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Primo capitolo: il Plan Colombia. Secondo capitolo: la borghesia della coca. Terzo capitolo: il conflitto colombiano. "> Documenti > Inchiesta
Antonio Mazzeo: Scheda biografica | Scrivi all'autore | Tutti i documenti di questo autore Interagisci: Segnala ad un amico Organizza un incontro Condividi:
Antonio Mazzeo
PARTE PRIMA PLAN COLOMBIA ED EGEMONIA USA NELL'AREA ANDINA Plan Colombia e ingiustizia sociale Nell’autunno del 2000, il Congresso degli
Stati Uniti ha stanziato 1.374 milioni di dollari a favore del cosiddetto ‘Plan
Colombia’, l’articolato programma di lotta alle coltivazioni di coca, di
riforme economiche strutturali e di ‘rafforzamento delle istituzioni dello
Stato’, predisposto dal Presidente Andrés Pastrana. In realtà il ‘Plan’ rivisto
da Washington ha un respiro geografico più ampio ed è finalizzato
all’intervento degli Stati Uniti in tutta l’area andina. Il pacchetto di
‘aiuti’ assegna direttamente alla Colombia più del 65% dell’ammontare del
budget, 862,3 milioni di dollari, tre quarti dei quali in elicotteri e
sofisticati sistemi d’arma, a cui si aggiungeranno 330 milioni in aiuti
supplementari secondo il piano di ‘assistenza militare’ del Dipartimento della
difesa per il biennio 2000-2001. Oltre 55
milioni di dollari sono stati invece destinati ad attività e programmi
‘classified’, cioè sottoposti al segreto militare, da realizzare in Colombia e
nei paesi andini, più 277 milioni a favore delle ‘agenzie statunitensi
impegnate nella lotta al narcotraffico’ e 118 milioni per il miglioramento dei
velivoli radar in forza al Dipartimento della difesa e all’Us Customs Service
che operano nell’area. Il Congresso ha altresì assegnato 180 milioni di dollari
per ‘programmi di assistenza militare’ ai paesi andini limitrofi, Perù, Ecuador
e Bolivia[1].
Onde
fornire un’immagine più ‘umanitaria’ e ‘sociale’ del ‘Plan Colombia’, gli Stati
Uniti hanno previsto una serie di contraddittori ed ambigui interventi di
“rafforzamento delle istituzioni colombiane”, per un valore di 218 milioni di
dollari. In realtà si tratta di interventi prevalentemente finalizzati alla
fumigazione delle coltivazioni di coca, alla creazione di speciali ‘gruppi di
polizia investigativa’ sul modello Fbi, e al cosiddetto “sviluppo regionale
alternativo”, che sancisce la piena apertura dei mercati andini agli
investimenti e alle imprese statunitensi. E’ stato inoltre istituito un fondo
destinato alla “difesa dei diritti umani” (51 milioni), ma la denominazione non
deve ingannare più di tanto. Si tratta infatti di finanziamenti destinati a
creare ‘unità per i diritti umani’ nelle procure e nella polizia nazionale,
migliorare i sistemi di protezione di testimoni e giudici impegnati nei
procedimenti penali e ‘supportare’ alcune istituzioni statali e non-governative
e l’Ufficio di Bogotà dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani[2].
Il
‘Plan Colombia’ afferma di “voler
migliorare il sistema giudiziario dando maggiore impulso alle indagini ed
agilità nei processi”. In realtà, il governo disconosce la necessità di una
profonda riforma politica e dei poteri pubblici, e non prevede la soluzione di
“importanti temi giuridici come la
riforma integrale del sistema penale e penitenziario, l’entrata in vigore del
nuovo codice penale militare, la realizzazione della giurisprudenza della Corte
costituzionale in materia di tribunali militari, l’eliminazione della giustizia
‘senza volto’”[3]. Alla data
odierna, esistono almeno quattro versioni del ‘Plan Colombia’, da utilizzare
secondo l’interlocutore e il momento. La prima stesura del progetto, presentata
segretamente nel novembre del 1999 al Senato Usa dal presidente Pastrana e
dall’ambasciatore colombiano negli Stati Uniti Luis Alberto Moreno, ha come
obiettivo cardine quello di “ottenere un
sostegno ai propri sforzi militari in tre aree geografiche, prima nel distretto
di Putumayo e poi, nei prossimi due anni, nel centro e nell’area sudoccidentale
della Colombia”. In questa versione il ‘processo di pace’ occupa solo il 5°
punto. La seconda versione del ‘Plan Colombia’ è stata fornita ai mass media
nel febbraio 2000: il processo di pace viene presentato come punto principale e
si ridimensiona il peso degli aiuti militari. La terza versione è stata
indirizzata all’Unione Europea: vi si enfatizza “l’investimento sociale”, si
sottolineano gli “sforzi per la difesa dei diritti umani” e si sopprimono i
riferimenti al “rafforzamento militare”[4].
L’ultima edizione del ‘Plan Colombia’ è stata presentata agli ambasciatori
della comunità internazionale, in occasione della loro recente visita alla
‘zona di distensione’ di San Vicente del Caguán, località prescelta per l’avvio
del dialogo di pace tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle
Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia). Questo documento pone
l’accento al “rafforzamento della pace e
delle istituzioni democratiche” del paese sudamericano. Unici obiettivi
comuni nelle quattro versioni quello di “implementare
i mezzi necessari per attrarre gli investimenti stranieri e promuovere
l’espansione del commercio” e realizzare “una strategia fiscale e finanziaria che adotti mezzi severi di
austerità e di aggiustamento”[5]. “Il Plan Colombia è una strategia integrata
per rafforzare la pace, riattivare l’economia e generare occupazione,
proteggere i diritti umani, rafforzare la giustizia e aumentare la
partecipazione sociale” ha dichiarato il presidente Pastrana in occasione
della sua visita al Parlamento europeo, nell’autunno ‘99. Immediata la risposta
di tutti i maggiori organismi finanziari: il Fondo monetario ha già
sottoscritto un accordo a sostegno del programma di aggiustamento economico del
governo e per i prossimi tre anni fornirà 2,7 miliardi di dollari, mentre un
altro miliardo e mezzo è stato promesso dalla Banca mondiale. La Internacional
Financing Corporacion (IFC), agenzia di ‘cooperazione’ della Banca mondiale, ha
invece concesso un credito di 154 milioni di dollari per l’avvio di progetti
infrastrutturali, petroliferi e minerari[6].
L’italiano Pino Arlacchi, direttore del Programma delle Nazioni Unite per la
lotta alla droga (Undcp), ha annunciato 100 milioni di dollari per
l’implementazione del piano di eradicazione aerea. Nel mese di giugno del 2000
il presidente del consiglio spagnolo Josè Maria Aznar, ha convocato a Madrid,
con il patrocinio del ‘Banco Interamericano de Desarrollo’ (BID), i paesi
partner dell’Unione, più i rappresentanti delle Nazioni Unite, Giappone e
Canada, per apportare ulteriori aiuti finanziari al ‘Plan Colombia’. Le
diffidenze di alcuni paesi europei hanno impedito che si gungesse ad una
risoluzione unitaria a favore del programma del governo colombiano. In concreto
l'Unione Europea, nell’esprimere la propria contrarietá al programma militare e
di eradicazione aerea delle piantagioni di coca, si é impegnata a intervenire
finanziariamente a favore dei programmi sociali che favoriscano la
'riconciliazione nazionale'. Solo la Spagna ha deciso di destinare al 'Plan
Colombia' 124 milioni di dollari, a cui hanno fatto seguito gli impegni di
Tokio per un prestito di 70 milioni e del ‘Banco Interamericano de Desarrollo’
per un apporto di 300 milioni[7].
Mentre
una parte della comunità internazionale sostiene attivamente i piani militari e
di aggiustamento strutturale del governo colombiano, la situazione economica è
diventata gravissima: il paese è nel mezzo della sua peggiore recessione dopo
il 1931, la domanda interna è crollata, il settore industriale non regge la
competizione con i produttori emergenti del continente, la fuga di capitali è
impetuosa. Secondo i dati ufficiali dell’istituto nazionale di statistica, nel
1999 gli scambi si sono contratti del 5,8% e il Prodotto Interno Lordo (Pil) si
è ridotto del 4%, valore parzialmente compensato dalla lieve crescita del 3%
del Pil nel 2000. In conseguenza il Pil pro capite della Colombia si é ridotto
da 6.810 a 6.006 dollari. Il debito statale è invece raddoppiato in cinque
anni; attualmente rappresenta il 42,8% del Pil e da solo assorbe una quota del
bilancio statale cinque volte superiore a quella programmata per il settore
degli investimenti produttivi[8].
La
disoccupazione ha superato il 20% e aumentano ogni giorno povertà e indigenza.
Nell’ultimo anno, nelle maggiori città del paese, i nuovi disoccupati sono
cresciuti di 108.000 unità. Quasi tre colombiani su dieci hanno ingressi
inferiori alla ‘linea d’indigenza’: 8.300.000 persone cioé, non sono in grado
di ottenere l’ingresso economico necessario a coprire il costo degli alimenti
base[9].
Per coloro che accedono ad un lavoro, il reddito non garantisce i livelli
minimi di sopravvivenza: il 77% dei lavoratori percepisce appena un salario
minimo (260.000 lire circa), un altro 15% due salari minimi e solo l’8% più di
due. In Colombia si espande a vista d’occhio la precarietà e l’informalità
occupazionale: solo il 7,5% dei lavoratori colombiani è vincolato stabilmente
ad un’impresa o ad un impiego pubblico[10]. Come denuncia lo stesso Undp (il Programma
delle Nazioni Unite per lo Sviluppo), la recessione è il risultato più evidente della politica neoliberista
intrapresa a fine anni ‘80 e a cui gli ultimi governi hanno dato
un’accelerazione tagliando gli investimenti nelle politiche sociali. “Gli aggiustamenti macroeconomici hanno avuto
costi sociali e incidenze negative rappresentate dai minori redditi, dal
deterioramento del capitale umano, dalla disoccupazione e dalla maggiore
disuguaglianza” scrive Undp[11].
Se
si prende come riferimento il cosiddetto “indice di sviluppo umano” (indicatore
che ai parametri economici aggrega quelli piú prettamente socioculturali ed
ambientali, legati alla qualitá della vita e all’accesso ai servizi), il quadro
colombiano assume tinte ancora piú fosche. Ancora Undp sottolinea la
progressiva retrocessione del paese sudamericano nel triennio 1997-99. Se la
Colombia occupava nel ’97 il posto numero 57 nella classifica dello ‘sviluppo
umano’, i notevoli squilibri interni hanno posizionato il paese, due anni piú tardi,
al 68° posto. Il documento dell’organismo internazionale segnala due problemi
che impediscono alla Colombia di ottenere un maggiore e piú equilibrato
‘sviluppo umano’: la violenza che colpisce in particolare la popolazione
maschile tra i 25 e i 50 anni di etá (dunque la fase di vita ‘produttiva’) e la
disuguaglianza nella distribuzione delle risorse. Inoltre persistono grandi
differenze sociali tra i dipartimenti del paese. Regioni come il Chocó, Nariño
e Caquetá, infatti, se considerate singolarmente, occuperebbero solo il 174°
posto nella classifica mondiale dello ‘sviluppo umano’. Gli
indicatori della disastrosa politica economica neoliberista sottolineano la
forte distorsione nella ridistribuzione del reddito e delle ricchezze: secondo
il rapporto del ‘Dipartimento nazionale di pianificazione’ (Dnp), nel 1999 il
50% della popolazione ha dovuto ripartirsi il 13,8% del reddito totale del
paese, mentre un 20% ha avuto accesso al 62,4% di esso. Buona parte della
popolazione - il 45% nelle aree urbane e l’80% in quelle rurali – ha percepito
redditi tanto esigui da non poter soddisfare necessità basiche, come
abitazione, salute, istruzione[12].
Le
‘nuove riforme economiche’ hanno accentuato la discriminazione e l’ingiustizia
sociale: i tre principali gruppi economici del paese si appropriano del 36% del
prodotto interno e i maggiori cinque gruppi finanziari controllano il 92% delle
attività del settore. Mentre la distanza tra ricchi e poveri nei paesi del nord
Europa mantiene un rapporto di 6 a 1, in Colombia il rapporto è di 46 a 1[13].
Il paese si conferma come la principale realtà sudamericana che “si distingue per non aver incorporato il
valore dell’uguaglianza e dei diritti civili nella sua vita quotidiana e nella
sua organizzazione sociale. Il modello dello sviluppo adottato, oltre a
mantenere e riprodurre le disuguaglianze tra ricchi e poveri, genera una rigida
segmentazione, aumenta la distanza sociale tra i differenti settori e rende
difficili i meccanismi di mobilità e crescita sociale”[14].
Il ‘Plan Colombia’, come vedremo, è il nuovo meccanismo di difesa militare e di
consolidamento dell’ingiustizia. Aiuti in cambio di riforme e privatizzazioni Miliardi in ‘aiuti’ dunque, condizionati
a che si completino le riforme strutturali di mercato. La lista di queste
‘riforme’ è lunga ed articolata: modifiche sostanziali allo stato sociale,
‘razionalizzazione’ delle finanze statali con tagli al settore pubblico e
congelamento dei salari, privatizzazione del sistema bancario e delle maggiori
imprese statali, imposizione dell’Iva a numerosi beni e servizi di prima
necessità. Secondo il presidente Andrés Pastrana, l’obiettivo cardine del Piano
nazionale di sviluppo è quello di “stimolare
la partecipazione dei privati nei settori degli acquedotti e delle reti
fognarie; la concessione dell’amministrazione delle reti viarie; degli
aeroporti regionali; delle piccole centrali idroelettriche e delle reti di
distribuzione; dei fiumi, dei canali navigabili e dei porti della rete fluviale
nazionale; così come la prestazione dei servizi di telecomunicazioni ”[15].
L’amministrazione ha già pronto l’elenco dei beni pubblici da svendere al
capitale finanziario nazionale e internazionale: l’istituto per la Sicurezza sociale, i maggiori enti
elettrici (‘Isa’ ed ‘Isagen’) ed altre quattordici imprese di distribuzione
locali, il complesso carbonifero del Cerrejón (tra i maggiori di tutta
l’America Latina), le imprese di telecomunicazioni di Bogotá e Pereira, tre
banche statali, gli scali aerei internazionali di Bogotá e Medellín, le reti fluviali
del Meta, dell’Orinoco e del Putumayo[16].
Il governo Pastrana punta poi alla
ulteriore flessibilità del mercato del lavoro, alla riduzione dei salari
d’ingresso, a modificare il regime di pagamento del lavoro nei giorni festivi,
ad eliminare gli oneri sociali e i sussidi a favore dei dipendenti, ad
innalzarne l’età pensionistica, ad esonerare gli impresari a devolvere parte
dei profitti all’Istituto Colombiano di Bienestar Familiar, alle Casse di
compensazione imprese-lavoratori e al Sena, l’istituto nazionale di formazione
professionale. Si accelererà altresì il trasferimento alle entità territoriali
e alle comunità degli investimenti nei settori della sanità, dell’educazione e
dei servizi sociali, già di responsabilità statale, nonostante i 3/4 dei
municipi non siano in grado, per mancanza di fondi, di finanziare le spese dei
propri apparati burocratici[17].
Intanto, in ossequio alla ricetta del Fondo monetario, gli investimenti
pubblici sono stati ridotti di un 25% e sono stati licenziati oltre 5.000 impiegati
statali e decine di migliaia di dipendenti degli enti locali, in buona parte
del settore educativo, dell’agricoltura e dei trasporti[18]. All’erosione del potere di acquisto dei
salari e dei diritti contrattuali si è accompagnata una forte politica repressiva
e persecutoria dello Stato e delle grandi imprese a danno dei dipendenti,
fattore che ha costretto l’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) a
sanzionare la Colombia per le continue violazioni dei diritti sindacali e
l’illegittimità di alcune norme del codice del lavoro fortemente discriminanti
in tema di contrattazione collettiva e libertà di associazione. Intanto, nella
totale assenza di protezione statale, sono stati assassinati negli ultimi dieci
anni 2.800 tra dirigenti e attivisti sindacali (172 nel solo ’99 e 102 nei
primi dieci mesi del 2000), mentre 193 lavoratori sono stati fatti ‘sparire’
nel nulla[19]. Quasi 900
sindacalisti, la maggior parte dei quali del settore contadino e
dell’istruzione, sono stati costretti ad abbandonare i luoghi di residenza per
le minacce ricevute. Amnesty International ha denunciato come nell’ultimo
biennio, centinaia di sindacalisti ed attivisti della società civile sono stati
vittime di arresti e procedimenti penali per reati politici “secondo procedure che non rispettano la
normativa internazionale in materia di processi equi”[20]. Il governo di Bogotà preme infine per
aderire in tempi brevi al Nafta (l’accordo sul libero commercio dell’America
del Nord), proprio quando la dipendenza di beni alimentari dagli Stati Uniti è
diventata totale. Lo scorso anno sono stati importati nel paese sudamericano
mais, grano, olio di soia e riso per un valore di 502 milioni di dollari con
conseguenze nefaste per la produzione nazionale, la bilancia dei pagamenti e il
debito estero. I dati forniti dal ministero dell’economia confermano che le
aree sottoposte a semina di prodotti agricoli sono diminuite di un milione di
ettari tra il ‘90 e il ’98, mentre nello stesso periodo le importazioni di
alimenti sono quasi quintuplicate, passando dai 1.200 ai 5.800 milioni di
tonnellate[21].
La Colombia è d’interesse vitale per gli Stati Uniti che rappresentano
il suo maggior socio commerciale (comprano il 32% delle sue esportazioni legali
e apportano il 36% delle importazioni) e forniscono la percentuale più alta, il
51,2%, degli investimenti stranieri per un ammontare di 4.491 milioni di
dollari[22]. “Il paese è un importante partner economico
degli U.S.A.: è il nostro 5° maggiore mercato di esportazione in America Latina”.
