Chiesa e Movimento per la Pace a Comiso
1. Gli avvenimenti
1.1. L'aeroporto «Vincenzo Magliocco» di Comiso fu
voluto personalmente da Mussolini, nel quadro del programma fascista di
militarizzazione della Sicilia, come punto strategico necessario al controllo
della base inglese di Malta e come avamposto del piano imperialista di
espansione sul Mediterraneo e verso il Nord-Africa. Il relativo disegno di
legge, presentato dallo stesso Mussolini l'8 marzo 1937, venne subito approvato
dalla Camera dei Deputati. I lavori di costruzione ebbero inizio immediatamente
e furono ultimati nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il
progetto era dunque tutto italiano, ma fu reso operativo dalle truppe tedesche.
Al riguardo, scrive L. Rimmaudo che «se il Fascismo comprese la rilevanza
strategica di Comiso e della Sicilia, furono soprattutto i tedeschi ad
utilizzare il “Magliocco” per bombardare Malta con i loro Stukas e per
appoggiare le operazioni nazi-fasciste in Nord-Africa. Nel gennaio '41, a
guerra da poco scoppiata, il Decimo Corpo tedesco da bombardamento e sei
batterie contraeree flak da 88
millimetri si insediarono a Comiso. Da Comiso partirono tutte le incursioni su
Malta e contro i convogli inglesi in navigazione nel Canale di Sicilia».
L'11 luglio 1943, dopo due terribili incursioni (17 maggio e 17 giugno) che
avevano raso al suolo l'aeroporto e provocato in città decine di morti e
feriti, i reparti della 45a Divisione corazzata americana entrarono a Comiso ed
espugnarono il «Magliocco».
Nel 1965, sull'onda del boom economico e del diffuso
ottimismo che segnarono tutto quel decennio, l'aeroporto fu riaperto al
traffico e restituito all'uso civile come luogo di transito pacifico e base di
rilancio dell'economia iblea. Nel
1972 il «Magliocco» venne richiuso e lasciato incustodito per molti anni. Il
sogno degli anni '60 sembrò poi dissolversi definitivamente l'8 agosto 1981
quando il Consiglio dei Ministri presieduto da Giovanni Spadolini decise
l'installazione a Comiso di 112 missili a testata nucleare in ottemperanza alla
risoluzione del Parlamento il quale il 6 dicembre 1979 aveva impegnato l'Italia
ad aderire al programma missilistico della NATO. Pochi giorni dopo (12
dicembre) il Consiglio Atlantico, riunitosi a Bruxelles, aveva deliberato di dispiegare
572 missili nucleari a media gittata (Pershing e Cruise) in cinque paesi
dell'Europa occidentale (Olanda, Gran Bretagna, Germania, Belgio e Italia),
contestualmente alla progressione dei negoziati sul controllo degli armamenti a
medio raggio con l'Unione Sovietica, sulla base del cosiddetto “approccio a due
binari” già precedentemente concordato nel corso di un incontro che si era
svolto alla Guadalupa tra i rappresentanti dei governi statunitense, tedesco,
inglese e francese. Quella formula era stata suggerita dal cancelliere tedesco Helmut
Schmidt il quale, durante una conferenza a Londra nell'ottobre 1977, aveva
affermato: «Una limitazione delle armi strategiche che riguardi solo gli Stati
Uniti e l'Unione Sovietica costituirà inevitabilmente una minaccia per la
sicurezza dei membri dell'Europa occidentale dell'Alleanza di fronte alla
superiorità militare sovietica in Europa, se non riusciremo ad eliminare le
disparità tra le potenze militari in Europa, in parallelo con i negoziati Salt».
Per quanto riguarda Comiso, l'installazione dei «Cruise» venne approvata
definitivamente dal Parlamento italiano, sotto il governo Craxi, il 16 novembre
1983.
1.2. La corsa al riarmo, suggerita - più che da
motivi razionali - dalla paura reciproca dei blocchi, fu interpretata
dall'opinione pubblica mondiale come preludio ad una possibile guerra nucleare
che avrebbe colpito immediatamente l'Europa, trasformando il vecchio continente
in un teatro esclusivo di scontro tra due superpotenze (Stati Uniti e Unione
Sovietica) non direttamente coinvolte e come tali meno responsabilmente impegnate
sulla linea della ricerca di una soluzione pacifica del conflitto. Quella
percezione iniziale, poi confermata da numerose e autorevoli analisi politiche
e scientifiche, diede respiro e vigore nuovi ai movimenti per la pace.
Nel 1981 si riunì per la prima volta la Convenzione «End» (European Nuclear Disarmament)
statutariamente orientata contro ogni progetto di militarizzazione nucleare
dell'Europa. Le manifestazioni per la pace (dibattiti, convegni, petizioni,
marce, ecc.) che ne seguirono furono imponenti. Per dare un'idea dell'ampiezza
e della progressione del fenomeno può essere utile trascrivere le cifre
riportate all'interno di una più ampia nota recentemente diffusa da una fonte “insospettabile”,
perché politicamente e ideologicamente non favorevole al movimento: «Se a fine
’79 le dimostrazioni non contavano più di 20-30mila manifestanti, a fine '80 le
cifre raggiungevano ormai le 80-100mila persone. E a fine ’81 si arrivava a
400mila ad Amsterdam, 350mila a Bonn, 250mila a Bruxelles, 250mila a Londra,
100mila a Copenaghen. Record a Roma, con mezzo milione di persone […] poi venne
il dicembre '83, e a Roma i dimostranti passarono a 600mila».
In Italia il movimento assunse il carattere di una
vasta e spontanea aggregazione dove in breve tempo confluirono intere forze
politiche (laiche e di sinistra), gruppi e associazioni culturali e religiose
(cattoliche e protestanti) che rappresentavano esperienze e appartenenze molto
diverse: Acli, Arci, Pax Christi, sindacati, parrocchie, comunità evangeliche,
organizzazioni non-violente, ambientalisti, obiettori di coscienza, ecc. Non si
trattò di una reazione scomposta ed emotiva, come dall'opposta sponda religiosa
e politica si tentò di insinuare. Le manifestazioni di massa furono precedute
ed accompagnate, per fermarci all'ambito cattolico, da impegnativi momenti di
riflessione teologica e politica che contribuirono a dotare il movimento di un
solido quadro teorico di riferimento. Fin dal 1979 la rivista Segno di
Palermo ospitò un primo dossier sul tema Per la pace e il disarmo, contro
l'installazione degli euromissili (comprendente - oltre ad alcuni
interventi di E. Chiavacci, R. La Valle, M. Agnes, mons. Luigi Bettazzi, varie
associazioni cattoliche - anche l'importante documento della Santa Sede sul disarmo
generale del 3 giugno 1976). Un
ulteriore impulso venne al movimento, un anno dopo, dal convegno nazionale di
studio promosso dalla rivista Bozze che si tenne a Torino nei giorni 15-16
novembre sul tema L'annuncio della pace in un mondo di guerra.
Presentandone ai lettori i principali contributi, R. La Valle affermò la
necessità di «un cammino ulteriore che non svaluta né surroga il cammino
dell'analisi storica, politica, economica, ideologica, e nemmeno ne prescinde,
ma riparte esattamente là dove l'analisi culturale e politica si arresta». Il
fondatore e direttore di Bozze spiegò poi il senso e la direzione di quella
ricerca:
«È il cammino che va a cercare, oltre ogni
fenomenologia sociale, dov'è l'ultima radice della pace e della guerra. Perché
investigate tutte le cause, c'è un'altra causa da cercare a un livello più
profondo; questa causa, o radice, sta nel cuore dell'uomo; in ultima istanza
non si può dire che la chiave della pace e della guerra è qua, o là, al
Pentagono o al Cremlino; essa è dentro di noi, là dove si decide la qualità del
rapporto umano, del rapporto tra le persone, dell'uomo con la donna, di
ciascuno con tutti. La scelta non è tra l'amore e l'odio. Posta così l'alternativa,
la questione sarebbe fin troppo semplice; fuori della patologia, nessuno
sceglie l'odio, nessuno assume la violenza come prima scelta, nessuno la prende
come fine a se stessa, nessuno milita per la distruzione, la morte. La scelta è
piuttosto di quale amore, la scelta è di ciò che mettiamo al centro del nostro
sistema, di ciò attorno a cui si organizza tutta la nostra vita, di quello che
è il nucleo del nostro sistema vitale […] Ora questo nucleo, cioè l'ultima e
suprema motivazione della nostra vita, può essere o l'amore di sé, oppure
l'amore dell'altro; per usare un termine di riferimento culturale ben noto, a
partire dalla ricerca di Anders Nygren, o è «eros» o è «agápe». E' una scelta
decisiva, perché, a partire da essa, tutto il resto viene di conseguenza».
Nei mesi successivi alla decisione governativa del 7
agosto 1981, sorsero in tutta Italia circa quattrocento «Comitati per la pace»
che si coordinarono su base nazionale. Comiso, scelta dalla NATO e dal governo
italiano come base strategica del piano di militarizzazione del Mediterraneo,
divenne ben presto una delle capitali del pacifismo e punto di confluenza di decine
di migliaia di persone provenienti da tutte le regioni italiane e da vari paesi
europei che,
con intensità crescente, trasformarono la cittadina iblea, oltre che in un
luogo di studio e di protesta simbolica, anche in uno spazio di preghiera, di
testimonianza permanente e di dialogo ecumenico. Durante l'estate 1983 un
gruppo di pacifisti diede vita nei pressi della base NATO al campo permanente
di iniziativa «Imac» (International Meeting Against Cruise).
Quasi a sottolineare il carattere ecumenico ed interreligioso del movimento,
dopo avere percorso a piedi circa 1000 chilometri ed avere toccato decine di
paesi della Sicilia, Jinyu Morishita, un monaco buddista di 35 anni giapponese
della provincia di Nagasaky, il 22 dicembre 1982 giunse a Comiso per
«protestare contro l'installazione dei missili "Cruise", la
militarizzazione della Sicilia e la sfrenata corsa agli armamenti in tutte le
parti del mondo».
