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Colombia Ultimo Inganno - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione Introduzione
Primo capitolo: il Plan Colombia.
Secondo capitolo: la borghesia della coca.
Terzo capitolo: il conflitto colombiano. ">
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Colombia ultimo inganno

Antonio Mazzeo

 

 

COLOMBIA  L’ULTIMO   INGANNO

PARTE PRIMA

 

 

PLAN COLOMBIA ED EGEMONIA USA NELL'AREA ANDINA

 

 

 

 Plan Colombia e ingiustizia sociale

 

 Nell’autunno del 2000, il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 1.374 milioni di dollari a favore del cosiddetto ‘Plan Colombia’, l’articolato programma di lotta alle coltivazioni di coca, di riforme economiche strutturali e di ‘rafforzamento delle istituzioni dello Stato’, predisposto dal Presidente Andrés Pastrana. In realtà il ‘Plan’ rivisto da Washington ha un respiro geografico più ampio ed è finalizzato all’intervento degli Stati Uniti in tutta l’area andina. Il pacchetto di ‘aiuti’ assegna direttamente alla Colombia più del 65% dell’ammontare del budget, 862,3 milioni di dollari, tre quarti dei quali in elicotteri e sofisticati sistemi d’arma, a cui si aggiungeranno 330 milioni in aiuti supplementari secondo il piano di ‘assistenza militare’ del Dipartimento della difesa per il biennio 2000-2001.

Oltre 55 milioni di dollari sono stati invece destinati ad attività e programmi ‘classified’, cioè sottoposti al segreto militare, da realizzare in Colombia e nei paesi andini, più 277 milioni a favore delle ‘agenzie statunitensi impegnate nella lotta al narcotraffico’ e 118 milioni per il miglioramento dei velivoli radar in forza al Dipartimento della difesa e all’Us Customs Service che operano nell’area. Il Congresso ha altresì assegnato 180 milioni di dollari per ‘programmi di assistenza militare’ ai paesi andini limitrofi, Perù, Ecuador e Bolivia[1].

Onde fornire un’immagine più ‘umanitaria’ e ‘sociale’ del ‘Plan Colombia’, gli Stati Uniti hanno previsto una serie di contraddittori ed ambigui interventi di “rafforzamento delle istituzioni colombiane”, per un valore di 218 milioni di dollari. In realtà si tratta di interventi prevalentemente finalizzati alla fumigazione delle coltivazioni di coca, alla creazione di speciali ‘gruppi di polizia investigativa’ sul modello Fbi, e al cosiddetto “sviluppo regionale alternativo”, che sancisce la piena apertura dei mercati andini agli investimenti e alle imprese statunitensi. E’ stato inoltre istituito un fondo destinato alla “difesa dei diritti umani” (51 milioni), ma la denominazione non deve ingannare più di tanto. Si tratta infatti di finanziamenti destinati a creare ‘unità per i diritti umani’ nelle procure e nella polizia nazionale, migliorare i sistemi di protezione di testimoni e giudici impegnati nei procedimenti penali e ‘supportare’ alcune istituzioni statali e non-governative e l’Ufficio di Bogotà dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani[2].

Il ‘Plan Colombia’ afferma di “voler migliorare il sistema giudiziario dando maggiore impulso alle indagini ed agilità nei processi”. In realtà, il governo disconosce la necessità di una profonda riforma politica e dei poteri pubblici, e non prevede la soluzione di “importanti temi giuridici come la riforma integrale del sistema penale e penitenziario, l’entrata in vigore del nuovo codice penale militare, la realizzazione della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di tribunali militari, l’eliminazione della giustizia ‘senza volto’[3].

Alla data odierna, esistono almeno quattro versioni del ‘Plan Colombia’, da utilizzare secondo l’interlocutore e il momento. La prima stesura del progetto, presentata segretamente nel novembre del 1999 al Senato Usa dal presidente Pastrana e dall’ambasciatore colombiano negli Stati Uniti Luis Alberto Moreno, ha come obiettivo cardine quello di “ottenere un sostegno ai propri sforzi militari in tre aree geografiche, prima nel distretto di Putumayo e poi, nei prossimi due anni, nel centro e nell’area sudoccidentale della Colombia”. In questa versione il ‘processo di pace’ occupa solo il 5° punto. La seconda versione del ‘Plan Colombia’ è stata fornita ai mass media nel febbraio 2000: il processo di pace viene presentato come punto principale e si ridimensiona il peso degli aiuti militari. La terza versione è stata indirizzata all’Unione Europea: vi si enfatizza “l’investimento sociale”, si sottolineano gli “sforzi per la difesa dei diritti umani” e si sopprimono i riferimenti al “rafforzamento militare”[4]. L’ultima edizione del ‘Plan Colombia’ è stata presentata agli ambasciatori della comunità internazionale, in occasione della loro recente visita alla ‘zona di distensione’ di San Vicente del Caguán, località prescelta per l’avvio del dialogo di pace tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Questo documento pone l’accento al “rafforzamento della pace e delle istituzioni democratiche” del paese sudamericano. Unici obiettivi comuni nelle quattro versioni quello di “implementare i mezzi necessari per attrarre gli investimenti stranieri e promuovere l’espansione del commercio” e realizzare “una strategia fiscale e finanziaria che adotti mezzi severi di austerità e di aggiustamento[5].

Il Plan Colombia è una strategia integrata per rafforzare la pace, riattivare l’economia e generare occupazione, proteggere i diritti umani, rafforzare la giustizia e aumentare la partecipazione sociale” ha dichiarato il presidente Pastrana in occasione della sua visita al Parlamento europeo, nell’autunno ‘99. Immediata la risposta di tutti i maggiori organismi finanziari: il Fondo monetario ha già sottoscritto un accordo a sostegno del programma di aggiustamento economico del governo e per i prossimi tre anni fornirà 2,7 miliardi di dollari, mentre un altro miliardo e mezzo è stato promesso dalla Banca mondiale. La Internacional Financing Corporacion (IFC), agenzia di ‘cooperazione’ della Banca mondiale, ha invece concesso un credito di 154 milioni di dollari per l’avvio di progetti infrastrutturali, petroliferi e minerari[6]. L’italiano Pino Arlacchi, direttore del Programma delle Nazioni Unite per la lotta alla droga (Undcp), ha annunciato 100 milioni di dollari per l’implementazione del piano di eradicazione aerea. Nel mese di giugno del 2000 il presidente del consiglio spagnolo Josè Maria Aznar, ha convocato a Madrid, con il patrocinio del ‘Banco Interamericano de Desarrollo’ (BID), i paesi partner dell’Unione, più i rappresentanti delle Nazioni Unite, Giappone e Canada, per apportare ulteriori aiuti finanziari al ‘Plan Colombia’. Le diffidenze di alcuni paesi europei hanno impedito che si gungesse ad una risoluzione unitaria a favore del programma del governo colombiano. In concreto l'Unione Europea, nell’esprimere la propria contrarietá al programma militare e di eradicazione aerea delle piantagioni di coca, si é impegnata a intervenire finanziariamente a favore dei programmi sociali che favoriscano la 'riconciliazione nazionale'. Solo la Spagna ha deciso di destinare al 'Plan Colombia' 124 milioni di dollari, a cui hanno fatto seguito gli impegni di Tokio per un prestito di 70 milioni e del ‘Banco Interamericano de Desarrollo’ per un apporto di 300 milioni[7].

Mentre una parte della comunità internazionale sostiene attivamente i piani militari e di aggiustamento strutturale del governo colombiano, la situazione economica è diventata gravissima: il paese è nel mezzo della sua peggiore recessione dopo il 1931, la domanda interna è crollata, il settore industriale non regge la competizione con i produttori emergenti del continente, la fuga di capitali è impetuosa. Secondo i dati ufficiali dell’istituto nazionale di statistica, nel 1999 gli scambi si sono contratti del 5,8% e il Prodotto Interno Lordo (Pil) si è ridotto del 4%, valore parzialmente compensato dalla lieve crescita del 3% del Pil nel 2000. In conseguenza il Pil pro capite della Colombia si é ridotto da 6.810 a 6.006 dollari. Il debito statale è invece raddoppiato in cinque anni; attualmente rappresenta il 42,8% del Pil e da solo assorbe una quota del bilancio statale cinque volte superiore a quella programmata per il settore degli investimenti produttivi[8].

La disoccupazione ha superato il 20% e aumentano ogni giorno povertà e indigenza. Nell’ultimo anno, nelle maggiori città del paese, i nuovi disoccupati sono cresciuti di 108.000 unità. Quasi tre colombiani su dieci hanno ingressi inferiori alla ‘linea d’indigenza’: 8.300.000 persone cioé, non sono in grado di ottenere l’ingresso economico necessario a coprire il costo degli alimenti base[9]. Per coloro che accedono ad un lavoro, il reddito non garantisce i livelli minimi di sopravvivenza: il 77% dei lavoratori percepisce appena un salario minimo (260.000 lire circa), un altro 15% due salari minimi e solo l’8% più di due. In Colombia si espande a vista d’occhio la precarietà e l’informalità occupazionale: solo il 7,5% dei lavoratori colombiani è vincolato stabilmente ad un’impresa o ad un impiego pubblico[10]. Come denuncia lo stesso Undp (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), la recessione è il risultato  più evidente della politica neoliberista intrapresa a fine anni ‘80 e a cui gli ultimi governi hanno dato un’accelerazione tagliando gli investimenti nelle politiche sociali. “Gli aggiustamenti macroeconomici hanno avuto costi sociali e incidenze negative rappresentate dai minori redditi, dal deterioramento del capitale umano, dalla disoccupazione e dalla maggiore disuguaglianza” scrive Undp[11].

Se si prende come riferimento il cosiddetto “indice di sviluppo umano” (indicatore che ai parametri economici aggrega quelli piú prettamente socioculturali ed ambientali, legati alla qualitá della vita e all’accesso ai servizi), il quadro colombiano assume tinte ancora piú fosche. Ancora Undp sottolinea la progressiva retrocessione del paese sudamericano nel triennio 1997-99. Se la Colombia occupava nel ’97 il posto numero 57 nella classifica dello ‘sviluppo umano’, i notevoli squilibri interni hanno posizionato il paese, due anni piú tardi, al 68° posto. Il documento dell’organismo internazionale segnala due problemi che impediscono alla Colombia di ottenere un maggiore e piú equilibrato ‘sviluppo umano’: la violenza che colpisce in particolare la popolazione maschile tra i 25 e i 50 anni di etá (dunque la fase di vita ‘produttiva’) e la disuguaglianza nella distribuzione delle risorse. Inoltre persistono grandi differenze sociali tra i dipartimenti del paese. Regioni come il Chocó, Nariño e Caquetá, infatti, se considerate singolarmente, occuperebbero solo il 174° posto nella classifica mondiale dello ‘sviluppo umano’.

Gli indicatori della disastrosa politica economica neoliberista sottolineano la forte distorsione nella ridistribuzione del reddito e delle ricchezze: secondo il rapporto del ‘Dipartimento nazionale di pianificazione’ (Dnp), nel 1999 il 50% della popolazione ha dovuto ripartirsi il 13,8% del reddito totale del paese, mentre un 20% ha avuto accesso al 62,4% di esso. Buona parte della popolazione - il 45% nelle aree urbane e l’80% in quelle rurali – ha percepito redditi tanto esigui da non poter soddisfare necessità basiche, come abitazione, salute, istruzione[12].

Le ‘nuove riforme economiche’ hanno accentuato la discriminazione e l’ingiustizia sociale: i tre principali gruppi economici del paese si appropriano del 36% del prodotto interno e i maggiori cinque gruppi finanziari controllano il 92% delle attività del settore. Mentre la distanza tra ricchi e poveri nei paesi del nord Europa mantiene un rapporto di 6 a 1, in Colombia il rapporto è di 46 a 1[13]. Il paese si conferma come la principale realtà sudamericana che “si distingue per non aver incorporato il valore dell’uguaglianza e dei diritti civili nella sua vita quotidiana e nella sua organizzazione sociale. Il modello dello sviluppo adottato, oltre a mantenere e riprodurre le disuguaglianze tra ricchi e poveri, genera una rigida segmentazione, aumenta la distanza sociale tra i differenti settori e rende difficili i meccanismi di mobilità e crescita sociale[14]. Il ‘Plan Colombia’, come vedremo, è il nuovo meccanismo di difesa militare e di consolidamento dell’ingiustizia.

 

 

Aiuti in cambio di riforme e privatizzazioni

Miliardi in ‘aiuti’ dunque, condizionati a che si completino le riforme strutturali di mercato. La lista di queste ‘riforme’ è lunga ed articolata: modifiche sostanziali allo stato sociale, ‘razionalizzazione’ delle finanze statali con tagli al settore pubblico e congelamento dei salari, privatizzazione del sistema bancario e delle maggiori imprese statali, imposizione dell’Iva a numerosi beni e servizi di prima necessità. Secondo il presidente Andrés Pastrana, l’obiettivo cardine del Piano nazionale di sviluppo è quello di “stimolare la partecipazione dei privati nei settori degli acquedotti e delle reti fognarie; la concessione dell’amministrazione delle reti viarie; degli aeroporti regionali; delle piccole centrali idroelettriche e delle reti di distribuzione; dei fiumi, dei canali navigabili e dei porti della rete fluviale nazionale; così come la prestazione dei servizi di telecomunicazioni[15]. L’amministrazione ha già pronto l’elenco dei beni pubblici da svendere al capitale finanziario nazionale e internazionale: l’istituto  per la Sicurezza sociale, i maggiori enti elettrici (‘Isa’ ed ‘Isagen’) ed altre quattordici imprese di distribuzione locali, il complesso carbonifero del Cerrejón (tra i maggiori di tutta l’America Latina), le imprese di telecomunicazioni di Bogotá e Pereira, tre banche statali, gli scali aerei internazionali di Bogotá e Medellín, le reti fluviali del Meta, dell’Orinoco e del Putumayo[16].

Il governo Pastrana punta poi alla ulteriore flessibilità del mercato del lavoro, alla riduzione dei salari d’ingresso, a modificare il regime di pagamento del lavoro nei giorni festivi, ad eliminare gli oneri sociali e i sussidi a favore dei dipendenti, ad innalzarne l’età pensionistica, ad esonerare gli impresari a devolvere parte dei profitti all’Istituto Colombiano di Bienestar Familiar, alle Casse di compensazione imprese-lavoratori e al Sena, l’istituto nazionale di formazione professionale. Si accelererà altresì il trasferimento alle entità territoriali e alle comunità degli investimenti nei settori della sanità, dell’educazione e dei servizi sociali, già di responsabilità statale, nonostante i 3/4 dei municipi non siano in grado, per mancanza di fondi, di finanziare le spese dei propri apparati burocratici[17]. Intanto, in ossequio alla ricetta del Fondo monetario, gli investimenti pubblici sono stati ridotti di un 25% e sono stati licenziati oltre 5.000 impiegati statali e decine di migliaia di dipendenti degli enti locali, in buona parte del settore educativo, dell’agricoltura e dei trasporti[18].

All’erosione del potere di acquisto dei salari e dei diritti contrattuali si è accompagnata una forte politica repressiva e persecutoria dello Stato e delle grandi imprese a danno dei dipendenti, fattore che ha costretto l’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) a sanzionare la Colombia per le continue violazioni dei diritti sindacali e l’illegittimità di alcune norme del codice del lavoro fortemente discriminanti in tema di contrattazione collettiva e libertà di associazione. Intanto, nella totale assenza di protezione statale, sono stati assassinati negli ultimi dieci anni 2.800 tra dirigenti e attivisti sindacali (172 nel solo ’99 e 102 nei primi dieci mesi del 2000), mentre 193 lavoratori sono stati fatti ‘sparire’ nel nulla[19]. Quasi 900 sindacalisti, la maggior parte dei quali del settore contadino e dell’istruzione, sono stati costretti ad abbandonare i luoghi di residenza per le minacce ricevute. Amnesty International ha denunciato come nell’ultimo biennio, centinaia di sindacalisti ed attivisti della società civile sono stati vittime di arresti e procedimenti penali per reati politici “secondo procedure che non rispettano la normativa internazionale in materia di processi equi[20].

Il governo di Bogotà preme infine per aderire in tempi brevi al Nafta (l’accordo sul libero commercio dell’America del Nord), proprio quando la dipendenza di beni alimentari dagli Stati Uniti è diventata totale. Lo scorso anno sono stati importati nel paese sudamericano mais, grano, olio di soia e riso per un valore di 502 milioni di dollari con conseguenze nefaste per la produzione nazionale, la bilancia dei pagamenti e il debito estero. I dati forniti dal ministero dell’economia confermano che le aree sottoposte a semina di prodotti agricoli sono diminuite di un milione di ettari tra il ‘90 e il ’98, mentre nello stesso periodo le importazioni di alimenti sono quasi quintuplicate, passando dai 1.200 ai 5.800 milioni di tonnellate[21].

  La Colombia è d’interesse vitale per gli Stati Uniti che rappresentano il suo maggior socio commerciale (comprano il 32% delle sue esportazioni legali e apportano il 36% delle importazioni) e forniscono la percentuale più alta, il 51,2%, degli investimenti stranieri per un ammontare di 4.491 milioni di dollari[22]. “Il paese è un importante partner economico degli U.S.A.: è il nostro 5° maggiore mercato di esportazione in America Latina”. Così ha giustificato il varo del nuovo pacchetto di aiuti, l’ex sottosegretario di Stato per gli Affari politici Thomas Pickering, uno dei maggiori sostenitori del ‘Plan Colombia’. Se l’obiettivo primario del Pentagono è quello di riaffermare i propri interessi geostrategici nell’area andina, similarmente a quanto successo nell’ultimo decennio in Medio Oriente, nel Golfo Persico e nei Balcani, eliminando contestualmente dal ‘cortile di casa’ qualsiasi focolaio di guerriglia ‘filo-comunista’, la strategia del Dipartimento statunitense risponde al crescente interesse del capitale nazionale di promuovere le esportazioni alla Colombia, intervenire direttamente nella realizzazione delle imponenti opere programmate (dighe, centrali idroelettriche, arterie stradali e fluviali), perpetuare il monopolio delle compagnie nazionali nell’estrazione del petrolio e del carbone.

  La priorità di assicurare l’investimento straniero in particolare nell’industria petrolifera è stata inserita nel testo di emendamento al ‘Plan Colombia’, proposto dai senatori democratici Dewine, Grassley e Coverdell. “Con gli aiuti” - si legge nell’emendamento - "s’insisterà a che il governo della Colombia completi le riforme urgenti orientate ad aprire completamente la sua economia agli investimenti e al commercio estero, particolarmente all’industria petrolifera[23]. Lo stesso senatore Coverdell ha giustificato gli aiuti alla Colombia con lo scopo di “proteggere gli interessi petroliferi in Venezuela paese strategico al centro di una profonda crisi politica, sociale ed economica[24].