Così ha giustificato il varo del nuovo pacchetto di aiuti, l’ex sottosegretario
di Stato per gli Affari politici Thomas Pickering, uno dei maggiori sostenitori
del ‘Plan Colombia’. Se l’obiettivo primario del Pentagono è quello di
riaffermare i propri interessi geostrategici nell’area andina, similarmente a
quanto successo nell’ultimo decennio in Medio Oriente, nel Golfo Persico e nei
Balcani, eliminando contestualmente dal ‘cortile di casa’ qualsiasi focolaio di
guerriglia ‘filo-comunista’, la strategia del Dipartimento statunitense
risponde al crescente interesse del capitale nazionale di promuovere le
esportazioni alla Colombia, intervenire direttamente nella realizzazione delle
imponenti opere programmate (dighe, centrali idroelettriche, arterie stradali e
fluviali), perpetuare il monopolio delle compagnie nazionali nell’estrazione
del petrolio e del carbone. La priorità di
assicurare l’investimento straniero in particolare nell’industria petrolifera è
stata inserita nel testo di emendamento al ‘Plan Colombia’, proposto dai
senatori democratici Dewine, Grassley e Coverdell. “Con gli aiuti” - si legge nell’emendamento - "s’insisterà a che il governo della Colombia
completi le riforme urgenti orientate ad aprire completamente la sua economia
agli investimenti e al commercio estero, particolarmente all’industria
petrolifera”[23]. Lo stesso
senatore Coverdell ha giustificato gli aiuti alla Colombia con lo scopo di “proteggere gli interessi petroliferi in
Venezuela paese strategico al centro di una profonda crisi politica, sociale ed
economica”[24]. Per sponsorizzare l’approvazione del
‘Plan Colombia’, si è presentato in audizione al Congresso il vicepresidente
della 'Occidental Petroleum Company - Oxy', Lawrence Meriage. Il responsabile
della multinazionale petrolifera su cui vanta una partecipazione per mezzo
milione di dollari l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Albert Gore, ha
chiesto che gli aiuti militari non siano destinati solo “a recuperare il controllo del sud della Colombia, dove pure stiamo
operando”, ma anche alle aree più settentrionali, “come il Nord di Santander, alla frontiera con il Venezuela, dove stiamo
per intraprendere le operazioni di trivellazione e dove le coltivazioni di coca sono aumentate del 300%”[25].
Il vicepresidente della ‘Oxy’ si è guardato bene dal riferire al Congresso che
la sua compagnia si trova a fronteggiare in Colombia la resistenza del gruppo
indigeno U’wa che si è visto espropriare parte dei terreni per consentire
l’insediamento di nuovi pozzi, e che minaccia il suicidio collettivo come purificazione
contro l’indebita appropriazione di quello che considera il “sangue delle terre
ancestrali”. Il governo di Bogotá ha deciso di
fornire le migliori garanzie al capitale straniero, flessibilizzando
l’interpretazione delle norme costituzionali e legislative in materia
d’investimenti internazionali nel settore energetico. L’impresa statale
‘Carbocol’ é stata venduta recentemente ad un consorzio di aziende di Gran
Bretagna, Sudafrica e Svizzera, e si é deciso di affidare ai privati tutte le
attività relative al trasporto, all'immagazzinamento, alla raffinazione ed alla
distribuzione degli idrocarburi. La compagnia petrolifera statale ‘Ecopetrol’
ha firmato nell’ultimo anno 32 contratti con società estere (tra le più note la
'Occidental Petroleum', la 'Canadian Petroleum', la 'Total', la 'Chevron' e la
'British Petroleum'), che investiranno nel paese per il quadriennio 2000-2003
oltre 672 milioni di dollari e che grazie ad iniqui ‘contratti di associazione’
potranno rivendere alla compagnia statale colombiana il crudo necessario per la
raffinazione al prezzo internazionale di mercato[26].
Dalla privatizzazione del settore delle
telecomunicazioni, il governo colombiano spera di ricavare utili per un
miliardo di dollari. In corsa per accaparrasi le imprese del settore, ancora
una volta le statunitensi ‘Bell South’, ‘Mci’ ed ‘At&t’, le stesse che lo
scorso anno soffiarono alla italiana ‘Telecom’ il controllo della principale
società statale di telefonia cellulare, la ‘Celumobil’. Inoltre è stato
riformato il settore bancario per promuovere gli investimenti esteri (oggi il
capitale straniero controlla il 27% degli istituti finanziari). In questo
settore, in particolare, sono forti gli interessi degli istituti di credito
spagnoli (e ciò spiega l’attivismo del governo iberico a favore del ‘Plan
Colombia’). Il ‘Banco Santander’ sta per acquisire importanti sportelli
pubblici, mentre il ‘Banco Bilbao Vizcaya’ ha già assunto il controllo del
‘Banco Ganadero’, già attenzionato dalle autorità colombiane per sospette operazioni
finanziarie a favore degli uomini del Cartello di Cali[27]. Bogotá ha infine rinnovato gli accordi
preferenziali di mercato con gli Stati Uniti (l’effetto è stato il crollo del
prezzo dei prodotti agricoli tipici, cotone, caffè, mais), dando il via alla fluttuazione
del tasso di cambio con il dollaro. Unico settore produttivo interno favorito
dalle manovre è quello dell’industria tessile che ha migliorato le esportazioni
al gigante nordamericano abbattendo i salari della manodopera (non oltre i 150
dollari mensili per turni settimanali che sfiorano le 60 ore). L’apertura al capitale internazionale e
il rafforzamento del trattato di libero commercio, sono forse la contraddizione
più grande del ‘Plan Colombia’, che nelle intenzioni dell’establishment dovrebbe
avviare attività economiche di contrasto alle coltivazioni illegali e alla
‘narcoeconomia’. Queste coltivazioni sono cresciute proprio a seguito della
liberalizzazione dell’economia dell’ultimo decennio. La privatizzazione delle
grandi banche e del mercato dei cambi, l’ammodernamento del sistema finanziario
e delle telecomunicazioni, la privatizzazione dei porti e la creazione di zone
franche in tutto il paese (i punti cardine delle riforme liberiste imposte
dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale), come sottolinea
l’Osservatorio Geopolitico delle Droghe di Parigi, hanno favorito “l’espansione della quantità di valuta
originata dai traffici illeciti” che ha fatto ingresso in Colombia,
accelerando il processo di ‘narcodollarizzazione’ dell’economia[28].
Un elemento talmente noto nei circoli finanziari internazionali che a fine ’98,
in occasione di un incontro con i funzionari del governo e del ‘Banco de la
República’, il reponsabile della delegazione tecnica del Fondo monetario
Michell Seruzier, ha suggerito di “misurare
l’impatto reale del denaro sporco nell’economia colombiana per incorporarlo al
sistema contabile nazionale”[29]. Intercambio
commerciale Colombia-Stati Uniti
1997 1998 1999
Fonte:
Dane – Istituto doganale colombiano – rapporto agosto 2000 Valore degli investimenti previsti da Ecopetrol in associazione con imprese estere(in milioni di dollari) Anno 2000 2001
2002 2003 Totale Attività di esplorazione 3 15
10 24 52 Estrazione 325 109 122 116 672 Totale 328 124 132
140 724 L’evoluzione
della percezione della minaccia La Colombia è senza alcun
dubbio il paese del continente americano più ‘monitorato’ dagli strateghi del
Pentagono. Già a partire dal 1993, l’area andina settentrionale veniva inserita
tra le quattro zone del pianeta, insieme a Medio Oriente, il sud-est asiatico
ed i Balcani, “potenzialmente più
conflittive tra il 1992 e il 2010”. E’ in queste aree che gli Stati Uniti
percepiscono la maggiore minaccia al ‘nuovo ordine internazionale’ sorto dopo
il crollo del muro di Berlino e la guerra del Golfo[30]. Cinque anni più tardi, maggio ’98, i
vertici dello Stato maggiore Usa si davano appuntamento all’Università della
difesa nazionale di Washington per esaminare gli sviluppi del conflitto armato
in Colombia. Una seconda riunione veniva organizzata a fine ’98 dal
dipartimento dell’Us Army presso il proprio College di Carlisle, in
Pennsylvania. Sei mesi dopo, si svolgeva una terza riunione per attenzionare
geostrategicamente il paese sudamericano. Per quest’ultimo appuntamento era la
Cia ad incaricarsi dell’organizzazione: ai lavori prendevano parte più di
cinquanta ufficiali del Pentagono, del Dipartimento di stato, dell’Fbi, della
Dea e dell’agenzia d’intelligence. I tre incontri testimoniavano il progressivo
stato d’allarme manifestato dagli alti vertici militari di Washington. Mentre nel primo incontro la Colombia fu
percepita come un “problema per l’area”,
a Carlisle il paese venne identificato come un “grave fattore di destabilizzazione della sicurezza regionale”. Nel
terzo incontro il giudizio fu di aperto pessimismo e gli analisti prospettarono
la possibilità di una “guerra totale”, dell’”estensione del conflitto” e
perfino di una sua “balcanizzazione”[31].
Come se non bastasse, a
metà novembre ’99, il responsabile del Comando Sud degli Stati Uniti, generale
Chales Wilheilm, dichiarava pubblicamente che “la Colombia ha preso il posto di Cuba come principale minaccia alla
pace nell’emisfero occidentale…”. A conferma dell’importanza strategica
assunta dal paese andino nei piani di ridefinizione del proprio ruolo di
‘dominus’ dell’emisfero, la Colombia veniva eletta a meta preferenziale delle
visite dei maggiori esponenti della politica militare statunitense. Uno dopo
l’altro giungevano a Bogotá lo ‘zar antidroga’ Barry Mc Caffrey, il segretario
della difesa William Cohen, il sottosegretario di stato Peter Romero, la
direttrice del Centro Emisferico per gli Studi della Difesa (istituzione creata
dal Pentagono nel ’97 per “seguire gli eserciti del continente”), Margaret Daly
Hayes, e lo stesso generale Charles Wilheilm, che per le sue ‘attenzioni’ alla Colombia
ha ricevuto la massima onorificenza della Repubblica, la Croce d’oro
bolivariana. Ad avviare i programmi di ‘aiuto militare’ alle forze di sicurezza
colombiana è intervenuto direttamente il capo di Stato maggiore delle forze
armate Usa, generale Henry Shelton, uno dei maggiori pianificatori
dell’intervento in Kosovo, già comandante di divisione in Vietnam, durante la
guerra del Golfo e della Special Force che intervenne ad Haiti nel 1994[32].
Infine, nell’agosto 2000, a sugellare la politica d’intervento nel conflitto
interno colombiano, il presidente Bill Clinton si é incontrato a Cartagena con
Andrés Pastrana. “Noi non abbiamo
intenzione di trovarci coinvolti con l’insorgenza che la Colombia affronta da
decenni” ha dichiarato Clinton, respingendo qualsiasi ipotesi di
‘vietnamizzazione’ del conflitto. “Il
nostro aiuto migliorerà la eradicazione delle coltivazioni illecite, la
distruzione dei laboratori e gli sforzi d’interdizione, e fornirà appoggio
logistico e di ‘intelligence’ alle missioni antidroga dei reparti colombiani”[33].
L’opinione pubblica
può dunque stare tranquilla. Nessun militare statunitense perderà la vita
durante la ‘nuova crociata contro il narcotraffico’. Eppure un misterioso
incidente verificatosi poco piú di un anno fa a Patascoy, nella selva
meridionale della Colombia aveva confermato inequivocabilmente che le forze
armate Usa sono direttamente coinvolte da tempo nel ‘conflitto a bassa
intensità’ del paese sudamericano. Un velivolo speciale dell’Us Air Force ‘Rc-7
DeHavilland’ per l’intercettazione delle comunicazioni radiotelefoniche, era
infatti precipitato tra le montagne e cinque militari statunitensi e due
ufficiali dell’aeronautica colombiana erano morti in mezzo alle fiamme. Sulle
cause dell’incidente e sugli scopi della presenza di un velivolo nordamericano
in una zona sotto il controllo delle Farc era stato posto il più assoluto
riserbo. Sotto la pressione di alcuni
congressisti, il Dipartimento della difesa ha dovuto ammettere che dal 1998 “il personale specializzato degli Stati Uniti
ha il compito di addestrare in sofisticate attività d’intelligence ufficiali
dei servizi segreti dell’aeronautica e dell’esercito colombiano nelle basi di
telecomunicazione di Bogotá, San José del Guaviare e Santa Marta, nel nord del
paese”. Secondo il responsabile per gli Affari internazionali anti-droga
Rand Beer, il personale Usa lavorerebbe “per
accrescere la capacità delle forze di sicurezza colombiane a raccogliere ed
analizzare le informazioni sulle attività dei narcos e su quelle dei gruppi
insorgenti che potrebbero minacciare le forze anti-droga”[34]. “Sono
67 gli ufficiali della Special Operation Force che operano in Colombia” –
ha aggiunto il funzionario statunitense –
Essi fanno parte del gruppo Interforze coordinato dal Comando Sud per le
operazioni speciali (Socsouth), di stanza presso la base navale di Roosvelt
Road (Portorico), che assiste oltre 1.500 membri delle forze di sicurezza in
alcuni settori specifici, come la fanteria leggera, il trasporto elicottero,
ecc.”[35]. Il Pentagono è stato poi costretto ad
ammettere l’esistenza di proprie basi radar e stazioni d’ascolto terrestri
(Gbr) nelle regioni meridionali di Guaviare (San José), Amazonas (Leticia) e
Vichada (Marandúa). “Altri due radar
della rete dei Caraibi dell’Us Air Force operano dalla penisola settentrionale
della Guajira (Rioacha) e dall’isola di San Andrés, di fronte alla costa
nicaraguense. Una quarta stazione radar Gbr è in fase di allestimento presso la
base di Tres Esquinas (Putumayo)”[36].
Formalmente queste installazioni radar sono sotto il controllo
delle forze armate colombiane, ma l’elaborazione dei dati viene gestita da team
di tecnici nordamericani, composti ognuno da 36-45 unità. L’eco per l’incidente al
velivolo-spia, consentiva inoltre la ‘scoperta’ di altri particolari
inquietanti sull’impegno militare statunitense in Colombia. Il settimanale
‘Newsweek’ documentava la presenza nel paese di 300 militari, tra cui “almeno un centinaio di agenti della Dea e
della Cia”, e aggiungeva che gli avieri dell’RC-7 non erano le prime
vittime Usa della ‘guerra alla coca’: “A
partire dal 1997 sono morti tre piloti della società privata DynCorp (Virginia)
contattata dal Pentagono per missioni di intercettazione antidroga. La DynCorp
che conta in Colombia su 90 impiegati, in coordinamento con la Polizia
nazionale ha lanciato tonnellate di defoglianti chimici sulla selva e ha
effettuato incursioni in elicottero contro i laboratori di trasformazione”[37].
Inizialmente il contratto firmato dal
Dipartimento di stato prevedeva che la ‘DynCorp’ curasse l’addestramento del
nucleo della polizia antidroga colombiana e autorizzava la partecipazione di
sei piloti e di uno staff di circa dodici persone, quasi tutti veterani della
guerra in Vietnam. A fine ‘96, il contrattista assunse direttamente la
partecipazione nelle operazioni di eradicazione; solo che per mantenere
‘coperta’ la missione, il personale nordamericano utilizzò velivoli colombiani
e uniformi dell'esercito nazionale. In seguito alle proteste di alcuni settori
dell’aeronautica colombiana, la ‘DynCorp’ iniziò ad impiegare per le operazioni
di fumigazione avionette di proprietà, ottenendo altresì un contratto per la
manutenzione dei velivoli ‘Turbo Trusch T-65’ della polizia colombiana[38].
A conferma dell’escalation delle operazioni di fumigazione chimica della
Colombia, il valore del contratto firmato dal Dipartimento di stato con
l’impresa privata della Virginia è passato dai 19,6 milioni di dollari del ’96,
ai 68 milioni del ’98[39].
Nell’ultimo anno gli aerei della ‘DynCorp’ hanno fumigato oltre 65.000 ettari
nei dipartimenti meridionali di Guaviare e Caquetá, utilizzando il glifosato,
un composto altamente tossico. Ne vedremo in seguito con quali effetti sociali
e ambientali. Aerei
ed elicotteri “per la lotta contro la droga” Parallelamente al finanziamento delle
operazioni di eradicazione aerea delle coltivazioni di coca, la Casa Bianca ha
autorizzato un programma di riarmo delle forze di sicurezza colombiane che non
ha paragoni con quanto fatto in passato in altre ‘regioni di crisi’ del
continente americano. Solo negli ultimi tre anni, Washington ha inviato oltre
mezzo miliardo di dollari in armi pesanti alla Colombia; il paese è divenuto
così il maggior destinatario nel mondo dell’’assistenza militare’ degli Stati
Uniti, accanto ad Israele ed Egitto. “La
presenza militare e gli aiuti degli Stati Uniti sono quasi nove volte maggiori
di quelli che erano nella metà degli anni novanta” denuncia il rapporto
presentato dai ricercatori Adam Isackson e Joy Olson del ‘Center for Internacional
Policy’, uno dei maggiori centri indipendenti statunitensi sulle relazioni
nazionali con il sud America. "La
Colombia riceve oggi più assistenza militare da parte degli Stati Uniti in
addestramento, armi ed equipaggiamenti di quanto è ricevuto congiuntamente da
tutti i paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Le missioni delle Forze
speciali Usa nel paese andino sono passate dalle 20 del 1998 alle 34 dell’anno
successivo. Se sino al 1995 la Colombia riceveva annualmente 30 milioni di
dollari per la lotta al narcotraffico, nel 1999 si è raggiunta la cifra di 294
milioni di dollari”[40].
La quota maggiore degli aiuti militari è stata fornita dall’’International
Narcotics Control’ (Inc), l’agenzia antidroga del Dipartimento di stato, che
nel ’99 ha stanziato per la Colombia 203 milioni di dollari, 195 dei quali
finiti direttamente alle forze armate e alla polizia per migliorare
l’operatività dei velivoli cargo C-130 e C-26 e dei pattugliatori veloci delle
coste e dei fiumi interni. Anche buona parte delle
voci di spesa del ‘Plan Colombia’ sono indirizzate all’ammodernamento della componente aerea ed elicotteristica delle forze
di sicurezza. Si prevede infatti il trasferimento alle forze armate di
16 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawk’ e 30 elicotteri Uh-1h nella nuova
configurazione ‘Super Huey’, che si aggiungeranno ai 18 velivoli della stessa
tipologia consegnati alla Colombia a fine ’99. Inoltre sará avviata la
modernizzazione del velivolo A-37 in possesso dell’aeronautica colombiana (il
cosiddetto ‘aereo fantasma’ con funzioni similari al velivolo-spia Usa ‘Rc-7
DeHavilland’ precipitato nella selva), grazie a nuovi speciali visori
infrarossi che ne rafforzeranno l’operatività notturna. Attraverso un finanziamento supplementare di 99,5 milioni di
dollari preannunciato da Clinton in occasione della sua recente visita in
Colombia, alle forze armate locali potrebbero essere consegnati alcuni velivoli
antispionaggio, tre velivoli da trasporto ‘Bufalo’ e apparecchiature
sofisticate per il potenziamento della rete radar e d’intelligence[41]. Si sta
trattando altresì la fornitura di velivoli d’attacco A-10 ‘Warthog’ per il
supporto aereo alle truppe terrestri, e di elicotteri d’assalto ‘Cobra’, già
utilizzati nelle operazioni di guerra in Kosovo. Uno di questi velivoli è stato filmato dall’emittente nazionale
'Rcn' all’interno di un hangar dell’aeroporto militare di Bogotá dopo essere
stato messo a disposizione di alcuni piloti locali. Il Dipartimento della difesa interverrà altresì per
ampliare la flessibilità operativa della polizia nazionale colombiana, fornendo
sistemi di comunicazione, armi e munizioni, e finanziando la costruzione di un
imprecisato numero di “basi anti-droga” alla frontiera con Perú ed Ecuador.