1.3. La Chiesa ragusana non rimase indifferente alla
prospettiva dell'installazione dei missili a Comiso. Il 27 settembre 1981,
benedicendo la prima pietra dell'erigenda chiesa parrocchiale di S. Antonio di
Padova (la più vicina al «Magliocco» tra le chiese comisane) il vescovo mons.
Angelo Rizzo si fece interprete della viva preoccupazione di tutta la comunità iblea.
Nella formula di preghiera che fu trascritta su pergamena per essere sigillata
all'interno della prima pietra il vescovo volle aggiungere la seguente
significativa invocazione: «Salga a Lui (a Cristo) questo tempio come anelito
di questo popolo che implora la pace in un momento in cui la progettata installazione
di missili a testata nucleare nel vicino campo di aviazione "Magliocco"
tanto turbamento arreca alle nostre coscienze di uomini e di cristiani».
Purtroppo, non disponiamo del testo della riflessione proposta dal vescovo nel
corso di quella cerimonia. Ad essa fece comunque esplicito riferimento lo stesso
mons. Rizzo, poco più di un anno dopo, a conclusione di un discorso pronunciato
il 16 dicembre 1982 nella chiesa madre di Comiso:
«Forse qualcuno di voi era presente al rito della
posa della prima pietra della erigenda Chiesa Parrocchiale di S. Antonio il 27
settembre 1981 e ricorderà il mio intervento di allora. Ho ritenuto di doverlo
ricordare anch'io a ragion veduta, perché penso sia stato quello il primo
intervento, in senso assoluto di amore alla pace e di condanna ai missili fatto
in questa città. Non si era innescato ancora, qui tra noi, il movimento
pacifista che non sempre è apparso come movimento di amore alla pace autentica.
Il vostro vescovo ha voluto fare quel solenne pronunciamento proprio perché il
sito di quella prima pietra era il più prossimo al campo NATO. In quella
circostanza ricordo di aver pregato Dio, nella perorazione conclusiva del discorso,
di liberarci dalla tentazione della violenza e quand'anche, per deprecabile
presenza di una base missilistica, ci fosse imposto di restare coinvolti in un
clima di violenza per la provocazione della violenza di altri, ho soggiunto
nella preghiera, di illuminare gli uomini con la forza luminosa che ci è venuta
da un popolo e da un uomo».
Ho voluto riprodurre integralmente questi due documenti,
finora poco conosciuti, perché ritengo che essi costituiscano, sotto il profilo
cronologico e contenutistico, un punto di riferimento imprescindibile ai fini
di una migliore comprensione dello stato d'animo con cui mons. Rizzo reagì alla
prima notizia della progettata base missilistica. Gli eventi successivi
suggerirono a qualche esponente del mondo laico conclusioni affrettate su un
presunto atteggiamento, se non di acquiescenza, di sostanziale disimpegno del
vescovo nei confronti della delicata problematica posta dalla presenza della
base missilistica nel suo territorio diocesano. Per la verità quell'interpretazione,
giustamente respinta dal vescovo, non fu condivisa neppure dai pacifisti
cattolici i quali dal canto loro, pur optando per una linea di pubblico
dissenso su talune scelte di carattere pratico adottate dal vescovo nel
triennio successivo, non sollevarono mai alcun dubbio sulla bontà dei
sentimenti che le avevano ispirate.
La divergenza riguardò dunque non i principî
generali ma il metodo e il linguaggio, non il piano teologico ma quello più
pratico e contingente delle valutazioni politiche e delle più idonee strategie
pastorali. Per tale ragione, uniti nella comune condanna delle armi nucleari,
il vescovo e il movimento per la pace procedettero su due linee parallele e
talora contrapposte, non condividendo l'uno le analisi, le definizioni e i
metodi dell'altro. Per citare un primo esempio, la marcia «Milano-Comiso» (27
novembre - 18 dicembre 1982) che si concluse nella piazza Fonte Diana di Comiso
non trovò il favore del vescovo il quale, nel già citato discorso pronunciato
nella chiesa madre della medesima città, prese esplicitamente le distanze da quell'iniziativa,
sottolineando l'irriducibile differenza tra la sua «via della pace» e quella
dei promotori delle marce:
«Mi preme, però, all'inizio di questa nostra
celebrazione liturgica fare un'importante precisazione perché, contrariamente a
quello che abitualmente non accade per le nostre assemblee eucaristiche, per
l'assemblea di questa sera vi sono delle attese fuori posto per delle
informazioni diffuse con prepotenza ed illegittimamente dalla stampa
quotidiana. Nei giorni scorsi la stampa regionale ha detto che questa nostra
celebrazione era - niente di meno - come introduzione ad altre manifestazioni
che si faranno in questa città di Comiso o, per essere più esatti, che qui in Comiso
avranno la conclusione. Mi riferisco ad una marcia, non saprei da chi
organizzata, che partendo da Milano ha come meta Comiso. E poi, dopo di questa,
di un'altra marcia in partenza da Catania ed infine non so di quali altre
iniziative. Si è detto nella stampa che nella nostra Diocesi, il vescovo ed i
suoi presbiteri e i fedeli, poiché questa è la chiesa, intende unirsi ai
marciatori della pace quasi che le "vie della pace" che noi
intendiamo percorrere s'identifichino con quelle che altri liberamente possono
percorrere. Siamo dinanzi ad un grosso equivoco che io voglio chiarire prima di
dare inizio alla nostra celebrazione e lo faccio, una volta che se ne presenta
l'occasione, insieme con alcune altre precisazioni che si sono rese non solo
utili ma necessarie…».
Anche all'interno del clero diocesano le posizioni
furono tutt'altro che convergenti. Un appello per la pace sottoscritto da un
nutrito gruppo di intellettuali di diverso orientamento culturale e politico
raccolse l'adesione di numerosi sacerdoti di Ragusa, di Monterosso Almo, di Scoglitti
(frazione di Vittoria) e perfino di titolari di importanti cariche diocesane
(il vicario episcopale per il clero, l'arcidiacono del capitolo della
cattedrale, l'assistente diocesano di Azione Cattolica), ma non registrò alcun
sostegno da parte del clero comisano.
1.4. Il movimento però aveva ormai assunto da oltre
un anno una dimensione interdiocesana e interconfessionale. Un dossier
pubblicato nel mese di dicembre 1981 dalla rivista Segno testimonia la
ricchezza di contributi e l'ampia convergenza che si era già stabilita tra
parrocchie, gruppi e movimenti, cattolici e protestanti, di tutta l'isola.
Tra questi è da segnalare un appello rivolto «ai cristiani e a tutti gli uomini
di buona volontà» in cui, fra l'altro, i firmatari esprimevano un severo
giudizio non solo di incompatibilità tra il Vangelo e la decisione governativa
di installazione dei missili a Comiso ma anche di dura condanna della
proliferazione delle armi nucleari (Cruise ed SS20) «in ogni altra parte del
mondo» e di «ogni progetto di costruzione della bomba N sia da parte americana
che sovietica». Il documento suggeriva inoltre un'importante chiave di lettura
della scelta di Comiso come base nucleare: «La recente iniziativa del governo
italiano, al di là delle contingenti considerazioni di natura geografica e
strategica, si inscrive nella stessa logica del secolare disimpegno nei
confronti di tutto il Mezzogiorno. Respingiamo dunque e denunciamo come
mistificante ed estranea al Vangelo la propaganda tendente ad accreditare
l'installazione dei missili a Comiso come strumento di sviluppo economico e
sociale».
La partecipazione dei cristiani al movimento per la
pace, tutt'altro che marginale o subalterna ad altre iniziative più
politicamente caratterizzate, si espresse con un proprio linguaggio e nei
termini di un radicalismo evangelico che superava lo stesso principio della
dissuasione. Emblematico è, al riguardo, quanto si legge nell'editoriale del
già citato fascicolo della rivista Segno:
«Vogliamo concludere queste brevi e sommarie note con
una osservazione rivolta ai cristiani nel movimento per la pace. In questi mesi
in cui il movimento ha fatto irruzione nelle piazze e nelle strade d'Italia e
d'Europa, i cristiani che vi hanno partecipato si sono confusi giustamente con
gli altri senza particolari parole d'ordine, che non potevano avere. L'hanno
fatto spesso a titolo personale e di gruppo, ma non sono stati completamente
soli: singoli vescovi hanno preso la parola manifestando solidarietà e
prendendo posizione netta di condanna della guerra, della fabbricazione ed
esportazione di armi. Tuttavia a noi sembra che se sul piano politico - e il
nodo della pace e della guerra è principalmente se non tutto politico - i cristiani
e le loro chiese non hanno specificità da portare e da far pesare, un punto possono
assumere ed avanzare come relativamente caratterizzante la loro presenza e
partecipazione alla lotta per la pace: la proposta e la richiesta radicale del
disarmo unilaterale, come concretezza e come utopia…».
L'istanza di un definitivo superamento del concetto
dell'equilibrio delle forze e della strategia della dissuasione, cui lo stesso
Concilio sembrava aver «dato credito, sia pure come minor male, anche qui
intorbidando il suo discorso con gli argomenti mutuati dalla logica comune»,
era già emersa durante il precitato convegno nazionale di Torino. Nella sua
relazione conclusiva, R. La Valle aveva sollevato seri dubbi sulla possibilità
che il più recente sviluppo della corsa agli armamenti potesse ancora
accreditare l'idea enunciata dal Concilio che l'«ammassamento di armi, che va
aumentando di anno in anno, serve, in maniera certo inconsueta, a dissuadere
eventuali avversari dal compiere atti di guerra».