Per sponsorizzare l’approvazione del ‘Plan Colombia’, si è presentato in audizione al Congresso il vicepresidente della 'Occidental Petroleum Company - Oxy', Lawrence Meriage. Il responsabile della multinazionale petrolifera su cui vanta una partecipazione per mezzo milione di dollari l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Albert Gore, ha chiesto che gli aiuti militari non siano destinati solo “a recuperare il controllo del sud della Colombia, dove pure stiamo operando”, ma anche alle aree più settentrionali, “come il Nord di Santander, alla frontiera con il Venezuela, dove stiamo per intraprendere le operazioni di trivellazione  e dove le coltivazioni di coca sono aumentate del 300%[25]. Il vicepresidente della ‘Oxy’ si è guardato bene dal riferire al Congresso che la sua compagnia si trova a fronteggiare in Colombia la resistenza del gruppo indigeno U’wa che si è visto espropriare parte dei terreni per consentire l’insediamento di nuovi pozzi, e che minaccia il suicidio collettivo come purificazione contro l’indebita appropriazione di quello che considera il “sangue delle terre ancestrali”.

Il governo di Bogotá ha deciso di fornire le migliori garanzie al capitale straniero, flessibilizzando l’interpretazione delle norme costituzionali e legislative in materia d’investimenti internazionali nel settore energetico. L’impresa statale ‘Carbocol’ é stata venduta recentemente ad un consorzio di aziende di Gran Bretagna, Sudafrica e Svizzera, e si é deciso di affidare ai privati tutte le attività relative al trasporto, all'immagazzinamento, alla raffinazione ed alla distribuzione degli idrocarburi. La compagnia petrolifera statale ‘Ecopetrol’ ha firmato nell’ultimo anno 32 contratti con società estere (tra le più note la 'Occidental Petroleum', la 'Canadian Petroleum', la 'Total', la 'Chevron' e la 'British Petroleum'), che investiranno nel paese per il quadriennio 2000-2003 oltre 672 milioni di dollari e che grazie ad iniqui ‘contratti di associazione’ potranno rivendere alla compagnia statale colombiana il crudo necessario per la raffinazione al prezzo internazionale di mercato[26].

Dalla privatizzazione del settore delle telecomunicazioni, il governo colombiano spera di ricavare utili per un miliardo di dollari. In corsa per accaparrasi le imprese del settore, ancora una volta le statunitensi ‘Bell South’, ‘Mci’ ed ‘At&t’, le stesse che lo scorso anno soffiarono alla italiana ‘Telecom’ il controllo della principale società statale di telefonia cellulare, la ‘Celumobil’. Inoltre è stato riformato il settore bancario per promuovere gli investimenti esteri (oggi il capitale straniero controlla il 27% degli istituti finanziari). In questo settore, in particolare, sono forti gli interessi degli istituti di credito spagnoli (e ciò spiega l’attivismo del governo iberico a favore del ‘Plan Colombia’). Il ‘Banco Santander’ sta per acquisire importanti sportelli pubblici, mentre il ‘Banco Bilbao Vizcaya’ ha già assunto il controllo del ‘Banco Ganadero’, già attenzionato dalle autorità colombiane per sospette operazioni finanziarie a favore degli uomini del Cartello di Cali[27].

Bogotá ha infine rinnovato gli accordi preferenziali di mercato con gli Stati Uniti (l’effetto è stato il crollo del prezzo dei prodotti agricoli tipici, cotone, caffè, mais), dando il via alla fluttuazione del tasso di cambio con il dollaro. Unico settore produttivo interno favorito dalle manovre è quello dell’industria tessile che ha migliorato le esportazioni al gigante nordamericano abbattendo i salari della manodopera (non oltre i 150 dollari mensili per turni settimanali che sfiorano le 60 ore).

L’apertura al capitale internazionale e il rafforzamento del trattato di libero commercio, sono forse la contraddizione più grande del ‘Plan Colombia’, che nelle intenzioni dell’establishment dovrebbe avviare attività economiche di contrasto alle coltivazioni illegali e alla ‘narcoeconomia’. Queste coltivazioni sono cresciute proprio a seguito della liberalizzazione dell’economia dell’ultimo decennio. La privatizzazione delle grandi banche e del mercato dei cambi, l’ammodernamento del sistema finanziario e delle telecomunicazioni, la privatizzazione dei porti e la creazione di zone franche in tutto il paese (i punti cardine delle riforme liberiste imposte dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale), come sottolinea l’Osservatorio Geopolitico delle Droghe di Parigi, hanno favorito “l’espansione della quantità di valuta originata dai traffici illeciti” che ha fatto ingresso in Colombia, accelerando il processo di ‘narcodollarizzazione’ dell’economia[28]. Un elemento talmente noto nei circoli finanziari internazionali che a fine ’98, in occasione di un incontro con i funzionari del governo e del ‘Banco de la República’, il reponsabile della delegazione tecnica del Fondo monetario Michell Seruzier, ha suggerito di “misurare l’impatto reale del denaro sporco nell’economia colombiana per incorporarlo al sistema contabile nazionale[29].

 

 

 

Intercambio commerciale Colombia-Stati Uniti

 

                                                                                     1997                          1998                          1999

Importazioni colombiane

       6.380

       5.681 

         4.491

Esportazioni colombiane

        4.379

        4.150     

         5.615

Bilancia commerciale

     -- 2.001

     -- 1.531

         1.124

Fonte: Dane – Istituto doganale colombiano – rapporto agosto 2000

 

 

 

 

 

 

 

Valore degli investimenti previsti da Ecopetrol in associazione con imprese estere

(in milioni di dollari)

 

 

 Anno                                        2000             2001         2002           2003          Totale

 

Attività di esplorazione                3                   15             10              24              52

 

Estrazione                                 325                109           122             116            672

 

                    Totale                    328                124           132              140           724                   

 

 

 

 

L’evoluzione della percezione della minaccia

La Colombia è senza alcun dubbio il paese del continente americano più ‘monitorato’ dagli strateghi del Pentagono. Già a partire dal 1993, l’area andina settentrionale veniva inserita tra le quattro zone del pianeta, insieme a Medio Oriente, il sud-est asiatico ed i Balcani, “potenzialmente più conflittive tra il 1992 e il 2010”. E’ in queste aree che gli Stati Uniti percepiscono la maggiore minaccia al ‘nuovo ordine internazionale’ sorto dopo il crollo del muro di Berlino e la guerra del Golfo[30]. Cinque anni più tardi, maggio ’98, i vertici dello Stato maggiore Usa si davano appuntamento all’Università della difesa nazionale di Washington per esaminare gli sviluppi del conflitto armato in Colombia. Una seconda riunione veniva organizzata a fine ’98 dal dipartimento dell’Us Army presso il proprio College di Carlisle, in Pennsylvania. Sei mesi dopo, si svolgeva una terza riunione per attenzionare geostrategicamente il paese sudamericano. Per quest’ultimo appuntamento era la Cia ad incaricarsi dell’organizzazione: ai lavori prendevano parte più di cinquanta ufficiali del Pentagono, del Dipartimento di stato, dell’Fbi, della Dea e dell’agenzia d’intelligence. I tre incontri testimoniavano il progressivo stato d’allarme manifestato dagli alti vertici militari di Washington.  Mentre nel primo incontro la Colombia fu percepita come un “problema per l’area”, a Carlisle il paese venne identificato come un “grave fattore di destabilizzazione della sicurezza regionale”. Nel terzo incontro il giudizio fu di aperto pessimismo e gli analisti prospettarono la possibilità di una “guerra totale”, dell’”estensione del conflitto” e perfino di una sua “balcanizzazione”[31].

 Come se non bastasse, a metà novembre ’99, il responsabile del Comando Sud degli Stati Uniti, generale Chales Wilheilm, dichiarava pubblicamente che “la Colombia ha preso il posto di Cuba come principale minaccia alla pace nell’emisfero occidentale…”. A conferma dell’importanza strategica assunta dal paese andino nei piani di ridefinizione del proprio ruolo di ‘dominus’ dell’emisfero, la Colombia veniva eletta a meta preferenziale delle visite dei maggiori esponenti della politica militare statunitense. Uno dopo l’altro giungevano a Bogotá lo ‘zar antidroga’ Barry Mc Caffrey, il segretario della difesa William Cohen, il sottosegretario di stato Peter Romero, la direttrice del Centro Emisferico per gli Studi della Difesa (istituzione creata dal Pentagono nel ’97 per “seguire gli eserciti del continente”), Margaret Daly Hayes, e lo stesso generale Charles Wilheilm, che per le sue ‘attenzioni’ alla Colombia ha ricevuto la massima onorificenza della Repubblica, la Croce d’oro bolivariana. Ad avviare i programmi di ‘aiuto militare’ alle forze di sicurezza colombiana è intervenuto direttamente il capo di Stato maggiore delle forze armate Usa, generale Henry Shelton, uno dei maggiori pianificatori dell’intervento in Kosovo, già comandante di divisione in Vietnam, durante la guerra del Golfo e della Special Force che intervenne ad Haiti nel 1994[32]. Infine, nell’agosto 2000, a sugellare la politica d’intervento nel conflitto interno colombiano, il presidente Bill Clinton si é incontrato a Cartagena con Andrés Pastrana. “Noi non abbiamo intenzione di trovarci coinvolti con l’insorgenza che la Colombia affronta da decenni” ha dichiarato Clinton, respingendo qualsiasi ipotesi di ‘vietnamizzazione’ del conflitto. “Il nostro aiuto migliorerà la eradicazione delle coltivazioni illecite, la distruzione dei laboratori e gli sforzi d’interdizione, e fornirà appoggio logistico e di ‘intelligence’ alle missioni antidroga dei reparti colombiani[33].

    L’opinione pubblica può dunque stare tranquilla. Nessun militare statunitense perderà la vita durante la ‘nuova crociata contro il narcotraffico’. Eppure un misterioso incidente verificatosi poco piú di un anno fa a Patascoy, nella selva meridionale della Colombia aveva confermato inequivocabilmente che le forze armate Usa sono direttamente coinvolte da tempo nel ‘conflitto a bassa intensità’ del paese sudamericano. Un velivolo speciale dell’Us Air Force ‘Rc-7 DeHavilland’ per l’intercettazione delle comunicazioni radiotelefoniche, era infatti precipitato tra le montagne e cinque militari statunitensi e due ufficiali dell’aeronautica colombiana erano morti in mezzo alle fiamme. Sulle cause dell’incidente e sugli scopi della presenza di un velivolo nordamericano in una zona sotto il controllo delle Farc era stato posto il più assoluto riserbo.

Sotto la pressione di alcuni congressisti, il Dipartimento della difesa ha dovuto ammettere che dal 1998 “il personale specializzato degli Stati Uniti ha il compito di addestrare in sofisticate attività d’intelligence ufficiali dei servizi segreti dell’aeronautica e dell’esercito colombiano nelle basi di telecomunicazione di Bogotá, San José del Guaviare e Santa Marta, nel nord del paese”. Secondo il responsabile per gli Affari internazionali anti-droga Rand Beer, il personale Usa lavorerebbe “per accrescere la capacità delle forze di sicurezza colombiane a raccogliere ed analizzare le informazioni sulle attività dei narcos e su quelle dei gruppi insorgenti che potrebbero minacciare le forze anti-droga[34].

Sono 67 gli ufficiali della Special Operation Force che operano in Colombia” – ha aggiunto il funzionario statunitense – Essi fanno parte del gruppo Interforze coordinato dal Comando Sud per le operazioni speciali (Socsouth), di stanza presso la base navale di Roosvelt Road (Portorico), che assiste oltre 1.500 membri delle forze di sicurezza in alcuni settori specifici, come la fanteria leggera, il trasporto elicottero, ecc.[35].

Il Pentagono è stato poi costretto ad ammettere l’esistenza di proprie basi radar e stazioni d’ascolto terrestri (Gbr) nelle regioni meridionali di Guaviare (San José), Amazonas (Leticia) e Vichada (Marandúa). “Altri due radar della rete dei Caraibi dell’Us Air Force operano dalla penisola settentrionale della Guajira (Rioacha) e dall’isola di San Andrés, di fronte alla costa nicaraguense. Una quarta stazione radar Gbr è in fase di allestimento presso la base di Tres Esquinas (Putumayo)[36].

Formalmente queste installazioni radar sono sotto il controllo delle forze armate colombiane, ma l’elaborazione dei dati viene gestita da team di tecnici nordamericani, composti ognuno da 36-45 unità.

L’eco per l’incidente al velivolo-spia, consentiva inoltre la ‘scoperta’ di altri particolari inquietanti sull’impegno militare statunitense in Colombia. Il settimanale ‘Newsweek’ documentava la presenza nel paese di 300 militari, tra cui “almeno un centinaio di agenti della Dea e della Cia”, e aggiungeva che gli avieri dell’RC-7 non erano le prime vittime Usa della ‘guerra alla coca’: “A partire dal 1997 sono morti tre piloti della società privata DynCorp (Virginia) contattata dal Pentagono per missioni di intercettazione antidroga. La DynCorp che conta in Colombia su 90 impiegati, in coordinamento con la Polizia nazionale ha lanciato tonnellate di defoglianti chimici sulla selva e ha effettuato incursioni in elicottero contro i laboratori di trasformazione[37].

Inizialmente il contratto firmato dal Dipartimento di stato prevedeva che la ‘DynCorp’ curasse l’addestramento del nucleo della polizia antidroga colombiana e autorizzava la partecipazione di sei piloti e di uno staff di circa dodici persone, quasi tutti veterani della guerra in Vietnam. A fine ‘96, il contrattista assunse direttamente la partecipazione nelle operazioni di eradicazione; solo che per mantenere ‘coperta’ la missione, il personale nordamericano utilizzò velivoli colombiani e uniformi dell'esercito nazionale. In seguito alle proteste di alcuni settori dell’aeronautica colombiana, la ‘DynCorp’ iniziò ad impiegare per le operazioni di fumigazione avionette di proprietà, ottenendo altresì un contratto per la manutenzione dei velivoli ‘Turbo Trusch T-65’ della polizia colombiana[38]. A conferma dell’escalation delle operazioni di fumigazione chimica della Colombia, il valore del contratto firmato dal Dipartimento di stato con l’impresa privata della Virginia è passato dai 19,6 milioni di dollari del ’96, ai 68 milioni del ’98[39]. Nell’ultimo anno gli aerei della ‘DynCorp’ hanno fumigato oltre 65.000 ettari nei dipartimenti meridionali di Guaviare e Caquetá, utilizzando il glifosato, un composto altamente tossico. Ne vedremo in seguito con quali effetti sociali e ambientali. 

 

 

Aerei ed elicotteri “per la lotta contro la droga”

Parallelamente al finanziamento delle operazioni di eradicazione aerea delle coltivazioni di coca, la Casa Bianca ha autorizzato un programma di riarmo delle forze di sicurezza colombiane che non ha paragoni con quanto fatto in passato in altre ‘regioni di crisi’ del continente americano. Solo negli ultimi tre anni, Washington ha inviato oltre mezzo miliardo di dollari in armi pesanti alla Colombia; il paese è divenuto così il maggior destinatario nel mondo dell’’assistenza militare’ degli Stati Uniti, accanto ad Israele ed Egitto.

La presenza militare e gli aiuti degli Stati Uniti sono quasi nove volte maggiori di quelli che erano nella metà degli anni novanta” denuncia il rapporto presentato dai ricercatori Adam Isackson e Joy Olson del ‘Center for Internacional Policy’, uno dei maggiori centri indipendenti statunitensi sulle relazioni nazionali con il sud America. "La Colombia riceve oggi più assistenza militare da parte degli Stati Uniti in addestramento, armi ed equipaggiamenti di quanto è ricevuto congiuntamente da tutti i paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Le missioni delle Forze speciali Usa nel paese andino sono passate dalle 20 del 1998 alle 34 dell’anno successivo. Se sino al 1995 la Colombia riceveva annualmente 30 milioni di dollari per la lotta al narcotraffico, nel 1999 si è raggiunta la cifra di 294 milioni di dollari[40]. La quota maggiore degli aiuti militari è stata fornita dall’’International Narcotics Control’ (Inc), l’agenzia antidroga del Dipartimento di stato, che nel ’99 ha stanziato per la Colombia 203 milioni di dollari, 195 dei quali finiti direttamente alle forze armate e alla polizia per migliorare l’operatività dei velivoli cargo C-130 e C-26 e dei pattugliatori veloci delle coste e dei fiumi interni.

   Anche buona parte delle voci di spesa del ‘Plan Colombia’ sono indirizzate all’ammodernamento della componente aerea ed elicotteristica delle forze di sicurezza. Si prevede infatti il trasferimento alle forze armate di 16 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawk’ e 30 elicotteri Uh-1h nella nuova configurazione ‘Super Huey’, che si aggiungeranno ai 18 velivoli della stessa tipologia consegnati alla Colombia a fine ’99. Inoltre sará avviata la modernizzazione del velivolo A-37 in possesso dell’aeronautica colombiana (il cosiddetto ‘aereo fantasma’ con funzioni similari al velivolo-spia Usa ‘Rc-7 DeHavilland’ precipitato nella selva), grazie a nuovi speciali visori infrarossi che ne rafforzeranno l’operatività notturna.

  Attraverso un finanziamento supplementare di 99,5 milioni di dollari preannunciato da Clinton in occasione della sua recente visita in Colombia, alle forze armate locali potrebbero essere consegnati alcuni velivoli antispionaggio, tre velivoli da trasporto ‘Bufalo’ e apparecchiature sofisticate per il potenziamento della rete radar e d’intelligence[41]. Si sta trattando altresì la fornitura di velivoli d’attacco A-10 ‘Warthog’ per il supporto aereo alle truppe terrestri, e di elicotteri d’assalto ‘Cobra’, già utilizzati nelle operazioni di guerra in Kosovo. Uno di questi velivoli è stato filmato dall’emittente nazionale 'Rcn' all’interno di un hangar dell’aeroporto militare di Bogotá dopo essere stato messo a disposizione di alcuni piloti locali.

Il Dipartimento della difesa interverrà altresì per ampliare la flessibilità operativa della polizia nazionale colombiana, fornendo sistemi di comunicazione, armi e munizioni, e finanziando la costruzione di un imprecisato numero di “basi anti-droga” alla frontiera con Perú ed Ecuador. Nonostante il riconosciuto fallimento della politica di ‘fumigazione’ aerea (le aree destinate alla coltivazione delle foglie di coca si sono triplicate in meno di cinque anni), gli Usa forniranno alla polizia locale 12 elicotteri ‘Super Huey’ e due elicotteri ‘Blackhawk’ che opereranno dall’aeroporto meridionale di Guaymaral. Gli analisti militari sperano che la versatilità di questi strumenti possa essere determinante per vincere la resistenza delle basi nel sud della Colombia, nei dipartimenti del Putumayo e del Caquetá, sotto il controllo dei principali gruppi guerriglieri (Farc ed Eln).

