Rapporto 2000 sui diritti umani in Colombia
Di Ada Trifirò, ottobre 2000
1. L’attenzione dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Colombia
La crisi della situazione dei diritti umani che si registra in Colombia tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90, spinge le Nazioni Unite a proporre al governo di questo paese speciali strumenti di rappresentanza e vigilanza internazionale. In questo spirito, nel 1996 viene costituita a Bogotà un equipe di lavoro responsabile di vigilare sull’osservanza dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, facente capo direttamente alla Alta Commissione dell’ONU: l’Ufficio dell’Alto commissariato dell’ONU per i Diritti umani in Colombia[1]. Nel dicembre del 1999, inoltre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite invia un Coordinatore speciale per l’assistenza al paese.
Lo staff dell’Ufficio dell’UNCHR in Colombia prepara dal 1998 un rapporto, basandosi su informazioni raccolte direttamente o inviate da entità locali, organizzazioni non governative, organizzazioni internazionali, privati cittadini: durante il solo 1999 ha ricevuto 1.376 denunce. L’ultimo rapporto presenta un’analisi sintetica e completa dalla quale emerge un quadro allarmante. In un documento breve e denso, che comprende 203 enunciazioni e si conclude con 20 Raccomandazioni della stessa Alta Commissaria per i Diritti Umani, l’Ufficio dell’UNCHR affronta argomenti come: la violazione dei diritti civili e politici, il conflitto armato, gli attori del conflitto, le situazioni di particolare preoccupazione, le fragilità dell’impianto normativo colombiano, l’impunità, l’assenza di protezione, l’abuso di potere. Nel sottolineare che i diritti di cui godono i cittadini di uno stato democratico sono universali, integrali e indivisibili, il rapporto dedica uno spazio rilevante ai diritti economici, sociali e culturali e alla situazione delle categorie deboli: donne, bambini, minoranze etniche.
Mentre il presidente Andrès Pastrana espone un saldo positivo dei suoi primi due anni di presidenza, dedicati prioritariamente ad elevare l’immagine internazionale del paese dopo gli anni del narcotraffico e gli scandali della epoca di Samper[2], il rapporto afferma chiaramente che i diritti umani “non sono stati oggetti di trattamento prioritario da parte del governo” e che la situazione è molto più grave di quella che la voce ufficiale vorrebbe fare accettare.
Per riuscire a conseguire gli appoggi finanziari necessari alla implementazione del Plan Colombia, il presidente sta presentando il paese come una democrazia salda, che è riuscita ad abbassare i livelli di conflitto e che ha avviato tavoli di confrontazione e di pacificazione con le due principali guerriglie del paese (FARC ed ELN). Sulla base di questa nuovo volto politico, costruito grazie alla stessa collaborazione degli USA, Pastrana ha già ottenuto dagli Stati Uniti la sottoscrizione di un consistente impegno finanziario: più di 1.300 milioni di dollari, il 70 % dei quali destinati ad aiuti militari.
Il rapporto dell’UNCHR punta il dito contro la politica governativa, presentando l’immagine di uno stato debole, incapace di tutelare i diritti fondamentali dei cittadini e persino coinvolto in relazioni poco chiare con i principali attori del conflitto: le formazioni paramilitari. Inoltre, lungi dal confermare una situazione ‘sotto controllo’, segnala negli ultimi 3 anni una recrudescenza nelle dinamiche del conflitto che da 50 anni interessa il paese.
LE CIFRE DEL CONFLITTO ARMATO
2. Principali violazioni attribuibili al conflitto armato
“Durante il 1999 il diritto alla vita è stato il più colpito”, afferma il rapporto. “La sua violazione, avvenuta in particolare mediante ‘esecuzione extragiudiziale’, si è realizzata sia sotto forma di uccisione di una sola persona, sia sotto forma di massacro[3]. In particolare, si è registrato un notevole aumento del numero e della frequenza dei massacri, caratterizzatisi per la persistenza nel tempo e la estrema crudeltà impiegata contro le vittime”.
La Defensoría del Pueblo ha registrado rispetto al 1998 un aumento di quasi il 50% dei massacri (402) e del 36% del totale delle vittime (1.836). “Molte delle esecuzioni collettive - si scrive - sono state precedute da dichiarazioni dei paramilitari dell’apertura di nuovi fronti di guerra, da minacce generalizzate e dalla fissazione di termini perentori per l’abbandono delle località”. Le zone più colpite, per crudeltà e frequenza degli atti, sono state il Catatumbo e la parte nord della Valle del Cauca, però sono state colpite anche altre zone come il Magdalena Medio, l’Urabá chocoano e antioqueño, i Montes de María e il Nudo de Paramillo (par. 27 e 28).
La maggior parte degli omicidi di civili e dei massacri realizzati nel 1999 è attribuita ai paramilitari, che in ripetute occasioni hanno rivendicato pubblicamente gli atti. Nel periodo gennaio-settembre, sono stati autori del 49,4% delle uccisioni (ossia 700) e durante l’intero anno di 152 massacri, accompagnati da altri fatti di violenza, come sparizioni forzate, torture, mutilazioni e spostamenti massicci di popolazioni. “La pratica degli omicidi collettivi di civili - denuncia il rapporto - costituisce la loro principale modalità di azione e strategia di guerra”.
Negli ultimi due anni, tuttavia, quella del massacro è stata una modalità utilizzata anche dalla guerriglia. “Dopo il cosiddetto massacro di El Diamante (Cordoba) a fine 1998, anche le guerriglie, specialmente le FARC, hanno incrementato il ricorso alla pratica degli omicidi collettivi”. Secondo i dati riportati della ‘Defensoría del Pueblo’, i differenti gruppi della guerriglia sono stati responsabili nel 1999 del 16,6% del totale dei massacri (67 episodi in totale). Secondo la stessa fonte, sei dei massacri, con un totale di 30 vittime, sono stati attribuiti a membri della forza pubblica che “hanno operato in appoggio a formazioni paramilitari”.
“L’Ufficio dell’UNCHR ha ricevuto testimonianze che indicano la participazione diretta di membri delle forze militari nell’organizzazione dei nuovi blocchi paramilitari, nella effettuazione di minacce, in operazioni contro civili. In alcuni casi, la popolazione colpita ha segnalato la loro presenza nei contingenti paramilitari che compivano i massacri. Oltre che per la partecipazione diretta, la forza pubblica è responsabile di aver adottato comportamenti omissivi che, senza ombra di dubbio, hanno permesso ai paramilitari di portare a termine i propri propositi di sterminio. Numerose inchieste giudiziarie e disciplinari coinvolgono membri delle forza pubblica per omissione o azione diretta, per conformazione di gruppi paramilitari, omicidi, associazione per delinquere e altro crimini gravi”.
Tra le principali violazioni ai diritti fondamentali, ugualmente frequenti sono stati i casi di ‘trattamenti crudeli, inumani o degradanti’, passati in second’ordine in quanto hanno accompavano violazioni più gravi, come quelle che colpiscono il diritto alla vita. Quasi sempre l’omicidio, individuale o collettivo, è stato preceduto da torture, maltrattamenti, mutilazioni. “L’arma della ‘tortura’ è utilizzata frequentemente dai gruppi paramilitari e quasi sempre precede la esecuzione extragiudiziale”. Si è ridotto invece, il ricorso a pratiche brutali da parte di membri dell’esercito durante lo svolgimento di operazioni militari: “Negli ultimi anni sono diminuite le denunce di tortura praticata da parte di membri della forza pubblica, ma continua ad essere preoccupante il fenomeno dei maltrattamenti inflitti nelle installazioni di esercito e polizia a danno dei reclusi o degli stessi membri della forza pubblica soggetti a misure disciplinarie” (par. 35).