Nonostante il riconosciuto fallimento della politica di ‘fumigazione’ aerea (le
aree destinate alla coltivazione delle foglie di coca si sono triplicate in
meno di cinque anni), gli Usa forniranno alla polizia locale 12 elicotteri
‘Super Huey’ e due elicotteri ‘Blackhawk’ che opereranno dall’aeroporto
meridionale di Guaymaral. Gli analisti militari sperano che la versatilità di
questi strumenti possa essere determinante per vincere la resistenza delle basi
nel sud della Colombia, nei dipartimenti del Putumayo e del Caquetá, sotto il
controllo dei principali gruppi guerriglieri (Farc ed Eln). A questi
‘aiuti’ già di per sé significativi, si devono aggiungere i sistemi d’arma
acquistati dal governo colombiano attraverso il programma Usa delle ‘Vendite
militari all’estero 1999’ (11 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawh’, 12 elicotteri
d’addestramento Th-13 ‘Sioux’, fucili leggeri, veicoli e munizioni) per un
valore di 28 milioni di dollari, più una spesa di 40 milioni di dollari per le
armi acquisite da imprese private statunitensi. L’amministrazione Clinton ha
notificato al Congresso la possibilità di un ulteriore trasferimento di armi
alla Colombia sempre grazie al programma di ‘vendite all’estero 2000’: si
tratterebbe di un megacontratto di 221 milioni di dollari per 14 elicotteri
‘Blackhawk’ e differenti tipi di munizioni. Per la commessa, è già pronto un
prestito a favore del governo di Bogotá di 20 milioni di dollari da parte della
‘Export-Import Bank’ degli Stati Uniti. Le forze di sicurezza colombiane
potrebbero infine ricevere munizioni ed equipaggiamenti supplementari attraverso
uno speciale ‘fondo d’emergenza antidroga’ di 58 milioni di dollari[42].
In realtà l’’affaire Colombia’ si sta trasformando in un immenso
business per le aziende private statunitensi che operano nel settore militare.
I colossi ‘United Technologies’ del Connecticut e la ‘Bell-Textron’ del Texas
si sono aggiudicati la megacommessa per la componente elicotteristica del ‘Plan
Colombia’, con un fatturato di oltre 320 milioni di dollari. Non a caso i
manager delle due industrie avrebbero esercitato una forte pressione di lobbing
su alcuni congressisti di ambo gli schieramenti, versando 1.250.000 dollari in
‘contributi elettorali’ nel periodo compreso tra il 1997 e il 1999[43].
Accanto alla società ‘DynCorp’ della Virginia, si stanno inserendo in Colombia
altre aziende specializzate nel fornire ‘assistenza tecnica’ e ‘consiglieri
militari’ alle forze armate colombiane, favorite dal Pentagono per eludere le
limitazioni degli emendamenti del Congresso che fissano il personale
statunitense in Colombia a 250 addetti militari e 100 impiegati civili. Una di
esse è la 'Eagle Aviation Services and Technology Inc.' che nella base aerea di
Patricks starebbe per avviare l'addestramento di piloti colombiani da destinare
alle attivitá di fumigazione dei campi di coca[44].
L’ultima di queste aziende ‘di servizio’ ad
aprire una filiale a Bogotá è stata la ‘Mpri’ (Military Professional Resources
Inc.), anch’essa con sede in Virginia, contattata per il sostegno logistico e
l’addestramento della polizia e delle forze armate. La ‘Mpri’, il cui manager è
il generale in pensione Ed Soyster, già direttore della Dia (la Defense
Intelligence Agency), è una delle società private più note nelle aree di
conflitto: essa ha fornito supporto logistico ad una serie di operazioni
militari nei Balcani, in Medio Oriente e in Africa. Fondata appena dodici anni
fa nella città di Alexandria, conta su un giro d’affari annuo di circa 12
milioni di dollari, con 160 dipendenti full-time, tra cui una serie di ex alti
ufficiali delle forze armate statunitensi, come i generali Carl Vuono che guidò
l’esercito durante l’operazione ‘Desert Storm’ e Crosbie ‘Butch’ Saint, ex
comandante delle operazioni Usa in Europa[45].
La ‘Mpri’, in particolare, è stata
impegnata nel rifornimento di munizioni e nel sostegno operativo agli eserciti
croato e bosniaco durante le loro offensive contro le unità serbe. Le attività della ‘Mpri’ si sono
incrociate con quelle della ‘DynCorp’ nel teatro di guerra dei Balcani: a
quest’ultima società infatti, gli Stati Uniti hanno affidato nell’autunno ‘98
il compito di verificare il ritiro delle unità serbe dal territorio del Kosovo,
dopo il rifiuto del leader yugoslavo Slobodan Milosevic di ammettere la
presenza di monitor ‘militari’[46].
I dati raccolti dai 150 uomini contrattati dalla ‘DynCorp’ sono stati
determinanti per l’operazione Nato di bombardamento in Kosovo e Serbia la
primavera successiva.
(Fonte: Department of State, “Background
Notes: Colombia”, Washington, January 1999) Il Plan Colombia varato dal Congresso Usa
Offensiva
nel sud della Colombia
Finalità:
“Aiutare il governo ad assumere il controllo della zona sud delle coltivazioni
di coca, dominata dalla guerriglia, addestrare ed equipaggiare tre battaglioni
antinarcotici addizionali, cooperare in attività di intelligence per appoggiare
questi battaglioni, fornire assistenza, abitazioni e lavoro alle persone che
saranno ‘sfollate’ durante queste operazioni”. Intercettazione
Finalità: “Migliorare la capacità delle autorità colombiane
nell’intercettazione del traffico della cocaina. Si destineranno risorse per
aggiornare radar, aerei e piste, così come si sosterranno le attività di
intelligence per permettere alla polizia e alle forze armate di rispondere
rapidamente ed adeguatamente. Insieme al rafforzamento della capicità di
monitoraggio e intercettazione si sosterrà la base anti-droga realizzata a
Manta (Ecuador)”. Polizia
Finalità: “Appoggio alla Polizia Nazionale,
per aggiornare tecnologicamente i velivoli, acquisto di aerei per la
fumigazione, fornire sicurezza alle basi che s’incontrano nell’area, appoggio
alle attività di intelligence”. Sviluppo alternativo e Programmi
economici
Finalità: “Sviluppo alternativo alle coltivazioni di coca e
appoggio alle autorità locali nella loro risposta alle necessità delle
comunità”. Pentagono
Finalità:
“Addestramento e trasferimento di equipaggiamenti alle forze armate
colombiane”. Diritti Umani e Giustizia
Finalità: “Aumentare la Governabilità. I programmi saranno
amministrati dall’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (UsAid), dal
Dipartimento di Stato e della Giustizia. I fondi saranno destinati alla
protezione dei diritti umani, alla riforma del sistema giudiziario, al miglioramento
della capacità delle autorità colombiane nell’individuare e smantellare il
lavaggio del denaro sporco ed altre attività criminali e alla formazione dei
rappresentanti del governo colombiano per le negoziazioni con gli attori
armati”. Usa-Colombia un rapporto che nasce lontano Le relazioni politico-militari e in
materia di lotta al narcotraffico tra gli Stati Uniti e la Colombia hanno
seguito sempre “un modello ciclico, con
fasi oscillanti”, caratterizzate di volta in volta da distanza e dubbi, tensioni e frizioni, critiche e difficoltà, e fasi
caratterizzate da cordialità e vicinanza, convergenza e collaborazione[47]. Le differenti amministrazioni
statunitensi tuttavia, non hanno fatto mancare il loro aiuto a favore dei
programmi di riarmo delle forze militari colombiane neanche quando le
collusioni di quest’ultime e delle classi dirigenti con il traffico di
stupefacenti sono state palesi, o quando il conflitto interno ha raggiunto
livelli di drammaticità e di violenza insostenibili. La Colombia non è mai
stata sottoposta all’isolamento o alla marginalizzazione internazionale per la
questione del narcotraffico o per la violazione dei diritti umani: il ruolo
chiave del paese nello scacchiere caraibico-andino, la competizione ideologica
tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, il ferreo orientamento anticomunista e
filostatunitense delle forze armate e dei ceti dominanti, il sostegno allo
sforzo per eliminare le guerriglie in Centroamerica ed accerchiare l’isola di
Cuba, le hanno assicurato, anche nei momenti più bui della sua storia
contemporanea, l’assistenza e l’appoggio economico-militare nordamericano. Gli
Stati Uniti sono stati la fonte primaria per buona parte delle infrastrutture,
dell’equipaggiamento e delle operazioni d’intervento antiinsorgenza delle forze
colombiane.
Il primo accordo di assistenza militare fu firmato da Washington nel
1952 per sostenere lo sforzo dell’unico paese latinoamericano intervenuto
direttamente nel conflitto coreano con un battaglione dell’esercito e una
corvetta della marina[48].
L’intervento diretto nel conflitto interno colombiano fu invece realizzato
dagli Stati Uniti nei primi anni ’60 dopo il varo della cosiddetta “Dottrina
della Sicurezza Nazionale”, a seguito del successo della rivoluzione cubana. La
nuova ‘dottrina’ interpretava ogni forma di lotta sociale per la democrazia in
America Latina come lo strumento di penetrazione del comunismo e dell’Unione
Sovietica nel ‘cortile di casa’. I partiti comunisti locali, i sindacati, i
movimenti sociali, la guerriglia venivano identificati dalle élite nazionali
come veri e propri ‘nemici interni’; gli Stati Uniti si assumevano l’onere di
sostenere l'organizzazione delle forze armate locali per reprimere i movimenti,
realizzare operazioni controinsorgenti, e talvolta, impossessarsi direttamente
del potere attraverso sanguinosi colpi di stato.
La Colombia fu tra i primi paesi sudamericani a istituzionalizzare a
fini interni la ‘dottrina della sicurezza nazionale'. La sua applicazione
coincise con la trasformazione del conflitto civile, quando la lotta contro le
neocostituite organizzazioni della guerrigliera prese il posto della ‘violenza
bipartitista’, tra ‘liberali’ e ‘conservatori’, che aveva caratterizzato la
storia del paese per tutti gli anni ‘50. Tra il 1961 e il 1967, la Colombia
occupò il terzo posto tra i paesi latinoamericani nella ricezione di aiuti
militari Usa. In questo paese si sperimentò per la prima volta il cosiddetto
‘Plan Laso’ (‘Latin American Security Operation’), la strategia operativa Usa,
che in linea con la “dottrina della sicurezza nazionale” prevedeva la
cooperazione civili-militari a difesa della conservazione degli equilibri
socioeconomici dominanti. Le forze armate colombiane iniziarono a fare uso
ricorrente dello ‘stato di emergenza’, “sviluppando
l'esercizio della giustizia penale militare, legittimando lo 'stato di guerra'
e attivando la ‘difesa civile’ sotto il controllo militare”[49]. Il 18 maggio 1964, il governo colombiano
lanciò una vasta campagna militare (‘Operación Marquetalia’), nelle regioni in
cui si stavano organizzando i gruppi di ‘autodifesa campesina’ da cui presto
sarebbero nate le prime unità delle Farc. Per annientare le organizzazioni
contadine, l’esercito giunse a schierare 16.000 uomini e l’intera dotazione di
elicotteri, intercettori, bombardieri e pezzi d’artiglieria. Per questa prima
operazione antiguerriglia in larga scala, l’agenzia statunitense ‘Usaid’
consegnò direttamente a Bogotá 300.000 pesos del tempo[50].
A seguito dell’ampio
consenso che i gruppi insorgenti acquisirono tra le popolazioni che vivevano ai
margini del latifondo, il presidente Guillelmo León Valencia decise di
estendere territorialmente il conflitto.
Il 24 dicembre 1965 veniva firmato il decreto d’istituzione dello stato
d’assedio in tutto il paese; esso, tra l’altro, obbligava i cittadini ad
impegnarsi “nel ristabilimento
dell’ordine pubblico minacciato dalle forze guerrigliere”. Il decreto,
trasformato in legge nel ‘68, dava il via alla formazione delle cosiddette
‘giunte di autodifesa’, organizzazioni formate da personale civile addestrato
ed equipaggiato per operazioni anti-guerriglia, sotto il comando del personale
militare. La ‘militarizzazione’ della società colombiana rispondeva alle
pressioni degli Stati Uniti che chiedevano la creazione di un vero e proprio
cordone di sicurezza per isolare la guerriglia e spostare a favore delle forze
armate il conflitto. Anche in questo caso però, gli effetti non furono quelli
desiderati: in Colombia lo scontro degenerò in intensità e violenza e dalle
ceneri delle ‘giunte di autodifesa’, quindici anni più tardi, si sarebbe
sviluppato il fenomeno paramilitare[51]. Dopo lo scacco
dell’’Operación Marquetalia’ i legami Usa-Colombia si mantennero di basso
profilo almeno sino alla metà degli anni ’70. Dando il via all’oscillante
rapporto amore-odio nelle relazioni tra i due paesi, l’amministrazione López
Michelsen (1974-78), accusata dal governo nordamericano di inefficienza nella
repressione della produzione e del traffico di marihuana, decise di autorizzare
i velivoli Usa a sorvolare la Colombia per intercettare le avionette dei
narcotrafficanti in rotta tra il dipartimento settentrionale della Guajira e la
Florida. Il governo acquistò inoltre diversi elicotteri forniti di
mitragliatori e i velivoli Turbo T-33 per realizzare verso la fine del '75 la
prima grande operazione di eradicazione aerea contro le coltivazioni di droga
della Sierra Nevada di Santa Marta, nella costa atlantica (‘Operación Condor’).
L’attacco indiscriminato contro i villaggi indigeni ebbe come effetto il
‘desplazamiento’ di intere comunità, l’atomizzazione delle coltivazioni
illecite e il loro trasferimento in altre regioni del paese. Una serie di scandali che nel ’76
colpirono il Das, il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza dipendente dalla Presidenza
della Repubblica, convinse il governo a trasferire le competenze della lotta
antidroga alla Polizia giudiziaria e alle forze armate. Per migliorare la
propria immagine internazionale dopo le ombre nella conduzione della ‘guerra
sporca’ contro la guerriglia e i civili, i vertici militari pianificarono due
anni più tardi l’’Operación Fulminante’, un’operazione interforze a cui
parteciparono decine di migliaia di militari dell’Armada Nacional e il Gruppo
di volo dell’aeronautica di Barranquilla. Il risultato fu ancora una volta
contraddittorio: nonostante la distruzione di oltre 10.000 ettari di
coltivazioni, l’operazione acutizzò il conflitto tra lo Stato e migliaia di
piccoli produttori della zona. Le stesse forze armate vennero accusate di “eccessi
contro la popolazione” e “corruzione” a favore dei narcotrafficanti.
L’’Operación Fulminante’ potè contare sulla piena cooperazione del governo
degli Stati Uniti, che alla vigilia del ‘blitz’ fornì gli equipaggiamenti e gli
aiuti finanziari per le azioni militari. Sempre nel ‘78 si svolse l’operazione
aerea congiunta ‘Stopgap’ e Washington intervenne a favore della costituzione
del corpo della Guardiacoste che assunse il controllo dei maggiori fiumi
interni. Nel 1982 Colombia e
Stati Uniti firmarono un nuovo accordo militare che assicurò una serie di mezzi
logistici al gruppo antinarcotici della Polizia nazionale. L’istituzione potè
costituire 14 ‘compagnie specializzate’ e un proprio servizio aereo che iniziò
ad operare dagli aeroporti di Guayamaral, Santa Marta, San José del Guaviare e
Valledupar[52]. Lo stesso anno, quasi a
voler smentire le denunce-stampa su un presunto contributo elettorale ricevuto
dal boss del narcotraffico Rodríquez Gacha ‘il mexicano’, il presidente
Betancur autorizzò una nuova operazione di eradicazione delle coltivazioni di
marihuana della Sierra Nevada. L’intervento militare venne appoggiato della
Marina Usa che dispiegò una flotta navale davanti alla costa atlantica della
Colombia (operazione ‘Hot Trick’); tuttavia, durante un ingiustificato
bombardamento contro alcuni villaggi indigeni, furono colpiti a morte alcuni
bambini della comunità Arhuacos. A questo funesto intervento, seguirono nell’85
due controverse operazioni multinazionali che culminarono con sorvoli non autorizzati
di aerei ed elicotteri delle forze statunitensi e colombiane sull’Amazzonia
peruana, alla ricerca di laboratori e piste d’atterraggio dei trafficanti di
droga. L’improvviso attivismo
anti-narcos del governo colombiano fu premiato dal Congresso degli Stati Uniti
con un pacchetto di aiuti militari di 12 milioni di dollari per armare i
velivoli aerei da utilizzare negli sforzi d’intercettazione[53].