A questi ‘aiuti’ già di per sé significativi, si devono aggiungere i sistemi d’arma acquistati dal governo colombiano attraverso il programma Usa delle ‘Vendite militari all’estero 1999’ (11 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawh’, 12 elicotteri d’addestramento Th-13 ‘Sioux’, fucili leggeri, veicoli e munizioni) per un valore di 28 milioni di dollari, più una spesa di 40 milioni di dollari per le armi acquisite da imprese private statunitensi. L’amministrazione Clinton ha notificato al Congresso la possibilità di un ulteriore trasferimento di armi alla Colombia sempre grazie al programma di ‘vendite all’estero 2000’: si tratterebbe di un megacontratto di 221 milioni di dollari per 14 elicotteri ‘Blackhawk’ e differenti tipi di munizioni. Per la commessa, è già pronto un prestito a favore del governo di Bogotá di 20 milioni di dollari da parte della ‘Export-Import Bank’ degli Stati Uniti. Le forze di sicurezza colombiane potrebbero infine ricevere munizioni ed equipaggiamenti supplementari attraverso uno speciale ‘fondo d’emergenza antidroga’ di 58 milioni di dollari[42].

  In realtà l’’affaire Colombia’ si sta trasformando in un immenso business per le aziende private statunitensi che operano nel settore militare. I colossi ‘United Technologies’ del Connecticut e la ‘Bell-Textron’ del Texas si sono aggiudicati la megacommessa per la componente elicotteristica del ‘Plan Colombia’, con un fatturato di oltre 320 milioni di dollari. Non a caso i manager delle due industrie avrebbero esercitato una forte pressione di lobbing su alcuni congressisti di ambo gli schieramenti, versando 1.250.000 dollari in ‘contributi elettorali’ nel periodo compreso tra il 1997 e il 1999[43]. Accanto alla società ‘DynCorp’ della Virginia, si stanno inserendo in Colombia altre aziende specializzate nel fornire ‘assistenza tecnica’ e ‘consiglieri militari’ alle forze armate colombiane, favorite dal Pentagono per eludere le limitazioni degli emendamenti del Congresso che fissano il personale statunitense in Colombia a 250 addetti militari e 100 impiegati civili. Una di esse è la 'Eagle Aviation Services and Technology Inc.' che nella base aerea di Patricks starebbe per avviare l'addestramento di piloti colombiani da destinare alle attivitá di fumigazione dei campi di coca[44].

    L’ultima di queste aziende ‘di servizio’ ad aprire una filiale a Bogotá è stata la ‘Mpri’ (Military Professional Resources Inc.), anch’essa con sede in Virginia, contattata per il sostegno logistico e l’addestramento della polizia e delle forze armate. La ‘Mpri’, il cui manager è il generale in pensione Ed Soyster, già direttore della Dia (la Defense Intelligence Agency), è una delle società private più note nelle aree di conflitto: essa ha fornito supporto logistico ad una serie di operazioni militari nei Balcani, in Medio Oriente e in Africa. Fondata appena dodici anni fa nella città di Alexandria, conta su un giro d’affari annuo di circa 12 milioni di dollari, con 160 dipendenti full-time, tra cui una serie di ex alti ufficiali delle forze armate statunitensi, come i generali Carl Vuono che guidò l’esercito durante l’operazione ‘Desert Storm’ e Crosbie ‘Butch’ Saint, ex comandante delle operazioni Usa in Europa[45].

   La ‘Mpri’, in particolare, è stata impegnata nel rifornimento di munizioni e nel sostegno operativo agli eserciti croato e bosniaco durante le loro offensive contro le unità serbe. Le attività della ‘Mpri’ si sono incrociate con quelle della ‘DynCorp’ nel teatro di guerra dei Balcani: a quest’ultima società infatti, gli Stati Uniti hanno affidato nell’autunno ‘98 il compito di verificare il ritiro delle unità serbe dal territorio del Kosovo, dopo il rifiuto del leader yugoslavo Slobodan Milosevic di ammettere la presenza di monitor ‘militari’[46]. I dati raccolti dai 150 uomini contrattati dalla ‘DynCorp’ sono stati determinanti per l’operazione Nato di bombardamento in Kosovo e Serbia la primavera successiva.

 

 

 

 

Aiuti Militari Usa alle Forze armate e alla Polizia colombiana

(anni 1996-2000)

 

 

 Programma

1996

1997

1998

1999

2000 richiesto

 

 

 

 

 

 

International Narcotics Control
Fondi per equpaggiamento, addestramento, eradicamento ed altri programmi della Sezione anti-droga del Dipartimento di Stato

 $16.000.000

$ 33,450,000

$ 57,000,000

$ 203,160,000

$636,000,000

Attività di formazione ed addestramento militare
Fondi per corsi diretti da personale Usa.

$ 147,000;
32 studenti

$0;
0 studenti

$885,000
261 studenti

$900,000

265 studenti

$900,000

265 studenti

 

 

 

 

 

 

Aiuti d’emergenza
Autorizzazioni della Presidenza per attrezzature d’emergenza da prelevare dagli arsenali Usa.

$40,500,000

$14,200,000

$41,100,000

$58,000,000

 

 

Attività anti-droga (Sezione 1004)
Addestramento, miglioramento dell’equipaggiamento  ed altri servizi forniti dal Dipartimento della difesa

 

$7,411,000

$11,775,000

$27,731,000

$136,000,000

 

Attività anti-droga (Sezione 1033)
Addestramento unità fluviali, equipaggiamento ed altri servizi forniti dal Dipartimento della difesa

$0

$0

$2,172,000

$12,623,000

$20,000,000

 

 

 

 

 

 

Totale

 

$83,561,000

$110,232,000

$294,464,000

$791,900,000

 

 

 

Trasferimenti sistemi d’arma Usa alla Colombia 

(anni 1996-2000)

 

 

 

 

 

 

 

Programma

1996

1997

1998

1999

2000 (previsione)

Vendita diretta da governo a governo di sistemi di difesa, addestramento e servizi

$55,878,000

$96,142,000

$76,879,000

$18,000,000

$18,000,000 (Vendita elicottero BlackHawk)

 

 

 

 

 

Vendita armi programma anti-droga, addestramento e servizi

$28,571,000

$ 6,935,000

$10,782,000

$10,000,000

$10,000,000

 

 

 

 

 

Vendite di aziende private autorizzate dal governo Usa

 

 

 

 

 

 

$33,470,542

$85,835,667

$85,025,792

$40,122,462

 

 

   

(Fonte: Department of State, “Background Notes: Colombia”, Washington, January 1999)                                      

 

 

 

Il Plan Colombia varato dal Congresso Usa

 

Voce di spesa

 (milioni di dollari)

 

 

Totale aiuti alla Colombia

862,3

Aiuti ad altri paesi

180

Aiuti alle agenzie USA

276,8

Interventi segreti

55,3

 

 

TOTALE

1,374,4

 

 

 

Offensiva nel sud della Colombia

16 elicotteri ‘Blackhawks’ (234 milioni di dollari)

30 elicotteri ‘Huyes’ per l’esercito (60 milioni di dollari)

Intelligence e sistemi di comunicazione per i battaglioni antinarcotici (12 milioni di dollari)

Sviluppo alternativo nel sud del paese (10 milioni di dollari)

Sostegno a favore dei rifugiati nel sud del paese (15 milioni di dollari)

 

Finalità: “Aiutare il governo ad assumere il controllo della zona sud delle coltivazioni di coca, dominata dalla guerriglia, addestrare ed equipaggiare tre battaglioni antinarcotici addizionali, cooperare in attività di intelligence per appoggiare questi battaglioni, fornire assistenza, abitazioni e lavoro alle persone che saranno ‘sfollate’ durante queste operazioni”.

 

Intercettazione

Appoggio ai programmi d’interdizione (19,5 milioni di dollari)

Aggiornamento aerei OV10 della Forza Aerea (10 milioni di dollari)

Programma ‘fluviale’ (12 milioni di dollari)

Piste d’atterraggio (8 milioni di dollari)

Finalità: “Migliorare la capacità delle autorità colombiane nell’intercettazione del traffico della cocaina. Si destineranno risorse per aggiornare radar, aerei e piste, così come si sosterranno le attività di intelligence per permettere alla polizia e alle forze armate di rispondere rapidamente ed adeguatamente. Insieme al rafforzamento della capicità di monitoraggio e intercettazione si sosterrà la base anti-droga realizzata a Manta (Ecuador)”.

 

Polizia

2 elicotteri ‘Blackhawks’ (26 milioni di dollari)

12 elicotteri ‘Huyes’ (26 milioni di dollari)

Aerei addizionali per la fumigazione (20 milioni di dollari)

Costruzione di basi (5 milioni di dollari)

Protezione dei Nuclei della polizia (5 milioni di dollari)

 

 Finalità: “Appoggio alla Polizia Nazionale, per aggiornare tecnologicamente i velivoli, acquisto di aerei per la fumigazione, fornire sicurezza alle basi che s’incontrano nell’area, appoggio alle attività di intelligence”.

 

Sviluppo alternativo e Programmi economici

Assistenza ai rifugiati (22,5 milioni di dollari)

Assistenza ai governi locali (12 milioni di dollari)

Programmi volontari di eradicazione (30 milioni di dollari)

 

Finalità: “Sviluppo alternativo alle coltivazioni di coca e appoggio alle autorità locali nella loro risposta alle necessità delle comunità”.

 

Pentagono

Appoggio ai battaglioni antinarcotici e sviluppo dell’intelligence (78,8 milioni di dollari)

Installazione radar a Tres Esquinas (13 milioni di dollari)

Finalità: “Addestramento e trasferimento di equipaggiamenti alle forze armate colombiane”.

 

 

Diritti Umani e Giustizia

Protezione delle attività a favore dei diritti umani e sostegno ad istituzioni (11 milioni di dollari)

Istituzione delle unità delle Procure e della Polizia per i Diritti Umani (25 milioni di dollari)

Formazione di giudici e procuratori (7,5 milioni di dollari)

Riforma del sistema giudiziario e del codice penale (2,2 milioni di dollari)

Defensoría del Pueblo (2 milioni di dollari)

Programma antisequestri (1 milione di dollari)

Programma di protezione dei testimoni (1 milione di dollari)

Riabilitazione dei bambini soldato (2,5 milioni di dollari)

Finalità: “Aumentare la Governabilità. I programmi saranno amministrati dall’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (UsAid), dal Dipartimento di Stato e della Giustizia. I fondi saranno destinati alla protezione dei diritti umani, alla riforma del sistema giudiziario, al miglioramento della capacità delle autorità colombiane nell’individuare e smantellare il lavaggio del denaro sporco ed altre attività criminali e alla formazione dei rappresentanti del governo colombiano per le negoziazioni con gli attori armati”.

 

 

Usa-Colombia un rapporto che nasce lontano

Le relazioni politico-militari e in materia di lotta al narcotraffico tra gli Stati Uniti e la Colombia hanno seguito sempre “un modello ciclico, con fasi oscillanti”, caratterizzate di volta in volta da distanza e dubbi, tensioni  e frizioni, critiche e difficoltà, e fasi caratterizzate da cordialità e vicinanza, convergenza e collaborazione[47]. Le differenti amministrazioni statunitensi tuttavia, non hanno fatto mancare il loro aiuto a favore dei programmi di riarmo delle forze militari colombiane neanche quando le collusioni di quest’ultime e delle classi dirigenti con il traffico di stupefacenti sono state palesi, o quando il conflitto interno ha raggiunto livelli di drammaticità e di violenza insostenibili. La Colombia non è mai stata sottoposta all’isolamento o alla marginalizzazione internazionale per la questione del narcotraffico o per la violazione dei diritti umani: il ruolo chiave del paese nello scacchiere caraibico-andino, la competizione ideologica tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, il ferreo orientamento anticomunista e filostatunitense delle forze armate e dei ceti dominanti, il sostegno allo sforzo per eliminare le guerriglie in Centroamerica ed accerchiare l’isola di Cuba, le hanno assicurato, anche nei momenti più bui della sua storia contemporanea, l’assistenza e l’appoggio economico-militare nordamericano. Gli Stati Uniti sono stati la fonte primaria per buona parte delle infrastrutture, dell’equipaggiamento e delle operazioni d’intervento antiinsorgenza delle forze colombiane.

   Il primo accordo di assistenza militare fu firmato da Washington nel 1952 per sostenere lo sforzo dell’unico paese latinoamericano intervenuto direttamente nel conflitto coreano con un battaglione dell’esercito e una corvetta della marina[48]. L’intervento diretto nel conflitto interno colombiano fu invece realizzato dagli Stati Uniti nei primi anni ’60 dopo il varo della cosiddetta “Dottrina della Sicurezza Nazionale”, a seguito del successo della rivoluzione cubana. La nuova ‘dottrina’ interpretava ogni forma di lotta sociale per la democrazia in America Latina come lo strumento di penetrazione del comunismo e dell’Unione Sovietica nel ‘cortile di casa’. I partiti comunisti locali, i sindacati, i movimenti sociali, la guerriglia venivano identificati dalle élite nazionali come veri e propri ‘nemici interni’; gli Stati Uniti si assumevano l’onere di sostenere l'organizzazione delle forze armate locali per reprimere i movimenti, realizzare operazioni controinsorgenti, e talvolta, impossessarsi direttamente del potere attraverso sanguinosi colpi di stato.

  La Colombia fu tra i primi paesi sudamericani a istituzionalizzare a fini interni la ‘dottrina della sicurezza nazionale'. La sua applicazione coincise con la trasformazione del conflitto civile, quando la lotta contro le neocostituite organizzazioni della guerrigliera prese il posto della ‘violenza bipartitista’, tra ‘liberali’ e ‘conservatori’, che aveva caratterizzato la storia del paese per tutti gli anni ‘50. Tra il 1961 e il 1967, la Colombia occupò il terzo posto tra i paesi latinoamericani nella ricezione di aiuti militari Usa. In questo paese si sperimentò per la prima volta il cosiddetto ‘Plan Laso’ (‘Latin American Security Operation’), la strategia operativa Usa, che in linea con la “dottrina della sicurezza nazionale” prevedeva la cooperazione civili-militari a difesa della conservazione degli equilibri socioeconomici dominanti. Le forze armate colombiane iniziarono a fare uso ricorrente dello ‘stato di emergenza’, “sviluppando l'esercizio della giustizia penale militare, legittimando lo 'stato di guerra' e attivando la ‘difesa civile’ sotto il controllo militare[49].

Il 18 maggio 1964, il governo colombiano lanciò una vasta campagna militare (‘Operación Marquetalia’), nelle regioni in cui si stavano organizzando i gruppi di ‘autodifesa campesina’ da cui presto sarebbero nate le prime unità delle Farc. Per annientare le organizzazioni contadine, l’esercito giunse a schierare 16.000 uomini e l’intera dotazione di elicotteri, intercettori, bombardieri e pezzi d’artiglieria. Per questa prima operazione antiguerriglia in larga scala, l’agenzia statunitense ‘Usaid’ consegnò direttamente a Bogotá 300.000 pesos del tempo[50].

     A seguito dell’ampio consenso che i gruppi insorgenti acquisirono tra le popolazioni che vivevano ai margini del latifondo, il presidente Guillelmo León Valencia decise di estendere territorialmente il conflitto.  Il 24 dicembre 1965 veniva firmato il decreto d’istituzione dello stato d’assedio in tutto il paese; esso, tra l’altro, obbligava i cittadini ad impegnarsi “nel ristabilimento dell’ordine pubblico minacciato dalle forze guerrigliere”. Il decreto, trasformato in legge nel ‘68, dava il via alla formazione delle cosiddette ‘giunte di autodifesa’, organizzazioni formate da personale civile addestrato ed equipaggiato per operazioni anti-guerriglia, sotto il comando del personale militare. La ‘militarizzazione’ della società colombiana rispondeva alle pressioni degli Stati Uniti che chiedevano la creazione di un vero e proprio cordone di sicurezza per isolare la guerriglia e spostare a favore delle forze armate il conflitto. Anche in questo caso però, gli effetti non furono quelli desiderati: in Colombia lo scontro degenerò in intensità e violenza e dalle ceneri delle ‘giunte di autodifesa’, quindici anni più tardi, si sarebbe sviluppato il fenomeno paramilitare[51].

    Dopo lo scacco dell’’Operación Marquetalia’ i legami Usa-Colombia si mantennero di basso profilo almeno sino alla metà degli anni ’70. Dando il via all’oscillante rapporto amore-odio nelle relazioni tra i due paesi, l’amministrazione López Michelsen (1974-78), accusata dal governo nordamericano di inefficienza nella repressione della produzione e del traffico di marihuana, decise di autorizzare i velivoli Usa a sorvolare la Colombia per intercettare le avionette dei narcotrafficanti in rotta tra il dipartimento settentrionale della Guajira e la Florida. Il governo acquistò inoltre diversi elicotteri forniti di mitragliatori e i velivoli Turbo T-33 per realizzare verso la fine del '75 la prima grande operazione di eradicazione aerea contro le coltivazioni di droga della Sierra Nevada di Santa Marta, nella costa atlantica (‘Operación Condor’). L’attacco indiscriminato contro i villaggi indigeni ebbe come effetto il ‘desplazamiento’ di intere comunità, l’atomizzazione delle coltivazioni illecite e il loro trasferimento in altre regioni del paese.

Una serie di scandali che nel ’76 colpirono il Das, il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza dipendente dalla Presidenza della Repubblica, convinse il governo a trasferire le competenze della lotta antidroga alla Polizia giudiziaria e alle forze armate. Per migliorare la propria immagine internazionale dopo le ombre nella conduzione della ‘guerra sporca’ contro la guerriglia e i civili, i vertici militari pianificarono due anni più tardi l’’Operación Fulminante’, un’operazione interforze a cui parteciparono decine di migliaia di militari dell’Armada Nacional e il Gruppo di volo dell’aeronautica di Barranquilla. Il risultato fu ancora una volta contraddittorio: nonostante la distruzione di oltre 10.000 ettari di coltivazioni, l’operazione acutizzò il conflitto tra lo Stato e migliaia di piccoli produttori della zona. Le stesse forze armate vennero accusate di “eccessi contro la popolazione” e “corruzione” a favore dei narcotrafficanti. L’’Operación Fulminante’ potè contare sulla piena cooperazione del governo degli Stati Uniti, che alla vigilia del ‘blitz’ fornì gli equipaggiamenti e gli aiuti finanziari per le azioni militari. Sempre nel ‘78 si svolse l’operazione aerea congiunta ‘Stopgap’ e Washington intervenne a favore della costituzione del corpo della Guardiacoste che assunse il controllo dei maggiori fiumi interni.

   Nel 1982 Colombia e Stati Uniti firmarono un nuovo accordo militare che assicurò una serie di mezzi logistici al gruppo antinarcotici della Polizia nazionale. L’istituzione potè costituire 14 ‘compagnie specializzate’ e un proprio servizio aereo che iniziò ad operare dagli aeroporti di Guayamaral, Santa Marta, San José del Guaviare e Valledupar[52].

