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      Il rischio archeologico

  

   Ancora meno importanti per gli estensori del progetto di massima i giacimenti archeologici esistenti in un’area che pure ospita insediamenti umani sin dagli albori della civiltà occidentale. L’iter progettuale non ha previsto infatti adeguati scavi esplorativi nelle zone interessate dai cantieri del Ponte.

  

Eppure per quanto concerne le problematiche relative le realtà archeologiche dei due versanti investiti dalle opere (tirrenico - meridionale calabrese ed orientale siciliano), le aree sono interessate da rinvenimenti documentati già dalla fine dell’ottocento e per tutto il secolo scorso, anche se non sono mai state oggetto di indagini sistematiche. In particolare, per quanto attiene il territorio calabrese, esso ricade su un più ampio comprensorio sfruttato fin dall’età pre e protostorica: vedi rinvenimenti di materiali dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro citati anche nello studio archeologico del Quadro di Riferimento programmatico presentato dalla Società dello Stretto.

 Famosa fin dall’antichità per la valenza storico-commerciale, l’area presenta uguale rilevanza per l’età greca, quando essa ricadeva nel territorio della colonia calcidese di Rhegion, territorio ancora oggi molto poco noto. Anche per questo periodo nella zona di Villa San Giovanni sono state rinvenute ceramiche greche.

La situazione del versante siciliano è ancor più consistente, anche se assai sottovalutata. Nella zona costiera di Ganzirri, dove dovrebbe sorgere l’altro pilone del Ponte, rilevamenti stratigrafici effettuati durante gli anni ‘70 hanno permesso di rinvenire una serie di reperti archeologici riferibili alla ceramica di Lipari-Piano Conte.

 

   In relazione all’importante ruolo assunto nel tempo dalla fascia ionica (dalla preistoria all’alto Medioevo), sono particolarmente sospetti e “strani” alcuni vuoti di presenze dove si potrebbero nascondere siti ed aree di frequentazione ancora ignote. Proprio per questo sarebbe stato perlomeno prudente ed opportuno, anche e soprattutto in quelle aree nelle quali non è ancora emerso “alcun elemento archeologicamente significativo”, accantonare nelle perizie di attuazione del progetto congrue somme a disposizione per effettuare indagini archeologiche non frettolose, ma condotte con rigoroso metodo stratigrafico e completate da tutta la documentazione necessaria, ivi compreso il restauro dei reperti e la pubblicazione dei risultati.

   Non si è infine tenuto conto che non sono mai state organizzate campagne subacquee di scavo in estensione lungo entrambi i litorali.

 

   “Alla luce dei dati in possesso e della storia di questo territorio dello Stretto il rischio archeologico esiste ed è da tenere in considerazione”, concludono gli esperti delle organizzazioni ambientaliste nelle loro osservazioni allo Studio di Impatto Ambientale della Stretto di Messina S.p.A..

 

 

  


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