prevedevano oltre
l’apertura dei mercati ed ingenti piani di privatizzazione, l’apertura ai
flussi finanziari stranieri. Ovviamente il FMI ha fatto pressioni per
l’apertura a tutti i flussi di
capitali, senza distinguere tra lungo e breve periodo. Lo stesso Soros a proposito
della crisi asiatica: “E’ chiaro che qui abbiamo a che fare con un problema di
natura sistemica, e il Fondo è una parte di questo problema, non la soluzione”.[46]
Analizzare brevemente la crisi messicana e quella dei mercati asiatici, potrà
dare un’idea abbastanza chiara di come vengano condotte queste guerre
finanziarie e che cosa producano. La
liberalizzazione del mercato dei capitali messicano è iniziato intorno alla
metà degli anni ’80, ma fino al 1988 erano state conservate delle restrizioni
sui movimenti ed altre simili misure di contenimento. Negli anni successivi, si
assistette ad una progressiva totale liberalizzazione di questo mercato come
parte di riforme strutturali che includevano inoltre massicce privatizzazioni,
nonché la rimozione di ogni restrizione sulla proprietà straniera di settori
chiave dell’economia nazionale. Gran parte di queste riforme furono attuate su
pressione del FMI e del governo statunitense, per permettere l’ingresso del
Messico all’allora GATT (General Agreement on Tariffs and Trades, poi divenuto
WTO), all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) e
successivamente al NAFTA (North American Free Trade Agreement, che avrebbe
creato di lì a poco una zona di libero scambio tra USA, Canada e Messico). All’inizio
degli anni ‘90 si verificarono forti ingressi di capitale straniero pari, ogni
anno ad oltre il 18% del PIL messicano; la composizione di questi ingressi era
di natura essenzialmente speculativa (intorno al 90%). Questi ingressi ebbero
come effetto collaterale una sopravalutazione del peso e di conseguenza un
drastico deficit in aumento nella bilancia dei pagamenti con l’estero. Il
debito estero accumulato raggiunse i 92 miliardi di $ USA. Vi fu inoltre un
abbattimento dei salari medi ed una crescente inflazione con una media del
19,7% tra il 1990 e il 1998. Questa situazione pose le premesse per l’innesco
della crisi nel 1994 quando negli ultimi tre mesi dell’anno, in assenza di
barriere adeguate a causa della liberalizzazione dei flussi finanziari,
uscirono dal paese circa 5,5 miliardi di $ USA ed a fine anno il saldo della
bilancia dei pagamenti risultò essere in passivo di 17,7 miliardi di $ USA. Anche
le riserve valutarie per gli scambi con l’estero, il cui ammontare era già
molto basso, subirono un crollo da 26 a 6 miliardi di $ USA, la moneta subì un
collasso e perse negli ultimi giorni dell’anno più del 35% del suo valore,
raggiungendo nel 1995 soglie di svalutazione del 50%. Gli interventi che il FMI
mise in atto dopo il 1994 non fecero che deteriorare la situazione: il taglio
della spesa pubblica ed il mantenimento forzato di alti tassi di interesse
provocarono una contrazione della produzione economica del 6,6% circa (solo per
il 1995) e gli investimenti crollarono del 30%; la disoccupazione era
raddoppiata tra il 1993 ed il 1995 e la percentuale di popolazione a vivere
sotto la soglia di estrema povertà era aumentata del 20% in un anno (tra il
1994 ed il 1995); il salario medio del settore manifatturiero è crollato tra il
1994 ed il 1997 del 39%. La crisi portò strascichi in quasi tutti i paesi
dell’America Latina, tanto che il continente intero nel 1995 registrò una
crescita pari allo zero. Gli unici due paesi che non risentirono della crisi,
furono proprio quelli che avevano rifiutato di abbattere le proprie barriere ai
flussi di capitali: la Colombia ed il Cile che registrarono rispettivamente una
crescita del 5,8% e del 10,6%.[47] I paesi che sono stati per anni
identificati come le “tigri asiatiche” e che hanno riscosso le lodi e
l’approvazione del FMI e delle altre istituzioni finanziarie internazionali,
tra il 1997 ed il 1998 hanno subito un collasso economico senza precedenti. Per
comprendere che cosa sia accaduto, sarà necessario risalire dai primi anni ’90
fino al 1996. La crescente liberalizzazione dei flussi di capitali iniziata
negli anni precedenti e fortemente voluta sia dall’OCSE che dal FMI, si
concretizzò in maniera forte nel 1996; in Tailandia, Indonesia, Corea del Sud,
Malesia e Filippine, il controllo dei flussi finanziari a breve era stato
drasticamente ridimensionato e conseguentemente a questo vi fu un ingresso di
capitali pari a 92,8 miliardi di $ USA. Nel corso dell’anno successivo, il
1997, vi fu un deflusso di capitali dai cinque paesi pari a 105 miliardi di $
USA, un valore pari all’11% del PIL combinato di tutti e cinque i paesi. Oltre
a questo, alla vigilia della crisi il debito collettivo rispetto a banche
straniere ammontava a 275 miliardi di $ USA, il 64% dei quali in obbligazioni a
breve termine. Il primo paese a risentire della crisi fu la Tailandia, la cui
moneta iniziò a svalutarsi immediatamente dopo l’inizio della fuga dei capitali
provocando un effetto di “overshooting”, ovvero di progressiva e crescente
svalutazione. Il FMI rispose sostenendo che i problemi della crisi derivavano
da cause strutturali, e per poter applicare i propri piani di riforma
strutturale impose ad esempio alla Corea del Sud un limite per l’inflazione
media annua media per l’anno 1998 del 5,2%, causando un disastro ed una svalutazione
della moneta in poche settimane dell’80%. In termini pratici significa che di
fatto il costo delle merci estere aumenta dell’80% anch’esso, il che per
qualsiasi impresa che abbia processi di produzione integrati equivale a dire la
rovina. Tutto
questo ha ovviamente provocato il licenziamento di decine di migliaia di
persone con un drastico aumento della disoccupazione. Questa ondata di
licenziamenti fu seguita da una catena di numerosi suicidi (in numero di circa
30 la settimana), denominati poi in seguito “IMF suicides” (suicidi del FMI)[48].
Dei cinque paesi, quello che ne uscì minormente devastato fu la Malesia, che si
rifiutò di adottare gli elevatissimi tassi d’interesse imposti dal FMI a tutti
gli altri paesi e scelse al contrario una politica protezionistica con misure
di controllo dei flussi di capitale.[49] Il
quadro appena delineato mostra come molto spesso il FMI possa essere utilizzato
in maniera strumentale per attaccare dei paesi dal punto di vista finanziario,
innescando crisi, mettendo in ginocchio le loro economie per poi permettere
alle compagnie transnazionali di rilevare interi settori di queste economie
ormai disastrate per trarne vantaggio. A conferma di ciò una dichiarazione di
Mickey Kantor (l’allora Rappresentante per il Commercio USA): “I problemi delle
economie delle tigri asiatiche hanno dato una opportunità d’oro all’occidente
per farsi avanti a vantaggio dei propri interessi commerciali. Quando i paesi
cercano aiuto presso il FMI, l’Europa e l’America dovrebbero usare il FMI come
un ariete medievale per trarne beneficio”.[50] Risulta chiaro come si
possa quindi parlare di guerra finanziaria e commerciale a tutti gli effetti.
Una guerra che produce le sue devastazioni ed i suoi morti con un impiego
minimo di mezzi militari, per reprimere la popolazione civile che nelle piazze,
spinta dalla disperazione e dalla fame, si ribella. 2.3 Jihad e “guerre sante” Vista
la particolare congiuntura internazionale, appare opportuno fare un richiamo al
concetto di jihad, al suo
significato, al suo valore per il mondo musulmano e cercare delle similitudini
con quelle che oggi appaiono “guerre sante” pur non avendo un contenuto
propriamente religioso. Di
questo termine si ritiene esistano due diverse accezioni: una che si riferisce
ad un grande jihad; l’altra ad un piccolo jihad. Per grande jihad e con
l’espressione jihad fi sabil Allah, si
intende lo sforzo di ogni mussulmano sulla Via di Allah; uno sforzo personale,
prima interiore che verso l’esterno. In questo senso il termine jihad non ha un
contenuto essenzialmente bellico, ma prettamente religioso.[51] E’
da sottolineare comunque che tutti i riferimenti che incentrano il proprio
studio sul termine jihad in questi termini, si basano per lo più su presunti
detti (hadit) del Profeta Muhammad
come ad esempio: “Il jihad più meritevole è un pellegrinaggio compiuto
piamente; il più eccellente jihad mira alla conquista di se stessi; …a chi
crede in Allah e nel Giorno del Giudizio è vietato procurare alcun male al
proprio prossimo; gli è, invece, fatto obbligo di essere gentile, specialmente
con gli stranieri e di dire la verità ed astenersi
dalla menzogna…”. La cosa pone seri problemi di tipo interpretativo, poiché gli
hadit del Profeta sono spesso
contrastanti tra loro: in una frase, affermano tutto ed il contrario di tutto.
Difficile poi stabilire se quanto riportato in determinati hadit sia stato realmente, o meno, dettato dal Profeta. Muhammad
non ha lasciato eredi e proprio sulla base di questo si sono provocate le prime
maggiori scissioni all’interno della umma
(comunità islamica). La grande frammentazione dell’universo islamico non è
semplicemente riconducibile alla divisione tra sunniti e sciiti, ma comprende
al suo interno una miriade di sette, realtà, gruppi, tradizioni estremamente
eterogenei. L’Islam rimane in ogni caso una religione totalizzante, che detta
precetti di comportamento riguardanti tutti gli aspetti della vita del credente
e qui sorgono difficoltà, dispute, contrasti. Sulla base di cosa una
interpretazione prevale sull’altra? Chi è insomma il detentore della verità? Le
dinamiche che portano all’affermazione di una interpretazione piuttosto che di
un’altra, sono molto spesso legate ad una serie di cause sia esogene, che
endogene. Per cause esogene, si intende tutto ciò che deriva da una rilettura
dei precetti religiosi a seguito dell’incontro/scontro del mondo islamico con
l’occidente, con la modernità. Per cause endogene, si intendono invece tutti
quei meccanismi basati su rivalità, contrapposizioni, interessi politici ed
economici, che hanno visto contrapporsi nella storia (anche in quella recente)
diversi gruppi, clan, famiglie particolarmente ricche e potenti. Ridurre la
nascita del fenomeno integralista, ad una semplice reazione all’occidente è
sicuramente fuorviante e non tiene conto della specificità del mondo musulmano
e delle sue divisioni interne. Molto spesso l’affermarsi di una interpretazione
piuttosto che di un’altra, deriva dalla capacità di un clan o di una famiglia -
potremmo dire - di “dettare linea politica”. Questo viene fatto mediante un
appello sostanzialmente strumentale ad un Islam più “puro” ed innesca
meccanismi di autolegittimazione sulla base dell’imposizione di precetti
religiosi sempre più radicali. Da questo punto di vista l’Islam diviene
realmente terreno fertile per l’integralismo, dato che, particolare non certo
irrilevante, la mancanza di eredi diretti del Profeta Muhammad ha significato
in ambito politico la mancanza di un successore. A
differenza dell’elaborazione politica che l’occidente ha sviluppato nel corso
dei secoli, il mondo musulmano è rimasto attaccato ad una legittimazione del
potere di carattere essenzialmente dinastico, facendo ricorso di volta in volta
a presunti legami di parentela con questa o quella famiglia più o meno vicina
al profeta Muhammad o ai primi califfi.[52]
Tutto questo apre alla possibilità per chiunque di contrapporsi a chi detiene
il potere temporale, accusandolo di non rispettare la parola di Allah e sulla
base di questo costruire un’opposizione, un’alternativa, una diversa
interpretazione religiosa, che diviene poi prassi politica nell’esercizio del
potere. Di solito la linea vincente è quella “del più forte” o di chi riesce
maggiormente ad incanalare lo scontento popolare con le proprie rivendicazioni.
L’affermazione o meno di una lettura religiosa particolarmente integralista,
poggia poi su di un diffuso malcontento popolare, che spesso fonde insieme
miseria, ignoranza e disperazione, strumentalizzandoli. I
richiami al jihad inteso questa volta come sforzo bellico, sono molteplici nel
Corano ed assumono toni diversi che vanno dall’autodifesa: “…Allah è migliore e
duraturo, (…) lo avranno (…) coloro che si difendono quando sono vittime
dell’ingiustizia…”[53] o
ancora: “…A coloro che sono stati aggrediti è data l’autorizzazione (di
difendersi), perché certamente sono stati oppressi e, in verità Allah ha la
potenza di soccorrerli; a coloro che, senza colpa, sono stati cacciati dalle
loro case, solo perché dicevano: Allah è il nostro signore. Se Allah non
respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora distrutti monasteri e
chiese, sinagoghe e moschee nei quali il nome di Allah è spesso menzionato.
Allah verrà in aiuto di coloro che sostengono (la Sua religione). In verità
Allah è forte e possente…”;[54]
all’incitamento a combattere: “…Vi è stato ordinato di combattere, anche se non
lo gradite. Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che,
invece, è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è
nociva…”[55] o
ancora: “…Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma
senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono. Uccideteli ovunque li
incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione (fitna) è peggiore dell’omicidio. Ma non
attaccateli vicino alla Santa Moschea fino a che essi non vi abbiano aggredito.
