Per anni la grande bugia è stata quella che il Ponte si sarebbe pagato “da sé”, con i soldi degli investitori privati. Alla vigilia della conclusione della gara per la scelta del General Contractor, l’amministratore delegato della Stretto di Messina S.p.A., Pietro Ciucci, ha però sentito il dovere di precisare che la fattibilità finanziaria del Ponte “si basa su un aumento di capitale della Stretto di Messina di 2,5 miliardi, pari a circa il 40% del fabbisogno complessivo da erogarsi progressivamente in relazione all’avanzamento delle attività di costruzione”.
“Le residue occorrenze finanziarie, circa il 60% dei fabbisogni” - prosegue Ciucci – “saranno coperte attraverso finanziamenti di tipo project finance che saranno rimborsati con i flussi finanziari della gestione”.
A pagare per la costruzione del Ponte sarà pertanto lo Stato attraverso la capitalizzazione della Stretto di Messina, direttamente discendente dalla liquidazione di IRI e Fintecna.
Un’operazione decretata il 28 aprile del 2003 dall’assemblea degli azionisti della S.p.A. e perfezionata fra il 10 e il 22 dicembre del 2004, quando però Regione Calabria e Regione Sicilia, pur confermando l’attenzione al progetto, hanno deciso di non sottoscrivere l’aumento di capitale.
Così oggi il capitale sociale della Società Stretto di Messina è in mano per il 68,8% a Fintecna, e il restante 31,2% ad ANAS (13%), RFI (13%), Regione Calabria (2,6%); Regione Siciliana (2,6%).
Questa ricapitalizzazione smonta le tesi secondo cui non ci sarebbe stato contributo pubblico nel finanziamento dell’opera. I cosiddetti “concedenti” (RFI e ANAS) che hanno fatto l’aumento di capitale della società Stretto di Messina sono soggetti pubblici e l’aumento di capitale è stato fatto solo con i soldi di Fintecna, società interamente pubblica.
Secondo Pietro Ciucci, l’aumento di capitale “coprirà le spese fino ai primi anni di cantiere e la Società Stretto di Messina si rivolgerà solo a partire dal 2008 ai mercati”. Dunque, la società intende portare avanti i lavori con i 2,5 miliardi di cui dispone, per poi ricorrere al mercato per il reperimento degli altri soldi occorrenti a completare l’opera (tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro), quando ciò si renderà necessario.
I dettagli sulle modalità di raccolta dei finanziamenti necessari, e in particolare sulla possibilità di interventi a carico di risorse pubbliche che si potrebbero prospettare in conseguenza di eventi imprevisti, sono contenuti in una convenzione del dicembre 2003 che non è attualmente di dominio pubblico perché ritenuta “documentazione sensibile”. Questa convenzione, firmata dalla Stretto di Messina e dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti il 30 dicembre 2003, regola svariati aspetti della realizzazione e gestione del Ponte, come prescritto dal Dl n. 114 del 24 aprile 2003 [60].
Gli scenari possibili sono tre:
· nel primo il mercato risponde bene e sottoscrive il capitale necessario;
· nel secondo non lo fa, ma subentra lo Stato attingendo a risorse pubbliche;
· nel terzo i fondi non si trovano e l’opera resta incompiuta.
Se si verifica lo scenario più ottimistico, la società si trova comunque ad operare sino al 2008 in assenza di azionariato di controllo (perché i 2,5 miliardi degli azionisti presenti costituiscono il 40 per cento del capitale, o ancora meno se i costi superano i 6 miliardi). Nel caso in cui il mercato non risponde, ma al suo posto risponde lo Stato, “il piano d’azione è insoddisfacente dal punto di vista delle procedure decisionali democratiche: staremmo impegnando risorse pubbliche future, ma senza discuterne, perché formalmente stiamo approvando un progetto privato…” [61].
Se infine il mercato non dovesse rispondere, la situazione sarebbe disastrosa.
Ovviamente ad una risposta favorevole dei mercati non crede nessuno dei più infaticabili sostenitori del Ponte, così il governo Berlusconi ha individuato alcuni escamotage per andare in soccorso ai privati con denaro pubblico.
Nella finanziaria 2005, ad esempio, è stato inserito un articolo che consente la deroga della legge Merloni sugli appalti pubblici, consentendo la cosiddetta “sterilizzazione” dei prezzi di ogni singolo materiale quando esso superi il 10% di quello previsto alla stipula del contratto. Se i materiali subiranno un’impennata superiore al 10%, sarà cioè lo Stato a coprire le differenze di costo [62]. Un buon affare per i signori del Ponte: in Italia il mercato dell’acciaio e del cemento è rigidamente monopolista e le famiglie Rocca e Pesenti - azioniste di Gemina-Impregilo - possono determinarne in qualsiasi momento il prezzo. Si è già rilevato come proprio i costi dell’acciaio incideranno sulla revisione della spesa finale del Ponte che sarà così del tutto “scaricata” sulla parte pubblica.
Più sfacciatamente, il governo Berlusconi ha poi scelto la strada di una Convenzione ad hoc, firmata con le Ferrovie Italiane, per prelevare dai biglietti dei treni una salata “imposta” annuale per trent’anni, e destinarla a finanziare la realizzazione dell’infrastruttura.
In base alla Convenzione le FS pagheranno un canone annuo per far passare i treni sul Ponte: la tariffa sarà di 100 milioni di euro il primo anno e poi andrà ulteriormente crescendo.
Complessivamente, in trent’anni le FS dovrebbero pagare circa 4 miliardi di euro. Nella Convenzione è inoltre previsto che le FS finanzino tutte le opere di collegamento, e che le risorse che attualmente le Ferrovie ricevono dal Ministero delle Infrastrutture per il servizio di traghettamento dei treni (38 milioni di euro l’anno) vengano trasferite alla Società Stretto di Messina. Le Ferrovie hanno inoltre garantito l’aumento di capitale della Società concessionaria del Ponte per una spesa complessiva di circa 800 milioni di euro [63].
Al posto dei tanti investimenti promessi una sola grande opera concentrerà su di sé molti miliardi di denaro pubblico, che verranno così sottratti all’ammodernamento e potenziamento del sistema ferroviario, quanto mai urgente soprattutto nel Mezzogiorno.
Altro escamotage previsto, quello di dirottare alle opere di “contorno” del Ponte sullo Stretto una parte dei finanziamenti previsti nel budget statale per la salvaguardia del patrimonio storico ed artistico.
Il 4 novembre 2004, il ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi e quello dei Beni Culturali e Ambientali Giuliano Urbani, presentando i programmi finanziati in ambito ARCUS - la società a capitale pubblico nata per gestire il 3% delle risorse statali in opere “culturali”-infrastrutturali (circa 56 milioni di euro nel 2004) - hanno fatto sapere che una parte di queste risorse sarà destinata alla realizzazione nell’Area dello Stretto, di “musei, parchi archeologici, centri di accoglienza turisti, centri commerciali e alberghi, ristoranti e negozi di cui alcuni issati sulle due torri alte 382 metri ai lati della campata”.
Grande sponsor dell’operazione di destinazione dei fondi per la difesa del patrimonio artistico a copertura dei “buchi” del Ponte, lo stesso presidente di ARCUS, Maria Ciaccia:
“Il Ponte sullo Stretto costituirà occasione preziosa per un progetto-pilota di bacino culturale che nel tempo avrà effetti durevoli sul contesto sociale, economico e culturale del territorio, una nuova realtà per catturare quel turismo culturale che gli esperti segnalano in grande sviluppo.” [64]