Tra la logica comune, fatta propria dal Concilio, e la reale dinamica della
corsa agli armamenti si era nel frattempo venuta a determinare una situazione assolutamente
nuova che imponeva un radicale ripensamento del precedente schema
interpretativo e un ritorno all'immediatezza del linguaggio evangelico:
«Di fatto la strategia della dissuasione è stata
abbandonata da coloro stessi che l'avevano inventata. Alla strategia della
dissuasione bastavano 400 testate nucleari, 200 per parte, per assicurare il
reciproco deterrente. Oggi di testate nucleari ce ne sono 50.000. La direttiva
n. 59 del presidente Carter dice che ora le armi nucleari non devono servire a
dissuadere, ma a colpire degli obiettivi determinati, il che permette di
abbassare la soglia della guerra nucleare, perché se prima essa non poteva
essere pensata che come guerra generale, oggi può essere immaginata e
programmata come guerra territorialmente e materialmente limitata, come guerra
"di teatro". Dunque non avrebbe senso nemmeno dal punto di vista
mondano che la Chiesa continuasse a tener buono l'alibi della dissuasione per
giustificare la corsa agli armamenti. Di fronte all'inverosimile aumento e
proliferazione delle armi nucleari, la Chiesa non può che ripetere: giù le
armi; non può che richiedere opportune e importune, la totale e
incondizionata rinuncia alle armi nucleari, non può che riprendere quella prima
formulazione del Concilio, di ripudio delle armi nucleari, ricordata da
Mancini».
La rivista Bozze fu promotrice di un altro
importante convegno nazionale sul tema Invece dei missili che si tenne a
Ragusa e a Comiso nei giorni 1-2 maggio 1982. L'iniziativa era stata preceduta
da alcuni contributi di G. Ruggieri, E. Chiavacci, R. Brancoli e I. Mancini, pubblicati
nel fascicolo di Bozze 82 n. 2 - marzo/aprile 1982,
che ne avevano anticipato alcuni dei principali motivi ispiratori. Inoltre, un
colloquio tra R. La Valle e Leonardo Sciascia aveva contribuito a dilatare il
significato e la prospettiva del convegno. Dopo avere ascoltato l'enunciazione
del tema Invece dei missili, lo scrittore aveva subito risposto:
«l'acqua: invece dei missili, l'acqua», vale a
dire l'elemento-simbolo riassuntivo delle reali esigenze e delle più profonde
aspettative della Sicilia e come tale «simbolo alternativo a ciò di cui è
simbolo l'idolo nucleare».
Il convegno tentò di scavare in profondità nella vita
e nella storia della Sicilia come luogo di una prevalente non violenza tutta
introversa che genera e assicura la violenza esterna di una minoranza a sua
volta moltiplicata dall'antica violenza del potere statale (L. Sciascia); nella
cultura dell'occidente per cercarvi le radici di un «pensiero che partorisce
violenza» (I. Mancini); nella storia della Chiesa per scoprirvi astuzie
mondane, tentazioni politiche e talora una certa ritrosia ad esprimere la
profezia della pace (G. Ruggieri); nella Sacra Scrittura per ritrovarvi il
«giudizio tagliente della parola di Dio» sull'idolatria del potere e delle sue
armi (M. Toschi); nella storia della provincia iblea come laboratorio e ambito
applicativo di un originale e fortunato modello socioeconomico, incompatibile -
malgrado le gravi inadempienze di una certa classe dirigente - con la falsa
immagine di un'area arretrata e desertica già proposta come sfondo al progetto
reazionario che tendeva «a sostituire nelle aree arretrate del nostro paese la “droga”
delle spese militari agli investimenti socialmente produttivi» (G. Barone);
negli arsenali di guerra per descrivere il potere distruttivo e radioattivo
delle armi nucleari (R. Pucci); e, infine, nella dimensione utopica e profetica
della pace per attingervi le ragioni profonde e la capacità immaginativa di una
valida «alternativa al sistema di guerra» (R. La Valle).
A nome e per decisione dei partecipanti al convegno
fu infine inviato a tutti i vescovi delle Chiese di Sicilia un messaggio
contenente, fra l'altro, l'espressione di un diffuso disagio per il silenzio
dei pastori («non comprendiamo il vostro silenzio») e il pressante invito «a
squarciare il velo dell'errore e a manifestare al mondo ciò che davvero giova
alla sua pace». La
sera del 1° maggio i convegnisti si recarono in pellegrinaggio a Comiso fino
«alla soglia dell'idolo nucleare» e sostarono davanti al cancello centrale
dell'aeroporto «Magliocco» dove diedero vita ad una suggestiva veglia per la
pace che fu introdotta dalla «Salmodia della penitenza» e si concluse con
l'«Inno della pace messianica».
1.5. Quella liturgia penitenziale segnò l'ingresso
ufficiale della “preghiera” nell'esperienza del movimento per la pace in Sicilia,
oltre che come impegno interiore, personale e di gruppo, anche come figura
pubblica e visibile e come «segno di contraddizione» per gli stessi credenti.
In coincidenza con il venerdì santo del 1983 il «Coordinamento Cristiani per la
Pace» (un nutrito gruppo di sacerdoti, diocesani e appartenenti a diversi
ordini religiosi, laici, membri di varie associazioni: Azione Cattolica, Acli,
Gioventù Aclista, Pax Christi, Fuci, Mir, ecc.) soprattutto siciliani, ma provenienti
anche da altre province italiane e perfino dall'estero si fece promotore di un
incontro di digiuno, di riflessione e di preghiera per la pace a Comiso. Su
quasi tutti i cartelli portati a mano dai circa trecento pellegrini che presero
parte al rito figurava la rappresentazione di un fungo atomico, con al centro
il crocifisso, accompagnata dalle parole di mons. Raymond Hunthausen,
arcivescovo di Seattle (USA): «L'atomica è l'ultima croce dell'uomo, i nostri
preparativi di guerra nucleare sono la crocifissione globale di Gesù Cristo».
L'iniziativa trovò il sostegno dei parroci della città i quali accolsero
cordialmente i pellegrini e autorizzarono l'uso delle chiese più importanti
come stazioni iniziali della “Via Crucis” che si concluse davanti ai cancelli
del «Magliocco». Nel foglio programmatico si legge che il gruppo «preoccupato
per la folle corsa al riarmo sia ad Est che ad Ovest, ha sentito la necessità
di testimoniare la propria partecipazione alla passione di Cristo, il Venerdì
Santo (1° aprile), a Comiso, nel luogo in cui i governanti hanno deciso di
installare entro questo anno i micidiali missili nucleari “Cruise”».
La “Via Crucis” fu ripetuta negli anni successivi
fino al 1988 crescendo in numero di adesioni e in ampiezza geografica. Le
polemiche seguite alla benedizione della prima pietra dell'erigenda chiesa
nella base Nato ebbero una ripercussione negativa anche sui rapporti tra il
clero locale e i promotori della “Via Crucis”. Infatti, nel 1984 i pellegrini
trovarono ancora ospitalità nell'androne del convento dei frati francescani dei
Minori conventuali ma non poterono più usufruire delle chiese parrocchiali.
Nell'anno successivo il vescovo mons. Rizzo e i parroci di Comiso si irrigidirono
a tal punto da proibire ai frati perfino di ripetere il gesto dell'accoglienza
dei numerosi pellegrini convenuti a Comiso per partecipare alla “Via Crucis”.
Nel 1986 il pellegrinaggio partì da Palermo, con soste nel poligono di tiro
sulle Madonie e a Sigonella; l'anno successivo iniziò da Messina. Nel 1988
mosse da Trapani ed ebbe una particolare intonazione francescana «perché –
scrissero gli organizzatori – anche se ogni anno vi hanno partecipato suore e
frati francescani, questa volta si struttura quasi come prima tappa di quel più
vasto cammino che da diverse direzioni europee conduce verso il “Dialogo
ecumenico su giustizia, pace e salvaguardia del creato” che si svolgerà ad
Assisi dal 6 al 12 agosto 1988».
1.6. Il vescovo di Ragusa mons. Angelo Rizzo, pur non
sconfessando ufficialmente le iniziative di preghiera promosse dal movimento
per la pace, dichiarò in varie sedi di non condividerne né la forma pubblica né
i motivi, a suo parere, propagandistici che le ispiravano.
Il contrasto sul più idoneo intervento della comunità ecclesiale nella
questione dei missili a Comiso esplose in modo pubblico e clamoroso a seguito
della cerimonia della posa della prima pietra per l'erigenda chiesa all'interno
della stessa base Nato (23 dicembre 1983). Quella liturgia, presieduta da mons.
Rizzo, divenne presto oggetto di dibattito e di vivaci contestazioni. Nei
giorni immediatamente successivi alla cerimonia un nutrito gruppo di sacerdoti,
laici, gruppi e movimenti cattolici operanti nel capoluogo ibleo cominciò a
riunirsi nella sede della «ex-Fuci» per la
stesura di un documento di formale dissenso nei confronti, oltre che del gesto
rituale compiuto dal vescovo, dell'erigenda chiesa nel suo insieme. La complessità
e la particolare delicatezza dell'argomento suggerirono ai promotori
dell'iniziativa di subordinare il bisogno di un immediato intervento alla non
meno importante ricerca di una formula che fosse capace di coniugare la chiarezza
del dissenso con la sobrietà del linguaggio, la forza della denuncia del
progetto in sé con il doveroso rispetto per la persona e le intenzioni del
vescovo. Per tale ragione il documento poté essere diffuso solo a partire
dall'11 gennaio 1984 (nella forma di una Lettera aperta ai cristiani di
Ragusa) e, per effetto di tale ritardo, fu poi erroneamente interpretato
dall'opinione pubblica in termini di semplice sviluppo emotivo di altre più
tempestive iniziative di protesta.