Due anni più tardi (1987), gli aiuti militari raggiungesero i 279 milioni di
dollari e il governo colombiano potè intraprendere la costruzione di due
importanti infrastrutture, la base navale di Bahía Málaga nel Pacifico e la
base aerea di Marandúa, negli Llanos orientali. Per assicurare la vigilanza
delle isole di San Andrés e Providencia, di fronte la costa atlantica del
Nicaragua, vennero acquistati 15 caccia A-37 e quattro sommergibili, due di
produzione tedesca e due della classe italiana ‘Sx-506’. Sempre in Italia
vennero acquistati i cannoni ‘Breda’ da 40 mm per armare le fregate ricevute in
dono dagli Stati Uniti. In cambio le forze armate Usa ottennero
l’autorizzazione a pattugliare le coste della Guajira e a installare un
impianto radar a San Andrés, per il controllo del traffico aeronavale dello
scacchiere centroamericano e caraibico. Questo periodo di idillio tra le due
diplomazie, coincise con la presenza a Bogotá dell’ambasciatore Lewis Tambs,
acceso sostenitore della lotta anti-insorgente, passato alla storia per aver
coniato in un suo rapporto il termine di ‘narcoguerriglia’, che enfatizzava il
presunto intreccio tra le organizzazioni armate della sinistra e i produttori e
i trafficanti di coca. L’ambasciatore Tambs, a seguito della scoperta di un
laboratorio per il processamento e di un grosso carico di cocaina (quasi 14
tonnellate), dichiarò che essi erano “sotto
la vigilanza della guerriglia comunista delle Farc e l’approvazione del Partito
Comunista colombiano”, e che il traffico godeva della “copertura di Cuba e Unione Sovietica”. La notorietà del diplomatico
sarebbe crollata cinque anni più tardi, quando il suo nome comparve tra coloro
che avevano coperto le operazioni del capitano Oliver North, il protagonista
del cosiddetto ‘Contrasgate’, il traffico di armi e droga gestito dalla Cia a
favore della Contras antisandinista[54]. Tra
frizioni e incomprensioni avanza l’americanizzazione Il diplomatico Usa
inviato in Colombia nel 1988 a sostituire l’ambiguo Tambs, non fece rimpiangere
assolutamente le crociate anti-guerriglia del precedessore. Le credenziali di
Thomas McNamara erano di tutto rispetto: aveva ricoperto per anni il ruolo di
direttore della sezione antiterrorismo e antidroga del Dipartimento di stato.
Gli aiuti militari alla Colombia subirono una nuova impennata; il valore dei
sistemi d’arma inviati raggiunse i 72 milioni di dollari, nove volte in più di
quanto era stato fornito quattro anni prima. Ciò permise la riorganizzazione
territoriale delle unità dell’esercito, l’ampliamento del proprio organico
(12.000 unità con due nuove brigate di fanteria) e l’acquisto di un centinaio
di mezzi semoventi e di carri armati dal Brasile e di fucili di precisione
dalla Germania. La marina colombiana venne riorganizzata su quattro comandi,
quello dei Caraibi con sede a Cartagena, del Pacifico a Buenaventura, delle
forze fluviali occidentali a Puerto Leguízamo sul Río Putumayo, e delle forze
fluviali orientali a Orocué sul Río Meta. Sempre nel 1988 vennero acquistate in
Germania alcune unità navali portaelicotteri per operare nell’Atlantico a
seguito della crisi apertasi con Venezuela e Nicaragua per il controllo dello
spazio marittimo. La scelta di Washington
di inviare McNamara in uno dei paesi dell’emisfero caratterizzatosi per il
forte scontro sociale e militare s’inseriva pienamente nella nuova strategia
d’intervento nell’emisfero definita dalla ‘Direttiva presidenziale sulla
Sicurezza nazionale’, e che sfoció nella pianificazione, nel settembre ’89,
della cosiddetta “Iniziativa Andina”. Essa prevedeva il rafforzamento della
cooperazione economica-militare degli Stati Uniti con i paesi dell’aerea, l’invio
di forze armate e la creazione di nuove basi Usa in centro e sud America.
Contemporaneamente la Casa Bianca iniziò a destinare al Dipartimento della
difesa maggiori risorse finanziarie a favore della “lotta contro la droga”: in
meno di tre anni, si passò dai 380 milioni di dollari ai 1.100 milioni del ’92.
Grazie alla
legittimazione dell’intervento militare nelle attività antidroga, le forze
armate degli Stati Uniti assumevano la leadership nel monitoraggio del traffico
di stupefacenti accanto alle agenzie istituzionalmente responsabili (ad
esempio, la Dea). A sovraintendere queste nuove funzioni operative venivano
chiamati cinque alti comandi: Usacom (il Comando Atlantico), Us Southcom (il
Comando del Sud), quello del Pacifico, il Comando di difesa aerea del Nord
America e l’U.s. Force Command[55]. In questo nuovo
contesto geostrategico fu il Comando Sud di stanza nella base di Howard,
Panama, ad assumere un ruolo chiave. E’ ad esso e ad Usacom che a partire dal
’93 vennero concentrate le funzioni che erano state assegnate agli altri tre
comandi. Secondo il Pentagono, oltre 2.000 “voli anti-droga” partivano
annualmente dalla base di Howard, a cui facevano riferimento logisticamente le
operazioni interforze del Custom Service, del Dipartimento della difesa, della
Guard Coast, della Cia e della Dea. Allo stesso tempo, Howard assicurava ai
paesi alleati dell’area caraibica l’addestramento e l’equipaggiamento delle
unità navali e terrestri impegnate in azioni speciali ‘anti-droga’ ed
anti-guerriglia. La nuova centralità
della ‘lotta al narcotraffico’ venne consacrata con la pubblicazione nel giugno
’93 del nuovo ‘U.S. Army Field Manual 100-5, Operations’ (l’ultimo era del
1986), il manuale che determina le strategie militari degli Stati Uniti nel pianeta.
Nel testo le operazioni anti-droga venivano identificate come una modalità di
“operations other than war”, la nuova denominazione dei cosiddetti “conflitti
di bassa intensità”, la cui esecuzione sembrava pianificata proprio per lo
scenario colombiano. In altre parole, come sottolinea lo storico italiano
Antonio Sema, “la lotta al narcotraffico
costituiva un ottimo schermo etico dietro al quale perseguire altri obiettivi,
a cominciare dalla ristrutturazione dell’intero sistema di sicurezza
latinoamericano, che mirava a collegare l’intelligence alle azioni di polizia,
per condividere le informazioni disponibili sui narcos e i loro traffici con
tutte le istituzioni interessate. Allo stesso modo, naturalmente, si potevano
assumere e condividere anche le informazioni sui guerriglieri e i loro
simpatizzanti”[56]. Gli anni che segnarono la mutazione
dell’atteggiamento politico-militare degli Stati Uniti verso il centro e il sud
America, furono anche quelli in cui si registrarono le maggiori tensioni con la
Colombia, attraversata da stridenti contraddizioni in tema di lotta al
narcotraffico. La Casa Bianca preferì comunque agire con cautela, bene attenta
a non rompere il dialogo con un alleato sempre più impegnato a ‘contenere’ i
gruppi della guerriglia. Il fattore che più mise in crisi i rapporti
bilaterali, fu l’applicabilità del trattato di estradizione firmato nel 1979 ma
congelato sino al 1983, e che alla fine si concretizzò con la consegna ai
giudici statunitensi di un solo esponente di primo piano del narcotraffico,
Carlos Leheder, arrestato dai militari colombiani nell’87 grazie all’apporto di
uomini della Dea.
La lunga serie di attentati terroristici e di omicidi contro personaggi
simbolo della repubblica (giornalisti, magistrati, politici, militari), da
parte dei boss della coca ‘estradabili’, condusse prima lo Stato all’empasse e
poi all’abrogazione della stessa legge sull’estradizione con l’approvazione
della nuova Costituzione nel ’91. Al risentimento e alla sfiducia da parte di
Washington si aggiunse il contenzioso che Bogotá aprì con il partner dopo
l’intervento a Panama a fine dicembre ’89 per deporre e sequestrare l’ex
alleato Noriega (già agente della Cia e importante interlocutore del Pentagono
nella lotta al sandinismo). Nell’occasione il governo colombiano protestò
contro il blocco della costa settentrionale del paese da parte della portaerei
‘Kennedy’ e di altre unità minori. Dalla stessa portaerei si alzarono più volte
in volo gli aerei-radar Awacs, che sorvolarono la Colombia senza autorizzazione.
Ad accrescere gli attriti nei giorni dell’invasione di Panama, arrivò
l’inaspettata dichiarazione dell’ambasciatore Usa in Germania, secondo cui il
governo di Washington non scartava la possibilità di azioni di forza in
Colombia. “Per noi – spiegò
l’ambasciatore - è importante realizzare
un blocco navale in Colombia per impedire che si riforniscano di cocaina ed
altre droghe gli Stati Uniti”[57]. Le unità navali rimasero di fronte la
costa colombiana sino a metà febbraio: l’unica azione militare che portarono a
termine fu il mitragliamento in acque internazionali di una nave cargo battente
bandiera cubana in seguito al rifiuto del comandante di consentire
l’abbordaggio per verificare se tra i container fosse nascosta cocaina. Nonostante
il ‘raffreddamento’ delle relazioni per l’invasione di Panama, il 2 febbraio
’90 la Colombia autorizzò il volo di due aerei della Dea per individuare piste
clandestine, coltivazioni di coca e laboratori. Gli aerei spia rischiarono più
volte la collisione con i velivoli civili in rotta sui cieli della Colombia, ma
il governo preferì non accogliere le numerose proteste dei piloti.
L’’americanizzazione’ del paese ebbe nuovo impulso con l’arrivo di due radar
tattici che furono installati a Barranquilla e Apaiay che si “aggiunsero ai tre radar pre-esistenti
appartenenti alle forze aeree statunitensi per coordinare i sensori, processare
le informazioni e assicurarsi la copertura aerea del paese”[58]. Il
febbraio del ’90 rappresentò un momento cruciale nelle relazioni Usa-Colombia.
Fu in questo mese che si svolse nella città atlantica di Cartagena, il summit
voluto dal presidente Bush per lanciare la campagna di cooperazione
nell’emisfero contro il traffico di droga, a cui parteciparono i presidenti di
Colombia, Perù e Bolivia. Il vertice accelerò il processo di
‘istituzionalizzazione’ dell’intervento anti-droga da parte delle forze armate
dei paesi andini. Per l’occasione fu dispiegato in Colombia un imponente
apparato di sicurezza (5.000 addetti militari ed elicotteri per il trasporto
truppe nell’aeroporto di Barranquilla), che permise di approfondire le
relazioni di scambio e collaborazione tra gli agenti dei servizi segreti
statunitensi e i colleghi colombiani. E’ opportuno sottolineare che a
coordinare il sistema di vigilanza del vertice di Cartagena fu chiamato il
maggiore dell’esercito Usa Arnaldo Claudio, che come vedremo in seguito, ebbe
un ruolo da protagonista nella copertura delle ‘operazioni sporche’ del
conflitto colombiano. I mesi
successivi al vertice di Cartagena continuarono a caratterizzarsi per
l’instabilità delle relazioni diplomatiche tra i due alleati. Se da una parte
il governo colombiano rifiutava di accettare 2,8 milioni di dollari in ‘aiuti
militari’ per creare una speciale unità anti-droga dell’esercito, dall’altra
avviava una campagna di fumigazione delle coltivazioni di coca con l’uso del
glifosato. I funzionari della Dea e l’ambasciata degli Stati Uniti a Bogotá,
promossero l’operazione aerea indicando la rilevanza della eradicazione
chimica. Allo stesso tempo i rappresentanti ufficiali statunitensi
contribuirono a legittimare l’uso del glifosato mediante la divulgazione di
opinioni ‘scientifiche’, come quella dell’impresa privata ‘Labat-Anderson’ di
Arlington, Virginia, che affermava l’efficacia pratica e l’assenza di tossicità
dell’erbicida già sperimentato in Guatemala[59].
Dati
l’intensificarsi del conflitto interno e i successi delle controffensive
militari delle guerriglie, gli Stati Uniti continuarono a destinare alla
Colombia il pacchetto di aiuti militari più sostanzioso della regione andina.
Il paese ricevette nel biennio 91-92, 105,9 milioni di dollari, contro i 13
milioni destinati al Perù e i 61,8 milioni alla Bolivia. Il programma di aiuti
fu determinante per la prima grande modifica strutturale delle forze armate
colombiane, nel momento in cui la presidenza di César Gaviria decideva
d’interrompere le trattative con la guerriglia optando per la “guerra
integrale”. Fu
potenziata la capacità controffensiva aerea con 14 nuovi addestratori ‘Tucano’ e
due velivoli da trasporto di fabbricazione brasiliana, più una ventina di
elicotteri Mi-17 russi ed Uh-60 statunitensi. L’aeronautica venne riorganizzata
con tre gruppi per il combattimento aereo, due dei quali di stanza a
Palanquero, dipartimento di Cundinamarca, dotati di caccia Mirage 5 e Kfir, ed
il terzo di stanza a Barranquilla, con gli intercettori A-37[60].
Vennero inoltre insediate basi per le operazioni anti-guerriglia e di
fumigazione anti-droga in una serie di aeroporti del paese, Apiay, Neiva, Popayán,
Chaparral, San José del Guaviare, Puerto Asís, Tres Esquinas, Miraflores,
Pitalito e Puerto Leguízamo, accelerando così il processo di militarizzazione
del territorio. Dagli Stati Uniti vennero acquistate alcune piccole unità per
il pattugliamento fluviale, assegnate al neocostituito corpo dei marines;
inoltre fu avviata la ristrutturazione della componente terrestre con la
creazione di 18 brigate, 4 divisioni, 3 brigate mobili e 17 battaglioni
controguerriglia[61]. In
particolare, le brigate furono destinate inizialmente a contrastare i gruppi
insorgenti nella zona di Córdoba, ove ottennero il successo di debilitare le
milizie dell’Epl, l’Esercito Popolare di Liberazione. Arrivano i Marines Le forze
armate colombiane ottennero altresì l’assistenza diretta del Comando Sud
attraverso i ‘mobile trainings teams’ per l’addestramento del personale
incaricato delle operazioni anti-droga, i ‘tactical analysis teams’ per la
valutazione dei dati di intelligence, e i ‘planning assistence teams’ per la
pianificazione delle operazioni. A partire dal 1991, 26 nuclei Usa istruirono
le unità colombiane nella manutenzione delle apparecchiature, nell’uso di armi
tattiche e nel miglioramento funzionale dei velivoli aerei e delle unitá
fluviali. L’Us Air Force e il Corpo dei Marines installarono radar terrestri
per coordinare le operazioni di raccolta dati degli Awacs e dei velivoli Orion
P-3 e supportare gli intercettori e le forze terrestri colombiane.
Congiuntamente Stati Uniti e Colombia effettuarono importanti operazioni
interforze: l’’Operación Amazonas’, contro i laboratori di droga nella regione
amazzonica; l’operazione navale ‘Córdoba’ contro le unità navali trasportatrici
di cocaina; l’operazione ‘Tranquilandia’, nel sud della Colombia, contro
laboratori e piste d’atterraggio; le operazioni ‘Support Justice II, III e IV
(1991-92), contro le principali aree di processamento della droga e i velivoli
aerei dei trafficanti. A quest’ultima operazione partecipavano anche unità di
Perù, Ecuador e Bolivia, assistite dalla Dea e dal Dipartimento della difesa[62]. Sempre nel
1991, l’allora ministro della difesa Rafel Pardo Rueda, varò il cosiddetto
‘Piano di sviluppo dell’Intelligence’, con l’istituzione della 20^ brigata
dell’esercito che assunse i compiti di spionaggio e lotta anti-insorgente
precedentemente assegnati alla brigata ‘Binci’ e al battaglione ‘Charry
Solano’, al centro di numerose inchieste per il coinvolgimento diretto nella
‘guerra sporca’. Presso il quartier generale di Bogotá della 20^ brigata,
furono assegnati 12 ‘consiglieri’ del Comando Sud, che parteciparono
attivamente alla pianificazione operativa e alla scelta degli oltre 3.000
agenti dei servizi segreti colombiani. La presenza dei ‘consiglieri’ presso il
comando della brigata è proseguita sino ad un paio di anni fa, quando è stato
deciso lo scioglimento del reparto, coinvolto in gravi casi di violazione dei
diritti umani e in particolare nell’eliminazione di leader politici e sindacali
e di appartenenti alle principali organizzazioni umanitarie[63]. Le relazioni
tra i due paesi attraversarono una nuova fase critica, nei mesi che seguirono
alla ‘fuga’ del capo del cartello di Medellín Pablo Escobar dalla sua ‘prigione
dorata’ di Itaguí. Nonostante fosse notorio il suo ruolo leader nel
narcotraffico, l'ambasciata Usa di Bogotá gli aveva assegnato un visto speciale
nel 1982 per la sua condizione di congressista colombiano. Sei anni più tardi,
Washington definì Escobar nemico numero uno della ‘lotta alla droga’ e per
ottenerne l’arresto, attivò il Pentagono e la stessa Fbi, che alla vigilia
dell’invasione di Panama inviarono un gruppo speciale nel paese centroamericano
per verificare, inutilmente, la presenza del boss. Quando il
narcotrafficante decise di consegnarsi alle autorità colombiane, gli Stati
Uniti intrapresero un piano di vigilanza aerea dell’istituto penitenziario che
ospitava Escobar senza chiedere l’autorizzazione alle autorità colombiane.
Caccia Usa in partenza dalle basi di Howard (Panama) e di Palanquero,
sorvolarono ripetutamente la prigione, tra le proteste dei politici che
invocarono il rispetto della “sovranità nazionale” e di alcuni piloti di aerei
civili che si videro pericolosamente passare accanto i jet. L’evasione inasprì
i toni dell’ambasciata statunitense contro il governo di Bogotá, che fu
costretto a lanciare una mobilitazione senza precedenti per individuare il
rifugio di Pablo Escobar. Venne creato il cosiddetto ‘Bloque de Búsqueda’,
corpo speciale interforze per la cattura dei latitanti e fu autorizzata la
partecipazione di organismi statunitensi nelle attività di ricerca, soprattutto
dopo che la Dea pubblicò un rapporto in cui segnalava “seri indizi di corruzione all’interno della Polizia e dell’esercito
colombiano in relazione al narcotraffico”. La crisi delle relazioni
bilaterali era confermata dalle cifre degli aiuti militari Usa,
progressivamente ridotti dai 153 milioni di dollari nel 1992, ai 73,1 milioni
nel 1993 e ai 37,5 milioni nel 1994[64].
La morte
di Escobar favorì la ripresa della cooperazione militare tra Usa e Colombia; il
miglioramento delle relazioni bilaterali fu consacrato con l’esercitazione
militare congiunta a Juanchaco a fine ’93, poi prolungata sino all’aprile del
’94, e con un ulteriore pacchetto militare a favore della polizia colombiana.