   Lo stesso anno, quasi a voler smentire le denunce-stampa su un presunto contributo elettorale ricevuto dal boss del narcotraffico Rodríquez Gacha ‘il mexicano’, il presidente Betancur autorizzò una nuova operazione di eradicazione delle coltivazioni di marihuana della Sierra Nevada. L’intervento militare venne appoggiato della Marina Usa che dispiegò una flotta navale davanti alla costa atlantica della Colombia (operazione ‘Hot Trick’); tuttavia, durante un ingiustificato bombardamento contro alcuni villaggi indigeni, furono colpiti a morte alcuni bambini della comunità Arhuacos. A questo funesto intervento, seguirono nell’85 due controverse operazioni multinazionali che culminarono con sorvoli non autorizzati di aerei ed elicotteri delle forze statunitensi e colombiane sull’Amazzonia peruana, alla ricerca di laboratori e piste d’atterraggio dei trafficanti di droga.

  L’improvviso attivismo anti-narcos del governo colombiano fu premiato dal Congresso degli Stati Uniti con un pacchetto di aiuti militari di 12 milioni di dollari per armare i velivoli aerei da utilizzare negli sforzi d’intercettazione[53]. Due anni più tardi (1987), gli aiuti militari raggiungesero i 279 milioni di dollari e il governo colombiano potè intraprendere la costruzione di due importanti infrastrutture, la base navale di Bahía Málaga nel Pacifico e la base aerea di Marandúa, negli Llanos orientali. Per assicurare la vigilanza delle isole di San Andrés e Providencia, di fronte la costa atlantica del Nicaragua, vennero acquistati 15 caccia A-37 e quattro sommergibili, due di produzione tedesca e due della classe italiana ‘Sx-506’. Sempre in Italia vennero acquistati i cannoni ‘Breda’ da 40 mm per armare le fregate ricevute in dono dagli Stati Uniti. In cambio le forze armate Usa ottennero l’autorizzazione a pattugliare le coste della Guajira e a installare un impianto radar a San Andrés, per il controllo del traffico aeronavale dello scacchiere centroamericano e caraibico.

Questo periodo di idillio tra le due diplomazie, coincise con la presenza a Bogotá dell’ambasciatore Lewis Tambs, acceso sostenitore della lotta anti-insorgente, passato alla storia per aver coniato in un suo rapporto il termine di ‘narcoguerriglia’, che enfatizzava il presunto intreccio tra le organizzazioni armate della sinistra e i produttori e i trafficanti di coca. L’ambasciatore Tambs, a seguito della scoperta di un laboratorio per il processamento e di un grosso carico di cocaina (quasi 14 tonnellate), dichiarò che essi erano “sotto la vigilanza della guerriglia comunista delle Farc e l’approvazione del Partito Comunista colombiano”, e che il traffico godeva della “copertura di Cuba e Unione Sovietica”. La notorietà del diplomatico sarebbe crollata cinque anni più tardi, quando il suo nome comparve tra coloro che avevano coperto le operazioni del capitano Oliver North, il protagonista del cosiddetto ‘Contrasgate’, il traffico di armi e droga gestito dalla Cia a favore della Contras antisandinista[54].

 

 

Tra frizioni e incomprensioni avanza l’americanizzazione

Il diplomatico Usa inviato in Colombia nel 1988 a sostituire l’ambiguo Tambs, non fece rimpiangere assolutamente le crociate anti-guerriglia del precedessore. Le credenziali di Thomas McNamara erano di tutto rispetto: aveva ricoperto per anni il ruolo di direttore della sezione antiterrorismo e antidroga del Dipartimento di stato. Gli aiuti militari alla Colombia subirono una nuova impennata; il valore dei sistemi d’arma inviati raggiunse i 72 milioni di dollari, nove volte in più di quanto era stato fornito quattro anni prima. Ciò permise la riorganizzazione territoriale delle unità dell’esercito, l’ampliamento del proprio organico (12.000 unità con due nuove brigate di fanteria) e l’acquisto di un centinaio di mezzi semoventi e di carri armati dal Brasile e di fucili di precisione dalla Germania. La marina colombiana venne riorganizzata su quattro comandi, quello dei Caraibi con sede a Cartagena, del Pacifico a Buenaventura, delle forze fluviali occidentali a Puerto Leguízamo sul Río Putumayo, e delle forze fluviali orientali a Orocué sul Río Meta. Sempre nel 1988 vennero acquistate in Germania alcune unità navali portaelicotteri per operare nell’Atlantico a seguito della crisi apertasi con Venezuela e Nicaragua per il controllo dello spazio marittimo.

  La scelta di Washington di inviare McNamara in uno dei paesi dell’emisfero caratterizzatosi per il forte scontro sociale e militare s’inseriva pienamente nella nuova strategia d’intervento nell’emisfero definita dalla ‘Direttiva presidenziale sulla Sicurezza nazionale’, e che sfoció nella pianificazione, nel settembre ’89, della cosiddetta “Iniziativa Andina”. Essa prevedeva il rafforzamento della cooperazione economica-militare degli Stati Uniti con i paesi dell’aerea, l’invio di forze armate e la creazione di nuove basi Usa in centro e sud America. Contemporaneamente la Casa Bianca iniziò a destinare al Dipartimento della difesa maggiori risorse finanziarie a favore della “lotta contro la droga”: in meno di tre anni, si passò dai 380 milioni di dollari ai 1.100 milioni del ’92.

  Grazie alla legittimazione dell’intervento militare nelle attività antidroga, le forze armate degli Stati Uniti assumevano la leadership nel monitoraggio del traffico di stupefacenti accanto alle agenzie istituzionalmente responsabili (ad esempio, la Dea). A sovraintendere queste nuove funzioni operative venivano chiamati cinque alti comandi: Usacom (il Comando Atlantico), Us Southcom (il Comando del Sud), quello del Pacifico, il Comando di difesa aerea del Nord America e l’U.s. Force Command[55].

   In questo nuovo contesto geostrategico fu il Comando Sud di stanza nella base di Howard, Panama, ad assumere un ruolo chiave. E’ ad esso e ad Usacom che a partire dal ’93 vennero concentrate le funzioni che erano state assegnate agli altri tre comandi. Secondo il Pentagono, oltre 2.000 “voli anti-droga” partivano annualmente dalla base di Howard, a cui facevano riferimento logisticamente le operazioni interforze del Custom Service, del Dipartimento della difesa, della Guard Coast, della Cia e della Dea. Allo stesso tempo, Howard assicurava ai paesi alleati dell’area caraibica l’addestramento e l’equipaggiamento delle unità navali e terrestri impegnate in azioni speciali ‘anti-droga’ ed anti-guerriglia.

   La nuova centralità della ‘lotta al narcotraffico’ venne consacrata con la pubblicazione nel giugno ’93 del nuovo ‘U.S. Army Field Manual 100-5, Operations’ (l’ultimo era del 1986), il manuale che determina le strategie militari degli Stati Uniti nel pianeta. Nel testo le operazioni anti-droga venivano identificate come una modalità di “operations other than war”, la nuova denominazione dei cosiddetti “conflitti di bassa intensità”, la cui esecuzione sembrava pianificata proprio per lo scenario colombiano. In altre parole, come sottolinea lo storico italiano Antonio Sema, “la lotta al narcotraffico costituiva un ottimo schermo etico dietro al quale perseguire altri obiettivi, a cominciare dalla ristrutturazione dell’intero sistema di sicurezza latinoamericano, che mirava a collegare l’intelligence alle azioni di polizia, per condividere le informazioni disponibili sui narcos e i loro traffici con tutte le istituzioni interessate. Allo stesso modo, naturalmente, si potevano assumere e condividere anche le informazioni sui guerriglieri e i loro simpatizzanti[56].

  Gli anni che segnarono la mutazione dell’atteggiamento politico-militare degli Stati Uniti verso il centro e il sud America, furono anche quelli in cui si registrarono le maggiori tensioni con la Colombia, attraversata da stridenti contraddizioni in tema di lotta al narcotraffico. La Casa Bianca preferì comunque agire con cautela, bene attenta a non rompere il dialogo con un alleato sempre più impegnato a ‘contenere’ i gruppi della guerriglia. Il fattore che più mise in crisi i rapporti bilaterali, fu l’applicabilità del trattato di estradizione firmato nel 1979 ma congelato sino al 1983, e che alla fine si concretizzò con la consegna ai giudici statunitensi di un solo esponente di primo piano del narcotraffico, Carlos Leheder, arrestato dai militari colombiani nell’87 grazie all’apporto di uomini della Dea.

   La lunga serie di attentati terroristici e di omicidi contro personaggi simbolo della repubblica (giornalisti, magistrati, politici, militari), da parte dei boss della coca ‘estradabili’, condusse prima lo Stato all’empasse e poi all’abrogazione della stessa legge sull’estradizione con l’approvazione della nuova Costituzione nel ’91. Al risentimento e alla sfiducia da parte di Washington si aggiunse il contenzioso che Bogotá aprì con il partner dopo l’intervento a Panama a fine dicembre ’89 per deporre e sequestrare l’ex alleato Noriega (già agente della Cia e importante interlocutore del Pentagono nella lotta al sandinismo). Nell’occasione il governo colombiano protestò contro il blocco della costa settentrionale del paese da parte della portaerei ‘Kennedy’ e di altre unità minori. Dalla stessa portaerei si alzarono più volte in volo gli aerei-radar Awacs, che sorvolarono la Colombia senza autorizzazione.

   Ad accrescere gli attriti nei giorni dell’invasione di Panama, arrivò l’inaspettata dichiarazione dell’ambasciatore Usa in Germania, secondo cui il governo di Washington non scartava la possibilità di azioni di forza in Colombia. “Per noi – spiegò l’ambasciatore - è importante realizzare un blocco navale in Colombia per impedire che si riforniscano di cocaina ed altre droghe gli Stati Uniti[57]. Le unità navali rimasero di fronte la costa colombiana sino a metà febbraio: l’unica azione militare che portarono a termine fu il mitragliamento in acque internazionali di una nave cargo battente bandiera cubana in seguito al rifiuto del comandante di consentire l’abbordaggio per verificare se tra i container fosse nascosta cocaina.

Nonostante il ‘raffreddamento’ delle relazioni per l’invasione di Panama, il 2 febbraio ’90 la Colombia autorizzò il volo di due aerei della Dea per individuare piste clandestine, coltivazioni di coca e laboratori. Gli aerei spia rischiarono più volte la collisione con i velivoli civili in rotta sui cieli della Colombia, ma il governo preferì non accogliere le numerose proteste dei piloti. L’’americanizzazione’ del paese ebbe nuovo impulso con l’arrivo di due radar tattici che furono installati a Barranquilla e Apaiay che si “aggiunsero ai tre radar pre-esistenti appartenenti alle forze aeree statunitensi per coordinare i sensori, processare le informazioni e assicurarsi la copertura aerea del paese[58].

Il febbraio del ’90 rappresentò un momento cruciale nelle relazioni Usa-Colombia. Fu in questo mese che si svolse nella città atlantica di Cartagena, il summit voluto dal presidente Bush per lanciare la campagna di cooperazione nell’emisfero contro il traffico di droga, a cui parteciparono i presidenti di Colombia, Perù e Bolivia. Il vertice accelerò il processo di ‘istituzionalizzazione’ dell’intervento anti-droga da parte delle forze armate dei paesi andini. Per l’occasione fu dispiegato in Colombia un imponente apparato di sicurezza (5.000 addetti militari ed elicotteri per il trasporto truppe nell’aeroporto di Barranquilla), che permise di approfondire le relazioni di scambio e collaborazione tra gli agenti dei servizi segreti statunitensi e i colleghi colombiani. E’ opportuno sottolineare che a coordinare il sistema di vigilanza del vertice di Cartagena fu chiamato il maggiore dell’esercito Usa Arnaldo Claudio, che come vedremo in seguito, ebbe un ruolo da protagonista nella copertura delle ‘operazioni sporche’ del conflitto colombiano.

I mesi successivi al vertice di Cartagena continuarono a caratterizzarsi per l’instabilità delle relazioni diplomatiche tra i due alleati. Se da una parte il governo colombiano rifiutava di accettare 2,8 milioni di dollari in ‘aiuti militari’ per creare una speciale unità anti-droga dell’esercito, dall’altra avviava una campagna di fumigazione delle coltivazioni di coca con l’uso del glifosato. I funzionari della Dea e l’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotá, promossero l’operazione aerea indicando la rilevanza della eradicazione chimica. Allo stesso tempo i rappresentanti ufficiali statunitensi contribuirono a legittimare l’uso del glifosato mediante la divulgazione di opinioni ‘scientifiche’, come quella dell’impresa privata ‘Labat-Anderson’ di Arlington, Virginia, che affermava l’efficacia pratica e l’assenza di tossicità dell’erbicida già sperimentato in Guatemala[59].

Dati l’intensificarsi del conflitto interno e i successi delle controffensive militari delle guerriglie, gli Stati Uniti continuarono a destinare alla Colombia il pacchetto di aiuti militari più sostanzioso della regione andina. Il paese ricevette nel biennio 91-92, 105,9 milioni di dollari, contro i 13 milioni destinati al Perù e i 61,8 milioni alla Bolivia. Il programma di aiuti fu determinante per la prima grande modifica strutturale delle forze armate colombiane, nel momento in cui la presidenza di César Gaviria decideva d’interrompere le trattative con la guerriglia optando per la “guerra integrale”.

Fu potenziata la capacità controffensiva aerea con 14 nuovi addestratori ‘Tucano’ e due velivoli da trasporto di fabbricazione brasiliana, più una ventina di elicotteri Mi-17 russi ed Uh-60 statunitensi. L’aeronautica venne riorganizzata con tre gruppi per il combattimento aereo, due dei quali di stanza a Palanquero, dipartimento di Cundinamarca, dotati di caccia Mirage 5 e Kfir, ed il terzo di stanza a Barranquilla, con gli intercettori A-37[60]. Vennero inoltre insediate basi per le operazioni anti-guerriglia e di fumigazione anti-droga in una serie di aeroporti del paese, Apiay, Neiva, Popayán, Chaparral, San José del Guaviare, Puerto Asís, Tres Esquinas, Miraflores, Pitalito e Puerto Leguízamo, accelerando così il processo di militarizzazione del territorio. Dagli Stati Uniti vennero acquistate alcune piccole unità per il pattugliamento fluviale, assegnate al neocostituito corpo dei marines; inoltre fu avviata la ristrutturazione della componente terrestre con la creazione di 18 brigate, 4 divisioni, 3 brigate mobili e 17 battaglioni controguerriglia[61]. In particolare, le brigate furono destinate inizialmente a contrastare i gruppi insorgenti nella zona di Córdoba, ove ottennero il successo di debilitare le milizie dell’Epl, l’Esercito Popolare di Liberazione.

 

 

Arrivano i Marines

Le forze armate colombiane ottennero altresì l’assistenza diretta del Comando Sud attraverso i ‘mobile trainings teams’ per l’addestramento del personale incaricato delle operazioni anti-droga, i ‘tactical analysis teams’ per la valutazione dei dati di intelligence, e i ‘planning assistence teams’ per la pianificazione delle operazioni. A partire dal 1991, 26 nuclei Usa istruirono le unità colombiane nella manutenzione delle apparecchiature, nell’uso di armi tattiche e nel miglioramento funzionale dei velivoli aerei e delle unitá fluviali. L’Us Air Force e il Corpo dei Marines installarono radar terrestri per coordinare le operazioni di raccolta dati degli Awacs e dei velivoli Orion P-3 e supportare gli intercettori e le forze terrestri colombiane. Congiuntamente Stati Uniti e Colombia effettuarono importanti operazioni interforze: l’’Operación Amazonas’, contro i laboratori di droga nella regione amazzonica; l’operazione navale ‘Córdoba’ contro le unità navali trasportatrici di cocaina; l’operazione ‘Tranquilandia’, nel sud della Colombia, contro laboratori e piste d’atterraggio; le operazioni ‘Support Justice II, III e IV (1991-92), contro le principali aree di processamento della droga e i velivoli aerei dei trafficanti. A quest’ultima operazione partecipavano anche unità di Perù, Ecuador e Bolivia, assistite dalla Dea e dal Dipartimento della difesa[62].

Sempre nel 1991, l’allora ministro della difesa Rafel Pardo Rueda, varò il cosiddetto ‘Piano di sviluppo dell’Intelligence’, con l’istituzione della 20^ brigata dell’esercito che assunse i compiti di spionaggio e lotta anti-insorgente precedentemente assegnati alla brigata ‘Binci’ e al battaglione ‘Charry Solano’, al centro di numerose inchieste per il coinvolgimento diretto nella ‘guerra sporca’. Presso il quartier generale di Bogotá della 20^ brigata, furono assegnati 12 ‘consiglieri’ del Comando Sud, che parteciparono attivamente alla pianificazione operativa e alla scelta degli oltre 3.000 agenti dei servizi segreti colombiani. La presenza dei ‘consiglieri’ presso il comando della brigata è proseguita sino ad un paio di anni fa, quando è stato deciso lo scioglimento del reparto, coinvolto in gravi casi di violazione dei diritti umani e in particolare nell’eliminazione di leader politici e sindacali e di appartenenti alle principali organizzazioni umanitarie[63].

Le relazioni tra i due paesi attraversarono una nuova fase critica, nei mesi che seguirono alla ‘fuga’ del capo del cartello di Medellín Pablo Escobar dalla sua ‘prigione dorata’ di Itaguí. Nonostante fosse notorio il suo ruolo leader nel narcotraffico, l'ambasciata Usa di Bogotá gli aveva assegnato un visto speciale nel 1982 per la sua condizione di congressista colombiano. Sei anni più tardi, Washington definì Escobar nemico numero uno della ‘lotta alla droga’ e per ottenerne l’arresto, attivò il Pentagono e la stessa Fbi, che alla vigilia dell’invasione di Panama inviarono un gruppo speciale nel paese centroamericano per verificare, inutilmente, la presenza del boss.

Quando il narcotrafficante decise di consegnarsi alle autorità colombiane, gli Stati Uniti intrapresero un piano di vigilanza aerea dell’istituto penitenziario che ospitava Escobar senza chiedere l’autorizzazione alle autorità colombiane. Caccia Usa in partenza dalle basi di Howard (Panama) e di Palanquero, sorvolarono ripetutamente la prigione, tra le proteste dei politici che invocarono il rispetto della “sovranità nazionale” e di alcuni piloti di aerei civili che si videro pericolosamente passare accanto i jet. L’evasione inasprì i toni dell’ambasciata statunitense contro il governo di Bogotá, che fu costretto a lanciare una mobilitazione senza precedenti per individuare il rifugio di Pablo Escobar. Venne creato il cosiddetto ‘Bloque de Búsqueda’, corpo speciale interforze per la cattura dei latitanti e fu autorizzata la partecipazione di organismi statunitensi nelle attività di ricerca, soprattutto dopo che la Dea pubblicò un rapporto in cui segnalava “seri indizi di corruzione all’interno della Polizia e dell’esercito colombiano in relazione al narcotraffico”. La crisi delle relazioni bilaterali era confermata dalle cifre degli aiuti militari Usa, progressivamente ridotti dai 153 milioni di dollari nel 1992, ai 73,1 milioni nel 1993 e ai 37,5 milioni nel 1994[64].

