Piovre e biscioni}Il protagonista: Berlusconi Silvio, palazzinaro milanese e, nell’anno 1994, presidente del governo italiano. L'oggetto: la mafia, la massoneria, gli affari in Sicilia e Sardegna, le misteriose origini, la costruzione del partito azienda. Chi si ricorda di Dell’Utri, Pino Mandatari, della P2 e dello stalliere ? 'Dottor Berlusconi, qual è il segreto del suo successo ?'.'Sono d’accordo con lei, è un segreto'
Antonello Mangano
mafia, economia, politica
Non
è possibile pensare ancora alla mafia con coppola e lupara, da combattere con l'esercito. Il braccio
militare dell'organizzazione
serve solo come 'extrema ratio' e viene usato solo quando gli altri interessi sono in grave pericolo. La stessa
connessione con la politica
ha il compito di favorire gli interessi delle cosche. Ma il cuore
è l'economia: la mafia è
soprattutto una impresa economica, che agisce
prin- cipalmente nel settore finanziario e nel traffico di stupefacenti
e che cerca di intervenire nel settore
'legale' per ripulire il denaro sporco. In tal modo le attività illegali si
intrecciano con quelle legali, fino a
confondersi. E gli uomini delle cosche
si nascondono dietro i pezzi grossi che reggono i fili
dell'economia e della politica.
In
queste pagine, troveremo più volte il
termine 'riciclaggio', su cui si sa
davvero poco: solo un banchiere della mafia si è pentito,
le inchieste sono poche e
trovano mille ostacoli (v. a pag. l'inchiesta 'Mato Grosso'), esistono grandi
banche dei paradisi fiscali (Svizzera in testa) legate ai peggiori clan del narcotraffico colombiano e di
Cosa Nostra. La massoneria è sempre
presente, fa da collegamento,
intreccia nomi che nessuno si
sarebbe mai sognato di vedere assieme. Banchieri rispettabili, imprenditori di successo, maghi della
finanza vicino a criminali della peggior specie.
Sembra impossibile, ma è
la norma: scindere crimine e
grande finanza diventerà sempre più difficile.
Da
quando la criminalità organizzata di
tutto il mondo ha cominciato a
gestire il traffico di droga e di armi, i gruppi criminali si sono trovati a gestire migliaia di miliardi, diventando "lobbies" politiche e finanziarie che nessun potere politico o
finanziario ha voluto ignorare.
In
molti paesi del mondo (tra cui
l'Italia) esiste un magma di
interessi comuni tra gli ambienti criminali, quelli finanziari ed imprenditoriali, la massoneria, gli ambienti politici
conservatori: questi utilizzano
come bracci esecutivi ambienti
dell'esercito, i servizi segreti
e le bande criminali. Hanno come obiettivo l'accumulazione di potere e ricchezza, e quindi tendono a controllare ogni centro
decisionale.
E'
chiaro che il concetto di mafia deve adeguarsi alla realtà: "oggi in America la voce mafia è quella
dell'establishment bianco, dal gigantesco giro d'affari che coinvolge le multinazionali e le
grandi famiglie bianche. I
banchieri 'wasp' sono peggio dei delinquenti" (John Landis). E per quel che riguarda l'Italia,
vedremo che i manager Publitalia sono
peggio dei banchieri wasp.
"La
mafia pertanto non è una malattia
inspiegabile ed inguaribile cronicizzatasi
in un corpo sano, né è la responsabile
di tutti i mali in una società innocente, ma è il prodotto
dell'uso strumentale di attività illegali a fini di accumulazione di ricchezza e di acquisizione di posizioni di potere" (U. Santino)
Tra organizzazioni criminali e gruppi
imprenditoriali multinazionali si
possono trovare differenze nei mezzi,
non nei fini, che sono identici:
ricchezza e potere. I mezzi, inoltre,
tendono a differenziarsi sempre meno: sia perché la criminalità tende
a riciclare nella legalità i soldi 'sporchi', sia perché le regole sono spesso fastidiosi impedimenti per le gigantesche macchine del profitto. In
ogni caso, alle favole di Stato e Antistato, di misteri che si agitano nell'occulto e nelle tenebre e del Grande Vecchio che nessuno conosce non bisogna più credere.
Il mondo che si autodefinisce civile e democratico è diventato il regno del
denaro e del potere, da ottenere con qualunque mezzo. E'
un sistema dai contorni
definiti, non c'è niente di occulto.
In
Europa, per esempio, si sta
formando una pericolosa concentrazione nel campo dei mass media
(Berlusconi, Rupert, Kirch, Beisheim, Ringier), che presto avrà il compito di spiegare alle masse che il loro ruolo è lavorare e morire, produrre e consumare, guardare la Tv e non pensare. Già da tempo i becchini delle ideologie ci raccontato tutti i
giorni che è inutile pensare,
che tanto non cambierà mai niente.
E non
si discute il ruolo guida della borghesia e dei suoi valori: l'essere
umano ridotto a merce, l'alienazione di ogni rapporto umano. Il mondo è abitato
da una minoranza che vive in un falso benessere e che si rinchiude
illusoriamente in una fortezza difesa dagli eserciti, mentre all'esterno masse sterminate vivono in condizioni
drammatiche.
In
Italia assistiamo alla formazione di
una rigida oligarchia che per- segue il
potere con tutti i mezzi, instaura una
ferrea dittatura sugli altri strati
della società e maschera tutto col lavaggio del cervello operato dai mass media. Può essere il modello del
futuro. Chi non lo accetta non può fare che una scelta: costruire un mondo dove al centro non sia la brama di potere di
pochi, ma i bisogni di tutti gli individui. I bisogni veri, non quelli degli
spot.
...........
prima parte
...........
...se mi confidassero che passa dalle sue mani
anche la
tratta delle bianche, ci crederei...
Leonardo Sciascia, A
ciascuno il suo
la mafia politica
.................
Auto
incendiate, teste di vitello fatte trovare davanti alle case, spari ed
intimidazioni di tutti i tipi. La mafia torna a fare politica direttamente: si comincia nel dicembre del '93, con le minacce al sindaco (della Rete) di Terrasini. Poi l'attentato del 19
febbraio '94, con l'incendio dell'auto della sindaca di San Giuseppe Iato. Il 3 marzo il sindaco di Corleone trova una testa di
vitello davanti casa. E poi intimidazioni ad Altofonte (5 marzo), a Piana degli Albanesi (11 maggio) e San Cipirello (18 maggio). Tutti gli attentati sono contro amministratori o candidati della sinistra.
campagna elettorale a
monreale
..............................
A
Monreale continua lo stillicidio di
attentati: ucciso il cane della candidata a sindaco della sinistra ("è il primo
assassinio di mafia della seconda repubblica"); altri attentati
coinvolgono un esponente di
Rifondazione, un altro del
Pds ed un sindacalista Cisl, promotore
dell'antiracket. A Monreale la campagna
elettorale per le comunali si svolge così. Sono elezioni
particolarmente importanti, visto che occorre raccogliere l'eredità della Dc,
che qui non era mai andata sotto
il 50 %. Il vescovo di Monreale è monsignor Salvatore Cassisa, luogotenente dei Cavalieri del Santo Sepolcro e amico del conte Arturo Cassina. La Curia
di Monreale è stata perquisita, nel dicembre del '93, dal Servizio centrale
operativo della polizia, che si è soffermata sul segretario del vescovo, don
Mario Campisi, poiché dal suo cellulare qualcuno parlò con Leoluca Bagarella, cognato di
Totò Riina, latitante di Cosa
Nostra. Campisi ha ricevuto un avviso
di garanzia per associazione
mafiosa. E così, per la prima volta, il nucleo di potere di
potere di Monreale è stato
scalfito. Qui siamo
nel regno del
Corleonesi, di Bernardo Provenzano, di Giovanni Brusca e di
Bagarella.
Da
dieci anni, a Monreale, non si verificavano attentati. Il 27 aprile, i colpi di pistola contro l'auto di
Rosalba di Salvo, candidata
a sindaco, hanno rotto il
silenzio: "fino a quando
non si configura il nuovo potere con tanto di nome e cognome, si
intimidisce la contro- parte". Cioè coloro che,
comunque, non saranno con i poteri mafiosi.
Il messaggio è chiaro: i mafiosi hanno indicato i loro nemici, in modo
for- se anche troppo plateale, probabilmente sintomo di una sicurezza ritro- vata, dopo la fine della Dc. Ed i
motivi per essere sicuri non mancano:
il dodici giugno la sinistra di Monreale ha ottenuto un risultato molto al di sotto di qualsiasi previsione
pessimista.
--- il manifesto, 28 mag 94, p.13
ritorno all'antico
..................
Gli
attentati nel palermitano hanno
ottenuto l'effetto ricattatorio sulle popolazioni: se volete le
sinistre avrete anche le
bombe e le minacce continue. Altrimenti
scegliete gli altri. La
strategia sembra venire dal passato: "attentati 'leggeri', che restano solo un giorno sulle pagine
dei giornali ed in televisione" 1, i messaggi arrivano solo ai
destinatari locali e l'opinione pubblica nazionale dimentica
in fretta.
Sembra
che lo scopo sia condizionare le
elezioni amministrative del 12 giugno:
dice Giuseppina Zacco, vedova di Pio La
Torre: "il 27 marzo in Sicilia ha
vinto il potere di sempre: hanno vinto
gli stessi uomini e gli stessi interessi, poco importa se con
i vessilli di Berlusconi o di Fini.
Hanno concentrato la campagna elettorale facendo leva sull'eterna paura e diffidenza dei siciliani verso lo Stato. E' la Sicilia che
ha consegnato il paese alla destra e a Berlusconi, che è ancora peggio
del- la destra. Ed è in Sicilia che
la sinistra è stata debole, ambigua e subalterna a logiche personalistiche". Una dimostrazione
di ciò è stata la risposta delle
sinistre isolane alla campagna di fuoco della mafia: i gruppi all'Ars di Rifondazione e Rete hanno votato una
mozione che sottolineava il significato politico degli attentati,
interpretandoli anche come messaggio
al governo per misurarlo sull'atteggiamento che terrà verso Cosa
nostra. Ma il Pds ha evitato
quest'ultimo punto, presentato
una mozione più morbida con Psi e parte di Ppi.2
---1: m. gambino, avvenimenti 1 giugno '94,
p.16
---2: il manifesto, 21 mag 93, pp.16 sgg.
cosa vostra
...........
Poi
arriva Maroni, ministro dell'Interno leghista, nel secondo anniver- sario della strage di
Capaci. Lui è un
"autonomista e federalista convinto" e fa la sua proposta: applicare l'articolo 31 dello
statuto siciliano che affida
al presidente della
regione siciliana la responsabilità dell'ordine pubblico. La
proposta suscita vaste reazioni
negative, ma Maroni aveva messo le mani avanti: "non sono un esperto di mafia". E si vede. "Questa
proposta è una follia leghista che fa perdere la visione unitaria e di
insieme del problema",
protesta Giuseppe Di Lello 1.
L'idea della mafia solo siciliana è stata smentita da decine di inchieste che
portano in Svizzera, Colombia, Est europeo. Eppure Maroni è convinto che la lotta alla mafia "è più efficace se
fatta da Palermo e non da Roma".
Il
sistema federalista aiuta la mafia ? Luciano Violante cita un episodio: "Che cosa accadrebbe se vi fosse una Cassazione
a Palermo ? Un pentito ce lo ha detto:
'Cosa bellissima sarebbe...' Il federalismo in sé non è un problema, dipende da come lo si attua. C'è una
tendenza alla separatezza - il "sicilianismo" - da sempre vista con
favore dalla mafia, perché vi intravede la possibilità di pesare di più sulle istituzioni locali" 2. Notare che
la dichiarazione di Violante precede
di un mese la proposta di Maroni.
---1: il manifesto, 21 maggio '94, p.3
---2: la repubblica, 10 aprile '94, p.5
biondi sbarca a
palermo
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Sabato
21 maggio: il governo continua a far
sentire la sua presenza in Sicilia:
dopo Maroni è la volta del ministro di Grazia e Giustizia Biondi: al palazzo di
giustizia di Palermo si commemora Giovanni Falcone: Biondi arriva e abbraccia gli avvocati Vito Ganci, Cristoforo
Fileccia e Frino Restivo. Si è detto: Biondi è
andato a salutare gli avvocati
dei mafiosi. Lui ha replicato con
eleganza: "la realtà è che
noi avvocati siamo meno stronzi di altre
consorterie. Come parte
civile ho fatto condannare i loro clienti". Ma non si tratta solo di
avvocati: "Ganci è coinvolto
nell'inchiesta chiamata Pizza Connection, Fileccia è il legale di Totò Riina e
Restivo è citato con simpatia sospetta
nei verbali del boss Antonio
Calderone" 1. Gente poco
raccomandabile, quindi. E poi Biondi è stato molto meno caloroso nei
confronti di chi la mafia la com- batte: "Caselli è bravo ma
unilaterale", "non esistono
vicerè della giustizia"
[riferito a Caselli], poi accusa il potere giudiziario di avere
occupato gli spazi riservati al governo ed al Parlamento ed ancora esprime
preoccupazioni su un pentitismo non controllato dalla legge, poco prima
dello show in cui Riina chiede di cambiare la
legge sui pentiti. A questo
punto Biondi è costretto ad una delle sue numerose
retromarce, chiarendo che il governo
non si muove sulle indicazioni
del boss di Cosa Nostra. 2
---1: giuseppe d'avanzo, repubblica 22 maggio
'94.
---2: l'espresso, 2 giugno '94, p.47
lotta dura senza
premura
........................
Un
ministro dice di non capire niente di
mafia e propone di fare la lotta solo a Palermo. Un altro va ad abbracciare non solo avvocati di mafiosi ma anche presunti mafiosi. E il governo che provvedimenti
prende contro gli attentatori ? "Le solite" dice Maurizio Gasparri,
sotto-segretario di An all'Interno: "potenziamento della presenza
delle forze dell'ordine e
dell'esercito". "E' un rimedio
antico quanto il male. E non è mai
stato in grado, da solo, di curarlo", osserva Giuseppe di Lello
1. In effetti non sembra che i
pattugliamenti a tappeto abbiano mai dato grandi risultati: "E'
in atto un controllo capillare della zona che spesso finisce per penalizzare i
cittadini che stanno in doppia fila o che non
hanno la marca sulla la
patente", dice Maria Maniscalco, sindaca di S.Giuseppe Iato 2.
L'idea
della mafia come corpo militare,
da affrontare militarmente, è totalmente inadeguata: il settore
economico-finanziario e quello politico-istituzionale sono almeno altrettanto
importanti, ma il governo sembra non capirlo. Ed allora: 1. risposta sul
piano 'militare': pattugliamenti, perquisizioni, tra l'altro
inutili. 2. Sicilia autonoma, la mafia si combatte a Palermo. In sintesi, il governo ha dato queste risposte. Nella più cauta delle ipotesi,
l'esecutivo non ha una chiara
percezione del fenomeno. O non vuole averla.
Ancora:
l'esercito: ormai da tempo alpini e bersaglieri sono in Sicilia, nell'ambito
dell'operazione "Vespri
siciliani". Nonostante la
totale inefficacia dell'operazione,
si chiede una più
forte presenza del- l'esercito. Che, invece, non è servito
a niente: non ha impedito gli attentati, non è intervenuto nelle operazioni antimafia, è incapace di azioni investigative, non ha alcuna
conoscenza del settore. Unici effetti, la
militarizzazione del territorio ed il miglioramento, pericolosissimo,
dell'immagine dei militari.
In
più un'"utilità" l'esercito può averla in prospettiva: se i siciliani
si stancassero di boss e politici
collusi e di oppressioni secolari,
i mafiosi non sarebbero soli nell'opera di repressione.
---1: il manifesto, 18 maggio '94, p.11
---2: avvenimenti, 1 giugno '94, p.18
comuni criminali ?
..................
Dopo
la serie degli attentati mafiosi si moltiplicano le ipotesi.
Si dice che la mafia rialza la testa, ma "di fatto non l'ha
mai abbassata. Le cosche, specie in
questa zona [in provincia di Palermo] non hanno mai interrotto i loro traffici
illeciti e soprattutto non hanno
mai smesso di cercare referenti
politici nelle istituzioni" 1, dice Vittorio Teresi, sostituto procuratore a
Palermo. E non esclude un collegamento tra gli episodi siciliani ed il
cambio al vertice del governo. Giuseppe
Di Lello, ex componente del pool antimafia, osserva che "la mafia ha
capito che, in Sicilia, l'antico assetto
di potere si è ricomposto. Ecco
perché è tornata a colpire forze
tradizionalmente antagoniste".
Eppure Maroni ha spiegato tutto
come un fatto di criminalità comune, a
cui rispondere con i carabinieri (e l'esercito). Ma "il problema è
più radicale ed impone un mutamento dei rapporti sociali". 2
---1: avvenimenti, 1 giugno '94, p.17
---2: il manifesto, 18 maggio '94, p.11
attacco ai giudici
..................
"No
alla separazione delle
carriere tra magistratura giudicante e pubblico
ministero, no al controllo del Pm da
parte del potere esecutivo". E' questo il senso del
documento elaborato dall'Associazione
na- zionale magistrati contro le proposte del governo. Il documento
è stato firmato da circa mille magistrati ed è un ostacolo (per
ora) insuperabile per il governo, che
aveva aperto il mese di maggio gridando
alla politicizzazione del Csm e di tutta la magistratura. La
soluzione, dunque, sarebbe la
separazione delle carriere ed il nuovo
ruolo del Pm. Tuttavia,
"nella storia dell'Italia repubblicana, l'indipendenza del Pm rispetto all'esecutivo e la unicità della
magistratura ha rappresentato in
concreto una garanzia per
l'affermazione della legalità e la
tutela del principio di eguaglianza davanti alla legge".
La
possibilità per i magistrati di passare
dalle funzioni giudicanti a quelle
requirenti e viceversa, si è di fatto
rivelata una occasione di arricchimento
professionale ed ha consentito al
Pm italiano di mantenersi radicato nella cultura della giurisdizione", dice
il documento dell'Anm, in
risposta all'ipotesi di separazione delle carriere 1.
Sulla
dipendenza del Pm, risponde Elena
Paciotti, presidente dell'Anm: "in
base all'esperienza di Francia, Gran
Bretagna e Stati Uniti, siamo contrari
al controllo politico del Pm. In Francia spesso le indagini sono
ostacolate dall'esecutivo. Le indagini
non si riescono a condurre con
efficacia proprio per questo motivo. Negli Usa, quando hanno bisogno di un Pm
indipendente lo devono nominare ad
hoc, spesso cercandolo al Congresso tra le fila del partito di opposizione"
1.
Scenari
quasi da incubo, che tra l'altro
offrono un immagine dell'"occidente"
che non è quel paradiso di civiltà che
si disegna. In effetti il sistema
giudiziario italiano non è certo il
peggiore, e quindi "si deve spiegare come mai proprio adesso, nel momento in cui
ha operato bene, si chiede di arrivare
al controllo del Pm da parte dell'esecutivo. Perché non ci si occupa delle vere
carenze della giustizia italiana ?" 1 Una prima, banale risposta viene dalle numerose inchieste
aperte dai confronti della
Fininvest e di alcuni esponenti del governo (v. più avanti). Per loro sarebbe un sogno se
potessero fare quanto accaduto in Francia: "quando un magistrato ha tentato
di indagare sulla corruzione è stato spostato e i giudici che protestavano sono stati caricati dalla polizia" 2.
Ma
le idee di assoggettamento del Pm
all'esecutivo, separazione tra le carriere del Pm e della magistratura giudicante e riforma del Csm sono ben più antiche: risalgono infatti al "Piano di rinascita democratica" di Licio Gelli, Gran
Maestro della loggia massonica Propaganda Due, alla quale Berlusconi è iscritto
(tessera n. 1816). Il programma piduista
si esprime così: "unità del Pubblico Ministero; riforma del Csm, che
deve essere responsabile verso
il Parlamento, responsabilità del Guarda- sigilli verso
il Parlamento sull'operato del Pm". Il guardasigilli è Alfredo Biondi, le
cui azioni è bene seguire con attenzione.
In
un paragrafo successivo si vedrà come il programma politico di "Forza
Italia" e del governo sembrano una fotocopia del "Piano" P2.
---1: il manifesto, 5 maggio '94, p.9
---2: giacomo caliendo, sost. proc. gen., il
manifesto 5 maggio '94, p.9
attacco ai pentiti
..................
Prima
Cesare Previti, avvocato della Fininvest, poi Alfredo Biondi, poi la maggioranza in coro: la legge sui
pentiti va rivista. Occorre abolire la temporalizzazione delle confessioni,
vanno cancellati i colloqui in-
vestigativi che la Dia può
effettuare... Senza specificarne i motivi, gli uomini della maggioranza si
producono in una polemica sulla gestione dei pentiti, che coincide con l'attacco frontale nei
confronti della magistratura,
dell'informazione non completamente allineata ed anche con la campagna di fuoco
della mafia della provincia palermitana. Il mese di maggio del '94 sarà
probabilmente ricordato per questa spaventosa
serie di coincidenze, a cui si aggiungono i proclami di Riina
contro pentiti e comunisti.
Andiamo
con ordine: Cesare Previti,
con un'intervista al "Giornale" inizia la polemica:
denuncia la "gestione distorta e strumentale che può essere fatta dei
pentiti", quali obiettivi di una misteriosa "manovra", e ipotizza che "che qualche pentito di dubbia credibilità possa coinvolgere
esponenti del gruppo Fininvest e di Forza Italia" 1. E' il primo aprile:
pochi giorni prima il pentito
Salvatore Cancemi aveva parlato del pizzo pagato dalla Fininvest ad
un membro della mafia palermitana 2.