Anche il diritto alla libertà individuale e alla sicurezza personale è stato gravemente violato, con l’intensificarsi di sparizioni forzate, rapimenti, blocchi stradali, attentati terroristici. Nel 1999, 2.945 persone, tra cui 51 stranieri e 206 bambini, sono stati rapiti: una cifra superiore del 38% rispetto all’anno precedente. La guerriglia è il soggetto che più ha fatto ricorso a questo strumento. Secondo i dati della ‘Fundación País Libre’, tra gennaio e novembre del 1999, 1.531 persone sono state sequestrate da parte di differenti gruppi guerriglieri (56% del totale), mentre i gruppi paramilitari sarebbero stati resposabili del rapimento di 85 persone. “L’inumanità del ricorso all’arma del sequestro - afferma l’Ufficio dell’UNCHR - è sempre più aggravata dalla durata del periodo nel quale le persone rimangono private della libertà, che spesso si conta in mesi e può superare l’anno, e in alcuni casi si conclude solo con la morte delle vittime”. Un fenomeno nuovo è il ricorso a rapimenti massivi: il 12 aprile l’ELN ha rapito i 41 passaggeri del volo della compagnia Avianca ‘Bucaramanga-Bogotá’; il 30 maggio lo stesso gruppo ha bloccato 160 fedeli nella chiesa "La María" di Cali. Le FARC, invece, hanno occupato il 31 agosto l’impianto di energia della centrale idroelettrica di Anchicayá, nella alle del Cauca, detenendo 120 civili.
“I rapiti appartengono a tutte le classi sociali, e il fenomeno ha colpito tanto i minori di età come le persone anziane, cittadini stranieri, personaggi politici e religiosi, tra cui il vescovo di Tibú (Nord di Santander). Tanto le FARC come l’ELN, inoltre, hanno preso come ostaggi giornalisti, al fine di ottenere la pubblicazione di loro comunicati o, al contrario, per ottenere la censura dell’attività professionale degli interessati”.
I blocchi stradali e gli atti di pirateria aerea e marittima organizzati al fine di realizzare rapimenti massivi hanno avuto l’effetto di incrementare il clima di insicurezza nelle vie di comunicazione e nei luoghi pubblici.
Quanto alle sparizioni forzate, nella maggior parte dei casi non è stato possibile stabilire la sorte delle vittime[4]. Il rappporto segnala che “una delle modalità più utilizzate dai paramilitari durante le loro incursioni nei centri abitati, è stata quella, lista alla mano, di portare via personalità localmente rilevanti o semplici cittadini accusati di essere miliziani, guerriglieri o simpatizzanti della sovversione” (par. 39).
Degli ‘atti terroristici’ sono stati responsabili soprattutto i gruppi delle FARC e dell’ELN, che in alcuni casi hanno fatto esplodere cariche esplosive in centri urbani con alta densità di popolazione. Durante il 1999, si sono intensificati gli attentati dell’ELN contro gli oleodotti, che hanno causato gravi fuoriscite di greggio, danni alle coltivazioni, a fonti di acqua e all’ambiente in generale. L’ELN verso la fine dell’anno, ha iniziato nuove mavore di offesa, facendo esplodere torri di energia elettrica in varie regioni del paese, “dai quali è risultata danneggiata in primo luogo la popolazione civile più povera, privata dell’accesso alla energia elettrica, e danneggiata dai consistenti aumenti nelle tariffe dei servizi” (par. 102).
In riferimento all’escalation di violenza che ha caratterizzato gli ultimi 3 anni, l’Ufficio del UNCHR esprime speciale preoccupazione per il crescente coinvolgimento della popolazione civile nel conflitto e per la commissione di attentanti “intenzionalmente diretti contro obiettivi non militari”. All’interno di una contesa strategica del territorio che oppone formazioni paramilitari e guerrigliere per il controllo delle aree militarmente e economicamente strategiche, le popolazioni civili sono trasformate in ‘bersaglio’ e nello stesso tempo ‘strumento’ delle operazioni. Il risultato è l’espulsione di intere comunità dai loro luoghi di residenza in seguito ad attacchi, rappresaglie, torture, maltrattamenti, uccisioni o anche solo alla semplice reiterazione delle minacce. Esempio emblematico di area geograficamente strategica è il dipartimento di Antioquia (con capitale Medellìn), il più colpito dagli scontri in quanto punto di snodo delle vie di comunicazione che vanno dall’interno ai due oceani e zona di cerniera rispetto alle maggiori aree petrolifere.
In 15 anni, un milione e 900 mila civili sono stati costretti a fuggire dalle loro case; le cifra più alta riguarda l’ultimo anno, con il desplazamiento di 272.000 persone. Ancora una volta, i principali imputati sono i paramilitari, che negli ultimi dieci anni hanno adottato, come strategia di lotta ai gruppi insorgenti, l’attacco spregiudicato alle comunità che consideravano di appoggio alla guerriglia. “Indubbiamente - afferma il rapporto – lo sforzo bellico dei gruppi paramilitari è stato deliberatamente rivolto all’avanzamento, su scala nazionale, di una attività di costante conquista di territorio, a danno della popolazione civile residente, che viene costretta allo sfollamento”. Nel 1999, infatti, sono stati responsabili del 47% degli spostamenti forzati.
Anche gruppi guerriglieri e membri delle forze armate, sebbene in misura inferiore, hanno violato i principi del diritto internazionale umanitario. “Numerosi civili sono morti nel fuoco incrociato con la forza pubblica e varie abitazioni sono state distrutte dopo incursioni guerrigliere a carattere indiscriminato. La utilizzazione di armi di fabbricazione artigianale difficili da maneggiare, como i cilindri di gas, hanno provocato numerosi morti. L’Ufficio dell’UNCHR ha anche ricevuto testimonianze su morti e feriti civili provocati da proiettili sparati, nel corso di scontri, da aeronavi delle Forze Militari”(par. 92 e 93).
La pratica dell’attacco indiscriminato per il controllo del territorio ha reso vittime funzionari pubblici nell’esercizio della propria azione pubblica ed ha provocato la distruzione di beni civili e infrastrutture pubbliche. Ripetutamente, per esempio, si sono verificati attentati contro la missione medica e contro unità sanitarie. “Gli attentati contro la vita e l’integrità del personale sanitario si sono tradotti in gravi e frequenti infrazioni che privano popolazioni intere dell’accesso ai servizi di salute. Tutti i gruppi armati hanno mancato di rispettare la protezione delle unità e mezzi di trasporto sanitario, uccidendo feriti ricoverati in unità di salute o attaccando ambulanze” (par. 95). Differenti gruppi della guerriglia si sono resi responsabili del saccheggio di farmacie, ospedali e unità sanitarie e del sequestro di medici.
I paramilitari hanno minacciato e ucciso medici accusati di aver presatato cure ai guerriglieri. In settembre, in El Líbano (Tolima, dipartimento di storica influenza delle FARC), è stato diffuso un volantino firmato dalle ‘Autodefensas Unidas de Colombia’ (AUC), nel quale si dichiaravano ‘obiettivo militare’ tutti gli operatori sanitari della regione. Anche i membri della forza pubblica hanno, in alcuni casi, violato le norme che proteggono la missione medica, irrompendo negli ospedali per cercare guerriglieri feriti o accusando gli organismi di soccorso di aver assistito insorgenti (par. 96 e 97).
Allo stesso modo del personale sanitario, obiettivi strategici sono stati anche sacerdoti, difensiosi dei diritti umani, operatori sociali e comunitari impegnati nell’assistenza alla popolazione. Su gruppi guerriglieri pesano accuse di attentati realizzati contro la vita di ministri religiosi; in alcune aree le FARC e l’ELN hanno vietato l’esercizio pubblico del culto, hanno chiuso chiese e hanno cacciato via religiosi (in Arauca, nella ‘zona di distenzione’, nel Guaviare). Anche i gruppi paramilitari hanno minacciato, ucciso o costretto a scappare membri della Chiesa cattolica e ministri del culto per la loro attività di appoggio alle ‘comunità di pace’, specialmente nel dipartamento di Antioquia (paragrafo 125).