Se vi assalgono uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti…”.[56] Il
problema interpretativo fondamentale è come considerare la parola del Corano:
propendere per una interpretazione attinente alla storia che tenga conto del
senso delle parole trascritte da Muhammad come frutto della necessità del
momento storico? Oppure intendere il Corano, così come ritiene gran parte della
dottrina e in maniera particolare i gruppi estremisti, come un insieme di
precetti eterni ed universalmente validi? Nel secondo caso è chiaro come
affermazioni ed esortazioni del tipo: “…Combatteteli finché non ci sia più
persecuzione e il culto (sia reso) ad Allah. Se desistono non ci sarà ostilità
a parte contro coloro che prevaricano…”;[57]
possono diventare un incitamento alla guerra santa sempre ed in qualsiasi
momento. Se invece si sceglie di interpretare questo versetto alla luce del
momento in cui è stato scritto, il suo valore cambia e ci riporta alle prime
battaglie dell’allora piccola comunità del Profeta per la cessazione della
persecuzione di cui era vittima ed ai precetti che Muhammad trascrive a
proposito delle norme sul trattamento dei prigionieri e sulla convivenza con
genti di altre fedi in caso di vittoria della comunità islamica. Inoltre il
jihad (inteso da un punto di vista bellico) è un obbligo per la comunità
islamica,[58]
non tutti i credenti sono chiamati ad assolverlo, ma almeno una parte di essi
deve prenderne parte. La
figura del combattente, del martire, viene spesso utilizzata per scopi
politici, da chi senza scrupoli utilizza i dettami del Corano per incitare
altri alla guerra santa, al martirio.[59] I mujahidin in vita hanno un’ottima
considerazione e vengono spesso indicati come un esempio da seguire, dato che
nell’altra vita saranno tra i più vicini ad Allah e riceveranno mirabili
ricompense. E’ fondamentale focalizzare l’attenzione sul fatto che quanto più
estreme e disperate saranno le condizioni di vita, tanto maggiore sarà il
numero degli aspiranti mujahidin,
sempre con le dovute eccezioni e con differenze significative tra le comunità
urbane e quelle rurali. L’Islam urbano si è sviluppato in maniera
significativamente diversa da quello rurale, anche per la sua vicinanza ai
centri di potere e per le condizioni di vita estremamente più precarie. Laddove
in una comunità rurale si vive essenzialmente una condizione di miseria, esiste
tuttavia una rete di solidarietà e cooperazione a livello di villaggio che
stenta a nascere nei centri cittadini, se non passando attraverso la creazione
di istituzioni religiose di carità più o meno legate ad interessi politici (ne
è un esempio Hamas). La stessa
amministrazione del potere nei centri rurali, spesso non passa attraverso le
istituzioni, ma attraverso le figure di capi spirituali appartenenti a
confraternite (tariqa).[60] Ad
esempio divenire un martire nella Striscia di Gaza significa sì godere di un
ipotetico status privilegiato nel paradiso di Allah (e può essere già
allettante per chi su questa terra ha conosciuto solo l’inferno), ma implica
anche una posizione di rilievo all’interno della comunità musulmana. Per fare
un esempio pratico, se un palestinese decide di divenire un martire di Hamas, successivamente l’organizzazione
si occuperà di mantenere e proteggere la sua famiglia.[61]
Tutto questo dimostra come spesso una interpretazione religiosa si faccia largo
rispetto ad altre su di una presunta purezza, che in realtà deriva da una
maggiore ricchezza e potere politico. L’appello
a presunti precetti religiosi o di carattere morale non è purtroppo
un’esclusiva dei gruppi integralisti islamici. L’utilizzo in chiave politica di
questi richiami negli ambienti più svariati, diviene la giustificazione di
aberrazioni e delle azioni più tremende. Appare
molto interessante mettere a confronto il discorso del presidente George Bush
dopo l’inizio dei bombardamenti dell’Afghanistan e le dichiarazioni di Osama
Bin Laden trasmesse dalla rete Al-Jazira. Di seguito il discorso alla nazione
del presidente degli Stati Unti d’America George W. Bush: “Su
mio ordine, le forze militari degli Stati Uniti hanno iniziato gli attacchi
contro i campi di addestramento di Al Qaeda e contro le installazioni militari
del regime dei Taleban in Afghanistan. Queste azioni attentamente mirate hanno come
fine quello di distruggere l’uso dell’Afghanistan come base terroristica e di
attaccare le capacità militari del regime dei Taleban. Più di 40 paesi in Medio
Oriente, Africa, Europa e in Asia hanno dato la disponibilità dello spazio
aereo e di terra. Molti più hanno collaborato con informazioni di intelligence.
Siamo sostenuti dalla volontà collettiva del mondo. Più di due settimane fa, ho
dato ai leader dei Taleban una serie di richieste chiare e specifiche: chiudete
i campi di addestramento di Al Qaeda, e rilasciate gli stranieri, compresi i
cittadini americani ingiustamente detenuti nel vostro paese. Nessuna di queste
richieste è stata accolta. E ora i Taleban pagheranno un prezzo. Distruggendo i
campi e rendendo inutilizzabili le comunicazioni, renderemo più difficile per
l’organizzazione del terrore di addestrare nuove reclute e coordinare i loro
piani malvagi. All’inizio i terroristi possono rintanarsi in grotte sempre più
profonde ed in altri luoghi fortificati per nascondersi. La nostra operazione
militare mira ad aprire la strada per operazioni sostenute, a largo raggio e
incessanti per stanarli e portarli davanti alla giustizia. Nello stesso tempo
il popolo oppresso dell’Afghanistan conoscerà la generosità dell’America e dei
suoi alleati. Nel momento in cui colpiamo gli obiettivi militari, sganceremo
anche cibo, medicine e rifornimenti per gli uomini, le donne e i bambini che
patiscono la fame e soffrono in Afghanistan. Gli Stati Uniti d’America sono
amici del popolo Afghano, e noi siamo amici di circa un miliardo di persone che
nel mondo seguono la fede islamica. Gli Stati Uniti sono nemici di coloro che
aiutano i terroristi e dei criminali barbari che profanano una grande religione
commettendo crimini in suo nome. Questa azione militare è parte della nostra
campagna contro il terrorismo, un altro fronte della guerra che è già stata
ingaggiata attraverso la diplomazia, i servizi segreti, il congelamento dei
beni finanziari e l’arresto di noti terroristi da parte delle polizie di 38
paesi. Data la natura e la portata dei nostri nemici, vinceremo il conflitto
accumulando con pazienza successi, affrontando una serie di sfide con
determinazione e volontà. Oggi ci concentriamo sull’Afghanistan, ma la
battaglia è più ampia. Ogni nazione deve fare la sua scelta. In questo
conflitto, non c’è un terreno neutrale. Se un governo aiuta i fuorilegge e gli
assassini di innocenti, diventa fuorilegge e assassino. E intraprenderà una
strada solitaria a suo proprio pericolo. Vi sto parlando oggi dalla Treaty Room
della Casa Bianca, un luogo dove i presidenti americani hanno lavorato per la
pace. Siamo una nazione pacifica. Ma come abbiamo imparato, così
improvvisamente e così tragicamente, non ci può essere pace in un mondo in un
mondo di improvviso terrore. Di fronte a questa nuova minaccia di oggi, la sola
via di perseguire la pace è di perseguire coloro che la minacciano. Non abbiamo
cercato questa missione, ma ci impegneremo in pieno in essa. Il nome
dell’operazione di oggi è Libertà
Duratura. Noi difendiamo non solo la nostra preziosa libertà, ma anche la
libertà di tutti gli altri popoli a vivere e crescere i loro bambini liberi
dalla paura. Conosco molti americani che hanno paura oggi. E il nostro governo
sta prendendo grandi precauzioni. Tutte le forze di sicurezza e i servizi
segreti stanno lavorando in maniera aggressiva in America, nel mondo a tempo
pieno. Su mia richiesta, molti governatori hanno attivato la Guardia Nazionale
per rafforzare la sicurezza negli aeroporti. Abbiamo richiamato i riservisti
per rinforzare la nostra capacità militare e la protezione della nostra patria.
Nei mesi futuri, la nostra pazienza sarà la nostra forza, pazienza per le
lunghe file provocate dai controlli più stretti, pazienza e comprensione per il
fatto che ci vorrà del tempo per raggiungere i nostri obiettivi, pazienza per
tutti i sacrifici che dovremo fare. Oggi, quei sacrifici sono fatti da membri
delle nostre forze armate che ci difendono così lontano da casa, e dalle loro
famiglie orgogliose e preoccupate. Un comandante in capo invia i figli degli
Stati Uniti a combattere in terra straniera solo dopo la massima cura e una
serie di preghiere. Abbiamo chiesto molto a chi indossa la nostra uniforme.
Abbiamo chiesto loro di lasciare le persone amate, di percorrere lunghe distanze,
di rischiare il ferimento, anche di essere preparati a compiere il sacrificio
ultimo della loro vita. Si sono consacrati a questa missione con onore.
Rappresentano il meglio del nostro Paese, e siamo loro grati. A tutti gli
uomini e le donne del nostro esercito, a ogni marinaio, ogni soldato, ogni
pilota, ogni guardia costiera, ogni marine, dico questo: la vostra missione è
definita. Gli obiettivi sono chiari. Il vostro obiettivo è giusto. Avete la mia
piena fiducia e metterò a vostra disposizione ogni strumento di cui avete
bisogno per portare avanti la vostra missione. Recentemente, ho ricevuto una
lettera toccante che dice molto sulle condizioni dell’America in questi momenti
difficili, la lettera di una bambina delle elementari figlia di un soldato. “Per
quanto non voglio che mio padre combatta – ha scritto – sono pronta a
consegnarvelo”. Questo bambina sa cosa vuol dire America. Dall’11 settembre,
un’intera generazione di giovani americani ha raggiunto una nuova comprensione
del valore di libertà, dei suoi costi, della missione e del suo sacrificio. La
battaglia è ora ingaggiata su molti fronti. Non tergiverseremo, non ci
stancheremo, non vacilleremo e non falliremo. La pace e la libertà avranno la
meglio. Grazie. Che Dio benedica l’America”.[62] Di
seguito la dichiarazione registrata di Osama Bin Laden trasmessa dalla rete del
Qatar Al Jazira il giorno successivo all’inizio dei bombardamenti, 8 ottobre
2001: “Questa
è l’America colpita in uno dei suoi organi vitali da Dio Onnipotente, così che
i suoi edifici più grandi sono stati distrutti. Siamo grati a Dio. L’America è
stata riempita di orrore da nord a sud e da est ad ovest, e sia ringraziato Dio
perché quello che oggi prova l’America è solo una replica di quello che noi
abbiamo già sopportato. La nostra nazione islamica ha subito lo stesso
trattamento per più di 80 anni, di umiliazione e negazione, ha avuto i suoi
figli uccisi e il suo sangue sparso, i suoi luoghi santi infangati. Dio ha dato
ad un gruppo di musulmani avanguardia dell’Islam, la missione di distruggere
l’America. Che Dio possa benedirli e assicurare loro il posto più alto in
paradiso, perché solo Lui ha il potere di farlo. Quando questi uomini si sono
levati in difesa dei loro bambini deboli, dei loro fratelli e sorelle in
Palestina e nelle altre nazioni musulmane, tutto il mondo esplose e si sollevò,
gli infedeli seguiti dagli ipocriti. Un milione di bambini innocenti sta
morendo in questo momento mentre parliamo, uccisi in Irak senza avere alcuna
colpa. Non sentiamo alcuna denuncia, non udiamo nessuna dichiarazione da parte
dei regnanti ereditari. In questi giorni, carri armati israeliani attraversano
la Palestina, a Ramallah, a Rafah, a Beit Jala e in molte altre parti della
terra islamica, ma non sentiamo alcuno alzare la voce o reagire. Ma quando la
spada si abbatté sull’America dopo 80 anni, l’ipocrisia ha alzato la testa per
esecrare quegli assassini che hanno giocato con il sangue, l’onore e i simboli
sacri dei musulmani. Il meno che si possa dire di questi ipocriti è che si tratta
di apostati che hanno seguito la cattiva strada. Hanno sostenuto il macellaio
contro la sua vittima, l’oppressore contro il bambino innocente. Chiedo
consiglio a Dio contro di loro e chiedo a Dio di consentirmi di vederli avere
la punizione che meritano. La questione è molto chiara. Dopo questi eventi ogni
musulmano dovrà combattere per la propria religione, dopo che i responsabili
degli Stati Uniti a cominciare dal capo degli infedeli del mondo, Bush, ha
fatto una esibizione di vanità con i suoi uomini ed i suoi cavalli, dopo che
alcuni hanno fatto sì che persino paesi che credono nell’Islam si siano rivolti
contro di noi – il gruppo che si è rivolto a Dio Onnipotente, il gruppo che
rifiuta di essere allontanato dalla sua religione. L’America ha detto il falso
al mondo dicendo che sta combattendo il terrorismo. In una nazione dall’altra
parte del mondo, il Giappone, centinaia di migliaia di persone, giovani e
vecchi, furono uccise ed essi dicono che questo non è un crimine contro il
mondo. Per loro non è una questione evidente. Un milione di bambini è stato
ucciso in Irak, per loro non è una questione evidente. Ma quando poco più di
dieci dei loro vennero uccisi a Nairobi e Dar es Salam, l’Afghanistan e l’Irak
vennero bombardati, e l’ipocrisia si impadronì del capo degli infedeli del
mondo, il simbolo pagano del mondo moderno, l’America ed i suoi alleati. Dico
loro che questi fatti hanno diviso il mondo in due campi, quello dei fedeli e
quello degli infedeli. Che Dio protegga noi e voi da loro. Tutti i musulmani
devono insorgere per difendere la propria religione. Il vento della fede sta
soffiando e il vento del cambiamento spazzerà il diavolo dalla Penisola di
Maometto, la pace sia con lui. E all’America e al suo popolo dico qualche
parola: giuro a Dio che l’America con vivrà in pace fino a quando la pace non
regnerà in Palestina, e prima che tutti gli eserciti degli infedeli non se ne
saranno andati dalla terra di Maometto, che la pace sia con lui. Dio è il più
grande e sia gloria all’Islam”.[63] I
due discorsi appaiono terribilmente speculari, basati sulla convinzione di
essere dalla parte del giusto, di combattere i “malvagi” o i miscredenti, di
essere portatori della verità. Alla base di tutto ciò, ancora una volta quella
logica del pensiero unico che si presenta di volta in volta come unico
indirizzo sulla via da seguire, l’intervento da praticare, la scelta da
compiere. Il martire di Hamas che fa
strage di civili israeliani; il pilota del bombardiere USA che sgancia bombe
sulla popolazione civile afghana; il guerrigliero delle Forze Armate
Rivoluzionarie Colombiane (FARC) che uccide contadini colpevoli di
collaborazionismo per aver dato da mangiare a dei paramilitari, che
“gentilmente” hanno domandato cibo con le armi in pugno; il cecchino israeliano
sui tetti di Ramallah che spara ai passanti in cerca di cibo durante il
coprifuoco; il militante dell’ETA che semina terrore e morte con un’autobomba;
ed ancora lo speculatore finanziario che mette in ginocchio un paese intero
secondo il motto “business is business, nothing personal”; o infine il
trafficante di eroina che sparge morte nelle città; si presentano tutti come il
prodotto dogmatico e acritico di questo pensiero unico. Pare quasi sia stata
realizzata una nuova concezione antropologica totalmente disumanizzante, dove
il soggetto perde la propria percezione identitaria ed i propri legami con
l’altro e con l’ambiente circostante a favore di nuovi simulacri artificiali:
la logica del profitto; una falsa religiosità puramente strumentale che
consegue interessi estremamente terreni e molto poco divini; un legame
fideistico a dottrine ritenute infallibili. Ognuna di queste azioni diviene
azione politica in senso proprio in quanto implica l’utilizzo della coercizione
attraverso strumenti diversi per ottenere la conformità di terzi; ognuna di
queste azioni produce dinamiche di guerra; ognuna di queste guerre è una
“guerra santa”. Insomma
nell’era dell’Impero: “La legittimazione della macchina imperiale deriva,
almeno in parte, dalle industrie della comunicazione e cioè dalla
trasformazione del nuovo modo di produzione in una macchina. E’ un soggetto che produce la sua propria
immagine di autorità. Si tratta di una forma di legittimazione che non poggia
su qualcosa di esterno e che si ripropone incessantemente sviluppando propri
linguaggi di autovalidazione”.[64] Tutto questo vale per
l’Impero preso nel suo complesso come per le sue singole componenti, laddove la
figura dello stesso Bin Laden può essere letta come quella di “un condottiero
ribellatosi all’Imperatore”;[65]
ieri un combattente per la libertà, improvvisamente il nemico numero uno da
combattere. Il passato si cancella, o forse non è mai esistito secondo
procedimenti orweliani incentrati su di una vera e propria guerra
dell’informazione.[66]
Capitolo 3
Le reti criminali transnazionali come ultima frontiera della
“massimizzazione del potere” attraverso l’accumulazione illecita Ricerca
del potere e massimizzazione del profitto in un contesto di competizione
sfrenata: così si configura l’Impero. In un contesto di tal genere gli attori
che potranno sfruttarne a pieno le potenzialità saranno proprio quelli tanto
scaltri e spregiudicati da non accettare alcun tipo di regola o limitazione al
proprio agire. Questi attori sono proprio le organizzazioni criminali in senso
proprio, intendendo con questo termine tutte quelle organizzazioni e reti
costituenti circuiti economici e di potere paralleli e sommersi che ricavano
gran parte della propria ricchezza da traffici illeciti, travalicando qualsiasi
tipo di legge e normativa statuale o internazionale. Le
grandi organizzazioni criminali hanno visto nella storia, ed in rapporto al
sistema economico e politico, un’evoluzione riassumibile a grandi linee in tre
fasi: nella transizione dal feudalesimo alle prime economie di mercato si sono
formate organizzazioni di questo genere dove non si è affermato il monopolio
statale della forza (ne sono esempi la mafia in Sicilia, le triadi in Cina, la
yakuza in Giappone); nei paesi con economie di mercato mature di tipo
capitalistico, queste organizzazioni si sviluppano a patto della presenza di
una forte immigrazione (dove l’immigrazione stessa diviene oggetto di
criminalità), oltre che a causa di una legislazione restrittiva e
proibizionista che di conseguenza rafforza il mercato nero (si pensi all’epoca
del proibizionismo negli USA o a quanto riguarda le odierne politiche in
materia di sostanze stupefacenti); nella fase ultima dell’Impero le enormi
possibilità offerte dal circuito finanziario per il riciclaggio dei fondi,
l’aggravamento progressivo ed endemico degli squilibri territoriali sia da un
punto di vista sociale che ambientale che producono migliaia e migliaia di
profughi, sono solo alcuni degli elementi che rendono tutto il pianeta un campo
di azione allettante che presenta infinite possibilità per le reti criminali.
