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![]() America Latina / Gli ultimi avvenimenti
Crimini e Misfatti della Coca Cola
34007 letture 11 marzo 2003
Sindacalisti e lavoratori colombiani sono vittima della politica di terrore della nota transnazionale di Atlanta. Nonostante l’impressionante lista di violazioni, l’impunità è generale e la Panamco-Coca Cola amplia i suoi interessi nel paese latinoamericano. Aumentano gli indizi di un patto scellerato con il paramilitarismo.
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La Coca Cola e la società controllata Panamerican
Beverages-Panamco S.A., partecipano alla guerra sporca contro il movimento
sindacale in Colombia, paese assunto a modello dell’uso estremo della violenza
per imporre la mondializzazione neoliberale e dove tutte le organizzazioni
sociali di opposizione stanno per essere sterminate. La transnazionale Coca
Cola è uno dei peggiori esempi della globalizzazione: mentre i suoi profitti
crescono giorno dopo giorno, le condizioni dei lavoratori sono sempre più
precarie. “Stiamo affrontando un vero e proprio genocidio
occupazionale, sociale e culturale che la transnazionale e le sue società
imbottigliatrici hanno scatenato contro noi lavoratori, i nostri figli e le
nostre spose” denuncia il sindacato colombiano SINALTRAINAL che rappresenta i
dipendenti delle industrie alimentari e che da diversi anni lotta contro le
politiche discriminatorie della maggiore produttrice di soft drink e della società Panamco, la sua più importante società
d’imbottigliamento in America Latina. Negli ultimi anni sono stati licenziati in Colombia più di
10.000 lavoratori della Coca Cola e sono stati sostituiti da manodopera
temporale. Grazie ai contratti a tempo determinato, outsorcing e alla subcontrattazione dei servizi, la transnazionale
evita i costi che le deriverebbero dai contratti a tempo indeterminato e dal
versamento dei contributi sociali per pensioni e sanità. La transnazionale e le
imprese che operano in franchising, inoltre, hanno progressivamente smantellato
le garanzie conquistate dai lavoratori e consacrate negli accordi collettivi.
Nel 1995 la Coca Cola è giunta a privare del servizio medico i familiari dei
suoi impiegati, negando loro il diritto fondamentale alla salute. Di fronte a questa situazione, i lavoratori degli impianti
della Coca Cola si sono organizzati e mobilitati per difendere i loro diritti,
ma la risposta della transnazionale è stata quella della sistematizzazione del
terrore e della repressione. Negli ultimi 12 anni, sono stati assassinati in
Colombia otto lavoratori della Coca Cola, quattro dei quali erano impegnati
nelle vertenze per i rinnovi contrattuali. A causa delle continue violazioni
perpetuate dai gruppi paramilitari, 48 operai sono stati costretti ad
abbandonare le loro residenze e due di essi hanno dovuto chiedere asilo
all’estero. “Sessantasette nostri colleghi sono stati minacciati di morte”
denuncia il segretario generale di SINALTRAINAL Javier Correa. “Ci sono stati
inoltre numerosi arresti illegali di dirigenti sindacali; le mobilitazioni e le
proteste operaie sono state contrastate dalla militarizzazione delle fabbriche
e in molti casi le scorte personali dei manager ed i corpi di sicurezza della
Coca Cola sono stati utilizzati per aggredire l’organizzazione sindacale” [1].
I dirigenti dell’impresa incontrano pubblicamente i
paramilitari ed appunto la contrattazione di gruppi armati per reprimere
l’attività sindacale è stata uno degli strumenti più utilizzati dai
responsabili degli impianti d’imbottigliamento della Coca Cola. Le minacce dei
gruppi paramilitari all’interno delle fabbriche e nei municipi dove esse sono
presenti sono un elemento permanente e causano il terrore tra i lavoratori e le
comunità. Ci sono stati casi dove i gruppi armati d’estrema destra hanno fatto
ingresso nelle imprese per riunire gli operai e costringerli a rinunciare
all’affiliazione al sindacato. La paramilitarizzazione degli impianti è inoltre
garantita dall’azione d’infiltrazione di agenti coperti tra gli “operai” per
esercitare direttamente la pressione sui lavoratori con minacce e l’annuncio di
situazioni di pericolo ai loro danni e ai loro familiari. L’azione permanente dei gruppi paramilitari, in complicità
con le forze armate ed i corpi di sicurezza dello Stato, è servita alla
multinazionale per esercitare indebite pressioni sui dirigenti sindacali,
obbligare i lavoratori a rinunciare ad i contratti di lavoro ed imporre bassi
salari ai nuovi contrattati [2]. “Quando non hanno assassinato i dipendenti, li hanno
perseguitati incarcerandoli e processandoli semplicemente per il delitto
d’essere dirigenti sindacali” commenta Leonardo García, avvocato e consulente
del sindacato. “Prima, SINALTRAINAL era un’organizzazione abbastanza grande ed
oggi invece vive una condizione di forte debolezza. In pochi anni, gli
affiliati al sindacato si sono ridotti da 5.400 a 2.300. Dopo ogni
contrattazione collettiva arrivano i programmi dell’impresa che incentivano i
licenziamenti” [3]. La coraggiosa
denuncia dei lavoratori colombiani La sistematica violazione dei diritti umani e lavorativi
negli impianti della Coca Cola è oggi nota a livello internazionale grazie alla
coraggiosa campagna di mobilitazione delle organizzazioni sindacali e delle ONG
colombiane, che sono riuscite a riunire nel 2002, in tre differenti udienze
popolari sui crimini della transnazionale, attivisti e dirigenti di importanti
entità europee e del continente americano. Atlanta il 22 luglio, Bruxelles il
10 ottobre e Bogotà il 5 dicembre sono state le tappe di questo processo di
costruzione di un vasto movimento sociale di solidarietà e lotta
internazionale. “Durante le udienze popolari di Atlanta, Bruxelles e
Bogotà, abbiamo denunciato la Coca Cola per crimini, abusi ed oltraggi a danno
degli operai colombiani” spiega Javier Correa. “Abbiamo evidenziato come la
Coca Cola si sia riunita con alcuni gruppi paramilitari ed i problemi che hanno
causato all’ambiente le imprese imbottigliatrici durante i vari procedimenti di
produzione. Abbiamo denunciato i
trasferimenti forzati di varie giunte direttive di SINALTRAINAL e l’incendio
delle sedi sindacali per cancellare ogni prova degli abusi delle aziende ed
impedire che fossero denunciate penalmente. Nelle udienze ci sono state le
testimonianze dei familiari dei lavoratori assassinati, dei dipendenti che sono
stati incarcerati e che hanno sofferto in carne propria la persecuzione ed il
terrore causati dalla politica della Coca Cola”. “In Colombia – continua il rappresentante di SINALTRAINAL –
adesso tentano di aggredire le nostre famiglie e di sequestrare i figli dei
nostri compagni. Sono giunte al sindacato minacce scritte di morte, affinché
gli iscritti abbandonino le città sede delle società imbottigliatrici. Quando
l’organizzazione sindacale realizza proteste e meeting, gli impianti sono
militarizzati dalla forza pubblica con la scusa che lì ci sono guerriglieri e
terroristi. Si è arrivati al punto che quando un lavoratore s’iscrive al
sindacato, la rispettiva famiglia è sottoposta ad una terribile pressione da
parte dei dirigenti e funzionari della Coca Cola che la vanno a visitare. Chi
non accetta, riceve immediatamente la lettera di licenziamento”. I lavoratori
licenziati sono rimpiazzati da personale che deve lavorare negli impianti sino
a 14-16 ore al giorno con una retribuzione mensile di 309.000 pesos
(l’equivalente di 100 dollari), la quale non prevede la copertura degli oneri
sociali. Non sono mancati i casi in cui i lavoratori hanno preferito
abbandonare ‘volontariamente’ il loro impiego a causa delle gravi pressioni
ricevute. A Pasto, nel 1998, un impiegato della società imbottigliatrice della
Coca Cola Embonar, Guillelmo Gómez
Maigual, si è suicidato perché psicologicamente colpito dalla grave crisi
economica dovuta alla decisione della transnazionale di non rinnovare il
contratto di franchising con l’azienda locale. In conseguenza di questa
decisione, 150 dipendenti erano stati licenziati ma avevano tuttavia continuato
a lottare per ottenere un nuovo accordo con la Coca Cola. Alla vedova di questo
dipendente non è stata riconosciuta la pensione e la Panamco Colombia S.A. ha
riaperto l’impianto impiegando altri lavoratori con stipendi molto più bassi e
senza il riconoscimento dei diritti contrattuali collettivi. Il sistema di sicurezza montato all’interno degli impianti
è fortemente repressivo; c’è il controllo costante degli impiegati da parte di
videocamere. “Le società
imbottigliatrici della Coca Cola sembrano un carcere o un campo di
concentramento” denunciano alcuni iscritti a SINALTRAINAL. “Quando i compagni
vanno a fare i loro bisogni fisiologici sono seguiti da personale armato. Se la
Coca Cola desidera disfarsi di gruppi di dipendenti, li sequestra chiudendoli
all’interno di un ufficio e li costringe a firmare una lettera di rinuncia.