D. Giancarlo Griggio (all'epoca vicario cooperatore
della parrocchia S. Paolo Apostolo di Ragusa), ispirandosi alla bozza della
lettera aperta che circolava già da una settimana in forma riservata tra i
gruppi più direttamente interessati all'iniziativa, e anticipandone i concetti
essenziali, il 30 dicembre - durante la preghiera dei fedeli della messa conclusiva
dell'assemblea diocesana - e il giorno dopo, nel corso dell'omelia di
Capodanno, criticò pubblicamente il rito di benedizione presieduto dal vescovo,
qualificando come «tempio di Marte» l'erigenda chiesa nella base missilistica.
La notizia fu raccolta da un cronista, corrispondente locale del quotidiano La
Sicilia e dell'Agenzia ANSA, e venne subito trasmessa ai principali
organi di stampa nazionali e internazionali. L'autonoma iniziativa di don Griggio
e il suo tentativo di personalizzare la protesta non giovarono al normale
sviluppo della Lettera aperta ai cristiani di Ragusa, che dovette subire
un ulteriore rinvio a causa dei necessari aggiustamenti imposti da quell’imprevisto
intervento e fu poi, se non ignorata del tutto, segnalata in modo scarno e
distorto, dai grandi quotidiani nazionali, come semplice documento di adesione
all'intervento del giovane sacerdote.
Frattanto lo scrittore Leonardo Sciascia, sollecitato
ad esprimere una sua opinione personale sul gesto rituale di mons. Rizzo, aveva
affermato: «È la solita storia della politica della Chiesa che benedice anche
le bandiere di guerra. E però le cose che la Chiesa fa in un senso o nell'altro
ormai non contano tanto». Il
prestigio del personaggio contribuì a dare a quell'intervento una risonanza
eccessiva. Oggi però il rilievo formulato da L. Sciascia appare concettualmente
e storicamente insostenibile sia nei suoi termini generali, come giudizio
sommario sulla «politica della Chiesa», sia in relazione all'effettivo significato
dell'iniziativa di mons. Rizzo. Più corretto e meno approssimativo sotto il
profilo dei riferimenti storici mi sembra invece il rilievo di F. M. Stabile
secondo il quale negli ultimi sessant’anni «un atteggiamento meno zelante nelle
parate ufficiali e più oculato nelle benedizioni avrebbe risparmiato alla
chiesa, e quindi alla credibilità del suo annunzio, tante pesanti accuse di
ambiguità, se non di connivenza, verso il regime fascista, certi partiti e
uomini politici, certo equivoco potere economico».
Al vescovo di Ragusa pervennero attestati di
solidarietà e insieme di dissenso da parte di sacerdoti, gruppi cattolici,
movimenti e singoli intellettuali. I parroci di Comiso si schierarono dalla
parte del vescovo mentre il clero del capoluogo ibleo, convocato d'urgenza,
espresse a stragrande maggioranza un giudizio più articolato: di dissenso nei
confronti dell'iniziativa del vescovo e al tempo stesso di non adesione al
metodo proposto dai promotori della Lettera aperta. I parroci di Comiso
non stilarono un documento, ma espressero il loro pensiero attraverso
dichiarazioni personali che furono diffuse dal quotidiano La Sicilia.
Solidarietà al vescovo fu espressa pure da un gruppo di laici del capoluogo
variamente collegati a «Comunione e Liberazione» e agli ambienti culturali e
politici di centrodestra.
Mons. Rizzo chiarì il significato del suo gesto con
un documento ufficiale dal titolo Comiso - Chiesa “Cristo, nostra pace” - Il
perché di una benedizione che
ne evidenziava le effettive motivazioni pastorali, ma coglieva solo in parte le
ragioni «delle sofferte voci di dissenso», come lo stesso vescovo le definì
aggiungendo che erano «degne di ogni attenzione perché ispirate - alcune - da
nobili sentimenti di autentico amore». In
sintesi, mons. Rizzo giustificò il suo operato affermando che «un “campo
militare” che esiste nel territorio di una Diocesi, poiché è abitato da uomini,
è per la Chiesa un luogo dove Essa - che è a tutti debitrice - deve offrire il
suo servizio di annuncio della Parola, di celebrazione della salvezza nei
sacramenti, di accoglienza e testimonianza nella carità di Cristo». Il
responsabile della comunità cristiana del luogo non può in coscienza (senza
colpa) rifiutare un servizio religioso desiderato e insistentemente richiesto.
Il campo militare Nato di Comiso è formato nella quasi totalità da soldati che
professano una fede religiosa. La coesistenza della chiesa e della base
missilistica - aggiunse mons. Rizzo - non costituisce una contraddizione insanabile
se gli uomini che abitano nel campo militare «chiedono di essere aiutati a
vivere secondo l'insegnamento di Cristo, principe di pace» e di non restare
«soli con i missili in preda alla disperazione o alla follia omicida». E ciò, a
differenza di altri campi militari dove altri uomini fossero eventualmente
«costretti a convivere con identici o più micidiali strumenti di morte senza il
sostegno o l'interiore sollecitazione di un monito di ordine trascendente e
spirituale come quello di Cristo, salvatore e giudice».
Il costo (4 miliardi) previsto per la costruzione è contenuto e, comunque, non
graverà sulla diocesi di Ragusa. Infine, «i pacifisti credenti e sinceri che
sostano in preghiera dietro le mura di cinta del campo […] dovrebbero trovare
un motivo di gioia nel sapere che per la pace oltre che fuori si prega anche
dentro quelle mura».
L'attenzione alle esigenze spirituali e sociali delle
persone aveva già spinto un anno prima mons. Rizzo a prendere una netta
posizione anche a favore degli operai che operavano all'interno del «Magliocco»,
affermando la liceità morale del loro lavoro e respingendo con fermezza
l'applicazione dell'«obiezione di coscienza» (in analogia a quanto la Chiesa
chiede ai cattolici che operano nelle strutture sanitarie in cui si pratica
l'aborto) pretesa da qualche gruppo di pacifisti come necessario criterio di
comportamento di chiunque fosse chiamato a contribuire, anche con funzioni
semplicemente tecniche, alla realizzazione delle infrastrutture della base missilistica:
«respingiamo il giudizio morale che qualcuno, si
dice, si è dato premura di pronunciare per questa città di Comiso, per questa
santa Chiesa di Ragusa e per i suoi figli, asserendo che essi sono
interiormente vincolati nelle loro coscienze sotto pena di peccato a dovere
impedire a tutti i costi che vengano proseguiti i lavori al «Magliocco» o che, una
volta ultimati, a ritenersi gravemente e personalmente impegnato a che vengano
distrutti. Questa responsabilità l'assumano coloro che ci governano a cui,
semmai, compete; e codesti moralisti, sorti così all'improvviso non presumano
d'imporre, con un'autorità che non hanno, simili fardelli sulle spalle
dell'umile operaio che possibilmente, in questo tempo di recessione economica e
conseguente disoccupazione, solo in quel luogo ha trovato lavoro per poter sfamare
la famiglia. Non è onesto scaricare il peso di una situazione così difficile e
complessa sui poveri. Per questo io dichiaro che è moralmente lecito il lavoro
dei nostri operai al campo NATO [...] Mi avrebbero voluto profeta, un profeta
che in nome di Dio potesse dire al popolo: “Lasciati ammazzare disarmato mentre
l'altro ti sta sparando, è immorale difendersi!”. Io questo non sento di dirvi,
cari fratelli, e non dico neppure a voi operai: “Fermatevi, incrociate le
braccia!”.
Quanti lavorate al “Magliocco” non state costruendo
armi, ma case. Assistiamo a volte a fenomeni piuttosto strani. Vi sono di
quelli che fuori del loro ambiente gridano con accesi toni profetici il loro
dissenso al sistema difensivo occidentale e, proclamando con fermezza il disarmo
militare, s'illudono di essere i grandi artefici della pace. Le stesse persone,
però, nel loro ambiente e quando v'è pregiudizio per le loro persone non
muovono le labbra per condannare le fabbriche di armi che hanno a due passi da
casa o per denunciare l'ignobile mercato che se ne fa anche in Italia ai danni
dei paesi sottosviluppati. Bisogna essere coerenti con il Vangelo e con se
stessi».
Dal canto loro, i firmatari della Lettera aperta
ai cristiani di Ragusa denunciarono l'ambiguità della presenza di una
chiesa intitolata a «Cristo, nostra pace» all'interno di un campo militare la
cui costruzione costituiva, oltre che «un colossale errore politico (anche) il
segno della più grave perversione che l'uomo abbia mai conosciuto nella sua
storia plurimillenaria».
«A nostro giudizio, giustificare o minimizzare, sul
piano morale, il possesso di armi nucleari, significherebbe non soltanto
aderire ad un'aberrante concezione dei rapporti internazionali ma anche e soprattutto,
negare la realtà stessa di Dio creatore, amante della vita e delle sue opere.
[…] La chiesa di Dio che è in Ragusa, nonostante le insistenti sollecitazioni
rivolte al vescovo da sacerdoti e laici, non si è ancora pronunciata sulla base
missilistica di Comiso. Le uniche prese di posizione ufficiali finora
registrate riguardano esclusivamente le critiche alle iniziative pacifiste (ivi
comprese quelle promosse da sacerdoti e laici impegnati), gratuitamente
giudicate "a senso unico". In tal modo ci si è sottratti al dovere
morale e profetico di dare un nome al "vitello d'oro" che si sta costruendo
a Comiso […] Il tempio sarà ironicamente intitolato "Cristo nostra
pace", con la stessa logica con cui duemila anni fa Ponzio Pilato consentì
che sulla croce venissero incise le parole: "Gesù Nazareno Re dei Giudei"
[…] Non è la prima volta che "Erode" mostra interesse per il Messia.