Biondi,
diventato ministro della Giustizia al posto di Previti, che era meno presentabile, ha
comunque preoccupazioni simili:
"non ho mai nascosto le mie preoccupazioni per l'eccesso di
politicizzazione dei giudici e
che il fenomeno dei pentiti, utilissimo
nella lotta alla mafia, possa però
stravolgere le regole dello stato di diritto" 3.
E’
il turno del ministro dell'Interno Roberto Maroni, che conferma
il rischio che arrivi qualche pentito 'pilotato' da Cosa Nostra: "sappiamo che stanno lavorando per
mettere a segno un colpo clamoroso in questa direzione" 4. Peccato che il ministro non fornisca ulteriori elementi, che la sua dichiarazione sia
(casualmente ?) sfruttata per operazioni di depistaggio pro-mafia (vedi più avanti
pag. ) e peccato che la sua dichiarazione venga al termine di una lunga serie di 'emergenze nazionali' segnalate al Paese: dopo i fischi
"sovversivi" di Brescia (rivolti a Scalfaro, in occasione dell'anniversario di
Piazza della Loggia), Maroni paventa il
ritorno della criminalità
politica, poi spiega che l'emergenza numero uno è la mafia, poi
racconta che il pericolo che grava sulla Nazione è l'usura ed infine
rivela che Cosa Nostra
prepara falsi pentiti, senza
dare (come al solito)
ulteriori indicazioni. Va bene che è all'inizio, però si è
guadagnato un tasso di credibilità molto prossimo allo zero.
Un
tasso invidiabile, se confrontato con quello di Tiziana Maiolo, presidente della "commissione
giustizia": dalla tribuna del convegno
radicale sulle convenzioni Onu in
tema di droga, la Maiolo ha
chiesto più rigore per i pentiti,
perché "non si combatte la mafia considerando Totò Riina un interlocutore
politico". Naturalmente, per prima
cosa Riina è tutto fuorché un pentito; in secondo
luogo i pentiti non sono interlocutori politici; in terzo luogo sarà proprio Riina a considerare il governo
un interlocutore politico.
Tiziana
Maiolo continua il suo intervento:
vanno abbandonate tutte le emergenze, compresa la "legge
antimafia che va rivista perché era
buona nelle intenzioni ma ha distrutto
il nuovo codice di procedura
penale". Col passare del tempo, saranno sempre più numerosi gli
interventi sulla necessità di
abolizione del carcere duro per
i mafiosi, comprese le restrizioni ai contatti con l'esterno. Il
tutto, nell'indifferenza dell'opinione
pubblica.
L'ultimo
aspetto che la Maiolo considera, è la protezione e sistemazione dei pentiti:
"non possono essere affidati agli stessi organi di polizia giudiziaria che indagano sulla loro credibilità. Non possono vivere in caserma, devono andare in carcere, subire un processo, una condanna e poi potranno avere sconti di pena" 4. Non
c'è chi non veda quanto aumenti
la sicurezza di un pentito che dorme in carcere.
---1: il giornale, 1 aprile '94.
---2: l'espresso, 3 giugno '94, p.49
---3: gazzetta del sud, 11 maggio '94, p.21
---4: il manifesto, 28 maggio '94, p.12
la patente
..........
Ovviamente,
non basta osservare che la legislazione sui pentiti è lacu- nosa per favorire la mafia. Occorre quindi vedere come si intente cambiarla: dall'analisi delle proposte nate negli ambienti governative, emerge un tipo di atteggiamento
molto preoccupante. Il ministro Biondi,
nel corso del dibattito organizzato a Palermo dalla Fondazione Falcone, ha proposto di attribuire alla Superprocura
antimafia il potere di selezionare chi
ha diritto alla
"patente" di pentito. In tal modo
si assicurerebbe al governo una prerogativa importante: un pentito
accusa la Fininvest ? Non è attendibile. La decisione ultima spetterebbe al "super" procuratore, che è nominato dal Csm d'accordo con il governo.
"Avrà l'autonomia necessaria ? Buscetta
ha tirato in ballo due presi- denti del Consiglio, tre
ministri e otto deputati. Sarebbe ancora possibile ?" 1.
Raffaele
Della Valle, avvocato e capogruppo FI alla Camera, propone "un termine massimo in cui vuotare il sacco,
come si fa in
America", per finirla con "lo
scandalo delle rivelazioni a gogò". Luigi Li Gotti, avvocato dei pentiti Buscetta, Mutolo e
Marchese, osserva che negli Usa un il collaboratore può essere sentito in più di una inchiesta,
mentre secondo Della Valle il giudice
non potrebbe più utilizzare
il pentito una volta scaduto il 'tempo
massimo'.
Le
ultime trovate provengono da Tiziana Parenti, che protesta per "i pentiti usati a sostegno di teoremi politici", e dal
gruppo di lavoro insediato al
Viminale, che propone che i pentiti scontino la pena in carcere
("in reparti differenziati") e non in caserma.
Insomma,
le proposte tendono ad annullare le
misure di sicurezza per i pentiti, far
decidere la loro credibilità al governo (che magari è chiamato direttamente in
causa...): una strategia precisa di autodifesa, se si pensa alle numerose inchieste aperte grazie alla collaborazione dei pentiti, che coinvolgono anche (e soprattutto) la Fininvest.
---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.50
storie di pentiti
.................
Nel
giugno '94, sono 704 i pentiti sotto
tutela in Italia. Tra questi, Buscetta,
Calderone, Mannoia e Contorno, hanno permesso la realizzazione del
maxi-processo. Recentemente, Buscetta e
Mannoia hanno chiamato in causa Giulio Andreotti, mentre Contorno
ha svelato il ruolo dell'agente del Sisde Bruno Contrada.
I
pentiti della camorra Alfieri, Galasso,
Ammaturo e Cuomo
hanno lanciato accuse a Gava, Pomicino, De Lorenzo, Di Donato.
Molti pentiti, accanto alle accuse, si
sono spesso addossati decine di omicidi.
Cancemi, La Barbera e Di Matteo (v.
anche più avanti) si sono
addirittura assunti la responsabilità della strage di Capaci.
Baldassarre
Di Maggio ha collaborato
facilitando l'arresto di
Totò Riina, Salvatore Annacondia ha svelato gli scenari del crimine a
Bari, accusando il procuratore
capo De Marinis. Saverio Morabito ha messo insieme alcuni
pezzi dei misteri d'Italia: "Seppi", ha dichiarato a verbale,
"che un boss della ‘ndrangheta,
Antonio Nirta, era stato infiltrato nelle Br dal generale dei carabinieri Antonio Delfino
e aveva partecipato al sequestro Moro". Giuseppe Pellegriti ipotizzò il
coinvolgimento di Salvo Lima nell'omicidio Mattarella, ma fu
rinviato a giudizio da Falcone
per calunnia 1.
---1: l'espresso, 3 giugno '94, p.48
arresto per lo
scudiero
.......................
Il
3 maggio '94 è una giornata di fuoco:
il tribunale della libertà dà il via
libera per l'arresto di Marcello
Dell'Utri, manager Publitalia, da
sempre fedelissimo di Berlusconi e regista
dell'operazione "Forza
Italia". La maggioranza si scatena in accuse contro i magistrati "politicizzati" che
vogliono criminalizzare forze
che hanno vinto
le elezioni. Come al solito, nessuno parla del merito della
vicenda, limitandosi ad accusare i
giudici. Berlusconi non sfugge alla regola: "hanno preso un granchio
colossale, è un fatto che riguarda la Fininvest" e poi "sono certo
che la Corte di Cassazione metterà le
cose a posto". La vicenda riguarda false fatture, l'accusa
è di falso in bilancio. Questa è solo
una delle innumerevoli disavventure giudiziarie della Fininvest, e non è la prima per Dell'Utri. Negli anni '80
le inchieste che lo riguardavano furono due: l'accusa era
quella di associazione mafiosa, i
coimputati il fratello Alberto ed il mafioso Vito Ciancimino.
.............
seconda parte
.............
A
questo punto si apre il capitolo dei
rapporti tra le componenti che formano il mondo di Berlusconi ed i
poteri occult(at)i, da sempre protagonisti determinanti della vita politica italiana. Gli
attacchi continui, reiterati e
rischiosi condotti nei confronti di pentiti,
magistrati e mass media (cioè
coloro che possono potenzialmente svelare il marcio che c'è dietro il
Cavaliere) diventeranno chiarissimi dopo aver visto lo scenario che si nasconde dietro sorrisi e cieli
azzurri.
"una persona
integerrima"
.........................
La
richiesta di arresto per falso in
bilancio, accolta il 3 maggio
dal tribunale della libertà, porta alla
ribalta un personaggio che non
ama troppo la notorietà: Marcello
Dell'Utri, siciliano, numero
uno di Publitalia '80, ha vissuto
la scalata al potere
di Berlusconi fin dall'inizio, quando (nel '77) faceva
l'amministratore unico di "Milano 2 spa". Poi la creazione di
Publitalia, polmone finanziario di Berlusconi, fino a "Forza Italia"
ed all'avventura politica. Ma la
carriera di Dell'Utri avrebbe
potuto concludersi molto prima, se una delle inchieste giudiziarie che lo hanno riguardato si fosse conclusa
male per lui. Tuttavia, i magistrati sono ancora in tempo: pochi giorni
prima delle elezioni l'Ansa
riprese una dichiarazione emersa dagli
ambienti giudiziari di Palermo secondo cui "si indaga su Dell'Utri in
relazione ad una vicenda di riciclaggio di denaro proveniente dal
traffico inter- nazionale di stupefacenti
affidato da Cosa Nostra direttamente
o indi- rettamente all'amministratore
delegato di Publitalia" 1.
C'è
almeno un'altra inchiesta in corso su Dell'Utri: si svolge a Milano, l'accusa è
di bancarotta fraudolenta e riguarda
il fallimento della società di costruzioni 'Bresciano sas' di Mondovì, di cui
Dell'Utri era amministratore delegato
insieme al finanziere siciliano Rapisarda.
Dalle
disavventure presenti a quelle del
passato: nel 1987 è iniziata l'inchiesta giudiziaria milanese
che ha accostato il nome di Dell'Utri a quello di personaggi in odore di mafia, come lo stesso Filippo Alberto Rapisarda, amico di Ciancimino e
datore di lavoro di Dell'Utri 15 anni fa, a Milano. Il 16 marzo '94
quell'inchiesta è stata riaperta:
riguarda, tra l'altro, il
fallimento della già citata 'Bresciano', "in ordine al delitto di bancarotta pluriaggravata". Dall'87,
Dell'Utri ha continuato ad avere ottimi
rapporti con Rapisarda: il 14 ottobre '89
la moglie di Dell'Utri, Miranda
Ratti, ha fatto da madrina al
battesimo della figlia di Rapisarda.
Più recentemente, nel quartier
generale di Rapisarda, in via
Chiaravalle 7, è nato un club Forza Italia.
Silvio
Berlusconi ha dovuto più volte
difendere il suo collaboratore: dopo la richiesta di
arresto lo ha definito "una
persona integerrima". In un
interrogatorio del 26 giugno
1987 ha spiegato i rapporti
tra Dell'Utri e Rapisarda: andò a
lavorare dal finanziere siciliano
perché gli fu offerto di più, fu
una esperienza negativa e
"fui io stesso a dirgli di tornare da me": nessun
altro particolare.
Ma
sentiamo cosa dice lo stesso Rapisarda a questo proposito: "Dell'Utri Alberto
e Caronna Marcello mi erano stati
raccomandati da Gaetano Cinà di Palermo
che conoscevo da tanti anni. Dopo qualche mese si presentò da me Dell'Utri Marcello
accompagnato da Cinà
Gaetano, ed in
quella occasione il Cinà mi pregò di far lavorare con me i fratelli Dell'Utri.
(...)
Conoscevo Cinà da anni, fin dagli
anni '50, avendolo conosciuto insieme a Mimmo Teresi
e Stefano Bontade.
Effettivamente ho assunto Marcello Dell'Utri nel mio gruppo societario perché era difficilissimo poter dire di no al Cinà
Gaetano, dal momento che non rappresentava solo se stesso bensì il gruppo
in odore di mafia facente capo a
Bontade, Teresi, Marchese Filippo"
2. Quindi l'assunzione di
Dell'Utri avvenne grazie alla
raccomandazione di un boss mafioso,
espressione di uno dei gruppi più potenti.
Ancora
Rapisarda racconta, in un altro interrogatorio (27 novembre 1987) delle
compromettenti amicizie di Dell'Utri: "era frequentatore ed amico del Brucia Domenico, in quanto ricordo che
fu lui ad invitarmi
al ristorante del Brucia nei primi
del '75. Del resto il Dell'Utri aveva stretto contatto con quel giro
di siciliani, tant'è vero che
veniva spesso nei suoi uffici della Bresciano in via Chiaravalle un suo
amico che io non conoscevo,
e poi seppi dai giornali che era Ugo Martello (...),
il ricercato. Mi disse che si trattava di un suo carissimo amico che aveva gli uffici in via Larga,
che la sua società era rimasta creditrice, che era una persona di tutto
rispetto, e che quindi quel debito verso la società del suo amico,
fallimento o non fallimento,
andava pagato, se non si voleva incorrere in dispiaceri.
Dell'Utri
poi si vantava di essere amico di Marchese Filippo di Palermo. Seppi poi che
in appartamenti del palazzo di piazza Concordia n.1 in Milano,
all'epoca in cui era Dell'Utri a gestire quello che era rimasto del gruppo Inim, erano andati ad
abitare Bono Alfredo, Emanuele Bosco e
Mongiovi Angelo e un ragioniere di famiglia mafiosa di Raffadali".
Come
si spiegano le tante conoscenze tra
Dell'Utri e questi personaggi (in
odore) di mafia ? E' sempre Rapisarda che azzarda
una risposta: "Dell'Utri mi
disse che la sua conoscenza con tutti questi personaggi mafiosi era dovuta al fatto che si era dovuto
interessare per mediare fra
coloro che avevano fatto minacce o estorsioni a Berlusconi e il Ber- lusconi
stesso. Il Dell'Utri mi disse
anche che la sua attività
di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei mafiosi".
3
---1: il manifesto, 3 maggio 94, p.4.
---2: Interrogatorio del giudice Giorgio Della
Lucia (tribunale di Mila-
no), 5 maggio 1987.
---3: ibidem
finanzieri, mafiosi e
dell'utri
...............................
Filippo
Alberto Rapisarda, dunque, è passato da amico e datore di lavoro di Dell'Utri
ad accusatore, ed infine ancora amico. Ma vediamo chi è Rapisarda:
agli inizi degli anni '70, dopo lunghi
anni di carcere, il finanziere si trasferisce dalla Sicilia a Milano, con
ingenti disponibilità
finanziarie che vengono fatte risalire
a don Vito Ciancimino, celebre
commercialista e politico Dc, già
sindaco di Palermo e pluricondannato per associazione mafiosa e
reati connessi. 1
Un
altro dipendente di Rapisarda è stato Alberto Dell'Utri, fratello di Marcello. Alberto è stato in
carcere per la bancarotta
della "Venchi Unica", una
delle tante società che Rapisarda acquistò con i soldi degli amici di
Ciancimino. Per il fallimento di una di queste società Marcello Dell'Utri ha
subito il rinvio a giudizio di cui si è detto prima.
Ancora
Dell'Utri: in una delle tante
polemiche pre-elettorali, si discute delle rivelazioni di due
pentiti, Cancemi e La Barbera,
che ritroveremo più volte. Più
precisamente, si litiga su un
fatto marginale, lasciando da
parte i problemi principali. Il fatto
meno importante è la rivelazione fatta
da Luciano Violante, in qualità di Presidente della Commissione Antimafia,
delle accuse dei pentiti. Accusato di violazione del segreto istruttorio,
Violante si dimette, le Procure negano
l'esistenza di indagini su
Berlusconi smentendo anche l'accusa rivolta a Violante di aver
rovinato le indagini: perché non
si possono rovinare indagini che non
esistono.
Insomma,
una gran confusione che svia
l'attenzione pubblica da ciò che
veramente conta: le rivelazioni dei pentiti Cancemi e La Barbera, i quali
accusano i fratelli Dell'Utri, la Fininvest e di conseguenza lo stesso Berlusconi di avere rapporti con Cosa Nostra. Si parla
di indagini presso le procure di Caltanissetta, Catania, Palermo e Firenze.
In
particolare, Cancemi e La Barbera parlano di grandi speculazioni edi- lizie nel
centro di Palermo, programmate da
esponenti di Cosa Nostra e della
Fininvest. Facile intuire che l'uomo
Fininvest in questione è Marcello Dell'Utri; le famiglie di Cosa
Nostra, invece, sarebbero quelle di Santa Maria del Gesù e di Porta Nuova. I
pentiti aggiungono che, nel- l'ambiente di Cosa Nostra, Berlusconi è
genericamente considerato un amico. L'ultima accusa riguarda gli
accordi per la gestione della Standa in Sicilia e della Grande
Distribuzione in generale. Tutte
le accuse acquisiscono credibilità
se si pensa ai "comprovati rapporti di Dell'Utri
con esponenti di Cosa Nostra". 2
Infatti,
riprendendo l'interrogatorio di Rapisarda del 5 maggio 1987, si legge che "quando Marcello Dell'Utri
lavorava negli uffici
di via Chiaravalle [per
Rapisarda, ndr] venivano frequentemente a trovarlo Ugo Martello, Stefano Bontade,
Domenico Teresi e Gaetano
Cinà [noti boss mafiosi, ndr]. Negli ultimi mesi del 1978 incontrai, in
Piazza Castello, Mimmo Teresi e
Stefano Bontade, che mi
invitarono a bere un
caffè insieme a loro. Teresi, nella circostanza, mi disse che stava per
diventare socio d'affari di Silvio
Berlusconi in una società
televisiva privata, dicendomi
che ci volevano dieci miliardi, e mi chiese
un parere, fra il serio e lo scherzoso, se era un buon affare.
Ritengo che Angelo Caristi sappia
qualcosa in merito alla società tra Silvio
Ber- lusconi e Mimmo Teresi. Mi
risulta che il Teresi e lo
Stefano Bontade operassero insieme
nelle imprese immobiliari e negli
affari in genere. Successivamente
ricordo che Caristi mi disse che Marcello Dell'Utri gli aveva offerto la
protezione di Filippo Marchesi al fine
di fargli acquisire immobili
sulla piazza di Palermo 3. Io dissi
al Caristi di tenersi molto
lontano da quella gente, trattandosi
di mafiosi molto pericolosi." 4
---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
co.", Biblioteca e Centro Documentazione
'Mafia Connection', pag. 5.
---2: ibidem.
---3: la dichiarazione di Rapisarda resa nel
1987 coincide con le accuse
del '94 di Cancemi e La Barbera, che parlano di speculazioni edi-
lizie a Palermo gestite da Dell'Utri
e boss di Cosa Nostra, come
riportato in precedenza.
---4: interrogatorio giudice Giorgio Della
Lucia, 5.5.1987, cit.
un mafioso ad arcore
....................
"Si
è accertato che il
dottor Dell'Utri, con cui
Vittorio Mangano conversa
amichevolmente nel corso dell'intercettazione (...) è Marcello Dell'Utri, domiciliato in via Chiaravalle 7, fratello di quell'Alberto Dell'Utri nato a Palermo l'11 settembre 1941, domiciliato anche lui
a Milano in via Chiaravalle 7, nei cui confronti in data 2 aprile 1979,
fu emesso dal sost. proc. della Repubblica di Torino dott. Bernardi ordine di cattura per bancarotta
fraudolenta. Tale
provvedimento fu emesso anche nei confronti di Rapisarda Filippo Alberto, nato a Sommantino il 14 novembre 1931, nei confronti di Alamia
Francesco Paolo, nato
a Villabate (Pa) il 5 gennaio 1934 e nei confronti di Breffani
Giorgio. I predetti, legati al noto
Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo,
l'uomo politico più discusso e più chiacchierato di quella città,
originario di Corleone, indiziato da tempo di
collusione con la mafia, erano
e sono tuttora interessati, assieme al
medesimo Vito Ciancimino, alla
Inim Internazionale Immobiliare Spa, con sede in via Chiaravalle 7, a
Milano. (...) Il suddetto provvedimento di
cattura fu emesso dal magistrato
di Torino nel corso della procedura
fallimentare della
"Venchi Unica". L'aver
accertato quindi attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto' tra il Mangano Vittorio, di cui è bene
ricordare la pericolosità criminale, e
il Dell'Utri Marcello, ne consegue
necessariamente che anche la Inim Spa e la Raca Spa [società per cui
Dell'Utri lavora, ndr] sono società
commerciali gestite anch'esse dalla mafia e
delle quali la mafia si serve per riciclare il denaro sporco provento di
illeciti" 1.
In
questo rapporto del 1981, la
Criminalpol aggiunge alle vicende che già conosciamo (i rapporti
Dell'Utri-Rapisarda-Ciancimino)
una nuova storia: quella di
Vittorio Mangano, noto boss mafioso, portato alla corte di Berlusconi da
Dell'Utri.
"Vittorio
Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d'onore appartenente a Cosa
Nostra, della famiglia di Pippo
Calò, capo della famiglia di Porta
Nuova. Agli inizi degli anni '70 Cosa Nostra cominciò a gestire una massa
enorme di capitali per i quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Mangano era una "testa di ponte" dell'organizzazione mafiosa nel Nord Italia, era una delle poche persone di Cosa Nostra in grado di gestire questi rapporti",
disse il giudice Paolo Borsellino in
una intervista 2.