La morte di Escobar favorì la ripresa della cooperazione militare tra Usa e Colombia; il miglioramento delle relazioni bilaterali fu consacrato con l’esercitazione militare congiunta a Juanchaco a fine ’93, poi prolungata sino all’aprile del ’94, e con un ulteriore pacchetto militare a favore della polizia colombiana. Gli Stati Uniti arrivarono a coprire il 97,7% di tutte le spese generali dell’istituzione, esclusi gli stipendi e gli onorari del personale[65]; inoltre le furono assegnati 6 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawk’, per un valore di 50 milioni di dollari. Nel novembre dello stesso anno infine, le marine di Colombia, Ecuador e Stati Uniti effettuarono un'esercitazione antisommergibile congiunta, formalmente diretta all'intercettazione di minisommergibili utilizzati dai narcotrafficanti per il trasporto della cocaina dalle aree portuali alle imbarcazioni in transito nelle acque internazionali[66].

   Il rapporto tornò ad incrinarsi già alla fine del ’94, quando gli Stati Uniti iniziarono a considerare la Colombia come un ‘paese disertore’ della lotta al narcotraffico, valutazione consolidatasi con l’elezione alla presidenza di Ernesto Samper, grazie all’ingente contributo finanziario del Cartello della coca di Cali. Nel ’96 la Colombia entrò nella lista nera dei paesi ‘disimpegnatisi’ nella lotta alla droga, e gli Stati Uniti le negarono l’apposita certificazione di ‘paese cooperante’. Ciò non comportò un cambio di rotta nella politica di sostegno tecnico e finanziario a favore delle forze armate colombiane. Nel settembre ‘96 ad esempio, il Dipartimento della difesa fornì addizionalmente 30 milioni di dollari all’esercito e 10 alla polizia nazionale per l’acquisto di una decina di aerei ‘Turbo Trash’ e di due elicotteri anti-guerriglia. L’anno successivo, il valore degli armamenti inviati dagli Stati Uniti raggiunse i 64 milioni di dollari e grazie al voto favorevole del Congresso, venne autorizzata la consegna di 18 elicotteri di seconda mano Uh-1 ‘Huey’. Le forze armate colombiane, accanto a quelle dei limitrofi paesi andini, parteciparono alle due operazioni ‘anti-narcos’ in vasta scala promosse dal Comando Sud degli Stati Uniti, la ‘Trébol Verde’ nell’ottobre del ’95 e la ‘Laser Strike’ nell’aprile ’96.

  Nonostante i sempre più evidenti legami dell’establishment nazionale con i padrini del narcotraffico e l’assenza di interventi per arrestare  la produzione e l’esportazione di sostanze stupefacenti, a partire dal marzo ’97 gli Stati Uniti, preoccupati dall’allarme lanciato da alcuni osservatori militari che segnalarono come i gruppi della guerriglia avessero ampliato il teatro e l’intensità delle loro operazioni, decisero di riavvicinarsi al governo Samper. L’inattesa visita del generale McCaffrey a Bogotá e alla base anti-droga di San José del Guaviare, confermò la nuova visione dell’amministrazione Clinton. Al suo ritorno a Washington, lo stesso ‘inflessibile’ zar anti-droga, già comandante delle forze Usa a Panama, con il sostegno dei maggiori gruppi economico-finanziari statunitensi, intraprese una intensa campagna per fare riottenere alla Colombia la certificazione anti-droga. Il governo Samper ratificò un accordo marittimo bilaterale, congelato da anni, che autorizzava gli Stati Uniti ad ampliare le proprie missioni di interdizione nel Mar dei Caraibi. Gli effetti delle ‘diplomazie parallele’ non tardarono: l'amministrazione Clinton, attraverso una apposita 'eccezione presidenziale' alla decertificazione, annunciò l’invio di 50 milioni di dollari in aiuti ai militari colombiani, e sbloccò il trasferimento di 12 elicotteri Uh-60 ’Blackhawk’ provenienti da uno stock dell’esercito Usa.

  La deroga a favore della ‘narcodemocrazia colombiana’ confermò ancora una volta come la certificazione anti-droga rispondesse solo agli interessi politico-militari dell’incoerente governo degli Stati Uniti. Nonostante il loro sempre maggiore coinvolgimento nella produzione e nel traffico di stupefacenti, già a partire dalla fine del ’97, il Dipartimento di stato concedeva a Colombia, Bolivia, Paraguay e Perù una speciale certificazione “per interesse nazionale”, premiandone lo sforzo contro le organizzazioni guerrigliere. Contemporaneamente Washington non faceva mancare la ‘piena certificazione’ al Messico di Ernesto Zedillo, proprio quando alcune indagini svelavano il coinvolgimento di rappresentanti governativi ed alti dirigenti militari nelle attività dei cartelli criminali e costringevano alle dimissioni lo stesso zar anti-droga nazionale, il generale Jesús Gutierrez Rebollo, vincolato al narcotrafficante Amado Carrillo Fuentes. Al generale Gutierrez Rebollo non mancò la solidarietà da parte dell’amico McCaffrey che espresse pubblicamente parole di elogio per attestarne “l’onestà e la condivisione delle politiche anti-droga[67].

 

 

 

Sostegno anti-droga degli Stati Uniti alla Colombia

 

Anno                       Programmi                                         Totale

INC       FMS       FMF       IMET    Sec.506   EDA

 

1990       20          3.7        71.7         1.5          20        3.8   120.7

1991       20        10.2         47           2.6           0         7.1     86.9

1992       23.4     14.3         47           2.3           7         3.2     97.2

1993       25        14.6         26           3.0           0          0       68.6

1994       20        67.6        7.7           0.9           0          0       96.2

1995       18.9     21.9       10.0          0.6           0          0       51.4

1996       22.9     10.4          0            0.1         40.5       0       73.9

1997       46.6     75.0          0            0.6         14.2       0     136.4

 

Totale   196.8    217.7     209.4       11.6         81.7     14.1  731.3

 

Fonti: Dipartimento di Stato e della Difesa Usa

 

Leggenda

 

INC= International Narcotics Control Assistence

FMF= Foreign Military Financing

FMS= Foreign Military Sales

IMET= International Military Education and Training

Section 506= Sezione specifica del Foreign Assistance Act del 1961

EDA= Excess Defense Articles (Cessione di equipaggiamento militare in esubero).

 

 

 

I pilastri dell’intervento militare USA

La vigilia dell’approvazione del ‘Plan Colombia’ è stata caratterizzata dalla moltiplicazione degli sforzi del Pentagono per conseguire l’egemonia militare nelle regioni andine e nello scacchiere caraibico, sempre più rilevanti dal punto di vista economico e geostrategico. Come sottolineato dall’analista tedesco Heinz Dieterich, l’interventismo Usa nell’area e soprattutto in Colombia “permette di giustificare l’immenso complesso militare e di appropriarsi dei territori amazzonici portatori delle maggiori fonti di acqua e di petrolio”.  La logica di questo intervento, ormai comparabile con quello realizzato in El Salvador e Nicaragua negli anni ’80, “segue sempre lo stesso modello storico: addestramento delle truppe locali grazie ai ‘consiglieri’ militari; fornitura di sistemi tattici e strategici; conduzione di operazioni belliche; modernizzazione e riorganizzazione delle forze armate, particolarmente nel settore aereo; finanziamento e copertura propagandistica a livello mondiale[68]. Gli Stati Uniti, memori dei successi dell’intervento nel Golfo Persico e in Kosovo, hanno puntato al consolidamento delle proprie capacità d’interdizione dello spazio aereo dei Caraibi e della Cordigliera settentrionale. A fine ’98 le forze armate Usa hanno installato un ‘Radar orizzontale Rothr’ a Porto Rico e hanno contribuito a migliorare le infrastrutture di pronto intervento della maggiore base operativa dell’aeronautica colombiana a Barranquilla. Per il biennio 2000-01 il Dipartimento della difesa prevede inoltre di ricostruire la base aerea interforze di Miraflores, danneggiata lo scorso anno da un violento attacco delle Farc, e di potenziare i Centri di comando, controllo e rilevamento dell’aeronautica nelle regioni orientali della Colombia[69].

Il secondo sforzo strategico Usa nell’area andina è stato finalizzato all’addestramento speciale della fanteria navale colombiana e all’equipaggiamento delle unità impegnate in “operazioni fluviali antidroga” in Colombia e Perù. Quest’ultimo programma è stato varato nel ‘98 con la costituzione di 7 unità nei fiumi del sud della Colombia da affiancare al 4° battaglione antiguerriglia della fanteria di marina del Putumayo, e con la costituzione della 1^ brigata fluviale con 4.000 uomini e 160 mezzi navali[70]. Attualmente la Colombia possiede 18 gruppi da combattimento, composti ognuno da quattro imbarcazioni veloci. Grazie al programma varato dal Congresso, entro il 2002 saranno 45 i gruppi navali fluviali di questo tipo.

 Il terzo intervento statunitense è invece finalizzato al potenziamento delle capacità operative delle forze navali colombiane che controllano le rotte caraibiche e del Pacifico orientale. Nel 1999 gli Stati Uniti hanno contribuito all’installazione di un radar presso la base navale di Turbo, alla frontiera con Panama, dove operano i marines e le unità guardiacoste colombiane[71]. Un nuovo radar é entrato in funzione nel porto di Barranquilla, per il controllo della navigazione delle coste settentrionali. Grazie al ´Plan Colombia', la marina riceverá pattugliatori veloci, elicotteri e sofisticati sistemi radar.  Le unità navali e gli aerei della U.s. Navy, che congiuntamente con la U.s. Coast Guard e il Custom Service pattugliano la regione, forniranno tutte le informazioni utili al comando navale colombiano. Queste operazioni saranno coordinate dalla ‘Joint Interagency Task Force’ di stanza a Key West, Florida, base a cui fanno capo i sistemi radar terrestri e quelli ‘orizzontali Rothr’ dell’area caraibica, e tutti i velivoli per il pattugliamento marittimo e di trasporto dell’aeronautica e dell’esercito Usa. Per potenziare questi sistemi il Dipartimento della difesa ha speso nel ‘99 circa 247 milioni di dollari.

  Sempre nell’ambito dell’interdizione navale, nel febbraio ’99 è stato sottoscritto un accordo bilaterale tra la Colombia e la U.s. Guard Coast che autorizza le unità statunitensi ad una maggiore operatività nelle acque territoriali e a bloccare e ispezionare, in acque internazionali e senza limitazioni, navi battenti bandiera colombiana sospettate di trasportare stupefacenti; lo scorso luglio inoltre, la U.s. Guard Coast ha donato alla forza navale del Pacifico un’unità della classe ‘Point’ per l’interdizione marittima.

E' tuttavia nel settore terrestre che la cooperazione militare è stata determinante per la modifica del modello di 'difesa' dell'esercito colombiano a favore di una “maggiore operatività e professionalità che enfatizzi l’addestramento e la proiezione offensiva, (…) e lo diriga verso una forza dove la componente maggioritaria sia volontaria[72].

L’intervento è stato avviato in seguito alla ‘Terza Conferenza dei ministri della Difesa del continente americano’, tenutasi a Cartagena nel dicembre ‘98, con la costituzione del Gruppo bilaterale di difesa Colombia-Stati Uniti (Defense Bilateral Working Group – BWG ). Questo gruppo di lavoro ha formalizzato la nascita del 1° Battaglione speciale anti-droga colombiano, con 980 effettivi, assegnato alla base di Tres Esquinas, sulle sponde del rio Ortegueza, nella regione meridionale del Caquetá. L’addestramento e l’equipaggiamento del battaglione è stato curato direttamente dal Comando Usa del Sud, in particolare dal 7° Gruppo delle Forze speciali dell'Us Army presso il poligono di Tolemaida (dipartimento di Tolima). Un importante stage addestrativo è stato tenuto da un migliaio di marines statunitensi, lo scorso anno, sulle spiagge di Bahía Málaga[73].

Il battaglione anti-droga partecipa alle operazioni congiunte esercito-polizia nelle principali regioni di produzione della coca, Putumayo, Caquetá e Guaviare. Appena la pista di Tres Esquinas sarà attrezzata per l’atterraggio, l’aeronautica colombiana vi stazionerà alcuni gruppi di volo a supporto delle operazioni di pattugliamento aero-fluviale. Con il ‘Plan Colombia’ alla brigata di Tres Esquinas verrà consegnato un gruppo di elicotteri ‘Blackhawk’ e Uh-1n ‘Super Huey’. Il Congresso ha inoltre approvato un programma per addestrare ed equipaggiare due ulteriori ‘battaglioni anti-narcos’ in fase di costituzione[74]. Alle cosiddette operazioni ‘Push into Southern Colombia’ che verranno avviate nelle aree meridionali dalle brigate mobili colombiane, sono destinati i 4/5 dell’intero pacchetto di aiuti militari del ‘Plan Colombia’.

Washington sta sostenendo infine la realizzazione di un Centro d’intelligence interforze (Joint Intelligence Center), sempre nella nuova base di Tres Esquinas, che dirigerà gli interventi di tutte le forze militari colombiane e del comando nazionale di polizia. Secondo fonti giornalistiche, per la realizzazione dell’impianto strategico sono giunti in Putumayo “esperti del Pentagono, della Cia e del servizio segreto israeliano[75].

I sensori installati presso il centro d'intelligence sono in grado di segnalare le comunicazioni e gli spostamenti di persone all’interno della selva; sempre a Tres Esquinas è stato installato un sistema radar che funzionerà in rete con uno omologo in via di realizzazione a Leticia (località in piena foresta amazzonica, al confine con Brasile e Perù). L’impianto è in grado di decifrare le informazioni rilevate dagli intercettori delle forze armate nordamericane, che avrebbero avuto un ruolo decisivo per allertare l’esercito colombiano in occasione dell’operazione lanciata dalle Farc nel gennaio 2000, per conquistare una via di accesso alla cordigliera[76]. Nella controffensiva vennero mobilitati decine di aerei da combattimento e gli elicotteri ‘donati’ da Washington: alla fine di un massiccio bombardamento il bilancio delle vittime tra la guerriglia registrò 40 morti e una decina di feriti, uno dei più tragici degli ultimi anni.

E’ significativo sottolineare che la decisione di realizzare il Centro strategico di Tres Esquinas è stata presa dal generale Fernando Tapias Staterling, comandante delle forze armate colombiane, nel novembre ‘98 quando l’esercito riceveva l’ordine di abbandonare i cinque municipi del Caquetá e del Meta scelti per creare la ‘zona di distensione’ per la negoziazione tra l’amministrazione Pastrana e le Farc. Quasi a voler sfiduciare il governo (o più probabilmente per continuare nella duplice politica del ‘bastone e della carota’), il generale Tapias, insieme al comandante dell’esercito Jorge Enrique Mora, avviava un confronto con i generali Charles Wilhelm e Berry McCaffrey per “modificare le strategie e riorientare l’intervento anti-droga”. In realtà, la convergenza Usa-Colombia nell’escalation militare nel dipartimento meridionale del Putumayo, era apertamente finalizzata a sancire il pieno controllo militare ed economico di un’area dalla rilevante importanza strategica. Come sottolineato dal ricercatore Hector Mondregón, nel dipartimento di Putumayo “s’incontrano i maggiori progetti di esplorazione petrolifera ed è il punto di ingresso e controllo dell’Amazzonia, con la sua biodiversità e le sue innumerevoli fonti naturali”. In Putumayo confluisce il megaprogetto di  ‘intercomunicazione fluviale del Sudamerica’ e il dipartimento è zona di frontiera con l’Ecuador, “paese produttore di petrolio in crisi e dove gli Stati Uniti hanno trasferito parte delle installazioni militari che operavano a Panama[77].

  Con la realizzazione del centro interforze di Tres Esquinas dove le forze di sicurezza colombiane possono contare oltre che sul ‘battaglione anti-droga’, su 130 piloti esperti nella ‘fumigazione’, una ventina di aerei da combattimento, 65 elicotteri e 3.000 uomini della polizia antinarcotici, e grazie al contemporaneo trasferimento di reparti dell’esercito e della fanteria di marina a Puerto Leguízamo, Villa Garzón, Puerto Asís, Puerto Guzmán e Puerto Caicedo, il Putumayo è divenuto il dipartimento più intensamente militarizzato della Colombia. Qui si fa sempre più evidente la sproporzione tra gli attori armati: l’imponente dispositivo delle forze armate si contrappone infatti ad appena 1.800 uomini del ‘Blocco sud’ delle Farc e ai 200 combattenti del ‘Frente Aldemán Londoño’ dell’Eln. Nello stesso dipartimento si sono particolarmente sviluppate le attività paramilitari: oggi vi operano il ‘Frente Putumayo’ delle Auc (Autodefensas Unidas de Colombia), con mercenari giunti appositamente dal Magdalena Medio e dall’Urabá e il gruppo di ‘autodifesa’ ‘El Gordo’, forti di un migliaio di uomini[78].

     Per i prossimi mesi gli analisti prevedono per il Putumayo uno scenario di inaudita violenza. Lo stesso Pentagono ha preventivato, all’interno del ‘Plan Colombia’, un capitolo di spesa di 37,5 milioni di dollari per fornire “l’assistenza a 100.000 rifugiati nel sud del paese nel 2000, e ad altri 150.000 nel 2001[79]. Evidentemente è questo il ‘sacrifico’ che l’asse Washington-Bogotá è disponibile a pagare per ‘liquidare’ 2.000 guerriglieri del fronte meridionale: 250.000 nuovi ‘desplazados’, l’80% dei quali minori di età, che si aggiungeranno ai due milioni di colombiani che sono stati costretti ad abbandonare i luoghi di residenza per gli effetti della ‘guerra sporca’. Gli strateghi della ‘lotta al narcotraffico’ prevedono che 25.000 abitanti del Putumayo si rifugeranno nel poverissimo Ecuador, mentre 125.000 persone si dirigeranno nel dipartimento di Nariño, dove il tasso di disoccupazione è uno dei più alti della nazione e dove, secondo il Commissario regionale per la pace Alfonso Pardo Martinéz, si avrà il “collasso del sistema educativo e sanitario”.  Già oggi, per l’assenza di finanziamenti statali – aggiunge Pardo Martinéz – gli ospedali di Nariño non possono effettuare interventi d’emergenza nei casi di un incidente viario che produca più di trenta feriti”[80].