Tutto ciò quando molti dei nostri colleghi sono stati incarcerati e processati
con l’accusa di sequestro per il solo fatto di aver fatto ingresso negli uffici
della direzione per reclamare il rispetto dei diritti dei lavoratori”. La politica di produzione e sfruttamento delle fonti
naturali da parte della Coca Cola contribuisce ad impoverire i colombiani e ad
attaccare la stessa sovranità nazionale. “Mentre in Colombia i più poveri
lottano per ottenere l’accesso all’acqua, lo Stato colombiano favorisce la
transnazionale con prezzi inferiori di quelli che vengono pagati dai settori
più poveri della popolazione” argomenta Javier Correa. Recentemente si è giunti
al paradosso che la Coca Cola ha comprato 16.000 tonnellate di zucchero in
Brasile per importarlo in Colombia e produrre le proprie bibite, e questo
quando i piccoli coltivatori colombiani sono colpiti dalla caduta del prezzo
internazionale dello zucchero e dalla competizione neoliberale di altri
produttori mondiali. Il caso più emblematico delle contraddizioni create dal
sistema Coca Cola è tuttavia rappresentato dalla produzione di uno degli
ingredienti caratteristici della bevanda, la foglia di coca. Da un lato gli
indigeni ed i contadini che coltivano per cultura e tradizione la coca sono
fortemente repressi dal ‘Plan Colombia’ e dai programmi militari voluti dal
Governo degli Stati Uniti. E mentre questo accade, un articolo eccezionale
della Convenzione Internazionale sugli Stupefacenti del 1961 e del Protocollo
di modifica del 1972, ratificati dagli Stati membri delle Nazioni Unite,
autorizza la transnazionale all’acquisto sino a 1.000 tonnellate l’anno di
foglie di coca in Perù ed in Bolivia, ed alla libera circolazione del suo
estratto “decocainizzato”. Le udienze
pubbliche popolari contro l’impunità della Coca Cola Più di 650 organizzazioni del mondo si sono riunite in
occasione delle assemblee popolari di Atlanta, Bruxelles e Bogotà per sostenere
la lotta dei lavoratori colombiani contro la devastante politica della Coca
Cola, e per esigere il rispetto del diritto alla verità su ciò che è accaduto,
alla giustizia di fronte ai responsabili delle atrocità ed alla riparazione
integrale delle vittime. “Pretendiamo che cessino le azioni violente della Coca Cola
e che esse siano punite” si legge nella dichiarazione finale approvata dai
partecipanti all’ultimo incontro di Bogotà [4].
E’ stato inoltre deciso di presentare alla Coca Cola alcune proposte di
riparazione non solo di tipo economico ma anche finalizzate a recuperare il
tessuto sociale e non permettere che si perda la memoria collettiva di ciò che
è accaduto in questi anni in Colombia. “Chiediamo che la transnazionale finanzi l’acquisto e le
spese di funzionamento della ‘Galleria della memoria storica e della
ricostruzione della cultura’, dichiarano i partecipanti al Foro di Bogotà. “Per
ciò che riguarda la ricostruzione del tessuto sociale è altresì fondamentale
che la Coca Cola finanzi la pubblicazione e la diffusione di milioni di
volantini che ricordino il sacrificio storico delle vittime. La transnazionale
deve collocare un display in ognuna delle sue bottiglie con le fotografie dei
lavoratori assassinati e versare mensilmente le pensioni vitalizie alle loro spose
ed i loro figli. L’impresa fornirà gli strumenti necessari per la protezione
dei dirigenti sindacali minacciati e implementerà le misure concrete per
rimediare ai danni causati all’ambiente ed alla biodiversità dei colombiani
(trattamento dell’acqua, riforestazione, recupero delle conche idrografiche,
ecc.)” [5].
Nel dichiarare il 22 luglio “giornata internazionale di protesta e
mobilitazione contro la violenza delle transnazionali”, i partecipanti al Foro
di Bogotà si sono impegnati a sviluppare azioni di massa in tutte le città che
ospitano gli impianti della Coca Cola ed a realizzare per un anno, a partire
dal luglio 2003, il boicottaggio internazionale contro i prodotti della
compagnia. La globalizzazione dei crimini Gli eventi pubblici di Atlanta, Bruxelles e Bogotà sono
stati importanti anche per fare il punto su come si stanno sviluppando in tutto
il mondo le politiche repressive ed antisindacali del gigante delle soft drinks. “In altri paesi del
Centroamerica, nelle Filippine, in Pakistan, India, Israele, Venezuela, ecc., -
continua Javier Correa - il movimento sociale accusa la Coca Cola di
utilizzare, direttamente o attraverso le sue filiali locali, l’assassinio, la
violenza, la corruzione, il non rispetto delle leggi del lavoro, pur di
raggiungere i suoi fini economici”. Il caso più vicino a ciò che accade in Colombia è quello
del Guatemala, dove il sindacato nazionale dei lavoratori della Coca Cola,
STECSA, sta affrontando una dura negoziazione con l’impresa imbottigliatrice
Panamco per difendere i contratti collettivi e le conquiste salariali degli
operai. In Guatemala i lavoratori sono oggi vittima di gravi intimidazioni ed
hanno subito il taglio unilaterale degli stipendi; l’impresa si è rifiutata di
eseguire la manutenzione dei propri macchinari che hanno causato effetti
negativi alla salute degli impiegati [6]. “La Coca Cola, inoltre, ha operato in Guatemala negli anni
’80 allo stesso modo di come ha agito in Colombia”, denuncia SINALTRAINAL. “Si
sono presentati assassini, sparizioni forzate, carcerazioni, licenziamenti. Ci
sono stati colleghi torturati, portati via con la forza dalla polizia dalle
imprese imbottigliatrici; colleghi che sono stati fatti sparire dai militari e
che successivamente sono stati trovati morti, privi delle orecchie, delle
narici, delle dita, gravemente mutilati. Lo stesso è accaduto in Venezuela dove
esiste una forte persecuzione a danno dei lavoratori. In questo paese i
colleghi hanno denunciato come la transnazionale, attraverso i mezzi di
comunicazione di massa, abbia finanziato la campagna per far cadere il Governo
di Hugo Chávez” [7]. Durante l’udienza pubblica di Bruxelles, alcune
organizzazioni non governative hanno denunciato gli effetti negativi causati ad
una comunità dell’India: essa si è letteralmente impossessata di un fiume e la
popolazione deve comprarle l’acqua direttamente. Nello specifico, nel villaggio
di Plachimada, nel distretto meridionale di Palakkad, la Hindustan Coca-Cola Beverages Limited ha sfruttato tutti i pozzi
idrici esistenti, contaminandoli, e più di 750 famiglie di contadini sono state
duramente danneggiate [8].
Oggi, la Coca Cola si oppone alle legittime richieste della popolazione locale
che chiede il rispetto e la restituzione delle fonti idriche. Le udienze si sono soffermate altresì sul caso degli Stati
Uniti, dove la transnazionale è stata accusata di aver attentato alla salute
pubblica, per danni ambientali ed inquinamento delle fonti naturali. Ci sono
stati inoltre, casi di discriminazione razziale: nella primavera del 2000, otto
dipendenti hanno denunciato a New York il management della Coca Cola Company
affermando di essere stati discriminati gravemente sul posto di lavoro, perché
di popolazione nera. Il genocidio di
impiegati e sindacalisti Una lunga serie di omicidi selettivi di lavoratori e
dirigenti sindacali hanno segnato il cammino della Coca Cola in Colombia. Il
primo di essi si è verificato nella città di San Juan de Pasto il 30 luglio
1990, quando fu assassinato con una pallottola alla testa, Avelino Achicanoy
Erazo, impiegato della fabbrica d’imbottigliamento nel dipartimento di Nariño.