Gli Stati Uniti arrivarono a coprire il 97,7% di tutte le spese generali
dell’istituzione, esclusi gli stipendi e gli onorari del personale[65];
inoltre le furono assegnati 6 elicotteri Uh-60 ‘Blackhawk’, per un valore di 50
milioni di dollari. Nel novembre dello stesso anno infine, le marine di
Colombia, Ecuador e Stati Uniti effettuarono un'esercitazione antisommergibile
congiunta, formalmente diretta all'intercettazione di minisommergibili
utilizzati dai narcotrafficanti per il trasporto della cocaina dalle aree
portuali alle imbarcazioni in transito nelle acque internazionali[66]. Il rapporto tornò ad incrinarsi già alla fine
del ’94, quando gli Stati Uniti iniziarono a considerare la Colombia come un
‘paese disertore’ della lotta al narcotraffico, valutazione consolidatasi con l’elezione
alla presidenza di Ernesto Samper, grazie all’ingente contributo finanziario
del Cartello della coca di Cali. Nel ’96 la Colombia entrò nella lista nera dei
paesi ‘disimpegnatisi’ nella lotta alla droga, e gli Stati Uniti le negarono
l’apposita certificazione di ‘paese cooperante’. Ciò non comportò un cambio di
rotta nella politica di sostegno tecnico e finanziario a favore delle forze
armate colombiane. Nel settembre ‘96 ad esempio, il Dipartimento della difesa
fornì addizionalmente 30 milioni di dollari all’esercito e 10 alla polizia
nazionale per l’acquisto di una decina di aerei ‘Turbo Trash’ e di due
elicotteri anti-guerriglia. L’anno successivo, il valore degli armamenti
inviati dagli Stati Uniti raggiunse i 64 milioni di dollari e grazie al voto
favorevole del Congresso, venne autorizzata la consegna di 18 elicotteri di
seconda mano Uh-1 ‘Huey’. Le forze armate colombiane, accanto a quelle dei
limitrofi paesi andini, parteciparono alle due operazioni ‘anti-narcos’ in
vasta scala promosse dal Comando Sud degli Stati Uniti, la ‘Trébol Verde’
nell’ottobre del ’95 e la ‘Laser Strike’ nell’aprile ’96.
Nonostante i sempre più evidenti legami dell’establishment nazionale con
i padrini del narcotraffico e l’assenza di interventi per arrestare la produzione e l’esportazione di sostanze
stupefacenti, a partire dal marzo ’97 gli Stati Uniti, preoccupati dall’allarme
lanciato da alcuni osservatori militari che segnalarono come i gruppi della
guerriglia avessero ampliato il teatro e l’intensità delle loro operazioni,
decisero di riavvicinarsi al governo Samper. L’inattesa visita del generale
McCaffrey a Bogotá e alla base anti-droga di San José del Guaviare, confermò la
nuova visione dell’amministrazione Clinton. Al suo ritorno a Washington, lo
stesso ‘inflessibile’ zar anti-droga, già comandante delle forze Usa a Panama,
con il sostegno dei maggiori gruppi economico-finanziari statunitensi,
intraprese una intensa campagna per fare riottenere alla Colombia la
certificazione anti-droga. Il governo Samper ratificò un accordo marittimo
bilaterale, congelato da anni, che autorizzava gli Stati Uniti ad ampliare le
proprie missioni di interdizione nel Mar dei Caraibi. Gli effetti delle
‘diplomazie parallele’ non tardarono: l'amministrazione Clinton, attraverso una
apposita 'eccezione presidenziale' alla decertificazione, annunciò l’invio di
50 milioni di dollari in aiuti ai militari colombiani, e sbloccò il
trasferimento di 12 elicotteri Uh-60 ’Blackhawk’ provenienti da uno stock
dell’esercito Usa. La deroga a favore della ‘narcodemocrazia
colombiana’ confermò ancora una volta come la certificazione anti-droga
rispondesse solo agli interessi politico-militari dell’incoerente governo degli
Stati Uniti. Nonostante il loro sempre maggiore coinvolgimento nella produzione
e nel traffico di stupefacenti, già a partire dalla fine del ’97, il
Dipartimento di stato concedeva a Colombia, Bolivia, Paraguay e Perù una
speciale certificazione “per interesse nazionale”, premiandone lo sforzo contro
le organizzazioni guerrigliere. Contemporaneamente Washington non faceva
mancare la ‘piena certificazione’ al Messico di Ernesto Zedillo, proprio quando
alcune indagini svelavano il coinvolgimento di rappresentanti governativi ed
alti dirigenti militari nelle attività dei cartelli criminali e costringevano
alle dimissioni lo stesso zar anti-droga nazionale, il generale Jesús Gutierrez
Rebollo, vincolato al narcotrafficante Amado Carrillo Fuentes. Al generale
Gutierrez Rebollo non mancò la solidarietà da parte dell’amico McCaffrey che
espresse pubblicamente parole di elogio per attestarne “l’onestà e la condivisione delle politiche anti-droga”[67].
Fonti: Dipartimento di Stato e della
Difesa Usa Leggenda INC= International Narcotics Control Assistence FMF= Foreign Military Financing FMS= Foreign Military Sales IMET= International Military Education and Training Section 506= Sezione specifica del Foreign Assistance Act del
1961 EDA=
Excess Defense Articles (Cessione di equipaggiamento militare in esubero). I pilastri dell’intervento
militare USA La vigilia dell’approvazione del ‘Plan
Colombia’ è stata caratterizzata dalla moltiplicazione degli sforzi del
Pentagono per conseguire l’egemonia militare nelle regioni andine e nello
scacchiere caraibico, sempre più rilevanti dal punto di vista economico e
geostrategico. Come sottolineato dall’analista tedesco Heinz Dieterich,
l’interventismo Usa nell’area e soprattutto in Colombia “permette di giustificare l’immenso complesso militare e di appropriarsi
dei territori amazzonici portatori delle maggiori fonti di acqua e di petrolio”. La logica di questo intervento, ormai
comparabile con quello realizzato in El Salvador e Nicaragua negli anni ’80, “segue sempre lo stesso modello storico:
addestramento delle truppe locali grazie ai ‘consiglieri’ militari; fornitura
di sistemi tattici e strategici; conduzione di operazioni belliche;
modernizzazione e riorganizzazione delle forze armate, particolarmente nel
settore aereo; finanziamento e copertura propagandistica a livello mondiale”[68].
Gli Stati Uniti, memori dei successi dell’intervento nel Golfo Persico e in
Kosovo, hanno puntato al consolidamento delle proprie capacità d’interdizione
dello spazio aereo dei Caraibi e della Cordigliera settentrionale. A fine ’98
le forze armate Usa hanno installato un ‘Radar orizzontale Rothr’ a Porto Rico
e hanno contribuito a migliorare le infrastrutture di pronto intervento della
maggiore base operativa dell’aeronautica colombiana a Barranquilla. Per il biennio 2000-01 il Dipartimento
della difesa prevede inoltre di ricostruire la base aerea interforze di
Miraflores, danneggiata lo scorso anno da un violento attacco delle Farc, e di
potenziare i Centri di comando, controllo e rilevamento dell’aeronautica nelle
regioni orientali della Colombia[69]. Il secondo sforzo strategico Usa
nell’area andina è stato finalizzato all’addestramento speciale della fanteria
navale colombiana e all’equipaggiamento delle unità impegnate in “operazioni
fluviali antidroga” in Colombia e Perù. Quest’ultimo programma è stato varato
nel ‘98 con la costituzione di 7 unità nei fiumi del sud della Colombia da
affiancare al 4° battaglione antiguerriglia della fanteria di marina del
Putumayo, e con la costituzione della 1^ brigata fluviale con 4.000 uomini e
160 mezzi navali[70].
Attualmente la Colombia possiede 18 gruppi da combattimento, composti ognuno da
quattro imbarcazioni veloci. Grazie al programma varato dal Congresso, entro il
2002 saranno 45 i gruppi navali fluviali di questo tipo. Il terzo intervento
statunitense è invece finalizzato al potenziamento delle capacità operative
delle forze navali colombiane che controllano le rotte caraibiche e del
Pacifico orientale. Nel 1999 gli Stati Uniti hanno contribuito
all’installazione di un radar presso la base navale di Turbo, alla frontiera
con Panama, dove operano i marines e le unità guardiacoste colombiane[71].
Un nuovo radar é entrato in funzione nel porto di Barranquilla, per il
controllo della navigazione delle coste settentrionali. Grazie al ´Plan
Colombia', la marina riceverá pattugliatori veloci, elicotteri e sofisticati
sistemi radar. Le unità navali e gli aerei della U.s. Navy,
che congiuntamente con la U.s. Coast Guard e il Custom Service pattugliano la
regione, forniranno tutte le informazioni utili al comando navale colombiano.
Queste operazioni saranno coordinate dalla ‘Joint Interagency Task Force’ di
stanza a Key West, Florida, base a cui fanno capo i sistemi radar terrestri e quelli ‘orizzontali Rothr’
dell’area caraibica, e tutti i velivoli per il pattugliamento marittimo e di
trasporto dell’aeronautica e dell’esercito Usa. Per potenziare questi sistemi il
Dipartimento della difesa ha speso nel ‘99 circa 247 milioni di dollari. Sempre nell’ambito
dell’interdizione navale, nel febbraio ’99 è stato sottoscritto un accordo
bilaterale tra la Colombia e la U.s. Guard Coast che autorizza le unità
statunitensi ad una maggiore operatività nelle acque territoriali e a bloccare
e ispezionare, in acque internazionali e senza limitazioni, navi battenti
bandiera colombiana sospettate di trasportare stupefacenti; lo scorso luglio
inoltre, la U.s. Guard Coast ha donato alla forza navale del Pacifico un’unità
della classe ‘Point’ per l’interdizione marittima. E' tuttavia nel settore terrestre che la
cooperazione militare è stata determinante per la modifica del modello di
'difesa' dell'esercito colombiano a favore di una “maggiore operatività e professionalità che enfatizzi l’addestramento e
la proiezione offensiva, (…) e lo diriga verso una forza dove la componente
maggioritaria sia volontaria”[72].
L’intervento è stato avviato in seguito
alla ‘Terza Conferenza dei ministri della Difesa del continente americano’,
tenutasi a Cartagena nel dicembre ‘98, con la costituzione del Gruppo
bilaterale di difesa Colombia-Stati Uniti (Defense Bilateral Working Group –
BWG ). Questo gruppo di lavoro ha formalizzato la nascita del 1° Battaglione
speciale anti-droga colombiano, con 980 effettivi, assegnato alla base di Tres
Esquinas, sulle sponde del rio Ortegueza, nella regione meridionale del
Caquetá. L’addestramento e l’equipaggiamento del battaglione è stato curato
direttamente dal Comando Usa del Sud, in particolare dal 7° Gruppo delle Forze
speciali dell'Us Army presso il poligono di Tolemaida (dipartimento di Tolima).
Un importante stage addestrativo è stato tenuto da un migliaio di marines
statunitensi, lo scorso anno, sulle spiagge di Bahía Málaga[73].
Il battaglione anti-droga partecipa alle
operazioni congiunte esercito-polizia nelle principali regioni di produzione
della coca, Putumayo, Caquetá e Guaviare. Appena la pista di Tres Esquinas sarà
attrezzata per l’atterraggio, l’aeronautica colombiana vi stazionerà alcuni
gruppi di volo a supporto delle operazioni di pattugliamento aero-fluviale. Con
il ‘Plan Colombia’ alla brigata di Tres Esquinas verrà consegnato un gruppo di
elicotteri ‘Blackhawk’ e Uh-1n ‘Super Huey’. Il Congresso ha inoltre approvato
un programma per addestrare ed equipaggiare due ulteriori ‘battaglioni
anti-narcos’ in fase di costituzione[74].
Alle cosiddette operazioni ‘Push into Southern Colombia’ che verranno avviate
nelle aree meridionali dalle brigate mobili colombiane, sono destinati i 4/5
dell’intero pacchetto di aiuti militari del ‘Plan Colombia’. Washington sta sostenendo infine la
realizzazione di un Centro d’intelligence interforze (Joint Intelligence
Center), sempre nella nuova base di Tres Esquinas, che dirigerà gli interventi
di tutte le forze militari colombiane e del comando nazionale di polizia.
Secondo fonti giornalistiche, per la realizzazione dell’impianto strategico
sono giunti in Putumayo “esperti del
Pentagono, della Cia e del servizio segreto israeliano”[75]. I sensori installati presso il centro
d'intelligence sono in grado di segnalare le comunicazioni e gli spostamenti di
persone all’interno della selva; sempre a Tres Esquinas è stato installato un
sistema radar che funzionerà in rete con uno omologo in via di realizzazione a
Leticia (località in piena foresta amazzonica, al confine con Brasile e Perù).
L’impianto è in grado di decifrare le informazioni rilevate dagli intercettori
delle forze armate nordamericane, che avrebbero avuto un ruolo decisivo per
allertare l’esercito colombiano in occasione dell’operazione lanciata dalle
Farc nel gennaio 2000, per conquistare una via di accesso alla cordigliera[76].
Nella controffensiva vennero mobilitati decine di aerei da combattimento e gli
elicotteri ‘donati’ da Washington: alla fine di un massiccio bombardamento il
bilancio delle vittime tra la guerriglia registrò 40 morti e una decina di
feriti, uno dei più tragici degli ultimi anni. E’ significativo sottolineare che la
decisione di realizzare il Centro strategico di Tres Esquinas è stata presa dal
generale Fernando Tapias Staterling, comandante delle forze armate colombiane,
nel novembre ‘98 quando l’esercito riceveva l’ordine di abbandonare i cinque
municipi del Caquetá e del Meta scelti per creare la ‘zona di distensione’ per
la negoziazione tra l’amministrazione Pastrana e le Farc. Quasi a voler
sfiduciare il governo (o più probabilmente per continuare nella duplice
politica del ‘bastone e della carota’), il generale Tapias, insieme al
comandante dell’esercito Jorge Enrique Mora, avviava un confronto con i
generali Charles Wilhelm e Berry McCaffrey per “modificare le strategie e riorientare l’intervento anti-droga”. In
realtà, la convergenza Usa-Colombia nell’escalation militare nel dipartimento
meridionale del Putumayo, era apertamente finalizzata a sancire il pieno
controllo militare ed economico di un’area dalla rilevante importanza
strategica. Come sottolineato dal ricercatore Hector Mondregón, nel
dipartimento di Putumayo “s’incontrano i
maggiori progetti di esplorazione petrolifera ed è il punto di ingresso e
controllo dell’Amazzonia, con la sua biodiversità e le sue innumerevoli fonti
naturali”. In Putumayo confluisce il megaprogetto di ‘intercomunicazione fluviale del Sudamerica’
e il dipartimento è zona di frontiera con l’Ecuador, “paese produttore di petrolio in crisi e dove gli Stati Uniti hanno
trasferito parte delle installazioni militari che operavano a Panama”[77]. Con la realizzazione del
centro interforze di Tres Esquinas dove le forze di sicurezza colombiane
possono contare oltre che sul ‘battaglione anti-droga’, su 130 piloti esperti
nella ‘fumigazione’, una ventina di aerei da combattimento, 65 elicotteri e
3.000 uomini della polizia antinarcotici, e grazie al contemporaneo trasferimento
di reparti dell’esercito e della fanteria di marina a Puerto Leguízamo, Villa
Garzón, Puerto Asís, Puerto Guzmán e Puerto Caicedo, il Putumayo è divenuto il
dipartimento più intensamente militarizzato della Colombia. Qui si fa sempre
più evidente la sproporzione tra gli attori armati: l’imponente dispositivo
delle forze armate si contrappone infatti ad appena 1.800 uomini del ‘Blocco
sud’ delle Farc e ai 200 combattenti del ‘Frente Aldemán Londoño’ dell’Eln.
Nello stesso dipartimento si sono particolarmente sviluppate le attività
paramilitari: oggi vi operano il ‘Frente Putumayo’ delle Auc (Autodefensas
Unidas de Colombia), con mercenari giunti appositamente dal Magdalena Medio e
dall’Urabá e il gruppo di ‘autodifesa’ ‘El Gordo’, forti di un migliaio di uomini[78].
Per i prossimi mesi
gli analisti prevedono per il Putumayo uno scenario di inaudita violenza. Lo
stesso Pentagono ha preventivato, all’interno del ‘Plan Colombia’, un capitolo
di spesa di 37,5 milioni di dollari per fornire “l’assistenza a 100.000 rifugiati nel sud del paese nel 2000, e ad altri
150.000 nel 2001”[79].
Evidentemente è questo il ‘sacrifico’ che l’asse Washington-Bogotá è
disponibile a pagare per ‘liquidare’ 2.000 guerriglieri del fronte meridionale:
250.000 nuovi ‘desplazados’, l’80% dei quali minori di età, che si
aggiungeranno ai due milioni di colombiani che sono stati costretti ad
abbandonare i luoghi di residenza per gli effetti della ‘guerra sporca’. Gli
strateghi della ‘lotta al narcotraffico’ prevedono che 25.000 abitanti del
Putumayo si rifugeranno nel poverissimo Ecuador, mentre 125.000 persone si
dirigeranno nel dipartimento di Nariño, dove il tasso di disoccupazione è uno
dei più alti della nazione e dove, secondo il Commissario regionale per la pace
Alfonso Pardo Martinéz, si avrà il “collasso
del sistema educativo e sanitario”.
“Già oggi, per l’assenza di
finanziamenti statali – aggiunge Pardo Martinéz – gli ospedali di Nariño non possono effettuare interventi d’emergenza
nei casi di un incidente viario che produca più di trenta feriti”[80]. Il
nuovo modello di difesa colombiano. I fondi
straordinari del ‘Plan Colombia’ permetteranno ulteriori modifiche
nell’organizzazione interna delle forze armate, accelerandone il processo di
‘professionalizzazione’. Entro il 2001 saranno 55.000 gli effettivi su ferma
volontaria, più del doppio di quelli esistenti appena tre anni fa; altri 9.000
‘volontari’ saranno introdotti nel 2003. Una serie di infrastrutture saranno
realizzate per ospitare i neocostituiti ‘gruppi di volo’ dell’esercito ed
assicurare la ridislocazione delle truppe speciali attorno alla capitale (‘Plan
Candado’ con 7 nuove basi militari per gli uomini di un battaglione cavalleria)
e in Antioquia, un’altra area del paese a forte conflittualità. Nel
dipartimento sono stati inviati due battaglioni d’assalto controguerriglia
della 11^ brigata ‘Montería’, con oltre 600 militari in funzione anti-Eln.
