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Danni collaterali. Il terremoto di Messina

     

   Colline sventrate, boschi che si trasformano in discariche, viadotti e piloni innalzati su complessi edilizi ed impianti sportivi, persino un cimitero investito dalle colate di cemento armato. Un territorio lacerato da decine di cantieri a cielo aperto, villaggi antichissimi deturpati da tralicci e cavi d’acciaio; le arterie centrali di una città, già ostaggio dei mezzi pesanti, spezzate da gallerie e reti ferroviarie.

È il tragico scenario rivelato nel 2003 da una relazione tecnico-urbanistica sugli impatti nella città di Messina delle opere previste per la realizzazione del Ponte sullo Stretto elaborata dal Dipartimento Politica e Territorio del Comune [30].

     

Secondo gli estensori della relazione, il mero avvio dei relativi lavori sarà sufficiente a stravolgere il tessuto urbano della città, in particolare delle zone Nord e Centro, in un comprensorio territoriale che si estende in lunghezza per circa 12 Km. e che interessa all’incirca 160.000 abitanti.

   La zona nord di Messina “di particolare pregio paesaggistico” e destinata dal Piano Regolatore a “verde ambientale”, sarà occupata dal blocco di ancoraggio dei cavi di acciaio di sostegno del Ponte. Un chilometrico viadotto battezzato “Pantano” vedrà i suoi piloni saldamente piantati su oltre 28.000 metri cubi di villette e un imprecisato numero di edifici; ancora il “Pantano” poggerà le sue strutture su un’ala del cimitero del villaggio di Granatari, mentre la torre portante sarà ricavata su un’area in cui oggi ricade un grosso complesso residenziale e sulla via che collega i villaggi di pescatori che si affacciano sullo Stretto.

 

Dallo scempio non sarà risparmiato neppure il cuore della città: i progettisti della Società Stretto prevedono infatti di far sbucare la galleria del nuovo tracciato ferroviario in pieno centro urbano.

 

“Lo scavo a cielo aperto lungo il percorso” taglierà la città in due; a ciò si aggiungeranno gli impatti sul territorio e il traffico dei lavori di trasferimento 800 metri più a sud della Stazione Centrale, in un’area erroneamente indicata come “dimessa”, occupata invece da attività industriali, artigianali e commerciali e che “non è dotata di agili infrastrutture viarie di collegamento con il centro”.

 

Nel Comune di Messina saranno 5 i depositi per lo scarico del materiale di risulta proveniente dagli scavi. Una superficie di 44,4 ettari di territorio sarà trasformata in discarica di oltre 1.500.000 metri cubi di inerti e rifiuti di cantieri.

I siti prescelti coincidono con zone di rilevante valore ambientale, paesaggistico o storico-artistico, come ad esempio l’area del forte umbertino “Crispi”, costruito alla fine dell’800 per il controllo militare dello Stretto di Messina, o la discarica di Contrada Marotta inserita all’interno della pineta che il Piano Regolatore ha destinato alla realizzazione di un parco pubblico.

 

Una discarica per 560.000 metri cubi di inerti sorgerà infine in “località Bianchi” in un’area in cui sono in avanzata fase di attuazione numerose villette ed altre attrezzature residenziali e turistiche.

Tutti i siti di deposito temporaneo sono stati dichiarati “inidonei” dal punto di vista morfologico ed idrogeologico dal Dipartimento Politiche del Territorio del Comune di Messina.

  

Oltre alle cave individuate a Messina per prelevare i materiali necessari alla realizzazione delle opere esiste poi quella localizzata a Misterbianco, municipio alla periferia sud dell’area metropolitana di Catania, il cui uso avrà inevitabili conseguenze negative per la viabilità autostradale Messina-Catania e per la stessa tangenziale del capoluogo etneo [31].

  

   È inoltre stato tenuto nascosto alle popolazioni locali che buona parte dei materiali di scavo verrà smistato verso i comuni limitrofi della fascia tirrenica della provincia di Messina.