In quei giorni i lavoratori erano in sciopero perché la transnazionale aveva
rigettato le proposte di negoziazione del Sindacato Nazionale Colombiano dei
Lavoratori delle industrie di Bevande (SINTRADINGASOL-SINALTRAINAL). Avelino
Achicanoy Erazo era membro della giunta direttiva dell’organizzazione e stava
guidando il comitato di sciopero. Quattro anni dopo, l’8 aprile 1994, veniva assassinato José
Eleasar David, iscritto a SINALTRAINAL ed impiegato dell’impianto della Coca
Cola di Carepa, Urabá (Antioquia). Passavano dodici giorni e veniva assassinato
un alto impiegato della filiale in Urabá, Luis Enrique Giraldo Arango,
anch’egli rappresentante sindacale di SINALTRAINAL. Il 23 aprile 1995, un terzo
lavoratore dell’impianto di Carepa veniva assassinato alla presenza della sposa
e dei figli. Si trattava di Luis Enrique Gómez Arango, noto leader sindacale
nell’importante zona bananiera colombiana. Gli omicidi continuavano il 22 luglio 1996, quando veniva
assassinato Martín Galeano, operaio della Embotelladora
Roman S.A. della Coca Cola a Vallepudar (César). Questo omicidio veniva
realizzato all’interno dell’impianto. Sempre nello stesso anno, il 5 dicembre,
cadeva sotto il fuoco di un gruppo paramilitare, Isidro Segundo Gil Gil,
dipendente dell’impianto di Carepa della Embotelladora
Urabá S.A. della Coca Cola ed importante leader di SINALTRAINAL. Anche
questo omicidio avveniva all’interno della fabbrica della transnazionale e come
già successo con il caso di Avelino Achicanoy Erazo, in quei giorni, il
sindacato stava portando avanti la contrattazione con l’impresa che aveva
rigettato tutte le proposte di negoziazione. A Gil Gil propinarono uno sparo
alla fronte ed altri quattro al lato sinistro del torace [9]. Dopo aver ucciso il lavoratore, il gruppo armato tentò di
sequestrare un altro leader sindacale che tuttavia riuscì a fuggire. I
paramilitari, infine, si diressero alla sede di SINALTRAINAL che distrussero ed
incendiarono. Il giorno successivo lo stesso gruppo armato fece ritorno
all’impianto d’imbottigliamento per riunire i lavoratori che dopo essere stati
minacciati di morte, furono obbligarono a firmare le lettere di rinuncia al
posto di lavoro. Ventisette impiegati abbandonarono l’impresa e decisero di
trasferirsi ad altri dipartimenti del paese. Tutti i lavoratori che restarono
nella fabbrica furono costretti a disdire la loro adesione al sindacato. Per
oltre due mesi, i paramilitari s’installarono di fronte alla porta d’ingresso
dell’impianto senza che la compagnia denunciasse il fatto all’autorità
pubblica. Per questo omicidio, il sindacato e la famiglia della
vittima hanno messo sotto accusa la transnazionale nella figura del manager
della società Bebidas y Alimentos de
Urabá, Ariosto Milán Mosquera. Di lui erano noti a Carepa i legami con i
gruppi paramilitari. A seguito delle denunce di SINALTRAINAL, il giudice spiccò
mandato di cattura contro il direttore della fabbrica, il responsabile del
settore produttivo e il capo paramilitare locale. Però il Tribunale decretò
alcuni mesi dopo la liberazione e il proscioglimento dei tre imputati [10]. “Condanniamo lo Stato colombiano per la sua inefficienza,
negligenza e cattiva condotta nelle indagini per la morte del compagno, e
l’incenerimento della sede sindacale di SINALTRAINAL” commenta l’organizzazione
sindacale. “Sino ad oggi non è stato condannato nessuno dei responsabili. Essi
sono stati mantenuti nei loro incarichi dall’impresa ed uno di essi è arrivato
a dirigere l’ospedale di Turbo, mentre i lavoratori della Coca Cola in Urabá
sono stati vittima di trasferimenti forzati ed aggressioni che hanno causato
immane sofferenze lavorative e familiari”. Lo stesso fratello di Isidro, Martín
Emilio Gil Gil, consulente di SINALTRAINAL nella negoziazione contrattuale con
la Coca Cola, fu costretto ad abbandonare il lavoro nella transnazionale dopo
alcune gravi minacce di morte. Il 18 novembre 2000, la seconda moglie del
leader sindacale assassinato, Lira Del Carmen Herrera Pérez, è stata sequestrata
nella sua abitazione e successivamente assassinata sulla strada. Altro leader del Sindacato Nazionale dei Lavoratori delle
industrie delle Bevande (SINALTRAINBEC), caduto nella lunga campagna per il
rispetto dei diritti lavorativi negli impianti della transnazionale, è stato
Oscar Darío Soto Polo, assassinato il 21 luglio 2001 nella città di Montería
(Córdoba). Anche questo omicidio è accaduto in pieno processo di negoziazione
contrattuale, lo stesso giorno che una serie di organizzazioni sociali si erano
mobilitate per commemorare l’anniversario della strage dei lavoratori della
Coca Cola in Guatemala. Dopo l’omicidio di Oscar Darío Soto Polo fu organizzato
uno sciopero nella fabbrica di Montería. Come risposta, il capo del settore
della sicurezza dell’impresa accusò i dirigenti del sindacato di terrorismo.
Cinque di essi furono incarcerati per sei mesi. Contemporaneamente sui muri
della fabbrica apparve una scritta di minaccia contro i leader sindacali,
firmato dalle Autodefensas Unidas de Colombia. L’ultimo omicidio selettivo si è verificato recentemente:
il 31 agosto del 2002, veniva assassinato Adolfo de Jesús Múnera López, ex
lavoratore della Coca Cola nell’impresa d’imbottigliamento Roman S.A. di Barranquilla (Atlántico). Gli assassini aspettarono
Adolfo de Jesús Múnera López all’ingresso dell’abitazione della madre per
abbatterlo con alcuni colpi di pistola. Nella sua lunga vita sindacale aveva
ricoperto importanti incarichi, come quello di vicepresidente della Centrale
Unitaria dei Lavoratori – CUT (Sezione Atlántico), e di membro della giunta
direttiva di SINALTRAINAL. Nel 1997, la sua abitazione era stata perquisita da membri
delle Forze Armate, e per questa ragione fu obbligato a trasferirsi in altre
città. Fu così che la Coca Cola decise di licenziarlo per “abbandono del posto
di lavoro”. Secondo l’organizzazione sindacale la perquisizione fu decisa a
seguito delle segnalazioni del manager locale della Coca Cola, il signor Emilio
Hernández, che lo aveva ingiustamente denunciato per terrorismo e ribellione.
Múnera López si appellò all’autorità giudiziaria per essere reintegrato nella
Coca Cola, ottenendo una sentenza a favore in primo grado. La compagnia
presentò ricorso in appello e si rifiutò di riassumere il lavoratore. Il 22
agosto 2002, nove giorni prima della sua morte, la Corte Costituzionale gli
inviò una lettera in cui si prefiguravano concrete possibilità di riassunzione. “Múnera López era uno dei più appassionati sostenitori
della campagna contro la Coca Cola” commenta il segretario generale di
SINALTRAINAL Javier Correa. “Egli è stato assassinato quattro settimane dopo la
realizzazione della Prima sessione dell’udienza pubblica internazionale nella
città di Atlanta. La risposta della Coca Cola è stata assai intollerante.
Quando apprendemmo la morte del compagno, organizzammo una protesta di due ore
nella fabbrica di Barranquilla e prontamente la compagnia chiese al Ministero
del Lavoro di dichiarare illegale questa protesta per eliminare
giudiziariamente il sindacato ed ottenere così la possibilità di licenziare
altri dipendenti”. Lavoratori nel
mirino Accanto a questa lunga lista di omicidi selettivi di
sindacalisti e lavoratori, la lotta contro l’arroganza imprenditoriale della
Coca Cola è segnata da una infinità di violazioni dei diritti umani. Sono gli
stessi dipendenti vittima degli abusi a raccontare le loro drammatiche
esperienze. “Nel 1996, a Bucaramanga – ricorda José Domingo Flores –
siamo stati arrestati e accusati di terrorismo e ribellione a seguito delle
dichiarazioni di un testimone della stessa transnazionale. La Coca Cola, in
complicità con i giudici e i procuratori del paese, ci denunciò quali
appartenenti all’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale. Per fortuna, in sede
processuale fu possibile dimostrare la nostra innocenza. Eravamo cinque
compagni: Álvaro Gonzáles, Luis Eduardo García, Luis Javier Correa, Sergio
López ed io. Ci condussero in carcere dove fummo detenuti per sei mesi. Ci
misero nel settore di massima sicurezza dove non esisteva altro che delinquenza
comune. La cella era di un paio di metri quadrati e lo spazio era tanto
angustio che se un compagno si distendeva l’altro doveva permanere in piedi. Il
trattamento fu umiliante e degradante: era assai difficile fare perfino le
proprie necessità fisiologiche e ci toccava di voltarci”. I cinque lavoratori
della Coca Cola rimasero nella cella di massima sicurezza per quasi due mesi e
le spose poterono incontrali solo una volta la settimana. “La cosa più grave –
continua José Domingo Flores – fu che atterrirono i nostri colleghi di
fabbrica, dicendo che se non abbandonavano il sindacato, gli sarebbe accaduto
ciò che era successo a noi. Questo spiega come mai oggi i sindacalizzati a
Bucaramanga sono pochissimi”. “Negli anni ’80 la Coca Cola aveva un gruppo di uomini
dell’intelligence in tutti gli angoli del paese” aggiunge Álvaro Gonzáles, uno
dei lavoratori ingiustamente incarcerato a Bucaramanga nel 1996, per la falsa
accusa dei funzionari. “L’ordine per questi uomini era di guadagnarsi la
fiducia dei dipendenti e dei sindacalisti per infiltrarsi all’interno di
SINALTRAINAL, definita dalla transnazionale una ‘organizzazione della sinistra,
in contatto con i gruppi ribelli’. Abbiamo denunciato questa operazione
d’infiltrazione all’interno del sindacato e siamo in possesso delle ammissioni
della Coca Cola che voleva utilizzarla per penalizzarci e criminalizzarci”.
Parallelamente, a partire del 1984, la transnazionale iniziò a patrocinare
un’organizzazione sindacale con il fine di minare l’unità degli operai. Nell’anno 1992 la Coca Cola è giunta a militarizzare i
propri impianti nella regione di Santander (le fabbriche di Bucaramanga e
Cúcuta), giustificando il fatto che ‘tutti i lavoratori della compagnia sono
militanti di SINALTRAINAL’. E’ sempre nella imbottigliatrice di Bucaramanga,
che è avvenuto di recente un grave abuso che ha avuto conseguenze giudiziarie.
Il 7 giugno 2001, il manager del settore produzione, José Ignacio Quiroga,
aggrediva fisicamente il dirigente di SINALTRAINAL, Álvaro González, che lo aveva
invitato a non creare ostacoli ai lavoratori iscritti al sindacato che
l’impresa, in modo arbitrario, aveva trasferito dai loro posti di lavoro per
subcontrattare altri operai temporanei. Fu presentata una denuncia penale ed il
giudice incaricato, il 20 marzo 2002, decideva la condanna di José Ignacio
Quiroga Velasco alla pena di sei mesi di carcere ed al pagamento dei pregiudizi
causati. Assicurandone nei fatti l’impunità, l’impresa Panamco Colombia S.A.,
ha deciso di trasferire il dirigente ad un altro impianto d’imbottigliamento.