Nella regione, il reparto di Polizia militare ‘Città di Medellín’ è stato
trasformato in ‘battaglione di artiglieria’, mentre il gruppo di Cavalleria,
elevato a ‘battaglione controguerriglia’, è stato integrato con militari
professionisti[81]. “Grazie alla cooperazione interforze e alla creazione di unità
specializzate per il combattimento - ha sottolineato il generale Fernando Tapias presentando i ‘primi
risultati’ del processo di modernizzazione delle forze armate - la sovversione ha perso, nel ’99, 1.019 dei
suoi uomini, 154 dei quali grazie ad operazioni aeree. Settecentottantasei sono
i guerriglieri che abbiamo catturato”. Di livello nettamente inferiore i
‘successi’ delle forze armate nella lotta ai gruppi paramilitari e al
narcotraffico: 26 i morti e 83 i catturati tra i controinsorgenti, 6 le vittime
e 567 gli arresti tra i trafficanti di droga. E nonostante un terzo delle
risorse finanziarie degli Stati Uniti sia andato per armare il neocostituito
battaglione antidroga, le forze armate hanno ammesso la distruzione di ‘appena’
21.300 ettari di coltivazioni di coca, 75 di papavero da oppio e 4 di marihuana[82]. L’impatto sociale e dei costi finanziari
del ‘nuovo modello di difesa’ nazionale é ancora tutto da determinare. La
Colombia è l’unico paese del continente dove è cresciuto il numero dei militari
in rapporto agli abitanti: nel ’98 si è raggiunto il dato di 6,4 soldati ogni
10.000 abitanti, contro una media che in America Latina è di 2,6 (dieci anni
prima il paese contava solo su 3,3 militari ogni 10.000 abitanti)[83].
Cosí, se nel 1985 erano 155.000 le persone vincolate al settore militare, nel
1995 esse erano giá 250.000, mentre nel 2000 sfioravano quota 300.000. Tra il
1996 e il 1999 le spese militari dello Stato sono cresciute più del 50%,
consumando il 4% del prodotto interno lordo. Escludendo le risorse finanziarie
che giungeranno dagli Stati Uniti, nel 2001 é prevista una spesa militare che
supererá i 3.000 milioni di dollari. Le proiezioni per il futuro sono peggiori
e nel 2005 il conflitto potrebbe arrivare ad assorbire il 5% del Pil, un dato
che lo stesso organismo di Pianificazione nazionale ha ritenuto “incompatibile con i progetti di
riaggiustamento del bilancio pubblico”[84]. Il budget delle spese
dello Stato per il 2.001 destina alle forze armate e di sicurezza il 13% del
suo valore totale, tre punti in meno di quanto previsto per l’’educazione’, ma
cinque punti in più di quanto previsto per le voci ‘salute’ e ‘sicurezza
sociale’[85]. Intanto si
fanno sempre più numerose le denunce di sprechi miliardari per le commesse
delle forze armate: si parla di cartucce iraniane per fucili “di pessima
qualità”, di granate yugoslave “che non esplodono”, di granate sudafricane
“ultrasensibili”[86]. Una frizione è sorta nei mesi scorsi
tra Colombia e Stati Uniti, dopo che una fonte del Pentagono ha rivelato che le
munizioni calibro 50 inviate per i sistemi montati sugli elicotteri ‘Blackhawh’
dell’esercito colombiano facevano parte di una partita non utilizzata durante
la guerra di Corea e che esse potevano esplodere accidentalmente in qualsiasi
momento[87].
La corruzione che caratterizza il sistema statale ed economico
colombiano non poteva del resto non coivolgere le forze armate. La Colombia è
stata al centro dei maggiori scandali internazionali in materia di
compravendite di sistemi militari, come ad esempio la cosiddetta ‘vicenda
Lockeed’, quando la società produttrice di sistemi aerei inondò di tangenti
milionarie i vertici politici e militari di mezzo mondo, Italia compresa. A
fine anni ’70, il tribunale di Bogotá condannò l'agente della ‘Lockeed’ per
corruzione, però mandò assolti gli ufficiali della forza aerea che ricevettero
il denaro. Particolarmente documentato è stato poi il caso della ‘Texatron/Bell
Helicopter’, che utilizzò il paradiso fiscale del Lussemburgo per pagare
tangenti ai militari della Colombia, del Marocco e dei belligeranti Iran ed
Iraq per l’acquisto di centinaia di elicotteri da guerra.
Sotto il governo Samper, i vertici dell’amministrazione delle forze
armate sono stati accusati di corruzione per l’acquisto di una partita di
elicotteri dalla Russia. Le recenti indagini di alcune Procure italiane
(Catania, La Spezia e Messina) su un vasto traffico di armi cogestito da
faccendieri internazionali e dai rappresentanti dei maggiori clan mafiosi della
Sicilia orientale, hanno evidenziato che le forze armate di Colombia, Perù e
Venezuela erano tra i principali destinatari dei sistemi prodotti da industrie
belliche italiane. Tra gli intermediari comparivano alcuni trafficanti
originari della provincia di Messina in possesso di passaporti diplomatici o
con documentate entrature nei servizi segreti e nelle organizzazioni di estrema
destra. Quarantadue funzionari
del Das, il Dipartimento Amministrativo di Sicurezza, sono stati recentemente
coinvolti in un’inchiesta sulla sparizione di un camion dell’esercito carico di
materiale militare, probabilmente dirottato a gruppi criminali o paramilitari.
Tra essi compaiono i nomi del colonnello Luis Alberto Pérez, direttore
dell’intelligence del Das e il maggiore Luis Eduardo Barón, comandante del
controspionaggio dell’agenzia[88].
Lo scorso luglio invece, un’indagine della Corte dei conti ha coinvolto 21
ufficiali, alcuni dei quali distaccati presso le rappresentanze diplomatiche
della Colombia in alcuni paesi esteri, per commesse militari “ingiustificate ed eccessivamente onerose”.
In particolare s’indaga sull’acquisto di veicoli e di ingenti quantità di
combustibile per le unità della forza navale del Pacifico, e sull’entità dei
lavori di ampliamento della base navale di Cartagena, per cui sono stati spesi
negli ultimi due anni oltre 24 miliardi di lire[89]. La Corte dei conti ha messo sotto inchiesta
anche il Fondo rotatorio dell’esercito per verificare la liceità dell’acquisto
di alcuni elicotteri russi Mi-17, impiegati per operazioni di intercettazione e
combattimento. L’agenzia di controllo del ministero della difesa avrebbe individuato
numerose anomalie nell’aggiudicazione del contratto e la perdita per lo Stato
colombiano di oltre mezzo miliardo di dollari, finiti nelle casse dei fornitori
“in sovrapprezzo al valore di mercato del
mezzo aereo”[90]. Con una decisione senza
precedenti, nell’ottobre 2000, il governo ha destituito 89 ufficiali e 299
sottufficiali delle forze armate e 12 alti ufficiali della polizia che
sarebbero implicati in casi di violazione dei diritti umani e corruzione o che
“avrebbero mostrato scarso rendimento”.
La purga é stata realizzata nei giorni seguenti alla denuncia del senatore
statunitense Cristopher Dodd, secondo cui due brigate colombiane destinatarie
di aiuti militari Usa – la 12^ e la 24^ - sarebbero coinvolte in gravi crimini[91].
Al coinvolgimento sempre più frequente delle forze armate in indagini per
corruzione o violazione dei diritti umani, si accompagna il forte malessere
interno e una crescente crisi d’identità e valori. Una recente inchiesta
dell’Ospedale militare ha dovuto perfino ammettere come il 57,1% dei militari
in servizio attivo, presentino “disturbi
mentali associati con psicosi schizofreniche, psicosi epilettica, psicosi
affettiva e quadri depressivi vari con sintomi di condotta distruttiva”[92]. Alla ricerca di nuove basi
d’oltremare Nella spasmodica necessità di ampliare
il proprio intervento ‘anti-narcos’, il Comando Sud delle forze armate Usa ha
intrapreso un lungo tour nei paesi dei Caraibi e del nord andino per ottenere
l’uso di installazioni militari che rimpiazzino la perdita della ‘storica’ base
aerea di Howard, Panama, ceduta nel dicembre ’99 al paese centroamericano
insieme al controllo del Canale. E’ l’isola-colonia di
Porto Rico ad aver assunto il ruolo di pilastro centrale del complesso militare
statunitense nel centro-sud America. Secondo quanto riferito dal generale
Charles Wilhelm alla speciale commissione del Senato sulle politiche
anti-droga, “la U.s. Army ha completato
il suo trasferimento da Fort Clayton, Panama, alla base di Porto Rico Fort
Buchanan, mentre il Comando speciale si è insediato nella Stazione navale
dell’isola di Roosvelt Roads, dove entro qualche mese sarà operativo il
ristrutturato Comando meridionale della Us Navy Force”[93].
Questo comando (Southroc) ha assorbito le funzioni e i mezzi del centro che
gestiva le operazioni Usa nell’area dei Caraibi (Caribroc). Sempre secondo il generale statunitense, la
componente aerea ospitata ad Howard è stata ridislocata nell’aeroporto di Porto
Rico e nella base di Key West (Florida), mentre alcune unità in forza al 228°
battaglione dell’aeronautica sono giunte nella base di Cano, in Honduras, che “continua ad essere l’infrastruttura
principale per le nostre operazioni in centro America”. Il secondo atto della
riorganizzazione strategico-militare Usa nello scacchiere centromeridionale
dell’emisfero è stato reso noto nel marzo 2000, in concomitanza di una vasta
operazione multinazionale (denominata in codice ‘Conquistador’) a cui hanno
partecipato unità navali ed aeree di 26 paesi dei Caraibi del centro e sud America,
sotto il comando della U.s. Guard Coast e della Dea. Gli Stati Uniti hanno
potenziato la copertura della propria rete radar Unicorn (Rete elettronica
unificata regionale dei Caraibi), installandone i centri strategici a Trinidad
e Tobago e nella Repubblica Dominicana[94]. Per “recuperare la piena copertura aerea e navale
delle aree di transito” garantita dalle basi panamensi, secondo il generale
Wilhelm, sarebbero però necessarie alcune “significative
infrastrutture militari in paesi esteri (Forward Operating Locations),
specialmente in Ecuador”, per la cui realizzazione sono stati chiesti
ulteriori sacrifici finanziari al Congresso (oltre 116 milioni di dollari nel
biennio 2000-01). Il Dipartimento ha già firmato due accordi bilaterali per
ottenere in ‘concessione transitoria’ alcuni scali aeroportuali. Il primo
accordo, con i Paesi Bassi, partner Nato, autorizza il dislocamento di aerei
Usa nelle Antille olandesi, nello specifico nelle isole di Curacao (‘Hato
International Airport’) ed Aruba (‘Reina Beatrix Airport’); il secondo, con
l’Ecuador, per l’utilizzazione della base aerea di Manta, che come sottolineato
dall’ex sottosegretario di Stato Brian Sheridan “è geograficamente ideale per sostenere le missioni Usa nel sud Colombia”[95].
Quest’ultimo accordo avrà una durata di dieci anni e autorizza la costruzione
di hangar e alloggi e il miglioramento della pista aerea ove ospitare gli aerei
cargo C-550, quelli per il rifornimento in volo Kc-135, ed i velivoli radar
Awacs e P-3 della marina statunitense. Per diretta ammissione del ministro della
difesa colombiano Fernando Ramírez, la base di Manta rivestirà il ruolo di
centro raccolta dati e comunicazione durante le operazioni preventivate dal
‘Plan Colombia’. L’Ecuador ha autorizzato la presenza a Manta di 200 militari
Usa che potranno raggiungere quota 300 per non meglio specificate ‘operazioni
speciali’; inoltre alle unità degli Stati Uniti è concesso l’utilizzo delle
basi navali ecuadoriane[96].
Secondo alcuni analisti locali, gli Stati Uniti avrebbero scelto l’aeroporto di
Manta, proprio per la sua posizione geostrategica, che oltre al controllo del
sud Colombia, permetterà il monitoraggio del corridoio oceanico che
dall’Ecuador si estende a Panama e al Centroamerica, utilizzato dalle
imbarcazioni degli immigrati clandestini che tentano di raggiungere il Messico
e la California. Il porto di Manta, inoltre, è stato prescelto dagli
imprenditori commerciali brasiliani per trasportare le merci dall’Amazzonia
all’Oceano Pacifico, e ciò è sicuramente un elemento di grande interesse per i
gruppi finanziari ed economici nordamericani[97].
L’Ecuador è uno dei
paesi più esposti ai programmi militari degli Stati Uniti. Nella provincia
settentrionale di Sucumbíos, al confine con il dipartimento colombiano del
Putumayo, opera già da alcuni anni un reparto della Army Material Command
(Amc), un’organizzazione altamente specializzata dell’esercito Usa per il
rilevamento satellitare con quartiere generale in una base della Virginia.
Nella stessa area gli Stati Uniti hanno installato una base radar presso il
comando della brigata ecuadoriana di Selva Pastraza, in piena foresta
amazzonica[98]. A Coca,
una cittadina della selva che sorge sulle sponde dell’omonimo río, il
Dipartimento della difesa ha finanziato la realizzazione di un centro
d’intelligence per neutralizzare le incursioni della guerriglia e dei narcotrafficanti colombiani, che
funzionerà in coordinamento con la base navale che gli Stati Uniti hanno
realizzato a Iquitos (Perù). Dalla metà del 1998 i militari ecuadoriani e
statunitensi partecipano congiuntamente in ‘esercitazioni contro il
narcotraffico’ nella selva amazzonica. La più importante di esse si è svolta
nel luglio ’99 (Operazione Sucumbíos), una ventina di giorni prima
dell’incidente dell’aereo da riconoscimento precipitato in Colombia, con la
partecipazione di una compagnia del 7° Gruppo delle forze speciali Usa di
stanza a Panama. I militari sarebbero stati impegnati in un’offensiva per
eliminare due accampamenti delle Farc in Ecuador[99]. In vista del rafforzamento
dei “sistemi difensivi” dei quattro paesi limitrofi (Perù, Ecuador, Bolivia e
Panama), il Dipartimento Usa ha speso lo scorso anno 410 milioni di dollari.
Grazie al ‘Plan Colombia’, arriveranno altri 180 milioni per “migliorare gli sforzi d’interdizione aerea,
terrestre e fluviale” di Perù e Bolivia e finanziare altri piccoli
programmi “d’interdizione” in Venezuela, Ecuador e Brasile[100].
Solo alla Bolivia giungeranno 110
milioni di dollari, di cui 85 destinati a ‘programmi di sviluppo alternativi’, già
implementati in modo fallimentare nel paese e decisamente respinti dalle
organizzazioni dei contadini coltivatori di coca, che hanno lanciato una vasta
campagna di mobilitazione, duramente repressa dalle forze di sicurezza. Gli
Stati Uniti inoltre, hanno avviato una difficile trattativa con il governo del
Costa Rica, per ottenere l’utilizzo della base aerea di Liberia. L’ultima novità in tema
di militarizzazione del territorio è trapelata in occasione del recente vertice
di Brasilia dei capi di stato dell’America Latina. Il presidente venezuelano
Hugo Chávez ha denunciato che un’impresa privata statunitense “a cui la Guyana ha concesso una parte della
regione di Esequibo”, al confine con il Venezuela, starebbe per installare
“una base aerospaziale per il lancio di
missili, dotata di un porto e di una pista d’atterraggio, a cui possono tenere
accesso secondo il contratto sottoscritto, solo cittadini e funzionari degli
Stati Uniti”[101]. Stanziamenti
del ‘Plan Colombia’ a favore della cooperazione militare ‘anti-droga’ ai paesi
andini e caraibici (in milioni di dollari) Ecuador 81,3 Bolivia 110 Perù 32 Antille olandesi 54,2 Altri
(Panama-Venezuela
18
-Brasile) Da pianificare 1,1 TOTALE 296,5 Verso
una politica di accerchiamento Ampliamento degli aiuti e dei
‘consiglieri militari’, nuove basi ed operazioni congiunte. E’ stato questo il
nocciolo del neointerventismo Usa in Colombia e nell’area andina, anche se
negli ultimi anni non sono mancate le voci autorevoli sull’intenzione del
Pentagono di intervenire direttamente nel conflitto civile del paese
sudamericano. Giá una decina di anni fa, alcuni
analisti avevano suggerito di inviarvi massicciamente unitá militari Usa,
similarmente a quanto avvenuto in Bolivia nel 1986 (Operazione 'Blast
Furnace'), utilizzando il complesso normativo interno che permette il
dispiegamento militare all’estero in circostanze d’emergenza quando “esista una grave minaccia agli interessi
degli Stati Uniti”. “A causa
dell’evoluzione del traffico di droga - si legge in una delle piú
prestigiose riviste di diritto - in
Colombia non si può più reclamare il controllo sovrano sul territorio, e gli
Stati Uniti, intervenendo, non violerebbero la sovranità che la Colombia piú
non possiede”[102]. Nel maggio ’97, il responsabile
dell’Ufficio di intelligence navale del Dipartimento della difesa, James
Zackrinson, esprimeva la necessità di varare un sistema di ‘sicurezza
collettiva’ nell’area andina “per
affrontare la minaccia colombiana”, a cui gli Stati Uniti avrebbero
cooperato “con lo stile di quanto fatto
nel Golfo Persico”[103]. In seguito alla visita in alcuni paesi
dell’America Latina dello zar anti-droga Barry McCaffrey, nell’agosto del ‘99,
alcune importanti testate sudamericane hanno svelato un piano del Pentagono
tendente a coordinare un intervento militare multinazionale in Colombia.
'Frecuencia Latina', rete televisiva peruviana vicina alle forze armate e al
Sin, il servizio di spionaggio militare del Perú, in un reportage dichiarava
che McCaffrey aveva proposto in privato ai presidenti di Brasile, Bolivia, Perù
e Argentina di partecipare ad “un’operazione
internazionale d’intervento militare contro il maggior gruppo guerrigliero
della Colombia, le Farc”. Nel reportage si prefiguravano i passi per
giungere all’operazione: in caso del fallimento della trattativa con la
guerriglia, il presidente Pastrana avrebbe dovuto dichiarare lo stato di guerra
nel paese, chiedendo l’intervento a Perú, Ecuador e Brasile. A questa forza
multinazionale si sarebbero dovuti unire cinque battaglioni colombiani
addestrati da consiglieri statunitensi. Sempre secondo 'Frequencia Latina', il
piano degli strateghi Usa prevedeva che le unità navali del Comando Sud
appoggiassero l’operazione con attacchi aerei e missilistici. Il piano è stato
confermato direttamente dall’ex direttore del Sin peruviano Vladimiro
Montesinos, una delle figure più potenti del regime di Alberto Fujimori,
implicato in gravi violazioni dei diritti umani e protagonista del piano di
corruzione dei parlamentari dell’opposizione e del riciclaggio di 48 milioni di
dollari provenienti dal narcotraffico, la cui scoperta ha costretto Fujimori
alla rinuncia alla presidenza della repubblica peruana. Solo l’ex presidente argentino Carlos
Meném ha pubblicamente riconosciuto la propria disponibilità ad inviare
militari argentini “nel caso in cui il
governo colombiano lo avesse richiesto” e ad autorizzare gli Stati Uniti ad
installare alcune basi militari nel paese, nonostante la costituzione vieti la
presenza di truppe straniere nel territorio nazionale[104].