Gli attacchi alla popolazione civile sono stati spesso accompagnati da blocchi stradali che per giorni hanno impedito il transito di mezzi di trasporto, persone e merci, colpendo duramente “il diritto al libero transito” (par. 98). L’obiettivo di queste operazioni generalmente è stato quello di isolare aree del territorio a scopo punitivo o di pressione politica. Nell’ambito della strategia volta a ridurre allo stremo i territori per assorbirli nella loro area di influenza, i paramilitari hanno fatto ripetutamente ricorso al blocco di alimenti in transito verso zone con presenza guerrigliera. La misura ha colpito in maniera particolare la ‘zona di distenzione’ ove si stanno svolgendo i colloqui tra il governo e le FARC. I trasportatori diretti in questa zona sono stati vittime di minacce, estorsione e omicidi.
SITUAZIONI DI SPECIALE PREOCCUPAZIONE PER L’ONU
3. Evoluzione del paramilitarismo
L’impressione che emerge, dopo questa prima panoramica tematica, è di un territorio nazionale a macchia di leopardo, con enormi buchi neri, zone inaccessibili in quanto base di una delle parti in conflitto, territori contesi, vie di comunicazione impercorribili e con l’emergere di una tendenza alla progressiva estenzione dell’area di conflitto.
Nonostante i principali attori siano individuati nei gruppi paramiliatari e di autodifesa e nelle guerriglie, gli organi dello stato non sono esclusi dall’analisi delle dinamiche del conflitto in atto, date le gravi responsabilità che gli vengono attribuite, “per azione o omissione”, rispetto alla nascita, allo sviluppo e alla attuale evoluzione del “paramilitarimo”, ‘attore’ delle più gravi violazione di diritti umani e del diritto internazionale umanitario che si registrano in Colombia. “Questi gruppi - si scrive chiaramente nel rapporto - contano sull’appoggio, l’acquiescenza o la tolleranza di agenti dello Stato e si beneficiano della mancanza di intervento effettivo dello stesso”.
Rispetto all’origine, “la responsabilità storica dello Stato è innegabile dal momento che i gruppi paramiliti poterono contare su un riscontro legale dal 1965 al 1989. Oggi, a dieci anni dalla dichiarazione di incostituzionalità delle legge che ne regolava costituzione e funzionamento, ancora non si è raggiunto a un loro smantellamento” (par. 108). L’istituzione storicamente coinvolta con il fenomeno è l’esercito, che continua ad essere accusato di coinvolgimento o partecipazione alle loro operazioni militari.
Quando la legge colombiana autorizzò, nel 1965 appunto, la costituzione di gruppi di tutela e autodifesa con una ‘presunta’ funzione contrinsorgente, ai militari venne dato “il compito di promuovere, selezionare, organizzare, addestrare, dotare di armi e fornire di appoggio logistico i suoi membri” (par. 108). A quegli anni risale l’inizio di una relazione mai interrotta tra le organizzazioni di ‘autodefensas’ e il potere militare istituzionale. I gruppi paramilitari, nei fatti, si trasformarono in battaglioni di ‘offesa’ piuttosto che di ‘difesa’, legittimati per operare fuori della legalità con l’obiettivo di stroncare la guerriglia. Trentanni più tardi, il paramiliarismo non è solo un soggetto ‘militare’ ma rappresenta anche un grosso potere economico e gestisce la parte maggiore del narcotraffico.
“Risulta sommamente preoccupante - afferma l’Ufficio dell’UNCHR - che le indagini disciplinari e giudiziarie rivelino la persistenza di vincoli diretti tra alcuni membri della forza pubblica e gruppi paramilitari. Esempio di questi vincoli è l’implicazione, denunciata proprio l’anno passato, della dissolta Brigada XX di Intelligence dell’Esercito nei massacri del 29 maggio a Tibú (Nord di Santander). Nonostante detti vincoli siano particolarmente forti ed evidenti in alcune regioni del paese, le autorità responsabili di sanzionarle mai hanno esercitato azioni contundenti per combatterli”. E ancora: “l’assenza o la debole efficacia dei mezzi frequentemente annunciati dalle autorità colombiane, riafferma l’ambivalenza che ancora sussiste nella assunzione di responsabilità da parte dello Stato rispetto ai gruppi di autodefensa. Di fatto, questo Ufficio è stato testimone di dichiarazioni espresse da parte di alti ufficiali, secondo le quali i paramilitari non attentano contro l’ordine costituzionale e, pertanto, non è funzione dell’esercito combatterli. Situazioni come queste mettono allo scoperto i limiti dello sganciamento dello Stato dal paramilitarismo, limitandolo al campo delle dichiarazioni pubbliche o dei disegni di politiche mai implementate” (par. 111).
L’atteggiamento ambiguo dello stato rispetto alle forme private di giustizia si ripete nella introduzione di recenti disposizioni di legge. Nel 1994, il Decreto Straordinario Nº 356 stabiliva le norme per la istituzione di "Servizi Speciali di Vigilanza e Sicurezza Privata", meglio conosciuti come associazioni Convivir. Sebbene con funzioni ristrette rispetto ai gruppi istituiti dalla legge degli anni ’60, le Convivir sono istituzioni private con funzioni di polizia sulle quali pesano sospetti di relazione con i gruppi paramilitari e di coinvolgimento in fenomeni come la ‘limpieza social’. “Tra il 1997 e il 1998 l’Ufficio dell’UNCHR ha potuto constatare come sia stata concretamente incoraggiata e organizzata la proliferazione di queste organizzazioni in varie regioni del paese, senza un adeguato meccanismo di controllo e supervisione. Noti paramilitari hanno finito per liderare alcune di queste associazioni. Per questa ragione l’UNCHR ha sottolineò in varie occasioni allo Stato colombiano la necessità di ricorrere ad una loro soppressione” (par. 109).
4. La zona di distenzione per i dialoghi con le FARC
Dalla fine del 1999 lo stato ha iniziato dialoghi di pace con la principale guerriglia del paese: le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia); in questi ultimi mesi, inoltre, si sta preparando l’avvio di una analoga tavola di negoziazione con l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale), seconda formazione guerrigliera in ordine di importanza storica e capacità offensiva. L’anno passato, ll governo ha ricevuto ripetute critiche per le condizioni poco chiare alle quali ha accettato di avviare i dialoghi con le FARC; dalle Nazioni Unite, in particolare, si è sottolineato come entrambe le parti non abbiano fatto precedere i dialoghi dalla dichiarazione di cessate il fuoco.
Il rapporto dell’UNCHR segnala, tra le situazioni di particolare preoccupazione, quella che sta interessando la cosidetta zona di distenzione. Richiesta dalla FARC come condizione di sicurezza imprescindibile, era stata originariamente stabilita per tre mesi e, al principio di quest’anno, è stata prorogata per tutto il 2000. L’accordo prevede il ritiro della forza pubblica dalla zona e la gestione delle questioni di ordine pubblico da parte dell’amministrazione esclusiva delle FARC. “Nei fatti, la misura ha condotto ad una chiara mancanza di garanzie e all’assenza di meccanismi efficaci di tutela per la popolazione. Di fronte all’assenza di varie entità dello Stato, le FARC si sono trasformati di fatto nella principale se non esclusiva autorità. In due dei cinque municipi di cui si compone l’area (La Macarena e Vistahermosa) la guerriglia ha chiesto la rinuncia dei mandatari, uno dei quali successivamente è morto in circostanze ancora non chiare. In ogni municipio, le funzioni di sicurezza pubblica vengono gestite dai suoi comandanti. Guerriglieri armati, con uniforme o in abiti civili, pattugliano le strade, realizzano perquisizioni, arrestano persone, controllano le vie di accesso terrestre e fluviali alla zona, così come gli aeroporti. Le nuove autorità gestiscono le risorse municipali e hanno definito un nuovo sistema tributario”.
Le FARC hanno anche decretato regole chiamate “di convivencia” per regolare la condotta della popolazione, e hanno imposto sanzioni agli infrattori. Nonostante gli accordi prevedessero il mantenimento della giustizia ordinaria, le FARC hanno spinto i giudici a lasciare l’area ed hanno decretato proprie leggi e regolamenti. Sono stati inoltre istituiti ‘uffici di reclamo o protesta’ che raccolgono denunce e indagano sui fatti che vanno dall’omicidio alle liti domestiche, derimendo in maniera veloce i conflitti tra le parti. “Le sanzioni imposte possono andare dalla pena pecuniara, ai lavori forzati, alla morte”.