Lo
stesso uomo di cui parla Borsellino
andò a lavorare, come stalliere, da Berlusconi. Siamo nei primi anni '70:
Mangano, come tanti mafiosi emergenti, si trasferisce a Milano:
alloggia al prestigioso
'Duca Di York', cena in
ristoranti di lusso, sfoggia belle macchine e
frequentazioni di prestigio, come quelle dei finanzieri Monti e
Virgilio. Ogni sera Mangano telefona ai
boss Alfredo Bono e Salvatore Inzerillo: prende ordini e riferisce le novità 3.
E'
piuttosto strano che un tipo del genere, a cui i soldi certo non man- cano,
vada a fare lo stalliere. Eppure, il 1 luglio 1974, Mangano viene assunto nella villa di Arcore, dove
prende alloggio. Chi frequentava al- lora casa Berlusconi ricorda che Mangano
era l'unico dipendente a cui il Cavaliere dava del lei.
La
presenza di un mafioso (che ha già
collezionato circa 16 processi e un
paio di condanne) alle sue dipendenze
sarà per Berlusconi motivo di
imbarazzo: sentiamo come
si giustifica: "Avevo bisogno di un fattore, chiesi a Marcello Dell'Utri di interessarsi anch'egli di
trovare una persona adatta, ed egli
mi aveva appunto presentato il signor
Mangano". Dunque Berlusconi ammette la conoscenza tra Dell'Utri ed
un boss di Cosa Nostra. Poi aggiunge
che "dopo un pranzo
nella mia villa, il
signor Luigi D'Angerio era rimasto vittima di un sequestro; nell'ambito
delle indagini emerse che il Mangano
Vittorio era un pregiudicato..".
Subito dopo Berlusconi cambia
versione: "non ricordo come
il rapporto lavorativo del Mangano cessò, se cioè per prelevamento delle
forze dell'ordine o per suo spontaneo
allontanamento" 4. Nel '94, in
piena campagna elettorale, Berlusconi
offre una nuova versione: "un giardiniere mafioso ? Certo, è lo
stesso uomo che licenziammo non
appena scoprimmo che si stava
adoperando per organizzare il rapimento di un mio ospite"5.
Idem
Dell'Utri: "fu immediatamente licenziato" 6.
Sulle
motivazioni della presenza di Mangano ad
Arcore, c'è una con- vincente versione: dopo il
tentativo di sequestro di
D'angerio davanti alla villa di Arcore,
Berlusconi rimase terrorizzato
dalla possibilità che la sua preziosa
persona finisse in mano ai rapitori. Quindi andò in Svizzera con la
famiglia ed il fido
collaboratore Romano Comincioli. Lasciata la famiglia oltreconfine, Berlusconi assunse Mangano, grazie alla presentazione di Dell'Utri, su segnalazione dei boss
che abbiamo ripetutamente incontrato:
Gaetano Cinà (collegamento tra mafia e
massoneria), Mimmo Teresi, Stefano Bontade. E così sono tutti contenti: Berlusconi, che può dormire sonni
tranquilli; i boss, che piazzano il
loro uomo in una posizione interessante 7.
---1: rapporto 0500/c.a.s. della Criminalpol,
13.4.1981, pp. 175-176.
---2: intervista di Fabrizio Calvi e Jean
Pierre Moscardo, 21.5.1992.
---3: Gambino/Fracassi, Berlusconi - biografia
non autorizzata, pag.20.
---4: interrogatorio di Berlusconi al giudice Giorgio Della Lucia, 26
giugno 1987.
---5: dichiarazione di Berlusconi al Corriere
della sera, 20 marzo '94.
---6: " " di
Dell'Utri alla "Stampa" del 21 marzo '94.
---7: Gambino/Fracassi, cit., pagg. 19-21.
i cavalli e il
cavaliere
........................
"Caro
Marcello, ho un affare molto importante
da proporti e ho il ca- vallo che fa per te".
"Caro
Vittorio, per il cavallo occorrono piccioli e io non ne ho. Sapessi quanti
problemi mi crea mio fratello [Alberto, ndr]"
"I
soldi fatteli dare dal tuo amico Silvio"
"Ti
dico che sono nei guai, ho bisogno di
soldi per quel pazzo di mio fratello. E Silvio non 'surra' [non
scuce, ndr]"
Questa
telefonata tra Vittorio Mangano e
Marcello Dell'Utri è stata intercettata nel 1980. Il mafioso parla dalla sua lussuosa stanza del- l'hotel Duca Di York, mentre Dell'Utri
conversa dalla sua abitazione di via
Chiaravalle 7. I problemi di Alberto Dell'Utri che tanto preoccupano Marcello
sono quelli relativi alla società Inim, di Alamia e Ciancimino, sospettata
dalla Criminalpol di servire per
il riciclaggio del denaro proveniente dal traffico di
droga. Ma per Alberto i problemi finiscono dopo il periodo di carcere: per
lui arriva l'assunzione in Publitalia. Dopo l'intercettazione, viene avanzata
l'ipotesi che il 'cavallo' della
telefonata sia, in realtà, una partita di droga. Paolo Borsellino, nell'intervista citata, disse che
"Mangano risiedeva abitualmente a Milano, da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale dei traffici di
droga che conduceva alle famiglie palermitane. Mangano risulta l'interlocutore
di una telefonata intercorsa tra Milano
e Palermo nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio
delle famiglie mafiose palermitane, preannuncia o
tratta l'arrivo di una partita d'eroina
chiamata alternativamente, secondo
il linguaggio che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come "magliette" o "cavalli".
Il Mangano è stato poi condannato per
questo traffico di droga" 1.
Quindi,
Mangano usava abitualmente dire
"cavalli" per droga:
tuttavia, quando la vicenda viene
fuori, "il
Giornale", diretto dal
"grande giornalista indipendente" Montanelli, assicura che
proprio di quadrupedi si trattava, e che il suo editore con Cosa Nostra non
c'entra niente 2.
Ma
alcuni esperti sostengono che
"al telefono la mafia parla poco,
e quando è costretta a farlo parla
un linguaggio cifrato. Quella dei
mafiosi, più che una lingua, risulta un
insieme di allusioni e di ammiccamenti.
Una volta la polizia inseguì per mesi
un trafficante che pro- metteva
l'arrivo di molti "cavalli". Per un po’ gli investigatori si con-
vinsero di avere a che fare con gente del giro delle scommesse clan-
destine. Poi sentirono i "prezzi
dei cavalli" (migliaia di
dollari) e cominciarono a
sospettare. Alla fine, ascoltarono il trafficante che invitava
gli acquirenti [dei presunti "cavalli"] in aeroporto: era droga" 3.
In
ogni caso, "il legame tra Dell'Utri e
Mangano non si può né negare, né
cancellare: quella specifica telefonata del 1980 può trovare una spiegazione nella riconosciuta abilità di Mangano
nel trattare la compravendita dei cavalli. Ed è una spiegazione che lo stesso Dell'Utri ha offerto: sì, Mangano gli
propose uno splendido cavallo, che si trovava in una scuderia di Arcore. Ma lui
non era interessato all'animale, né riteneva che potesse esserlo
Berlusconi"... 4
---1: l'Espresso, 8.4.94, 81: intervista di
Calvi-Moscardo, cit.
---2: il Giornale, 12 ottobre 1984.
---3: La Stampa, 13 gennaio 1994.
---4: Panorama, 22 ottobre 1984.
l'ultima intervista di
borsellino
..................................
L'intervista
rilasciata (il 21 maggio '92) da Borsellino ai
giornalisti Calvi e Moscardo, fornisce molti altri particolari sui
rapporti Mangano- Dell'Utri - Berlusconi.
Innanzitutto,
Borsellino conferma i rapporti tra Mangano e Bontade, uno dei boss di cui si
sospetta la conoscenza con
Dell'Utri. Poi ribadisce l'uso
di "cavalli" al posto di droga, che riscontrò nell'intercettazione
della telefonata tra Mangano e uno
degli Inzerillo. La tesi fu "asseverata nell'ordinanza istruttoria
e fu accolta in dibattimento, tant'è che Mangano fu condannato". Su Dell'Utri, Borsellino afferma che, pur non essendo imputato nel maxiprocesso, esistono indagini
che riguardano il manager Publitalia e
che riguardano insieme Mangano. Borsellino, poi, precisa che l'indagine si
svolge a Palermo (siamo nel '92) e coinvolge sia Alberto che Marcello
Dell'Utri. Al momento non si sa che fine
abbia fatto tale indagine.
Per
quel che riguarda la famosa
conversazione di argomento equino, il giudice dice che "nella
conversazione inserita nel maxiprocesso, se
non piglio errori, si parla di cavalli che dovevano essere mandati in
albergo [Borsellino sorride, ndr]. Quindi
non credo che si potesse
trattare di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li
recapita all'ippodromo, o comunque al maneggio. Non certamente dentro
l'albergo".
Probabilmente,
l'albergo in questione è il Plaza, di proprietà di Antonio Virgilio, che frequentava abitualmente Mangano.
Successivamente,
gli intervistatori ricordano a Borsellino le accuse di Rapisarda, secondo cui
Marcello Dell'Utri gli è stato presentato
dal boss Cinà, della famiglia di Bontade.
Il
magistrato risponde che si trattava "di famiglie appartenenti a Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si
conoscevano tutti e quindi è presumibile
che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera".
Sui
rapporti tra mafia e grande industria,
Borsellino spiega che, "al-
l'inizio degli anni '70, Cosa Nostra
diventò un'impresa anch'essa, cominciò
a gestire una massa enorme di capitali, frutto del monopolio conquistato nel
traffico di stupefacenti. Una massa enorme di capitali, quindi, dei
quali cercò lo sbocco. (...) Così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa
Nostra e certi finanzieri che si occupano di certi movimenti di capitali. (...)
Naturalmente, [Cosa Nostra]
cominciò a se- guire una
via parallela e talvolta tangenziale all'industria operante anche nel Nord o ad inserirsi
in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali,
al fine di far fruttificare quei
capitali di cui si erano trovati in possesso".
L'intervistatore,
a questo punto, scende nei particolari,
chiedendo se dunque è normale che la
mafia si interessi a Berlusconi. Borsellino
ri- sponde che "è normale il fatto che chi è titolare di grosse
quantità di denaro cerca gli strumenti
per potere impiegare questo denaro. Sia dal punto di vista del riciclaggio, sia per
far fruttare questo denaro. Naturalmente,
questa esigenza per la quale
l'organizzazione criminale ad un certo
punto si è trovata di fronte, è stata
portata ad una naturale ricerca degli
strumenti industriali e commerciali per trovare uno sbocco a questi capitali.
Quindi non meraviglia affatto che Cosa Nostra, ad un certo punto della sua storia,
si è trovata in contatto con
questi ambienti industriali".
Il
giornalista chiede se uno come Mangano può essere l'elemento di connessione tra questi due mondi. Borsellino
ribadisce che Vittorio Mangano "da due decadi già operava a Milano, era
inserito in qualche modo in una attività commerciale. E' chiaro che era una
delle persone, vorrei dire delle poche
persone di Cosa Nostra, in grado di gestire questi rapporti" 1.
---1: l'Espresso 8.4.94: intervista cit.
piovre e biscioni
.................
L'ennesimo
rapporto Criminalpol su Marcello
Dell'Utri parla chiaro: "è
collegato al boss mafioso Mangano
Vittorio e uomo di fiducia di
Berlusconi Silvio e di Rapisarda Alberto Filippo" 1.
Un
altro collegamento tra mafia e
Berlusconi è contenuto nel rapporto Criminalpol che comprende
l'intercettazione della telefonata tra Mangano e Dell'Utri: si tratta di
un'altra conversazione, in cui parlano
i mafiosi Giliberti ed Ingrassia:
"Berlusconi...
è il massimo, no ? Difatti è la nostra prossima pedina.." 2. Il rapporto porterà al famoso "blitz di San
Valentino", del 14 febbraio 1983, contro la 'mafia dei
colletti bianchi': tra gli arrestati,
gli industriali Luigi Monti e
Antonio Virgilio (proprietario dell'hotel Plaza), amici di Vittorio Mangano, riciclatori di denaro
proveniente dal traffico di droga, dalle bische clandestine e dai
sequestri di persona. Una delle condanne riguarda Ugo Martello, che
secondo Rapisarda era amico di
Dell'Utri.
Gli
industriali imputati risultano essere correntisti della Banca Rasini, in cui lavorava Luigi Berlusconi, padre di Silvio. Proprio questo istituto, noto per essere "la banca di fiducia della mafia finanziaria (o "mafia dei colletti
bianchi"), darà i finanziamenti necessari e sarà al fianco della Edilnord sas, la prima società di Berlusconi
3.
La
Banca Rasini risultò (dai procedimenti
giudiziari) uno strumento di
riciclaggio del denaro sporco, usato sia da
finanzieri come Monti e Virgilio che da mafiosi come Giuseppe
Bono. La banca ha organizzato con loro
una imponente serie di operazioni illecite, finite con il rinvio a giudizio di Antonio Vecchione, direttore
generale della Banca.
In questa, che rimane una
delle più importanti inchieste sulla mafia a Milano, fa la sua
comparsa anche Vittorio Mangano, il
mafioso amico di Dell'Utri e
"stalliere" di Berlusconi 4.
---1: Rapporto
Criminalpol 28 marzo
1985, intitolato "Indagini su
esponenti del crimine organizzato facenti capo al gruppo mafioso
Cuntrera-Caruana ed a Rapisarda Filippo Alberto".
---2: Rapporto Criminalpol 13 aprile 1981.
---3: Giovanni Ruggeri - Mario Guarino,
Berlusconi: inchiesta sul signor
tv, Kaos edizioni, 1994, pagg. 49 sgg.
---4: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., pag. 2.
un fiume di denaro dalla
svizzera
.................................
Non
è solo la Banca Rasini, l'istituto di fiducia della mafia milanese, a finanziare l'esordiente Berlusconi. Tantissimo denaro arriva dalla Svizzera,
senza che ancora si sappia come e perché.
Quel
poco che si conosce, riguarda alcuni nomi delle società che vengono create,
cambiate, fuse, affidate a prestanome a ritmo vertiginoso, usando con abilità
il sistema delle scatole cinesi, in modo che non sia possibile risalire
alla proprietà effettiva. Tra queste società vi è la
"Finazierungeselleshaft fur
Residenzen Ag" di Lugano, o
la "Eti ag holding" o la "Cofigen
sa". E' inutile chiedersi chi ci sia dietro queste sigle. Tuttavia, su questa galassia inesplorata (composta
da capitali svizzeri e Srl lombarde),
alcuni funzionari dell'Antiriciclaggio
di Milano ebbero occasione di affermare che "all'improvviso
queste società a responsabilità
limitata si svegliano, e deliberano aumenti sproporzionati di capitali, ad esempio da 20 milioni a due
miliardi. La cosa puzza. Se poi l'aumento viene sottoscritto con denaro
giacente nella Confederazione
elvetica, c'è la quasi certezza che
si tratta di soldi della mafia, ricavati soprattutto dal traffico di
droga" 1.
Dopo
le prime esperienze poco fortunate, Berlusconi rimane nel
campo dell'edilizia col progetto di Milano Due. Il territorio del
Comune di Segrate che ospiterà il
megaprogetto appartiene al conte Leonardo Bonzi, il quale tratta la cessione
delle sue terre con varie ditte, tra cui
la Edilnord di Berlusconi. Il conte
deciderà di vendere a quest'ultima
in seguito ad atti tipici della
sana concorrenza che Berlusconi
sbandiera sempre: intimidazioni, minacce ed atti vandalici 2.
---1: Ruggeri/Guarino, cit., p. 40.
---2: ibidem, p. 45.
il finanziatore
massone
.......................
Seguire
il vorticoso giro di sigle che forma la galassia di società che hanno finanziato Berlusconi all'inizio
della sua carriera è un'impresa dura, quasi impossibile. Tuttavia due
società meritano un interesse speciale: la prima è la "Banca Svizzera Italiana", che
fa capo a Tito Tettamanti. La seconda è la "Fimo", fondata da
Ercole Doninelli.
Tettamanti è
un misterioso personaggio
vicino all'Opus Dei,
alla massoneria ed agli ambienti dell'estrema destra. Proprietario del
gruppo Saurer, una delle più importanti lobbies svizzere, Tettamanti è al centro di relazioni che coinvolgono ex-amministratori Fiat e Banco Ambrosiano, faccendieri come Fiorini e personaggi come Giallombardo. Il suo socio Giangiorgio Spiess è uno degli
avvocati di Licio Gelli. Un altro, John Rossi, fu incaricato da Larini e
Fiorini di opporsi alla rogatoria sul Conto Protezione di Gelli-Craxi-Martelli.
La
Banca Svizzera Italiana (Bsi) è inoltre coinvolta nella maxi-tangente Enimont.
La sigla compare in altre inchieste giudiziarie: il traffico di rifiuti
tossici, il caso Kollbrunner (traffico di titoli rubati), il caso Techint.
Nel
1994, questo distinto signore ha voluto
percorrere una strada parallela a quella di Berlusconi,
decidendo di salvare il Canton Ticino
dai comunisti cattivi. Il suo programma politico prevede la fine di ogni
prestazione dello Stato e la privatizzazione di tutto il privatizzabile.
La
Bsi, preoccupata che la sua immagine
potesse essere offuscata dalle inchieste
dei giudici, ha intrapreso una seria opera di public relations a carattere
culturale: il fiore all'occhiello è
stato la pubblicazione del volume
"Terra d'asilo", in cui si magnifica il ruolo del Ticino nel dare
ospitalità agli imprenditori
italiani durante la seconda
guerra mondiale. In Italia, il libro è stato presentato a Palazzo Giustiniani, sede della massoneria: presente
Giovanni Spadolini, che esaltato il ruolo degli incappucciati nello sviluppo
della finanza italiana 1.
---1: Avvenimenti, 9 febbraio '94, pp.12-13.
la finanziaria dei
criminali
.............................
Un'altra
delle società che hanno concesso generosi (e misteriosi) finan- ziamenti
all'esordiente Berlusconi è la Fi.Mo., una finanziaria svizzera coinvolta nei
casi più gravi di tangenti e
riciclaggio. Tra i clienti della Fimo, oltre all'uomo Fininvest
Adriano Galliani, c'è PierFrancesco Pacini Battaglia, che ha usato la finanziaria per smistare le tangenti Eni e Montedison.
Da
molto tempo, inoltre, la
Fimo è il canale preferito
dei grandi narcotrafficanti per
riciclare il denaro sporco. Per una di queste
storie, è finito in carcere Giuseppe Lottusi, commercialista milanese,
condannato a vent'anni dal Tribunale di
Palermo. Lottusi aveva concordato con
Giancarlo Formichi Moglia, rappresentane dei trafficanti colombiani, una
transazione di 600 kg di cocaina tra il
Sud America ed il clan mafioso
dei Madonia. Per realizzare l'operazione, Lottusi si era messo in contatto con un funzionario della Fimo,
Enzo Coltamai. Il 16 giugno 1988 ed il 13 febbraio 1990 partono circa 10 miliardi da Chiasso a
Ginevra, che finiscono su un conto bancario. L'inchiesta della
magistratura crede che il denaro
sia il
frutto della vendita della
droga, grazie ad eloquenti intercettazioni telefoniche tra
Lottusi e Coltamai della Fimo.
Nel
novembre del '93 l'inchiesta si conclude con la condanna di Lottusi, mentre la
Fimo si salva: i giudici credono alla sua "buona fede". Ma l'assoluzione non frena
lo scandalo: all'epoca della
transazione fatta per i Madonia, il presidente della Fimo è Gianfranco
Cotti, parlamentare democristiano svizzero. Cotti si dimette subito, ma la
procura di Lugano gli toglie ogni
preoccupazione, assolvendolo il giorno
prima dell'inizio delle indagini...
Il
sostituto di Cotti è Elio Fiscalini, che può vantare discrete
referenze: coinvolto in una storia
di tangenti pagate alla Socimi
di Milano (di cui è presidente !), socio in un'altra società coinvolta
nella solita vicenda di mazzette,
coinvolto indirettamente nello
scandalo Poggiolini e nel traffico di titoli rubati noto come 'caso
Kollbrunner', in cui compaiono anche i piduisti Gelli ed Eugenio Carbone. Agli
atti di questa inchiesta, ci sono due lettere del '92, in cui Carbone scrive
a Berlusconi dicendogli frasi come "ho parlato con Gelli" e "forse Licio le avrà detto..." 1.
Proprio
questa società, quindi, nei
primi ani '70, fornì denaro
in abbondanza al Berlusconi imprenditore edile: per la precisione
fu una società del gruppo Fimo, la
'Eti holding' di Chiasso.
Ovviamente, la provenienza del denaro e
l'esatto assetto proprietario delle società
in questione, rimangono un mistero.
Altre
coincidenze: Fimo e Tettamanti (l'altro finanziatore di Berlusconi) confluiscono in un gruppo
misterioso, il Ferdafin, diretto da Fiscalini e dall'ex-presidente della Sasea
(società del Vaticano, poi passata al piduista Florio Fiorini), Gianola. In Lussemburgo, l'amministratore Ferdafin è Jean
Faber, legato ai finanzieri craxiani Cusani e Giallomabrdo, quelli
dello scandalo Enimont. Rimaniamo in Lussemburgo: la sede della "Silvio Berlusconi Finanziaria" e della
"Fidinam" coincidono, trovandosi entrambe al numero 2 di boulevard Royal. La "Fidinam" è la società del gruppo Tettamanti
attraverso cui passavano
le tangenti Enimont distribuite
da Cusani.
La
Fimo e gli ambienti ad essa collegati
non hanno solo il volto della
criminalità economica: hanno anche un volto politico ben preciso. Questi
"poteri finanziari occulti sono
gli stessi che in Italia hanno prodotto Gladio e la P2, le stragi neofasciste
ed i tentativi di golpe".