La motivazione ufficiale è quella di sempre: adorare il bambino (Mt 2, 8). Però
l'intenzione vera è un'altra: sbarazzarsi di una presenza tanto scomoda. Non è
la prima volta che il tentatore sfida la santità del Figlio di Dio chiedendogli
di prostrarsi davanti a lui in adorazione nella prospettiva del possesso di
"tutti i regni del mondo con la loro gloria" (Mt 4, 8-10). Al contrario
di quanto si vorrebbe far credere, la base di Comiso è solo un luogo di
distruzione e di peccato incapace di esprimere valori positivi e del tutto estraneo
(oltre che alla cultura e al patrimonio di fede della nostra isola) alle più
autentiche istanze di giustizia e di pace presenti oggi nel mondo. I principali
obiettivi dei missili che vi saranno installati sono infatti i paesi in via di
sviluppo, ivi compresi quelli del già tormentato Medio Oriente […]».
L'analogia col gesto di Pilato e il richiamo
all'ambigua religiosità di Erode erano, nelle intenzioni degli autori della Lettera
aperta, metaforicamente attribuite alle autorità della Nato, e non a mons.
Rizzo come invece si pensò negli ambienti della curia diocesana. Del resto, si
apprese solo in un secondo tempo che il titolo della chiesa era stato proposto
proprio dal vescovo. Inoltre, il documento contestava al massimo responsabile
della diocesi di avere proceduto a quella benedizione sulla base di un
ordinario atto amministrativo, che non teneva conto della peculiarità della
situazione, e senza alcuna preliminare consultazione dei suoi più stretti
collaboratori e del Consiglio presbiterale. Infine, precisando di non avere
voluto con la loro critica alla benedizione solenne di quella prima pietra
«negare il diritto dei militari all'assistenza religiosa» - che a loro giudizio
andava «proposta in forme nuove e programmata comunitariamente a livello
diocesano» - espressero «il loro dolore per il fatto che il gesto del vescovo,
così com'era stato posto, appariva a molti credenti e non credenti come la
legittimazione dei missili»
Quest'ultimo rilievo fu suggerito dal timore che la
partecipazione ufficiale del vescovo alla cerimonia - al di là delle effettive
intenzioni pastorali che l'avevano ispirata - potesse essere percepita
all'esterno della diocesi come una scelta simmetrica alle valutazioni soggettive
con cui mons. Rizzo, contestualmente alla condanna morale dei missili in quanto
tali, aveva più volte ostentato un orientamento personale palesemente filoccidentale,
censurando tutte le iniziative dei pacifisti e giustificando sotto il profilo
politico-militare il piano di riarmo predisposto dalla Nato («se li togliessimo
[i missili] solo da una parte, daremmo spazio alla parte avversa, all'avversario,
e questo non sarebbe giusto»).
Peraltro l’ipotesi dell’ispirazione fondamentalmente “politica” delle scelte
operate dal vescovo trova un significativo riscontro proprio in quel suo
richiamo alla categoria dell’«avversario», che in ambito pacifista era ritenuto
poco evangelico e poco ecclesiale. I firmatari della Lettera aperta
chiedevano infine un riesame del «nulla osta» vescovile alla costruzione della
chiesa, la «restituzione» ai poveri della somma di quattro miliardi già
stanziata per la costruzione di quella struttura e l'organizzazione di «un
convegno diocesano, aperto a tutto il popolo di Dio, per un'adeguata analisi
dei problemi posti dalla costruzione della base missilistica»
1.7. Su tutta quella vicenda gli altri vescovi
siciliani adottarono un atteggiamento di disimpegno e di indecifrabile silenzio
che fu mantenuto, malgrado le aspettative della curia iblea, perfino nel corso
del convegno delle Chiese di Sicilia «Una presenza per servire - Le Chiese di
Sicilia a 20 anni dal Concilio verso il 2000» (Acireale 25 febbraio-1 marzo 1985).
Emblematico appare quanto, al riguardo, ebbe a scrivere mons. Giovanni
Battaglia, presidente della Caritas e coordinatore responsabile del Comitato
diocesano per il Convegno delle Chiese di Sicilia, in una nota di cronaca
pubblicata, a conclusione del convegno, sul Bollettino Ecclesiastico della
Diocesi di Ragusa: «Sul piano delle emergenze non è stato taciuto il peculiare
problema della base missilistica di Comiso, che tanto affligge la nostra
Chiesa, per la non sempre univoca interpretazione dei problemi da essa indotti
e delle strategie pedagogiche e pastorali da adottare per educare alla pace il
nostro popolo senza entrare nello specifico di problemi per i quali la Chiesa
non ha né la competenza né la forza di intervenire. In proposito nella relazione
venne espressamente lamentato che “La Chiesa Ragusana, riguardo alla base
missilistica, lamenta di essere stata lasciata sola, di non aver avuto il
conforto incisivo delle altre Chiese sorelle”».
Non sfuggirà la sostanziale convergenza di tale
rilievo al motivo centrale del messaggio che qualche anno prima era stato
inviato ai vescovi siciliani dai partecipanti al convegno Invece dei missili.
Ritengo che il «silenzio» dell'episcopato italiano - forse causa e insieme
effetto delle scelte operate dalla Chiesa ragusana - costituisca uno dei nodi
storici e storiografici tuttora irrisolti di tutta la questione della base
missilistica a Comiso.
In vista della stesura della presente relazione ho
chiesto direttamente a mons. Rizzo di potere accedere al suo archivio personale,
oltre che per una più esauriente esposizione dei fatti, anche al fine di porre
la mia delicata indagine al riparo dal possibile rischio dell'analisi parziale
e unilaterale. Purtroppo le sue non buone condizioni di salute, unitamente alla
necessità di una migliore sistemazione della massa di documenti da lui raccolti
in ventisette anni di ministero episcopale, non gli hanno ancora consentito di
esaudire la mia richiesta. Pertanto, in mancanza di più solidi supporti
archivistici, ho dovuto circoscrivere il mio impegno di ricerca entro il
ristretto perimetro dell’esame dei dati «ufficiali» già acquisiti e
dell'opportuna riflessione sui nodi ancora irrisolti della «questione-Comiso».
Introducendo il testo della già citata intervista
concessa da mons. Rizzo al settimanale Il Sabato, G. Di Fazio accennò a
vari tentativi fatti dal presule «per sollecitare i suoi confratelli italiani a
promuovere un'azione comune. Come nell'ultima assemblea generale della CEI -
aggiungeva Di Fazio - dove il suo appello è stato favorevolmente accolto».
L'intervistatore (presumibilmente già informato dallo stesso mons. Rizzo) si
riferiva con tutta probabilità all'assemblea ordinaria annuale della CEI che si
era svolta a Roma nei giorni 11-16 aprile 1983; dunque, parecchi mesi prima
della tanto discussa cerimonia di benedizione della prima pietra della costruenda
chiesa nella base Nato di Comiso.
Poiché l'auspicata «azione comune» non ci fu - o, nel
migliore dei casi, si espresse solo in modo indiretto e privato - sembra oggi
ragionevole porre qualche domanda: perché l'appello lanciato da mons. Rizzo
restò circoscritto entro quel particolare ambito assembleare e non si tradusse
mai in una presa di posizione ufficiale da parte né della CEI né della
Conferenza Episcopale Siciliana? Cautele ispirate dall'«alto» (dalla S. Sede) e
precedentemente concordate tra mons. Rizzo e tutti gli altri vescovi o presa di
distanza da talune scelte, di merito e di metodo, poi operate dal vescovo di
Ragusa e che altri settori dell'episcopato non condivisero? Presenza di linee
non convergenti all'interno della CEI o sottovalutazione della «questione-Comiso»
come problema pastorale di tutta la chiesa italiana? Volontaria autoesclusione
del superiore organismo episcopale da un dibattito che, a tratti, mostrò la
tendenza a scadere su un terreno di confronto riconducibile a problematiche
interne alla diocesi iblea?
Per quanto riguarda poi i termini del dissenso che,
all'inizio degli anni '80, contrappose mons. Rizzo al movimento per la pace, occorre
ricordare che la base missilistica fatta installare dalla Nato e dal Governo
italiano nel territorio ibleo fu solo l'occasione e il fattore scatenante di un
confronto dialettico tra due culture assai diverse e difficilmente componibili
che in altri momenti e in altre sedi erano già approdate a ben più radicali
espressioni di reciproca delegittimazione. A tutto ciò si aggiunga l'insieme
degli elementi connessi al particolare stile pastorale di mons. Rizzo il quale,
al tempo della disputa sulla base Nato di Comiso, interpretava ancora il
proprio ruolo ispirandosi ad una definizione di chiesa già da lui illustrata,
fin dall'inizio del suo ministero episcopale (1974), mediante un «organigramma
a cerchi concentrici» che collocava il vescovo nella zona centrale e tutti gli
altri organismi diocesani nelle fasce periferiche. Nella sezione di quello
stesso documento dedicata alle «note esplicative dell'organigramma» il nuovo
pastore della diocesi aveva precisato di avere voluto in tal modo proporre
un'immagine di «chiesa comunionale», alternativa ai vecchi e ormai superati
modelli di tipo «piramidale e verticistico», e di volersi nel contempo
impegnare a «tenere in gran conto la collaborazione e la corresponsabile
partecipazione di tutti i membri della comunità ecclesiale».
Sul piano della prassi però quella dichiarazione
programmatica si era spesso tradotta, e continuò a tradursi anche negli anni
successivi, in una sorta di “centralismo direttivo e unidirezionale” (dal
vescovo alla diocesi) che molto spesso lo aveva indotto a proporsi come
interprete unico delle più delicate emergenze diocesane. Muovendo da tale
presupposto, mons. Rizzo affermò che l'assemblea diocesana straordinaria sui
problemi posti dalla base Nato di Comiso, benché richiesta da numerosi sacerdoti
e laici, non presentava a suo parere alcun carattere di necessità: «su tale
argomento - era solito dire - non c'è nulla da discutere e tutto è già definito
dal magistero sociale della Chiesa». Da qui, pure il suo atteggiamento di insofferenza
e di diffidenza nei confronti dei pacifisti (e in generale verso ogni
esperienza di movimento non direttamente controllabile dalla Chiesa o dalle
autorità civili e militari) che
egli assimilò, in modo sommario, all'ideologia marxista e al fronte abortista,
sostenendo che le loro «vie della pace» dovevano essere nettamente separate da
quelle proprie della comunità ecclesiale.