L’Ufficio dell’UNCHR, infine, denuncia che la zona de despegue continua ad essere utilizzata come sede per la detenzione di ostaggi, campo di reclutamento, addestramento e formazione ideologica di nuovi effettivi.
5. Evoluzione del displazamiento interno
Il desplazamiento interno forzato ha ormai assunto i caratteri di una emergenza umanitaria, non solo per via delle dimensioni (quasi 2 milioni di persone in 15 anni, 272.000 nel 1999) ma anche per le ferite sociali, politiche, e culturali che produce; per gli interrogativi profondi che apre sulla storia e sul futuro della nazione; per la tendenza alla frammentazione sociale che comporta. “I dipartimenti tradizionalmente colpiti sono Antioquia, Chocó, Santander, Sucre, César, Magdalena, Bolívar, Córdoba e Putumayo. Tuttavia, nel 1999 sono state lanciate offensive paramilitari che hanno aperto nuovi fronti di guerra, tra cui i dipartimenti del Nord de Santander e la Valle del Cauca. Il ‘desplazamiento’ ha superato le frontiere colombiane e le comunità situate nella prossimità dei confini si sono viste costrette a cercare rifugio nei paesi vicini”.
“L’azione dello stato in materia - afferma il rapporto - è stata insufficiente, tanto nella prevenzione como nella protezione e l’assistenza" (par. 171). “In ripetute occasioni questo Ufficio ha comunicato al Governo la propria preoccupazione per le comunità a rischio, senza che questo abbia determinato azioni opportune delle autorità. La risposta è stata sempre tardiva e carente di efficacia per bloccare i fatti scatenanti” (paragrafo 114). Inoltre, “l’appoggio socioeconomico alle vittime è stato insufficente o inefficace. I programmi umanitari nazionali mancano di fondi sufficenti, di personale regionale formato e della coordinazione necessaria” (par. 116).
A più di 10 anni dall’emergere del fenomeno, la materia venne regolata nel 1997 dalla legge n. 397, con la quale lo Stato assunse chiare responsabilità non solo in tema di prevenzione, assistenza e protezione ma anche rispetto alla riabilitazione delle vittime, da realizzarsi mediante il ritorno al luogo di orgine o l’inserimento socio-economico in altra area. La maggior parte delle disposizioni, tuttavia, rimangono lettera morta. Dal momento che non è mai stato istituito il “Fondo Nazionale di Attenzione Integrale alla Popolazione sfollata per la violenza” previsto dalla legge, l’intervento rimane lasciato alla volontà politica o alla capacità di spesa delle amministrazioni locali.
Il risultato è una situazione di generale abbandono per la maggioranza delle vittime, che si concentrano in aree urbane o nelle immediate periferie, senza possibilità di accesso ai servizi o a opportunità lavorative. Secondo il CODHES (Consultoría para los Derechos humanos y el desplazamiento), il 46% dei desplazados vivono in stanze o in abitazioni precarie in zone di invasione e di alto rischio; solo il 34% di loro gode dell’assistenza sanitaria e in percentuale ancora più ridotta (15% dei minori in età scolare) riescono ad avere accesso all’istruzione. L’indice di disoccupazione tocca il 48,9% e la economica informale costituisce la principale opzione di sopravvivenza. Tutti subiscono un grave peggioramento della qualità della vita in relazione agli standard di cui godevano prima della fuga. La concentrazione nei quartieri marginali delle grandi città, inoltre, sta provocando la rottura di già fragili equilibri sociali, aprendo scenari dagli esiti imprevidibili.
In situazione di vulnerabilità particolare si trovano donne, bambini e banbine, che subiscono non solamente le conseguenze del conflitto armato ma sono in più esposte all’incremento della violenza intrafamiliare, a abuso e maltrattamento, allo sfruttamento lavorativo, alla violenza sessuale, alla discriminazione e alla emarginazione nei contesti urbani nei quali approdano.
Nei limitati casi in cui è stata operata la riubicazione o il ritorno, non è mai stata realizzata una riparazione adeguata per i beni persi e generalmente le condizioni stabilite per l’accesso alla nuova terra non hanno garantito che la nuova collocazione potesse essere definitiva. “In questi casi - afferma il rapporto - non è stata realizzata una adeguata valutazione delle situazioni di sicurezza, né sono state predisposte condizioni di garanzie per le persone coinvolte. Spesso, alla misura di reinserimento ha fatto seguito un nuovo ‘desplazamiento”. "La mancanza di attenzione efficace - aggiunge il rapporto - ha provocato in molti casi la radicalizzazione delle proteste dei ‘desplazados’, che, per richiamare l'attenzione delle istituzioni, hanno occupato uffici pubblici, locali di organizzazioni umanitarie (come l’ACNUR- Alto commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati e il CICR- Comitato Inernazionale della Croce rossa) o si sono inflitti pubblicamente lesioni fisiche” (par. 118).
6. Gruppi particolarmente minacciati
La degenerazione del conflitto armato ha prodotto un clima di intimidazione che sta danneggiando pesantemente tanto le libertà di opinione, espressione, informazione, coscienza e religione quanto la sicurezza di giornalisti, difensori dei diritti umani, membri di organizzazioni sociali, accademici e studenti, religiosi, giudici e altri funzionari pubblici impegnati nelle attivittà di indagine e tutela. Numerosi di essi continuano ad essere minacciati, rapiti, uccisi. “Clamorosa è stata durante il 1999 l’uccisione del giornalista e umorista Jaime Garzòn” attribuita ai gruppi di Carlos Castaño (capo delle AUC- Autodefensas unidas de Colombia).
“A principio dell’anno - segnala il rapporto - le AUC hanno accusato le organizzazioni non governative impegnate sui diritti umani di costituire la "paraguerrilla", e hanno annunciato il sequestro di loro membri, “insieme a sindacalisti, ricercatori e altri ‘agenti della sovversione, come forma di rappresaglia ai sequestri operati dai gruppi guerriglieri". In questo contesto vanno inseriti i sequestri di quattro membri dell’IPC (Instituto popular de capacitación, ong di Medellín, e quello di Piedad Cordoba, presidentessa della Comissione diritti umani del Senato, che dopo il rilascio è stata costretta ad abbandonare il paese. "Minacce, molestie e attentati contro difensori dei diritti umani - continua l’UNCHR - hanno reso obbligatoria la chiusura delle sedi di varie ong, come nel caso del CSSP (Comitato di solidarietà con i prigionieri politici) (par. 120).
“Nel mese di gennaio, la morte del professore Jesús Bejarano Ávila, attivo pacifista, ha segnato l’irruzione del conflitto armato nelle università. Minacce e comunicati delle AUC contro studenti, professori, lavoratori e sindacalisti di vari centri universitari del paese si sono susseguite durante tutto l’anno. Il fenomeno ha colpito principalmente le Università di Antioquia e Cordoba e la Nacional. Tuttavia, violazioni a danno di professori e studenti si sono registrate anche nelle Università dell’Atlantico e del Huila. Clamorosa è stata la uccisione di Gustavo Alonso Marulanda García, giovanissimo studente dell’Università di Antioquia” (par. 122).
Secondo informazioni e denunce raccolte dall’Ufficio dell’UNCHR, nel 1999 sette giornalisti sono stati uccisi, nove sono stati costretti a fuggire all’estero, numerosi hanno ricevuto minacce, in prevalenza da paramilitari, e 18 sono stati catturati da gruppi guerriglieri (paragrafo 121). Vittime di minacce e attentati sono stati anche lavoratori, leader sindicali (tra i raggruppamenti sindacali più colpiti: FEDOCE– Federación colombiana de educadores e la CUT– Central unitaria de trabajadores), sindaci, funzionari delle personerías municipali (uffici deputati a ricevere denunce su eventuali comportamenti lesivi tenuti da funzionari dell’amministrazione locale e delle pubblica sicurezza e a vigilare sulla attività degli stessi). Secondo i dati forniti dall’Ufficio dei Diritti Umani del Ministero del Lavoro, nel 1999, 19 sindicalisti sono morti, 2 spariti e molti altri hanno ricevuto minacce contro la vita (par. 64).