Qualche
esempio: Genevieve Aubry, parlamentare liberale bernese e membro del consiglio
di amministrazione della Banca Albis (legata alla Fimo) ha presentato, nel
marzo del '94, un progetto di legge razzista che prevede il contingentamento
degli stranieri presenti in Svizzera.
La
Aubry e Cotti (ex presidente
della Fimo) fanno parte della
Wacl (World Anti Communist League), una società nata in Sud Corea, coinvolta nel traffico di armi a Iran ed
Irak ed ai Contras del Nicaragua. Tra
le altre attività di questa benemerita associazione, vi è il finanziamento di gruppi di estrema destra e
di regimi neofascisti (anzi, di "resistenza al comunismo"). La Wacl è
legata agli ambienti conservatori degli Usa ed opera in tutto il mondo. Ne
fanno parte generali Nato, esponenti dell'economia, dei mass media, della
'cultura'.
La
stessa Fimo è nata nel '56, quando la Svizzera era scossa da profondi fermenti
sociali: convinti di dover dare il loro
contributo, la Fimo e la Albis
finanziavano gruppi paramilitari, la cui specialità era il pestaggio dei sovversivi e la denuncia
dei "collaborazionisti dei regimi comunisti", cioè degli esponenti
della sinistra elvetica 2.
Insomma,
in questi simpatici ambienti Berlusconi si trova come un pesce nell'acqua: i sui rapporti con la Fimo, infatti, non
terminano negli anni '70: una delle
numerose inchieste della magistratura riportano alla ribalta la finanziaria di
Chiasso.
La
vicenda è quella relativa al trasferimento del calciatore Lentini dal Torino al
Milan. Gianmauro Borsano, socialista craxiano ed ex presidente del Torino,
ha rivelato che il trasferimento è costato 18.5 miliardi
ufficiali più 8.5 miliardi in nero. Questo denaro viene pagato così:
Galliani
(amministratore Milan) raccoglie
i soldi su un
conto Ubs (Unione Banche
Svizzere) 3. Da lì i soldi passano su
un conto di tran- sito della Banca
Albis, quindi la Fimo fa arrivare tutto alla
"Cambio corso" di Torino, un'altra società del gruppo. A questo punto Borsano può
incassare 4.
Quindi,
quella svizzera non è una 'vecchia storia'. I rapporti del Cava- liere con la
finanza occulta e gli ambienti ad essa collegata sono rimasti integri.
---1: M. Gambino, Avvenimenti, 16 marzo 1994,
pp. 8-9.
---2: ibidem, pp.10-11.
---3: La banca del Conto Protezione,
attraverso cui Larini, Craxi
e
Martelli "comunicavano" con Gelli e la P2.
---4: Avvenimenti, 16.3.94, p.8.
nascita e crimini della
fimo
............................
La
società cui Berlusconi è tuttora legato, la Fimo, nacque nel 1956 fondata
da un gruppo di italiani di estrema destra, tra cui Ennio Sastra ed Ercole
Doninelli. Nel '56 in Svizzera, gruppi giovanili manifestavano contro il
comunismo chiedendo la costituzione di organismi che control- lassero la fedeltà atlantica dei cittadini, mediante
servizi di spionaggio. Altre attività furono le campagne contro gli imprenditori che in- vestivano oltrecortina e
il finanziamento dei
groppuscoli di estrema destra.
La
Fimo, come già detto, fa parte integrante di questo
scenario. Ma dalla fine degli
anni '80, iniziano i guai giudiziari:
si comincia nel 1989, con il processo
sul riciclaggio dei narcodollari, che vede la condanna di Giuseppe Lottusi.
Poi
c'è un'inchiesta in Francia, ancora per riciclaggio di denaro sporco. Nel Veneto ed in Friuli la Fimo è
sotto inchiesta ancora per bancarotta
fraudolenta: diverse procure indagano sui crack di società legate alla "Sirix", alla francese
"Cofibel" ed ancora
alla "PiBi Fianace" belga. Per lo stesso motivo è
stata aperta un'inchiesta anche in Olanda. In Italia, la Fimo è coinvolta nel riciclaggio delle
tangenti Enimont, delle tangenti Eni,
delle tangenti Iri. E' coinvolta anche nello
scandalo sanità, nel caso Kollbrunner, nel caso Fidia, nelle
tangenti della "Carlo
Gavazzi".
Un'altra
società Fimo legata alle tangenti è la "Socimi" di Milano, in- dagata per le tangenti al Comune e per
traffico d'armi. La Socimi è pre- sieduta dall'ultimo presidente Fimo, Elio
Fiscalini.
Ancora,
uno dei fiduciari della Fimo, Antonio Tramezzani, è morto
in circostanze misteriose il 17 settembre '93, a poche ore dall'arrivo
in Ticino del giudice Di Pietro, che indagava sul caso Enimont. La
versione del 'suicidio' di Tramezzani venne
cambiata quattro volte:
nell'ultima versione, quella ufficiale, Tramezzani si sarebbe sparato
ripetuti colpi di fucile-mitragliatore alla testa senza mai sbagliare
mira... Ma gli inquirenti
svizzeri hanno trovato una lettera ed hanno optato per il suicidio 1.
Altri
guai per la Fimo arrivano dopo l'arresto di Didier
Pineau- Valenciennes, catturato a Bruxelles nel quadro di un'inchiesta
per rici- claggio di denaro sporco,
bancarotta fraudolenta, truffa e corruzione internazionale.
Pineau-Valenciennes è accusato di aver trafficato denaro sporco, probabilmente
di proprietà della mafia, con la Fimo.
Un'altra accusa riguarda la truffa che ha portato alla bancarotta del
gruppo bel- ga "PiBi finance".
Questo troncone dell'inchiesta è
nato dalla morte dell'ex presidente della
PiBi, Jean Verdoot, deceduto
nel marzo '93.
Verdoot,
accortosi che quelli della Fimo lo avevano truffato, è andato a Ginevra per
incontrarli. E' morto sulla via del ritorno (la versione
ufficiale parla di infarto da stress). Le indagini successive
hanno trovato una fitta
ragnatela di società, in
cui le tracce di mafia e camorra sono
numerose: il principale funzionario della Comifin (società Fimo) era Enzo Coltamai, socio di Giuseppe Lottusi,
quello che riciclava i soldi (provenienti dal narcotraffico) dei Madonìa. Il
procuratore della Fimo incaricato di rapporti con la Pibi era Valentino Foti
(arrestato anche lui): a Torino, è
implicato in una inchiesta sulle
infiltrazioni della camorra in Piemonte 2.
0041-91-43-0101.
Se telefonate a questo numero risponde la Fimo. Volete far passare fondi neri attraverso la frontiera ? Riciclare
narcodollari?
Mandare
soldi ad un mittente segreto ? Da
quarant'anni la Fimo svolge egregiamente questi (ed altri)
servizi. Questa società, tra le altre, ha finanziato il giovane Berlusconi alle prese con l'avventura di Milano
Due. E così comincia ad esser un po’ più
chiaro come ha fatto il figlio
di un impiegato di banca e di una casalinga a costruire il suo 'impero'.
---1: Avvenimenti, 9 febbraio 1994, pp. 14-15.
---2: Avvenimenti, 8 giugno 1994, p.16.
la fininvest nel centro di palermo
..................................
Durante
la campagna elettorale, le già
citate confessioni del pentito Cancemi rimettono in primo piano i
rapporti tra Fininvest e Cosa Nostra. Secondo il pentito, Berlusconi avrebbe
comprato vecchi immobili
a tappeto nel centro storico di
Palermo (v. pag. ), l'unico in Italia dove fanno bella mostra di sé le
macerie dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il risanamento è un
affare che vale migliaia di mi- liardi. Berlusconi avrebbe cercato di entrarvi grazie alla
mediazione con la mafia di
un personaggio misterioso, detto "il ragioniere". La zona in questione sarebbe quella comprendente "tutta la parte vecchia, fino al Politeama". I
magistrati, dopo queste
dichiarazioni, hanno incaricato
le strutture investigative di "accertare ogni circostanza utile in
ordine all'ipotizzato acquisto di immobili dislocati nella zona di via Maqueda,
via Roma, via Sant'Agostino, acquisto che secondo Salvatore Cancemi sarebbe
legato ad una speculazione edilizia che fa capo al dottor Silvio Berlusconi".
E
i fratelli Dell'Utri ? Naturalmente, Cancemi parla anche di loro, tanto a
indurre i magistrati a chiedere una
ricostruzione completa delle loro
attività. La Procura antimafia di Catania si starebbe interessando, in
particolare, di Alberto Dell'Utri,
visto che alcune sue
società si intersecherebbero con i canali
di riciclaggio utilizzati dal clan Santapaola 1.
Ma
l'accusa più grave riguarda, come è ovvio, Marcello Dell'Utri: secon- do fonti
giudiziarie citate dall'agenzia Ansa, Cosa Nostra "avrebbe affidato all'amministratore delegato di
Publitalia, direttamente o indi- rettamente, i proventi di un traffico
internazionale di stupefacenti" 2.
Il
primo effetto delle accuse di Cancemi sono state le indagini, avviate da
polizia, guardia di finanza e carabinieri, su undici persone: Berlusconi, Marcello Dell'Utri, Ignazio
Pullarà e Pietro Lo Jacono (capi della famiglia di Santa Maria del Gesù), i quattro fratelli Grado, Mimmo Teresi, Francesco Mafara e Vittorio Mangano 3.
Questi
personaggi sono gli stessi che
compaiono nelle vicende che ruo- tano
attorno agli uffici di via Chiaravalle, di
cui si è detto in precedenza.
Questo indirizzo risulta il punto di riferimento dei mafiosi in trasferta a
Milano; lì c'erano la
"Inim" di Alamia
e Rapisarda. Di questa società (e della
"Raca") la Criminalpol
scrisse: "sono società
commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serva per riciclare il
denaro sporco proveniente da illeciti" 4.
I
soci della Inim finiranno in carcere
per il fallimento della "Venchi
unica", società che era stata di proprietà del mafioso e massone Michele
Sindona. Proprio in questa vicenda viene arrestato Alberto Dell'Utri. Per quel
che riguarda il datore di lavoro di
Marcello, cioè Rapisarda, occorre
aggiungere (per completarne il ritratto) che all'arrivo a Milano, proveniente da Sommantino
(Caltanissetta), il finanziere
aveva già precedenti per porto abusivo
d'arma, oltraggio, reati contro il patrimonio e la libertà sessuale (!),
emissione di assegni a vuoto e truffa.
Un provvedimento del giudice di
sorveglianza di Palermo, datato 16
ot- tobre 1965, lo definisce "delinquente abituale". Secondo la Guardia di Finanza, Rapisarda "è stato inquisito dalla sezione
antimafia di Paler- mo, poiché
sospettato di appartenere a cosche
mafiose e di avere parte attiva nel
riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri di persona"5. Dalle confessioni
di Rapisarda (v. pag. ) emerge che
lui e Dell'Utri frequentavano i
boss mafiosi Cinà, Bontade e
Teresi, gli stessi che secondo Cancemi avrebbero avuto rapporti
col gruppo Berlusconi per 'risanare' il
centro di Palermo.
Già
nel 1984, il quotidiano "L'Ora" accusò Berlusconi di essere in rapporti con la "Inim" del mafioso
Ciancimino. L'accusa derivava dai fatti
che conosciamo: la telefonata dei due
mafiosi ("Berlusconi è la nostra
prossima pedina"), le relazioni dei fratelli Dell'Utri, i rapporti della
Criminalpol. Ma già allora il Cavaliere smentì indignato 6.
---1: M. Gambino, Avvenimenti, 30 marzo 94,
p.12.
---2: Ansa, 20 marzo 1994.
---3: Avvenimenti, 30.3.94, p.13.
---4: Rapporto Criminalpol, 13 aprile 1981,
cit.
---5: Avvenimenti, 30.3.94, p. 14.
---6: L'Ora, 10 ottobre 1984.
cancemi accusa la
fininvest
...........................
Sabato
26 febbraio 1994. In una
caserma dei Ros
(raggruppamenti operativi speciali)
Salvatore Cancemi inizia a raccontare una lunga storia. Parla
di antenne e di boss, di
personaggi insospettabili e di amministratori un po’ meno
insospettabili. Le sue
parole fanno molto rumore proprio in piena campagna elettorale, nelle ultime settimane di marzo, portando anche alle
dimissioni di Violante da presidente della commissione antimafia (v. pag. ).
La
polemica infuria per un poco, poi la Fininvest vince le elezioni e si passa
alla carica: Previti, Biondi e gli altri
scatenano la campagna contro i
pentiti.
Dal
loro punto di vista, fanno bene ad autotutelarsi: le accuse di Can- cemi sono
pesanti. E poi non è un pentito
qualunque: dalla metà degli anni '80 ha fatto parte della
Cupola, è stato un fedele
alleato di Riina, conosce tutti
i segreti di Cosa Nostra. Ad un certo punto,
però, si convince che vogliono ucciderlo: così, il 22 luglio '93 si presenta in una caserma dei carabinieri.
Poi
inizia a collaborare: le sue dichiarazioni sono raccolte da
Ilda Bocassini, sost. proc. di Caltanissetta, che indaga anche sulle
stragi di Capaci e via D'Amelio. Cancemi parla di molti fatti, tra cui
la "campagna elettorale" organizzata da Riina a favore dei
socialisti Lombardo e Martelli (che
ottenne 117mila preferenze).
Poi
le accuse alla Fininvest: le speculazioni nel centro di Palermo (v. paragrafo precedente), i soliti
rapporti di Dell'Utri, il pizzo pagato dalla Fininvest alla mafia.
Secondo
Cancemi, 'il ragioniere' era stato
incaricato di consegnare ai mafiosi di
Totò Riina 200 milioni, a nome di Marcello Dell'Utri, manager Publitalia. In
cambio, la mafia avrebbe protetto le antenne Fininvest in Sicilia.
All'epoca (1987) Cancemi era
capo della famiglia di
Porta Nuova, in sostituzione di
Pippo Calò, che era invece detenuto. E
uno degli uomini che riscuoteva il pizzo sarebbe stato quel Vittorio
Mangano che abbiamo conosciuto in veste di "stalliere" nella villa di
Arcore 1.
Un
altro pentito, Gioacchino La Barbera, aggiunge che è stato "contattato da alcuni uomini della
Fininvest, tra la fine del '92 e l'inizio del '93, quando avevano
necessità di installare nella zona di
Palermo dei ripetitori tv. Dovevo occuparmi del movimento terra. Non
avevo le macchine adatte. E quel lavoro
non lo feci io" 2.
Potrebbe
mancare Marcello Dell'Utri ? Impossibile. Infatti Cancemi parla anche di
incontri ed ospitalità offerta dal braccio destro di Berlusconi a mafiosi,
nella sua villa in Lombardia. Cancemi
ipotizza anche che a casa di Dell'Utri potrebbero essere stati
ospitati dei latitanti 3.
---1: l'Espresso, 25 marzo 1994, pp.40-42.
---2: Repubblica, 20 marzo 1994, p.5.
---3: l'Espresso, 25 marzo 1994, p.42.
operazione 'mato
grosso'
........................
"Per
quanto attiene il denaro da riciclare
in provenienza dall'Italia, il medesimo
appartiene al clan di Silvio Berlusconi. Già si dispone del codice di chiamata (per il trasferimento
di denaro dall'Italia): dovranno unicamente designare una persona di fiducia di tale gruppo. Il nome di Berlusconi non deve impressionare
più di tanto, poiché anni fa, segnatamente ai tempi della Pizza
connection, lo stesso era fortemente in- diziato di essere il capolinea dei
soldi riciclati" 1.
Questo
brano, tratto da un rapporto della
polizia svizzera, riporta in luce
l'ipotesi del ruolo di Berlusconi nel riciclaggio di denaro sporco, in stretto
contatto con la mafia
internazionale. Il rapporto riguarda l'operazione "Mato
Grosso", una vicenda che ha i caratteri del giallo internazionale.
Andiamo
con ordine: il 12 giugno 1991 il finanziere ispano-brasiliano Juan Ripoll Mari chiama, a Chiasso, un suo socio d'affari. Gli propone di trasportare denaro di misteriosa
provenienza attraverso Spagna, Fran- cia e Italia, con destinazione finale: Svizzera. Il denaro sarebbe infine stato 'ripulito' in una
operazione particolare: una
città tutta nuova, chiamata
"Nova Atlantida", da
costruire (interamente con
denaro sporco) a 3000 km a nord di Rio de Janeiro, nel Mato Grosso.
Ripoll
Mari parla, pur con discrezione, del suo progetto. Non sa che il suo "socio" è in
realtà Fausto Cattaneo,
commissario svizzero, specialista in operazioni 'undercover'
(sotto copertura). In altre parole è un infiltrato, esperto di
riciclaggio, con all'attivo la realizzazione delle più importanti operazioni
anti-riciclaggio: dalla "Green Ice" alla "Octopus" fino
alla "Lebanon connection".
Ripoll
Mari, invece, si occupa ufficialmente di import-export in
Sud America. Ma gli investigatori di tutto il mondo sanno che non solo è
uno dei più importanti narcotrafficanti, ma è anche uno dei massimi esperti di riciclaggio.
Sembra,
tuttavia, che sia arrivato al capolinea: l'operazione di infiltrazione di Cattaneo (iniziata
nel dicembre '90) procede
benissimo; Ripoll Mari non sospetta niente e dà il via all'operazione:
incontra il suo socio-infiltrato al
numero 45 di Corso San Gottardo (la stessa strada della Fimo) e definisce i dettagli dell'operazione: tra questi, uno ci interessa da vicino: in Italia il
denaro dovrà essere prelevato dagli uomini del clan Berlusconi, a Torino 2.
A
questo punto qualcosa non funziona
nell'operazione: tutto viene bloccato e le carte che descrivono
l'operazione finiscono nell'archivio
della Procura di Lugano.
Potrebbe
non essere una coincidenza il fatto che
la missione sia stata bloccata proprio
mentre l'infiltrato stava per recarsi a Torino, per prelevare il
denaro che secondo Ripoll Mari era
degli uomini del "clan
Berlusconi". Ma Cattaneo non può
verificare: la Procura di
Lugano gli toglie l'inchiesta.
Il
19 maggio 1994, una sentenza del tribunale francese di Gresse svelerà i
retroscena di quell'atto, evidenziando
il ruolo di alcuni funzionari di
polizia ticinesi, di elementi corrotti
nelle procure di Parigi e di
Lugano e negli uffici della Guardia di
Finanza di Milano. Queste complicità hanno impedito la conclusione dell'indagine, sviando
l'attenzione su un trafficante minore,
Sergio Bonacina. La sentenza,
inoltre, riabilita l'infiltrato svizzero Cattaneo, che era finito sul
banco degli imputati... 3
---1: "Aggiornamento operazioni
'Atlantida' e 'Mato grosso'", rapporto
della polizia cantonale di
Bellinzona (Canton Ticino), 13
set-
tembre 1991.
---2: Michele Gambino - Paolo Fusi,
Avvenimenti, 23 marzo 94, pp.10 sgg.
---3: ibidem, 8 giugno 1994, pp. 14 sgg.
il 'libero muratore' edifica il
suo impero
..........................................
La
vicenda di Berlusconi, compresa la sua esperienza di governo non può essere compresa senza esaminare le vicende relative alla P2. Sulla sua iscrizione alla loggia di Gelli,
Berlusconi fornirà tante versioni dif-
ferenti, ricavandone anche una condanna
per falsa testimonianza. Tut- tavia, non è solo una questione di iscrizione: la
biografia, già citata, di Mario
Ruggeri e Giovanni Guarino mette in evidenza la funzione che Berlusconi ha oggettivamente svolto (e sta
svolgendo) per la realizzazione degli obiettivi pidusti.
Infatti,
il "Piano di rinascita
democratica" sosteneva la necessità di una nuova legislazione
urbanistica, favorendo le
città satellite". E Berlusconi era specialista del settore,
con "Milano 2" e "3".
Il
Piano di Gelli prevedeva di
"dissolvere la Rai-tv": e Berlusconi ha dedicato l'esistenza a
questo obiettivo. Seguendo Gelli, che sottolineava il
bisogno di "immediata costituzione
della Tv via cavo da im-
piantare a catena in modo da
controllare l'opinione pubblica
nel vivo del Paese",
Berlusconi fondò la sua prima tv, Telemilano (via cavo),
prima di costituire i suoi network (impianto a catena).
programmi fotocopia
...................
Tutto
ciò è confermato dai programmi di
"Forza Italia" e del governo, che coincidono quasi del tutto col
"Piano" P2. Tanto che Gelli,
in una intervista al Tg1, poté
affermare raggiante: "il
piano di rinascita è quasi tutto attuato... ho perso il conto
degli iscritti alla P2 che sono ai vertici della nazione". Quasi contemporaneamente, il procuratore di Napoli Agostino Cordova invitava a
rileggere il "Piano", per vedere
che si sta attuando. Confrontando il "Piano" massone ed il
programma "Forza Italia", si
scopre che ventuno punti su quarantacinque, Berlusconi li ha copiati da Gelli.
1. Gelli
e Berlusconi concordano
nell'esigenza di ristrutturare il Governo, badando
"all'organizzazione ministeriale
ed alla qualità degli uomini da preporre ai singoli
ministeri". I ministeri economici vanno accorpati.
2. Gelli
indicò una nuova forma
di aggregazione politica: "primario obiettivo è la costituzione di un club (di natura
rotariana per l'eterogeneità dei
componenti) ove siano rappresentati,
ai migliori livelli, operatori
imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali,
pubblici amministratori e
magistrati nonché pochissimi
selezionati uomini politici, che non
superi il numero di 40 unità". Una belle idea, quella di
Gelli. Circa venti anni dopo, Berlusconi la metterà in pratica con i "club
Forza Italia".