Le grandi organizzazioni criminali, che definirò per comodità in senso lato
“mafie”, non si limitano più come in passato al controllo di zone territoriali
ben definite, ma tendono a costituirsi in reti e ad entrare in contatto le une
con le altre, ad avere una presenza sempre meno evidente da un punto di
immagine, ma sempre più sommersa e diffusa. 3.1 Il soggetto criminale Secondo la definizione adottata
durante la conferenza delle Nazioni Unite di Palermo sulla criminalità
internazionale nella “United Nations Convention Against Transnational Organized
Crime” (Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Transnazionale)[67]:
“Organized criminal group” shall mean a
strucured group of three or more
persons, existing for a period of time and acting in concert with the aim of
committing one or more serious crimes or offences established in accordance
with this Convention, in order to obtain, directly or indirectly, a financial
or other material benefit[68]
(sarà considerato “gruppo criminale organizzato”, un gruppo strutturato di tre
o più persone, esistente per un periodo di tempo che agisce in maniera
concordata con lo scopo di commettere uno o più “serious crimes” o “offences”
secondo quanto stipulato in accordo con questa Convenzione, al fine di
ottenere, direttamente o indirettamente, un beneficio finanziario o materiale).
La definizione adottata dalla
conferenza di Palermo nella Convenzione rimanda a tutta una serie di ulteriori
definizioni secondo la peggiore tradizione di redazione di testi giuridici (in
particolare quelli che dovrebbero essere costitutivi di diritto internazionale)
con chiose, rimandi, inutili complicazioni ed esercizi di stile prettamente
accademici, senza tuttavia riuscire a districarsi dalla morsa di uno stretto
quanto sterile formalismo.[69]
A questo punto si incontra la necessità di definire il soggetto criminale,
secondo un paradigma della complessità[70]
che non si limita ad uno solo dei suoi aspetti, ma tenta di coglierne i più
salienti: mafia è un insieme di organizzazioni criminali che agiscono
all’interno di un contesto relazionale e si configura come un sistema di
violenza e di illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e
all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, si avvale di un codice
culturale e gode di un certo consenso sociale[71].
I tratti salienti di questo
paradigma possono essere riassunti in pochi punti: ·
l’esistenza
di una struttura organizzativa capace di adeguarsi ai mutamenti del contesto; ·
una
serie di attività illegali e legali, storiche e nuove; ·
la
finalizzazione di queste attività all’arricchimento ed all’acquisizione di
posizioni di potere; ·
la
vigenza di un codice culturale, allo stesso tempo radicato ed elastico; ·
il
consenso di buona parte del corpo sociale; ·
l’interazione
dei gruppi criminali con il contesto sociale. Risulta immediatamente chiaro come
l’agire criminale, abbia da un lato le caratteristiche dell’agire politico, sia
per quanto riguarda la ricerca di posizioni di potere che per l’impiego della
violenza, dall’altro quelle dell’agire economico, ricercando l’accumulazione
del capitale e quindi la massimizzazione del profitto. Ecco che questo soggetto
si configura da subito come un soggetto estremamente complesso e non come una
semplice “fabbrica di delitti” (quello che pare trasparire dalla definizione
della Convenzione), un soggetto che si avvale dell’uso privato della forza per
i propri scopi e che disconosce il monopolio statale della violenza. Una terza
importante caratteristica, è l’organizzazione su base etnica, su legami di
sangue, che contraddistingue gli aderenti alle diverse organizzazioni mafiose;
questa appartenenza troverà poi espressione in quel “codice culturale” che
diviene tratto caratteristico di ogni organizzazione e ne detta le regole:
dall’affiliazione, ai comportamenti da tenere, alle punizioni in caso di
sgarro. Entrare a far parte della mafia
equivale a convertirsi ad una religione. Non si cessa mai di essere preti. Né mafiosi[72]. Di seguito, la descrizione fatta da
Giovanni Falcone del rituale di affiliazione a Cosa Nostra. “Al momento dell’iniziazione, il
candidato o i candidati vengono condotti in una stanza, in un luogo appartato,
alla presenza del “rappresentante” della “famiglia” e di altri semplici uomini
d’onore. Spesso, questi ultimi sono schierati su un lato, mentre gli iniziandi
stanno dall’altro. A volte i candidati vengono tenuti chiusi in una stanza per
alcune ore e sono poi fatti uscire uno per volta. A questo punto il
rappresentante della famiglia espone ai futuri uomini d’onore le norme che
regolano l’organizzazione, affermando prima di tutto che quella che comunemente
viene chiamata mafia si chiama, in realtà, Cosa Nostra. Avverte quindi i nuovi
venuti che sono ancora in tempo a rinunciare all’affiliazione e ricorda loro
gli obblighi che comporta l’appartenenza all’organizzazione tra cui: non
desiderare la donna di altri uomini d’onore; non rubare; non sfruttare la
prostituzione; non uccidere altri uomini
d’onore, salvo in caso di assoluta necessità; evitare la delazione alla
polizia; non mettersi in contrasto con altri uomini d’onore; dimostrare sempre
un comportamento serio e corretto; mantenere con gli estranei il silenzio
assoluto su Cosa Nostra; non presentarsi mai ad altri uomini d’onore da soli,
in quanto le regole impongono che un altro uomo d’onore, conosciuto da coloro i
quali devono mettersi in contatto, garantisca la rispettiva appartenenza a Cosa
Nostra, pronunciando le parole: “Quest’uomo è la stessa cosa”. Esaurita la spiegazione dei
comandamenti, riaffermata dal candidato la volontà di entrare
nell’organizzazione, il rappresentante invita i nuovi venuti a scegliersi un
padrino tra gli uomini d’onore presenti. Ha quindi luogo la cerimonia del
giuramento che consiste nel chiedere a ognuno con quale mano spara e nel
praticargli una piccola incisione sul dito indice della mano indicata, per
farne uscire una goccia di sangue con cui viene imbrattata una immagine sacra: molto spesso quella
dell’Annunziata, la cui festa cade il 25 marzo e che è ritenuta patrona di Cosa
Nostra. All’immagine viene quindi dato fuoco e l’iniziato, cercando di non spegnerlo mentre la fa passare da una
mano all’altra, giura solennemente di non tradire mai le regole di Cosa Nostra,
meritando in caso contrario di bruciare come l'immagine. Mentre l’indice dell’iniziato viene
punto, il rappresentante gli ingiunge in tono severo di non tradire mai, perché
si entra in Cosa Nostra col sangue e se ne esce solo col sangue. Particolare
curioso: in alcune famiglie si usa per pungere l’indice una spina di arancio
amaro; in altre, invece, una spilla, sempre la stessa; in altre ancora una
spilla qualsiasi”.[73] Già da questo breve passo, è
evidente come questa organizzazione abbia un codice rigido che impone norme di
comportamento e rituali; per dirla con le parole del pentito Tommaso Buscetta: Nessuno troverà mai un elenco degli
appartenenti a Cosa Nostra né alcuna ricevuta dei versamenti delle quote. Il
che non impedisce che le regole dell’organizzazione
siano ferree e universalmente riconosciute[74]. L’affiliazione all’organizzazione
siciliana, non è riservata a chiunque, il candidato deve possedere dei
requisisti particolari tra cui: essere di sesso maschile, saper uccidere, non
avere parenti in magistratura o nelle forze dell’ordine, appartenere ad un
ambiente mafioso e possibilmente avere dei legami di parentela con degli
“uomini d’onore”. Spostandosi da tutt’altra parte del
pianeta osserviamo ad esempio il codice etico dei membri di una delle maggiori
“triadi” di Taiwan, la United Bamboo[75]:
·
l’armonia
con le persone è una priorità. Dobbiamo stabilire buone connessioni personali e
sociali per non crearci nemici; ·
dobbiamo
ricercare favori speciali ed aiuto dai membri di altre organizzazioni
enfatizzando le nostre relazioni con le persone esterne. Lasciamo che siano
loro a pubblicizzarci; ·
il
gioco d’azzardo è la nostra risorsa finanziaria fondamentale. Dobbiamo prestare
attenzione a come lo gestiamo; ·
non
iniziare da solo a fare cose ed a prendere decisioni se non sei autorizzato.
Devi discutere e pianificare qualsiasi cosa prima con i fratelli più anziani e
con il gruppo; ·
ad
ognuno sono assegnate le proprie responsabilità. Non creare confusione; ·
non
dobbiamo divulgare i nostri piani ed affari agli esterni, ad esempio alle
nostre mogli, ragazze, ecc. E’ per la nostra sicurezza; ·
dobbiamo
essere uniti con tutti i fratelli
ed obbedire agli ordini dei fratelli più anziani; ·
tutti
i soldi guadagnati all’esterno del gruppo, devono tornare ad esso. Non devi
tenere del denaro per te. Lascia decidere il fratello più anziano; ·
quando
hai preso di mira dei potenziali ricchi clienti non agire frettolosamente.
Oltre a questo, non li ossessionare e non li spaventare. Agisci per prevenire
sospetti e paura da parte loro; ·
se
succede qualcosa di inatteso, non abbandonare i tuoi fratelli. Se vieni
arrestato, assumiti tutta la responsabilità e la colpa. Non compromettere i
tuoi fratelli. Pur con tutte le differenze
specifiche del caso, molte delle caratteristiche richieste ad un membro di una
triade, non appaiono troppo diverse da quelle richieste ad un uomo d’onore di
Cosa Nostra o al codice di un ladro appartenente alla mafia russa[76]: ·
dimentica
i tuoi parenti: madre, padre, fratelli, sorelle, ecc.; ·
non
puoi avere famiglia, niente moglie, niente figli, puoi avere un’amante; ·
mai lavorare,
qualunque siano le circostanze, non importa quante difficoltà ciò possa
implicare, vivi solo sui proventi del furto; ·
aiuta
gli altri ladri con supporto sia morale che materiale; ·
mantieni
segrete le informazioni sull’ubicazione dei complici (rifugi, distretti,
nascondigli, appartamenti sicuri, ecc.); ·
addossarsi
la colpa per il crimine di qualcun altro solo in situazioni inevitabili (se un
ladro è sotto inchiesta), ciò garantirà all’altro un po’ più di tempo in
libertà; ·
chiedi
la convocazione di un’inchiesta per risolvere dispute nel caso di un conflitto
tra te ed altri ladri o tra altri; ·
se è
necessario partecipa a queste inchieste; ·
porta
a termine la punizione del ladro che ha offeso, secondo quanto deciso dai
convocati; ·
non
rifiutare di portare a terminare la punizione nei confronti del ladro ritenuto
colpevole, applicando la punizione determinata dai convocati; ·
buona
conoscenza dello “slang” (gergo) dei ladri (“Fehnay”); ·
non
giocare d’azzardo se non sei in grado di coprire le perdite; ·
insegna
il mestiere ai giovani novizi; ·
abbi,
se possibile, informatori dalle fila dei ladri; ·
non
perdere mai la capacità di ragionare quando bevi alcolici; ·
non
avere niente a che fare con le autorità, non partecipare in attività pubbliche,
non aderire ad alcuna organizzazione o associazione; ·
non
prendere mai armi dalle mani delle autorità, non fare il servizio militare; ·
adempi
alle promesse fatte agli altri ladri. Qualsiasi organizzazione criminale
elabora, stabilisce ed impone dei modelli di comportamento e dei regolamenti
estremamente rigidi che fondono rituali pseudo-mistici con una forte
organizzazione gerarchica basata sull’imposizione e sull’utilizzo della
violenza. Nonostante le diversità culturali
delle varie reti criminali, negli ultimi anni si va sempre più affermando un
livello di appiattimento delle “culture mafiose”, che pur preservando alcune
differenze tra le stesse, tende ad omogeneizzarle tutte in quella potremmo
definire la figura dell’imprenditore mafioso. Il substrato etnico culturale
costituisce ancora la base che cementifica e lega tra loro gli appartenenti al
gruppo mafioso. Tuttavia l’aspetto prettamente economico diviene sempre più
preponderante e centrale nelle forme organizzative e nelle scelte operative,
secondo quella logica del pensiero unico, a cui neppure il mondo criminale pare
essere estraneo, ma che anzi cavalca, con la capacità di trasformarsi ed
armonizzarsi con quanto di nuovo si trova ad incontrare. Il giudice Falcone già iniziava ad
osservare l’inizio di una costituzione di modello unitario di azione delle
diverse reti criminali sottolineando che nel momento in cui “si arrivasse al
punto di non distinguere più tra i metodi degli yakuza, delle triadi cinesi e
di Cosa Nostra, si attuerebbe un modello di mafia universale”.[77]
Uno degli ostacoli principali che il giudice Falcone indicava in merito alla
possibile costituzione di questo modello, era rappresentato dalle forti
barriere linguistiche che dividevano i vari gruppi.[78]
Un ostacolo che oggi sembra in parte superato, dall’avvento di internet e dal
linguaggio comune del profitto sulla base delle teorie neoliberiste. 3.2 L’ambiente criminogeno Considerare le mafie secondo il
paradigma della complessità, implica un’osservazione dell’ambiente all’interno
del quale queste ultime nascono e si sviluppano. Questo tipo di ambiente,
habitat naturale per il crimine, ha delle caratteristiche specifiche, basate su
variabili economiche, sociali, storiche e congiunturali. Si può dunque parlare
di ambiente criminogeno, generativo di comportamenti criminali e che ne
favorisce lo sviluppo e la riproduzione. Caratteristiche fondanti di un
ambiente di tal genere sono sicuramente: ·
l’accettazione
della violenza e dell’illegalità da buona parte della popolazione, ritenendoli
mezzi di sopravvivenza e di mobilità sociale; ·
l’esiguità
dell’economia legale che spinge a creare circuiti economici paralleli e
sommersi, spesso di tipo illegale; ·
la
scarsità delle opportunità e la possibilità di accaparramento delle risorse
unicamente (o quasi) secondo processi di tipo clientelare; ·
la
distanza tra il cittadino e lo Stato, visto come un ente lontano, se non
addirittura ostile, al quale ci si può avvicinare solo tramite amicizie e
conoscenze; ·
un
sentimento radicato di ineluttabilità della sconfitta; ·
una
forte e diffusa cultura della sfiducia e del fatalismo; ·
la
solidarietà nell’illegalità ed in comportamenti aggressivi che permeano la
quotidianità. Passando ad analizzare i singoli
punti, si può operare una distinzione tra i concetti di carattere
sostanzialmente politico, economico e, più in senso lato socio-antropologico. L’accettazione della violenza e
dell’illegalità da parte di larghi strati della popolazione, è sicuramente
un’istanza che ci riporta ad un ambito principalmente politico. L’esercizio
della violenza ed il controllo territoriale da parte delle reti criminali, si
sono affermati laddove vi è stata un’assenza istituzionale marcata, che,
lasciando di fatto un vuoto di potere, ha lasciato spazio a processi che sono