I LIMITI DI UNO STATO CHE SI DEFINISCE DEMOCRATICO
7. Diritti civili e politici: impunità, assenza di protezione, abuso di potere
Di fronte alla situazione di insicurezza e violenza generalizzata che colpisce ampie aree del paese, lo Stato continua a non dotarsi di strumenti normativi atti a tutelare la popolazione; in più, ha mancato di adottare misure energiche di prevenzione anche di fronte a clamorosi delitti annunciati. “In alcune occasioni, numerose entità hanno segnalato i rischi che correvano alcuni cittadini, le minacce che erano state perpetrate, il pericolo che si commettessero massacri annunciati e l’urgenza di adottare mezzi immediati. Ciononostante, le azioni di prevenzione da parte delle autorità sono state scarse o in alcuni casi, inesistenti. Ne è esempio è il caso di Gabarra (Nord de Santander), ove nonostante molteplici avvertimenti, la inazione dello stato è risaltata con speciale evidenza” (par. 31).
Altri elementi si aggiungono per concorrere a determinare in Colombia una situazione caratterizzata da altissimi indici di impunità: la scarsità degli investimenti destinati alla giustizia, l’assenza di meccanismi che potrebbero garantirne maggiore snellezza, la presenza di un approccio normativo in alcuni casi caratterizzato da una insufficiente azione sanzionatoria e repressiva.
Le unità deputate alle inchieste sulle più gravi violazioni ai diritti umani non contano su forze sufficienti e gli strumenti destinati alla protezione dei funzionari e delle vittime sono parziali e inefficaci, sia nella fase indagatoria che nella fase processuale. Il Programma di protezione dei testimoni, delle vittime, dei funzionari che intervengono nel processo penale si è dimostrato incapace di mettere a disposizione mezzi e risorse adeguate, specialmente nei processi nei quali si trovano implicati gruppi paramilitari o insorgenti. Sebbene il Programma contempli la protezione dei funzionari giudiziari, la sua applicazione è stata limitata ai soggetti processuali per la scarsezza delle risorse assegnate e anche in questo casi in tempi e forme limitate. L’Ufficio dell’UNCHR segnala di aver ricevuto denunce di testimoni e vittime abbandonati in gravi condizioni di insicurezza: “molti di loro si sono visti obbligati a ricorrere, con propri mezzi, all’aiuto internazionale per abbandonare il paese oppure ad aggiungersi alla folla dei desplazado(a)s” (par. 150).
L’Ufficio dell’UNCHR ha registrato casi di giudici o investigatori dell’equipe tecnica (CTI) o della “unità dei diritti umani’ della Fiscalía minacciati di morte, rapiti o uccisi, in particolare nel dipartimento di Antioquia e nella ‘zona di distenzione’; a livello nazionale un episodio di particolare gravità è rappresentato dall’attentato realizzato a Bogotá contro vari inquirenti del CTI, nel mese di novembre. “Il Governo e le istituzioni dello Stato - afferma con grave preoccupazione l’Ufficio dell’UNCHR - non sembrano avere assunto come priorità questo problema. Questo si traduce nella destinazione di fondi insufficienti ad una azione giudiziaria efficace e un livello adeguato di protezione” (paragrafo 51). Per il 1999, per esempio, il ‘programma di protezione speciale’ avrebbe dovuto attendere 93 casi di protezione a favore di individui e organizzazioni: alla fine dell’anno, invece, era stato impiegato e speso solo circa il 50% del budget previsto (paragrafo 151).
Lo stato colombiano è sul banco degli imputati anche per aver consentito l’impunità di funzionari pubblici sospettati del coinvolgimento in gravi reati. “Ripetutamente il Governo - aggiunge il rapporto - è stato esortato ad allontanare dal servizio i funzionari sui quali pesano seri indizi di coinvolgimento in gravi violazioni dei diritti umani”. In alcuni casi, gli alti ufficiali sospettati sono stati destinati ad altro incarico, misura “che manca di significato sanzionatorio, non genera inabilità all’esercizio di incarichi pubblici e non può essere invocata come antecedente” (par. 131). In altri, casi una loro parziale protezione è assicurata mendiante il trasferimento dei casi alla giustizia penale militare.
Il rapporto denuncia la pratica frequente del Consiglio superiore della magistratura di trasferire casi di gravi violazioni dei diritti umani e infrazioni al diritto internazionale umanitario alla giurisdizione castrense. Generalmente vengono affidati ai tribunali militari gli ufficiali di rango superiore e ai giudici ordinari la condotta dei loro subalterni. Un esempio clamoroso è la sentenza pronunciata nel caso del massacro di Mapiripán: la Procura Generale della Nazione ha sollevato il conflitto di competenza, affidando al tribunale militare il processo di alcuni degli ufficiali indagati (par. 148).
Il nuovo Codice penale militare, approvato in giugno 1999, continua a lasciare alla giurisdizione militare alcune gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, consentendo di ricorrere alla ‘obbedienza dovuta’ come fattore che esonera dalla responsabilità (par. 138).
Quanto agli strumenti internazionali preposti alla amministrazione della giustizia, l’Ufficio dell’UNCHR segnala che, sebbene la Colombia abbia sottoscritto lo statuto del Tribunale Penale Internazionale, finora il Governo non lo ha presentato al Congresso per la ratifica. Inoltre non è ancora stata ratificata dal Congresso la Convenzione di Ottawa sulla proibizione dell’uso, della commercializzazione e della produzione e trasferimento di mine antiuomo. In particolare, le forze militari continuano a fare uso delle mine per proteggere le proprie installazioni e, fino ad ora, non è stata disegnata una strategia per procedere ad una loro distruzione; anche i gruppi della guerriglia usano mine antiuomo, specialmente di fabbricazione artigianale. Non si dispone ancora di uno studio completo sulle aree del territorio investite dalla presenza di mine e sul numero di vittime causato. Il Congresso ha invece approvato la Convenzione di Parigi sulla proibizione dello sviluppo, della produzione, della commercializzazione e dell’utilizzo di armi chimiche, ma solo all’inizio dell’anno la Convenione è stata sottoposta a revisione da parte della Corte Costituzionale, tappa indispensabile per la sua ratifica (par. 142).
Una parte della sezione dedicata al rispetto dei diritti alla vita, alla integrità personale e alla libertà di circolazione segnala le violazioni compiute da agenti pubblici in termini di uso arbitrario della forza, arresti illegali, detenzione preventiva. “Una violazione ripetuta del diritto alla integrità personale è stata rappresentata dall’uso eccessivo della forza da parte degli agenti dello Stato, specialmente quando attuavano per cogliere delinquenti in flagranza di reato, reprimire disordini o fronteggiare proteste popolari. A questo proposito, risulta ogni giorno più sproporzionato e pericoloso l’impiego, senza misure di controllo, di armi letali per affrontare ribellioni carcerarie, o per disperdere i cittadini che intervengono in scioperi, proteste e manifestazioni di piazza” (paragrafo 37).
Nel 1999, secondo il rapporto, si sono verificate detenzioni illegali o arbitrarie generalmente “per intervento di componenti delle forze armate che svolgevano operazioni di controllo nelle zone ove si erano avuto attacchi da parte di guerriglieri”. In queste occasioni si sono registrati arresti di persone contro le quali non era stato emesso alcun mandato giudiziario e che sono rimaste recluse al margine dei requisiti e dei termini segnalati dalla legge. In alcune sedi militari, inoltre, è diventata comune la detenzione clandestina e non ufficiale di guerriglieri e disertori delle fazioni insorgenti, con il fine di ottenere da loro informazioni e collaborazione. Questa detenzione, illegittima, espone le persone colpite nel rischio di soffrire torture o maltrattamenti (paragrafo 40).