3. In
caso di crisi dei partiti, la
P2 sostenne la
necessità di costituire due
movimenti: l'uno sulla "sinistra" (tra Psi
e Dc), l'altro sulla destra (tra liberali e Msi). La situazione
di oggi, spesso esaltata da Berlusconi, appare simile a quella disegnata da
Gelli.
4. La
P2 sostenne che ai "giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito
di simpatizzare per gli esponenti politici prescelti". Fede, Liguori e C. svolgono egregiamente
questo compito.
5. Gelli
vuole "dissolvere la Rai". Forza Italia desidera "privatizzare i servizi".
Berlusconi preferisce farne il suo megafono.
6. Per
quel che riguarda i titoli di studio, i massoni di Gelli vogliono togliere
il valore legale al
titolo di studio, per "chiudere il rubinetto del preteso automatismo posto di lavoro- titolo di
studio": avanti solo i più meritevoli. Il programma Forza Italia vuole
"abolire il valore legale del
titolo di studio e riformare
l'accesso all'impiego pubblico ed alla
professione".
7. La
P2 vuole che l'accesso alla carriera nella magistratura venga dopo il
superamento di test psico-attiudinali, che dovrebbero essere ripetuti durante
la carriera. Forza Italia si muove nello stesso ambito:
8. "Recuperare
la qualificazione del magistrato. Il sistema
italiano prevede che il magistrato proceda nella carriera senza significative prove di merito. Ciò produce
un'obiettiva dequalificazione. Si tratta di introdurre forme di selezione che non andrebbero
affidate solo alla
'corporazione', ma che impegnino i settori più autorevoli della cultura (...). Introdurre
prove selettive che non
consentano al magistrato
una funzione richiedente
specifica professionalità ad altra, tramite automatismi".
9. Sulla
questione fiscale, la P2 vuole che la pressione fiscale aumenti sui lavoratori
dipendenti, sui redditi professionali e che invece diminuisca
sulle imprese "premiando il reinvestimento del profitto". Berlusconi, ovviamente, è d'accordo e aggiunge:
"introdurre la detas- sazione degli utili reinvestiti per lo sviluppo
dell'occupazione".
10. I sindacati sono tra i nemici della P2, che
li considera colpevoli di aumentare il costo del lavoro e di esser diventati
interlocutori politici. Forza Italia
propone "la riduzione dei costi
del lavoro non salariali, inclusi i
contributi sociali".
11. Gelli propugna la riforma del Csm, che deve essere responsabile di
fronte al Parlamento. E' d'accordo Cesare Previti, avvocato di Berlusconi, poi
ministro della Difesa. Ancora sulla magistratura, la P2 vuole "separare le carriere requirenti e giudicanti". Forza Italia
usa le stesse parole.
Gli
altri punti in comune riguardano la finanza locale (12), le amministrazioni locali
da semplificare (13), le nuove
leggi elettorali maggioritarie
(14), la fine del bicameralismo (15), la riduzione del nu- mero dei
parlamentari (16), l'assistenza agli invalidi (17), la legislazione delle
lobbies sul modello Usa (18), la riforma sanitaria basata sul mercato (19),
l'inemendabilità dei
decreti legge (20) ed
infine l'abolizione del "semestre bianco" del presidente della
Repubblica (20). Fuori dai programmi, Gelli e
Berlusconi concordano anche sul
presidenzialismo. 1
---1: Avvenimenti, 4 maggio '94, pp. 10-12.
valanghe di soldi dai
confratelli
.................................
Un
altro argomento che fa sospettare i
vantaggi derivanti a Berlusconi dalla
familiarità con squadrette e compassi,
è il suo rapporto con le banche. E' evidente che le banche più
vicine a Berlusconi sono state la Bnl
ed il Monte dei Paschi di Siena, ovvero le banche controllate dalla P2. La stessa commissione di inchiesta
sulla P2 (commissione Anselmi) ha notato che l'imprenditore Berlusconi
trovò presso le banche
"appoggi e finanziamenti al di là
di ogni merito creditizio".
Un
documento del collegio sindacale del Monte Paschi (ottobre 1981), inviato
alla commissione P2, analizza i rapporti tra Berlusconi (iscritto P2) e
l'istituto di Siena, presieduto da Giovanni Cresti (iscritto P2).
Il
documento mostra che fino al '74 il rapporto è equilibrato: 3 miliardi
depositati e un fido di 398 milioni. Ma il 1975 ed il 1978, sotto la gestione di Cresti, la forbice si
allarga: nel 1981 Berlusconi ha 8
miliardi di conti correnti, contro 14 miliardi di fidi.
Tanta
fiducia non trova spiegazioni, se non nella svalutazione della mo- neta che
potrebbe favorire Berlusconi. Ma il "comportamento preferenziale
accentuato" potrebbe avere origine in
una comune appartenenza di loggia.
Anche
perché altre sezioni del Monte Paschi concedono generosi mutui (50 miliardi
prima, a cui si aggiungono 41 miliardi), con tassi inferiori e condizioni migliori rispetto agli altri clienti. Il documento citato, infine, parla di "trattative dirette tra Cresti e
Berlusconi" 1.
Insomma,
chi indossa cappuccio e grembiulino può ignorare le
"leggi" dell'economia.
---1: Avvenimenti, 9 marzo 1994, pp. 14 sgg.
società fantasma
................
Una
vicenda analoga a quella del Monte
Paschi è quella della Bnl, alle
cui società (controllate da piduisti) Berlusconi è legato.
La
storia comincia il 16 settembre 1976,
con la costituzione dell'Im- mobiliare San Martino spa, di cui Marcello Dell'Utri è
amministratore unico. Il capitale iniziale di questa società berlusconiana viene sot- toscritto da due
piduisti, Graziadei e Pollack,
a nome di Servizio Italia e Saf, fiduciarie della Bnl
holding. La stessa Fininvest è stata
costituita da queste due società: l'11 novembre 1975 gli uomini della P2
Graziadei e Pollack sottoscrivono il capitale sociale: duecento milioni, che
due mesi dopo diventeranno due miliardi (!).
Servizio
Italia e Saf sono due fiduciarie, e dunque agiscono su mandato di 'terzi' che non gradiscono apparire e quindi rimangono coperti dal- l'anonimato: dunque si muovono in nome
e per conto di altri. Il 19 giugno 1978 si compie un altro prodigio: nascono
ventidue società, denominate Holding Italiana Prima, Seconda e così via fino
alla Holding Italiana
Ventiduesima. Gli intestatari sono un tale Armando
Minna, commercialista, e sua
moglie Nicla Crocitto,
casalinga: è chiaro che sono due prestanome. Nel 1982 Luigi Foscale (zio di Berlusconi) viene
nominato amministratore unico delle holding, che costituiscono il cuore,
impenetrabile e misterioso, della Fininvest. Il figlio di Luigi Foscale,
Giancarlo, ammetterà che il
giochetto delle 22 holding
consente a Berlusconi "un
risparmio delle tasse intorno al 30-40 %" 1.
Torniamo
a 'Servizio Italia', la fiduciaria della Bnl controllata dalla P2: sembra certo
che circa il 49 % delle azioni
Fininvest siano ancora di questa
fiduciaria 2.
La
storia di Servizio Italia è ancora più interessante: compare in tutte le
vicende di Michele Sindona, bancarottiere mafioso e piduista;
gli editori piduisti Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din operarono attraverso Servizio Italia; attraverso questa
fiduciaria la P2 gestì le
speculazioni con la Savoia assicurazioni e la Italimmobiliare.
Inoltre,
Gelli scrisse a Tassan
Din usando l'indirizzo di
Servizio Italia; poi altre
storie coinvolgono Roberto Calvi e
Flavio Carboni: in altre parole,
Servizio Italia era pienamente sotto il controllo della P2. Inoltre, l'intera
Bnl era pienamente in mano alla P2, controllandone nove membri del vertice 3.
In
conclusione, "risulta evidente come non sia stato Berlusconi a creare la
Fininvest, ma come sia stata la Fininvest delle banche e delle fiduciarie piduiste ad imporre il piduista
Berlusconi alla ribalta dell'imprenditoria
nazionale 4.
---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 99 sgg.
---2: Avvenire, 7 gennaio 1994.
---3: Ruggeri / Guarino, cit, pp. 106 sgg.
---4: ibidem, p.112.
la festa è finita
.................
Quanto
detto in precedenza è confermato
di fatti successivi
alla scoperta della P2: nel maggio 1981 vengono ritrovati i nomi
degli affi- liati, tra cui i generosi
banchieri che hanno sempre riservato un
trattamento speciale (ed ingiustificato) a Berlusconi.
Finita
la festa, il gruppo Fininvest
si ritrova con i debiti:
nell'ottobre del 1981, le
entrate di Canale 5 coprono metà delle
spese; nello stesso anno,
Berlusconi perde 60 miliardi nelle imprese televisive. A
questo punto, è costretto a ricorrere a nuove forme di finanziamento, visto che le vecchie non sono
più - diciamo così - disponibili. Nasce
Programma Italia, che prova a
rastrellare denaro fresco proponendo
investimenti nebulosi a risparmiatori
ingenui. Poi arriva Rete 10,
venduta porta a porta da "consulenti finanziari".
L'operazione suscita ilarità negli ambienti della borsa: gli operatori
parlano della più assurda e sgangherata operazione mai vista. Il brillante uomo di
successo improvvisamente cambia volto: per il suo gruppo i debiti aumentano
vertiginosamente, fino a toccare, nel 1994, un passivo che oscilla tra i quattromila ed i seimila
miliardi 1.
---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 120 sgg.
l'iscrizione
............
Loggia
'Propaganda Due', affiliazione del 26 gennaio 1978, n. fascicolo 625, codice E.19.78., tessera n.
1816, pagamento quota Lit. 100.000. Questi semplici dati riguardano
l'affiliazione alla P2 del
fratello Berlusconi. Il quale, però, non ha mai amato le cose
semplici, preoccupandosi di dare mille
versioni diverse della sua affiliazione: il 26 ottobre 1981, dopo lo scoppio
dello scandalo, Berlusconi dichiara che
si iscrisse nel 1978. Più tardi
posticiperà la data di iscrizione: il
27 settembre 1988, di fronte al
tribunale di Verona, Berlusconi afferma
di essersi iscritto nel 1981, senza alcuna quota di iscrizione.
Per
questa clamorosa menzogna, la Corte d'Appello lo condanna per falsa testimonianza, per aver "dichiarato il falso su
questioni pertinenti alla
causa". Una provvidenziale amnistia (subito accettata) salva il Cavaliere
dalla galera 1.
Un'altra smentita
arriva per Berlusconi, che
affermò di non aver mai pagato
contributi a Gelli: il 22 marzo 1982, la Guardia di Finanza verificò la piena
corrispondenza tra le quote
pagate, le ricevute trovate nell'ufficio di Gelli e i versamenti sul conto 'Primavera' della Banca Popolare dell'Etruria, che era stato destinato dal Maestro
venerabile proprio al pagamento delle quote.
Ennesima
bugia del Cavaliere: non vi fu cerimonia di iniziazione: ma la Commissione d'inchiesta ha acquisito un
documento dell'archivio di Gelli in Uruguay, nel quale (accanto al nome di Berlusconi) compare la dici- tura "juramento firmado" 2.
Il
3 novembre 1993, di fronte alla Corte
d'Assise di Roma, Berlusconi fornisce nuovi particolari:
"Gervaso mi parlò di Gelli in termini
molto positivi. Incontrai Gelli due volte, penso all'Excelsior (...).
Questa sua associazione appariva come una normalissima associazione,
come fosse un Rotary, un Lions, e non c'erano motivi, per quello che se ne sapeva, di pensare che la cosa fosse diversa (...). Ho sentito dalla relazione parlamentare che mi venne anche
attribuito un versamento di lire
centomila. Per quello che
ricordo, ma sono sicuro di questo, a me non fu chiesto nulla e
non feci questo versamento mai. Gelli voleva riunire intorno a sé le
persone migliori dell'Italia per un
club, su cui probabilmente ci sarebbero dovute essere delle riunioni, delle
conversazioni, a cui peraltro non fui mai invitato, e di cui nessuno mi
parlò" 3.
Il
26 novembre '93, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti
stranieri, Berlusconi ci regala una nuova versione: "Entrai quando nessuno pensava che fosse una cosa negativa
e pericolosa e il signor Gelli era
persona stimata e con ottime conoscenze 4. Non ho
mai pagato la quota. Quando mi
arrivò la tessera, lessi il mio nome con scritto: libero muratore apprendista. A quel
tempo ero il primo
imprenditore italiano. Chiamai
infuriato la segretaria e le dissi di
restituire subito quella tessera. Avrei potuto accettare solo con il grado
di grande maestro" 5.
E'
importante, infine, ricordare la
definizione della P2 data dalla
Pm Elisabetta Cesqui: "è dimostrato che la loggia P2 era un'associazione segreta che perseguiva fini
politici illeciti e mirava a
modificare la struttura dello Stato
compiendo reati per sovvertire l'ordine pubblico".
---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 17-18.
---2: S. Flamigni, Avvenimenti, 30 marzo 1994,
pp. 14-15.
---3: Ruggeri / Guarino, cit., p. 91.
---4: Assolutamente falso: "tra il '75 ed
il '76, uscirono almeno 49 ar-
ticoli sulla stampa a grande diffusione, tutti riguardanti Gelli,
la
P2 e le vicende collegate" (Elisabetta Cesqui). Nel '76, Gelli
fu
interrogato sull'omicidio del magistrato Occorsio, che indagava
sulla P2. Nello stesso periodo, ebbero diffusione sulla stampa le
vicende che coinvolgevano Gelli
e gli estremisti di destra,
il
tentato golpe del '70,
il riciclaggio di denaro
sporco, gli
attentati contro i treni... [Avvenimenti 16.3.94, p.11]
---5: Gazzetta del Sud, 27 novembre '93, p. 21.
berlusconi opinionista sul
'corriere' della p2
..............................................
Quali
meriti avrà mai avuto un rampante e
mediocre palazzinaro per diventare
opinionista del più prestigioso quotidiano italiano ? La
do- manda è lecita, dopo aver saputo che nel 1978 Berlusconi era un commentatore del Corriere della Sera, i cui lettori illuminava con opinioni
sui temi economici d'attualità: la programmazione industriale, il sistema
creditizio, la difesa del 'libero' mercato.
Senza
voler essere maligni, è impossibile non
ricordare che Berlusconi si iscrisse
alla P2 il 26 gennaio '78, e che il suo
primo articolo sul Corriere lo scrisse
due mesi dopo: il 10 aprile. Niente di strano, se il Corriere non fosse
totalmente controllato dalla P2: invece, sono aderenti alla loggia di Gelli il
proprietario (Angelo Rizzoli), il direttore generale (Bruno Tassan Din) il
direttore del giornale (Franco Di Bella), l'inviato Roberto Ciuni, il capo
redattore della giudiziaria Giorgio Zicari e due commentatori come Roberto Gervaso e Maurizio Costanzo 1. Il consiglio d'amministrazione era retto da
Umberto Ortolani, anima finanziaria
della loggia, mentre Gelli aveva l'incarico di "rappresentanza del gruppo presso qualsiasi autorità
governativa di Stati esteri" 2.
Insomma,
pare che il posto di opinionista Berlusconi lo dovesse più alla comune
appartenenza di loggia che alla preparazione culturale.
Un
altro fatto contribuisce a chiarire
i rapporti Berlusconi-P2: nel- l'aprile del 1980 la
"Domenica del Corriere", settimanale Rizzoli,
inizia un'inchiesta sui 'numeri
uno' degli anni '80. Il
primo degli
uomini-che-si-sono-fatti-da-sè è Berlusconi: l'articolo è in pieno stile
'emiliofede': prestigiosissime cariche imprenditoriali, uomo di cultura,
capitano d'industria, protagonista nel mondo dell'informazione: "possiede
oltre cento società. Per chiunque cento motivi di preoccupazione. Per lui un
divertimento". Sarà pure una coincidenza (una delle tante...), ma la
"Domenica del Corriere" appartiene alla piduista Rizzoli, e il
direttore Paolo Mosca è affiliato alla
loggia di Gelli. Non è dunque
difficile pensare che l'esclusiva tessera P2 prevedesse, tra i suoi vantaggi, anche 'servizi' come questo.
L'intervista, poi, si chiude in maniera
molto significativa:
"Dottor
Berlusconi, qual è il segreto del suo successo ?"
"Sono
d'accordo con lei, è un segreto" 3.
---1: Gervaso, Costanzo e Ciuni troveranno posto alla corte di
Berlu-
sconi, dopo lo scandalo. Il
primo è stato indicato da
Berlusconi
come 'causa' della sua iscrizione. Il secondo se la caverà dicendo
di
essere stato un cretino. Ma Costanzo organizzò una terza pagina
del Corriere, nell'ottobre '80,
che beatificava Licio Gelli; ed
organizzò e diresse
"L'Occhio", quotidiano voluto
dalla P2, che
finì in un fallimento.[Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", p. 17]
---2: A. M. Mira, Avvenire, 27 gennaio 1994.
---3: Ruggeri / Guarino, cit., p.81.
L'intervistatore è Gianfranco Len-
zi, che poi farà carriera a Retequattro.
'io, tu e gelli'
................
Si
dirà che quella della P2 è una
vecchia storia. Ma ciò è smentito dalle recenti inchieste che
coinvolgono Gelli. Ed è smentito anche da due lettere molto interessanti, rinvenute durante una perquisizione in via Ripetta 25, nel corso di un'inchiesta del "caso Kollbrunner": una vicenda di ricettazione di titoli di
stato rubati che ha come protagonista Winni Kollbrunner, segretaria
di Claudio Martelli, che rivelerà ai
giudici la 'piramide' che ha
gestito il traffico: al vertice
si trovano un alto prelato
(il cardinal Poletti), Licio Gelli
e Giulio Andreotti. La centrale romana del
traffico si trova nello studio
di Patrizio Pinto (massone pure lui), sito in via Ripetta 25 1.
Qui,
una perquisizione ha portato al
ritrovamento delle lettere di cui si
diceva: il mittente è Eugenio Carbone, ex direttore
generale del ministero
dell'Industria, piduista. Il destinatario è Silvio Berlusconi, tessera P2 1816.
L'Egidio che viene citato è Carenini, ex sottosegretario Dc al ministero
dell'Industria, protettore di
Mino Pecorelli e, naturalmente,
iscritto alla P2.
La
prima lettera è datata 29 luglio 1992:
Carbone chiede aiuto a Berlusconi per sé e per la sorella: "Non avrei mai immaginato di doverla disturbare per questo, ma è solo a un vero amico che è
possibile farlo, [errori
dell'originale, ndr] pensando che egli sia l'unico che possa fronteggiare la
cosa, senza ricorso a banche ma ad altri enti finanziari".
In basso a sinistra, Carbone
aggiunge: "inviata a Licio
ed Egidio".
Nella seconda
lettera, datata 27
settembre 1992, Carbone
annota: "postacelere a Licio
Gelli ed Egidio Carenini".
Carbone si qualifica come 'Presidente della Camera di Commercio italo-
slovena", quindi dice al "Caro
dottor Berlusconi", che
"Licio ed Egidio si erano
offerti di farle pervenire una
mia 'lettera-proposta' al fine
di rendere più probabile che lei, pur nel suo
enorme ed assorbente lavoro,
la leggesse. Dopo più di un mese, hanno
ripensato che non avevo bi-
sogno di un loro supporto, perché
lei si ricordava certamente
di me, per i precedenti rapporti". La lettera prosegue con la proposta, un po’ con- fusa, di
costituzione di un giornale cattolico in Slovenia e Russia, cosa
particolarmente gradita in Vaticano ed al Papa stesso. Dopo aver pro- posto una
bella gita a Portorose (Slovenia), Carbone
torna a parlare d'affari,
proponendo una fusione tra un'azienda tessile pugliese ("Lupo moda") e la Standa. La parte più interessante, però, è quella
finale, con la richiesta di aiuto mediante "una operazione bancaria
tramite finanziaria" e la
conclusione:
"La
mia situazione, Licio forse le ha
detto, dipende sempre dalla controversia
non ancora conclusa, dopo 10 anni per la... fratellanza”. Il riferimento è ai
problemi che Carbone ebbe quando
si scoprì la sua appartenenza alla P2, con l'allontanamento dal ministero.
Interrogato
sulle lettere, il 4 novembre 92, Carbone ha detto che "Gelli, recentemente, circa due mesi fa, si rivolse a
Berlusconi per sollecitarlo a prendere
in esame la mia richiesta di aiuto
alla situazione finanziaria in cui mi
sono venuto a trovare" 2.
No,
non sono vecchie storie.
---1: Paolo Mondani, Liberazione, 11 febbraio
'94, p.3.
---2: Michele Gambino, Avvenimenti, 2 giugno
'93, p.11.
gli uomini (piduisti) del presidente
....................................
Un
altro elemento sconcertante è costituito dalla folta presenza di uomini P2 accanto a Berlusconi.
Per
esempio, Antonio Martino, ministro
degli Esteri: nel corso di una trasmissione Tv, Martino ha negato
di aver chiesto
l'iscrizione alla loggia di
Gelli.
Tuttavia,
non è difficile smentirlo: basta osservare gli atti della Commissione d'inchiesta: vol. I, tomo
3, pagg. 1079-1094. Qui si trovano una foto di Martino, una richiesta di
iscrizione, un curriculum vitae di tre pagine ed una nota
sull'orientamento politico (Pli).