   In una vasta area dei territori di Venetico e Valdina sarà infatti realizzato il “deposito definitivo” per i materiali di risulta. Più specificatamente nei documenti progettuali si accenna allo “smaltimento ed il rifornimento di materiali tramite carrelli contenitori, tramite apposite imbarcazioni che scaricano i materiali via mare al deposito definitivo di Venetico”.

  

   Il sito individuato per il deposito di circa 4,5 milioni di metri cubi è quello della locale cava di argilla, in un’area dove sono in atto gravi episodi d’instabilità (come frane e cedimenti), che hanno causato più di tre anni fa la chiusura in quel tratto della corsia di valle dell’autostrada Messina-Palermo.

  

   Il trasferimento del materiale al “deposito definitivo” avverrà via Milazzo. I materiali di scavo per il Ponte e le gallerie ferroviarie saranno prima trasportate ai nuovi moli di Ganzirri e via Santa Cecilia (Messina Centro) e poi imbarcati su navi che giungeranno a Milazzo. Dal porto-approdo della cittadina tirrenica (di nuova costruzione) al sito definitivo di Venetico lo spostamento avverrà tramite camion, lungo i paesi della zona. Va, infine, segnalato che sulla realizzazione dei nuovi porti-approdo non c’è traccia di valutazione di impatto ambientale.

  

   Sulla sponda messinese è previsto anche l’arrivo dei materiali di scavo da Villa San Giovanni (1.600.000 metri cubi) [32], mentre la parte restante dei materiali di risulta del versante calabrese finirà in una megadiscarica che sarà aperta nel comune di Saline Ioniche, nel reggino.

 

Gli scavi in galleria produrranno materiali per circa 1.400 metri cubi al giorno da conferire in discarica o comunque da trasportare nel sito individuato per lo stoccaggio.

Nelle loro osservazioni allo Studio d’Impatto Ambientale della Società Stretto di Messina, Italia Nostra, Legambiente e WWF hanno tentato una stima del numero dei camion che attraverseranno le aree densamente urbanizzate dello Stretto:

“Se i cantieri aperti in contemporanea sono 15, si avranno 1.620 trasporti da effettuarsi quotidianamente con mezzi pesanti tra i cantieri ed i luoghi di stoccaggio del materiale. Dato che il numero di trasporti prima calcolato è relativo solo alle esigenze del materiale di scavo proveniente dalle gallerie e che le necessità complessive di un cantiere richiedono un incremento del 10% per l’approvvigionamento di inerti e cemento, il trasporto di personale e attrezzature, ecc. si arriva a circa 1.750 trasporti quotidiani. Assumendo per le restanti parti delle opere da realizzare si necessiti del 25% dei trasporti dei cantieri, si arriva alla cifra di 2.187 camion al giorno. [33]

 

Solo sulla strada Panoramica (Messina nord), è stato calcolato che nei periodi di maggiore flusso transiteranno 384 mezzi, come dire un camion ogni tre minuti e mezzo [34].

Se a ciò si aggiungono le numerose interferenze dei cantieri sul tracciato viario cittadino sarà inevitabile la completa congestione del traffico urbano di Messina.

 

Ciononostante, la relazione tecnico-urbanistica del Comune di Messina sugli impatti dei lavori è rimasta nei cassetti dei palazzi del potere, ignorata perfino dal Consiglio Comunale che avrebbe dovuto approvarla o respingerla.

   Da parte sua, l’Assessorato Territorio ed Ambiente della Regione Siciliana - socio pubblico della Stretto di Messina S.p.A. -  ha omesso di esercitare il dovere-potere di valutarne il grave impatto socio-economico ed ambientale. In una nota inviata al Comune di Messina il 4 marzo 2003 affermava che il Ponte sullo Stretto “non rientrava nella fattispecie delle opere da poter autorizzare secondo la procedura della vigente legislazione siciliana” per trasferire poi la patata bollente al consiglio comunale che comunque avrebbe dovuto valutare “entro 30 giorni” il progetto preliminare della Società concessionaria.

          

 


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