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Forze armate, missili e servizi segreti a difesa dello Stretto 

 

Intervenendo ad un convegno pro-Ponte organizzato nel 2005 dalla CISL, l’allora presidente della Commissione parlamentare antimafia sen. Roberto Centaro (AN), si è soffermato sui rischi di infiltrazione mafiosa nella gestione degli appalti per la realizzazione dell’opera ed ha preannunciato le “contromisure” che il governo intendeva adottare.

“I servizi segreti saranno operativi – ha affermato Centaro – e se necessario non si esiterà ad attuare un’operazione sullo stile dei Vespri Siciliani, anche se rinunciare alla militarizzazione sarebbe una prova di forza da parte delle istituzioni”.

Uomini dei servizi e militari dunque per presidiare i cantieri del Ponte, in una riproposizione della sventurata stagione post-stragista del 1992, quando l’allora governo Amato inviò in Sicilia i reparti dell’Esercito del Centro-Nord per presidiare strade, porti, ponti, infrastrutture produttive, finanche abitazioni private. Un’operazione di “controllo del territorio” che ha accelerato i processi di militarizzazione dell’isola fornendo un’occasione unica e irripetibile alle forze armate per sperimentare ruoli di controllo “interno” e di “ordine pubblico”, funzioni poi esportate nei principali scacchieri di guerra, dalla Somalia alla ex Jugoslavia, sino alle recenti missioni in Afghanistan ed Iraq.

 

Se per assicurare la “pax sociale” nell’area dello Stretto il governo ha già pronto un piano di intervento con militari ed agenti segreti, più complesso e certamente più costoso sarà il dispositivo militare ed “anti-terrorismo” che dovrà essere predisposto per la difesa vera e propria della megainfrastruttura.

Come denunciato da anni dai pacifisti locali, l’eventuale realizzazione del Ponte di Messina genererà una vera e propria rivoluzione dell’assetto militare delle forze armate nel Mezzogiorno d’Italia.

 

Nella seconda metà degli anni ’80, il ministero della Difesa presentò un rapporto segreto (denominato “Coefficiente D”), in cui venivano analizzati gli interventi necessari per garantire un eventuale utilizzo dell’infrastruttura per esigenze di tipo militare e per assicurare la protezione del manufatto in caso di crisi internazionale o di conflitto armato. Sin da allora il tema della “difesa del ponte” apparve agli strateghi uno dei problemi più complessi da affrontare. Il generale Gualtiero Corsini, in un suo intervento su una rivista specializzata delle forze armate, parlò di “grossi problemi di vulnerabilità del ponte”, data la sua sovraesposizione “ad ogni tipo di attacco con navi, aerei o missili”. Secondo il generale Corsini, il ponte sullo Stretto era destinato a diventare “punto sensibile di dimensione strategica probabilmente non comparabile con alcun altro obiettivo esistente in Italia”.

“Il risultato di un’azione offensiva contro una tale opera – aggiungeva il militare - sarebbe in ogni caso “eccezionale” specie per i contenuti di “simbolo”, politici e psicologici, che un attentato all’infrastruttura verrebbero ad assumere”.

Valutazioni profetiche se si pensa agli scenari internazionali apertisi dopo l’11 settembre 2001 con l’attacco aereo alle Torre Gemelle di New York.

 

Nel suo intervento il generale Corsini non si sbilanciava a quantificare gli oneri finanziari per la difesa militare del Ponte, anche se li definiva “altissimi” in quanto si sarebbero dovuti approntare “una molteplicità di sistemi aerei, missilistici e artigliereschi con base a terra e su mezzi navali” [79].

Ecco allora che con l’inizio dei lavori per il Ponte sullo Stretto e lo sbarco dei nuovi “Vespri Siciliani” è sempre più ipotizzabile l’installazione di sistemi di missili terra-aria tra Scilla e Cariddi, l’utilizzo degli scali “civili” di Reggio Calabria e Lamezia Terme per il rischiaramento di cacciaintercettori e bombardieri, l’ennesimo potenziamento di Sigonella e dei porti militari di Messina ed Augusta, la “cessione” alla Nato del porto di Gioia Tauro (in atto), la predisposizione di una “cintura navale” nel Basso Tirreno e nello Ionio magari utilizzando l’arcipelago delle Eolie ed i porti di Milazzo, Giardini-Naxos, Giarre-Riposto e Catania (come avvenuto durante le crisi USA-Libia e la prima Guerra del Golfo) [80].

 

Un Ponte-Fortezza, dunque, a segnare irrimediabilmente la cultura di guerra del XXI secolo.

 


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