Poi il giuramento, dove si
promette di tenere la bocca chiusa, pena "il disprezzo e l'esecrazione di tutta l'umanità" e le più
efficaci "pene che gli Statuti dell'Ordine minacciano agli
spergiuri".
Martino
lesse il giuramento, dichiarandosi "disposto ad adeguare le sue azioni future ai principi
dell'organizzazione massonica". La domanda di iscrizione fu 'appoggiata', secondo consuetudine, da altri
tre massoni: Donato (membro Cnr),
Pellizzer e Rondanelli (docenti universitari). Martino, però, non fece in tempo
a formalizzare la sua iscrizione: pre-
sentò la sua domanda il 6 luglio 1980, l'iniziazione slittò per un anno, poi
l'irruzione di Castiglion Fibocchi bloccò tutto 1.
Infine,
è interessante leggere la
giustificazione che Martino dà a
questa vicenda poco edificante: "Io presentai quella domanda su in- sistenza di un amico: non sapevo,
allora, cosa fosse la P2". Tale e qua- le Berlusconi.
Uno
dei garanti di Martino di fronte a
Gelli, Giuseppe Donato (docente di
chimica), dichiarò al giudice istruttore Gherardo Colombo l'11 maggio 1981:
"Martino intendeva iscriversi alla P2 in relazione ad un discorso (...) circa la creazione di un Centro antidroga. Pensavamo di ottenere dei locali a Palazzo Giustiniani
per la creazione di questo centro e di
poterci mettere in contatto attraverso la P2 con altri studiosi del
campo".
L'idea
del Centro antidroga nella sede storica della massoneria è certa- mente
originale. Tuttavia, fa venire in
mente le numerose connessioni tra massoneria e sanità: per
esempio, uno dei garanti di Martino è Elio Rondanelli, membro del 'Cuf'
(l'organismo che decide il prezzo dei
farmaci), arrestato per il raddoppio
dei prezzi in cambio delle tangenti delle multinazionali. Anche Duilio
Poggiolini, il simbolo dello scandalo sanità, era iscritto alla P2 e fu
'presentato' proprio da Donato.
La
massoneria compare anche nella fine del prof. Antonio Vittoria, preside della facoltà di Farmacia di Napoli
e membro del Cuf. Dopo il suo suicidio, fu ritrovata una valigia che Vittoria aveva smarrito: tra le carte, c'erano anche i grembiulini che
gli affiliati del Grande Oriente
d'Italia usano abitualmente. Ancora una
firma, ancora una connessione tra massoneria e sanità 2.
Alla
corte di Berlusconi, ci sono molti
altri uomini della P2: Antonio D'Alì,
Attilio Capra De Carrè (Forza Italia) e
Gustavo Selva (Alleanza Nazionale). Sono
massoni anche Silvio Liotta,
Franco Martino e Sergio Berlinguer (ministro degli
"italiani all'estero") 3.
La
vicenda P2 ha sfiorato anche Alfredo Biondi, discusso ministro della Giustizia: usò a Roma, in via
Spontini, lo studio del prof. Ugo
Zilletti, ex vice presidente del
Csm, piduista. Biondi si giustifica
dicendo di aver usato lo studio per qualche mese: non è vero: nel '91,
una perquisizione della Guardia di
Finanza a carico di Zilletti trova la
targa di Biondi, mentre Zilletti si
era trasferito in un altro
studio. Sarà forse stata questa
frequentazione a far assumere a Biondi
la difesa di Marco Ceruti, piduista.
Secondo Gelli, Ceruti si qualificava come segretario di Zilletti quando questi
era vicepresidente del Csm 4.
---1: Avvenimenti, 2 marzo 1994, pp. 11-12.
---2: cfr. l'Isola
---3: "Archivio Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.13.
---4: l'Espresso, 3 giugno '94, p.48.
tele-p2
.......
A
qualcuno, dalle parti di Hollywood, viene una bella idea: fare un film su Licio
Gelli, sceneggiato da un signore che si
chiama Pier Carpi. E' per molti
l'occasione di presentare il Maestro
Venerabile non come un criminale della peggior specie ma come un affascinante personaggio dai mille intrighi. Un telegiornale di Berlusconi, Studio Aperto, presenta la vicenda in questo tono: la
musica che accompagna il servizio è quella che caratterizza la serie
dei film di "007", una voce
fuori campo cinguetta di Gelli
che diventa una star: stomachevole.
Ancora
peggiore è il commento, sempre ad opera dei tg di Berlusconi, della
sentenza dell'aprile '94: Gelli e 17 piduisti, nel procedimento di primo grado,
vengono assolti dal reato di cospirazione politica. Tuttavia, Gelli e Gianadelio Maletti (ex
generale Sid), vengono condannati a 17
e 13 anni di reclusione per altri reati, i quali sono eufemisticamente definiti "minori".
Ma
i tg del Cavaliere massone presentano
la sentenza come "un'assoluzione generale di tutta la P2
e di tutti i piduisti per tutti i reati da
loro
commessi lungo l'arco di molti anni" 1.
---1: "Archivio Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.15.
patti a delinquere in
sardegna
..............................
Il
nostro viaggio prosegue in Sardegna. Qui si incontrano due degli elementi visti fino ad ora: Berlusconi
da un lato, la mafia dall'altro. Il
primo personaggio che incontriamo è Romano
Comincioli, dipendente
Publitalia. Berlusconi lo nomina al processo di Verona, il 27 settembre 1988, ammettendo che Comincioli
era il legame tra lui e Flavio Carboni,
faccendiere piduista. I tre si occupano di speculazioni edilizie
nel nord della Sardegna, tra Olbia
e Porto Rotondo, in territori
pressoché incontaminati: acquistano un terreno agricolo, si attivano per mutarne la destinazione in terreno edificabile; quindi, quando il prezzo si è decuplicato
lo rivendono oppure fondano una
società apposita per sfruttarlo.
In
una di queste operazioni, Costa Delle
Ginestre, Comincioli (presta- nome di
Berlusconi) si associa con Domenico
Balducci, usuraio romano e
collaboratore e prestanome del boss mafioso Pippo Calò.
Balducci
è presente in un'altra operazione,
detta delle '12 sorelle' e definita
"un patto a delinquere" dal Tribunale di Roma (8 febbraio '86): tre
delle 12 società finiscono alla
Fininvest (Poderada, Su Ratale, Su
Pinnone spa). Berlusconi e Comincioli sono presenti in altre 4 società: una finisce appunto a Balducci,
mentre altre due finiscono ai prestanome di Pippo Calò, i siciliani Faldetta e
Di Gesù.
La
sentenza del tribunale romano svela altri interessanti scenari, come il giro di cambiali tra la Sofint (società berlusconiana) e le tre spa (Finanziaria regionale veneta, Safiorano e
Stalle Azzurra) attribuite
"alla famiglia di Joseph Gangi,
imputato di traffico internazionale
di stupefacenti e di appartenenza a Cosa Nostra".
Durante
la gestione, da parte di Berlusconi-Comincioli, della Prato Ver- de spa,
Flavio Carboni (altro socio del Cavaliere) entra in
rapporti d'affari con esponenti di Cosa
Nostra, tra cui Calò.
L'operazione riguarda il risanamento
del centro storico di Siracusa, ma
l'affare sfuma per l'opposizione della
Regione Sicilia. A questo punto, i
mafiosi (Faldetta, Di Gesù, Sansone, Rotolo e Pippo Calò) pretendono la
restituzione dei 450 milioni
anticipati, più 250 milioni di interessi. La restituzione avviene attraverso cambiali emesse dalla Elbis
srl (società costituita dal messinese Franciò e da alcuni prestanome di
Berlusconi) in favore di Comincioli
e da questi girate. Più tardi, anche Carboni entra nella
Elbis. Intanto le cambiali, vengono portate da Ernesto Diotallevi, capo della Banda della
Magliana, a Pippo Calò 1.
Altre
operazioni di Flavio Carboni coinvolgono
Francesco Pazienza, agente
segreto e faccendiere. Si intrecciano,
quindi, in questi affari mafia e
criminalità romana, finanza e servizi segreti, affaristi e neo- fascismo.
---1: Ruggeri / Guarino, cit., pp.137 sgg.
olbia due
.........
Carboni,
Comincioli e Berlusconi si incontrano ancora nel marzo '80, in un albergo romano. Qui nasce "Olbia 2": 3000 posti barca, 2 milioni
e mezzo di metri cubi di cemento, 4000 villette...
Un'operazione
megalomane, con effetti ambientali disastrosi, in una zona della Sardegna
incontaminata. Per realizzarla, Berlusconi userà tutti i mezzi disponibili, compresi i suoi
legami con la massoneria: il
suo principale interlocutore in
questa vicenda è infatti Armando
Corona, all'epoca Gran Maestro del
Grande Oriente d'Italia e
presidente della regione Sardegna,
amico di Cossiga, che lo accolse centinaia di volte al Quirinale, durante la
sua presidenza.
Per
lanciare 'Olbia 2', i nostri eroi iniziano ad "oliare" i principali politici sardi, offrendo 200 milioni a Corona. Emilio Pellicani, boss
della Magliana e collaboratore di
Carboni, aggiunge che Fedele Confalonieri portò a Corona altri 500 milioni
1.
Ma,
nel 1984, un'azione della magistratura contribuisce a bloccare l'operazione: il sostituto
procuratore Pietro Grillo accusa
Carboni ed altri 4 imputati di truffa,
interesse privato in atti d'ufficio e
falso ideologico 2. Della vicenda si occupano anche i quotidiani
nazionali, ed uno di essi commenta: "E' un blitz contro le speculazioni edilizie che ha radici lontane, nelle inchieste sulla Loggia P2, e che interessa la Sofint,
finanziaria di Carboni coinvolta in affari di riciclaggio di denaro sporco e in traffici di eroina,
legata al clan mafioso Inzerillo- Spatola di Palermo 3.
Olbia
2 (ribattezzata "Costa Turchese") ritorna nel 1990. Berlusconi, se
vuole realizzare il progetto, deve
accontentarsi di dimensioni più
ri- dotte. Flavio Carboni, anche lui
ricomparso, si lamenta di essere
stato "scaricato di brutto" dal Cavaliere e osserva che
"Olbia 2" non è più un buon affare 4.
---1: Interrogatorio della Commissione P2, 24
febbraio 1983.
---2: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 154 sgg.
---3: Repubblica, 14 aprile 1984.
---4: Ruggeri / Guarino, cit., pp. 159-161.
costa turchese - parte
seconda
..............................
Nel
1994 Berlusconi torna alla carica: da quindici anni il
sogno di cementificare mezza
costa settentrionale sarda non lo abbandona. Con tale nobile intento, sente
la meta vicina quando fonda il suo
movimento politico e candida un suo legale alla presidenza della
Sardegna.
La
precedente avventura era finita quando Regione sarda e comune di Olbia diedero parere negativo
a causa di una evidente
insostenibilità ambientale. Berlusconi presentò ricorso al Tar,
affidando l'incarico ad Ovidio Marras,
che nel '94 rischia di diventare presidente della regione sarda: insomma, parte
e controparte potrebbero unirsi e darla
vinta al Cavaliere cementificatore.
Come compagno d'avventura, Berlusconi sceglie di nuovo quel Romano Comincioli
di cui si è detto in precedenza:
Comincioli ricopre l'incarico di responsabile politico di "Forza Italia" in
Sardegna
1.
Il
nuovo clima che si respira nell'isola miete le prime vittime: uno dei
sostenitori di Berlusconi, Niki Grauso,
possiede radio, tv e giornali dell'isola. Il più importante è
l'"Unione Sarda" che si
allinea con la destra. Ma il cambiamento
non è indolore: un giornalista, Giancarlo Ghirra, denuncia: "l'Unione Sarda ha adottato una
linea reazionaria per delegittimare il
ruolo dei sindacati dei lavoratori e
rilegittimare il fascismo".
Tuttavia, molti giornalisti in
disaccordo con l'editore devono
lasciare il giornale.
Tanta
fatica, alla fine, non viene
premiata. Marras non ce la fa
(FI perde clamorosamente) e Berlusconi deve per ora rinunciare al suo
sogno, inseguito da tanti anni: sventrare
la costa, scavare canali ed infine gettare un milione di metri cubi di
cemento in una natura incontaminata.
---1: Avvenimenti, 15 giugno 1994, pp.16-18.
storia di massoni e
rapimenti
.............................
L'ultima
storia sarda che riguarda Berlusconi è
sicuramente la più in- credibile. La
vicenda si svolge nella prima metà del '92 ed è notissima: si tratta del
rapimento di Farouk Kassam, un bambino di otto anni tenuto in ostaggio e
liberato dopo 177 giorni. La storia sembra non
nascondere misteri: in realtà, è piena di interrogativi.
Per
cominciare, Farouk è nipote dell'amministratore dell'Agha Kahn, padrone della Costa Smeralda e della
compagnia aerea Meridiana e socio con Agnelli nella cementificazione ulteriore delle
coste dell'isola, in concorrenza proprio con Berlusconi. Altri parenti di
Farouk possiedono fabbriche di materiale aeronautico e società in Costa
D'Avorio e nei paradisi fiscali di
tutto il mondo.
L'atto
del rapimento è già misterioso: il sistema d'allarme
sofisticatissimo suona in ritardo, le misure di sorveglianza (di solito
rigorosissime) sono disattivate;
i posti di blocco quasi inesistenti. Il padre prima nega di chiamarsi Kassam davanti ai rapitori,
preferendo che prendano il figlio. Poi
litiga con gli inquirenti
contraddicendosi in continuazione.
I
dissidi continuano tra gli investigatori di Cagliari e gli inquirenti locali, perfetti conoscitori
della zona, che si dicono esautorati. Le indagini si svolgono spesso in maniera grottesca, con le perlustrazioni dei carabinieri che invitano
la stampa e si fanno fotografare.
Le
battute si svolgono in Barbagia, a
partire da gennaio. Solo che lì,
con neve e gelo è impossibile tenere un bambino, a meno che non si abbia un
apparato logistico (movimenti per
trasportare medicinali e mezzi
di riscaldamento) che sarebbe notato anche da un semplice elicottero.
Ma
già la "soluzione" è pronta: 4000 militari della Brigata Sassari, per
militarizzare l'isola "contro i
rapitori" (il ministro
della Difesa è Salvo Andò).
Intanto
le indagini non portano a niente, mentre sullo sfondo appare la figura dell'Aga Khan. Kassam
dichiara di non essere suo amico, ma
c'è chi ricorda la comune appartenenza
dei due alla confessione
ismailita, che lega i propri membri con legami simili a quelli
massonici. Su questo punto, rimane il mistero.
Intanto,
dopo mesi di perlustrazioni, si comincia a sospettare che Farouk sia rinchiuso
in un luogo diverso dalla Barbagia, o vicino al posto del rapimento, oppure in Corsica. Sei mesi di freddo in montagna
non potrebbero essere sopportati da
un bambino di otto anni. Intanto, l'arcivescovo di Cagliari, Ottorino Alberti,
afferma che i sequestratori sono
guidati da una mente lucidissima e 'industriale'. Non è, insomma, un rapimento
fatto da pastori.
Battista
Isoni, politico sardo, ipotizza che la mafia si sia inserita a mediare - con il messaggio del 2 marzo -
ma la trattativa è stata interrotta dalle indiscrezioni di un settimanale di
Berlusconi.
Questo
stesso messaggio - giunto ai Kassam -
conteneva parole significative:
"I muratori si devono affrettare". Il riferimento alla massoneria è trasparente.
La
liberazione del bambino, avvenuta, l'11 luglio è un ulteriore mistero: chi parla di conflitto a fuoco, chi
della mediazione del bandito Mesina, chi di un riscatto miliardario, chi dice che non è stato
pagato niente.
Si
sa poco per tracciare uno scenario definito: l'unica cosa certa è che la
vicenda è tutt'altro che chiara e
presenta tuttavia alcuni elementi
importanti: il ruolo della massoneria,
chiamata in causa dai rapitori;
la presenza della mafia, partita da tempo alla conquista dell'isola con apertura di sportelli bancari, finanziarie, diffusione della droga (specie d Olbia). Infine la posta in gioco nella lotta tra potentati: settanta milioni di metri cubi
con cui soffocare la Sardegna: in lizza ci sono Agnelli e l'Aga Khan da un
lato, Berlusconi dall’altro. Un precedente, tuttavia, esiste: qualche anno fa
in Costa del Sol (Spagna) si era creato
uno scenario simile: autorità e polizia impegnate sui sequestri di persona,
mentre la mafia si espandeva:
insediamenti turistici, ville,
alberghi... 1
---1: Avvenimenti, 22 giugno 1992, pp. 94-96.
l'urna e la loggia
..................
Vigilia
delle elezioni (marzo '94): Maria
Grazia Omboni, pm della pro- cura di
Palmi, ordina una perquisizione della Digos nella sede di Forza Italia. Ovviamente, si grida
subito alla persecuzione politica.
Ma ancora una volta non si parla
della sostanza della vicenda: è
una storia inquietante di massoneria e
poteri "occulti", che avrebbero
fornito il loro appoggio al movimento
di Berlusconi. L'11 maggio '94 la vicenda
si arricchisce di nuovi sviluppi, con l'arresto di quattro
importanti personaggi: l'accusa
riguarda l'appoggio illegale
dato al colonnello Antonio Pappalardo, durante le
amministrative di Roma, ed il
successivo sostegno fornito a "Forza Italia".
I
quattro arrestati sono Cosmo Sallustio Salvemini, massone di una log- gia coperta e fondatore del movimento
Salvemini; Alfredo Rasoli, segretario
del movimento; Giovanni Alliata di Montereale, sovrano dell'associazione segreta
"Obbedienza" e protagonista di buona parte dei misteri d'Italia; infine, Benedetto Miseria, Gran Maestro dell'Obbedienza di Alliata.
I
quattro sono accusati di
"associazione segreta per interferire nelle funzioni di organi
costituzionali e nelle
consultazioni popolari". In
particolare, il principe Alliata
avrebbe promesso alla lista di
Pappalardo (ed in particolare ai
candidati Salvemini e Rasoli)
un finanziamento di 500 milioni e 2500
voti in cambio della loro afflizione alla sua loggia segreta. Lo
provano 43 intercettazioni telefoniche fatte tra il giugno '93 e l'aprile '94.
I
giudici di Palmi aggiungono che "emergono in maniera inequivocabile le
finalità illecite che la Loggia
persegue attraverso non ben
definibili collegamenti con il Vaticano, con la famigerata "Banda
della Magliana”, con l'Fbi e i servizi
segreti americani. (...) Risulta che Alfredo Rasoli, braccio destro di
Salvemini, si è presentato alle recenti
consultazioni politiche in qualità di presidente di un club Forza
Italia, mentre Antonio Pappalardo, già candidato della lista facente capo al
Salvemini, parteciperà come testimonial ad un
incontro elettorale organizzato
dal club di Forza Italia".
Infine
i giudici annotano che "tale Gustavo Selva (ex direttore filo-Dc del Gr2, oggi deputato di An, ndr)
già appartenente al Movimento Salvemini
ed alla P2, ha avanzato la sua candidatura (...) su sollecitazione dello stesso
Salvemini che a tale scopo aveva convocato una riunione" 1.
---1: l'Espresso, 27 maggio 94, p.68
il principe nero
................
In
questi ambienti colorati di nero e caratterizzati da grande - diciamo così -
riservatezza, si materializza l'avventura "Forza Italia".
Tuttavia,
l'inchiesta avviata a Palmi ha anche un
altro valore, perché connette i misteri
attuali con mezzo secolo di stragi, logge, tentati golpe, assassinii impuniti.
L'anello
di congiunzione è il principe siciliano Giovanni Alliata
di Montereale, uno degli arrestati
dell'11 maggio. Sette
giorno dopo Alliata morirà a
Roma, mentre era agli arresti domiciliari.
Alliata
era Gran sovrano di Rito scozzese della massoneria
italiana, deputato all'Ars ed alla Camera per il Partito nazionale
monarchico e poi per il Partito
monarchico popolare, con cui condusse la
battaglia contro la nazionalizzazione dell'energia elettrica ed a favore del la- tifondo.
Tra
i titoli di cui si decorava c'era quello di "principe del Sacro Romano Impero" e dell'"Ordine
di Cristo"; ricevette anche croci
di guerra e medaglie varie per
il ferimento subito durante lo sbarco
degli anglo-americani, nel '43.
Dopo
lo sbarco si legò agli statunitensi, entrando in rapporti organici con Felix Morlion, che organizzava attività anticomuniste dietro
la facciata dell'università cattolica 'Pro Deo'. La struttura paravento di Alliata era l'"Accademia del Mediterraneo Americano". In quei
mesi i futuri protagonisti della
strategia della tensione si
mettevano in evidenza: oltre
ad Alliata (legato
all'ammiraglio Ellery Stone), costruivano forti legami coi servizi
Usa Licio Gelli, Edgardo Sogno, Federico Umberto D'Amato...1
Sono
infinite anche le vicende giudiziarie
del "principe": la prima risale agli
anni '50, quando Gaspare Pisciotta, luogotenente di Salvatore Giuliano, dal carcere di
Viterbo accusò Alliata di essere
il mandante (insieme a Mario
Scelba) della strage
di Portella della Ginestra (1 maggio 1947).
Anni
dopo sarà coinvolto nell'inchiesta sul tentato golpe
"Rosa dei Venti",
anche a causa delle assidue
frequentazioni con l'agente Cia Ronald Stark. Per sottrarsi ai primi provvedimenti giudiziari, Alliata fuggì in Romania, ospite di Ceausescu (anche lui Gran Sovrano di
rito scozzese): a conferma che la cortina di ferro non era così
impenetrabile 2.