stati definiti di destrutturazione
politica[79], ovvero
all’insorgenza di gruppi “altri”, rispetto agli Stati che hanno potuto creare
sistemi politici paralleli e parastatali. Se questo è particolarmente vero in
relazione a fenomeni territorialmente circoscritti, pensiamo alla mafia
siciliana o alla nascita delle triadi cinesi, delle yakuza, o ancora ad esempio
di Hamas; è maggiormente valido
all’interno del processo di globalizzazione economica, dove la forma
dell’Impero permette la dissoluzione dei centri di potere classici identificati
negli Stati e contribuisce alla nascita di nuove entità e soggetti politici. La
violenza privata o ad opera di piccoli o grandi gruppi va sempre più
affermandosi ovunque, dalla costituzione di milizie private, gruppi
paramilitari e mercenari, all’incremento della vendita di armi da fuoco
(pensiamo agli esempi degli Stati Uniti). La tendenza a “farsi giustizia da
soli” pare affermarsi sempre più e rischia di diventare la norma in un Impero
via via sempre più militarizzato, dove è sempre più difficile distinguere tra
militari e civili. Ogni rete criminale assomma una
serie di attività lecite ed illecite e queste ultime sono tanto maggiori,
quanto minore è la possibilità di accedere ad un impiego lecito. L’economia
legale insomma cede il passo all’economia sommersa quando non è in grado essa
stessa di coprire i fabbisogni della popolazione sia in termini di offerta di
merci (e talvolta, servizi, penso ad esempio alla prostituzione), sia in
termini di offerta di lavoro. Tornando agli anni del proibizionismo negli Stati
Uniti, è facile notare come la congiuntura di diversi elementi abbia permesso
un fiorire di attività illecite, soprattutto di contrabbando di alcolici. Da
una parte una legislazione restrittiva, dall’altra la presenza di un’ingente
quantità di manodopera per la malavita costituita dai più bassi strati sociali
del proletariato urbano, hanno permesso la nascita e lo sviluppo di una rete
criminale potentissima e radicata ad ogni livello, da quello politico, a quello
sociale, alla corruzione delle forze dell’ordine. Tornando ai giorni nostri, ancora
una volta nell’era dell’Impero, è possibile comprendere come ad esempio le
coltivazioni illecite possano essersi sviluppate in un paese come la Colombia,
a scapito di altri generi di coltivazione. Da un’intervista con alcuni
rappresentanti dell’ANUC-UR (il più grosso sindacato dei contadini colombiani),
ho avuto modo di ricevere spiegazioni dettagliate: tenendo conto dell’ingerenza
economica delle compagnie transnazionali che entrando nel mercato colombiano
sono state in grado di produrre ad esempio il mais ad un costo dieci volte
inferiore a quanto non fossero in grado di fare i contadini, ed ancora a causa
del problema tremendo della concentrazione della terra nelle mani di pochi
grandi latifondisti, gran parte delle popolazioni rurali colombiane sono state
costrette a divenire cocaleros dato
che la coltivazione della foglia di coca (o del papavero da oppio) è divenuta
l’unica in grado di garantire la sopravvivenza.[80]
Questo non è che un esempio, ma se
ne potrebbero fare molti altri per dimostrare come aperture eccessive al libero
mercato abbiano spinto all’incremento delle economie sommerse ed alla creazione
di circuiti illegali (si pensi ad esempio al caso Russia). Anche questo
elemento pare quindi attagliarsi perfettamente all’ambiente sociale che la
globalizzazione economica va costituendo. Gli apparati statali, inoltre
appaiono sempre più distanti dal cittadino, sia nell’occidente arricchito, dove
in genere il tasso di partecipazione elettorale va in costante diminuzione,
proprio a dimostrare lo iato esistente tra circuito politico e circuito
sociale, e ancora di più nei paesi impoveriti di Asia, Africa, America Latina
dove gli apparati statali sono spesso controllati da oligarchie basate su un
modello clientelare, che assume forme diverse da un paese all’altro (ad esempio
le famiglie dei grandi latifondisti in Colombia, le tribù in Afghanistan, le
famiglie regnanti in Arabia Saudita, e via dicendo), ma non cambia nella
sostanza. Il sistema clientelare porta ad un allontanamento del cittadino dallo
Stato che si trova costretto a sfruttare canali indiretti (amicizie,
conoscenze, ecc.) per poter cercare di far valere i propri diritti o
raggiungere posizioni che, almeno in teoria, dovrebbero poter essere
accessibili a chiunque con il solo limite delle proprie capacità personali.
Laddove non esistono oligarchie più o meno ben definite, si sono
istituzionalizzati o si vanno istituzionalizzando processi di lobbying, che
riproducono in maniera questa volta legalizzata, le stesse vergognose procedure
altrove additate al pubblico sdegno, secondo una mercificazione spregiudicata
della legge. Il sentimento radicato e sempre più
forte di ineluttabilità e di sconfitta va via via sempre più affermandosi in
gran parte del pianeta, dai campi profughi della Palestina, alle selve della
Colombia, al degrado delle metropoli italiane o di qualsiasi altro stato
occidentale. Un senso di sconfitta che produce reazioni contrastanti e
pericolose; una sconfitta, che viene di volta in volta percepita come
l’impossibilità di sopravvivere o vivere un’esistenza degna di questa nome, o
nel migliore dei casi, come male di vivere, disagio dilagante. Laddove le
condizioni di vita sono veramente estreme (mi viene in mente la realtà della
Striscia di Gaza, dove la speranza di vita è irrisoria, si rischia di essere
uccisi in qualsiasi momento a causa di un attacco notturno inaspettato, una
pallottola vagante, un cecchino, o le macerie della propria casa)[81],
il valore della vita umana perde la sua centralità ed importanza fondante
dell’esistenza. In realtà di questo genere, è difficile immaginare
un’esistenza, dove il sogno di un bambino è talvolta niente più che avere un
tetto sopra la testa, i genitori o poter uscire di casa a giocare senza
rischiare una pallottola mortale. In queste zone l’odio si autoalimenta in
spirali tremende, dove i disperati che non hanno più niente da perdere
diventano manodopera per gruppi di fanatici, che strumentalizzando il dolore e
la sofferenza, ne fanno un’arma temibile ed inarrestabile. Migliaia di persone
che non hanno niente da perdere, il valore della vita umana ridotto a niente,
la disperazione radicata, costituiscono un humus fertile per chi è abbastanza
spregiudicato da saperlo sfruttare a proprio vantaggio. Se nella Striscia di Gaza, la
disperazione assume queste forme, nelle grandi città del mondo arricchito molto
spesso assume quella dell’alienazione e del consumo di stupefacenti ed in
particolare droghe pesanti: eroina, crack, cocaina, ecc. La dipendenza da tali
sostanze imbriglia molti nelle spire del crimine organizzato, prima come
semplici acquirenti e, quindi finanziatori, in un secondo momento spesso come
manodopera per potersele procurare. Questi non sono che pochi dei tanti esempi
possibili. Ancora una volta il senso di sconfitta è caratteristica propria di
strati sempre più larghi della popolazione mondiale, dalle periferie ai centri. Se risulta impossibile o molto
difficile riconoscersi ed essere solidali all’interno di forme di
organizzazione istituzionalizzate o statali, nasce all’inverso un sentimento di
solidarietà nell’illecito, derivante da mutui rapporti improntati su di una
sorta di “coprirsi le spalle a vicenda”. Il circuito parallelo a quello
istituzionale elabora forme di aggregazione e solidarietà proprie; si pensi ad
esempio all’immenso giro di soldi che passa attraverso le moschee di molti
paesi del mondo arabo per andare a finanziare reti terroristiche. Inoltre dove
il degrado sociale, la morte o comunque la malattia e condizioni di vita ai
limiti sono endemiche, si sviluppano comportamenti violenti ed aggressivi,
comunemente accettati e talvolta incoraggiati. Si pensi all’indottrinamento
subito dai bambini nelle scuole coraniche pakistane, che li portano fin da
piccoli a maneggiare armi e ad odiare l’“infedele”, alle esecuzioni in pubblica
piazza (in Afghanistan come in Arabia Saudita), alle fustigazioni,
all’infibulazione[82]
(o semplicemente mi tornano agli occhi i giochi dei bambini del campo profughi
di Qalandia, subito adiacente all’omonimo check point israeliano che separa
Gerusalemme da Ramallah che giocavano con armi giocattolo e ci indicavano
incessantemente le foto dei cosiddetti martiri
dell’Intifada di cui tutte le costruzioni della zona erano tappezzate)[83].
La violenza è all’ordine del giorno
su gran parte del globo, violenza contro i bambini, contro le donne, contro i
deboli in genere e si autoriproduce alimentandosi in una spirale difficilmente
controllabile e diviene la norma, qualcosa con cui convivere, qualcosa da
accettare e, quando possibile, da esercitare. La stessa cosa accade nelle
periferie delle città e nei luoghi più degradati del mondo arricchito, dove ad
esempio la popolazione di colore e non, delle metropoli americane si struttura
in bande rivali per il controllo del territorio o dove ogni domenica si assiste
a scenari da guerriglia urbana negli stadi o nelle immediate vicinanze. 3.3 La ricchezza criminale L’apertura dei mercati ai flussi di
capitali e merci, ha permesso un’espansione dell’economia legale, ma al
contempo anche un’evoluzione nel modus operandi delle reti criminali e quindi
una crescita dei ciruiti sommersi, ma soprattutto, la possibilità di
inserimento nei circuiti finanziari per il riciclaggio del capitale. Se in
passato le reti criminali puntavano soprattutto al controllo fisico del
territorio, adesso la maggior parte dei proventi illeciti si mescola con
attività legali legate al riciclaggio di danaro e ad investimenti nei ciruiti
finanziari internazionali. L’avvento di internet, la caduta delle barriere di
fronte ai flussi di capitale, l’estrema mobilità del denaro, che può essere
spostato in tempo reale da una parte all’altra del globo, rendono sempre più
difficile scindere i proventi da attività illecite, da quelli dell’economia
legale, rendendo i due settori sempre più inestricabilmente interconnessi ed
interdipendenti. Secondo alcune stime, il prodotto mondiale lordo dei proventi
del crimine organizzato supera i 1.000 miliardi di $ USA annui, pari a circa il
20% dei proventi del commercio mondiale.[84]
Secondo alcuni studi, il comportamento delle reti criminali in rapporto
all’economia legale avrebbe subito un’evoluzione che lo ha portato da essere
prettamente predatorio in una prima fase (identificabile con la nascita del
fenomeno), per divenire poi parassitario e giungere infine allo stadio attuale
presentandosi come simbiotico con i canali dell’economia legale.[85]
Studiare questa simbiosi significa
necessariamente individuare i luoghi, o meglio i non-luoghi, dove essa ha
origine e si sviluppa maggiormente. Da questo punto di vista diventa
interessante analizzare quelle che potrebbero essere definite come le nuove
frontiere del crimine organizzato ed in particolare, l’esistenza dei paradisi
fiscali e il cyberlaundering
(riciclaggio di denaro telematico) che utilizza il digital cash (denaro
digitale). 3.4 I paradisi fiscali: una
visita guidata nei non-luoghi dell’Impero I cosiddetti paradisi fiscali sono
solitamente dei piccoli Stati che offrono una legislazione fiscale estremamente
favorevole, dovuta ad imposte irrisorie se non spesso del tutto inesistenti, al
segreto bancario, all’anonimato ed all’accettazione di qualsiasi somma di
capitale senza riserve di provenienza e appartenenza. Queste caratteristiche
hanno portato alcuni a parlare di essi come “di paesi che commercializzano la
propria sovranità offrendo un regime legislativo e fiscale favorevole ai
detentori di capitali, quale che sia l’origine di questi ultimi”.[86] I paradisi fiscali hanno
sostanzialmente due funzioni: la prima di carattere ancora legale, benché molto
spesso ai margini dell’illecito, è quella di favorire il cosiddetto “tax
planning”, ovvero la pianificazione fiscale delle imprese che spostano i
propri capitali in cerca di migliori condizioni remunerative e minore
imposizione fiscale; la seconda, di carattere completamente criminale, di
favorire i processi di evasione fiscale e riciclaggio del denaro sporco. Trascurando la prima funzione dei
paradisi (dato il suo carattere sostanzialmente legale, benché sempre ai
margini della legge), è possibile operare un’analisi delle maggiori categorie
di accumulazione illecita che beneficiano del regine di questi paesi: i
proventi della criminalità organizzata e delle reti terroristiche che
necessitano di essere riciclati e di incrementarsi mediante investimenti in
circuiti leciti; i redditi dei grandi evasori; infine il ricavato della
corruzione politica, dai dittatori ai partiti azienda. Le operazioni di riciclaggio del
denaro vengono solitamente suddivise in tre fasi successive: 1.
il
prelavaggio (o investimento); 2.
il
lavaggio vero e proprio (o accumulazione); 3.
il
riciclaggio (o reintegrazione). La prima operazione di solito
avviene mediante il frazionamento di grosse somme, che di per sé potrebbero
destare dei sospetti ed il reinvestimento delle stesse in più conti bancari
intestati a soggetti diversi (prestanome). L’operazione di frazionamento è
detta “smurfing”. Successivamente le somme depositate
sui vari conti verranno tutte trasferite verso un conto principale offshore, in
un paese che non collabori ad indagini antiriciclaggio. Infine i capitali convogliati
nell’unico conto offshore, verranno utilizzati per costituire società fittizie
negli ambiti più svariati. L’utilizzo ad esempio di una attività commerciale
inesistente nel paese prescelto, consentirà all’operatore criminale di
reinvestire in futuro ulteriori proventi da attività illecite, ad esempio
dichiarando e contabilizzando introiti inesistenti. Il numero dei paradisi fiscali catalogati dagli Stati e
dagli Organismi finanziari internazionali può variare da 40 a 80,[87] a seconda dei criteri di valutazione seguiti nella
classificazione. Il fenomeno offshore infatti si può
presentare in varie forme, può essere più o meno esteso, e può riguardare anche
Paesi membri dell’UE o dell'ONU. Una
recente ricerca a livello europeo (Euroshore) coordinata dal prof. V. Uckmar[88]
ha diviso i 48 paesi analizzati in tre gruppi di centri finanziari in base al
loro livello di prossimità agli Stati membri dell'Unione Europea: 1.
paesi che hanno particolari contatti di ordine
geografico, politico ed economico con l'Unione Europea (Andorra, Monaco,
Bermuda, Malta, San Marino ecc.); 2.
economie in transizione, cioè
giurisdizioni appartenenti all'ex blocco sovietico (Romania, Moldavia, Albania
ecc.); 3.