Washington ha incontrato diffidenze e riserve tra gli alleati andini per la
pianificazione di operazioni congiunte nel sud della Colombia. Ciò nonostante
gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da un generale processo di riarmo e
militarizzazione dell’area. Il Perù ha deciso di rafforzare la 5^ divisione
dell’esercito di base ad Iquitos, alla frontiera amazzonica con la Colombia,
dove sono operative una stazione d’ascolto statunitense ed uno speciale centro
addestrativo del Comando Sud da cui solo nel ’99 sono passati 300 ufficiali
peruviani della polizia nazionale e della guardiacoste. Le forze armate
peruviane conterebbero già su 5.000 uomini nell’area di confine, mentre la rete
fluviale è pattugliata da 12 navi da guerra con militari della fanteria di
marina e delle forze speciali, acquistate grazie ad un aiuto del Dipartimento
della difesa. L’Ecuador, da parte sua, sta vivendo una
mobilitazione crescente delle forze armate nazionali. Negli ultimi mesi il
contingente di fanteria distaccato nella provincia nordoccidentale di
Esmeraldas è stato sostituito dal gruppo delle forze speciali dell’esercito
‘Chiguilpe’, e nei fiumi che segnano il confine con la Colombia sono stati
insediati una compagnia di marines con 180 uomini ed un distaccamento navale
dotato di elicotteri e pattugliatori veloci. Nella provincia opera inoltre un
battaglione di fanteria della marina con 2.000 uomini, specializzato in
operazioni antiguerriglia[105].
Ancora più articolato il processo di
militarizzazione dell’area di frontiera nordorientale, in particolare nella
provincia di Sucumbíos, dove esistono i maggiori pozzi petroliferi ecuadoriani,
e dove il ‘piano di intervento' dell’Unhcr, l’Alto commissariato per i
rifugiati delle Nazioni Unite, prevede l’allestimento di campi per ospitare
oltre 5.000 sfollati dalle operazioni di fumigazione del ‘Plan Colombia’. Per
l’intervento di accoglienza profughi sono già stati stanziati 2,3 milioni di
dollari, a cui dovrebbero aggiungersene altri 30 per progetti di “riattivazione sociale ed economica della
frontiera”. Secondo le maggiori organizzazioni non governative locali,
nella provincia di Sucumbíos sono stati insediati la 4^ divisione ‘Amazonas’
dell’esercito con 6.000 effettivi, più un imprecisato numero di militari delle
unità d’élite. Le forze armate ecuadoriane avrebbero inoltre ampliato i
programmi di addestramento antiguerriglia nella ‘Escuela de Selva’ del
municipio di Coca[106].
L’ampio programma militare dovrebbe
ricevere presto un corposo aiuto finanziario da parte degli Stati Uniti. Nel
corso di una recente visita del presidente Gustabo Noboa a Washington, la Casa
Bianca si è impegnata a presentare al Congresso un pacchetto di aiuti per lo
“sviluppo della frontiera nord” (600 milioni di dollari dei quali 200 in
sistemi d’arma), quasi un vero e proprio ‘Plan Ecuador’, ritagliato per il
paese ad immagine di quanto fatto per la Colombia. Perfino il Venezuela di Chávez,
autopropostosi come possibile facilitatore di una trattativa tra Farc e governo
colombiano, ha rafforzato la presenza militare ai confini con la Colombia.
Mentre aumentano le denunce di presunti ‘sconfinamenti’ di velivoli aerei venezuelani,
oltre 12.000 militari sono stati dislocati nel cosiddetto “Teatro operazioni
1”, con sede a Guasdalito (Stato di Apure), al confine con Arauca. Ad
Aguafitas, nel “Teatro operazioni 2” (Stato del Tachira), di fronte al
complesso petrolifero di Caño Limón si sta completando la costruzione di una
nuova base navale che si aggiungerà alle altre quattro già esistenti nell’area[107].
Un insolito attivismo delle forze di
sicurezza panamensi è stato registrato nell’area della selva condivisa con la
Colombia (il ‘Darién), teatro di alcune incursioni armate della guerriglia
colombiana. Il governo di Panama ha giá autorizzato l’acquisto di armamento per
un valore di 3,1 milioni di dollari a favore delle truppe inviate a presidiare
l’aerea di frontiera. Inoltre ha avviato una trattativa con le autorità di
Washington per ottenere aiuti militari supplementari in cambio della
concessione delle vecchie basi aeronavali e di un’area della selva ove il
Comando Sud chiede d’installare un potente radar militare. Fonti ufficiali
riferiscono sulla possibilitá di affitto della piccola isola panamense di San
José, ubicata a pochi chilomteri dalla frontiera con la Colombia, che gli Stati
Uniti vorrebbero utilizzare come poligono militare ove sperimentare le testate
all’uranio impoverito sino ad oggi utilizzate presso l’isola Vieques di Porto
Rico[108]. Movimenti di truppe terrestri “a difesa
dei confini” sono state segnalate altresì in Brasile. In quest’ultimo paese,
dopo il voto del Congresso a favore del ‘Plan Colombia’, le forze armate hanno
intrapreso l’operazione ‘Cobra’, triplicando gli effettivi dell’esercito e
della polizia ed installando basi di controllo in alcuni municipi della regione
di frontiera. Le forze di sicurezza brasiliane avrebbero dislocato nell’area
3.000 agenti di polizia, 22.000 militari di terra e 3.000 marines[109].
Il governo brasiliano ha istituito un
comando interforze per la gestione della crisi ed ha deciso di anticipare
l’acquisto di 8 elicotteri lanciamissili Cougar As-532[110].
Inoltre è stato determinato il potenziamento del sistema di sorveglianza
amazzonica ‘Sivam’, realizzato nel Río delle Amazzoni nel ’96, per integrare i
dati ricavati da 20 stazioni radar fisse e mobili, dagli aerei-spia e dai
satelliti ‘Landsat’, il cui costo raggiunge la stratosferica cifra di 1,4
miliardi di dollari. Nonostante il presidente Cardoso abbia dichiarato che non
offrirà supporto alle operazioni delle forze armate statunitensi e colombiane,
a Brasilia si ritiene che si stiano facendo pressanti le richieste della
Segreteria di Stato per ottenere l’utilizzo transitorio di basi aeree e
radar. Tutti i paesi dell’area andina sono
inoltre sede di una crescente quantità di ‘esercitazioni congiunte combinate’
(le cosiddette Joint Combined Exchange Trainings), dirette da unità statunitensi,
sotto il Comando per le operazioni speciali di Washington. Secondo quanto
pubblicato in un recente rapporto dell'Ufficio generale per la contabilità
confederale (il Gao), delle 233 esercitazioni speciali effettuate in tutto il
mondo nel 1998, ben 52 sono state realizzate nell’area sotto la responsabilità
del Comando Sud degli Stati Uniti. Il processo di militarizzazione
dell’emesifero procede parallelamente all’espansione delle spese militari:
secondo il rapporto della Commissione economica per l’America Latina e i
Caraibi delle Nazioni Unite (Cepal), le spese militari nell’area si sono
incrementate di 10 miliardi di dollari negli anni ’90, con un aumento in
percentuale del 62,5%. Così, secondo la stessa fonte, mentre nel ‘90 e nel ’91
le spese annuali per le forze armate nella regione erano di circa 16.500
milioni di dollari, negli anni ’97 e ’98 si è raggiunta una cifra di 26.000
milioni di dollari, che equivale a circa l’1,3% del Pil complessivo. “L’America Latina e i Caraibi sono l’area del
mondo che registra il maggior aumento delle spese militari; esse oggi
rappresentano il 10% delle spese dei governi regionali, una cifra identica a
quanto destinato all’educazione e alla salute”[111]. La strana guerra delle cifre della
coca.
Testimoniando di fronte al Senato Usa,
il coordinatore del Dipartimento della difesa per la politica anti-droga Brian
Sheridan, si è soffermato su quello che sarebbe stato il ‘cambio significativo’
verificatosi nella produzione delle droghe nei paesi andini. “Nei primi anni ‘90, i laboratori colombiani
processavano la maggiore quantità al mondo di cocaina, mentre il Perù era il
principale coltivatore di coca, con una produzione pari al 60% del prodotto
mondiale. La coca base era trasferita via aereo dal Perù al sud-est della Colombia
per il processamento. In seguito la cocaina era inviata al nord del paese e
alle coste occidentali per essere imbarcata
verso gli Stati Uniti. Oggi, grazie all’aggressiva interdizione aerea da
parte del Perù, combinata all’efficiente programma di eradicazione delle
coltivazioni di coca, il raccolto si è ridotto del 56% rispetto a quattro anni
fa. Al contrario, la produzione di coca colombiana è cresciuta
esponenzialmente. Si stima che più di 200 tonnellate siano state prodotte in
Colombia nel ‘99, più del doppio di un paio di anni fa”[112].
Con la caduta della produzione
peruviana, cioè, i produttori colombiani avrebbero moltiplicato gli ettari
destinata alla coca, “principalmente
nella regione sudoccidentale di Putumayo, dove è forte la presenza della guerriglia
e debole la presenza statale”. Un mese dopo questa dichiarazione, lo zar
anti-droga McCaffrey affermava che la produzione di cocaina colombiana “avrebbe raggiunto nel ‘99 le 250 tonnellate”[113],
un dato superiore del 25% a quello in possesso del collega Sheridan. Secondo la Cia, nello stesso anno
sarebbero stati destinati alla coltivazione di coca in Colombia 20.000 nuovi
ettari, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Così per la Cia
gli ettari a coca avrebbero raggiunto quota 121.000, mentre le stime sulla
produzione supererebbero le 520 tonnellate, più del doppio del dato in possesso
da Berry McCaffrey. Senza invece fornire le dovute spiegazioni, nonostante la
mancanza di differenze sostanziali nell’approccio ‘militare’ contro il fenomeno
della produzione di coca, la Cia afferma che gli ettari coltivati in Perù sono
passati dai 115,300 nel 1995 ai 51,000 nel 1998 mentre in Bolivia la produzione
si è ridotta dalle 255 tonnellate nel 1994 alle 150 nel ’98[114]. Queste stime sono state seccamente
smentite dalla Direzione nazionale della polizia colombiana che valuta in
106.000 gli ettari coltivati a coca, 15.000 in meno di quanto denunciato dalla
Cia. Nettamente inferiori i dati forniti dai responsabili del ‘Plante’, il
programma governamentale di eradicazione delle coltivazioni di coca, che
riconosce l’esistenza di ‘solo’ 65.000 ettari utili, a cui “sarebbero vincolati direttamente 30.000
famiglie e indirettamente altre 270.000”. A complicare ogni valutazione sulla
reale intensità della ‘minaccia della droga’ colombiana, è arrivato infine il
rapporto della Dea, l’agenzia anti-droga statunitense, secondo cui il 75%
dell’eroina consumata nella East Coast “giunge
dalla Colombia, nonostante il paese produca meno del 3% dell’eroina mondiale”.
La coltivazione di oppio nel paese sudamericano, “sconosciuta sino al ’95”, interesserebbe, secondo la Dea, “più di 6,000 ettari, concentrati
principalmente nell’area andina di Huila-Tolima”. Per gli ufficiali
dell’agenzia antidroga, sarebbero state le organizzazioni colombiane
sopravvissute allo smantellamento dei due ‘cartelli’ storici di Medellín e Cali
a “decidere di entrare nella
produzione/traffico di eroina”[115]. L’analisi della Dea non
è però suffragata da dati storico-scientifici. Già nel 1991 la polizia
statunitense aveva intercettato piccole dosi di eroina colombiana nelle strade
di New York e Miami, e nel ‘92 (tre anni prima cioè, secondo l’agenzia
statunitense, che s’iniziasse in Colombia la coltivazione dell’oppio), il
maggiore statunitense Arnaldo Claudio, consigliere militare delle forze di
sicurezza colombiane, aveva pubblicato un saggio su ‘Eroina, diversificazione
dei Cartelli colombiani’[116].
Due anni più tardi l’allora responsabile della stessa Dea, Felix Jiménez, aveva
segnalato che “la purezza e il basso
costo di produzione dell’eroina colombiana possono farle conquistare il mercato
mondiale. Nonostante le campagne di fumigazione negli ultimi due anni
l’estensione delle coltivazioni del papavero sono aumentate da 3.000 a 33.000
ettari nel 1993”[117].
Una superficie cinque volte superiore a quella denunciata dalla Dea sei anni
dopo…. In realtà la coltivazione in larga scala
dell’oppio in Colombia è stata intrapresa quasi venti anni fa. Le autorità
governative colombiane avevano individuato le prime coltivazioni nel 1983 nel
dipartimento del Tolima e del Meta, e successivamente nella Cordigliera
centrale e nei dipartimenti del Cauca e di Huila. Intorno al 1988, furono
scoperti i primi due laboratori per la lavorazione della morfina base a Bogotá
e Barranquilla[118].
Ulteriore capitolo di controversie
quello sulla stima dei profitti a favore dei produttori e dei trafficanti di
stupefacenti e del reale impatto del ‘sistema droga’ sull’economia e la finanza
colombiana. Le ricerche più accreditate valutano il fatturato totale della
coltivazione della coca intorno ai 15-20 miliardi di dollari, cinque volte il
valore congiunto delle esportazioni dei due principali prodotti del paese, il
caffè (1.954 milioni) e il petrolio (1.927)[119].
Un rapporto presentato nel 2000 dall’’Universidad del Rosario de Bogotá’ e
dall’agenzia statale ‘Dane’ che cura la riscossione delle imposte, segnala come
la trasformazione dei sistemi di produzione e di commercio e la stessa
riorganizzazione delle entità criminali dopo lo smantellamento degli storici
Cartelli di Cali e Medellín, abbiano ridotto nettamente l’incidenza dei
capitali del narcotraffico sul Prodotto interno lordo. Secondo la ricerca, la
contribuzione del denaro sporco si aggira appena allo 0,91%, e “il narcotraffico influisce sempre meno nella
struttura produttiva del paese, nonostante i livelli di esportazione di droga
siano aumentati”. La controtendenza appare più rilevante
se comparata con il passato. Nei primi anni ’80, quando i grandi cartelli si
sviluppavano, la partecipazione dei capitali sporchi contribuiva al 2% del Pil,
per passare 10 anni dopo al 17%. Lo studio dell’’Universidad del Rosario’
definisce il periodo apertosi nel ’95-‘96 con l’arresto o la morte dei boss
storici del narcotraffico, come una “fase di mimetizzazione” che si
caratterizza “per la frammentazione della
mafia in piccole organizzazioni criminali specializzate con un’integrazione
verticale di basso profilo e con relazioni molto più discrete e distanti con le
istituzioni, ma che tuttavia possiedono un enorme e preoccupante potenziale di
destabilizzazione per le sue alleanze con la guerriglia e i gruppi
paramilitari”. L’atomizzazione dei gruppi emergenti
avrebbe avuto come conseguenza la perdita di molti dei profitti relativi alla
commercializzazione a favore delle organizzazioni criminali messicane; questo
fenomeno accanto al trasferimento all’estero dei propri sistemi economici (in
particolare sulla piazza finanziaria di Miami), e all’aumento dei costi
sostenuti per il trasporto della droga e per il lavaggio del denaro nei
circuiti internazionali, avrebbero fatto crollare il valore del reinvestimento
dei profitti in Colombia e dunque l’incidenza dei narcodollari sul prodotto
interno. Ciò, tuttavia, non ha impedito l’aumento vertiginoso degli acquisti di
terre da parte dei narcotrafficanti, che oggi possiederebbero in Colombia
4.400.000 ettari per un valore di 2.400 milioni di dollari. “Quest’acquisto di terre – si legge nella
ricerca della ‘Universidad del Rosario’ – equivale
ad una controriforma agraria e si è realizzata attraverso transazioni nei
paradisi fiscali e altre istituzioni finanziarie internazionali, dove è
virtualmente impossibile rintracciare la provenienza del denaro”[120]. L’analisi dell’’Universidad del Rosario’
è stata respinta da altri esperti in materia che lamentano come essa possa
indirettamente favorire l’abbassamento della guardia da parte delle istituzioni
colombiane nella lotta al riciclaggio di denaro sporco e per la confisca dei
beni dei narcotrafficanti, settori dove maggiormente si misura la capitolazione
del ‘nuovo impegno’ antidroga del governo. Lo stesso ingresso nel traffico
dell’eroina della criminalità colombiana, conferma l’insuccesso della politica
di militarizzazione della lotta alla droga, che nei fatti ha colpito solo i
piccoli produttori che hanno scelto la monocultura della coca in seguito al
crollo del prezzo di tutti gli altri prodotti agricoli. Il valore dell’olio di
palma, ritenuta l’alternativa più concreta alla semina della coca, ad esempio,
è crollato nell’ultimo anno del 31% sul mercato interno. Non è casuale poi che
molti dei nuovi produttori di coca provengono dal cosiddetto ‘eje cafetero’, la
zona andina colombiana che si estende attorno alle città di Armenia, Pereira e
Manizales, dove l’effetto della rottura del Patto Internazionale del Caffé nel
1992 ha causato la caduta vertiginiosa dei prezzi del prodotto ed una crisi
economica e sociale devastante. Le coltivazioni del caffé impegnavano 350.000
piccoli produttori e davano impiego a due milioni di raccoglitori stagionali;
nei soli due primi anni di crisi si sono persi invece 71.300 posti di lavoro[121].
L’uso indiscriminato della forza
militare e le campagne di fumigazione intensiva non hanno poi permesso la
differenziazione tra i soggetti che curano le diverse tappe della produzione,
della distribuzione e della commercializzazione delle sostanze stupefacenti.
Gli effetti prodotti dalle ultime operazioni di eradicazione aerea sono sotto
gli occhi di tutti: i campesinos aggrediti dalle fumigazioni hanno preferito
cedere le loro proprietà ai narcos e ai latifondisti scegliendo di trasferirsi
in aree più periferiche per continuare nella semina di coca e papavero. L’aumento dei costi dovuti alla
colonizzazione di nuove aree è stata compensata con la semina di sempre
maggiori estensioni, che comportano il depauperamento della terra e la
distruzione di nuove aree della selva. I ricercatori dell’organizzazione
‘Acción Andina’ hanno calcolato che a seguito delle campagne di fumigazione
nella zona del Cacatumbo, gli ettari destinati a coca sono passati dai 5.000
del ’96 ai 30.000 del ’99, e che è in atto una vera e propria fuga dei coloni
verso l’Amazzonia colombiana e brasiliana dove esistono almeno 600 milioni di
ettari in grado di poter ricevere piantagioni di coca[122].