Questa definizione del ruolo della gerarchia e del
suo rapporto col mondo politico e sociale non poteva non scontrarsi col diverso
stile e con la diversa cultura del movimento per la pace o, quanto meno, di alcuni
settori di esso i quali - a prescindere dal loro specifico orientamento sulla «questione-Comiso»
- portavano avanti da vari anni un programma di rinnovamento ecclesiale e
sociale non congruente alla mentalità di mons. Rizzo e che in buona misura si
ispirava al percorso culturale delle «Comunità di base». Non fu un caso che i
due percorsi si divisero, fino a contrapporsi, non tanto sul valore in sé della
pace, ma - come spiegherò meglio più avanti - sulla sua dimensione culturale:
il massimo responsabile della diocesi e i parroci di Comiso sottovalutarono il
problema della ricerca del «linguaggio» più idoneo a esprimere la condanna dei
missili, mentre i pacifisti identificarono quell'aspetto come un momento
centrale del processo di costruzione della pace. La divaricazione, ideale e di
metodo, che sulla «questione-Comiso» si venne a determinare tra mons. Rizzo e
il movimento per la pace trova in questo diverso retroterra ecclesiale e culturale
la sua ultima e più profonda spiegazione.
2. Tra politica, diplomazia e
profezia
Nella medesima pagina 11 del già citato n. 10-16
dicembre 1983, il settimanale di «Comunione e Liberazione» Il Sabato
pubblicò, a fianco dell'intervista di mons. Angelo Rizzo («La pace vera non è
pacifista»), un servizio di M. Carcano dal titolo «Il Papa e Craxi gettano due
ponti sul Tevere» dedicato all'incontro tra Giovanni Paolo II e il
neo-presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Craxi. I due testi vanno
interpretati nella loro (intenzionale?) configurazione sinottica. Infatti, alle
tesi sostenute da mons. Rizzo (duro giudizio morale sui missili in generale, da
lui definiti «bubboni purulenti», realismo politico come presupposto del «dover
convivere coi missili», svalutazione morale e culturale del movimento per la
pace) facevano
da contrappunto le riflessioni di M. Carcano il quale, ricostruendo - sulla
base di semplici illazioni personali - il contenuto del colloquio tra il Papa e
Craxi, scrisse: «In primo luogo viene naturalmente il tema della pace.
Con grande realismo la Chiesa cattolica non ha mai sottovalutato il problema
dell'equilibrio degli armamenti e non ha mai creduto che la lotta per la pace
si risolvesse in un appello sentimentale al disarmo unilaterale dei due». Non
meno significativo è quanto si legge nel servizio di Carcano a proposito del
Concordato, da lui ipotizzato come secondo argomento del colloquio e interpretato
in termini di reciproco, benché non univoco, interesse: morale quello del Papa,
contingente e politico quello di Craxi.
L'autore concludeva il proprio servizio giornalistico con un'altra importante
annotazione: «Infine si può pensare che, cessate le strumentalizzazioni di
parte dei mesi passati, in questo contesto si sia avviata ad una ragionevole
soluzione anche la vicenda Ior-Banco Ambrosiano».
L'operazione tentata da Il Sabato, a
prescindere dalle effettive intenzioni della Redazione e dalle valutazioni personali
dei suoi singoli collaboratori, offre un'utile sintesi degli eventi politici e
diplomatici che all'inizio degli anni '80 fecero da sfondo al dibattito
relativo alla base missilistica di Comiso. Un dato comunque è certo: il «problema-Comiso»
esplose in un momento in cui la Santa Sede era impegnata nella costruzione di
un delicato sistema di rapporti diplomatici con i governi italiano e
statunitense. Basti ricordare che il 10 gennaio 1984 (proprio nei giorni in cui
in Sicilia infuriavano le polemiche sull'erigenda chiesa nella base Nato di Comiso!)
fu contemporaneamente annunciata a Washington e in Vaticano la decisione della
Santa Sede e degli Stati Uniti d'America «di stabilire tra loro relazioni
diplomatiche, a livello di nunziatura apostolica da parte della Santa Sede e di
ambasciata da parte degli Stati Uniti d'America, a partire dal 10 gennaio
1984». Tre
giorni dopo, giunse a Roma William Wilson in qualità di primo ambasciatore
designato dagli Stati Uniti presso la Santa Sede.
Allo stesso periodo risale la conclusione delle trattative per la revisione del
Concordato del 1929 tra la Chiesa e lo Stato italiano. Il testo del nuovo
accordo fu firmato, com'è noto, il 18 febbraio 1984.
Infine, le implicazioni politiche e diplomatiche del caso «Banco Ambrosiano-IOR»
sono facilmente intuibili e del resto trovano un significativo riscontro nella
fitta trama di contatti che su tale argomento furono stabiliti tra le autorità
italiane e quelle vaticane.
Allo stato attuale non ci è dato sapere se e in che
misura quelle vicende influirono sull'atteggiamento assunto dalla Santa Sede e
dall'episcopato italiano nei confronti della base missilistica di Comiso. Fino
all'acquisizione di dati sicuri e definitivi, l'analisi storica potrà solo
registrare la concomitanza dei fatti, formulare qualche fecondo interrogativo e
avanzare una ragionevole ipotesi di lavoro sui possibili motivi ispiratori di
quella linea di prudenza che sul ‘caso Comiso’, a differenza della più netta
presa di posizione sulla legge dello Stato che consentiva l'interruzione della
gravidanza (confermata dal referendum del 17 maggio 1981), caratterizzò
l'orientamento di quasi tutto l'episcopato italiano.
I numerosi gruppi aderenti al movimento per la pace
chiesero ai vescovi un linguaggio più “profetico” e una più severa ed esplicita
condanna, oltre che dei missili nucleari in quanto tali, della stessa logica
politica e militare che li aveva generati. Occorre tuttavia chiedersi se nel
concreto contesto storico in cui tale dibattito si sviluppò era realistico
ipotizzare una diversa modalità d'intervento che avrebbe esposto la Chiesa al
rischio di una sua grave marginalizzazione proprio in quell'area
politico-diplomatica che - a fronte del più problematico rapporto con il blocco
sovietico - garantiva ai vertici ecclesiastici una più ampia sfera di azione e
un'effettiva libertà di espressione. Più in generale, la domanda riguarda il
linguaggio della profezia e la possibilità che essa si adatti - oltre che
all'immediatezza del «movimento» - anche ai canali, ai vincoli e ai ritmi
propri dell'«istituzione».
3. Il conflitto delle
interpretazioni
3.1. Presentando su La Civiltà Cattolica le
due anime del pacifismo cattolico, F.
Lombardi sottolineò l'esigenza del dialogo e della reciproca comprensione:
«Bisognerà rinnovare gli sforzi per capirsi, allargare e approfondire
prospettive intellettuali e spirituali, vedere dove c'è vera incompatibilità e
dove piuttosto complementarità. È il compito aperto della costruzione
quotidiana della pace nell'informazione, nella formazione, nella ricerca
spirituale; perché - effettivamente - marciare non basta, o meglio, marciare
fisicamente non può essere che il simbolo di un continuo marciare
intellettualmente e spiritualmente». Mi
pare di potere affermare che a Comiso quell'istanza non fu raccolta e che
l'auspicato sforzo di elaborazione del ‘simbolo comune’ cedette il passo -
dall'una e dall'altra parte - ora all'analisi parziale ora al bisogno di
affermazione dei rispettivi modelli culturali e politici di riferimento.
F. Lombardi aggiunse che «il fatto che non tutti
ritengano oggi di poter convergere a proposito di un tema così tendenzialmente unitivo
come la pace, è oggettivamente una sfida che non può lasciare tranquilli né gli
uni né gli altri». A mio
parere però la divergenza era inevitabile e, al di là della specifica questione
dei missili a Comiso, era riconducibile a visioni teologiche, politiche e
pastorali assai diverse e, per certi versi, contrapposte. Il conflitto fu
dunque reale e talvolta anche duro ma, più che su questo o quell'altro aspetto
particolare del «problema-Comiso», esplose in modo vivace soprattutto sul piano
culturale delle preliminari definizioni e delle interpretazioni.
Per fermarci ad un esempio, mons. Rizzo e i parroci di Comiso ritennero che la
presenza di una chiesa nella base Nato, con la dedica a «Cristo nostra pace»,
costituisse da sola il più idoneo e più pregnante segno di contestazione di ogni
progetto di guerra nucleare. Dal canto loro, i pacifisti sostennero invece che
quella funzione profetica sarebbe stata meglio assicurata da un tempio posto al
di fuori della base nucleare, come luogo di incontro sia dei militari che dei
comuni cittadini (e degli stessi pacifisti) e che, in quel particolare contesto
storico segnato da una diffusa ribellione morale e civile nei confronti delle
armi nucleari, l'iniziativa «religiosa» della Nato e la partecipazione
ufficiale del vescovo erano, se non da censurare in assoluto, da considerare
inopportune quantomeno nella forma in cui erano state progettate ed attuate.