“Il menzionato funzionario, rappresentante della Coca Cola, ha fatto appello
alla sentenza – denuncia SINALTRAINAL – e con un fatto senza precedenti è
giunta una nuova sentenza che lo assolve per l’aggressione commessa, perché
secondo il giudice, non possono essere ritenute valide le testimonianze dei
lavoratori in quanto iscritti al sindacato”. In questi ultimi mesi, Álvaro González è stato vittima di
gravi atti di ritorsione. I giorni 9 ed 11 luglio del 2002, il sindacalista ha
ricevuto alcune chiamate telefoniche in cui veniva minacciato di morte se non
avesse pagato dieci milioni di pesos colombiani. Il 25 settembre avveniva un
fatto abbastanza strano: alcuni sconosciuti giungevano al ristorante dove si
trovava e del quale è anche comproprietario e sparavano contro un avventore,
Luis Ernesto Celis, che moriva due giorni dopo. In un primo momento si pensò
che la sparatoria si era verificata perché gli assalitori volevano
impossessarsi dell’incasso del giorno. Il 5 ottobre però, la figlia di Álvaro
González riceveva una chiamata telefonica da parte di un misterioso
interlocutore che le diceva: “Suo papà è un figlio di puttana ed è il prossimo
che uccideremo”. “Ad ulteriore conferma dell’intolleranza, della
persecuzione sindacale, della violazione del diritto d’espressione e d’opinione
portata avanti dalla società imbottigliatrice di Bucaramanga – si legge nel
comunicato di SINALTRAINAL - il 6 novembre 2002 è stato sospeso ingiustamente
il contratto di lavoro per cinque giorni al dirigente di SINALTRAINAL Nelson
Pérez Tirado, poiché egli ha distribuito ai colleghi la dichiarazione politica
della seconda sessione dell’Udienza Pubblica Popolare contro l’impunità della
Coca Cola’ realizzata nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles il 10
ottobre 2002” [11]. Come se ciò non fosse abbastanza, la repressione a
Bucaramanga si è estesa agli ex dipendenti della transnazionale come nel caso
di Alfredo Porras Rueda, leader sindacale, la cui abitazione era stata
devastata nel 1997 da una perquisizione illegale eseguita dagli uomini della V^
brigata dell’esercito colombiano. Alfredo Porras Rueda è stato arrestato dagli
appartenenti del ‘Grupo Gaula’ delle forze armate lo scorso 31 dicembre 2002.
Nelle ore successive, attraverso i mezzi radiotelevisivi, il generale Jairo
Duván Pineda, Comandante della V^ Divisione, lo ha accusato pubblicamente di
essere membro ed ideologo del gruppo guerrigliero dell’ELN [12]. Alfredo Porras Rueda, sino al 1998, aveva lavorato per la
società imbottigliatrice della Coca Cola, per poi rinunciare al proprio
incarico a seguito delle minacce di morte, degli attentati e delle
perquisizioni di cui fu vittima dopo le segnalazioni e le accuse dei funzionari
della Coca Cola. A quel tempo egli era presidente di SINALTRAINAL della sezione
di Bucaramanga; dovette abbandonare il paese per alcuni mesi ed al ritorno fu
costretto a vivere di espedienti per garantire il sostentamento della sua
famiglia. “E’ stato costume dei rappresentanti di questa trasnazionale accusare
falsamente i suoi dipendenti di tenere vincoli con l’insorgenza per ottenere
l’annichilimento del sindacato e delle conquiste operaie” è stato il commento
di SINALTRAINAL che ha posto enfasi sul fatto che la detenzione di Porras Rueda
è avvenuta solo tre settimane dopo la realizzazione a Bogotà dell’udienza
pubblica sui crimini della Coca Cola [13]. Circa sei mesi fa, un altro impianto d’imbottigliamento è
stato oggetto di una nuova incursione dei gruppi paramilitari. Il 2 ottobre del
2002, alle sei di mattina, quando davanti all’ingresso della fabbrica della
Coca Cola della città di Barrancabermeja si stava realizzando una giornata di
protesta sindacale, fecero ingresso due presunti paramilitari. Uno di essi fu
identificato in Saúl Rincón, ex lavoratore dell’imbottigliatrice. “I due
conversarono con Reinaldo González e Martha Yaneth Orduz, funzionari
dell’impresa” ha denunciato il sindacato davanti ai magistrati. Tre giorni
dopo, il presunto paramilitare Saúl Rincón fu visto circolare nuovamente
attorno all’impianto; egli si avvicinò a Juan Álvaro Pulgarín, membro della
giunta direttiva locale di SINALTRAINAL per dirgli che Reynaldo González,
funzionario dell’impresa, gli aveva riferito che un sindacalista lo aveva
accusato di essere un paramilitare, “però tutto questo già lo aveva saputo il
‘Gaby’ che è il capo paramilitare nella città di Barrancabermeja”.
Successivamente, l’8 ottobre, nel quartiere popolare ‘20 de Enero’, apparve al
vicepresidente locale del sindacato Juan Carlos Galvis, il presunto
paramilitare e colui che lo aveva accompagnato il 2 ottobre all’impianto della
Coca Cola. Trascorse un giorno e sotto la porta dell’abitazione del presidente
di SINALTRAINAL, William Mendoza, anch’egli dipendente della compagnia, la
moglie trovò una busta gialla al cui interno c’era l’avviso di suffragio che si
utilizza per fare le condoglianze ai familiari per la morte di un congiunto,
dove compariva la scritta: “Infine a Barrancabermeja, AUC”. La famiglia di William Mendoza è stata perseguitata dai
paramilitari sino ad oggi. Il 6 gennaio 2003, il presidente di SINALTRAINAL ha
ricevuto una chiamata sul suo cellulare da parte di una persona che si presentò
come John Jairo, il “responsabile politico delle autodefensas”. Undici giorni
dopo, la figlia di William Mendoza ha ricevuto una chiamata da parte di uno
sconosciuto. “Dove si trovano i tuoi genitori?” le ha chiesto l’anonimo
interlocutore. “Dì loro che stiano molto attenti. Tu dove studi?".
Lei rispondeva: “Nella scuola tecnico-commerciale" però lui
l’ammoniva: “Non mentire. Tu studi nel ‘Collegio Diego Hernández’ e tuo
fratello in questo momento sta lavando l’ingresso di casa. State molto
attenti". Effettivamente la figlia del leader sindacale studia nel
‘Collegio Diego Hernández’ e il figlio stava facendo le pulizie dell’ingresso
dell’abitazione e ciò lascia supporre che i paramilitari stavano vigilando la
casa. Fortemente preoccupato per il chiaro messaggio di minaccia, il 22
gennaio, William Mendoza ha trasferito la propria famiglia in un’altra città,
ma ha comunque espresso l’intenzione di voler continuare la sua attività
sindacale a Barrancabermeja [14]. La ‘pulizia
antisindacale’ della Coca Cola in Urabà L’altro dipartimento che insieme a quello di Santander è
stato nell’occhio del ciclone della repressione ai danni dei lavoratori della
Coca Cola, è Antioquia, la regione più violenta del paese. Qui, nella zona
settentrionale di Urabá, sorge l’importante impianto d’imbottigliamento di
Carepa, dove nel 1985, 17 operai sono stati costretti ad abbandonare il loro
posto di lavoro per trasferirsi in altre città della Colombia [15].
E’ in Urabá che è stato portato a termine l’omicidio di Isidro Segundo Gil Gil
e il fallito tentativo di sequestro del sindacalista José Cardona. “In Urabá
nel 1995, le autorità arrestarono la prima giunta direttiva del sindacato”
ricorda quest’ultimo. “Successivamente abbiamo dato vita ad una seconda giunta
direttiva e negli anni 1996-97 hanno assassinato cinque nostri compagni. Nello
stesso giorno che hanno ucciso Isidro Segundo Gil, alle due del pomeriggio, io
fui sequestrato da otto paramilitari. Per fortuna riuscì a fuggire correndo per
quasi quattro isolati fino a raggiungere la stazione di polizia. Lì denunciai
che un dirigente della società imbottigliatrice mi aveva minacciato
direttamente dicendomi che lui aveva parlato con i paramilitari e che essi
dovevano farla finita con il nostro sindacato. Egli era in stretti legami con i
paramilitari, gli regalava le bibite per le loro feste. Fui costretto a
lasciare l’Urabá con due borse di vestiti per me, due per la mia bambina e due
per mia moglie, e raggiungere la città di Medellín”. Continua il racconto di José Cardona: “La polizia mi disse
che non potevo tornare perché mi cercavano i paramilitari ma tutti sappiamo che
essi lavoravano insieme, l’esercito, la polizia e i paramilitari. Il 2
dicembre, a Bogotà, ho appreso che i paramilitari erano entrati nella fabbrica
di Carepa e che avevano riunito il personale per dire che tutti coloro che
appartenevano al sindacato avevano tempo sino alle due del pomeriggio per
rinunciare, in caso contrario essi non avrebbero più risposto per la vita di
nessuno. Nello stesso computer dell’impresa furono preparate le lettere di
dimissioni dei singoli lavoratori. Essi dovevano solo cambiare il nome di ogni
iscritto”. Da un anno, José Cardona ha dovuto lasciare il paese per cercare
asilo all’estero. “Nel dicembre 2001, i paramilitari hanno cercato me e altri
compagni a Bogotà. Volevano assassinarmi perché non ero tornato in Urabá dove
‘avevo un debito pendente’ e per giunta avevo continuato nella protesta. Mi
hanno vincolato ad un programma di protezione e ho dovuto abbandonare la
Colombia e la famiglia”. I manager della
transnazionale incontrano Carlos Castaño Gli stretti legami tra il fenomeno paramilitare ed i
maggiori dirigenti della transnazionale hanno ricevuto conferme dirette da
alcuni dei maggiori organi d’informazione del paese. “Lo scorso 5 ottobre –
dichiara il segretario nazionale di SINALTRAINAL Javier Correa – abbiamo
denunciato di fronte alle autorità che un funzionario della Coca Cola della
imbottigliatrice di Barrancabermeja si è riunito con i massimi capi dei gruppi
paramilitari. Secondo il settimanale Cambio,
la Coca Cola nel 1998, si è riunita direttamente con Carlos Castaño a Montería.