In soli cinque anni, il 53,35% del versante colombiano di questo vero e proprio
polmone planetario è stato ‘colonizzato’ a favore delle coltivazioni di coca[123].
Un ultimo dato conferma drammaticamente come la fumigazione non abbia avuto
alcuno effetto dissuasivo ma come anzi abbia accelerato la mobilità e
l’atomizzazione delle coltivazioni: tra il ’94 e il ’98 sono stati ‘trattati’
per via aerea con composti chimici 140.858 ettari di coca, come dire che si è
fumigata tre volte l'area esistente all’inizio delle operazioni antidroga delle
forze armate colombiane e statunitensi[124].
In compenso l’estensione delle coltivazioni è più che raddoppiata. In realtà ciò che a prima vista potrebbe sembrare una delle
maggiori contraddizioni del ‘Plan Colombia’, risponde invece ai disegni
strategici dei grandi proprietari terrieri del paese. Il programma di
eradicazione massiva e di ‘sviluppo delle coltivazioni alternative’ per cui gli
Stati Uniti prevedono d’investire 110 milioni di dollari, offrirà una sola
alternativa ai piccoli produttori: la subordinazione ai contratti di mezzadria
per produrre olio di palma, caucciù, cacao, ecc.. Secondo il sociologo Alfredo
Molano, ciò comporterà “una controriforma
agraria nella quale si sostituirà la produzione campesina a favore del dominio
da parte dei grandi coltivatori che potranno beneficiarsi di manodopera
bracciantile e indigena con rinnovate e ‘moderne’ modalità di servitù”[125].
Ciò spiega come mai tra i maggiori sostenitori del piano Pastrana
compaiono le federazioni dei grandi produttori di palma (Fedepalma), banane
(Augura) e degli allevatori di bestiame (Fedegan). Il ‘Plan Colombia’, in quest’ottica,
estende nelle aree meridionali del paese il sistema ‘tipico’ di produzione
agricola colombiano, caratterizzato dallo sfruttamento intensivo del lavoro
stagionale, assicurando ai grandi proprietari le regioni che ancora non sono
finite sotto il loro controllo. Il cosiddetto ‘investimento sociale’, aggiunge
Molano, “risulta peggiore dell’intervento
militare e in un certo modo lo spiega, dandogli il significato pieno della
difesa dello statu quo attraverso l’estensione del dominio storico del modello
latifondista”[126].
Nonostante i fallimenti degli interventi
di ridistribuzione di terre ai braccianti della storia colombiana degli ultimi
50 anni, l’amministrazione Pastrana ha promesso che l’Istituto nazionale per la
riforma agraria (Incora), assegnerà terre coltivabili ai piccoli produttori che
accetteranno “l’opportunità di andare via
dalle aree di coltivazione della coca”[127].
Peccato che la stessa amministrazione preveda per questo istituto il taglio in
un anno di 1.060 dipendenti, non spiegando così chi curerà l’individuazione e
la concessione delle terre. Nonostante gli sterili impegni elettoralistici, il
governo colombiano non ha varato una credibile e sostenibile politica di
riconversione produttiva che tenga conto che la rendita finanziaria di un
terreno coltivato a coca è superiore del 290% mentre la rendita commerciale dei
prodotti agricoli più importanti (asparagi e palma) non supera il 40-45%. Ogni
intervento, accanto ad una politica di crediti e rimborsi per i produttori, non
potrá prescindere pertanto dalla legalizzazione del consumo e delle
coltivazioni, misura che in tempi brevi “favorisce
l’ingresso di nuovi produttori che, all’aumento dell’offerta, riabbasseranno il
prezzo di vendita delle foglie di coca e, con esso, la rendita delle
coltivazioni”[128].
La legalizzazione continua però a restare un tema tabù tra i governi dei paesi
produttori e consumatori di sostanze stupefacenti. PRODUZIONE DELLA COCAINA TRA I PAESI ANDINI (tonnellate)
1995 1996 1997 1998 1999 Perú
460 435 325 240 175 Bolivia
240 215 200 150 70 Colombia
230 300 350 435 520 Totale 930 950 875 825 765 COLTIVAZIONE
DELLA COCA ANDINA (ettari)
1995 1996 1997 1998 1999 Perú 115,300 94,400
68,800 51,000 38,700 Bolivia
48,600 48,100 45,800
38,000 21,800 Colombia
50,900 67,200 79,500
101,800 122,500 Total 214,800
209,700 194,100 190,800
183,000 (Fonte: CIA; dati
presentati dal gen. Charles Wilheilm, Capo del Comando Sud delle Forze armate
USA, durante la sua audizione al Senato il 22 febbraio 2000).
Fonte: Polizia antidroga
colombiana. [1] Center for International Policy, “The contents of the Colombia Aid Package”, Washington, http://www.ciponline.org/colombia, 18 luglio 2000. [2] A. Isacson, “The Colombia Aid Package by the numbers”, Center for International Policy, Washington, http://www.ciponline.org, 9 maggio 2000. [3]
Asamblea
permanente por la paz – Antioquia, “Plan Colombia”, Documento de trabajo para
el taller ‘La Paz y el Plan Colombia’, Medellín, 3 ottobre 2000, pag. 5. [4] ‘El Faro’, n.
128, aprile 2000. [5] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, de los senadores Coveredell, Dewine y Grassley, en ‘Desde abajo’, suplemento especial n. 1, ottobre 1999, pag. 10. [6] ‘El Colombiano’, 26 agosto 2000. [7] ‘El Colombiano’, 9 luglio 2000. [8] ‘Tiempos del Mundo’, 9 novembre 2000, pag. 7. [9] Departamento Nacional de Planeación – PNUD, “Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1998”, Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag. 142. [10] ‘Utopías’, n. 67, agosto 1999, pag. 9. [11] Pnud - Departamento Nacional de Planeación, “Informe de Desarrollo Humano para Colombia 1999”, Santafé de Bogotá, 2000, pag. V. [12] ‘El Colombiano’, 11 marzo 2000. [13] Cinep &
Justicia y Paz, ‘Noche y Niebla. Panorama de Derechos Humanos y Violencia
Política en Colombia’, n. 13, giugno-settembre 1999, pag. 159. [14] L. Sarmiento Anzola, “Colombia fin de sieglo: Crisis de hegemonias y Ecosocialismo”, Bogotá, 1997, pag. 55. [15] Presidencia de la República – Departamento Nacional de Planeación, “Cambio para construir la paz. Plan Nacional de Desarrollo 1998-2002”, Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag. 80. [16] Ibidem, pag. 90. [17] L. Sarmiento Anzola, “Colombia a la venta”, in ‘Caja de Herramientas’, n.71, giugno 1999, pag. 17. [18] ‘El Colombiano’, 29 luglio 2000. [19] ‘Cambio’, 31 gennaio 2000, pag. 53. [20] Amnesty International, “Colombia Report 1999”, London, pag. 4. [21] ‘El Colombiano’, 6 febbraio 2000. [22] L. A. Restrepo (a cura), "Estados Unidos, potencia y prepotencia", Tercer Mundos Editores, Santafé de Bogotá, 1998, pag.13. [23] “Plan
Colombia”, bozza aggiunta alla poposta del progetto di legge ‘S1758 Aliance
Act’, cit., sezione n. 101.2. [24] ‘Washington Post’, 10 aprile 2000. [25] A. Pastrana,
“Plan Colombia: Plan para la paz, la prosperidad y el fortalecimiento del
estado”, Suplemento especial ‘Desde Abajo’, Santafé de Bogotá, 1999, pag. 37. [26] ‘El
Espectador’, 24 aprile 2000. [27] H. Mondragón,
“El ‘Plan Colombia’ proyecto para el mantenimiento de lo ‘statu quo’”, Agencia
de Noticias Nueva Colombia, http://home3.swipnet.se/anncol/index.htm, 5 maggio
2000. [28] A. Labrousse,
M. Koutozis, “Geopolitica e Geostrategie delle Droghe”, Asterios Editore,
Trieste, 1996, pag. 91. [29] ‘Cambio’, 24 aprile 2000, pag. 20. [30] Aa.Vv.
“Threats to the New World Order”, ‘Military Intelligence’, Vol.19-1, 1993. [31] ‘U.N.
Periodico’, N. 1, Bogotá, 15 agosto
1999, pag.8. [32] ‘El Tiempo’, 23 marzo 2000. [33] ‘El Colombiano’, 27 agosto 2000. [34] R. Beers,
“Testimony before the Western Hemisphere Subcommittee of the House International
Relations Committee”, Washington, 3 marzo 1999. [35] U.S.
Department of Defense and Department of State, "Foreign Military Training
& DoD Engagement Activities of Interest: A Report to Congress for Fiscal
Years 1998 and 1999" - Section 581 Report, Washington, 1999. [36] W. B.
Slocombe, undersecretary of defense for policy, United States Department of
Defense, “Letter in response to congressional inquiry”, 1 Aprile 1999. [37] ‘Newsweek’,
vol. 4, n.32, 11 agosto 1999, pag.15. [38] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia", Tercer Mundo Editores, Santafé de Bogotá, 1999, pag. 149. [39] R. Beers,
Assistant Secretary of State, Bureau for International Narcotics and Law
Enforcement Affairs, “Statement before the Senate Caucus on International
Narcotics Control”, Washington, 21 settembre 1999. [40] ‘El Tiempo’,
16 Dicembre 1999. [41] ‘El Colombiano’, 11 settembre 2000. [42] United
States, White House, "Draft Working Document: FY99 506 -- Drawdown List --
Requested Items", Memorandum,
September 30, 1999. [43] Asamblea Permanente de la Sociedad Civil por la Paz, “El Plan Clinton”, in ‘Boletín de Conyuntura’, n. 2, settembre 2000, pag. 1. [44] 'El Espectador', 3 ottobre 2000. [45] ‘Time
Magazine’, 15 gennaio 1996, pag. 34. [46] ‘The Sydney
Morning Herald’, 2 novembre 1998. [47] J.G.
Tokatlian, “Política pública internacionale contra las drogas y las relaciones
entre Colombia y Estados Unidos” en ‘Drogas ilícitas en Colombia’, Planeta
Colombiana Editorial, Bogotá, 1997, pag. 472. [48] G. Casetta, “Colombia e Venezuela. Il progresso negato”, Giunti Gruppo Editoriale, Firenze, 1991, pag. 63. [49] F. Leal Buitrago, "El oficio de la guerra. La securidad nacional en Colombia", Tercer Mundo Editores, Bogotá, 1994, pag. 51. [50] Corporación
Observatorio para la Paz, “Las verdaderas intenciones de las Farc”, Intermedio
Editores, Bogotá, 1999, pag. 65. [51] U. Santino,
G. La Fiura, “Dietro la droga”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1990, pag. 246. [52] A. Lopez
Restrepo, “Costos del combate a la producción, comercialización y consumo de
drogas” en ‘Drogas ilícitas en Colombia’, cit., pag. 428. [53] U.S. House of Represantives, “Legislation on Foreign Relations Trough 1987”, U.S. Goverment Printing Office, Washington, 1988, pag. 331. [54] G. Piccoli,
“Pablo e gli altri. Trafficanti di morte”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1994,
pag. 33. [55] U.S.
Superintendent of Documents, “Annual Report to the President and the Congress”,
Washington, U.S. Government Printing Office, 1993. [56] A. Sema, “Come si combatte in Colombia”, in ‘I grandi Caraibi’, Limes n. 2, marzo 2000, pag. 106. [57] G. Guillén,
“Crónicas de la guerra sucia”, Planeta Colombiana Editorial, Bogotá, 1997, pag.
96. [58] ‘Revistas de
las Fuerzas Armadas de Colombia’, N. 114, 1992, pag. 26. [59] J.G.
Tokatlian, “Política pública internacionale contra las drogas”, cit., pag. 491. [60] ‘Rivista Italiana Difesa’, n. 4, aprile 1995, pag. 57. [61] Corporación
Observatorio para la paz, “Las verdaderas intenciones de las Farc”, cit., pag.
117. [62] R.E. Harmon, “Counterdrug Assistance: The Number One Priority”, Military Review, vol. LXXIII, n. 3, 1993, pag. 28. [63] ‘Utopias’, n. 68, settembre 1999, pag. 22. [64] Congressional Budget Office. “The Andean Initiative: Objectives and Support”, CBO Papers, Washington, 1990. [65] L. A. Restrepo
(a cura), "Estados Unidos, potencia y prepotencia", cit., pag. 434. [66] ‘Panorama Difesa’, n.117, gennaio 1995, pag. 10. [67] A. Cavelier Castro, "El proceso de certificación en la lucha antidrogas", in L. A. Restrepo (a cura), ‘Estados Unidos. Potencia y prepotencia', cit., pag. 56. [68] ‘Proceso’, 1 agosto 1999, pag. 21. [69] Gen. Charles
E. Wilhelm, United States Department of Defense, “Statement before the Senate
Foreign Relations Committee”, June 22, 1999. [70] ‘El Tiempo’,
16 dicembre 1999. [71] ‘El Espectador’, 12 gennaio 2000. [72] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, cit., pag. 21. [73] ‘Mirar
Colombia’, n. 3, agosto 1999, pag. 5. [74] ‘El Espectador’, 12 gennaio 2000. [75] ‘Cambio’, 31 gennaio 2000, pag. 38. [76] Ibidem, pag. 40. [77]
H.
Mondregón, “El ‘Plan Colombia’ proyecto pera el mantenimiento de lo ‘statu
quo’”, Agencia de Noticias Nueva Colombia, cit. [78] ‘Semana’, 7 febbraio 2000, pagg. 38-9. [79] ‘Cambio’, 17
gennaio 2000, pag. 26. [80] ‘El Colombiano’, 8 luglio 2000. [81] ‘El Colombiano’, 25 gennaio 2000. [82] ‘El Colombiano’, 8 gennaio 2000. [83] C. Betancourt, “Seguridad, paz y nueva fuerza pública”, in ‘Economía Colombiana y Coyuntura Polìtica’, n. 278, giugno 2000, pag. 45. [84] ‘El Espectador’, 21 marzo 1999. [85] ‘El Colombiano’, 6 febbraio 2000 [86] ‘Cambio’, 1 marzo 1999, pag. 21. [87] ‘El Colombiano’, 13 maggio 2000. [88] ‘Cambio’, 20 marzo 2000, pag. 32. [89] ‘El Colombiano’, 27 luglio 2000. [90] ‘El Tiempo’, 15 agosto 2000. [91] ‘Tiempos del Mundo’, 26 ottobre 2000, pag. 16. [92] ‘El Espectador’, 28 febbraio 1999. [93] “Statement of Charles Wilhelm, Commander-in-Chief of the U.S. Southern Command, before the Senate Caucus on International Narcotics Control”, Washington, September 21, 1999. [94] ‘El Colombiano’, 1 aprile 2000. [95] B. E. Sheridan, Assistant Secretary of Defense for Special Operations and Low Intensity Conflict, “The Colombian Drug Threat”, U.S. Senate Committee on Armed Services, Washington, April 4, 2000. [96] D. Delgado Jara, “Atraco bancario y dolarización”, Ediciones Gallo Rojo, Quito, 2000, pag. 97. [97] ‘El Comercio’, 6 settembre 2000. [98] R. Santillán Peralbo, “Agresiones made in Usa”, Quito, 2000, pag. 153. [99] K. Lucas, “La rebelión de los indios”, Ediciones Abya-Yala, Quito, 2000, pag. 63. [100] “Comisión de Asignaciones de la Cámara de Representantes agrega US$500 millones a solicitud de ayuda de Clinton”, Hoja informativa, Embajada de los Estados Unidos en Colombia, Bogotá, 9 de marzo de 2000. [101] ‘Tiempos del Mundo’, 7 settembre 2000, pag. 1. [102] J. R. Edmund,
“Nonconsensual U.S. Military Action against the Colombian Drug Lords under the
U.N. Charter”, ‘Washington University Law Quarterly’, vol. 68-1, 1990. [103] ‘Semana’, 15
febbraio 1999, pag. 42. [104] ‘Clarín’, 5
settembre 1999. [105] ‘El Universo’, 4 settembre 2000. [106] ‘El Comercio’, 3 settembre 2000. [107] ‘El Tiempo’, 14 febbraio 1999. [108] ‘Tiempos del Mundo’, 26 ottobre 2000, pag. 18. [109] ‘El Comercio’ 12 settembre 2000. [110] ‘Tiempos del Mundo’, 31 agosto 2000, pag. 8. [111] ‘Revista América Latina En Movimiento’, n. 292, 28 aprile 1999, pag. 18. [112] B. E. Sheridan, “The Colombian Drug Threat”, cit. [113] B. McCaffrey, “Colombian and Andean Region Counterdrug Efforts: the Road Ahead”, Statement before the Senate on U.S. Support for Plan Colombia, Washington, February 15, 2000. [114] ‘El Tiempo’,
14 febbraio 2000. [115] B. McCaffrey, “Colombian and Andean Region Counterdrug Efforts: the Road Ahead”, cit. [116] A. Claudio,
“Eroina and deversification of the colombian cartels”, in ‘Low Intensity
Conflict and Law Enforcement’, Washington, winter 1992. [117] G. Piccoli,
“Pablo e gli altri. Trafficanti di morte”, cit., pag. 228. [118] “Informe del Presidente de la República, Virgilio Barco, al Congreso Nacional”, Bogotá, Presidencia de la República, 1989. [119] A. Corbino, “Terra bruciata” in ‘Narcomafie’, n. 4, aprile 2000, pag. 9. [120] ‘Cambio’, 24 aprile 2000, pagg. 20-3. [121] R. Vargas y J. Barragúan, "Amapola en Colombia: economía ilegal, violencias y impacto regional", en Drogas, poder y región en Colombia, Cinep, Bogotá, 1995, pag. 21. [122] ‘El Espectator’, 21 maggio 2000. [123] R. Vargas Meza, "Fumigación y conflicto. Políticas antidrogas y deslegitimación del estado en Colombia ”, cit., pag. 10. [124] Ibidem, pag. 132. [125] ‘El
Espectador’, 20 settembre 1998. [126] H. Mondragón, “El ‘Plan Colombia’ proyecto pera el mantenimiento de lo ‘statu quo’”, Agencia de Noticias Nueva Colombia, cit. [127] “Plan Colombia”, borrador anexo a la sustentación del proyecto de ley S1758 Aliance Act, cit., pag. 28. [128] J. Leibovich, “Nuevos calculos sobre la rentabilidad de la coca”, Fedecafé, Bogotà, aprile 2000. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo, "Colombia Ultimo Inganno", terrelibere.org, 17 maggio 2001, http://www.terrelibere.it/doc/colombia-ultimo-inganno |
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