giurisdizioni offshore esterne all'Unione
Europea (Bahamas, Barbados, Macao, Malesia ecc.). Sette
paradisi, tra i quali il Principato di Monaco, Andorra e Liechtenstein hanno
apertamente dichiarato di non volersi adeguare alle disposizioni internazionali
in materia di trasparenza. Il giro d'affari dei paradisi ammonta a circa 1.800
miliardi di dollari annui. Il 40% riguarda capitali provenienti dai traffici
della criminalità organizzata, dal traffico d’armi e da attività terroristiche
in senso lato; il 45% dalla “pianificazione fiscale” proveniente per la maggior
parte da società. transnazionali, ma anche da persone fisiche, uomini d'affari,
dello spettacolo, ecc.; il 15% dalla corruzione o veri e propri saccheggi
politici.[89] In questi paesi hanno
sede circa 680.000 società offshore e 1.200.0000 trust; le banche con agenzie
nei paradisi sono circa 10.000. Si calcola che le cifre dell’evasione fiscale
nel mondo sino di circa 292 milioni di $ USA all'anno ed il dato è in crescita;
mentre il riciclaggio di denaro sporco: fattura circa 600 miliardi di $ USA
annui. Come
si fa ad aprire una societa' offshore? E’ facilissimo. A Road Town, la capitale
di Tortola, alle Isole Vergini Britanniche ci sono 15 mila abitanti e ben 350
mila societa' offshore. Le società offshore non hanno uffici, non hanno
dipendenti, non hanno altro che delle targhette fuori dalla porta, e spesso
neanche quelle. Ma perché 350 mila società, tutte a Tortola? Perché aprire una
società offshore a cui intestare i propri beni è facilissimo: bastano 48 ore,
la riservatezza è totale e garantita e nel paradiso fiscale la società non paga
tasse. Inoltre, dai tribunali dei paradisi fiscali non filtrano informazioni
sull'identità dei veri beneficiari dei conti correnti intestati alle società
offshore, come ben sanno i magistrati della procura di Milano, che durante le
indagini di Mani Pulite[90]
si sono trovati davanti centinaia e centinaia di società offshore. La
difficoltà per gli inquirenti è che molti paradisi fiscali non rispondono alle
richieste di assistenza. Ad esempio le Bahamas non danno nessuna risposta, e su
600 rogatorie, dopo 8 anni ne sono state soddisfatte soltanto la metà. Ci sono
paesi che garantiscono l’anonimato assoluto, come le Seychelles. Di seguito riporto parte
di un’inchiesta svolta da una giornalista di RAI 3 (Stefania Rimini) che si è
recata fino alle isole Vergini in cerca di risposte.[91] “Se
ho un miliardo e voglio farlo sparire. Ecco come si fa. In
realtà per far traslocare i propri beni in un rifugio fiscale non è necessario
andare fino in Liechtenstein o fino all’isola di Jersey: basta andare in banca
o dal professionista a 50 metri da casa. Però la crema è tutta a Milano intorno
a piazza del Duomo. Chiedo a uno dei più quotati “prestanome”: se ho un miliardo e voglio farlo rendere, che
strade ho? Ecco quello che succede: l’avvocato/fiduciario contatta un
corrispondente in un paradiso fiscale e viene aperta una società offshore,
intestata al fiduciario nel paradiso fiscale. Poi, attraverso una
"dichiarazione di trust" il fiduciario dichiara (in via riservata)
che la società non è sua ma è del cliente. E così tutti i beni che io voglio
intestare a quella società non risulteranno più miei agli occhi del fisco, pur
essendolo a tutti gli effetti. Questo schema di “triangolazione” è sempre lo
stesso, ma può essere ripetuto più e più volte, per inserire più barriere e
poter occultare meglio il denaro.
Prendiamo il caso di un ipotetico signor Verdi, che ha una società in Italia.
Come farà a crearsi dei fondi neri? Prima di tutto apre non una, ma tre società
offshore. Ci sono tre società che sono legate attraverso una “declaration of
trust” e posseggono ciascuna alcune azioni della società operativa, che è una
società offshore e che è a Jersey. Questa società, che con un nome di fantasia
potremmo chiamare “Paradise”, opera attraverso alcuni amministratori che hanno
funzioni formali, e alcuni procuratori, che hanno funzioni sostanziali. Gli
amministratori possono essere il fattorino o la segretaria della società
fiduciaria. I procuratori invece possono essere dei legali che sono in contatto
occulto con Verdi. In questo modo si crea una frattura tra gli amministratori
formali, che non sanno niente, e questi procuratori, che possono anche variare
da operazione a operazione. La
società Paradise è legata con un contratto fiduciario alla società Hell
Anstalt, (altro nome di fantasia) che si trova a Panama, in un altro paradiso
fiscale. La Hell deposita per conto della Paradise in una banca italiana una
cifra che garantisce il finanziamento alla società che Verdi ha in Italia. Lo
schema si chiama “back to back”: apparentemente si tratta di un finanziamento
che la banca ha concesso a Verdi, cioè sono in Italia non come soldi di Verdi,
ma come soldi della banca, che la banca ha prestato a Verdi. Ma come si fa a recidere
definitivamente i legami dei propri soldi con l’Italia? Una volta chi si
caricava i soldi in spalla per portarli in Svizzera veniva chiamato
"spallone". La Guardia di Finanza continua a sequestrare valigie
cariche di contanti, ma lo “spallone” moderno in realtà non ha bisogno di
viaggiare, ci sono tecniche più sofisticate. Ad esempio, il signor A ha
intenzione di trasferire dei capitali all’estero. Allora si rivolge ai canali,
che ci sono per queste operazioni, e dice: “Guardi, io ho una cifra X da
trasferire in questa banca. L’esperto della situazione gli dice: “Invece di
trasferire i soldi all’estero, c’è il signor B che ha bisogno di fare
un'operazione inversa. Cioè, A vuole portare dei soldi all'estero, B vuole
portare dei soldi in Italia. Allora A passa la cifra a B, e viene aperto un
conto corrente a una società intestata ad A all'estero, e B dà ad A il
corrispondente. In questo modo il denaro non passa materialmente la frontiera,
ma una somma uguale viene movimentata con segni opposti all'estero e in Italia.
Senza bisogno di ricorrere a tecniche come questa, quasi tutti sanno che vale
la pena di portare i propri soldi in Svizzera. Qual è la convenienza? Una sono
le tasse, per le aziende e per le persone fisiche, che trovano organizzazioni
in grado di gestire i fondi. E poi c’è la discrezione, il segreto bancario, che
però tiene finché uno è una persona onesta. Il segreto bancario in Svizzera non
è più quello di una volta, ma tanti, tantissimi italiani corrono a Lugano
perché c’è una novità: si chiama “trust”. Il trust permette di risparmiare
sulle imposte di successione e allo stesso tempo copre l'identità dei
beneficiari . Uno intesta dei beni al trust, indica chi sono i beneficiari del
trust, e in questo modo se ne spoglia completamente. Il trucco è: mettere come
beneficiari del trust sé stessi. In questo modo uno può continuare a godersi i
suoi beni anche se ufficialmente se ne e' spogliato. Ovviamente non si tratta
di un sistema legale”. E
ancora. “Prendo un volo e arrivo a Tortola, Isole Vergini Britanniche. Qui ci
sono isole completamente disabitate dove si spende un patrimonio. In quella di
proprietà di Richard Branson, il magnate della Virgin Records, si pagano 14.000
$ a notte, accettano solo 20 persone su tutta l'isola e si pagano 25 milioni a
notte. Per un cocktail si va sulle
40 mila lire. L’isola è privata e ti raccomandano di non disturbare la privacy
degli ospiti. A Road Rown, la capitale di Tortola, pare che ci sia la sede di
350.000 società offshore. Ma dove sono? Tutto quello
che si vede sono delle targhette di fiduciari, ognuno dei quali fa da
prestanome a centinaia di società. Queste società in se stesse non sono altro
che un recapito postale, e per quel che ne so, una certa signora che ritira la
posta potrebbe essere l'amministratore di una o più società che movimentano miliardi. Quella che io sto cercando è
la società che ho visto su internet in Italia, la Elan... ed eccola là.
Telefono e richiedo un'intervista. Dopo averci pensato un paio di giorni, mi
dicono che sono disponibili a parlare. Ma quando mi presento con la telecamera,
fanno marcia indietro: niente interviste per la televisione, prego, è contrario
alle nostre politiche. Allora provo con l’altro contatto che avevo avuto
dall'Italia. Anche questi
fiduciari però non ne vogliono sapere di parlare: ogni volta che richiamo, la
responsabile guarda caso è troppo occupata. Provo
a sentire se almeno parla il Governo: chiamo la Commissione per i Servizi
Finanziari. Una funzionaria gentilmente mi fa capire che ci si può incontrare
per una chiacchierata però niente interviste televisive, e mi chiede: “Ma lei
si rende conto del nostro genere di industria?”. Certo che capisco qual è il loro
genere di industria: far sparire le tracce del denaro, e comunque dei loro
affari ne parlano solo con i giornalisti “amici”. Visto che di nomi non ne
vengono fuori e che stare qui costa un occhio della testa, torno a casa.
Guardate un pò cosa pubblicizzano sulla rivista di bordo? proprio quelle
società con le quali nessuno vuole ammettere di averci a che fare. Ma perché?” 3.5 Cyberlaundering: come fare il bucato
tra le maglie della rete La problematica delle transazioni
on-line, è di primaria importanza nell’attuazione del commercio elettronico.
Oltre a modificare il nostro concetto di denaro potrebbe cambiare anche la
nostra concezione di che cosa è una banca. Mentre prende piede la convinzione
che il pagamento elettronico permetta un migliore controllo sulle nostre
finanze, fino al punto dell’automazione nella generazione di conti, in modo
tale da poter usufruire di servizi che offrono migliori tassi d’interesse,
scelti autonomamente dal proprio computer, la problematica saliente per le
pubbliche autorità è l’utilizzazione di internet come sede del miglior paradiso
fiscale per evadere le tasse. Il 60% delle transazioni mondiali transitano
dalla rete, un giro di migliaia di miliardi ed è difficilissimo in queste
condizioni individuare i percettori di reddito. La soluzione dell’anonimato
nelle operazioni, per preservare la privacy, ossia l’impossibilita di rintracciare
l’origine, costituisce un’arma a doppio taglio, con la proliferazione di
attività criminali in rete. Il contante cartaceo che ben conosciamo, non
garantisce assolutamente l’anonimato, grosse transazioni in contanti sono
denunciate ai governi per impedire attività illegali, mentre i pagamenti
minori, sempre in contanti, presuppongono un’interazione diretta tra cliente e
commesso. In questo scenario si inserisce il cyberlaundering,
ovvero il riciclaggio telematico di denaro, una realtà rivoluzionaria ed
innovativa, che permette alla criminalità di gestire ingenti fondi in
condizioni di anonimato quasi totale ed in maniera molto più semplice che in
passato. Il riciclaggio di denaro era
essenzialmente un’operazione fisica che implicava lo spostamento materiale di
somme di valute verso paradisi fiscali, o comunque operazioni di smurfing, che
per quanto difficili da rintracciare, lasciavano dietro di sé delle tracce che
potevano essere identificate. Con l’introduzione del digital cash (electronic
money o, ancora ecash, e via dicendo), l’industria del riciclaggio
acquisisce nuove tecnologie ed un crescente anonimato. Ma che cosa è il denaro digitale? E
come funziona? Il denaro digitale è una invenzione
che risale ai primi anni ’90, ad opera di varie compagnie che si occupano di online
trading, commercio in internet. Esistono vari e diversi tipi di denaro
digitale, con diversi impieghi, ma uno solo ha soddisfatto tutte le
caratteristiche proprie della moneta reale e secondo il suo inventore, ne ha
limitato alcune imperfezioni: il DigiCash, prodotto della mente di un
criptografo ed esperto d’informatica americano di nome David Chaum[92].