Casi di detenzioni illegali e arbitrarie si sono registrate anche “quando i membri della polizia hanno eseguito le cosiddette catture momentanee”. Sebbene la Costituzione proibisca, salvo che nel caso di flaglanza, di privare della libertà un cittadino senza mandato scritto dell’autorità giudiziaria competente, la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha dato facoltà alle autorià amministrative di detenere preventivamente, con finalità di verifica e fino ad un massimo di 12 ore, persone non scoperte durante la commissione di reato né colpite da un ordine di cattura. “Grazie al riconoscimento di una tale facoltà, l’organismo di polizia gode, nella pratica, di poteri discrezionali e onnicomprensivi utilizzabili per colpire la libertà di chiunque si trovi in luoghi pubblici o aperti al pubblico”. La maggioranza dei colpiti da questa misura, conosciuta come retata, “sono cittadini dei settori più poveri ed emarginati della popolazione” (paragrafo 41).
Il diritto alla libertà individuale è stato violato, inoltre, in tutti quei casi nei quali sono state imposte ai cittadini sotto processo, e senza alcuna giustificazione, misure di sicurezza consistenti nella ‘detenzione preventiva’. Le norme penali colombiane disconoscono il carattere eccezionale della detenzione preventiva, dal momento che consentono di imporla indipendentemente dalla gravità del reato o dall’esistenza di un motivo serio per temere che l’imputato possa sottrarsi alla azione della giustizia o inquinare le indagini. C’è da notare che la detenzione preventiva procede per tutti i delitti di competenza dei giudici penali specializzati (par. 42).
L’imputato sottoposto a detenzione preventiva subisce una ulteriore violazione della libertà personale mediante la restrizione del diritto dell’habeas corpus. Il codice penale colombiano, infatti, impedisce agli imputati di esercitare il diritto a impugnare la legalità della disposizione di detenzione davanti ad un’autorità giudiziaria differente da quella che l’ha stabilita, e che in termini perentori possa decretare il suo ritorno in libertà (par. 43).
Di una situazione di particolare assenza di protezione soffre la popolazione carceraria, spesso “oggetto di trattamenti crudeli, inumani o degradanti” (par. 36). “Le persone detenute o condannate che si ritrovano in penitenziari e carceri non soltanto devono affrontare la sovrapopolazione e le più deplorevoli condizioni sanitarie ma anche ripetuti abusi e atti di forza innecessaria da parte dei custodi”. Durante il 1999 la situazione carceraria ha dato origine e a ripetuti ammutinamenti e proteste, appoggiati da familiari dei reclusi, che hanno provocato altri arresti e detenzioni. Secondo dati forniti dalla Defensoría del Pueblo, dal 1 gennaio al 10 dicembre, 169 detenidos sono morti in maniera violenta nei centri penitenziari del paese (76 di loro nel carcere Modelo di Bogotá) (par. 36). A questa situazione non si è risposto con una politica penitenziaria adeguata e i lievi incrementi del finanziamento statale destinato al sistema carcerario, ovviamente, non ha potuto incidere minimamente in direzione della risoluzione della crisi carcercaria (par. 178).
8. Diritti economici, sociali e culturali
“Il deteriorarsi della situazione colombiana ha interessato tanto i diritti civili e politici quando il godimento delle garanzie economiche, sociali e culturali. La politica di aggiustamento strutturale e la crisi economica che affligge il paese hanno comportato elevati costi sociali”.
Nel 1999 gli scambi si sono contratti del 5.8%, il PIL si è ridotto del 4%, la moneta ha subito una consistente svalutazione e la disoccupazione urbana ha raggiunto la cifra più alta della storia. La maggior parte della popolazione - il 45% in città e l’80% nelle zone rurali - non ha potuto soddisfare necessità basiche come abitazione, salute, istruzione mentre addirittura più di un quinto dei colombiani hanno percepito redditi tanto esigui da collocarsi al di sotto della linea di indigenza (Fonti: Dane- Istituto nazionale di statistica e UNDP).
Il rapporto dell’UNCHR pone in particolare risalto gli effetti che la recessione economica ha avuto sui diritti all’educazione e al lavoro: “nel primo caso, in quanto si tratta di un diritto che può avere un ruolo fondamentale nella costruzione di una cultura di pace; nel secondo, per via della speciale gravità della situazione del movimento sindacale e dei diritti dei lavoratori in Colombia” (par. 56).
Negli ultimi anni, il costo dell’istruzione a carico della popolazione si è incrementato in termini assoluti e in relazione all’andamento dei salari, provocando l’aumento della diserzione e dell’abbandono scolastico e l’assenza di avanzamento nella copertura della popolazione scolare in età superiore ai sei anni. L’educazione superiore e l’educazione prescolare tendono ad essere sempre più un privilegio delle famiglie con maggiore ingresso. “Uno studio della Università delle Ande segnala, quale effetto diretto della crisi del 1999, il trasferimento dei posti prima riservati alle famiglie più sfavorite verso settori della popolazione con ingressi medi”.
Quanto al diritto al lavoro, la preoccupazione delle Nazioni Unite va verso la crescente assenza di prospettive occupazionali stabili e garantite di fasce sempre più ampie della popolazione e “che rischia di risolversi nell’adesione dei giovani alle fila dei gruppi armati illegali, alle attività del sicariato o alle coltivazioni illecite”.
“L’Alta commissaria raccomanda l’adozione delle riforme legali necessarie per adeguare la legislazione interna alle Convenzioni internazionali della OIL in merito alle libertà sindacali e alla protezione del diritto di iscrizione a un sindacato e di negoziazione collettiva”. Sebbene riconosciuta costituzionalmente, infatti, la libertà sindacale in Colombia non gode di un sistema normativo che ne assicuri il pieno ed effettivo esercizio.
“Nel corso del 1999, si sono realizzate diverse manifestazioni di scontento sindacale e sociale da parte di lavoratori della sanità, dell’educazione, delle organizzazioni contadine e dei trasportatori. In molti casi, queste manifestazioni sono state ricevute in modo ostile da parte delle autorità, che sono intervenute a bloccare con la forza la protesta (come è successo nella giornata di sciopero convocata dalle centrali sindacali per il 31 agosto). In quella giornata, si sono registrati più di 300 arresti, anche di minori di età, abusi da parte della forza pubblica e maltrattamenti nelle installazioni della polizia. All’Ufficio dell’UNCHR sono pervenute denunce di sei sparizioni a Bogotà e tre morti nel barrio La Divisa di Medellín, in circostanze mai chiarite” (par. 63).
9. Situazione delle donne
“Lo stato non ha sviluppato adeguatamente l’obbligazione costituzionale di adottare misure in favore di gruppi discriminati o emarginati - afferma una delle raccomandazioni dell’Alta Commissaria riportate nel testo. Inoltre, la condotta discriminatoria non è stata ancora definita come fatto punibile nella legislazione penale” (par. 182). Rispetto alla situazione della donna, per esempio, il governo non ha tenuto fede agli impegni presi nel 1995 a Pechino, come dimostra chiaramente il rapporto presentato a New York nel giugno scorso: necessariamente generico dal momento che non era possibile riportare nessun dato concreto che attestasse un minimo avanzamento.
“In Colombia esiste un quadro giuridico ampio per la protezione dei diritti della donna. Ciò nonostante, la situazione concreta continua ad essere difficile, specialmente per gli effetti della violenza e del conflitto armato e per via del grave recessione economica”. Una delle poche aree di avanzamento è stata quella educativa. Il tasso di analfabetismo femminile è diminuito e si è mantenuta la tendenza verso un incremento nella partecipazione femminile a tutti i livelli dell’istruzione. E’ invece peggiorata la situazione lavorativa; le donne sono colpite in misura maggiore degli uomini dalla disoccupazione e le loro remunerazioni continuano ad essere in media il 28% più basse rispetto a quelle percepite dagli uomini.
La violenza domestica e sessuale contro la donna ha mantenuto nel 1999 dimensioni allarmanti, sebbene la stragrande maggioranza dei casi continui a rimanere sommersa. “Gli sforzi dello Stato in questo senso si sono limitati ad aumentare le sanzioni per i delitti che attentano contro la libertà sessuale e la dignità umana ma le nuove disposizioni non sono state accompagnate da iniziative atte a superare l’elevata impunità che si registra in materia”.