 

 

Il nuovo modello di difesa colombiano.

I fondi straordinari del ‘Plan Colombia’ permetteranno ulteriori modifiche nell’organizzazione interna delle forze armate, accelerandone il processo di ‘professionalizzazione’. Entro il 2001 saranno 55.000 gli effettivi su ferma volontaria, più del doppio di quelli esistenti appena tre anni fa; altri 9.000 ‘volontari’ saranno introdotti nel 2003. Una serie di infrastrutture saranno realizzate per ospitare i neocostituiti ‘gruppi di volo’ dell’esercito ed assicurare la ridislocazione delle truppe speciali attorno alla capitale (‘Plan Candado’ con 7 nuove basi militari per gli uomini di un battaglione cavalleria) e in Antioquia, un’altra area del paese a forte conflittualità. Nel dipartimento sono stati inviati due battaglioni d’assalto controguerriglia della 11^ brigata ‘Montería’, con oltre 600 militari in funzione anti-Eln. Nella regione, il reparto di Polizia militare ‘Città di Medellín’ è stato trasformato in ‘battaglione di artiglieria’, mentre il gruppo di Cavalleria, elevato a ‘battaglione controguerriglia’, è stato integrato con militari professionisti[81].

   Grazie alla cooperazione interforze e alla creazione di unità specializzate per il combattimento -  ha sottolineato il generale Fernando Tapias presentando i ‘primi risultati’ del processo di modernizzazione delle forze armate - la sovversione ha perso, nel ’99, 1.019 dei suoi uomini, 154 dei quali grazie ad operazioni aeree. Settecentottantasei sono i guerriglieri che abbiamo catturato”. Di livello nettamente inferiore i ‘successi’ delle forze armate nella lotta ai gruppi paramilitari e al narcotraffico: 26 i morti e 83 i catturati tra i controinsorgenti, 6 le vittime e 567 gli arresti tra i trafficanti di droga. E nonostante un terzo delle risorse finanziarie degli Stati Uniti sia andato per armare il neocostituito battaglione antidroga, le forze armate hanno ammesso la distruzione di ‘appena’ 21.300 ettari di coltivazioni di coca, 75 di papavero da oppio e 4 di marihuana[82].

L’impatto sociale e dei costi finanziari del ‘nuovo modello di difesa’ nazionale é ancora tutto da determinare. La Colombia è l’unico paese del continente dove è cresciuto il numero dei militari in rapporto agli abitanti: nel ’98 si è raggiunto il dato di 6,4 soldati ogni 10.000 abitanti, contro una media che in America Latina è di 2,6 (dieci anni prima il paese contava solo su 3,3 militari ogni 10.000 abitanti)[83]. Cosí, se nel 1985 erano 155.000 le persone vincolate al settore militare, nel 1995 esse erano giá 250.000, mentre nel 2000 sfioravano quota 300.000. Tra il 1996 e il 1999 le spese militari dello Stato sono cresciute più del 50%, consumando il 4% del prodotto interno lordo. Escludendo le risorse finanziarie che giungeranno dagli Stati Uniti, nel 2001 é prevista una spesa militare che supererá i 3.000 milioni di dollari. Le proiezioni per il futuro sono peggiori e nel 2005 il conflitto potrebbe arrivare ad assorbire il 5% del Pil, un dato che lo stesso organismo di Pianificazione nazionale ha ritenuto “incompatibile con i progetti di riaggiustamento del bilancio pubblico[84].

  Il budget delle spese dello Stato per il 2.001 destina alle forze armate e di sicurezza il 13% del suo valore totale, tre punti in meno di quanto previsto per l’’educazione’, ma cinque punti in più di quanto previsto per le voci ‘salute’ e ‘sicurezza sociale’[85]. Intanto si fanno sempre più numerose le denunce di sprechi miliardari per le commesse delle forze armate: si parla di cartucce iraniane per fucili “di pessima qualità”, di granate yugoslave “che non esplodono”, di granate sudafricane “ultrasensibili”[86]. Una frizione è sorta nei mesi scorsi tra Colombia e Stati Uniti, dopo che una fonte del Pentagono ha rivelato che le munizioni calibro 50 inviate per i sistemi montati sugli elicotteri ‘Blackhawh’ dell’esercito colombiano facevano parte di una partita non utilizzata durante la guerra di Corea e che esse potevano esplodere accidentalmente in qualsiasi momento[87].

   La corruzione che caratterizza il sistema statale ed economico colombiano non poteva del resto non coivolgere le forze armate. La Colombia è stata al centro dei maggiori scandali internazionali in materia di compravendite di sistemi militari, come ad esempio la cosiddetta ‘vicenda Lockeed’, quando la società produttrice di sistemi aerei inondò di tangenti milionarie i vertici politici e militari di mezzo mondo, Italia compresa. A fine anni ’70, il tribunale di Bogotá condannò l'agente della ‘Lockeed’ per corruzione, però mandò assolti gli ufficiali della forza aerea che ricevettero il denaro. Particolarmente documentato è stato poi il caso della ‘Texatron/Bell Helicopter’, che utilizzò il paradiso fiscale del Lussemburgo per pagare tangenti ai militari della Colombia, del Marocco e dei belligeranti Iran ed Iraq per l’acquisto di centinaia di elicotteri da guerra.

    Sotto il governo Samper, i vertici dell’amministrazione delle forze armate sono stati accusati di corruzione per l’acquisto di una partita di elicotteri dalla Russia. Le recenti indagini di alcune Procure italiane (Catania, La Spezia e Messina) su un vasto traffico di armi cogestito da faccendieri internazionali e dai rappresentanti dei maggiori clan mafiosi della Sicilia orientale, hanno evidenziato che le forze armate di Colombia, Perù e Venezuela erano tra i principali destinatari dei sistemi prodotti da industrie belliche italiane. Tra gli intermediari comparivano alcuni trafficanti originari della provincia di Messina in possesso di passaporti diplomatici o con documentate entrature nei servizi segreti e nelle organizzazioni di estrema destra.

  Quarantadue funzionari del Das, il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza, sono stati recentemente coinvolti in un’inchiesta sulla sparizione di un camion dell’esercito carico di materiale militare, probabilmente dirottato a gruppi criminali o paramilitari. Tra essi compaiono i nomi del colonnello Luis Alberto Pérez, direttore dell’intelligence del Das e il maggiore Luis Eduardo Barón, comandante del controspionaggio dell’agenzia[88]. Lo scorso luglio invece, un’indagine della Corte dei conti ha coinvolto 21 ufficiali, alcuni dei quali distaccati presso le rappresentanze diplomatiche della Colombia in alcuni paesi esteri, per commesse militari “ingiustificate ed eccessivamente onerose”. In particolare s’indaga sull’acquisto di veicoli e di ingenti quantità di combustibile per le unità della forza navale del Pacifico, e sull’entità dei lavori di ampliamento della base navale di Cartagena, per cui sono stati spesi negli ultimi due anni oltre 24 miliardi di lire[89].  La Corte dei conti ha messo sotto inchiesta anche il Fondo rotatorio dell’esercito per verificare la liceità dell’acquisto di alcuni elicotteri russi Mi-17, impiegati per operazioni di intercettazione e combattimento. L’agenzia di controllo del ministero della difesa avrebbe individuato numerose anomalie nell’aggiudicazione del contratto e la perdita per lo Stato colombiano di oltre mezzo miliardo di dollari, finiti nelle casse dei fornitori “in sovrapprezzo al valore di mercato del mezzo aereo[90].

   Con una decisione senza precedenti, nell’ottobre 2000, il governo ha destituito 89 ufficiali e 299 sottufficiali delle forze armate e 12 alti ufficiali della polizia che sarebbero implicati in casi di violazione dei diritti umani e corruzione o che “avrebbero mostrato scarso rendimento”. La purga é stata realizzata nei giorni seguenti alla denuncia del senatore statunitense Cristopher Dodd, secondo cui due brigate colombiane destinatarie di aiuti militari Usa – la 12^ e la 24^ - sarebbero coinvolte in gravi crimini[91]. Al coinvolgimento sempre più frequente delle forze armate in indagini per corruzione o violazione dei diritti umani, si accompagna il forte malessere interno e una crescente crisi d’identità e valori. Una recente inchiesta dell’Ospedale militare ha dovuto perfino ammettere come il 57,1% dei militari in servizio attivo, presentino “disturbi mentali associati con psicosi schizofreniche, psicosi epilettica, psicosi affettiva e quadri depressivi vari con sintomi di condotta distruttiva[92].

 

 

Alla ricerca di nuove basi d’oltremare

Nella spasmodica necessità di ampliare il proprio intervento ‘anti-narcos’, il Comando Sud delle forze armate Usa ha intrapreso un lungo tour nei paesi dei Caraibi e del nord andino per ottenere l’uso di installazioni militari che rimpiazzino la perdita della ‘storica’ base aerea di Howard, Panama, ceduta nel dicembre ’99 al paese centroamericano insieme al controllo del Canale.

  E’ l’isola-colonia di Porto Rico ad aver assunto il ruolo di pilastro centrale del complesso militare statunitense nel centro-sud America. Secondo quanto riferito dal generale Charles Wilhelm alla speciale commissione del Senato sulle politiche anti-droga, “la U.s. Army ha completato il suo trasferimento da Fort Clayton, Panama, alla base di Porto Rico Fort Buchanan, mentre il Comando speciale si è insediato nella Stazione navale dell’isola di Roosvelt Roads, dove entro qualche mese sarà operativo il ristrutturato Comando meridionale della Us Navy Force[93]. Questo comando (Southroc) ha assorbito le funzioni e i mezzi del centro che gestiva le operazioni Usa nell’area dei Caraibi (Caribroc).  Sempre secondo il generale statunitense, la componente aerea ospitata ad Howard è stata ridislocata nell’aeroporto di Porto Rico e nella base di Key West (Florida), mentre alcune unità in forza al 228° battaglione dell’aeronautica sono giunte nella base di Cano, in Honduras, che “continua ad essere l’infrastruttura principale per le nostre operazioni in centro America”.

  Il secondo atto della riorganizzazione strategico-militare Usa nello scacchiere centromeridionale dell’emisfero è stato reso noto nel marzo 2000, in concomitanza di una vasta operazione multinazionale (denominata in codice ‘Conquistador’) a cui hanno partecipato unità navali ed aeree di 26 paesi dei Caraibi del centro e sud America, sotto il comando della U.s. Guard Coast e della Dea. Gli Stati Uniti hanno potenziato la copertura della propria rete radar Unicorn (Rete elettronica unificata regionale dei Caraibi), installandone i centri strategici a Trinidad e Tobago e nella Repubblica Dominicana[94]. 

  Per “recuperare la piena copertura aerea e navale delle aree di transito” garantita dalle basi panamensi, secondo il generale Wilhelm, sarebbero però necessarie alcune “significative infrastrutture militari in paesi esteri (Forward Operating Locations), specialmente in Ecuador”, per la cui realizzazione sono stati chiesti ulteriori sacrifici finanziari al Congresso (oltre 116 milioni di dollari nel biennio 2000-01). Il Dipartimento ha già firmato due accordi bilaterali per ottenere in ‘concessione transitoria’ alcuni scali aeroportuali. Il primo accordo, con i Paesi Bassi, partner Nato, autorizza il dislocamento di aerei Usa nelle Antille olandesi, nello specifico nelle isole di Curacao (‘Hato International Airport’) ed Aruba (‘Reina Beatrix Airport’); il secondo, con l’Ecuador, per l’utilizzazione della base aerea di Manta, che come sottolineato dall’ex sottosegretario di Stato Brian Sheridan “è geograficamente ideale per sostenere le missioni Usa nel sud Colombia[95]. Quest’ultimo accordo avrà una durata di dieci anni e autorizza la costruzione di hangar e alloggi e il miglioramento della pista aerea ove ospitare gli aerei cargo C-550, quelli per il rifornimento in volo Kc-135, ed i velivoli radar Awacs e P-3 della marina statunitense.

   Per diretta ammissione del ministro della difesa colombiano Fernando Ramírez, la base di Manta rivestirà il ruolo di centro raccolta dati e comunicazione durante le operazioni preventivate dal ‘Plan Colombia’. L’Ecuador ha autorizzato la presenza a Manta di 200 militari Usa che potranno raggiungere quota 300 per non meglio specificate ‘operazioni speciali’; inoltre alle unità degli Stati Uniti è concesso l’utilizzo delle basi navali ecuadoriane[96]. Secondo alcuni analisti locali, gli Stati Uniti avrebbero scelto l’aeroporto di Manta, proprio per la sua posizione geostrategica, che oltre al controllo del sud Colombia, permetterà il monitoraggio del corridoio oceanico che dall’Ecuador si estende a Panama e al Centroamerica, utilizzato dalle imbarcazioni degli immigrati clandestini che tentano di raggiungere il Messico e la California. Il porto di Manta, inoltre, è stato prescelto dagli imprenditori commerciali brasiliani per trasportare le merci dall’Amazzonia all’Oceano Pacifico, e ciò è sicuramente un elemento di grande interesse per i gruppi finanziari ed economici nordamericani[97].

  L’Ecuador è uno dei paesi più esposti ai programmi militari degli Stati Uniti. Nella provincia settentrionale di Sucumbíos, al confine con il dipartimento colombiano del Putumayo, opera già da alcuni anni un reparto della Army Material Command (Amc), un’organizzazione altamente specializzata dell’esercito Usa per il rilevamento satellitare con quartiere generale in una base della Virginia. Nella stessa area gli Stati Uniti hanno installato una base radar presso il comando della brigata ecuadoriana di Selva Pastraza, in piena foresta amazzonica[98]. A Coca, una cittadina della selva che sorge sulle sponde dell’omonimo río, il Dipartimento della difesa ha finanziato la realizzazione di un centro d’intelligence per neutralizzare le incursioni della guerriglia  e dei narcotrafficanti colombiani, che funzionerà in coordinamento con la base navale che gli Stati Uniti hanno realizzato a Iquitos (Perù). Dalla metà del 1998 i militari ecuadoriani e statunitensi partecipano congiuntamente in ‘esercitazioni contro il narcotraffico’ nella selva amazzonica. La più importante di esse si è svolta nel luglio ’99 (Operazione Sucumbíos), una ventina di giorni prima dell’incidente dell’aereo da riconoscimento precipitato in Colombia, con la partecipazione di una compagnia del 7° Gruppo delle forze speciali Usa di stanza a Panama. I militari sarebbero stati impegnati in un’offensiva per eliminare due accampamenti delle Farc in Ecuador[99].

  In vista del rafforzamento dei “sistemi difensivi” dei quattro paesi limitrofi (Perù, Ecuador, Bolivia e Panama), il Dipartimento Usa ha speso lo scorso anno 410 milioni di dollari. Grazie al ‘Plan Colombia’, arriveranno altri 180 milioni per “migliorare gli sforzi d’interdizione aerea, terrestre e fluviale” di Perù e Bolivia e finanziare altri piccoli programmi “d’interdizione” in Venezuela, Ecuador e Brasile[100]. Solo alla Bolivia giungeranno  110 milioni di dollari, di cui 85 destinati a ‘programmi di sviluppo alternativi’, già implementati in modo fallimentare nel paese e decisamente respinti dalle organizzazioni dei contadini coltivatori di coca, che hanno lanciato una vasta campagna di mobilitazione, duramente repressa dalle forze di sicurezza. Gli Stati Uniti inoltre, hanno avviato una difficile trattativa con il governo del Costa Rica, per ottenere l’utilizzo della base aerea di Liberia.

 L’ultima novità in tema di militarizzazione del territorio è trapelata in occasione del recente vertice di Brasilia dei capi di stato dell’America Latina. Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha denunciato che un’impresa privata statunitense “a cui la Guyana ha concesso una parte della regione di Esequibo”, al confine con il Venezuela, starebbe per installare “una base aerospaziale per il lancio di missili, dotata di un porto e di una pista d’atterraggio, a cui possono tenere accesso secondo il contratto sottoscritto, solo cittadini e funzionari degli Stati Uniti[101].

 

 

 

 

Stanziamenti del ‘Plan Colombia’ a favore della cooperazione militare ‘anti-droga’ ai paesi andini e caraibici

(in milioni di dollari)

 

Ecuador                                       81,3

 

Bolivia                                          110

 

Perù                                             32

 

Antille olandesi                             54,2

 

                                             Altri (Panama-Venezuela                      18

                                                           -Brasile)

 

                                                Da pianificare                                     1,1

 

 

TOTALE                                    296,5

 

 

 

Verso una politica di accerchiamento

Ampliamento degli aiuti e dei ‘consiglieri militari’, nuove basi ed operazioni congiunte. E’ stato questo il nocciolo del neointerventismo Usa in Colombia e nell’area andina, anche se negli ultimi anni non sono mancate le voci autorevoli sull’intenzione del Pentagono di intervenire direttamente nel conflitto civile del paese sudamericano.

Giá una decina di anni fa, alcuni analisti avevano suggerito di inviarvi massicciamente unitá militari Usa, similarmente a quanto avvenuto in Bolivia nel 1986 (Operazione 'Blast Furnace'), utilizzando il complesso normativo interno che permette il dispiegamento militare all’estero in circostanze d’emergenza quando “esista una grave minaccia agli interessi degli Stati Uniti”. “A causa dell’evoluzione del traffico di droga - si legge in una delle piú prestigiose riviste di diritto - in Colombia non si può più reclamare il controllo sovrano sul territorio, e gli Stati Uniti, intervenendo, non violerebbero la sovranità che la Colombia piú non possiede[102].

Nel maggio ’97, il responsabile dell’Ufficio di intelligence navale del Dipartimento della difesa, James Zackrinson, esprimeva la necessità di varare un sistema di ‘sicurezza collettiva’ nell’area andina “per affrontare la minaccia colombiana”, a cui gli Stati Uniti avrebbero cooperato “con lo stile di quanto fatto nel Golfo Persico[103].  In seguito alla visita in alcuni paesi dell’America Latina dello zar anti-droga Barry McCaffrey, nell’agosto del ‘99, alcune importanti testate sudamericane hanno svelato un piano del Pentagono tendente a coordinare un intervento militare multinazionale in Colombia. 'Frecuencia Latina', rete televisiva peruviana vicina alle forze armate e al Sin, il servizio di spionaggio militare del Perú, in un reportage dichiarava che McCaffrey aveva proposto in privato ai presidenti di Brasile, Bolivia, Perù e Argentina di partecipare ad “un’operazione internazionale d’intervento militare contro il maggior gruppo guerrigliero della Colombia, le Farc”. Nel reportage si prefiguravano i passi per giungere all’operazione: in caso del fallimento della trattativa con la guerriglia, il presidente Pastrana avrebbe dovuto dichiarare lo stato di guerra nel paese, chiedendo l’intervento a Perú, Ecuador e Brasile. A questa forza multinazionale si sarebbero dovuti unire cinque battaglioni colombiani addestrati da consiglieri statunitensi. Sempre secondo 'Frequencia Latina', il piano degli strateghi Usa prevedeva che le unità navali del Comando Sud appoggiassero l’operazione con attacchi aerei e missilistici. Il piano è stato confermato direttamente dall’ex direttore del Sin peruviano Vladimiro Montesinos, una delle figure più potenti del regime di Alberto Fujimori, implicato in gravi violazioni dei diritti umani e protagonista del piano di corruzione dei parlamentari dell’opposizione e del riciclaggio di 48 milioni di dollari provenienti dal narcotraffico, la cui scoperta ha costretto Fujimori alla rinuncia alla presidenza della repubblica peruana.