Il denaro digitale rappresenta in effetti una nuova concezione nei sistemi di
pagamento con tutta una serie di caratteristiche che lo rendono simile ed allo
stesso tempo lo differenziano dalla moneta legale. Intanto il denaro digitale è
fondamentalmente una creazione privata, non viene erogato da una banca centrale
e perciò la sua circolazione non è soggetta ad alcun controllo di tipo politico
da parte delle istituzioni statuali a ciò preposte. Le caratteristiche salienti
del digital cash sono le seguenti: il denaro digitale è sicuro, anonimo
e facilmente trasportabile anche “offline” mediante l’utilizzo di “smart cards”
simili a carte di credito. La sicurezza e l’anonimato sono
garantiti da sistemi crittografici estremamente avanzati ed allo stesso tempo
“user friendly” (ovvero di facile utilizzo da parte dell’utente) che
beneficiano di sistemi di “digital signature” (firma digitale), estremamente
complessi, se non impossibili da decrittare. Mediante l’utilizzo di questi
codici, le banche alle quali i conti fanno capo, sono coperte dalla possibilità
di contraffazione del denaro digitale, chi paga è tutelato prima di tutto nella
propria privacy, perché la banca non possiede il codice personale specifico in
grado di rivelare l’identità dell’utente e quest’ultimo può sempre dimostrare
di possedere il codice sorgente e quindi la validità del proprio acquisto ed
infine chi riceve il pagamento è sempre tutelato, perché la banca non può
rifiutarsi di pagare. Non mi addentro sugli aspetti specifici del funzionamento
dei sistemi criptografici e rimando alle varie ed esaustive pubblicazioni sulla
questione ad opera dello stesso David Chaum[93],
o alle numerose “reviews”[94]
disponibili online. Il cosiddetto ecash
insomma dona la possibilità di effettuare acquisti o aprire conti correnti
online (l’internet banking è oramai una realtà da diversi anni) senza
necessariamente esporre l’utente a controlli di alcun genere, rendendo
impossibile rinvenire la sua identità. Questo di per sé dà già un’idea
dell’immenso potenziale criminale di questa invenzione. Un’altra caratteristica fondamentale
della moneta elettronica, è la possibilità di “scaricare” quantità di essa su
delle “smart card”, simili alle carte di credito, ma con caratteristiche
peculiari, tra cui l’anonimato più completo. Il possesso di una carta di
credito implica l’esistenza di un conto bancario ed una intestazione ben
precisa al suo proprietario, una smart card è del tutto anonima, non porta
intestazioni o firme, ma solo un codice numerico criptato che permette di
sbloccare il denaro “registrato” all’interno di essa per gli utilizzi più
svariati. Un esempio di smart card, già utilizzata in altri settori, è
rappresentato dalle carte telefoniche prepagate, dalle tessere viacard per le
autostrade o dalle ricariche dei telefoni cellulari. L’utilizzo di queste carte
permette di trasportare ingenti quantità di denaro nel proprio portafoglio, in maniera
assolutamente anonima e senza dettare alcun sospetto; la figura del corriere
che si occupava del trasporto fisico del denaro nelle famose ventiquattrore
piene di soldi, è ormai un ricordo del passato. Ancora
due parole sull’inventore del DigiCash, David Chaum. La prima banca ad
adottare il prodotto è stata nel 1995 la Mark
Twain Bank (la prima a crederci), seguita poi anche da diverse banche (e
anche enti) provenienti dall'Australia, dal Giappone, dalla Scandinavia, dalla
Germania (Deutsche Bank), dalla
Svizzera (Credit Suisse),
dall’Austria (Bank Austria). Un
decollo esplosivo insomma, ma di breve durata, la DigiCash è infatti
fallita nel 1998, ma stranamente il circuito da essa costituito ha continuato a
funzionare, fino a che i brevetti sono stati rilevati da un’altra impresa, la E-cash[95],
che commercializza lo stesso prodotto. David Chaum è praticamente sparito dalla
scena, è difficilissimo trovare in internet sue notizie recenti o dichiarazioni
a proposito del fallimento della DigiCash. Negli ultimi anni ha lavorato
alla progettazione di softwares per consentire di svolgere le operazioni di
voto online,[96] ed infine
lo ritroviamo come relatore alla conferenza di Santa Barbara “Crypto 2002” che
si è svolta dal 18 al 22 agosto 2002, dove Chaum è stato relatore con un
intervento dal titolo “Privacy
Technology: A survey of security without identification”.[97] A parte questo, Chaum non lavora per la E-cash
e intervistato a proposito del suo fallimento ha detto di non poter fare
dichiarazioni, nonostante sia convinto che il suo prodotto rappresenti il
futuro e sia destinato a tornare presto in auge. Evidentemente non si sbaglia
come dimostrato dall’estensione del circuito e dell’utilizzo di denaro digitale
da parte di un numero crescente di istituti bancari. Tornando alle operazioni di riciclaggio
telematico vere e proprie, è molto semplice spiegare il funzionamento di esse
tramite un esempio fittizio. Ammettiamo che il soggetto “A”, sia aderente ad
una organizzazione criminale che si occupa del traffico di stupefacenti e debba
riciclare i proventi di questo traffico per la sua organizzazione. “A”
custodisce a casa ingenti somme di denaro liquido, che necessitano di essere
reinvestite in attività legali per poter produrre ulteriori profitti e non
destare sospetti nelle autorità. A questo punto “A” decide di rivolgersi ad uno
studio legale o ad esempio ad un commercialista; costoro secondo il principio
“pecunia non olet”, non si preoccuperanno troppo di informarsi sull’origine
delle somme (nel migliore dei casi, ovvero qualora non siano collusi o non
lavorino essi stessi per l’organizzazione criminale) e si preoccuperanno delle
comuni operazioni di smurfing frazionandole e depositandole in un numero
X di piccoli conti intestati a diversi prestanome. Successivamente i soldi
verranno trasferiti in momenti diversi con piccoli movimenti, per esempio una o
due volte alla settimana, su di un unico o più conti di banche operanti in
internet che accettano denaro digitale. Una volta che la valuta è stata
convertita in digital cash, essa diviene completamente anonima ed il
nostro trafficante A, ha riciclato per la propria organizzazione criminale i
proventi del traffico di stupefacenti, reinserendoli in circuiti legali.[98] Colpire i paesi sede di paradisi fiscali (ammesso che esista
una reale volontà politica di farlo) non è più sufficiente per stroncare gli
immensi proventi del riciclaggio di denaro, che ormai si sposta in internet a
velocità sempre più crescente ed incontrollabile.[99] Conclusione Guerra senza limiti o esodo costituente? Dopo la fine della
guerra fredda ed il crollo dell’Unione Sovietica e del blocco comunista, è in
fieri un processo di ricostituzione delle dinamiche di potere e dell’ordine
internazionale. L’analisi di Hardt e Negri individua in questo processo tre
diverse forze costitutive: una di carattere monarchico rappresentata dal potere
degli stati nazione e soprattutto dell’ultima superpotenza rimasta, gli Stati
Uniti; una di tipo oligarchico costituita dal grande potere economico delle
compagnie transnazionali; infine una di tipo democratico rappresentata dalle
lotte intraprese da moltitudini ribelli ovunque sul pianeta.[100]
Ho già discusso i limiti di questa triade costitutiva pur continuando ad
utilizzare il termine “Impero” proposto dagli autori, per definire il processo
in atto. Ho peró introdotto un ulteriore attore all’interno dei processi di
costruzione del nuovo ordine globale, le reti criminali internazionali ed ho
svincolato la capacità di fare guerra dalle prerogative appartenenti unicamente
agli stati nazione. L’analisi tanto lucida quanto spaventosa dei due colonnelli
superiori dell’esercito cinese, giunge alla teorizzazione della guerra senza
limiti, un nuovo modo di concepire il fenomeno bellico allargando i suoi
confini al di fuori dell’ambito prettamente militare ed estendendo il campo di
battaglia praticamente ovunque.[101]
Contemporaneamente gli Stati Uniti d’America decidono di intraprendere
un’operazione di guerra globale permanente battezzata Enduring Freedom (libertà duratura) che prevede tra le altre cose
il ricorso alla “guerra preventiva” come mezzo di mantenimento della sicurezza
nazionale.[102] Insomma, l’“Impero” è
ovunque, la guerra globale permanente è già iniziata e la guerra senza limiti
appare sempre più vicina e probabile. E’ possibile immaginare la costruzione di
un qualcosa di altro all’interno di questo processo biopolitico che compenetra
tutti gli aspetti dell’esistenza? Come si può uscire da un qualcosa che è
ovunque ed in nessun luogo? Gianfranco Bettin nel
suo saggio Empire/Inside, sostiene
che “chiamarsi fuori, nel tempo in cui è in effetti impossible chiamarsi fuori
perché siamo tutti dentro, significa pensare un esodo che è per molti versi, un
esodo interiore” ed ancora “l’impero è qui e in un certo senso lo siamo tutti.
Una volta solo il sovrano poteva dire “l’Etat c’est moi”, adesso quasi tutti
potremmo dire “I am the Empire”, perché in ognuno di noi e dentro le nostre
relazioni si riproducono le stesse modalità del dominio. Dunque l’esodo da noi
stessi è un atto di rottura”.[103]
Ogni rottura è un atto
forte, traumatico che incide tanto sul singolo quanto sull’ambiente e le
relazioni circostanti. Discutendo con un protagonista toscano dei movimenti
degli anni ’70 in Italia, Giovanni Gorgone Pelaya,[104]
ho avuto modo di comprendere alcune dinamiche proprie di quegli anni di
conflitto ed agitazioni sociali. Anche in quel periodo si avvertiva con forza
la necessità di rompere con un determinato ordine costituito e mano a mano che
le istanze sociali divenivano lotte e che le lotte si radicalizzavano molti
giovani di allora si trovarono di fronte ad una condizione di impotenza nei
confronti di ciò che si trovarono ad affrontare. Il senso di impotenza e di
scoraggiamento si tradusse presto nella pratica in due tipologie di forme di
lotta. Secondo le parole di Gorgone, ci fu chi scelse la lotta armata e chi
seguendo un procedimento introverso si rivolse alla morfina prima ed all’eroina
dopo, che cominciavano ad affluire in grandi quantità proprio in quegli anni.
Questo fu un primo tentativo di uscita, di esodo, dalle conseguenze tremende
per un’intera generazione. Di recente Giuseppe Caccia torna allo studio del
Libro dell’Esodo della tradizione ebraica per delineare il concetto di esodo
costituente.[105] Caccia
sostiene che il popolo ebraico si costituisce come popolo nel proprio atto di
fuga dall’Egitto e dal Faraone: “quell’insieme atomizzato di individui isolati,
oppressi e ridotti in schiavitù, che era la “massa” informe degli schiavi del
Faraone, nell’attraversamento del deserto si fa moltitudine, nella misura in
cui si costituisce come collettivo di singolarità che si sono reciprocamente
riconosciute nel conflitto, decidendosi per la resistenza al dominio del
Faraone e progettando insieme, come una sola moltitudine, l’uscita e il cammino
verso la terra nuova”.[106]
Tornando a Bettin:
“Compiere questo passo, fare esodo cosituente significa uscire da sé. Una bella
immagine per descrivere questo cammino è quella utilizzata da Marcos una notte
nella selva in cui discutevamo insieme sul futuro della sinistra.[107]
Marcos disegnava sul tavolo davanti a sé un caracol,
una chiocciola. Dobbiamo muoverci come una chiocciola, diceva, con quel
movimento che esce da sé e che ci spinge al confronto, a cercare coloro che
come noi possono e vogliono decidere di farlo, attraverso un esodo dal dominio, anche restando in-sito perché non si può (o non si
vuole) andare altrove”.[108] Esodo costituente significa quindi, da
un lato la presa di coscienza del singolo soggetto e dall’altro il tentativo di
costruzione di nuovi percorsi sul territorio insieme ad altri. Questa azione
non passa più attraverso un deserto in senso fisico come avvenne per il popolo
ebraico in fuga dall’Egitto, quanto piuttosto attraverso quella Wasteland che T. S. Eliot ha saputo
descrivere tanto bene.[109]
Una volta attraversata l’aridità intellettuale causata da un’appiattimento
delle coscienze e definita da Vandana Shiva come la logica del “pensiero unico”[110],
iniziano a nascere nuovi percorsi e pratiche costituenti di una nuova realtà
interna al processo di costruzione del nuovo ordine globale. Queste esperienze
passano attraverso le sperimentazioni più disparate, dalla nascita di radio
libere, come ad esempio la veneta Radio
Sherwood[111] che opera
ormai dagli anni ’70, ai siti internet di controinformazione come ad esempio Indymedia[112],
alle pubblicazioni come Carta[113]
o il più recente Global[114]
che ha visto l’uscita del suo primo numero durante i giorni del Forum Sociale
Europeo di Firenze, ai primi collettivi di scrittori come Luther Blisset (poi Wu Ming)[115],
ai gruppi musicali come i 99posse[116], al primo tentativo di mandare in onda
delle trasmissioni televisive via satellite sempre nei giorni del Forum
fiorentino ed ancora nella nascita delle prime televisioni di quartiere con
trasmissioni a corto raggio.[117]
La ricerca di percorsi di esodo costituente non è passata e non passa solo
attraverso la comunicazione e l’informazione, ma anche attraverso il recupero e
l’occupazione di luoghi e di spazi. Da questo punto di vista sono emblematiche
due diverse esperienze, urbana l’una, rurale l’altra. Il bisogno di spazi
nelle città ha portato alla nascita dell’esperienza dei Centri Sociali Occupati
e/o Autogestiti intorno alla fine degli anni ‘80. E’ particolarmente
interessante l’esperienza dei Centri Sociali del nord est, proprio per la
capacità che questi hanno avuto di cogliere il divenire dei tempi ed i
cambiamenti in corso. Da un colloquio con Andrea Olivieri, portavoce del
movimento delle/dei Disobbedienti della
Venezia-Giulia, ho potuto comprendere le tappe salienti della nascita e dello
sviluppo di queste entità.[118]
Intorno alla fine degli
anni ’80 si crea un collettivo di coordinamento in forma di rete che instaura
dei rapporti orizzontali tra le varie componenti dell’area antagonista del nord
est italiano. La costituzione di questo nuovo tipo di rapporto rappresenta una
prima rottura con il passato con l’abbandono di una struttura verticistica a
favore di rapporti e modelli decisionali orizzontali. Costruire dei luoghi di
aggregazione che diventino laboratori di produzione politica e non solo,
diviene uno dei temi fondanti della nascita dei centri sociali, insieme a
quello centrale della lotta all’eroina. Si inizia a parlare di “comunità di
destino”: persone dalle provenienze ed esperienze più diverse che si ritrovano
in un dato territorio con l’obiettivo comune di fare società, costruire
qualcosa. Nel 1987 nasce il Centro
Sociale Pedro di Padova ed in seguito nel 1995 il Centro Sociale Rivolta a
Marghera oltre a numerose altre esperienze un po’ in tutto il nord est.[119]
Sono gli anni in cui si comincia ad osservare la nascita di nuovi lavori
proprio all’interno di questi centri sociali che divengono luoghi di produzione
politica, ma anche culturale e materiale che esprimono nella loro progettualità
una ricerca di miglioramento della qualità della vita in territori che spesso
hanno poco da offrire alle generazioni più giovani.[120]
Il rapporto dei centri sociali con le istituzioni è nella maggior parte dei
casi almeno all’inizio di rottura. Il centro sociale nasce come luogo occupato,
nasce da una violazione delle leggi e si pone quindi in contrapposizione netta
con l’ordine costituito. Successivamente si apre il dibattito su quale debba
essere e se ci debba essere un rapporto con le istituzioni. Le linee
fondamentali di discussione sono sostanzialmente tre: la posizione di chi
continua a ritenere che si debba costruire un contropotere nei confronti delle
istituzioni mantenendo con esse una dialettica di opposizione; una posizione
sostanzialmente anarchica che auspica una rottura totale con le istituzioni ed
infine la posizione, che poi risultò maggioritaria, di chi iniziò ad insistere
perché si andassero a ricercare dei “nessi amministrativi” per dialogare anche
in modo costruttivo con le istituzioni dello stato. Iniziarono ad aprirsi
numerose vertenze per poter aprire, difendere o regolarizzare centri sociali;
si costituirono dei meccanismi di autogestione reale che potessero anche
garantire una figura per dialogare sul piano legale con le istituzioni e che
presero la forma di comitati di gestione o di figure garanti. Emblematico il
caso del Rivolta di Marghera. Dopo aver subito un’ingiunzione di sgombero dalla
magistratura nel marzo del 2001, è poi riuscito mediante un dialogo costruttivo
con le istituzioni e la sua difesa da parte di larghi strati della cittadinanza
di Marghera, a far valere l’importanza sociale della struttura al punto che il
comune si è assunto l’onere di finanziare i lavori di bonifica dall’amianto di
parte delle vecchie strutture e la successiva attuazione di un progetto di
accoglienza per i senza tetto che prese inizialmente il nome di Progetto
Siberia per divenire poi il progetto Emergenza Inverno. Il Rivolta mostra
chiaramente la nascita della nuova figura della impresa politica che produce, anche con la nascita di cooperative,
attività e servizi sociali, cultura e “autoreddito” per molti giovani che
trovano all’interno di queste strutture anche un’occasione di lavoro.[121] Per quanto riguarda la
dimensione rurale, la Toscana ha rappresentato un luogo di sperimentazione fin
dalla fine degli anni ’70 con la fondazione delle prime comuni agricole. Giovanni Gorgone Pelaya, fondatore della Comune di
Pratiglione a Vaglia nei pressi di Firenze, ha spiegato come la nascita di
questa comune nel 1974 fosse dettata
principalmente dal rifiuto di piegarsi alle logiche della lotta armata da un
lato e dalla ricerca di un’alternativa all’eroina dall’altro. Nella comune
si praticavano l’artigianato e la coltivazione biologica e le regole interne
prevedevano un divieto totale nei confronti del consumo di droghe pesanti. Ben
presto la comune divenne anche un
luogo di rifugio e di recupero per tossicodipendenti o soggetti con problemi
psichici in genere. L’esperienza della Comune di Pratiglione durò fino al 1976,
ma a tutt’oggi esistono persone che ancora abitano in quei luoghi e continuano
a praticare l’agricoltura biologica e l’artigianato in forma di cooperative
sociali.[122] Un’altra
esperienza simile è quella della comunità degli Elfi, che ancora vive sulle
colline vicino a Pistoia praticando agricoltura biologica o meglio la permacoltura[123], e l’artigianato.[124] Esistono insomma diversi
modelli economici applicabili ed applicati, magari su scala ristretta, ma che
costituiscono una reazione particolare, ma forte, in controtendenza con il
progressivo avanzare del modello della globalizzazione economica neoliberista.
Spesso sono modelli che vengono da lontano, che hanno secoli o millenni di
storia, come ci insegna in parte lo studio risalente agli anni ’70 di E. F.