Questi fatti li avevamo denunciati prima, inutilmente, alla direzione generale
dell’impresa di Bogotà”. Vale la pena riportare la ricostruzione giornalistica del
presunto incontro della transnazionale con il responsabile dei peggiori crimini
della guerra sporca in Colombia, notoriamente coinvolto nel narcotraffico.
Secondo Cambio, la vicenda prese
origine da un tentativo di estorsione ai danni di un’impresa d’imbottigliamento
della Coca Cola eseguito da un capo paramilitare. Nel mese di aprile del 1998,
nella zona centrale di Puerto Boyacá, luogo dove storicamente ha preso vita il
fenomeno paramilitare, i camion che distribuivano la Coca Cola furono fermati
da appartenenti alle autodefensas della regione, agli ordini di Ramón Isaza.
“Dissero loro che a partire da quella data, nessun prodotto della Coca Cola
poteva più essere distribuito nella regione. Gli ordinarono di rientrare con il
loro carico all’impianto d’imbottigliamento di Barrancabermeja, e di
trasmettere il messaggio ai dirigenti dell’area di Puerto Boyacá, La Dorada,
Mariquita, Honda, Cimitarra, Barrancabermeja, e di altri 30 municipi dei
dipartimenti di Tolima, Cundinamarca, Caldas, Boyacá, Santander ed Antioquia,
che l’ingresso della soft drink era
vietato sino ad un nuovo ordine” [16]. Gli amministratori dell’impianto rimasero impressionati
dall’inattesa minaccia soprattutto perché essa veniva dai paramilitari.
Intervistato dai giornalisti del settimanale, Roberto Ortiz - presidente della
compagnia Panamco-Indega, imbottigliatrice e distributrice di più del 97% dei
prodotti della Coca Cola in Colombia, e vicepresidente della Panamco madre di
Miami - dichiarava la contrarietà della transnazionale a qualsiasi forma di
‘collaborazione’ con gli attori armati. “Sono anni che combattiamo con la
guerriglia in ampie zone del paese, subendo l’incendio di camion, il sequestro
del personale, tutto questo perché la compagnia ha come politica il principio
di non effettuare mai versamenti di denaro ai gruppi irregolari, sia che si
chiamino guerriglia o autodefensas o incluso alla delinquenza comune, per
garantire le nostre operazioni” [17].
Sempre secondo Cambio,
una prima versione dei fatti ipotizzava che dietro la radicale misura adottata
da Isaza “c’erano le proteste dei rivenditori della regione per la presunta
riduzione dei margini degli utili nella vendita della Coca-Cola nei suoi
differenti prodotti. Anche se il prezzo delle bevande è libero in Colombia, da
un paio di anni alcune società imbottigliatrici imprimono sulle etichette un
valore che definiscono ‘prezzo suggerito per la vendita al pubblico’, che
inevitabilmente si è convertito in un tetto massimo per i rivenditori. E quando
si tratta di regioni appartate, la differenza tra il prezzo suggerito e quello
che il rivenditore paga al distributore, a volte non basta per coprire i costi
del venditore finale”. Mentre intanto si apriva l’inchiesta della Polizia, alla
fine dell’aprile 1998, due rappresentanti del capo paramilitare Ramón Isaza si
recavano negli uffici della Panamco di Ibagué per incontrarsi con i funzionari
della fabbrica. Il messaggio fu chiarissimo: la Coca Cola avrebbe potuto far
ritorno alla regione “solo quando avrebbe pagato un considerevole debito che i
suoi distributori avevano con persone della zona, amiche di Isaza”. Passavano
le settimane e il mercato locale sotto il controllo della Coca Cola iniziò ad
essere conquistato dalle bibite Glacial,
un’industria regionale il cui impianto principale si trova a Mariquita, Tolima,
così come dai distributori delle grandi competitrici della transnazionale, le
bibite Postobón della ‘Organización Ardila Lulle’, la quale è anche la società
imbottigliatrice e distributrice della Pepsi Cola. Fortemente preoccupati della caduta delle vendite nel
Magdalena Medio, sempre secondo i giornalisti di Cambio, i dirigenti della Panamco chiesero l’intervento di un
misterioso “organismo internazionale umanitario”, attivo nella regione e
accertarono che il debito non aveva a che vedere con la Coca Cola, bensì con
l’imbottigliatrice Glacial, che sino
al 1996 era stata incaricata della distribuzione nella regione dei prodotti
della compagnia di Atlanta. “Ciò che spiegarono i rappresentanti di Ramón Isaza
– ha dichiarato a Cambio un
funzionario della Panamco – era che Glacial aveva un debito con persone della
regione a cui il capo delle autodefensas era legato. E poiché Glacial non era
più il distributore della Coca-Cola, in quanto il compito era adesso realizzato
dalla Panamco, era la Panamco che doveva pagare (…). Un alto funzionario
dell’organismo internazionale che stava facendo da consulente delle
imbottigliatrici della Coca-Cola, suggerì loro di avvicinare il capo delle
autodefensas a livello nazionale, Carlos Castaño, l’unico che secondo il
funzionario poteva convincere Isaza dell’assurdità di chiedere a Panamco il
pagamento di un debito che era stato assunto da un altro soggetto” [18].
L’organismo internazionale iniziò con convinzione il
compito di mettere in contatto la Panamco con Castaño e nel mese d’agosto il
capo accettò di riunirsi con i dirigenti della società, alla presenza dello
stesso Ramón Isaza. Cambio aggiunge
che Rubén Darío Salazar, il manager della Panamco di Ibagué, viaggiò in segreto
sino a Montería insieme al direttore commerciale. “Il giorno chiave fu il 15
agosto. I dirigenti si riunirono nella capitale del dipartimento di Córdoba con
un emissario di Castaño. Non è chiaro se i funzionari della imbottigliatrice
partirono da lì per un appuntamento personale con il capo delle autodefensas.
La Panamco nega che i suoi dirigenti abbiano assistito all’incontro, ed i suoi portavoce
affermano che con Castaño si riunirono solo i funzionari dell’organismo
umanitario”. Fu così che una delegazione partì da Montería lo stesso
giorno per raggiungere l’accampamento semiselvatico ubicato tra le aziende
agricole ‘El Diamante’ ed ‘El Venado’, a sud di Córdoba. “Secondo fonti
dell’organizzazione non governativa che operava da intermediaria, essi decisero
di portare al capo paramilitare due pacchi di Coca-Cola in lattina con l’idea
che il gesto avrebbe facilitato la distensione dell’ambiente della riunione.
Gli offrirono anche dell’acqua minerale della società avversaria come gesto
conciliatore. Questo dettaglio e la loquacità di Castaño ruppero il gelo”. Sembra che gli interlocutori abbiano toccato il cuore del
boss paramilitare ponendo il tema delle pressioni cui l’azienda sarebbe stata
sottoposta negli ultimi anni da parte dei gruppi insorgenti delle FARC e
dell’ELN, enfatizzando come la imbottigliatrice fosse una “importantissima
generatrice di occupazione e di ricchezza nel paese”. “Noi non dobbiamo metterci in questioni economiche che
danneggino il settore produttivo, cosa che invece fa la guerriglia” sarebbe
stato il primo commento di Carlos Castaño. “Successivamente – continua il
reportage di Cambio – si rivolse a
Isaza dicendogli, come se si fossero già messi d’accordo sulle parole: “Ramón,
noi non possiamo convertirci in mercenari contro le multinazionali. Il nostro
obiettivo è la guerriglia”. Dopo il capo militare invitò gli interlocutori a
pranzare con pollo, riso e patacones.