Solo l’ex presidente argentino Carlos Meném ha pubblicamente riconosciuto la propria disponibilità ad inviare militari argentini “nel caso in cui il governo colombiano lo avesse richiesto” e ad autorizzare gli Stati Uniti ad installare alcune basi militari nel paese, nonostante la costituzione vieti la presenza di truppe straniere nel territorio nazionale[104]. Washington ha incontrato diffidenze e riserve tra gli alleati andini per la pianificazione di operazioni congiunte nel sud della Colombia. Ciò nonostante gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un generale processo di riarmo e militarizzazione dell’area. Il Perù ha deciso di rafforzare la 5^ divisione dell’esercito di base ad Iquitos, alla frontiera amazzonica con la Colombia, dove sono operative una stazione d’ascolto statunitense ed uno speciale centro addestrativo del Comando Sud da cui solo nel ’99 sono passati 300 ufficiali peruviani della polizia nazionale e della guardiacoste. Le forze armate peruviane conterebbero già su 5.000 uomini nell’area di confine, mentre la rete fluviale è pattugliata da 12 navi da guerra con militari della fanteria di marina e delle forze speciali, acquistate grazie ad un aiuto del Dipartimento della difesa.

L’Ecuador, da parte sua, sta vivendo una mobilitazione crescente delle forze armate nazionali. Negli ultimi mesi il contingente di fanteria distaccato nella provincia nordoccidentale di Esmeraldas è stato sostituito dal gruppo delle forze speciali dell’esercito ‘Chiguilpe’, e nei fiumi che segnano il confine con la Colombia sono stati insediati una compagnia di marines con 180 uomini ed un distaccamento navale dotato di elicotteri e pattugliatori veloci. Nella provincia opera inoltre un battaglione di fanteria della marina con 2.000 uomini, specializzato in operazioni antiguerriglia[105].

Ancora più articolato il processo di militarizzazione dell’area di frontiera nordorientale, in particolare nella provincia di Sucumbíos, dove esistono i maggiori pozzi petroliferi ecuadoriani, e dove il ‘piano di intervento' dell’Unhcr, l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, prevede l’allestimento di campi per ospitare oltre 5.000 sfollati dalle operazioni di fumigazione del ‘Plan Colombia’. Per l’intervento di accoglienza profughi sono già stati stanziati 2,3 milioni di dollari, a cui dovrebbero aggiungersene altri 30 per progetti di “riattivazione sociale ed economica della frontiera”. Secondo le maggiori organizzazioni non governative locali, nella provincia di Sucumbíos sono stati insediati la 4^ divisione ‘Amazonas’ dell’esercito con 6.000 effettivi, più un imprecisato numero di militari delle unità d’élite. Le forze armate ecuadoriane avrebbero inoltre ampliato i programmi di addestramento antiguerriglia nella ‘Escuela de Selva’ del municipio di Coca[106].

L’ampio programma militare dovrebbe ricevere presto un corposo aiuto finanziario da parte degli Stati Uniti. Nel corso di una recente visita del presidente Gustabo Noboa a Washington, la Casa Bianca si è impegnata a presentare al Congresso un pacchetto di aiuti per lo “sviluppo della frontiera nord” (600 milioni di dollari dei quali 200 in sistemi d’arma), quasi un vero e proprio ‘Plan Ecuador’, ritagliato per il paese ad immagine di quanto fatto per la Colombia.

Perfino il Venezuela di Chávez, autopropostosi come possibile facilitatore di una trattativa tra Farc e governo colombiano, ha rafforzato la presenza militare ai confini con la Colombia. Mentre aumentano le denunce di presunti ‘sconfinamenti’ di velivoli aerei venezuelani, oltre 12.000 militari sono stati dislocati nel cosiddetto “Teatro operazioni 1”, con sede a Guasdalito (Stato di Apure), al confine con Arauca. Ad Aguafitas, nel “Teatro operazioni 2” (Stato del Tachira), di fronte al complesso petrolifero di Caño Limón si sta completando la costruzione di una nuova base navale che si aggiungerà alle altre quattro già esistenti nell’area[107].

Un insolito attivismo delle forze di sicurezza panamensi è stato registrato nell’area della selva condivisa con la Colombia (il ‘Darién), teatro di alcune incursioni armate della guerriglia colombiana. Il governo di Panama ha giá autorizzato l’acquisto di armamento per un valore di 3,1 milioni di dollari a favore delle truppe inviate a presidiare l’aerea di frontiera. Inoltre ha avviato una trattativa con le autorità di Washington per ottenere aiuti militari supplementari in cambio della concessione delle vecchie basi aeronavali e di un’area della selva ove il Comando Sud chiede d’installare un potente radar militare. Fonti ufficiali riferiscono sulla possibilitá di affitto della piccola isola panamense di San José, ubicata a pochi chilomteri dalla frontiera con la Colombia, che gli Stati Uniti vorrebbero utilizzare come poligono militare ove sperimentare le testate all’uranio impoverito sino ad oggi utilizzate presso l’isola Vieques di Porto Rico[108].

Movimenti di truppe terrestri “a difesa dei confini” sono state segnalate altresì in Brasile. In quest’ultimo paese, dopo il voto del Congresso a favore del ‘Plan Colombia’, le forze armate hanno intrapreso l’operazione ‘Cobra’, triplicando gli effettivi dell’esercito e della polizia ed installando basi di controllo in alcuni municipi della regione di frontiera. Le forze di sicurezza brasiliane avrebbero dislocato nell’area 3.000 agenti di polizia, 22.000 militari di terra e 3.000 marines[109].

Il governo brasiliano ha istituito un comando interforze per la gestione della crisi ed ha deciso di anticipare l’acquisto di 8 elicotteri lanciamissili Cougar As-532[110]. Inoltre è stato determinato il potenziamento del sistema di sorveglianza amazzonica ‘Sivam’, realizzato nel Río delle Amazzoni nel ’96, per integrare i dati ricavati da 20 stazioni radar fisse e mobili, dagli aerei-spia e dai satelliti ‘Landsat’, il cui costo raggiunge la stratosferica cifra di 1,4 miliardi di dollari. Nonostante il presidente Cardoso abbia dichiarato che non offrirà supporto alle operazioni delle forze armate statunitensi e colombiane, a Brasilia si ritiene che si stiano facendo pressanti le richieste della Segreteria di Stato per ottenere l’utilizzo transitorio di basi aeree e radar. 

Tutti i paesi dell’area andina sono inoltre sede di una crescente quantità di ‘esercitazioni congiunte combinate’ (le cosiddette Joint Combined Exchange Trainings), dirette da unità statunitensi, sotto il Comando per le operazioni speciali di Washington. Secondo quanto pubblicato in un recente rapporto dell'Ufficio generale per la contabilità confederale (il Gao), delle 233 esercitazioni speciali effettuate in tutto il mondo nel 1998, ben 52 sono state realizzate nell’area sotto la responsabilità del Comando Sud degli Stati Uniti.

Il processo di militarizzazione dell’emesifero procede parallelamente all’espansione delle spese militari: secondo il rapporto della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi delle Nazioni Unite (Cepal), le spese militari nell’area si sono incrementate di 10 miliardi di dollari negli anni ’90, con un aumento in percentuale del 62,5%. Così, secondo la stessa fonte, mentre nel ‘90 e nel ’91 le spese annuali per le forze armate nella regione erano di circa 16.500 milioni di dollari, negli anni ’97 e ’98 si è raggiunta una cifra di 26.000 milioni di dollari, che equivale a circa l’1,3% del Pil complessivo. “L’America Latina e i Caraibi sono l’area del mondo che registra il maggior aumento delle spese militari; esse oggi rappresentano il 10% delle spese dei governi regionali, una cifra identica a quanto destinato all’educazione e alla salute[111].

 

 

La strana guerra delle cifre della coca.

Testimoniando di fronte al Senato Usa, il coordinatore del Dipartimento della difesa per la politica anti-droga Brian Sheridan, si è soffermato su quello che sarebbe stato il ‘cambio significativo’ verificatosi nella produzione delle droghe nei paesi andini. “Nei primi anni ‘90, i laboratori colombiani processavano la maggiore quantità al mondo di cocaina, mentre il Perù era il principale coltivatore di coca, con una produzione pari al 60% del prodotto mondiale. La coca base era trasferita via aereo dal Perù al sud-est della Colombia per il processamento. In seguito la cocaina era inviata al nord del paese e alle coste occidentali per essere imbarcata  verso gli Stati Uniti. Oggi, grazie all’aggressiva interdizione aerea da parte del Perù, combinata all’efficiente programma di eradicazione delle coltivazioni di coca, il raccolto si è ridotto del 56% rispetto a quattro anni fa. Al contrario, la produzione di coca colombiana è cresciuta esponenzialmente. Si stima che più di 200 tonnellate siano state prodotte in Colombia nel ‘99, più del doppio di un paio di anni fa[112].

Con la caduta della produzione peruviana, cioè, i produttori colombiani avrebbero moltiplicato gli ettari destinata alla coca, “principalmente nella regione sudoccidentale di Putumayo, dove è forte la presenza della guerriglia e debole la presenza statale”. Un mese dopo questa dichiarazione, lo zar anti-droga McCaffrey affermava che la produzione di cocaina colombiana “avrebbe raggiunto nel ‘99 le 250 tonnellate[113], un dato superiore del 25% a quello in possesso del collega Sheridan.

Secondo la Cia, nello stesso anno sarebbero stati destinati alla coltivazione di coca in Colombia 20.000 nuovi ettari, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Così per la Cia gli ettari a coca avrebbero raggiunto quota 121.000, mentre le stime sulla produzione supererebbero le 520 tonnellate, più del doppio del dato in possesso da Berry McCaffrey. Senza invece fornire le dovute spiegazioni, nonostante la mancanza di differenze sostanziali nell’approccio ‘militare’ contro il fenomeno della produzione di coca, la Cia afferma che gli ettari coltivati in Perù sono passati dai 115,300 nel 1995 ai 51,000 nel 1998 mentre in Bolivia la produzione si è ridotta dalle 255 tonnellate nel 1994 alle 150 nel ’98[114].  

Queste stime sono state seccamente smentite dalla Direzione nazionale della polizia colombiana che valuta in 106.000 gli ettari coltivati a coca, 15.000 in meno di quanto denunciato dalla Cia. Nettamente inferiori i dati forniti dai responsabili del ‘Plante’, il programma governamentale di eradicazione delle coltivazioni di coca, che riconosce l’esistenza di ‘solo’ 65.000 ettari utili, a cui “sarebbero vincolati direttamente 30.000 famiglie e indirettamente altre 270.000”.

A complicare ogni valutazione sulla reale intensità della ‘minaccia della droga’ colombiana, è arrivato infine il rapporto della Dea, l’agenzia anti-droga statunitense, secondo cui il 75% dell’eroina consumata nella East Coast “giunge dalla Colombia, nonostante il paese produca meno del 3% dell’eroina mondiale”. La coltivazione di oppio nel paese sudamericano, “sconosciuta sino al ’95”, interesserebbe, secondo la Dea, “più di 6,000 ettari, concentrati principalmente nell’area andina di Huila-Tolima”. Per gli ufficiali dell’agenzia antidroga, sarebbero state le organizzazioni colombiane sopravvissute allo smantellamento dei due ‘cartelli’ storici di Medellín e Cali a “decidere di entrare nella produzione/traffico di eroina[115].

  L’analisi della Dea non è però suffragata da dati storico-scientifici. Già nel 1991 la polizia statunitense aveva intercettato piccole dosi di eroina colombiana nelle strade di New York e Miami, e nel ‘92 (tre anni prima cioè, secondo l’agenzia statunitense, che s’iniziasse in Colombia la coltivazione dell’oppio), il maggiore statunitense Arnaldo Claudio, consigliere militare delle forze di sicurezza colombiane, aveva pubblicato un saggio su ‘Eroina, diversificazione dei Cartelli colombiani’[116]. Due anni più tardi l’allora responsabile della stessa Dea, Felix Jiménez, aveva segnalato che “la purezza e il basso costo di produzione dell’eroina colombiana possono farle conquistare il mercato mondiale. Nonostante le campagne di fumigazione negli ultimi due anni l’estensione delle coltivazioni del papavero sono aumentate da 3.000 a 33.000 ettari nel 1993[117]. Una superficie cinque volte superiore a quella denunciata dalla Dea sei anni dopo….

In realtà la coltivazione in larga scala dell’oppio in Colombia è stata intrapresa quasi venti anni fa. Le autorità governative colombiane avevano individuato le prime coltivazioni nel 1983 nel dipartimento del Tolima e del Meta, e successivamente nella Cordigliera centrale e nei dipartimenti del Cauca e di Huila. Intorno al 1988, furono scoperti i primi due laboratori per la lavorazione della morfina base a Bogotá e Barranquilla[118].

Ulteriore capitolo di controversie quello sulla stima dei profitti a favore dei produttori e dei trafficanti di stupefacenti e del reale impatto del ‘sistema droga’ sull’economia e la finanza colombiana. Le ricerche più accreditate valutano il fatturato totale della coltivazione della coca intorno ai 15-20 miliardi di dollari, cinque volte il valore congiunto delle esportazioni dei due principali prodotti del paese, il caffè (1.954 milioni) e il petrolio (1.927)[119]. Un rapporto presentato nel 2000 dall’’Universidad del Rosario de Bogotá’ e dall’agenzia statale ‘Dane’ che cura la riscossione delle imposte, segnala come la trasformazione dei sistemi di produzione e di commercio e la stessa riorganizzazione delle entità criminali dopo lo smantellamento degli storici Cartelli di Cali e Medellín, abbiano ridotto nettamente l’incidenza dei capitali del narcotraffico sul Prodotto interno lordo. Secondo la ricerca, la contribuzione del denaro sporco si aggira appena allo 0,91%, e “il narcotraffico influisce sempre meno nella struttura produttiva del paese, nonostante i livelli di esportazione di droga siano aumentati”.

La controtendenza appare più rilevante se comparata con il passato. Nei primi anni ’80, quando i grandi cartelli si sviluppavano, la partecipazione dei capitali sporchi contribuiva al 2% del Pil, per passare 10 anni dopo al 17%. Lo studio dell’’Universidad del Rosario’ definisce il periodo apertosi nel ’95-‘96 con l’arresto o la morte dei boss storici del narcotraffico, come una “fase di mimetizzazione” che si caratterizza “per la frammentazione della mafia in piccole organizzazioni criminali specializzate con un’integrazione verticale di basso profilo e con relazioni molto più discrete e distanti con le istituzioni, ma che tuttavia possiedono un enorme e preoccupante potenziale di destabilizzazione per le sue alleanze con la guerriglia e i gruppi paramilitari”.

L’atomizzazione dei gruppi emergenti avrebbe avuto come conseguenza la perdita di molti dei profitti relativi alla commercializzazione a favore delle organizzazioni criminali messicane; questo fenomeno accanto al trasferimento all’estero dei propri sistemi economici (in particolare sulla piazza finanziaria di Miami), e all’aumento dei costi sostenuti per il trasporto della droga e per il lavaggio del denaro nei circuiti internazionali, avrebbero fatto crollare il valore del reinvestimento dei profitti in Colombia e dunque l’incidenza dei narcodollari sul prodotto interno. Ciò, tuttavia, non ha impedito l’aumento vertiginoso degli acquisti di terre da parte dei narcotrafficanti, che oggi possiederebbero in Colombia 4.400.000 ettari per un valore di 2.400 milioni di dollari. “Quest’acquisto di terre – si legge nella ricerca della ‘Universidad del Rosario’ – equivale ad una controriforma agraria e si è realizzata attraverso transazioni nei paradisi fiscali e altre istituzioni finanziarie internazionali, dove è virtualmente impossibile rintracciare la provenienza del denaro[120].

L’analisi dell’’Universidad del Rosario’ è stata respinta da altri esperti in materia che lamentano come essa possa indirettamente favorire l’abbassamento della guardia da parte delle istituzioni colombiane nella lotta al riciclaggio di denaro sporco e per la confisca dei beni dei narcotrafficanti, settori dove maggiormente si misura la capitolazione del ‘nuovo impegno’ antidroga del governo. Lo stesso ingresso nel traffico dell’eroina della criminalità colombiana, conferma l’insuccesso della politica di militarizzazione della lotta alla droga, che nei fatti ha colpito solo i piccoli produttori che hanno scelto la monocultura della coca in seguito al crollo del prezzo di tutti gli altri prodotti agricoli. Il valore dell’olio di palma, ritenuta l’alternativa più concreta alla semina della coca, ad esempio, è crollato nell’ultimo anno del 31% sul mercato interno. Non è casuale poi che molti dei nuovi produttori di coca provengono dal cosiddetto ‘eje cafetero’, la zona andina colombiana che si estende attorno alle città di Armenia, Pereira e Manizales, dove l’effetto della rottura del Patto Internazionale del Caffé nel 1992 ha causato la caduta vertiginiosa dei prezzi del prodotto ed una crisi economica e sociale devastante. Le coltivazioni del caffé impegnavano 350.000 piccoli produttori e davano impiego a due milioni di raccoglitori stagionali; nei soli due primi anni di crisi si sono persi invece 71.300 posti di lavoro[121].

L’uso indiscriminato della forza militare e le campagne di fumigazione intensiva non hanno poi permesso la differenziazione tra i soggetti che curano le diverse tappe della produzione, della distribuzione e della commercializzazione delle sostanze stupefacenti. Gli effetti prodotti dalle ultime operazioni di eradicazione aerea sono sotto gli occhi di tutti: i campesinos aggrediti dalle fumigazioni hanno preferito cedere le loro proprietà ai narcos e ai latifondisti scegliendo di trasferirsi in aree più periferiche per continuare nella semina di coca e papavero.