Schumacher nel suo “Piccolo è bello. Uno studio di economia come se la gente
contasse qualcosa”.[125]
Schumacher prende le
mosse dall’osservazione dei limiti delle teorie economiche occidentali, già
evidenti negli anni ’70, e torna allo studio dell’antica economia buddhista.
L’economista tedesco evidenzia le differenze fondamentali tra l’economia
liberista e quella buddhista iniziando con l’osservare che la prima basa i suoi
parametri di valutazione del successo sulla base della quantità di beni
prodotti (“Il suo criterio principale per valutare il successo è semplicemente
la quantità totale di beni prodotti durante un dato periodo di tempo”)[126],
mentre per la seconda “ciò sarebbe capovolgere la verità, considerando i beni
più importanti delle persone e il consumo più importante dell’attività
creativa. Ciò significa spostare l’importanza dal lavoratore al prodotto del
lavoro, cioè dall’umano al sub-umano, che equivale all’arrendersi alle forze
del male. Alla base di una pianificazione economica buddhista dovrebbe porsi un
piano per la piena occupazione il cui scopo principale sarebbe di far lavorare
tutti coloro che avessero bisogno di un lavoro esterno; non si tratterebbe
cioè, né di massimizzare l’occupazione, né di massimizzare la produzione”.[127]
Tutto questo ovviamente in un ottica di pensiero buddhista poiché laddove “il
materialista si interessa principalmente ai beni, il buddhista si interessa
principalmente alla liberazione. Ma il buddhismo è la Via di Mezzo e perciò
niente affatto contrario al benessere fisico. Non è la ricchezza che ostacola
la via della liberazione ma l’attaccamento alla ricchezza; non il godimento
delle cose piacevoli ma la brama di esse. La nota dominante della scienza
economica buddhista, perciò è semplicità e non-violenza”.[128]
Schumacher sintetizza
sostenendo che mentre l’economia neoliberista moderna “cerca di massimizzare le
soddisfazioni umane attraverso forme ottimali di consumo, l’economia buddhista
cerca di massimizzare il consumo tramite forme ottimali di impegno produttivo”.[129]
L’economia buddhista si basa quindi su di una concezione completamente diversa
sia del lavoro, che dell’essere umano, che delle risorse da utilizzare. In
particolare per quanto riguarda le risorse, si ritiene che quelle non
rinnovabili (ad esempio i combustibili fossili) debbano essere utilizzate con
estrema parsimonia e solo qualora non ve ne siano altre disponibili “poiché le
risorse mondiali di combustibili non rinnovabili (carbone, petrolio e gas
naturale) sono distribuite in modo eccessivamente ineguale sul globo e, senza
dubbio, quantitativamente limitate, è chiaro che il loro sfruttamento a un
tasso sempre crescente è un atto di violenza contro la natura e quasi
inevitabilmente condurrà a nuove violenze”.[130]
Le teorie di Schumacher non sono rimaste inascoltate tanto che oggigiorno
esistono numerose comunità che lavorano secondo i principi derivanti dallo
studio dell’economista tedesco e nel 1992 è stata addirittura fondata in
Inghilterra una Schumacher University per studi di perfezionamento, seminari e
master post lauream.[131] Il nesso tra la guerra,
le reti criminali e terroristiche internazionali, il potere politico e quello
economico, passi il più delle volte attraverso un uso spregiudicato e criminale
dei circuiti finanziari. Le guerre non si fanno senza armi e le armi non si comprano
senza ingenti finanziamenti e riserve di capitale spesso provenienti da
proventi illeciti. In questa prospettiva nasce una nuova concezione dei
rapporti finanziari e del credito che in Italia si concretizza con la
costituzione della prima Banca Popolare
Etica a Padova.[132]
Di seguito riporto dei passi da un opuscolo pubblicato dalla banca: “Banca Etica nasce per tradurre in pratica l’idea di una banca intesa come punto d’incontro tra
risparmiatori, che condividono l’esigenza di una più consapevole e responsabile
gestione del proprio denaro, e le iniziative socio-economiche che si ispirano
ai principi di un modello di sviluppo umano e sociale sostenibile, ove la
produzione della ricchezza e la sua distribuzione siano fondati su valori della
solidarietà, della responsabilità civile e della realizzazione del bene comune. La Banca Etica è una banca popolare. Questa forma giuridica, oltre a
conservare le caratteristiche principali della cooperativa, e cioè la
mutualità, la democrazia e la partecipazione, permette all’Istituto di operare
a livello nazionale, cosa che, invece non è consentita alle banche di credito
cooperativo. Con il principio “una
testa, un voto” viene sancita la supremazia del socio, in quanto persona sul
capitale finanziario. Solo i soci potranno possedere, vendere, acquistare
azioni della banca. Ai soci, nella misura stabilita annualmente dall’Assemblea,
spetta l’eventuale utile, una volta destinata a Riserve la quota stabilita
dallo Statuto. Banca Etica ha ricevuto l’autorizzazione ad operare da
parte di Banca d’Italia nel dicembre 1998; è operativa dall’8 marzo 1999. I principi fondamentali
su cui si basa Banca Etica sono gli
stessi che hanno ispirato il movimento delle Mag (mutue di Auto-gestione) in
Italia e delle banche alternative nel resto del mondo: · la partecipazione dei soci; · la possibilità di orientare il
proprio risparmio verso progetti con finalità sociali; · il sostegno ad iniziative
socio-economiche senza scopo di lucro; · la trasparenza”.[133] Questa banca propone un
modello di gestione del risparmio e dei flussi finanziari in maniera tale che
questi vengano investiti in progetti e programmi a sostegno di iniziative
socio-economiche senza scopo di lucro quali: · servizi socio-sanitari educativi; · lotta all’esclusione sociale e
inserimento lavorativo di soggetti deboli; · tutela ambientale e salvaguardia
dei beni culturali; · cooperazione allo sviluppo; · volontariato internazionale; · commercio equo e solidale; · qualità della vita; · promozione dello sport per tutti; · iniziative culturali.[134] Tra le attività della
banca sono tassativamente esclusi i finanziamenti al commercio ed al traffico
di armi ed uno dei pilastri su cui Banca
Etica è fondata è il principio di trasparenza, quel principio fondamentale
che assume un ruolo disgregante all’interno delle dinamiche di costruzione del
nuovo ordine globale. Questi non sono che
pochi esempi della ricerca di costruire percorsi alternativi e se ne potrebbero
citare molti altri.[135]
Le vie di fuga, le alternative alla guerra senza limiti esistono già, l’esodo
costituente è già cominciato e le direzioni da seguire sono tante quante
l’intelletto e la fantasia umana è in grado di concepire. Su
di un volantino distribuito a Firenze durante i lavori del Forum Sociale
Europeo dal 6 al 10 novembre 2002 che invitava al raduno delle Tribù Arcobaleno
in un bosco sulle colline nei pressi del capoluogo toscano, si leggeva: “Il
popolo arcobaleno ha deciso di incontrarsi in contemporanea al Forum Sociale
Europeo per far vedere che un mondo
migliore è possibile, anzi già esiste”.[136]
Vorrei concludere con un messaggio apparso su di uno striscione portato dalle
Tute Bianche italiane durante la carovana che ha scortato la Comandancia dell’Esercito Zapatista di
Liberazione Nazionale (EZLN) dal Chiapas fino a Città del Messico nell’aprile
del 2001: “Il Futuro è qui e comincia adesso”.[137] [1] G. G. Marquez, Cent’anni di solitudine, Milano,
Mondadori, 2002, pag. 56. [2] M. Hardt, A.
Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002,
pag. 14. [3] V. Shiva, Monocolture della mente, Torino, Bollati
Boringhieri, 1995, pag. 27. [4] “Impero” può
essere definito come un processo in fieri di costruzione di un nuovo ordine
globale all’interno del quale non esiste ancora un sistema di potere egemonico
ben definito e che va progressivamente strutturandosi sulla base di pressioni e
spinte diverse di carattere economico, politico e criminale. Si veda a riguardo
M. Hardt, A. Negri, Impero, Milano,
Rizzoli, 2002, pag. 21-78. [5] Ibidem, pag. 14. [6] A. Smith, Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza
delle nazioni, Milano, Il Mulino, 1980, pag. 35. [7] Si veda ad
esempio D. Salvatore, Economia
Internazionale, Etaslibri, 2000, pag. 17-18. [8] R. G. Lipsey, Introduzione all’economia, Milano,
Etaslibri, 1994, pag. 427. [9] Si veda ad
esempio L. De Marchi, Manifesto dei
liberisti. Le idee forza del nuovo umanesimo liberale, Borla 1994; a cura
di B. Jossa, Neoliberismo: teoria
politica ed economica, Milano, Angeli, 1994; A. Schotter, Economia del libero mercato, Editori
Riuniti, 1997; A. Cantaro, Modernizzazione
neoliberista, Milano, Angeli, 1990. [10] M. Stoppino,
“Che cos’è la politica?”, in Quaderni di
scienza politica, 1994, N.1, pag. 1. [11] J. M. Keynes, Trattato della moneta, Vol. 1, La teoria
pura della moneta, Feltrinelli, 1997, pag. 87. [12] M. Arcelli, Dispense di economia monetaria, CEDAM,
1985, pag. 122. [13] T. Parsons, Sistema politico e struttura sociale,
Milano, Giuffré, 1975, pag. 145. [14] Per una
definizione del termine poliarchia intesa come “le soluzioni istituzionali
considerate come approssimazioni imperfette dell’ideale (la democrazia)” qua
usata in sostituzione del più comune “democrazia” vedi R. Dahl, Poliarchia, Milano, Franco Angeli, 1981,
pag. 33, nota 3. [15] M. Albertini,
“La politica”, in Mario Albertini, La
politica e altri saggi, Milano, Giuffré, 1963, pag. 37. [16] C. Buscarini, Nuova dimensione della funzione
imprenditoriale, CEDAM, 1994, pag. 82. [17] C. Parolini, Diventare imprenditori. Dal business plan
all’avvio di una nuova impresa, Il Sole 24 Ore, 1998, pag. 64. [18] F. Ferrara, F.
Corsi, Imprendiori e le società,
Milano, Giuffré 1995, pag. 24. [19] A. Battistelli,
C. Odoardi, Imprenditorialità: una
ricerca psicosociale, Milano, Angeli, 1996, pag. 45. [20] Ibidem, pag. 47. [21] A. A. V. V., Evoluzione della grande impresa e management,
Torino, Einaudi, 1997, pag. 98. [22] A. Tunisini, Processi di marketing nei mercati
industriali, Carocci, 1998, pag. 74. [23] Ibidem, pag. 76. [24] A. Wladimir, Le multinazionali globali, Trieste,
Asterios, 2002, pag. 64. [25] M. Stoppino,
“Che cos’è la politica?”, in Quaderni di
scienza politica, 1994, N.1, pag. 11-17. [26] In B. Conforti, Diritto Internazionale, Milano,
Editoriale Scientifica, 2001, pag. 26-27. [27] Sulle
peculiarità della rivolta dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione
Nazionale) in Chiapas, si veda A cura di Marta Duràn de Huerta, Io, Marcos, Milano, Feltrinelli, 1997,
pag. 35 e seguenti; sull’importanza del messaggio e dell’azione degli zapatisti
si veda ad esempio N. Chomsky, Sulla
nostra pelle, Milano, Tropea, 1999, pag. 145-155. [28]M. Hardt, A.
Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002,
pag. 294-296. [29] K. Von
Clausewitz, Della Guerra, a cura di
E. Aroldi, Milano, 1970, pag. 27. [30] Sun Tzu, L’Arte della Guerra, Roma, Mediterranee,
2002, pag. 19. [31] Kautilya, Arthashastra,
London, Penguin Books, 1978, pag. 98. [32] Niccolò Machiavelli,
Il Principe, Roma, DATANEWS Editrice,
2001, pag. 29-33; pag. 53-56. [33] Si veda a
riguardo M. Stoppino, “Che cos’è la politica?”, in Quaderni di Scienza Politica, 1994, N.1, pag. 17-25. [34] Carta Delle
Nazioni Unite disponibile in internet sul sito www.onu.org,
art. 42 e seguenti. [35] Claudio Risé, Psicanalisi della Guerra, Como, Red
Edizioni, 1997, pag. 12. [36] Si veda ad
esempio E. Gellner, Nazioni e
nazionalismi, Editori Riuniti, 1997 e J. Breully, Il nazionalismo e lo stato, Milano, Il Mulino, 1995, pag. 31-32. [37] C. Risé, La Guerra Postmoderna, Gorizia,
Tecnoscuola, 1996, pag. 36. [38] Quiao Liang,
Wang Xiangsui, Guerra Senza Limiti.
L’arte della guerra asimmetrica tra terrorismo
e globalizzazione, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, pag. 47. [39] “Grado
equivalente ai Brigadieri inglesi a metà tra i colonnelli e i generali, portano
quattro stelle e fanno parte dell’Aeronautica Militare”, F. Mini, Guerra senza limiti: il quarto libro, in
Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza
limiti, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, pag. 10. [40] Ibidem, pag. 59. [41] La biopolitica è la capacità di influire su
tutti gli aspetti della vita dell’essere umano provocando un’ingerenza
pressoché totalizzante su tutti gli aspetti dell’esistenza: dal lavoro, ai
consumi, alla comunicazione, alle relazioni sociali, alla vita affettiva ed
alla dimensione psicologica. Si veda a questo riguardo J. Revel, “Contrimpero e
biopolitica”, in A.A.V.V., Controimpero,
Roma, Manifestolibri 2002, pag. 113-122. [42] Qiao Liang, Wang
Xiangsui, Guerra Senza Limiti,
Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, pag. 73-74 [43] Ibidem, pag. 155-176 [44] Citazione di
apertura in M. Hardt, A Negri, Impero,
Milano, Rizzoli, 2002, pag. 7. [45] R. Berti, Operatività attuale e riforma futura del
Fondo Monetario Internazionale, tesi di laurea in Diritto e Tecnica del
Commercio Internazionale, Gorizia, anno accademico 1999/2000, pag. 113-125. [46] G. Soros, La Società Aperta, Ponte Alle Grazie,
Milano, 2001, pag. 274. [47] Per approfondimenti
sulla crisi messicana si veda in particolare Blecker, NAFTA and the peso crisis, CEPR. Press, 1996, pag. 17; UNDP, Office
for Development Studies, Managing capital
inflows in Latin America, 1996, pag. 45-49; N. Chomsky, Sulla nostra pelle, Milano, Tropea,
1999, pag. 111-144; M. Chossudovsky, L’impatto
delle riforme del FMI, 2000, pag. 15; J. E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Torino, Einaudi, 2002, pag.
89-134. [48] Da un intervista
con la Dott.ssa Taehwa Lee di Green Korea United, Cubarà, Distretto di Arauca,
Colombia, 18 gennaio 2001 ore 15:20. [49] Per
approfondimenti sulla crisi asiatica si veda: M. Chossudovsky, L’impatto delle riforme del FMI, 2000, pag. 15; D. Singer, “U.S.
and IMF made Asia Crisis worse, World Bank Find”, New York Times, 3
dicembre 1998, pag. 30. [50] In The Times, Londra, 5 dicembre 1997,
pagina 31. [51] G. Vercellin, Istituzioni musulmane, Torino, Einaudi,
2001, pag, 63. [52] A riguardo, B.