Isaza s’impegnò con Castaño e con i suoi ospiti ad ordinare che fosse ritirato
il veto contro la Coca Cola nel Magdalena Medio e con l’aiuto dell’ignoto
organismo internazionale non governativo, fu definito un meccanismo di verifica
per garantire che in un tempo determinato, tutti gli uomini di Isaza fossero
debitamente messi al corrente della decisione che garantiva le operazioni della
Panamco nell’area. “Non ci sono state negoziazioni né accordi che abbiano
compromesso le società imbottigliatrici della Coca-Cola” fu il commento del
dirigente Roberto Ortiz della Panamco-Colombia. Tuttavia già a partire del mese
di ottobre del 1998 le vendite nel Magdalena Medio recuperarono il livello che
avevano quando prese il via il divieto dei paramilitari. Nessuno conosce quale
sia stato il prezzo pagato per rafforzare l’alleanza tra la transnazionale ed i
protagonisti della guerra sporca nel paese. Si chiede
giustizia e riparazione negli Stati Uniti L’atteggiamento del governo colombiano è stato di totale
complicità con la compagnia nella sua politica di annichilimento dei diritti
lavorativi. Prova di ciò è stata l’impunità in cui sono stati mantenuti i
crimini e le aggressioni contro il sindacato ed i suoi dipendenti. Per questa
ragione SINALTRAINAL ha presentato una denuncia penale contro la Coca Cola Inc.
e la Panamco – Panamerican Beverages davanti alla Corte del Distretto Sud della
Florida (Miami), invocando la cosiddetta legge ‘Alien Torts Claims Act (ATCA)’,
approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1789. “La legge consente al nostro sindacato ed alle vittime di
accedere alla Corte nordamericana e per questa denuncia abbiamo ricevuto il
sostegno e la solidarietà della United
Steel Workers e del Fondo Internazionale dei Diritti del Lavoro degli Stati
Uniti” spiega il segretario di SINALTRAINAL, Javier Correa. “Inizialmente la
denuncia che fu presentata alla Corte della Florida era una sola. Lo scorso
mese di dicembre, la denuncie erano già quattro. Una per omicidio, una per
sequestro; un’altra per tortura. L’ultima denuncia è per minaccia di morte”. A causa del fatto che il giudice non ha potuto notificare
l’atto giudiziario ad uno degli accusati di questo procedimento, il cittadino
nordamericano Richard Kirby Keilland, originario di Key Biscayne, Florida, uno
dei proprietari degli impianti della Coca Cola in Urabá, Florencia e Leticia,
il procedimento è rimasto bloccato per molto tempo, tuttavia sembra che gli
avvocati delegati dal sindacato negli Stati Uniti siano riusciti a trovarlo e
ciò permetterebbe un primo passo nel processo. Come spiegano i consulenti giuridici di SINALTRAINAL, lo
scopo della denuncia presentata alla Corte nordamericana è innanzitutto di tipo
preventivo. “Si vuole evitare che questi grandi crimini continuino. Ci
chiediamo: quanti nuovi assassinii ci sarebbero senza queste denunce e le
udienze popolari internazionali? E’ probabile che ciò non riuscirà a contenere
gli omicidi, i licenziamenti, la persecuzione, però per lo meno tentiamo di
spezzare il clima d’impunità, nel desiderio che esso non continui a
caratterizzare la vita di ognuna delle imbottigliatrici della Coca Cola. Nel
procedimento negli Stati Uniti, poniamo enfasi sul caso del sindacalista Gil
Gil perché è il più aberrante. Lo assassinano all’interno della fabbrica in piena
negoziazione contrattuale. Non contenti, fanno in modo che tutti gli iscritti
al sindacato vi rinuncino. E lo fanno utilizzando il computer della stessa
impresa. Come se ciò fosse poco, incendiano e saccheggiano la sede sindacale.
Si denuncia inoltre la transnazionale e le sue imbottigliatrici perché tutte le
imprese locali sono vigilate dalla casa madre, dalla Coca Cola Company. Esiste
tra esse una relazione così stretta, come quella tra una madre e le proprie
figlie. Esiste una inevitabile connessione ideologica tra chi assassinò il
compagno Gil e la multinazionale....”. Lo scenario d’impunità dei crimini della Coca Cola in
Colombia è realmente sconcertante; quasi tutti i giudici chiamati ad indagare
sulle violazioni non hanno punito, non hanno emesso ordini di cattura, non
hanno riparato i danni causati. C’è più di una situazione che mostra la gravità
del sistema giudiziario nel paese ed i legami tra i magistrati e le
transnazionali. E’ sempre SINALTRAINAL a sottolineare uno dei casi più
inquietanti: “Negli anni 96-97 denunciamo inutilmente a Jaime Bernal Cuellar
che era il Procuratore Generale della Nazione, tutti i soprusi che la Coca Cola
aveva commesso. Denunciamo la Coca Cola in Florida e prontamente la
transnazionale ci controquerela penalmente per ‘ingiurie e calunnie’. Però, chi
è l’avvocato della Coca Cola in questa denuncia contro di noi? Lo stesso Jaime
Bernal Cuellar, ex Procuratore Generale della Nazione. Così uno può vedere
integralmente la relazione che esiste tra lo Stato e le imprese. Come possono
trovare e punire tra loro stessi i responsabili?”. Le prime
ammissioni di colpevolezza della Coca Cola Colombia Tra le denunce che attendono da parecchi anni una sentenza
da parte della giustizia colombiana c’è quella contro il manager dell’imbottigliatrice
di Bucaramanga, José Gabriel Castro, ed il capo della sicurezza dello stesso
impianto, responsabili della falsa accusa di ribellione che nel 1996 causò la
carcerazione della giunta direttiva di SINALTRAINAL. Recentemente sono giunti
tuttavia i primi timidi pronunciamenti contro le imprese coinvolte nel processo
di marginalizzazione e violazione dei diritti sindacali. Il 29 settembre 2000,
la giudice Fanny Cecilia Bahamon de Díaz, ha chiuso un procedimento dichiarando
che l’impresa Embosan S.A.,
imbottigliatrice del gruppo Panamco Colombia S.A. a Bucaramanga, Cúcuta e
Barrancabermeja, ha violato la convenzione collettiva del lavoro vigente,
sottoscritta il 20 luglio 1994. L’impresa si è però rifiutata ad accettare il
giudizio e ha presentato richiesta d’appello. Nonostante il parere negativo
della Corte di Cassazione, Embosan ha
dichiarato pubblicamente che non intende adempiere l’ordine emesso dalla
giudice di reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati per subcontrattare
altri lavoratori con salari ridotti. Un caso simile si è verificato dopo la sentenza di un’altra
giudice, il 7 dicembre 2001, che aveva condannato la Embotelladora de Santander - altra impresa del gruppo Panamco-Coca
Cola - a pagare a SINALTRAINAL il valore delle quote decurtate ai lavoratori
non sindacalizzati beneficiari dell’accordo collettivo ed i 20 giorni di
salario dei lavoratori stabiliti nell’accordo collettivo, per i tre anni
precedenti alla data della denuncia (ossia dal 29 giugno 1992 al 29 giugno
1995). L’impresa ha presentato istanza d’appello rifiutandosi di pagare la
multa a SINALTRAINAL. Il 19 giugno del 2002, un altro giudice della Repubblica di
Colombia, ha modificato la condanna emessa sei mesi prima, di un anno di
carcere ed una multa di 20 milioni di pesos ai danni di 11 imputati, tutti
funzionari delle società imbottigliatrici della Coca Cola, per i delitti di
violazione dei diritti di riunione ed associazione dei lavoratori. In cambio
questo giudice ha condannato gli stessi funzionari al pagamento di una multa
per il valore di cento salari legali mensili vigenti nell’anno 1995. Nonostante
queste sentenze, l’amministrazione centrale della Panamco si è limitata a
trasferire ad altre fabbriche i funzionari coinvolti. L’ultima sanzione pecuniaria a danno della transnazionale è
stata decretata il 12 agosto 2002 dal Direttore Territoriale dell’Ufficio del
Lavoro e Sicurezza Sociale di Barrancabermeja. Egli ha multato l’impresa Embotelladora de Santander S.A., per 6
milioni 180 mila pesos colombiani per aver subcontrattato personale temporaneo
invece di assumere lavoratori a tempo indeterminato. Però l’impresa si è
nuovamente rifiutata di adempiere ed ha impugnato la sentenza per dilatare i
tempi e sfuggire alle proprie responsabilità. La trama degli interessi del capitale internazionale Molto deboli sono le attenzioni che le denunce di
SINALTRAINAL hanno ricevuto nella più importante organizzazione internazionale
di promozione e vigilanza del lavoro, l’OIT-ILO (Organizzazione Internazionale
del Lavoro). “Nonostante il grave genocidio di sindacalisti, l’OIL ha concesso
un anno in più al governo colombiano per far fronte alle violazioni contro i
lavoratori e non ha nominato una commissione d’inchiesta” dichiara il
segretario del sindacato Javier Correa. “Ciò che si è verificato con l’OIL è
assai preoccupante. I rappresentanti dei lavoratori sono in minoranza
nell’organizzazione ed in questa condizione è assai difficile ottenere un
pronunciamento a favore dei sindacalisti colombiani. Uno si domanda se gli omicidi
e la persecuzione che esiste contro il movimento operaio nel paese non sono
prova e motivo sufficiente perché l’OIL non nomini un relatore ed una
commissione d’inchiesta. Attendono che sparisca il movimento sindacale in
Colombia? C’è come una strategia, una situazione intenzionale per non
affrontare ciò che stanno subendo determinati territori, in questo caso quello
colombiano, strategici per il mondo”. Una risposta alla cinica mancanza di considerazione del
dramma colombiano può essere ricercata negli enormi interessi economici che le
transnazionali hanno nel paese, e tra esse il ruolo della Coca Cola e dei suoi
soci è uno dei più evidenti. Come segnalato dal sociologo ed economista Héctor
Mondragón, attualmente in Colombia è in atto un forte confronto tra reti di
imprese transnazionali che hanno legami di capitali incrociati e con il
Governo. “Il maggiore azionista della Coca Cola è il principale azionista di American Express, che in questo momento
è ben promossa in Colombia nei mezzi di comunicazione e che rappresenta la
principale carta di credito al mondo” chiarisce Héctor Mondragón. “Questo
gruppo è un importante azionista della Gillette
e del colosso della chimica Great Lake
Chemical; possiede un capitale azionario nella Nike, transnazionale che produce articoli sportivi e che ha
ricevuto gravi denunce nel mondo per sfruttamento di minori. Lo stesso gruppo,
articolato attorno agli investimenti della Warren
Buffet e del fondo Berkshire Hathaway,
possiede il 20% del capitale dell’importante quotidiano nordamericano Washington Post, garantendosi il
controllo dei mas media. Esistono poi alleanze economiche tra la Coca Cola e la
Nestlé per affrontare la competizione con altri gruppi transnazionali del
settore alimentare, come la Unilever. Infine, il conglomerato Coca Cola-American
Express–Gillette–Washington Post possiede connessioni con il maggior gruppo
finanziario a livello mondiale, il Citigroup-J.P.Morgan-Chase, però con una
propria dinamica” [19].