L’aumento dei costi dovuti alla colonizzazione di nuove aree è stata compensata con la semina di sempre maggiori estensioni, che comportano il depauperamento della terra e la distruzione di nuove aree della selva. I ricercatori dell’organizzazione ‘Acción Andina’ hanno calcolato che a seguito delle campagne di fumigazione nella zona del Cacatumbo, gli ettari destinati a coca sono passati dai 5.000 del ’96 ai 30.000 del ’99, e che è in atto una vera e propria fuga dei coloni verso l’Amazzonia colombiana e brasiliana dove esistono almeno 600 milioni di ettari in grado di poter ricevere piantagioni di coca[122]. In soli cinque anni, il 53,35% del versante colombiano di questo vero e proprio polmone planetario è stato ‘colonizzato’ a favore delle coltivazioni di coca[123]. Un ultimo dato conferma drammaticamente come la fumigazione non abbia avuto alcuno effetto dissuasivo ma come anzi abbia accelerato la mobilità e l’atomizzazione delle coltivazioni: tra il ’94 e il ’98 sono stati ‘trattati’ per via aerea con composti chimici 140.858 ettari di coca, come dire che si è fumigata tre volte l'area esistente all’inizio delle operazioni antidroga delle forze armate colombiane e statunitensi[124]. In compenso l’estensione delle coltivazioni è più che raddoppiata.

 In realtà ciò che a prima vista potrebbe sembrare una delle maggiori contraddizioni del ‘Plan Colombia’, risponde invece ai disegni strategici dei grandi proprietari terrieri del paese. Il programma di eradicazione massiva e di ‘sviluppo delle coltivazioni alternative’ per cui gli Stati Uniti prevedono d’investire 110 milioni di dollari, offrirà una sola alternativa ai piccoli produttori: la subordinazione ai contratti di mezzadria per produrre olio di palma, caucciù, cacao, ecc.. Secondo il sociologo Alfredo Molano, ciò comporterà “una controriforma agraria nella quale si sostituirà la produzione campesina a favore del dominio da parte dei grandi coltivatori che potranno beneficiarsi di manodopera bracciantile e indigena con rinnovate e ‘moderne’ modalità di servitù[125].  Ciò spiega come mai tra i maggiori sostenitori del piano Pastrana compaiono le federazioni dei grandi produttori di palma (Fedepalma), banane (Augura) e degli allevatori di bestiame (Fedegan).

Il ‘Plan Colombia’, in quest’ottica, estende nelle aree meridionali del paese il sistema ‘tipico’ di produzione agricola colombiano, caratterizzato dallo sfruttamento intensivo del lavoro stagionale, assicurando ai grandi proprietari le regioni che ancora non sono finite sotto il loro controllo. Il cosiddetto ‘investimento sociale’, aggiunge Molano, “risulta peggiore dell’intervento militare e in un certo modo lo spiega, dandogli il significato pieno della difesa dello statu quo attraverso l’estensione del dominio storico del modello latifondista[126].

Nonostante i fallimenti degli interventi di ridistribuzione di terre ai braccianti della storia colombiana degli ultimi 50 anni, l’amministrazione Pastrana ha promesso che l’Istituto nazionale per la riforma agraria (Incora), assegnerà terre coltivabili ai piccoli produttori che accetteranno “l’opportunità di andare via dalle aree di coltivazione della coca[127]. Peccato che la stessa amministrazione preveda per questo istituto il taglio in un anno di 1.060 dipendenti, non spiegando così chi curerà l’individuazione e la concessione delle terre. Nonostante gli sterili impegni elettoralistici, il governo colombiano non ha varato una credibile e sostenibile politica di riconversione produttiva che tenga conto che la rendita finanziaria di un terreno coltivato a coca è superiore del 290% mentre la rendita commerciale dei prodotti agricoli più importanti (asparagi e palma) non supera il 40-45%. Ogni intervento, accanto ad una politica di crediti e rimborsi per i produttori, non potrá prescindere pertanto dalla legalizzazione del consumo e delle coltivazioni, misura che in tempi brevi “favorisce l’ingresso di nuovi produttori che, all’aumento dell’offerta, riabbasseranno il prezzo di vendita delle foglie di coca e, con esso, la rendita delle coltivazioni[128]. La legalizzazione continua però a restare un tema tabù tra i governi dei paesi produttori e consumatori di sostanze stupefacenti.

 

  

 

 

                  PRODUZIONE DELLA COCAINA TRA I PAESI ANDINI

(tonnellate)

 

               1995      1996      1997      1998      1999

 

Perú            460       435       325       240       175

Bolivia         240       215       200       150        70

Colombia        230       300       350       435       520

 

  Totale        930       950       875       825       765

 

 

 

COLTIVAZIONE DELLA COCA ANDINA

(ettari)

 

               1995      1996      1997      1998      1999

 

Perú        115,300    94,400    68,800    51,000    38,700

Bolivia      48,600    48,100    45,800    38,000    21,800

Colombia     50,900    67,200    79,500   101,800   122,500

 

  Total     214,800   209,700   194,100   190,800   183,000

 

 

 

(Fonte: CIA; dati presentati dal gen. Charles Wilheilm, Capo del Comando Sud delle Forze armate USA, durante la sua audizione al Senato il 22 febbraio 2000).

 

Aree di produzione della coca in Colombia in rapporto con le aree eradicate:

 

Anno                 Area                     Area eradic.                         % aree

1992                 41.206                      944                                    2.3

1993                 49.787                      846                                    1.7

1994                 46.400                     1.420                                  3.0

1995                 53.200                     25.402                                47.7                

1996                 69.200                     23.025                                33.3

1997                 79.100                     41.797                                52.8

1998                101.800                    49.527                                48.7

 

Fonte: Polizia antidroga colombiana.

 



[1] Center for International Policy, “The contents of the Colombia Aid Package”, Washington, http://www.ciponline.org/colombia, 18 luglio 2000.

[2] A. Isacson, “The Colombia Aid Package by the numbers”, Center for International Policy, Washington, http://www.ciponline.org, 9 maggio 2000.

[3] Asamblea permanente por la paz – Antioquia, “Plan Colombia”, Documento de trabajo para el taller ‘La Paz y el Plan Colombia’, Medellín, 3 ottobre 2000, pag. 5.

[4] ‘El Faro’, n. 128, aprile 2000.

[5] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, de los senadores Coveredell, Dewine y Grassley, en ‘Desde abajo’,  suplemento especial n. 1, ottobre 1999, pag. 10.

[6] ‘El Colombiano’, 26 agosto 2000.

[7] ‘El Colombiano’, 9 luglio 2000.

[8] ‘Tiempos del Mundo’, 9 novembre 2000, pag. 7.

[9] Departamento Nacional de Planeación – PNUD, “Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1998”, Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag. 142.

[10] ‘Utopías’, n. 67, agosto 1999, pag. 9.

[11] Pnud - Departamento Nacional de Planeación, “Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999”, Santafé de Bogotá, 2000, pag. V.

[12] ‘El Colombiano’, 11 marzo 2000.

[13] Cinep & Justicia y Paz, ‘Noche y Niebla. Panorama de Derechos Humanos y Violencia Política en Colombia’, n. 13, giugno-settembre 1999, pag. 159.

[14] L. Sarmiento Anzola, “Colombia fin de sieglo: Crisis de hegemonias y Ecosocialismo”, Bogotá, 1997, pag. 55.

[15] Presidencia de la República – Departamento Nacional de Planeación, “Cambio para construir la paz. Plan Nacional de Desarrollo 1998-2002”, Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag. 80.

[16] Ibidem, pag. 90.

[17] L. Sarmiento Anzola, “Colombia a la venta”, in ‘Caja de Herramientas’, n.71, giugno 1999, pag. 17.

[18] ‘El Colombiano’, 29 luglio 2000.

[19] ‘Cambio’, 31 gennaio 2000, pag. 53.

[20] Amnesty International, “Colombia Report 1999”, London, pag. 4.

[21] ‘El Colombiano’, 6 febbraio 2000.

[22] L. A. Restrepo (a cura), "Estados Unidos, potencia y prepotencia", Tercer Mundos Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag.13.

[23] “Plan Colombia”, bozza aggiunta alla poposta del progetto di legge ‘S1758 Aliance Act’, cit., sezione n. 101.2.

[24] ‘Washington Post’, 10 aprile 2000.

[25] A. Pastrana, “Plan Colombia: Plan para la paz, la prosperidad y el fortalecimiento del estado”, Suplemento especial ‘Desde Abajo’, Santafé de Bogotá, 1999, pag. 37.

[26] ‘El Espectador’, 24 aprile 2000.

[27] H. Mondragón, “El ‘Plan Colombia’ proyecto para el mantenimiento de lo ‘statu quo’”, Agencia de Noticias Nueva Colombia, http://home3.swipnet.se/anncol/index.htm, 5 maggio 2000.

[28] A. Labrousse, M. Koutozis, “Geopolitica e Geostrategie delle Droghe”, Asterios Editore, Trieste, 1996, pag. 91.

[29] ‘Cambio’, 24 aprile 2000, pag. 20.

[30] Aa.Vv. “Threats to the New World Order”, ‘Military Intelligence’, Vol.19-1, 1993.

[31] ‘U.N. Periodico’,  N. 1, Bogotá, 15 agosto 1999, pag.8.

[32] ‘El Tiempo’, 23  marzo 2000.

[33] ‘El Colombiano’, 27 agosto 2000.

[34] R. Beers, “Testimony before the Western Hemisphere Subcommittee of the House International Relations Committee”, Washington, 3 marzo 1999.

[35] U.S. Department of Defense and Department of State, "Foreign Military Training & DoD Engagement Activities of Interest: A Report to Congress for Fiscal Years 1998 and 1999" - Section 581 Report, Washington, 1999.

[36] W. B. Slocombe, undersecretary of defense for policy, United States Department of Defense, “Letter in response to congressional inquiry”, 1 Aprile 1999.

[37] ‘Newsweek’, vol. 4, n.32, 11 agosto 1999, pag.15.

[38] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia", Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1999, pag. 149.

[39] R. Beers, Assistant Secretary of State, Bureau for International Narcotics and Law Enforcement Affairs, “Statement before the Senate Caucus on International Narcotics Control”, Washington, 21 settembre 1999.

[40] ‘El Tiempo’, 16 Dicembre 1999.

[41] ‘El Colombiano’, 11 settembre 2000.

[42] United States, White House, "Draft Working Document: FY99 506 -- Drawdown List -- Requested Items",  Memorandum, September 30, 1999.

[43] Asamblea Permanente de la Sociedad Civil por la Paz, “El Plan Clinton”, in ‘Boletín de Conyuntura’, n. 2, settembre 2000, pag. 1.

[44] 'El Espectador', 3 ottobre 2000.

[45] ‘Time Magazine’, 15 gennaio 1996, pag. 34.

[46] ‘The Sydney Morning Herald’, 2 novembre 1998.

[47] J.G. Tokatlian, “Política pública internacionale contra las drogas y las relaciones entre Colombia y Estados Unidos” en ‘Drogas ilícitas en Colombia’, Planeta Colombiana Editorial, Bogotá, 1997, pag. 472.

[48] G. Casetta, “Colombia e Venezuela. Il progresso negato”, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 1991, pag. 63.

[49] F. Leal Buitrago, "El oficio de la guerra. La securidad nacional en Colombia", Tercer Mundo Editores, Bogotá, 1994, pag. 51.

[50] Corporación Observatorio para la Paz, “Las verdaderas intenciones de las Farc”, Intermedio Editores, Bogotá, 1999, pag. 65.

[51] U. Santino, G. La Fiura, “Dietro la droga”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1990, pag. 246.

[52] A. Lopez Restrepo, “Costos del combate a la producción, comercialización y consumo de drogas” en ‘Drogas ilícitas en Colombia’, cit., pag. 428.

[53] U.S. House of Represantives, “Legislation on Foreign Relations Trough 1987”, U.S. Goverment Printing Office, Washington, 1988, pag. 331.

[54] G. Piccoli, “Pablo e gli altri. Trafficanti di morte”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1994, pag. 33.

[55] U.S. Superintendent of Documents, “Annual Report to the President and the Congress”, Washington, U.S. Government Printing Office, 1993.

[56] A. Sema, “Come si combatte in Colombia”, in ‘I grandi Caraibi’, Limes n. 2, marzo 2000, pag. 106.

[57] G. Guillén, “Crónicas de la guerra sucia”, Planeta Colombiana Editorial, Bogotá, 1997, pag. 96.

[58] ‘Revistas de las Fuerzas Armadas de Colombia’, N. 114, 1992, pag. 26.

[59] J.G. Tokatlian, “Política pública internacionale contra las drogas”, cit., pag. 491.

[60] ‘Rivista Italiana Difesa’, n. 4, aprile 1995, pag. 57.

[61] Corporación Observatorio para la paz, “Las verdaderas intenciones de las Farc”, cit., pag. 117.

[62]  R.E. Harmon, “Counterdrug Assistance: The Number One Priority”, Military Review, vol. LXXIII, n. 3, 1993, pag. 28.

[63]  Utopias’, n. 68, settembre 1999, pag. 22.

[64] Congressional Budget Office. “The Andean Initiative: Objectives and Support”, CBO Papers, Washington, 1990.

[65] L. A. Restrepo (a cura), "Estados Unidos, potencia y prepotencia", cit., pag. 434.

[66] ‘Panorama Difesa’, n.117, gennaio 1995, pag. 10.

[67] A. Cavelier Castro, "El proceso de certificación en la lucha antidrogas", in L. A. Restrepo (a cura), ‘Estados Unidos. Potencia y prepotencia', cit., pag. 56.

[68] ‘Proceso’, 1 agosto 1999, pag. 21.

[69] Gen. Charles E. Wilhelm, United States Department of Defense, “Statement before the Senate Foreign Relations Committee”, June 22, 1999.

[70] ‘El Tiempo’, 16 dicembre 1999.

[71]  El Espectador’, 12 gennaio 2000.

[72] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, cit., pag. 21.

[73] ‘Mirar Colombia’, n. 3, agosto 1999, pag. 5.

[74]El Espectador’, 12 gennaio 2000.

[75] ‘Cambio’, 31 gennaio 2000, pag. 38.

[76] Ibidem, pag. 40.

[77] H. Mondregón, “El ‘Plan Colombia’ proyecto pera el mantenimiento de lo ‘statu quo’”, Agencia de Noticias Nueva Colombia, cit.

[78]Semana’, 7 febbraio 2000, pagg. 38-9.

[79] ‘Cambio’, 17 gennaio 2000, pag. 26.

[80] ‘El Colombiano’, 8 luglio 2000.

[81] ‘El Colombiano’, 25 gennaio 2000.

[82] ‘El Colombiano’, 8 gennaio 2000.

[83] C. Betancourt, “Seguridad, paz y nueva fuerza pública”, in ‘Economía Colombiana y Coyuntura Polìtica’, n. 278, giugno 2000, pag. 45.

[84] ‘El Espectador’, 21 marzo 1999.

[85] ‘El Colombiano’, 6 febbraio 2000

[86]Cambio’, 1 marzo 1999, pag. 21.

[87] ‘El Colombiano’, 13 maggio 2000.

[88] ‘Cambio’, 20 marzo 2000, pag. 32.

[89] ‘El Colombiano’, 27 luglio 2000.

[90] ‘El Tiempo’, 15 agosto 2000.

[91] ‘Tiempos del Mundo’, 26 ottobre 2000, pag. 16.

[92] ‘El Espectador’, 28 febbraio 1999.

[93] “Statement of Charles Wilhelm, Commander-in-Chief of the U.S. Southern Command, before the Senate Caucus on International Narcotics Control”, Washington, September 21, 1999.

[94] ‘El Colombiano’, 1 aprile 2000.

[95] B. E. Sheridan, Assistant Secretary of Defense for Special Operations and Low Intensity Conflict, “The Colombian Drug Threat”, U.S. Senate Committee on Armed Services, Washington, April 4, 2000.

[96] D. Delgado Jara, “Atraco bancario y dolarización”, Ediciones Gallo Rojo, Quito, 2000, pag. 97.

[97] ‘El Comercio’, 6 settembre 2000.

[98] R. Santillán Peralbo, “Agresiones made in Usa”, Quito, 2000, pag. 153.

[99] K. Lucas, “La rebelión de los indios”, Ediciones Abya-Yala, Quito, 2000, pag. 63.

[100] “Comisión de Asignaciones de la Cámara de Representantes agrega US$500 millones a solicitud de ayuda de Clinton”, Hoja informativa, Embajada de los Estados Unidos en Colombia, Bogotá, 9 de marzo de 2000.

[101] ‘Tiempos del Mundo’, 7 settembre 2000, pag. 1.

[102] J. R. Edmund, “Nonconsensual U.S. Military Action against the Colombian Drug Lords under the U.N. Charter”, ‘Washington University Law Quarterly’, vol. 68-1, 1990.

[103] ‘Semana’, 15 febbraio 1999, pag. 42.

[104] ‘Clarín’, 5 settembre 1999.

[105] ‘El Universo’, 4 settembre 2000.

[106] ‘El Comercio’, 3 settembre 2000.

[107] ‘El Tiempo’, 14 febbraio  1999.

[108] ‘Tiempos del Mundo’, 26 ottobre 2000, pag. 18.

[109] ‘El Comercio’ 12 settembre 2000.

[110] ‘Tiempos del Mundo’, 31 agosto 2000, pag. 8.

[111] ‘Revista América Latina En Movimiento’, n. 292, 28 aprile 1999, pag. 18.

[112] B. E. Sheridan, “The Colombian Drug Threat”, cit.

[113] B. McCaffrey, “Colombian and Andean Region Counterdrug Efforts: the Road Ahead”, Statement before the Senate on U.S. Support for Plan Colombia, Washington, February 15, 2000.

[114] ‘El Tiempo’, 14 febbraio 2000.

[115] B. McCaffrey, “Colombian and Andean Region Counterdrug Efforts: the Road Ahead”, cit.

[116] A. Claudio, “Eroina and deversification of the colombian cartels”, in ‘Low Intensity Conflict and Law Enforcement’, Washington, winter 1992.

[117] G. Piccoli, “Pablo e gli altri. Trafficanti di morte”, cit., pag. 228.

[118] “Informe del Presidente de la República, Virgilio Barco, al Congreso Nacional”, Bogotá, Presidencia de la República, 1989.

[119] A. Corbino, “Terra bruciata” in ‘Narcomafie’, n. 4, aprile 2000, pag. 9.

[120] ‘Cambio’, 24 aprile 2000, pagg. 20-3.

[121] R. Vargas y J. Barragúan, "Amapola en Colombia: economía ilegal, violencias y impacto regional", en Drogas, poder y región en Colombia, Cinep, Bogotá, 1995, pag. 21.

[122] ‘El Espectator’, 21 maggio 2000.

[123] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia ”, cit., pag. 10.

[124] Ibidem, pag. 132.

[125] ‘El Espectador’, 20 settembre 1998.

[126] H. Mondragón, “El ‘Plan Colombia’ proyecto pera el mantenimiento de lo ‘statu quo’”, Agencia de Noticias Nueva Colombia, cit.

[127] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, cit., pag. 28.

[128] J. Leibovich, “Nuevos calculos sobre la rentabilidad de la coca”, Fedecafé, Bogotà, aprile 2000.






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Antonio Mazzeo, "Colombia Ultimo Inganno", terrelibere.org, 17 maggio 2001, http://www.terrelibere.it/doc/colombia-ultimo-inganno