3.2. La divergenza non riguardò solo la costruzione
della chiesa nella base militare, ma si estese anche al problema più generale
della scelta delle sedi in cui manifestare per la pace. Da una parte i
cattolici aderenti al movimento identificarono Comiso come “luogo teologico” e
di sfida profetica all'«idolo nucleare»; dall'altra parte il vescovo di Ragusa
sostenne che occorreva manifestare non davanti alle basi militari, bensì nei
luoghi politici della loro progettazione e nelle principali capitali del potere
internazionale. Si
deve inoltre ricordare che mons. Rizzo vedeva dietro a tutte le manifestazioni pacifiste
l'ombra dell'Unione Sovietica e del Pci e che pertanto gran parte dei suoi
giudizi sulle iniziative pacifiste erano di fatto mediate da questa sua
particolare precomprensione. Fu così che, fra l'altro, si giunse perfino alla
proposta di una sorta di rovesciamento del linguaggio simbolico: ai pacifisti
si suggeriva di «marciare a Varsavia» per contestare la base missilistica di Comiso,
mentre nella città siciliana dei Cruise furono organizzati (e sostenuti dallo
stesso vescovo) dibattiti e manifestazioni «pro Polonia». Per la verità, mons.
Rizzo era tutt'altro che insensibile al valore del segno di pace posto, oltre
che nelle sedi del superiore potere politico, anche nelle basi militari; tant'è
che giustificò il progetto dell'erigenda chiesa all'interno del «Magliocco» con
una motivazione che oggettivamente era affine al linguaggio e alle iniziative
dei pacifisti: «dedicare a “Cristo nostra pace” una chiesa in una base di
missili è una provocazione di fede, una forma quasi paradossale di preghiera:
“Tu che sei il Dio della pace, proprio qui devi farti valere”».
Oggi sembra ragionevole chiedersi come sia stato
possibile sostenere l'inutilità della scelta pacifista di Comiso come luogo di
contestazione delle armi nucleari, col contestuale invito a marciare nelle
capitali del potere mondiale, affermando al tempo stesso l'efficacia profetica
di una «provocazione di fede» rivolta dal vescovo al «Dio della pace»
all'interno della base comisana («proprio qui devi farti valere»). In
virtù di quale presupposto teologico o politico, al vescovo era consentito
contestare i missili dall'interno della base militare, mentre i pacifisti avrebbero
dovuto orientare le loro manifestazioni verso sedi molto distanti da Comiso? La
contraddizione, forse sfuggita allo stesso mons. Rizzo, può essere tuttavia
facilmente risolta se si pensa che a Comiso i simboli della pace furono
definiti all'interno di prospettive culturali e politiche diverse e talora
contrapposte: il «segno di contraddizione» posto da mons. Rizzo puntava solo
alla radice morale del problema dei missili,
scavalcando il piano intermedio delle decisioni governative e parlamentari che
ne avevano reso possibile l'installazione; i pacifisti invece marciavano a Comiso
- oltre che in altri «punti caldi» del continente europeo - non solo per
meditare sulla radice morale dell'odio e della violenza, ma anche per
protestare in modo simbolico contro il progetto missilistico nel suo complesso,
e in posizione dialettica anche nei confronti delle scelte operate dalle
autorità della Nato e ratificate dal Governo italiano.
3.3. Del resto, un altro terreno di scontro (anche in
ambito ecclesiale) fu proprio quello politico e militare. I cattolici che in
qualche modo approvarono l'iniziativa della Nato, respinsero la prospettiva del
disarmo unilaterale, richiamandosi al principio della deterrenza già enunciato
dal Concilio e riproposto negli ultimi anni da Giovanni Paolo II e da varie
conferenze episcopali. Di ben
altro avviso furono i movimenti per la pace i quali segnalarono sia l'ambiguità
che il carattere illusorio di quel progetto, tenuto anche conto dell'impossibilità
- specie a partire dalla direttiva n. 59 del presidente americano Carter - di
interpretare in termini di «strategia della dissuasione» il piano di riarmo
atomico predisposto dalla Nato, che varie e autorevoli fonti politico-militari
tendevano invece a collocare nella nuova prospettiva della cosiddetta «guerra
di teatro» tutta orientata verso obiettivi determinati. Al riguardo, era
opinione diffusa tra i pacifisti che la base di Comiso fosse strategicamente
collegabile all'ipotesi di un possibile scontro programmaticamente circoscritto
al bacino del Mediterraneo, al Nord Africa e al Medio Oriente. D'altro canto si
riteneva da parte pacifista che il giudizio di «legittimità morale» della
strategia della dissuasione formulato dal Magistero indicasse solo un limite
massimo di possibilità consentite, comunque non vincolante in coscienza per
chi, nella gravissima prospettiva pratica di una guerra nucleare, non intendeva
desumere le proprie analisi e i propri modelli di comportamento da un'astratta
- ancorché autorevole - enunciazione dottrinale. La corsa al riarmo era poi
generalmente vista come la conseguenza inevitabile di un più generale conflitto
ideologico che collocava le due superpotenze in una dimensione, oltre che
politica e militare, anche etica e quasi metafisica.
È nota l'espressione «impero del male» rivolta all'Urss dal presidente
americano Ronald Reagan al quale, dal canto loro, i movimenti per la pace
attribuivano una visione tendenzialmente totalizzante sia sotto il profilo
politico che in ambito religioso.
3.4. Tutt'altro che convergente fu poi nel mondo
cattolico il giudizio sui movimenti pacifisti, sul loro linguaggio, sulla loro
particolare forma di impegno per la pace (che si estrinsecava anche attraverso
le marce e le manifestazioni di massa), e sul ruolo svolto al loro interno dai
cattolici che vi aderirono o che ne furono i principali promotori. Da una parte
si guardò ad essi con diffidenza e dall'altra non mancarono voci, anche autorevoli,
che ne evidenziavano i meriti e l'efficacia. Secondo mons. Rizzo, le
manifestazioni di massa erano inutili, ambigue e maggiormente esposte alla violenza
e alla strumentalizzazione politica, mentre per il vescovo di Molfetta mons.
Tonino Bello l'impegno del movimento per la pace era «Buona Notizia che la pace
è ancora possibile ed è un dovere per tutti proclamarla [soprattutto in un
momento difficile come questo] in cui molti pensano che oggi questa moda di
discorrere sulla pace stia calando, tanto non serve a niente…». Non meno positivo
fu l'orientamento dell'arcivescovo di Palermo card. Salvatore Pappalardo il
quale, rispondendo all'invito rivoltogli dai tre sindacati Cgil-Cisl-Uil e
dalle Acli in occasione della marcia regionale del 29 novembre 1981 a Palermo,
scrisse: «Richiesto di un messaggio in occasione della manifestazione per la
pace, lo invio volentieri con l'augurio di larga e convinta partecipazione.
Come si potrebbe non essere solidali su un tema di così fondamentale
importanza?»
Il motivo profetico della «pace possibile», enunciato
da mons. Bello, fu condiviso e sviluppato a Comiso dalla Comunità parrocchiale Maria
SS. Annunziata (una delle due maggiori chiese della città) la quale, a partire
dalla Pasqua del 1979, «volendo aderire anche con modalità proprie - scrive
mons. Giovanni Battaglia - al vasto movimento pacifista di sensibilizzazione
alla pace […] orientò tutto il discorso pedagogico, culturale e di evangelizzazione
sul tema della pace, della giustizia, del rispetto della vita, ecc..». Nella
Pasqua del 1982 la medesima comunità predispose un denso programma di iniziative
culturali, artistiche e di solidarietà «che, durante tutto l'arco dell'anno
accompagnarono e scandirono i vari tempi liturgici e anche le fasi civili».
Furono indetti due concorsi, uno artistico (per il manifesto della Pasqua Comisana)
e uno letterario, su scala nazionale, incentrato sul tema: «La speranza è la decisione
militante di vivere con la certezza che noi non abbiamo esplorato tutti i possibili,
se non tentiamo l'impossibile» (R. Garaudy). Alla luce di quest'affermazione
«si chiedeva di individuare quale altra via, alternativa alle armi, sembrava
possibile, per organizzare una difesa civile e non violenta della pace». Fu
inviata copia del manifesto con lettera d'invito a tutte le testate televisive
e della carta stampata a livello nazionale e alle comunità cristiane di tutta
Italia. All'invito risposero con messaggi di adesione simbolica anche parecchi
vescovi e prestigiosi esponenti del mondo della cultura e della politica. Su
quella scia, il celebre pittore comisano Salvatore Fiume si fece a sua volta
promotore di un altro concorso per un nuovo manifesto della pace «a più alto
livello artistico, nell'intento di fondare a Comiso un “Museo della Pace”, dove
si sarebbero dovute raccogliere opere di artisti famosi». Il programma di educazione
alla pace sviluppato dalla Parrocchia dell'Annunziata culminò nella festa della
«Pace» che fu celebrata, secondo la tradizione comisana, in coincidenza con la
Pasqua del 1983.
Invece negli interventi del vescovo di Ragusa fu
sistematico il tentativo di porre una netta linea di demarcazione tra le iniziative
del movimento per la pace (da lui definite «pacifismo unilaterale, a senso
unico, propagandato dai pacifisti che calano dal Nord
[e stimolato] da una vera psicosi della paura e da una forma di isterismo collettivo
collegabile, forse, al vuoto di ideali, al nichilismo disfattista imperante») e
l'atteggiamento - a suo parere, più lucido e più pacato - della comunità comisana,
e più in generale di tutta la diocesi iblea, nell'ambito della quale, affermò
il vescovo, «il panico non è così generalizzato come si vorrebbe far credere. E
non per ignoranza delle persone. Sono informate sia dei pericoli che della
follia e dello scandalo costituiti dalle spese per le armi di morte».
Di opinione opposta era, al riguardo, L. Sciascia il quale nella citata
intervista affermò: «Proprio in questi giorni sono stato nel Ragusano e ho
visto gente atterrita. A parte forse qualche commerciante che si illude, io ho
visto persone veramente spaventate: l'impiegato, il professore…».