Un successo innegabile rappresenta, tuttavia, l’approvazione della legge che da applicazione alle disposizioni costituzionali sulla “adeguada ed effettiva partecipazione della donna ai livelli decisori dei diversi organi del potere pubblico”, che riserva a donne il 30% dei seggi nelle elezioni e degli incarichi direttivi negli uffici pubblici.
10. Bambini e bambine
L’allarme delle Nazioni Unite viene espresso anche rispetto alla situazione di assenza di protezione, violenza e abuso che colpisce i minori. Le cifre ufficiali mostrano come sono sempre di più i minori che muoiono per azione dei gruppi armati; i minori sequestrati o ‘desaparecidos’, maltrattati e sottoposti a violenze fisiche o psicologiche nelle zone di conflitto; i bambini ‘desplazados’ e persino i bambini ‘combattenti’ o che operano fuori della legalità, nelle bande dei loro quartieri. Numerosissime organizzazioni colombiane e internazionali, UNICEF in testa, hanno segnalato i danni emozionali riportati per la gravità delle violenze a cui sono esposti nelle aree di conflitto ma anche nelle terribili realtà urbane. Bambini di appena 6-7 anni hanno problemi di insonnia o sono ossessionati dall’idea della vendetta o del suicidio, giocano alla guerra con i resti di cilindri di gas e i passamontagna sul viso; sono oltremodo aggressivi, manifestano problemi di comprensione o depressioni cliniche.
Secondo la CODHES, il 70% del totale della popolazione ‘desplazada’ è costituita da minori di età (vedi alla fine tabella n.4 sull’età dei minori desplazado(a)s). Nel 1999 sono stati 176.800 i minori ‘desplazados’. Lo sradicamento forzato cui sono sottoposti distrugge immaginari e contesti affettivi, frammenta la famiglia e il tessuto sociale, riduce la qualità della vita e, di conseguenza, incide pesantemente sul comportamente psico-sociale di chi viene colpito precocemente dalla violenza.
“Uno degli aspetti più preoccupanti legati del conflitto è rappresentato dal coinvolgimento di minori nella guerra” – afferma l’Ufficio dell’UNCHR. Minori di 15 anni vengono utilizzati come combattenti, informatori, guide o messaggeri. Gli osservatori delle Nazioni Unite hanno constatato direttamente la presenza di bambini in uniforme ed armati nelle file di diversi gruppi guerriglieri e in diverse zone del paese. Si arruolano volontariamente per via della importanza che, in mancanza di prospettive di inserimento socio-economico, assume nel loro immaginario il ruolo di guerrigliero; in alcuni casi, però, vengono reclutati forzatamente. Di fronte alla dimensione crescente che ha assunto il fenomeno, è preoccupante l’inesistenza di programmi speciali per sottrarli dalle file degli attori armati”. Il progetto ‘Infanzia, famiglia e conflitto armato’ implementato dall’ICBF (Instituto colombiano de bienestar familiar) calcola in circa 2000 i minori arrulati nelle file della guerriglia e 3000 quelli inseriti nelle file dei paramilitari.
I bambini e le bambine in Colombia rappresentano il 41,5% della popolazione totale. Secondo i dati della Defensoría del Pueblo relativi all’anno 1998, 6,5 millones di bambini vivono in situazione di povertà, 1.137.500 in condizione di miseria e 30.000 nella strada. Si calcola, inoltre, che il 47% dei minori subisce matrattamenti. Ogni anno 4.380 muoiono violentemente. Più di 2 milioni e mezzo lavorano in condizioni di alto rischio (l’80% nel settore informale) e soltanto il 3% dei minori lavoratori frequentano la scuola (par. 72).
Nelle età comprese tra i 5 e i 14 anni si registra con particolare incidenza il fenomeno dell’abuso sessuale, nel 70-80% dei casi commesso da persone conosciute dallo stesso minore.
L’Ufficio dell’UNCHR segnala, infine, irregolarità nell’attenzione dei minori infrattori o che si trovano sotto la custodia dell’ICBF e sollecita il governo ad adeguare le disposizioni del Codice del Minore alle normative internazionali, soprattutto in tema di lavoro infantile e trattamento dei colpevoli di reato.
11. Minoranze etniche: comunità indigene e afrocolombiane
Nel Rapporto sullo Sviluppo Umano per la Colombia, 1999 (IDHC) si stima che l’80% della popolazione afrocolombiana ed indigena vive in condizioni di estrema povertà, che il 74% riceve salari inferiori al minimo legale e che i suoi municipi hanno i maggiori indici di povertà e di necessità basiche insoddisfatte. Nelle loro regioni, gli indici di qualità di vita e sviluppo umano sono al di sotto degli standard nazionali, e la speranza di vita è inferiore del 20% alla media nazionale.
Nonostante la Costituzione del 1992 abbia previsto disposizioni volte al riconoscimento dei loro diritti alla autonomia e alla tutela della propria identità culturale, l’implementazione di politiche e programmi specifici è stata totalmente insufficiente. Inoltre, alcune delle loro comunità sono tra le più colpite dal conflitto. Numerosi leader indigeni ed afrocolombiani sono risultati morti o sono desaparecid(a)os, mentre intere comunità sono state costrette ad andare via dalle loro terre. Allarmante è la pressione degli attori armati sugli emberá-katío nelle regioni dell’Alto Sinú (Cordoba) e d Jurado (Chocó), sugli ‘Uwa’ nel nord di Boyacá, e sulle comunità afrocolombiane nell’Urabá chocoano, il basso e medio Atrato (Chocó), i monti di María e il sud di Bolivar.
Gli stessi difensori dei diritti degli indigeni hanno sofferto persecuzioni, e a volte la morte, come nei casi di Lucindo Domicó, vittima dei paramilitari, o degli indigenisti nordamericani, vittime delle FARC. “Lo Stato colombiano, in molti dei casi, nonostante le sollecitazioni di questo ufficio, è stato incapace di garantire la sicurezza e la protezione dei leader, delle popolazioni e dei difensori di queste comunità”. Il rapporto riporta segnalazioni sul reclutamento forzoso di indigeni da parte delle FARC in zone come la Sierra Nevada de Santa Marta e i diartimenti di Chocó, Putumayo, Caquetá, Guainía e il Vaupés, con una chiara mancanza di rispetto dell’autonomia, della cultura e dei valori ancestrali dei popoli indigeni.
12. Conclusioni
Il rapporto delle Nazioni Unite, in linea con le affermazioni del Human Rights Watch e con le denunce di tante ong loacali e internazionali, delinea i contorni di un conflitto drammatico che degenera giorno dopo giorno. Autori delle violazioni sono le formazioni irregolari o che operano al di fuori della legge (autodefensas e guerriglia) come i membri della forza pubblica, durante l’esercizio delle loro funzioni o durante operazioni di appoggio di gruppi paramilitari e di autodifesa. Le vittime principali: operatori diritti umani, giornalisti, giudici, procuratori, investigatori, membri della Defensoría del pueblo, donne e uomini, bambine e bambini, civili che vivono nelle aree di conflitto e che ne vengono allontanati con la violenza.
All’indomani della presentazione del rapporto a Ginevra da parte della Alta Commissaria, Mary Robinson, il governo colombiano, in una dichiarazione del cancelliere Guillermo Fernando de Soto, è intervenuto prendendone le distanza e accusandolo di “non prendere in considerazione il ruolo fondamentale assunto nel conflitto armato dal narcotraffico”, dal governo considerato il finanziatore dei gruppi al margine della legalità e dunque unico resposabile della illegalità. Il cancelliere, inoltre, ha accusato il rapporto di non aver posto la giusta enfasi sui successi raggiunti dallo stato nel processo di negoziazione con la guerriglia. “Le valutazioni contenute nel documento, realizzate senza un obiettivo riferimento al contesto del paese, confonderebbero qualunque lettore impreparato” – ha affermato Fernando de Soto (El Tiempo, 15 aprile 2000).