Infine,
Alliata muore nel maggio '94: agli arresti domiciliari, come si è detto. L'occasione è
ghiotta: e il
tele-squadrista di Berlusconi, Vittorio Sgarbi, non se la lascia sfuggire: denuncia infatti per
omicidio (!) la pm di Palmi Maria Grazia Omboni, per
"responsabilità morali e incompetenza professionale" 3.
---1: Antonio e Gianni Cipriani, Sovranità
limitata, Ed. Associate, pp. 18-30.
---2: Gazzetta del Sud, 21 giugno 94, p.8.
---3: ibidem, 23 giugno 94, p.22.
"tutti i fratelli sono
coinvolti"
.................................
La
già citata inchiesta della pm di Palmi,
Maria Grazia Omboni, arriva in
Sardegna, dove gli intrecci tra Berlusconi e massoneria sono fittissimi.
Infatti, le perquisizioni nelle sedi
"Forza Italia" sono nate
da alcune intercettazioni
telefoniche effettuate dalla
Digos di Cagliari.
L'intercettato, quell'Armando Corona (Gran maestro della massoneria) che abbiamo già incontrato,
ha detto frasi come "tutti i fratelli sono coinvolti, un mucchio di loro
amici stanno organizzando club Forza
Italia" 1.
In
pratica, le logge massoniche sarde (e non solo) iniziano ad organizzare un mercato dei voti,
scambiandoli con favori.
Dopo il rapporto Digos, la Omboni non può che avviare l'azione penale
e richiedere gli elenchi dei
club Forza Italia. Poi lo scandalo e
le grida di persecuzione, che portano la Omboni a doversi giustificare davanti dal Csm 2. Berlusconi (e i sui amici), invece, non devono scusarsi di
niente.
Il
31 marzo '94, infine, il quotidiano "L'Unione Sarda" pubblica un articolo sulle indagini avviate a
Palmi, dal titolo "I massoni
votano Silvio, inquietante legame elettorale Berlusconi - Armando Corona". Im- mediatamente
l'editore del quotidiano, Nicola Grauso, costringe alle di- missioni il
direttore (Clavuot), i due vice (Sini e Madeddu) e licenzia il capo redattore Giorgio Pisano 3.
Subito
dopo Grauso convoca una conferenza stampa, dichiarandosi "di fede
marxista". Certamente avrebbe fatto meglio a ricordare i suoi
rapporti d'affari con Berlusconi.
---1: Avvenimenti, 15 giugno 1994, p.18
---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.13.
---3: ibidem, p.17.
appelli elettorali
..................
24
febbraio 1994, tribunale di Palmi: il boss mafioso Giuseppe Piromalli,
da dietro le sbarre, lancia un appello: "voteremo Berlusconi". Il
messaggio è ripreso dai mass media ed ha un significato inequivocabile. Ancora più grave è il
comportamento del diretto interessato: durante
un confronto pre-elettorale organizzato dal Giornale Radio Rai e trasmesso da RadioUno, Achille Occhetto
chiede a Berlusconi di rifiutare pubblicamente l'offerta del boss. Ma
il Cavaliere 'svicola' e
non risponde direttamente 1.
La
scena si ripeterà altre volte e mai Berlusconi rifiuterà i voti della mafia: e
probabilmente non è un caso se Forza
Italia e alleati otterranno, il 27 marzo '94, grandi affermazioni nelle zone ad alta densità mafiosa 2.
Un
appello simile a quello di Piromalli viene rivolto dal boss Riina il 25 maggio 1994: a Reggio Calabria,
durante una udienza del processo per
l'assassinio del giudice Scopelliti,
tiene un "comizio" dalla
gabbia degli imputati, ripetendo in pratica le parole che Berlusconi ed
alleati andavano ripetendo: minaccia
pentiti, giudici ed
esponenti della sinistra, indicando nei comunisti il nemico
comune.
Sì,
sono proprio i comunisti il vero flagello d'Italia. La mafia, invece, è una associazione benemerita. Non
lo pensa solo Riina: il 24 maggio '94, il giorno precedente lo 'show' del boss di Corleone, Francesco Cossiga (secondo cui
Gladio e P2 erano composte da
patrioti), nel corso di un dibattito
organizzato dal Circolo della
Stampa di Milano, riconosce i
meriti della mafia nella lotta al
comunismo: "meglio la mafia che i
gulag".
In
certi ambienti, queste sono opinioni
diffuse: già vent'anni fa Dino
Canzonieri, deputato Dc all'Ars, dichiarò che "Liggio è una patriota ingiustamente
perseguitato dai comunisti" 3.
---1: RadioUno, 19 marzo 1994.
---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.8.
---3: ibidem, p.11.
alleanze
inconfessabili
.......................
"La
mafia sostiene Berlusconi": prima
delle elezioni del 27 marzo '94 sono in molti a fare questa asserzione.
Comincia il leghista Bossi, al- leato
di Fi: secondo il capo della Lega, in
Sicilia e nel meridione i voti controllati dalla mafia, dopo la fine
di Dc e Psi, sono stati dirottati a Forza Italia" e An a partire dalle politiche di marzo. Intanto sono sempre di più coloro che sostengono che Berlusconi dovrebbe rifiutare le pubbliche offerte di
voti fatte da alcuni boss: purtroppo,
costoro resteranno delusi. Secondo plausibili statistiche ed analisi, gli affiliati alle cosche sono in Sicilia almeno 50.000, e controllano un numero di voti 10 volte superiore. In ogni caso, Fi ed An fanno il pieno di voti
nell'isola: in particolare,
"Forza Italia" ottiene, in Sicilia, 900.000 voti, pari al 33 % 1.
Le
accuse a "Forza Italia" sono riprese da Nicola Mancino, in qualità di
ministro dell'Interno: ad una settimana dal voto, afferma che "la mafia tende verso Forza Italia".
Ribadisce Folena (Pds): "A Palermo girano vo- ci che con il Cavaliere i
detenuti usciranno dall'Ucciardone".
Gli
accusati affermano che non è vero niente: Tajani dice che Berlusconi non è in
rapporti con la mafia, infatti "ha
chiesto una linea dura nei confronti
della criminalità organizzata" 2. Ma si è mai sentito chiedere da qualcuno, mafioso o non mafioso,
una linea morbida contro la criminalità
? Ancora più comiche sono alcune prese di
posizione degli ambienti di
destra: valga per tutte l'affermazione secondo cui "Riina e compari non hanno nulla di buono da
aspettarsi da destra: i mafiosi non
amano il mercato" ! 3
---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.9
---2: Gazzetta del Sud, 19 marzo 1994, p.21
---3: ibidem, p. 2
la foto con il boss
...................
Lei
è stata la prima: Tiziana Parenti ha
suscitato un putiferio espri- mendo
preoccupazioni in merito alle infiltrazioni mafiose nel suo movimento, cioè "Forza Italia".
L'occasione per tale dichiarazione è il
raduno di Fi, tenutosi a Fiuggi nell'aprile '94. Il capo
assoluto, il coordinatore e i
soldati semplici ribadiscono che tali affermazioni sono prive di fondamento.
Eppure qualche elemento per giudicare
lo abbiamo: Arlacchi, per esempio, ricorda l'ampia rete di relazioni
mafiose tessute dai fratelli Dell'Utri, da sempre strettissimi
collaboratori di Berlusconi e registi
occulti dell'operazione "Forza Italia" 1.
In
ogni caso è bene prestare attenzione alle dichiarazioni della Parenti, perché potrebbe parlare per
esperienza diretta: infatti...
il
23 febbraio 1994, in un edificio
milanese, sede della
società "Immobiliare 90" si svolge una festa elettorale,
organizzata dai padroni di casa Vittorio Bianchini ed Antonio Fameli: ospite d'onore è
Tiziana Parenti.
Bianchini
è stato definito, in atti processuali,
prestanome dell'altro protagonista
della festicciola, Fameli. Quest’ultimo è un boss della ‘ndrangheta, originario di San
Ferdinando di Rosarno (Rc), trasferito
a Savona negli anni '70, creando
da nulla un impero fatto di
alberghi e società finanziarie. La
Corte d'Assise di Palmi lo ha condannato all'ergastolo per omicidio,
nell'ambito del processo alla criminalità calabrese. E' stato salvato una
prima volta dalla Cassazione del
celebre Corrado Carnevale.
Successivamente è stato nuovamente condannato, ed il 26 febbraio il tribunale dispone il suo arresto. Ma tre giorni prima
è ancora a piede libero, e potrebbe
quindi festeggiare anche lui.
La
sua presenza non è certa, mentre
c'erano sicuramente il suo presta-
nome, Bianchini, ed il figlio Serafino. In quei giorni di frenetica campagna
elettorale, "Immobiliare 90" era diventata sede di un club "Forza Italia", e si era
pensato bene di invitare la candidata da sostenere, per l'appunto Tiziana Parenti.
La
festicciola procede bene, tra pizzette
e strette di mano: una bella
foto con tutti i protagonisti serve ad immortalare l'evento.
Venti
giorni dopo quello scatto, il
15 marzo, la procura di
Savona ordina una perquisizione
nella sede di "Immobiliare
'90", nell'ambito delle indagini
su Fameli per una estorsione di 50 miliardi.
La
polizia giudiziaria mette i sigilli ad ogni armadio o cassetto negli uffici della società: su un tavolo è
rimasta la famosa foto: c'è una scrivania bardata con lo striscione di "Forza Italia"
e ci sono tre volti sorridenti: la Parenti,
Bianchini e Fameli: la
candidata, il prestanome ed il
boss.
Quando
'il manifesto' pubblica la notizia,
appare evidente che la candidata (ed ex
magistarata) è stata sorpresa nella
frequentazione della criminalità
organizzata. Tiziana Maiolo la difende: in campagna
elettorale si incontra tanta gente, mica uno può chiedere la fedina
penale a tutti...
Ma
non è così semplice: i Fameli svolgono
le loro attività criminali a Savona
dagli anni '70, mentre Tiziana Parenti
iniziava la sua carriera di pm: è del
tutto impossibile, quindi, che non si sia resa conto di chi si trovava accanto.
In più, la festa è stata organizzata dal maresciallo dei carabinieri
Piccolo, noto a Savona per essere grande amico della
criminalità cittadina (Fameli compresi, naturalmente) 2.
Inoltre,
la Parenti risiede a Milano in un appartamento preso in affitto dal solito
Bianchini, titolare di "Immobiliare '90" e prestanome
del boss Fameli 3.
Infine,
qualche settimana dopo la sua elezione, Tiziana Parenti è stata nominata Presidente della Commissione
Antimafia...
---1: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.9
---2: Avvenimenti, 29 giugno 1994, p.15
---3: La Voce della Campania, marzo 1994.
intermezzo comico
.................
"C'è
bisogno di un demonio, hanno scelto Berlusconi perché è il più fragile di
tutti", osserva Pannella per difendere il Cavaliere dalle accuse sulla
mafia.
Come
tutti i signori di tipo feudale, Berlusconi può usufruire di un buffone di corte, che interpreta egregiamente il suo
ruolo, dichiarando che "a Milano
volevano eliminare Berlusconi" 1.
Tutto
sommato, fin qui niente di strano. Ma queste ed altre dichiarazioni provocano
infortuni ancora più comici: per esempio, la "Gazzetta del
Sud" (che, dati i suoi
collegamenti, può essere considerato un
"termometro" di certi ambienti di destra) ha titolato in prima pagina: "Fallito un attentato davanti alla
Fininvest". Leggendo l'articolo si scopre che l'intera zona è stata passata a setaccio, mentre
polizia e carabinieri si
schieravano. Il motivo ? Una borsa depositata davanti alla sede della Fininvest, contenente "cinque bombolette a
gas, polvere da sparo, petardi e
una caffettiera di alluminio" ! 2
---1: Gazzetta del Sud, 19 marzo 1994, p.21
---2: ibidem, 27 maggio 1994, p.1
il cavaliere e il
ragioniere
............................
Ricordate
il "ragioniere" che, secondo il pentito Cancemi, fece da tra- mite tra le cosche palermitane e gli
uomini Fininvest ? Secondo le procure
di Palermo e di Catania, quest'uomo potrebbe essere Giuseppe Mandalari:
condannato per riciclaggio di denaro
sporco, masso-mafioso della loggia
"Iside 2" di Trapani, affiliato al clan dei Corleonesi.
Anche
Giovanni Falcone aveva indagato su Mandalari: nel '90, un rapporto dei
Carabinieri di Corleone, lo aveva
portato allo scontro col procuratore di Palermo Giammanco, amico
degli andreottiani dell'isola. Prima di
trasferirsi a Roma, Falcone aveva detto
al capitano dei Carabinieri Iannone,
che indagava su Mandalari: "stia
attento, chi tocca quei fili
muore".
Le
indagini su Mandalari sono ad una
svolta quando viene compilato il rapporto 22.giugno.1992 dai carabinieri di Palermo, secondo cui
"un gruppo mafioso sta da tempo cercando di 'ripulire' i propri
capitali in- vestendoli nella gestione diretta dei supermercati alimentari.
La mente organizzativa di questo gruppo sarebbe il noto pregiudicato mafioso Giuseppe Mandalari, il quale già da tempo aveva parte
attiva nella 'sca- lata' ai gruppi Standa ed affiliati Standa".
In
particolare, il gruppo di Mandalari
avrebbe individuato una società di
affiliati Standa, la Comega, in cattive
acque finanziarie e "si sarebbe
adoperato con falsi bilanci ad
aggravarne la situazione sino ad acquistarla poi con il minimo della spesa
possibile". Una testimone con- ferma il fatto (interrogatorio del giugno
'92) ed aggiunge "il falso bilancio u
compilato nello studio di Mandalari Giuseppe", che ufficialmente fa il commercialista. I
fratelli Palumbo, titolari della Comega, sostengono di essere stati stritolati,
da un lato, dai responsabili della
Standa siciliana, e dall'altro, dal gruppo di Mandalari.
Infatti,
i guai per la Comega iniziano nel 1989,
quando chiede l'affiliazione alla
Standa, mentre questa viene acquistata dalla Fininvest. Ma poco più tardi,
un misterioso gruppo di Catania si propone come pos- sibile
distributore per le merci Standa in Sicilia. Ma ai Palumbo la faccenda,
essendo poco chiara, non piace e rinunciano all'affare. E cominciano i problemi: nel giugno '90, la
Standa chiede alla Comega il pagamento immediato di tutte le merci consegnate, secondo una
procedura del tutto insolita. A questo punto la Comega è sull'orlo del fallimento e qualcuno le consiglia di
rivolgersi al ragioniere Mandalari 1.
Intanto,
all'inizio del '91, la Comega sta per essere rilevata dalla
'Vip', una società composta da
personaggi vicini a Mandalari,
tra cui Paolo Ignizio, pregiudicato per
reati di mafia.
Nel
frattempo, a Catania è iniziata la serie degli attentati incendiari contro i magazzini Standa.
Torniamo a Palermo: la trattativa
si svolge tra i Palumbo e i dirigenti
Standa, sotto la supervisione di
Mandalari. Ma in pratica la società passa sotto il controllo della Vip,
col risultato che finiscono
per mancare 770 milioni. I
Palumbo (solo loro, tra tutti gli amministratori) finiscono sotto accusa per
bancarotta fraudolenta, nonostante
cerchino di spiegare che da tempo non controllano più la Comega. Nel frattempo, la Vip inizia un frenetico valzer di
società affiliate Standa che
aprono, chiudono, o cambiano indirizzo e denominazione.
Nel
corso delle trattative, i Palumbo ebbero la piacevole possibilità di conoscere
Mandalari, che spesso si vantava delle
sue amicizie a palazzo di Giustizia e dell'appartenenza ad ordini come
quello del Santo Sepolcro, che vede tra i suoi aderenti
Bruno Contrada e piduisti vari.
I
carabinieri, intanto, tengono sotto osservazione Mandalari (intercettandone interessanti conversazioni)
e la vicenda Standa in genere. In un rapporto, scrivono che a Corleone
"esiste un'affiliata Standa per la cui apertura, osteggiata dall'
Associazione commercianti, è stata risolutivo l'intervento di Francesco Grizzafi, nipote
del latitante Riina Salvatore".
Dopo
le note vicissitudini, una dei Palumbo, Nicoletta, decide di chiedere diretto di Berlusconi. Ma pare che
Lui abbia risposto che non voleva
sottostare a niente, tanto che gli hanno bruciato le filiali". Tale
versione è di Guido Possa, dirigente Fininvest. Comunque sia, una cosa è certa:
"Berlusconi è a conoscenza dei
motivi che hanno determinato i noti
incendi delle filiali di Catania" 2.
L'ultima
dichiarazione di Palumbo riguarda la sua richiesta di aiuto rivolta al
servizio di sicurezza interna della Standa. Ma un alto dirigente della sicurezza rispose: "mi
dispiace signor Palumbo, non possiamo aiutarla: in questa storia ci sono
troppe 'emme': mammasantissima, massoneria, Mandalari..."
3
Nell'estate del
'94, gli attentati
si ripetono nel
Nord Italia: all'inizio si segue
la pista del terrorismo di sinistra, poi si passa ad indagare sulla mafia. A
Firenze, in particolare, le bombe usate (di tipo 'ananas') portano gli investigatori ad ipotizzare la pista
mafiosa, poiché tali armi ricorrono in traffici e depositi gestiti dai clan mafiosi, tra cui i Madonia. Le bombe a mano
'ananas' furono ritrovate anche
nell'autoparco milanese di via Salomone, identificato come base operativa di
Cosa Nostra dalla magistratura fiorentina.
Alcuni
pentiti di mafia hanno inoltre rivelato che tali armi sono usate dalla mafia per intimidire esercizi
commerciali. Un altro pentito aveva
rivelato qualche anno fa una strategia di alcuni gruppi mafiosi: realiz- zare
attentati attribuendone la paternità a gruppi di sinistra 4.
---1: Memoriale consegnato alla Procura di
Palermo.
---2: Rapporto dei Carabinieri (inviato a
Falcone), 7.12.1991.
---3: Avvenimenti, 27 aprile 1994, p.10
---4: Gazzetta del Sud, 20 agosto 1994, p.25
berlusconidi in
sicilia
.......................
Nel
tessere la propria rete in Sicilia, il partito Fininvest si rivolge ai potentati locali con cui trova
naturali affinità. Ben presto sono superate le difficoltà siciliane dell'affare Standa: Berlusconi va dai giudici catanesi e
nega le dichiarazioni dei pentiti, secondo cui
gli attentati alle filiali
sono cessati in virtù di un accordo
con le cosche, mediato (manco a
dirlo) da Dell'Utri.
Superate
queste difficoltà, si saldano le alleanze: come in Sardegna (e un po’ in tutta Italia) sono piccoli e medi editori (di televisione e stampa) locali ad appoggiare i candidati del biscione.
A
Palermo c'è Trm, televisione di Vincenzo e Filippo Rappa, coinvolti in una
inchiesta per vendita illegale di un
terreno al Comune. Poi c'è il
Giornale di Sicilia, con annessa televisione (Tgs) 1.
A
Catania, Berlusconi ritrova un suo
vecchio amico: il cavalier Mario Rendo, con cui nel 1981 tentò
di conquistare il Corriere
della Sera. Rendo è stato più volte
inquisito (anche per associazione a
delinquere) e sospettato di contiguità con la mafia 2. Le sue
televisioni sono in stretti rapporti d'affari con la Fininvest.
Ancora
a Catania, c'è un altro supporter di
Berlusconi: Mario Ciancio, che possiede
il quotidiano La Sicilia, varie emittenti televisive locali e consistenti
partecipazioni azionarie negli altri due quotidiani regionali: Giornale di
Sicilia e Gazzetta del Sud.
---1: Avvenimenti, 22 febbraio 1994, p.8
---2: Narcomafie, luglio-agosto 1993, p.11
la sicilia e la mafia
.....................
Per
capire che tipo di
giornale è "La Sicilia" basterà citare un episodio: una giornalista del quotidiano
catanese scrive un articolo sui controlli effettuati dal Nucleo Operativo Ecologico
dei Carabinieri all'interno
della ditta Avimec. Però commette un
errore imperdonabile: definisce 'boss
mafioso' Giuseppe Ercolano, cognato di Nitto Santapaola.
L'errore
consiste nel fatto che Ercolano è
davvero un mafioso: quindi occorre rimediare: il boss chiede al
direttore Mario Ciancio che insegni le regole
del buon giornalismo. Ciancio, in
presenza dell'Ercolano,
rimprovera alla sua giornalista il tono "non imparziale"
dell'articolo e la invita a non attribuire più l'appellativo di "boss
mafioso" all'Ercolano ed alla sua famiglia anche se tali affermazioni
provenissero dalla Polizia e dai
Carabinieri 1.
Questo
è solo un episodio: infatti
'La Sicilia' ha negato per
anni l'esistenza della mafia
a Catania ed è stata capace di pubblicare in prima pagina le lettere di Nitto Santapaola, latitante da tre anni per il delitto Dalla Chiesa, in cui il boss si presentava come un perseguitato dalla sfortuna. E nel settembre '92 il quotidiano di Ciancio
era stato l'unico quotidiano ad omettere il nome di Santapaola dalla
lista degli indiziati per il delitto Dalla Chiesa 2.
Qualcosa
di simile è avvenuto dopo l'assassinio di Giuseppe Fava, quando 'La Sicilia' ha
pubblicato una serie di articoli
con cui depistava le indagini nelle più svariate direzioni, fino a pubblicare foto e gene- ralità di un
'testimone' che voleva fornire elementi all'indagine. Il primo di questi articoli fu firmato da Tony Zermo, che ipotizzava non meglio specificate analogie con l'omicidio Pecorelli 3.