Badie, Stato e potere in Islam e
occidente, Milano, Marietti, 1991, pag. 123. [53] Corano, sura ash-Shura 42,39. [54] Corano, sura al-Hajj 22,39-40. [55] Corano, sura al-Baqara 2,216. [56] Corano, sura al Baqara 2,190-191 [57] Corano, sura al-Baqara 2,193 [58] “…Se non vi
lancerete nella lotta, (Allah) vi castigherà con doloroso castigo e vi
sostituirà con un altro popolo, mentre voi non potrete nuocerGli in nessun
modo. Allah è Onnipotente…”, Corano,
sura at-Tawba 9,39. [59] “…E non dite che
sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché, invece, sono
vivi e non ve ne accorgete…”, Corano al-Baqara 2,154. E ancora: “…Non
considerate morti quelli che sono stati uccisi sul Sentiero di Allah. Sono vivi
invece e ben provvisti dal loro Signore, lieti per quello che Allah, per Sua
Grazia, concede…”, Corano, sura
al-‘Imran 3,169-170. [60] B. Badie, Stato e potere in Islam e occidente,
Milano, Marietti 1991, pag. 143-155 [61] Da brevi
interviste che ho raccolto per strada, Rafah, Striscia di Gaza, 2 Gennaio 2002. [62] Dal sito www.repubblica.it, 7 ottobre 2001. [63] Trascrizione
Reuters, dal sito www.italia.indymedia.org,
8 ottobre 2001. [64] M. Hardt, A.
Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002,
pag. 47. [65] Da una
conferenza tenuta da Antonio Negri presso “La Versiliana” di Marina di
Pietrasanta, Lucca, in data 20 luglio 2002, ore 18:30. [66] G. Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 2000, pag. 187. [67] Firmata alla
fine di una conferenza ONU tenutasi a Palermo dal 12 al 15 dicembre 2001. [68] United Nations
Convention Against Transnational Organized Crime, articolo 2, comma (a),
disponibile presso il sito internet www.onu.org. [69] Per una
trattazione approfondita dei criteri di redazione dei testi giuridici si veda
V. Panuccio, Saggi di metodologia
giuridica, Milano, Giuffré, 1995, pag. 70-85. [70] U. Santino,
“Mafia, mafie, crimine transnazionale”, in Concetti
Chiave, Trieste, Asterios, N.7, pag. 71. [71] U. Santino,
“Modello Mafioso e Globalizzazione”, in A.A.V.V., I crimini della globalizzazione,
Trieste, Asterios, 2002, pag. 81-84 [72] G. Falcone in
collaborazione con M. Padovani, Cose di
Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991, pag. 97. [73] Ibidem, pag. 97-98. [74] Ibidem, pag. 100. [75] Dagli archivi di: State of California Office of the
Attorney General Daniel E. Lungren, reperibile dal sito internet www.cia.gov, gennaio 2002. [76] Ibidem. [77] Giovanni Falcone
in collaborazione con Marcelle Padovani, Cose
di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991, pag. 112. [78] Ibidem. [79] Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale,
Milano, Feltrinelli, 2000, pag. 124. [80] Associaciòn
Nacional de Usuarios Campesinos Unitad Y Reconstruction (Associazione Nazionale
dei Contadini Unità e Ricostruzione). [81] Impressioni ed
osservazioni che ho riportato da brevi dialoghi durante un soggiorno a Gaza,
Khan Younis, Rafah, nella Striscia di Gaza in data 2 gennaio 2002, nella città
di Ramallah sotto assedio e nell’adiacente campo profughi di Qalandia il
28-29-30-31 marzo -1 aprile 2002. [82] Si veda al
riguardo G. Chiesa, Vauro, Afghanistan
anno zero, Milano, Angelo Guerini e Associati SpA, 2001, pag. 5. [83] Durante il
passaggio attraverso il campo profughi di Qalandia in data 1 aprile 2002. [84] J. Petras, La globalizzazione smascherata:
l’imperialismo del nuovo millennio, Trieste, Asterios, 2002, pag. 132. [85] U. Santino,
“Modello mafioso e globalizzazione”, in A.A.V.V., I crimini della globalizzazione, Trieste, Aterios 2002, pag. 96-97. [86] ATTAC
(Associazione per la Tassazione delle Transazioni Finanziarie per l’Aiuto ai
Cittadini), I Paradisi Fiscali,
Trieste, Asterios, 2001, pag. 9. [87] Si veda ad
esempio la lista nera stilata dall’OCSE disponibile sul sito www.ocse.org;
in Italia inoltre sono previste per legge al momento 5 diverse liste sui
paradisi fiscali: 1) LISTA NERA a (comporta l’indeducibilità dei costi), fonte:
art. 76 commi 7bis e 7ter Legge 21/11/2000 n.342; 2) LISTA NERA b
(imprese partecipate estere: tassazione per trasparenza), fonte: art. 127/bis Legge 21/11/2000 n.342 ; 3) LISTA BIANCA a (agevolazioni su
dividendi da paesi che cooperano), fonte: art.
96bis, comma 1 Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze 21/11/2001 ;
4) LISTA BIANCA b (imposta sostitutiva su redditi di capitale), fonte: Decreto legislativo 293/1996 ; 5) LISTA
NERA c (si applica solo alle persone fisiche), fonte: art.2, comma 2-bis Testo unico imposte sui redditi. [88] In Paradisi Fiscali. Uno Scippo Planetario,
a cura di ARES 2000, Perugia, Malatempora, 2002, pag. 57-59. [89] J. Ziegler, La Svizzera lava più bianco, Milano,
Mondadori, 1992, pag. 132-140. [90] Per approfondimenti
sulle vicende delle inchieste di mani pulite:
N. Colajanni, Mani pulite: giustizia e
politica in Italia, Milano, A. Mondadori, 1998; Franco Bechis, Onorevole l’arresto! 851 atti di accusa, 447
parlamentari coinvolti. Quasi la metà degli eletti. Ecco il parlamento più
inquisito della storia d’Italia, ecco tutta la storia ed il bilancio di due
anni di “Mani Pulite”, Roma, Newton Compton, 1996; E. Nascimbeni, Le mani pulite: l’inchiesta di Milano sulle
tangenti, Milano, A. Mondadori, 1997. [91] Dal sito di Rai
News, www.rainews.it,
febbraio 2001. [92] Per maggiori
dettagli biografici e bibliografici si consulti il sito www.davidchaum.com. [93] A tale scopo si
consulti il sito www.davidchaum.com. [94] Basterà digitare
su di un qualsiasi motore di ricerca (ad esempio google) il termine cybercash:
la letteratura e le indicazioni in materia sono assai numerose anche se
richiedono una conoscenza piuttosto approfondita dei codici crittografici e dei
linguaggi di programmazione. [95] Per maggiori
informazioni sulla Ecash, si consulti il sito www.ecash.com. [96] Dal sito www.davidchaum.com. [97] Tecnologia della privacy, una ricerca della
sicurezza senza identificazione (traduzione propria), dal sito www.crypto2002.com, 13 settembre 2002. [98]ATTAC
(Associazione per la Tassazione delle Transazioni Finanziarie per l’Aiuto ai
Cittadini), I Paradisi Fiscali,
Trieste, Asterios, 2001, pag. 14-27. [99] E’ interessante
a proposito notare il recente ingresso della Svizzera nell’Organizzazione delle
Nazioni Unite, accentando di conseguenza anche gli standard di trasparenza
bancaria che hanno da sempre costituito una pregiudiziale ed un ostacolo
all’ingresso di questo paese all’ONU. Si veda in merito il sito delle Nazioni
Unite, www.onu.org. [100] M. Hardt, A.
Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002,
pag. 289-302. [101] Qiao Liang, Wang
Xiangsui, Guerra Senza Limiti,
Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2001, pag. 67-86. [102] Si veda il testo
integrale di 71 pagine del Quadriennal
Defense Review è disponibile online
sul sito del Ministero della Difesa statunitense http://www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf,
marzo 2002. [103] G. Bettin,
“Empire/Inside”, in A. A. V. V., Controimpero,
Roma, Manifestolibri, 2002, pag. 138 e pag.142. [104] Da un incontro
con Giovanni Gorgone Pelaya, fondatore delle prime comuni agricole in Toscana
negli anni ’70, del gruppo di appoggio toscano dell’associazione Greenpeace dove ha guidato la prima
azione via mare in Italia nel 1989 contro lo stabilimento Solvé di Rosignano
(Livorno) per opporsi all’installazione di un nuovo complesso per la produzione
del PVC; è fondatore inoltre dei Verdi della Toscana, delle associazioni Circolo dei Viaggiatori nel Tempo, Il Cerchio di cui è stato presidente
nazionale, Etruschi for American Indian
Movement e Etruschi for Apache.
E’ attivo da più di venti anni nel campo dell’associazionismo e della politica
ecologista e in svariate campagne per la difesa dei diritti civili dei Nativi
del Nord America. L’incontro è avvenuto a Castiglioncello, Livorno, in data 12
luglio 2002. [105] G. Caccia, Esodo
Cosituente, in A. A. V. V., Controimpero,
Roma, Manifestolibri, 2002, pag. 126. [106] Ibidem. [107] Il Subcomandante
Insurgente Marcos dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), la
selva a cui si fa riferimento è la Selva Lacandona in Chiapas, Messico. [108] G. Bettin,
“Empire/Inside”, in A. A. V. V., Controimpero,
Roma, Manifestolibri, 2002, pag. 143-144. [109] T. S. Eliot, The Wasteland, Torino, Einaudi, 1997. [110] V. Shiva, Monocolture della mente, Bollati Boringhieri,
1995, pag. 27. [111] Radio Sherwood è
nata nel 1976, oggi nel 2002, è una delle radio di “Movimento” più ascoltate in
veneto e cura anche un sito internet di informazione, www.sherwood.it.
[112] Il sito internet
di Indymedia, uno dei più popolari e conosciuti siti di controinformazione a
livello mondiale è www.indymedia.org.
[113] Carta è nato come mensile nel 1998 e
adesso è il periodico settimanale dei “cantieri sociali”. E’ reperibile quasi
in tutte le edicole italiane ed il comitato di redazione gestisce un sito
internet: www.carta.org. [114] Il Numero 0
della rivista Global è uscito ed è
stato presentato nei giorni del Forum Sociale Europeo a Firenze dal 6 al 10
novembre 2002 riscuotendo un ottimo successo. La rivista aspira a divenire una
pubblicazione mensile acquistabile nelle edicole ed ha un formato che ricorda
anche per l’impostazione grafica riviste come l’Espresso e Panorama. [115] I Luther Blisset, poi Wu Ming contano all’attivo numerose pubblicazioni di alto livello
tra cui L. Blisset, Q, Torino,
Einaudi 1999, Vitaliano Ravagli, Wu Ming, Asce
di guerra. In cerca del vietcong romagnolo, Milano, Tropea, 2000, Wu Ming, 54, Torino, Einaudi, 2002. Gestiscono
inoltre un sito internet ed una newsletter
telematica alla quale è possibile abbonarsi gratuitamente online sul sito www.wumingfoundation.org.
Una delle loro peculiarità è la scelta di condurre un nuovo tipo di politica
rispetto ai diritti di autore, in netta contrapposizione alla tendenza
imperante di privatizzazione dei saperi; sulla seconda di copertina dei loro
libri si legge: “E’ consentita la riproduzione totale o parziale dell’opera e la
sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purché non a
scopo commerciale”. Le opere del collettivo possono essere scaricate
gratuitamente in internet dal loro sito www.wumingfoundation.org.
[116] Gruppo ormai
popolarissimo tra i giovani nato in seguito all’occupazione del Centro Sociale
Officina99 di Napoli. [117] Il progetto ha
preso il nome di Global TV ed ha
trasmesso dal 6 al 10 novembre 2002. Per quanto riguarda le televisioni di
quartiere segnalo le sperimentazioni intraprese a Bologna con il progetto Orfeo TV ed a Trieste con Teleponziana. [118] Da un colloquio
con Andrea Olivieri portavoce del movimento delle/dei Disobbedienti della Venezia-Giulia presso il Ponziana Social Club a Trieste in data 5 giugno 2002. [119] Le occupazioni
si susseguono e nascono centri sociali, talvolta per brevi periodi, talvolta
ancora esistenti a Feltre, Monselice, Bassano, Montebelluna, Monfalcone,
Rovigo, ecc. [120] Si veda a
riguardo A. A. V. V., Centri sociali, che
impresa!, Castelvecchi, 1994, pag. 76-89. [121] Si veda di nuovo
in merito ai concetti di “impresa politica” e “autoreddito”: A. A. V. V., Centri sociali, che impresa!,
Castelvecchi, 1994, pag. 49-75. [122] Da un incontro
con G. Gorgone Pelaya in data 15 luglio 2002 a Castiglioncello, Livorno. [123] “La permacoltura
è l’arte di progettare la Natura, il Vivere e l’Abitare in armonia impiegando
il minimo necessario di fatica ed a basso impatto ambientale senza alcuna
manomissione o manipolazione a fini speculativi, di guadagno o di lucro.” Di
Aldo Scarnaro, eperto di cultura buddhista e membro della comunità degli Elfi.
Il passo è apparso sul numero di novembre 2002 del periodico Liberamente, stampato presso il podere
di Avalon a Montevettolini, Pistoia, pag. 6, nota N. 4. [124] Da un incontro
con Mario Cecchi degli Elfi e con G. Gorgone Pelaya a Firenze in data 21
ottobre 2002. [125] E. F.
Schumacher, Piccolo è bello. Uno studio
di economia come se la gente contasse qualcosa, Trento, A. Mondadori, 1998.
La prima edizione uscita in Inghilterra con il titolo di Small is beautiful. A study of economics as if people mattered, è
del 1973. [126] E. F.
Schumacher, Piccolo è bello. Uno studio
di economia come se la gente contasse qualcosa, Trento, A. Mondadori, 1998,
pag. 42. [127] Ibidem. [128] Ibidem. [129] Ibidem, pag. 43. [130] Ibidem, pag. 46. [131] Per maggiori
notizie sulle comunità di Schumacher si consulti il sito internet www.schumachersociety.org. Per quanto
riguarda la Schumacher University, i corsi, i requisiti richiesti e quant’altro
si consulti il sito www.schumacheruniversity.org. [132] Banca Popolare
Etica, Piazzetta Forzaté 2, Padova. In seguito sono state aperte delle
succursali a Milano in Via Santa Tecla 5; a Brescia Viale della Stazione 59; a
Roma in Via di Ripetta 263 ed a Vicenza in Corso S.S. Felice e Fortunato 200.
Maggiori informazioni, notizie, sono disponibile sul sito internet di Banca
Etica: www.bancaetica.com.
[133] Dall’oposcolo Banca Etica [istruzioni per l’uso],
marzo 2001, pag. 2-4. [134] Ibidem. [135] L’esperienza dei
social forum in Italia; Porto Alegre; le comunità indigene autonome in Chiapas
ed un po’ ovunque in America Latina; ecc. [136] Il volantino
invitava i partecipanti al Forum Sociale Europeo ad una festa Rainbow in un bosco nel comune di Bagni
a Ripoli, Firenze che si sarebbe tenuta dal 2 al 10 novembre 2002. [137] Immagine
disponibile sui siti internet www.yabasta.it;
www.tutebianche.org; nel dicembre 2001. ![]()
Formato per la citazione:
Dario Ghilarducci, "Criminalizzazione globale", terrelibere.org, 18 gennaio 2003, http://www.terrelibere.it/doc/criminalizzazione-globale |