Un esempio evidente del conflitto d’interessi nelle relazioni
transnazionali-governo lo segnala ancora una volta Héctor Mondragón: “Oggi la
viceministra del Lavoro è stata la legale della Coca Cola e della Nestlé. Si
spiega così la facilità con cui si stanno licenziando i lavoratori delle due
transnazionali in Colombia”. Il
neocolonialismo della transnazionale nel mercato colombiano La Coca Cola giunge in Colombia per la prima volta nel 1926
e si stabilisce definitivamente nel 1942, grazie all’investimento di quattro
industriali antioqueñi che mettono insieme 10.000 dollari per realizzare un
impianto d’imbottigliamento a Medellín e successivamente altri tre a Cali,
Bogotà e Cúcuta. La potente cordata di imprenditori antioqueñi rappresentata da
Daniel Peláez, Alberto Mejía, José Gutiérrez e Hernando Duque (gruppo Fontibón)
ha continuato sino ad oggi a dirigere la Panamco Indega, ampliando i propri
interessi al settore alimentare, finanziario e della comunicazione
radiotelevisiva. A partire dell’anno 1951, la Coca Cola ha concesso il
monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei
suoi prodotti nel paese alla Panamco Indega Colombia, filiale della Panamerican Beverages – Panamco di Miami
(Florida), società controllata per il 24% del suo capitale azionario dalla Coca
Cola Company, la quale ha anche due suoi rappresentanti nel consiglio
d’amministrazione della Panamco [20]. La Panamco Indega è attualmente proprietaria in Colombia di
tre grandi società produttrici (Bebidas y
Alimentos de Urabá, Embotelladora de
Santander, Embotelladora Román),
di 20 impianti d’imbottigliamento, 71 distributori di bevande e di oltre 1.500
camion per il trasporto dei prodotti. L’impresa rifornisce più di 450.000
clienti, tra negozi, bar e ristoranti ed alla fine degli anni ’90 il suo
fatturato è stato di 650 milioni di dollari, 65.000 volte di più del capitale
investito appena 60 anni fa. La Panamco genera nel paese 9.600 posti di lavoro
però dopo la campagna di licenziamento di migliaia di dipendenti con stabilità
contrattuale, l’80% dei lavoratori sono subcontrattati. Il licenziamento
massivo le ha permesso di ridurre i costi lavorativi di tre volte nel periodo
1990-2000. “I dipendenti assunti dall’impresa a partire del varo della Legge n.
50 del ’90, guadagnano tre volte meno di quanto guadagna un dipendente con
contratto a tempo indeterminato ” denuncia SINALTRAINAL. “In pratica un
lavoratore della Coca Cola riceve un salario minimo e i risparmi dell’impresa
per la voce manodopera raggiungono i 250 milioni di dollari. Così la
transnazionale in soli dieci anni si è garantita guadagni per 6.000 milioni di
dollari e 3.000 milioni di questi, corrispondono a plusvalore generato dal
capitale lavoro. Nello steso periodo il processo di accumulazione si è
moltiplicato di 25 volte e il patrimonio dei proprietari della società è
cresciuto di otto volte. In questo doloroso panorama di sfruttamento si può
comprendere come la Coca Cola sia una delle imprese più redditizie del paese”. Il modello di sfruttamento implementato dalla
transnazionale è confermato dal valore dei capitali che essa ha esportato verso
gli Stati Uniti nell’ultimo decennio, più di 250 milioni di dollari; inoltre il
processo di accumulazione si è sviluppato senza significativi investimenti in
Colombia. In realtà il sistema produttivo è totalmente autosufficiente e la
Coca Cola può contare in Colombia su proprie imprese controllate per la
somministrazione dell’acqua e dei recipienti e la fornitura degli ingredienti
dolcificanti. Il misterioso concentrato è fornito dalla Coca Cola Servicio de Colombia, altra impresa di facciata della
compagnia. La transnazionale ha installato perfino una propria fabbrica per la
produzione di frigoriferi da consegnare ai rivenditori delle differenti regioni
del paese e consolidare la propria presenza nel mercato. Straniero è il principale
socio commerciale in Colombia della Coca Cola nel settore della programmazione
finanziaria, la società McCann Erickson
che gestisce i sistemi informatici della transnazionale. La Coca Cola si affida sugli straordinari appoggi
dell’autorità statale colombiana che le assicura esenzioni di imposte e
riduzioni di tariffe doganali. Un esempio importante è quello della controllata
Comptec, la principale fornitrice di
bottiglie di plastica della multinazionale in America Latina. La compagnia ha
sede nell’area industriale di Bogotà ed ha due filiali nelle città portuali di
Buenaventura e Cartagena. In pochi anni Comptec
ha moltiplicato le sue esportazioni al Centroamerica, a Perù, Bolivia, Brasile
ed Ecuador raggiungendo un fatturato annuo di 12 milioni di dollari. Il segreto
dei rapidi successi di Comptec nel
mercato latinoamericano è rivelato da un periodico finanziario: “Comptec s’installò nella Zona Franca per
ottenere i benefici di questa posizione, giacché la totalità delle materie
prime e dei macchinari di alta tecnologia che utilizza sono importati. Nel caso
delle materie prime che fanno ingresso alla Zona Franca e che sono destinate
alle esportazioni, esse sono libere da gravami, non sono soggette a tasse
doganali e al pagamento dell’IVA, e la materia prima per il mercato nazionale
conta su un differimento finanziario giacché la tariffa doganale e l’IVA non si
pagano quando essa giunge, ma solo al momento di trasformare le resine, il che
significa un beneficio finanziario che può essere trasferito ai prezzi” [21].
L’impresa non deve pagare neanche l’imposta sul reddito, che nel paese è del
35%. Un trattamento che nessuno dei piccoli e medi imprenditori industriali e
agricoli si può sognare di ricevere in Colombia. L’irresistibile fascino della regina delle soft drinks Gli anni alla fine del decennio ’90, non sono solo quelli
dell’oscuro accordo tra i dirigenti delle imbottigliatrici della transnazionale
ed i capi paramilitari, ma rappresentano anche il periodo in cui la Coca Cola
ha aumentato la propria presenza nel mercato delle bevande passando dal 51 al
65%. Con un investimento di 20 milioni di dollari, la Panamco Colombia ha
inaugurato anche un altro impianto di produzione, Friomix del Cauca, ubicato a Caloto, con 350 dipendenti. Uomo
chiave della repentina espansione delle vendite è stato l’allora manager della
Coca Cola in Colombia, Salvador Almeida [22],
messicano, il quale aveva vissuto la grave crisi economica del Messico nel
1995, dove però con un’aggressiva strategia di mercato era riuscito a conseguire
la leadership della Coca Cola nel paese [23]. In un’intervista, Salvador Almeida ha spiegato la ricetta
implementata: “In precedenza l’attenzione si era focalizzata sui nostri clienti
(i canali di distribuzione) e, con il mio arrivo, abbiamo realizzato un cambio
puntando ai consumatori con cui abbiamo sviluppato nuove relazioni”. Mentre la
Panamco Indaga ha iniziato ad applicare nei suoi affari il ‘revenue
management’, la tecnica di gestione utilizzata dalle aerolinee per cui esistono
prezzi differenti per gli ordini secondo l’anticipo con cui si esegue l’ordine,
la Coca Cola ha dato il via ad una campagna per rafforzare la propria immagine,
collocando gratuitamente in negozi e ristoranti 100.000 frigoriferi ed
aumentando il proprio budget pubblicitario di oltre il 50% [24].