La definizione del pacifismo come fenomeno estraneo
alla cultura del popolo siciliano è implicitamente presente anche in L. Sciascia
secondo il quale «in Sicilia i pacifisti [erano] visti piuttosto male. È sempre
la solita storia - affermò lo scrittore - i siciliani non tollerano
l'intrusione di altri nelle loro faccende. E poi questo mondo del pacifismo
esteriore, conclamato è pittoresco e irritante».
Come si può notare, la tesi di Sciascia - pur muovendo da presupposti autonomi
- era, sotto il profilo della critica al pacifismo, sostanzialmente convergente
alle valutazioni di mons. Rizzo. Si coglie nell'analisi dello scrittore (come
in quella di mons. Rizzo) la tendenza a formulare la questione dei missili in
modo riduttivo in termini di «faccenda propria dei siciliani» o, più
semplicemente, dei comisani.
In quel contesto sfuggì a Sciascia la necessità di
interpretare la presenza della base Nato a Comiso secondo categorie non
riconducibili a taluni «tópoi letterari», notoriamente presenti nella sua
produzione culturale, che lo spingevano a inglobare tutto (fatta eccezione per
il linguaggio, a suo parere intrusivo e irritante, dei pacifisti) nell'immagine,
a lui congeniale, della Sicilia come metafora e come luogo di «una non
violenza tutta introversa che genera e assicura la violenza esterna» – da lui
riproposta nel corso del convegno Invece dei missili che egli, pur
criticandola, aveva - forse inconsciamente - introiettata. Nessuna meraviglia,
dunque, se poi il mondo del «pacifismo esteriore e conclamato» gli apparve
«pittoresco e irritante» e che nella sua breve analisi risultarono del tutto
assenti sia la dimensione internazionale del problema di una possibile guerra
nucleare sia il conseguente diritto di ogni «cittadino del mondo» a marciare
anche a Comiso (con o senza il consenso dei siciliani).
Coloro i quali si opposero al programma di
militarizzazione del territorio ibleo evidenziarono inoltre i gravi rischi
rappresentati dai Cruise per l'economia e per la stessa integrità morale e
sociale delle popolazioni ragusane. Mons.
Rizzo non si impegnò molto su quel piano di lettura e preferì piuttosto
insistere sui presunti riflessi negativi della presenza dei pacifisti nel
territorio ibleo. Particolarmente duro nei confronti del movimento per pace fu
il suo messaggio natalizio del 1982 nell'ambito del quale - riproponendo le
critiche già mosse ai pacifisti nel discorso del 16 dicembre - affermò che
«questa terra violentata per la scelta operata, con la ferita al fianco della
base in costruzione non gradisce, forse, di essere con tanta frequenza
calpestata dai piedi impietosi dei marciatori e molestata dalle grida scomposte
ispirate più dalla violenza e dall'odio di parte che non dall'amore per la
pace». E dopo
avere ribadito il suo personale convincimento che l'epica lotta tra le due
contrapposte potenze si sarebbe risolta in Polonia «la più orientale delle
nazioni occidentali e la più occidentale delle orientali», rivolse ai pacifisti
un invito: «Si guardi, dunque, a Varsavia e non a Comiso. Si marci verso
Ginevra o Bruxelles e le pressioni sociali si facciano sulle piazze di Mosca e
New York! Che ci si lasci in pace!».
Generalizzando singoli episodi o fenomeni
circoscritti ad alcune frange di cosiddetti pacifisti, l'avversa propaganda
politica tentò di screditare il movimento nel suo insieme presentandone i programmi
e le iniziative in termini di «pacifismo parziale e a senso unico».
E ciò, malgrado che i documenti prodotti dal movimento attestassero il rifiuto
coerente e convergente di tutto il piano di riarmo deciso dai governi e la
condanna di tutti i missili, sia gli occidentali Pershing e Cruise sia i
sovietici SS20. Occorre partire da queste premesse se si vuole interpretare in
modo corretto l'effettiva ispirazione dell'ondata di pacifismo che negli anni
'80 attraversò il vecchio continente e spinse milioni di persone a protestare
apertamente, oltre che nelle principali capitali europee, anche davanti alle
basi militari in cui il piano di riarmo deciso dai governi stava trovando concreta
attuazione.
A sostegno dell'accusa di unilateralità e di
subalternità politica rivolta al movimento per la pace si citavano fonti bene
informate che attestavano in modo irrefutabile l'esistenza di una regia
sovietica ispiratrice e manipolatrice di tutte le iniziative degli «ingenui
pacifisti». Oggi,
a distanza di quasi un ventennio, il giudizio può forse essere formulato in
modo più distaccato e sereno. Non sarebbe infatti ragionevole negare,
all'interno di un fenomeno così vasto e incontrollabile, come quello del
pacifismo degli anni '80, la presenza di contaminazioni politiche e
ideologiche, di infiltrazioni esterne e di tentativi di strumentalizzazione
messi in atto dall'Urss. Anzi, da un recente studio di Fabio Giovannini risulterebbe
che Markus Wolf, ex capo della temutissima «Stasi», aveva fra l'altro anche il
compito di gestire «l'appoggio, nel 1981, al gruppo dei "Generali per la
pace", ex ufficiali della NATO passati a posizioni pacifiste.
Tra costoro l'italiano Nino Pasti, col suo gruppuscolo “Lotta per la pace”.
Secondo M. Stefanini «La massa di mezzi ostentata dal
gruppuscolo di Pasti, forse per “ricattare” il Pci, dimostra che l'Urss,
pompava alla campagna soldi in maniera diretta. I documenti del “dossier Bukovski”
permettono di ricostruire alcune vicende di quel Fondo della pace, creato dal
governo sovietico con 400 milioni di rubli l'anno, dei quali almeno 140 erano
spesi direttamente in Occidente. Al cambio di allora, 35 milioni di dollari».
Tuttavia questa doverosa constatazione non può essere correttamente utilizzata
a sostegno di una ricostruzione storica dei fatti che tentasse di risolvere
tutto il movimento pacifista in un'unica matrice ideologica e politica,
sorvolando sull'assoluta autonomia dei percorsi culturali e degli stili
espressi dai numerosi gruppi che ne furono protagonisti effettivi.
Peraltro, tale operazione non sarebbe immune dal
rischio di forzature interpretative e di un'illegittima sovrapposizione di due
categorie sociologiche (il «movimento» e l'«istituzione») che vanno invece
nettamente distinte, collocandosi l'una, per sua stessa definizione, in una
posizione diversa e spesso dialettica rispetto all'altra. L'assoluta impossibilità
di assimilare i due piani appare poi ancora più evidente se il «movimento» si
sviluppa in un ambito democratico mentre l'«istituzione» si identifica con un
regime dittatoriale. Di più: un blocco politico e militare di natura
dittatoriale che, sia pure per opportunistiche considerazioni strategiche, si
fa ispiratore di iniziative pacifiste è costretto - lo voglia o no, ne sia
consapevole o no - a farsi promotore di una cultura che gli è estranea e che
non può non agire al suo interno, in senso evolutivo, come motivo di crisi e di
dissoluzione dello stesso impianto politico che lo sorregge. Non è un caso, per
citare un esempio assai emblematico, che i pacifisti tedeschi che pochi anni
prima avevano protestato in Germania contro gli euromissili nelle strade e
nelle piazze di Bonn, nel 1989 si siano poi trovati insieme con le migliaia di
giovani che nell'ex DDR si erano organizzati attorno alla «Getsemanikirche»
(chiesa evangelica del Getsemani) contro la dittatura comunista, nel comune
gesto simbolico della demolizione del muro di Berlino.
3.5. Infine, a Comiso la pace non fu un «tema unitivo»
neppure sotto il profilo del comune impegno spirituale. Emersero infatti due
modelli diversi, e per certi versi alternativi, di preghiera: uno proposto dal
vescovo di Ragusa e dal clero di Comiso e l'altro sostenuto da tutti quei
sacerdoti e laici (cattolici e protestanti) che si riconoscevano nelle analisi,
nei metodi e nei programmi del movimento per la pace.
Il primo si sviluppò secondo una linea di impegno quasi esclusivamente spirituale,
mentre il secondo si concretizzò in un'insieme di iniziative che tendevano a
coniugare la tensione interiore con la ricerca, ritenuta altrettanto
necessaria, di gesti visibili e carichi di significati profetici. L'uno identificò
il tempio come il luogo più idoneo all'invocazione della pace, l'altro scelse
lo spazio pubblico (la piazza, la strada e il perimetro esterno al “Magliocco”)
come linea reale e ideale del suo itinerario penitenziale. Il primo puntava
alla condanna degli ordigni nucleari sotto l'esclusivo profilo morale della loro
oggettiva forza distruttiva, ma giustificando - o quanto meno tollerando - la
logica politica che li aveva generati; il secondo tendeva invece a
delegittimare lo stesso progetto politico e militare delle autorità della Nato
e del Governo italiano, collocando la base missilistica di Comiso nella definizione
teologica di “idolo nucleare” che ne svelava l'intrinseca perversione.
In conseguenza della prima lettura, il vescovo di
Ragusa ritenne che gli ordigni nucleari potessero coesistere, nello stesso
perimetro, con un tempio in cui l'invocazione a “Cristo nostra pace” avrebbe
animato la speranza e affrettato il tempo della loro definitiva distruzione;
nella seconda prospettiva invece i pellegrini si fermavano alle soglie dell' “idolo
nucleare” per sfidarne, in nome del Vangelo, l'arroganza e per creare in tal
modo una simbolica e irriducibile zona di separazione in cui il cartello
dell'«Alt, zona militare» posto davanti al cancello d'ingresso del “Magliocco”,
a dispetto delle reali intenzioni che ne avevano ispirato l'installazione, fu
costretto ad assumere anche la funzione nuova di segno di un invalicabile
confine teologico e morale.
Questo saggio è stato pubblicato la prima volta sulla
rivista “Synaxis” XVIII/2-2000.