In realtà, la versione ufficiale sul contesto colombiano segnala un considerevole miglioramento nella situazione, contraddicendo le enunciazioni di tutti gli organismi deputati alla osservazione dei diritti umani, compreso il Dipartimento di Stato Americano. “Nonostante gli sforzi del governo colombiano per negoziare la fine delle ostilità, continua a registrarsi una preoccupante situazione di conflitto armato interno e di violenza crescente, di natura politica o criminale”, recita il rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani nel mondo degli Stati Uniti.
“L’impegno del governo in materia continua ad essere debole. Le forze di sicurezza del Governo, i paramilitari, le guerriglia, i narcotrafficanti, hanno continuato a commettere seri abusi, tra le quali si distaccano le violazioni del diritto alla vita e alla integrità personale: esecuzioni extragiudiziali e torture in testa.” (El Colombiano, 26 febbraio 2000) Il rapporto pone un’enfasi particolare, tuttavia, sugli avanzamenti compiuti dal governo. Rispetto al legame di settori delle forze armate con il paramilitarismo afferma: “Il governo ha preso importanti misure destinate a porre fine alla cooperazione tra certi membri delle forze di sicurezza e i paramilitari”. Il Dipartimento di Stato segnala le denunce ripetute espresse dal presidente sul fenomeno, ne elogia gli sforzi rivolti all’avvio di e al rafforzamento dell’applicazione delle legge; infine, afferma: “l’impunità, nonostante continui a prodursi su vasta scala, adesso non è più totale”. La volontà di porre attenuanti alla posizione del governo è evidente già dai brevi stralci pubblicati dalla stampa colombiana.
La pubblicazione della ‘versione statunitense’ della situazione colombiana è stata accompagnata dalle dure dichiarazioni da parte del delegato delle Nazioni Unite per i diritti umani nel paese, Anders Kompass. Il diplomatico svedese si è affrettato a definire “molto critica” la situazione dei diritti umani in Colombia. “I diritti umani - ha affermato - sono una questione prioritaria nell’agenda mondiale e nel mondo esiste un consenso sul fatto che senza la loro tutela non si può avere una pace duratura né democrazia, né sviluppo sostenibile”. In un incontro sulle violazioni del diritto internazionale umanitario e sulla ‘sparizione forzata’, Kompass ha aggiunto: “l’impunità che si registra in Colombia costerna tutte le organizzazioni internazionali che seguono da vicino la situazione di un paese sull’orlo di una grave crisi umanitaria. L’impunità è la riprova del fatto che lo stato continua a disconoscere i suoi doveri e rappresenta un grave oltraggio alla memoria delle vittime” (El Colombiano, 26 febbraio 2000).
Al di là delle tante dichiarazioni rassicuranti del governo che si sono succedute dall’inizio dell’anno, clamorosa è la operazione di ‘maquillage’ dei dati reali realizzata in marzo, quando fu preparato il rapporto destinato ad essere presentato al Congresso di Washington, “per dileguare i dubbi che rischiano di ostacolare l’approvazione del Plan Colombia”, come affermò lo stesso Ministro della Difesa, Ramirez.
Incentrato sugli ultimi 5 anni, il rapporto rappresenta un bluff evidentissimo. Secondo questa versione, negli ultimi 5 anni, la guerriglia avrebbe commesso l’86% delle violazioni che si sono presentate e i gruppi di autodifesa il 13%. Ai gruppi insurgenti il rapporto attribuisce il 56% dei massacri, il 71.6% degli assassini, il 94.6% degli attacchi alla popolazione. Il documento, inoltre, definisce la situazione colombiana non come “una guerra civile ma come una lotta armata tra 30.000 insorti in armi di sinistra e destra e 40 milioni di colombiani che desiderano la pace”. Rispetto alla differenza con i dati di agenzie e organizzazioni internazionali, il ministro ha segnalato che “il rappporto non intende polemizzare con nessuno ma inserire i fatti nel loro contesto”.
Certo, è innegabile che questa guerra delle cifre, che si gioca sulla memoria di migliaia di vittime e che pone serie ipoteche sul futuro del paese, non può che gettare pesanti ombre sulla opportunità di un piano di aiuti che consiste principalmente in assistenza e finanziamento delle forze di sicurezza del paese.
APPENDICE - Alcuni dati significativi sulla situazioni colombiana
Tabella 1: i responsabili delle violazioni dei DDHH e del DIH nel 1999
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Responsabili |
% |
|
|
|
|
Paramilitari |
47 |
|
Guerriglie |
35 |
|
Forze armate |
8 |
(fonte: CODHES)
Tabella 2: I responsabili del desplazamiento negli ultimi anni
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Responsabili |
1995 |
1996 |
1997 |
1998 |
|
|
|
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|
|
|
Paramilitari |
35% |
33% |
54% |
47% |
|
|
|
|
|
|
|
Guerriglie |
26% |
29% |
29% |
35% |
|
|
|
|
|
|
|
Forze militari |
18% |
16% |
6% |
8% |
|
|
|
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|
|
(fonte: CODHES)
Tabella 3: alcuni dati sulla popolazione desplazada
|
Popolazione desplazada |
N. |
|
|
|
|
Numero totale dal 1985 |
1.900.000 |
|
Numero totale bambini dal 1985 |
1.100.000 |
|
Colombiani ‘dezpalados’ nel 1999 |
276.479 |
|
Minori ‘desplazados’ nel 1999 |
176.800 |
|
Popolazione ‘desplazada’ minore di 7 anni |
23,1% |
|
Famiglie con bambini |
43% |
|
Famiglie con donne capofamialia |
44.1% |
(fonti: CODHES, Defensorìa del Pueblo)
Tabella 4: Età degli bambini desplazado(a)s
|
Fascia di età |
% |
|
|
|
|
Meno di 5 anni |
23,4% |
|
5 – 10 anni |
36,4% |
|
11 – 14 anni |
23,5% |
|
15 – 18 anni |
16,7% |
(fonte: CODHES)
Tabella 5: Indagine sul livello di coinvolgimento dei bambini soldato
|
Dei 5000 minori combattenti |
% |
|
|
|
|
Ha ucciso |
18% |
|
Ha visto uccudere |
60% |
|
Ha visto cadaveri |
78% |
|
Ha assistito a sequestri |
25% |
|
Ha partecipati a sequestri |
13% |
|
Ha visto torturare |
18% |
|
Ha sparato con un’arma |
49% |
|
E’ stato ferito |
28% |
(fonte: Defensoría del Pueblo)
Tabella 6: dati generali sul conflitto
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Media annuale di omicidi durante gli anni ‘90 |
26.069 |
|
Massacri effettuati nel 1999 |
70 |
|
Civili uccisi in massacri nel 1999 |
403 |
|
Attivisti sindacali assassinati negli anni 1991-99 |
2.800 |
|
Sindaci assassinati nel 1999 |
25 |
|
Guerriglieri uccisi nel ‘99 |
1.019 |
|
Sequestri effettuati dal 1991 al ‘98 |
12.729 |
|
Sequestri effettuati nel 1999 |
2.945 |
|
Bambini sequestrati nel 1999 |
206 |
|
Sparizioni forzate anni 1981-1999 |
2.500 |
|
Rifugiati colombiani in Paesi confinanti |
105.000 |
|
Richieste d’asilo politico nel 1999 |
3.400 |
|
Colombiani/e trasferitisi all’estero nel triennio ‘97-‘99 |
2.040.000 |
(fonti: Fundación País Libre, Defensoría del Pueblo, Codhes, Das)
[1] Per semplicità, nelle presente trattazione si userà l’espressione Ufficio dell’UNCHR in Colombia o solo Ufficio dell’UNCHR.
[2] Ernesto Samper fu presidente della repubblica dal 1994 al 1998. Nel 1996 venne denunciato che la sua campagna elettorale era stata finanziata del cartello della droga di Cali.
[3] Per “massacro” si intende l’esecuzione di tre o più persone in uno stesso evento o in eventi relazionati per autori, luogo e tempo.
[4] Secondo l’Associazione familiari desaparecido(a)s, sarebbero circa 2.500 le persone scomparse negli anni ’90 di cui non si è avuto più notizia.