Quindi,
il depistaggio e la contiguità con la mafia non sono novità per il quotidiano di Catania: per chi avesse ancora dubbi, basterà citare
l'ultimo episodio della serie: giovedì 2 giugno 'La Sicilia' informa che il
pentito Maurizio Avola si è accusato di aver ucciso Giuseppe Fava e di aver
fatto parte del commando che uccise Dalla Chiesa. La prima notizia è vera, la
seconda è falsa. Ma per i giornalisti della Sicilia non importa: si può arrivare alla conclusione: poiché Avola (all'epoca del
delitto Dalla Chiesa) non era uomo d'onore,
mente e quindi potrebbe uno dei
falsi pentiti infiltrati da Cosa Nostra di cui aveva parlato il
ministro Maroni: in ogni caso non è
credibile 4.
Però
il sostituto procuratore catanese
Amedeo Bartone ribadisce che Avola non si è mai accusato
dell'omicidio Dalla Chiesa, quindi tutta l'impalcatura è stata costruita dalla
'Sicilia' al fine di screditarlo.
L'articolo
è firmato da un corrispondente da Messina, mentre l’”esperto” di mafia della
Sicilia, quel Tony Zermo che abbiamo
appena incontrato, firma lo stesso
giorno un articolo pubblicato dal "Giorno" di Milano: il pezzo è
praticamente identico a quello
pubblicato dal quotidiano catanese.
Il
giorno successivo (venerdì 3 giugno) La Sicilia insiste nella sua tesi,
nonostante le autorevoli smentite dei
magistrati catanesi. Intanto la
Gazzetta del Sud si scatena: Avola è un sedicente pentito, ha di- chiarato
di aver ucciso Dalla Chiesa ed è un
"pentito-killer inventato da Cosa
Nostra" 5.
Sempre
il 3 giugno, "Il Tempo", pubblica un articolo dal titolo:
"un pentito-killer
fabbricato da Cosa Nostra". In esso si parla di un falso pentito
incaricato di uccidere il capo della Dia, che poi si pente vera- mente
raccontando tutto. Il pezzo ovviamente prosegue manifestando dubbi sulla
credibilità dei pentiti ed elencando
false accuse di pentiti nei confronti
di onesti cittadini, accennando al caso
catanese del pentito Avola e
concludendo che è tempo di "ritoccare" la legge sui pentiti 6.
---1: Rapporto dei Carabinieri, febbraio 1994.
---2: Avvenimenti, 27 gennaio 1993, p.14
---3: ibidem, 5 gennaio 1994, p.17
---4: La Sicilia, 2 giugno 1994.
---5: Gazzetta del Sud, 3 giugno 1994.
---6: Il Tempo, 3 giugno 1994.
i cavalieri e il
cavaliere
..........................
Tutte
queste chiacchiere dovrebbero essere messe a tacere dalla dichiarazione della Dda catanese,
secondo cui queste voci
"vengono irresponsabilmente
diffuse nel quadro di una studiata
strategia diretta a delegittimare il pentitismo, tentativo ormai troppo evidente di ambienti interessati, volto a gettare ombre su soggetti che, pur
da diversa posi- zione, contribuiscono a combattere il fenomeno mafioso in tutte le sue articolazioni".
Il
senso della dichiarazione è palese:
resta da spiegare perché questi
quotidiani (a partire dalla
"Sicilia") hanno messo
in moto il meccanismo: la risposta è facile, se si considera che
il pentito Avola ha chiamato in causa il cavaliere Gaetano
Graci come mandante dell'omicidio Fava. Graci, che abitualmente si recava a
caccia con Santapaola, è stato arrestato l'11 luglio 1994 con l'accusa di concorso
in associazione mafiosa. Sarebbe
necessario un lungo discorso per ricostruire i rapporti di potere a Catania,
tra il potere politico di Drago e Andò, il
braccio militare di Santapaola,
il potere economico
dei "cavalieri dell'apocalisse mafiosa" (oltre Graci,
Costanzo, Rendo e Finocchiaro) e il
'quarto potere' di Ciancio. Le inchieste della magistratura stanno scoperchiando (con grave ritardo) i loro
legami, che nessuno può più
minimizzare: a questo punto occorre sottolineare che Berlusconi, per la sua scalata
elettorale in Sicilia, si appoggia
proprio a questo ambiente, come dimostrano almeno due
fatti: lo spudorato sostegno offerto
dai media di Rendo e Ciancio a Forza
Italia ed il posto di
sottosegretario offerto ad Italo Floresta, già indagato per voto di
scambio con il clan Santapaola
(un'accusa identica a quella rivolta ad Andò).
'i pentiti non sono
eroi'
.........................
E
così torniamo al punto di partenza: le polemiche sui pentiti. Ormai è chiaro che le rivelazioni dei
collaboratori di giustizia possono svelare alleanze inconfessabili. E così
gli attacchi finalizzati a scongiurare questa eventualità si susseguono
ogni qual volta si sfiora l'accertamento della verità: per esempio, nel mese di
giugno del '94, succedono cose molto strane e (nello stesso tempo) molto
interessanti.
Cominciamo
dal prendere in considerazione un editoriale che esprime bene un certo clima:
si intitola 'i pentiti non sono eroi' e rivela che i
collaboratori di giustizia non sono altro
che ex mafiosi, che è facile
pentirsi (facile ?) e che è, infine, tutto ridicolo. E poi "chi sono, da
dove vengono, chi li paga ?". Segue la brillante teoria secondo cui uno Stato deve impedire ai mafiosi di
operare, e non deve ascoltare mafiosi
pentiti. Conclusione elegiaca: "le nebbie affollano lo sguardo" 1.
Specie
quello di chi non vuole vedere.
Questo
"editoriale" voleva essere un commento di due fatti di cronaca di
grande rilievo: la fuga di Santino Di Matteo, pentito e protagonista della
strage di Capaci ed il suicidio del padre di un altro pentito,
Girolamo La Barbera.
Di
Matteo è il pentito che ha rivelato i
nomi delle persone che parteciparono
con lui alla uccisione di Falcone. La
sua fuga è stata quasi certamente determinata dalla
sparizione del figlio di dieci anni:
qual- cuno ipotizza che sia stato sequestrato dalla mafia. La vicenda si
risolverà in breve tempo e nessuno se ne occuperà più.
La
Barbera, invece, ha parlato con gli
inquirenti dei corleonesi e dei loro
rapporti con altre cosche ed ha
chiamato in causa anche la
Fininvest. Il mistero che lo
riguarda è la morte del padre,
trovato appeso senza vita alle travi di
una stalla.
E'
l'epilogo di un mese e più di attacchi ai pentiti, con l'aggiunta
delle esternazioni 'anti-comuniste' di Riina.
---1: Pierfranco Bruni, Gazzetta del Sud, 21
giugno 1994, p.2
ancora piovre e
biscioni
........................
Durante
l'estate del '94, la Fininvest è impegnata sia a delegittimare i pentiti che a
difendersi dalla accuse di rapporti con la mafia che provengono anche da
oltreoceano. All'inizio di agosto,
il Wall Street Journal pubblica un servizio di
prima pagina sui rapporti tra Berlusconi, Giancarlo Parretti
e Florio Fiorini
(ex-vicepresidente Eni,
piduista, attualmente in carcere per bancarotta fraudolenta). Parretti è il
finanziere del Psi di Craxi, finito in
carcere per evasione fiscale da 270
miliardi, con una carriera
caratterizzata dai fallimenti delle sue imprese e da un forte odore di
mafia che lo accompagna.
La
notizia è questa: la Sec, l'Ente federale americano che controlla le società quotate in borsa, sta indagando su Berlusconi. Secondo la Sec, Berlusconi intervenne per proteggere
Fiorini e Parretti dalla curiosità del
governo francese, che voleva conoscere meglio la natura dei capitali che i
tre stavano per investire in Francia. In quel
periodo (giugno 1990), Parretti
stava tentando di scalare la Metro Goldwin Mayer: secondo fonti americane, dietro questa operazione ci sarebbe
il tentativo della mafia
italo-americana di mettere piede a Los Angeles 1.
Secondo
"Business Week", un
settimanale economico statunitense, la Interpart (una finanziaria lussemburgese di Parretti)
"era notoriamente una società che
operava per conto della mafia".
Parretti
e Fiorini tentano di sbarcare anche in Francia, ma il primo ministro
francese Berégovoy blocca i
finanziamenti concessi dal
Credit Lyonnais, vista la scarsa affidabilità dei due. A questo
punto interviene Berlusconi, offrendo
100 milioni di dollari per l'acquisto dei diritti spagnoli ed italiani dei film
Mgm.
Quando
si arriva ad ottobre (1990), la scena si ripete: Parretti e Fiorini anno finito i soldi, mentre la Mgm
chiede altri 50 milioni di dollari per chiudere l'affare. Interviene ancora il
buon Berlusconi, impegnandosi presso il
Credit Lyonnais a versare la somma. Ma
il 23 novembre, la Fininvest si ritira
senza versare una lira. E parte l'indagine della Sec.
Dopo
la rivelazione del quotidiano Usa, Parretti va due volte a far visita a Berlusconi, nel palazzo romano di
via dell'Anima. Per Berlusconi, nessun problema ad incontrare quello che viene considerato comunemente un riciclatore di denaro
sporco, indagato anche dal Narcotic
bureau di Los Angeles 2.
---1:
Wall Street Journal, 2 agosto 1994.
---2: Avvenimenti, 31 agosto 1994, p. 8
piovre e biscioni in
sicilia
............................
Il
presidente della provincia di Palermo
si chiama Francesco Musotto: dal Psi è passato a "Forza
Italia". La Provincia regionale del capoluogo siciliano non si è ancora
costituita parte civile al processo
sulla strage di Capaci che si aprirà a febbraio a Caltanissetta. Il 16
ottobre 1994, Musotto ha annunciato che l'amministrazione pubblica che presiede si costituirà parte civile solo se
sarà dimostrato che la strage mafiosa ha provocato un minore afflusso di
turisti in provincia. Una commissione di saggi avrebbe deciso presto.
Non
stupisce, quindi, che Musotto sia anche avvocato di molti mafiosi. E che
proprio nel processo di Capaci è
già impegnato: difende Salvatore Sbeglia, l'uomo che secondo
l'accusa avrebbe fornito il
congegno elet- tronico servito a far
saltare in aria Falcone, la moglie ed i tre agenti della scorta. Musotto
difende anche i due mafiosi (Farinella e Ganci) accusati di essere i mandanti dell'omicidio Lima 1.
In
Sicilia sono molti i club "Forza Italia" sospettati di contiguità con
la mafia: per esempio, il club di
Altofonte è stato promosso da Mario Gioè, fratello del boss. Il club
"San Paolo" di Palermo è
stato chiuso da Berlusconi in persona.
Infatti, sono arrivate fino ad Arcore le accuse rivolte ai suoi
appartenenti, provenienti da ambienti
vicini a Cosa Nostra. Tuttavia, sembra
che nonostante la chiusura
il lavoro con gagliardetti e spille sia continuato
ugualmente 2.
---1: Avvenimenti, 26 ottobre 1994, p. 12
---2: il manifesto, 3 marzo 1994, p. 5
il governo del
1994
..........
Dalle
pagine precedenti emerge una
raffigurazione dell'ambiente che
ha generato Berlusconi: come è ovvio,
quando ha la possibilità di
formare un governo a sua immagine
e somiglianza, il Cavaliere non
perde l'occasione per confermare
fiducia alle organizzazioni che ne hanno permesso l'ascesa.
Nel
governo Berlusconi ci sono uomini dal passato imbarazzante, come il leghista Rocchetta (sottosegretario agli
esteri), che nel 1968 fece parte di un 'gruppo di studio' invitato in
Grecia dal regime dei colonnelli. I compagni di gita di
Rocchetta erano Mario Merlino
e Stefano Delle Chiaie, terroristi di
destra accusati della strage di Piazza
Fontana.
Il
sottosegretario agli esteri Lo Porto (An) aveva passatempi analoghi: nel 1969 fu fermato dai carabinieri nei pressi di Palermo: insieme ad altri camerati, guidava una macchina il cui bagagliaio era
pieno di armi da guerra.
Il
sottosegretario più importante è comunque Gianni Letta, che sta sotto il
presidente del Consiglio, come d'abitudine. Certo che rischia di sfigurare
rispetto ad altri, visto che è solo in attesa di giudizio per
concussione, nell'ambito
dell'inchiesta sull'assegnazione delle
frequenze tv all'epoca del ministro Mammì: secondo i magistrati, è stata una auto-assegnazione Fininvest.
Nel
ministero di "grazia e
giustizia", troviamo il leghista
Borghezio, che nel '93 è stato
condannato a 750mila lire di
multa dopo aver picchiato un
bambino marocchino (gli extracomunitari sono troppi, ama ripetere). Il nostro
sottosegretario commemora puntualmente,
ogni anno, le glorie di Salò. Nel 1979,
però, passò un guaio che potrebbe avere ancora qualche strascico: fu arrestato insieme ad altre 12 persone,
tra cui Giovanni Iaria (Psi),
sospettato di attività mafiose. Per vizio di
forma, la Cassazione annullò la sentenza di condanna per Borghezio, ma
il processo dovrebbe essere rifatto presso la Corte d'appello di Torino.
Ma
veniamo a personaggi ben più interessanti, come Antonio Martino, messinese,
ministro degli Esteri ed
estremista del liberismo.
Per una questione di tempo, non
può fregiarsi a pieno titolo dell'aggettivo
piduista, come si è detto in precedenza. In compenso, è membro (ed è
stato presidente) della "Mont Pèlerin Society", una società che odia
ogni forma di sindacato e Stato sociale, al punto da criticare persino il trattato di Maastricht, che non è esattamente un classico del socialismo.
Questo
prestigioso club fu fondato nel 1947 da due economisti di estrema destra:
l'austriaco Friederick Hayek ed il
tedesco Walter Euchen, che fino al
1942 ricopriva il ruolo di
consigliere economico di
Adolf Hitler.
Alle
dipendenze di Martino, c'è il sottosegretario Livio Caputo, secondo cui è tempo
di rivedere il trattato di Osimo, e
quindi di estendere le frontiere
italiane nella ex-Jugoslavia 1.
Passiamo
ora al ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Biondi: sfiorato dalla vicenda P2 (v. pag. ), Biondi fa il
garantista a convenienza ed in maniera molto originale: attaccando magistrati e pentiti ed
incon- trando avvocati-mafiosi. Come già accennato, il 21 maggio '94
Biondi si reca al Palazzo di giustizia
di Palermo: dopo il suo arrivo, abbraccia l'avvocato Vito Ganci, coinvolto
nell'inchiesta "Pizza Connection",
inquisito da Giovanni Falcone,
curatore dei beni di Joseph Ganci (uomo d'onore di San Giuseppe Jato). Dopo, il "Guardasigilli" va a salutare
affettuosamente Cristoforo Fileccia, avvocato di Totò Riina. Secondo il pentito Gaspare Mutolo, Fileccia ebbe un
ruolo di rilievo negli incontri tra Bruno Contrada ed il mafioso Saro
Riccobono. La giornata finisce con un bel pranzo organizzato dagli
avvocati in onore di Biondi, il quale, prima, non aveva mancato di ribadire che la legge sui pentiti va
"aggiustata" 2. E gli avvocati brindano alla salute di Biondi. E, presumibilmente, non sono i soli.
Il
ministro della Difesa è Cesare Previti, avvocato della Fininvest. Nel giugno
del '94 viene messo in forte imbarazzo dall'interrogatorio subito da Giancarlo
Rossi, agente di cambio e suo vecchio amico. Rossi era stato ritrovato con gli
organigrammi del Sismi e
dell'organizzazione cen- trale della
Difesa. Facile a questo punto pensare all'amico Previti: ma l'avvocato di Rossi sostiene che il suo assistito si
era documentato autonomamente perché,
conoscendo Previti, "voleva essere informato su argomenti che potevano essere
oggetto di conversazione".
Rossi è anche titolare del conto
corrente svizzero FF2927 dove confluivano le tangenti Enimont. Collabora anche
col giornalista piduista Bisignani 3.
E
chiudiamo in bellezza con la mafia: Berlusconi ha pensato bene di af- fidare uno dei posti di sottosegretario agli Esteri all'avvocato Vincenzo Trantino (Msi-An), che ha condotto una brillante carriera in Sicilia, difendendo, tra gli altri, i
massimi esponenti della mafia: Nitto Santapaola e Michele Greco.
Il
sottosegretario al Bilancio è Italo
Floresta, primo deputato della repubblica del Biscione ad essere
indagato per mafia. L'inchiesta che lo riguarda, però, inizia prima delle
elezioni. Floresta, imprenditore nel
campo delle telecomunicazioni, è
stato eletto con "Forza Italia" nel collegio di Giarre, lo
stesso di Salvo Andò, che fu inquisito perché sospettato di aver scambiato voti e favori con il clan di Nitto Santapaola. Sarà una coincidenza, ma a
Floresta è stata rivolta la stessa accusa: scambio di voti col clan Santapaola.
L'accusa proviene da un pen- tito, ma
ci sono altre conferme, come le intercettazioni telefoniche fatte sul telefono del
comitato elettorale di Floresta.
Nel frattempo, un cugino del
sottosegretario al bilancio è finito in carcere. In precedenza aveva fatto da
galoppino elettorale all'illustre parente 4.
---1: Avvenimenti, 25 maggio 1994, p.8
---2: Archivio "Berlusconi, Cuccia &
Co.", cit., p.11
---3: il manifesto, 28 giugno 1994, p.13
---4: Avvenimenti, 25 maggio 1994, p.11
...........
conclusioni
...........
Berlusconi
non ha problemi a mentire: tanto che,
come detto in precedenza, è stato condannato per falsa testimonianza dal
Tribunale di Verona e non ha conosciuto il carcere solo grazie ad una amnistia.
Ma la lezione non gli è bastata, visto che
in seguito ha continuato a
mentire: basti pensare alle promesse in campagna elettorale, oppure
alle dichiarazioni rilasciate alla fine del
'93, secondo cui l'ipotesi del
suo ingresso in politica
era una campagna "condotta dall'Espresso e
Re- pubblica tutta tesa a ridurre la
mia immagine presso il sistema
credi- tizio" 1. E gli esempi come questo sono infiniti.
La
credibilità non è il suo forte, quindi: al contrario, chi ha curiosato tra i
mille misteri del Cavaliere ha visto
confermare le accuse più incredibili.
Uno dei libri che racconta in maniera sistematica
l'avventura berlusconiana ("Inchiesta sul sig. Tv"), ha
ricevuto una patente di credibilità proprio dall'accusato, che ha fatto di
tutto perché il libro non
uscisse, poi ha querelato gli autori
Ruggeri e Guarino, che non solo sono stati assolti, ma hanno a
loro volta denunciato Berlusconi, che
infine fu condannato per falsa testimonianza, come più volte ribadito.
In
più, la magistratura ha aperto sulla
Fininvest un gran numero d'inchieste:
fondi neri EdilNord, tangenti a
Dc, Pci e Psi, tangenti Cariplo,
tangenti "case d'oro" a Roma, tangenti discariche,
tangenti Inadel-Standa, tangenti di
Pieve Emanuale, tangenti
Pioltello (accuse riguardanti Paolo
Berlusconi),
fallimento Venchi Unica, bancarotta Bresciana costruzioni, indagine procura di Brescia,
Caltanissetta e Palermo, rapporti Criminalpol sulla mafia a Milano, falsi in
bilancio Publitalia (indagini che ri- guardano Marcello Dell'Utri)
tangenti per le frequenze Tv
(riguardante Gianni Letta), falsi in bilancio per l'acquisto del calciatore
Lentini, fatture false alla Mondadori, violazione del segreto istruttorio (Mentana del Tg5), sponsorizzazione del Milan
da parte della Sme/Motta,
tangenti sugli spot anti-Aids, tangenti
"rosse", tangenti del supermercato Le Gru,
violazione della legge sulla stampa, indagini sui dirigenti Forza
Italia, indagine sulla Guardia di Finanza, inchiesta su Telepiù.
Nonostante
l'elenco sia incompleto, emerge un
quadro tale da smentire qualsiasi ipotesi di complotto. E
se tale complotto esistesse, coinvolgerebbe
decine di procure italiane ed estere a partire dagli anni '70. E se ci fosse il
complotto dei comunisti, si dovrebbe dedurre che anche le redazioni del "Wall Strett Journal" e di "Der Spiegel" sono un covo di rossi. Infatti, questi giornali sono
tra quelli che hanno ipotizzato
connessioni tra mafia e Berlusconi. Per
quello che riguarda il quotidiano di New York, si è già detto in
precedenza.
"Der
spiegel" si occupa del movimento "Forza Italia" alla
vigilia delle elezioni politiche di
marzo, titolando "Abbraccio pericoloso - rimane il sospetto che 'Forza
Italia' sia in connessione con la mafia". Scrive il più importante settimanale tedesco: "Sono sorti sospetti
nel Sud, su come 'Forza Italia' si sia
inserita nelle strutture locali
dove il contatto con la mafia è
inevitabile (...) A Messina, il giornalista Ramires ha scoperto uno stretto
collegamento tra 'Forza Italia' e
locali logge massoniche, sempre
presenti punti di incontro dei comitati d'affari connessi alla politica ed alla
mafia". L'articolo si chiude con la
descrizione del club 'Forza Italia' di Altofonte, legato ad un boss
mafioso 2.
---1: Repubblica, 27 ottobre 1993, p.11
---2:
Der Spiegel, 11 / 1994, pp.155-156
in difesa del
povero boss
"Io mi sono fatto un'idea precisa. La strategia della mafia è molto complessa in questa fase. No