Il football nazionale ed internazionale è stato un altro importantissimo
settore per ottenere la fiducia e la simpatia dei colombiani. “La Coca Cola non
aveva partecipato negli ultimi 15 o 20 anni nel calcio professionistico in
Colombia ed oggi ha una partecipazione nella squadra dell’Once Caldas, che è stata per noi importantissima perché ci ha
permesso di essere presenti nella comunità di Manizales” ha chiarito il manager
Salvador Aldeida. La soft drink ha
ottenuto una presenza monopolistica negli stadi del paese e la Coca Cola,
patrocinatrice della Coppa America di Football, è riuscita a far nominare la
Colombia quale sede dell’edizione del campionato 2001. In questa politica tesa a trasformare la propria immagine
non sono mancati i programmi di beneficenza pubblica. L’avvicinamento alla
comunità è stato realizzato grazie a Dividendo
por Colombia, società che sostiene finanziariamente le famiglie povere,
fondata dalla Coca Cola insieme ad altre transnazionali presenti nel paese (Procter & Gamble, IBM, Suramericana)
ed alla catena di supermercati Éxito. “Sosteniamo inoltre la fondazione Colombia Emprendedora, grazie alla quale
stiamo cercando di fornire un’educazione, sia nelle scuole pubbliche sia in
quelle private, per la creazione di imprese ed imprenditori” ha aggiunto
Aldeida nella sua intervista con i giornalisti di Dinero. L’ex manager generale ha posto enfasi anche sul controverso
tema della sicurezza della transnazionale. Alla domanda sulla situazione più
difficile che egli aveva dovuto affrontare durante gli anni in cui aveva
operato in Colombia, Salvador Aldeida ha risposto: “L’insicurezza. Abbiamo un
prodotto di distribuzione massiva ed è stato assai difficile per noi affrontare
questa situazione, che si è via via deteriorata. Abbiamo ricevuto attacchi ai
nostri camion, ai nostri impianti, abbiamo sofferto sia la delinquenza comune
sia quella organizzata. Il mio compito era quello di vigilare sulle nostre
risorse umane, fisiche e, principalmente, sulla nostra gente. Per me, la cosa
più difficile è la preoccupazione che qualcosa possa succedere ad esse” [25]. Il manager non nomina direttamente gli attori armati ma i
dirigenti della Panamco non hanno perso l’occasione per denunciare le presunte
ostilità ricevute dai gruppi insorgenti. In realtà i dati presentati dalla
stessa transnazionale non sembrano comparabili con gli attentati e gli atti
violenti di cui sono stati vittima altre importanti società straniere presenti
in Colombia, soprattutto nel settore energetico-industriale. Un rapporto
pubblicato dal settimanale Cambio
parla dell’incendio di una decina di tir e camion distributori di bevande negli
anni 91-92 a Remedios e Bucaramanga; dell’attacco con esplosivo il 10 maggio
1991 dei depositi della Coca Cola ad Itaguí (Antioquia); del blocco per un
mese, nel febbraio 1992, del trasporto di bevande e birre nei dipartimenti di
Boyacá e Casanare, da parte dei fronti 28 e 45 delle FARC, per ottenere il
pagamento di un’“imposta mensile” di 60 milioni di pesos; del furto in Arauca,
due anni dopo, di cinque automezzi distributori da parte dell’ELN; dell’attacco
con bombe da parte del fronte urbano ‘Resistencia Yariguíes’ dell’ELN
dell’autoparco della Coca Cola e dell’incendio di 25 veicoli, per costringere
l’impresa a versare un “pedaggio” di 400 pesos per ogni cesto di bevande
venduto (giugno 1995). I fatti più gravi sono stati commessi presumibilmente
dall’Esercito di Liberazione Nazionale tra il 1997 e il 1998 con il sequestro
di quattro impiegati della società distributrice della Coca Cola di Tibú (Norte
de Santander) e gli omicidi di Edisón Tuistar e Ramón Siachoque Peñaranda,
dipendenti del distributore regionale della transnazionale. Sempre nel 1998 la
fabbrica di Barrancabermeja è stata oggetto del furto di otto camion e di un attentato
dinamitardo che ha causato un ferito grave [26].
Crimini sicuramente deprecabili però non comparabili con il genocidio e le
gravi violazioni di cui sono stati contemporaneamente vittima i lavoratori
delle imbottigliatrici della Coca Cola. The militar-connection I massimi dirigenti della transnazionale preferiscono non
spiegare come abbiano contrastato il clima di ‘insicurezza’ in Colombia. Oggi
però sappiamo che le maggiori compagnie che operano nei paesi più pericolosi
dell’America Latina – tra esse spiccano la Coca Cola, la General Motors e la
Allied Signal – iscrivono i propri dirigenti a corsi privati di tre giorni,
dove per 2.500 dollari, istruttori militari li addestrano ad “affrontare
criminali, sequestratori e terroristi”. La società di addestramento prescelta
dalla Coca Cola per i suoi dirigenti dell’area latinoamericana è la
‘International Training Inc., ITI’, con sede a Dilley, Texas. Qui, un’équipe di
dieci ex ufficiali guidata da Robert Lukens, già in forza al Centro per le
Investigazioni Speciali dell’Aeronautica militare degli Stati Uniti, spiega
agli alti dirigenti “come riconoscere il pericolo, evitare di trasformarsi in
un obiettivo d’attacco, guidare un auto a 150 chilometri l’ora e sparare per
sfuggire a situazioni di pericolo” [27].
La ‘International Training Inc. – ITI’, è stata fondata nel
1989 da due ex ufficiali del settore spionaggio dell’US Air Force, Jerry
Hoffman e Gerald Smith in una zona rurale della Virginia per addestrare
originalmente funzionari federali; nel giugno 1998 sono state inaugurate le
installazioni del Texas per ospitare i numerosi clienti privati dell’America
Latina [28].
Attualmente la compagnia fa parte di una holding attiva negli affari della
sicurezza, con base in Ohio e guadagni per oltre 190 milioni di dollari l’anno,
di proprietà della ‘Kroll-O’Gara’. La ‘Kroll-O’Gara’ è proprietaria della
‘Kroll Associates’, un gruppo corporativo d’intelligence, e della ‘O’Gara-Hess
& Eisenhardt Co.’, la quale costruisce auto blindate per capi di stato ed
alti comandanti militari ed arma veicoli da guerra come gli M1114 ed i M1109
(‘High Mobility Multi-purpose Wheeled Vehicle’ – Blindati con grande mobilità
multiuso), i quali sono stati utilizzati dalle forze armate degli Stati Uniti
nelle recenti campagne in Somalia e Bosnia [29].
Nell’agosto 2001, la ‘O’Gara-Hess & Eisenhardt Armoring Company’, è stata
acquisita dal gigante del settore dell’industria militare, ‘Armor Holding
Inc.’, compagnia que fornisce un’amplia gamma di prodotti e servizi ai militari
e alla polizia degli Stati Uniti e che vanta guadagni annui per 300 milioni di
dollari [30]. La lotta per il
controllo del mercato delle bevande Si chiama Postobón l’impresa leader colombiana nel settore
delle soft drinks che sta affrontando
la Coca Cola nella battaglia per il monopolio del mercato nazionale. Proprietà
di uno dei più importanti imperi finanziari del paese, la ‘Organización Ardila
Lulle’, azionista dei maggiori canali televisivi della Colombia, Caracol y RCN, Postobón controlla le note marche di bevande gasate Colombiana, Manzana e Naranja, i
succhi di frutta Hit e Mango Viche, la birra Cristal Oro, le acque Agua Cristal e Agua Caribe, la bevanda isotonica Squash e Malta Leona [31].
Sino al 1999, la Colombia era uno dei pochi paesi al mondo dove i consumatori
preferivano una soft drink nazionale
alla cola nera, e Postobón è riuscita ad essere una delle pochissime compagnie
che ha superato la Coca Cola nel mercato locale. Alla vigilia del XX secolo
però, Postobón, ha visto ridursi al 33% la propria presenza nelle vendite [32].
Ciò è stato causato dall’aggressiva strategia di mercato
della Coca Cola e dal lancio di nuovi prodotti per occupare altro spazio tra i
consumatori. A partire del 1996 la transnazionale ha introdotto bevande come Quatro, Taí e alla fine del 1999 con Manzana
Lift, facendo incursione con quest’ultima in un settore che controlla il
10% del mercato totale delle bibite gasate e che è uno dei punti di forza della
‘Organización Ardila Lulle’, grazie a Colombiana,
una delle bevande più popolari nel paese. Con investimenti per lo sviluppo di
bibite con sapore alla mela per 12 miliardi di pesos, la Coca Cola vuole
ripetere il successo ottenuto in Messico, dove in soli tre anni è riuscita a
quadruplicare le sue vendite, giungendo a 86 milioni di casse e ad essere la
seconda marca più venduta della multinazionale [33].
La Coca Cola è riuscita a consolidare la sua supremazia con la Sprite, dopo un suo rilancio con un
nuovo sapore. Altri duri colpi al gruppo Postobón sono venuti dall’acquisto da
parte della Coca Cola Company delle marche della ‘Cadbury Schweppes’ per 700
milioni di dollari [34],
e dal lancio nell’agosto 2000 di una bibita isotonica idratante, Powerade, che presto ha ottenuto il 15%
del mercato insieme a Gatorade
(Gruppo Quaker) e Squash (Gruppo
Postobón) [35]. La discesa nelle vendite e la smisurata ambizione della
Panamco-Coca Cola hanno spinto la ‘Organización Ardila Lulle’ a cambiare il
proprio atteggiamento verso la maggiore avversaria della cola nera, la Pepsi
Cola, di cui Postobón è produttrice e distributrice in Colombia. In tacito
accordo con la casa madre della Pepsi, sino all’anno 2000, Postobón aveva
puntato alla valorizzazione dei propri prodotti e ad anteporre il proprio logo
a quello delle marche della transnazionale. Per contrastare il dominio della
Coca Cola, la ‘Organización Ardila Lulla’, ha iniziato a dare protagonismo alla
Pepsi, che è passata ad essere parte dell’immagine sociale di Postobón,
comparendo nelle facciate degli impianti di produzione, dei frigoriferi e dei
camion della compagnia. Per conquistare i consumatori più giovani del paese,
Postobòn ha investito inoltre 20 miliardi di pesos per introdurre il nuovo
sapore della Pepsi, ed ha accettato di imbottigliare e distribuire per la prima
volta la bibita 7Up, correndo il
rischio che questo prodotto entri in competizione con alcune delle sue bibite.
Il fine di questa strategia è evidente: la Pepsi-Postobón tenta di conquistare
in meno di due anni il 30% del segmento delle cola nere, che a loro volta
rappresentano il 50% delle vendite totali del mercato delle soft drinks, con un giro d’affari di
circa 600 miliardi di pesos l’anno [36]. Tra ribassi
fittizi e rincari reali Per affrontare il gigante mondiale delle bibite gasate, a
partire del gennaio 2000 Postobón ha scatenato una guerra dei prezzi che ha
fortemente condizionato il mercato e la libertà di scelta dei consumatori. Oggi
in Colombia è sempre più meno caro bere soft
drinks che ordinare acqua minerale ed il consumo dei succhi di frutta
naturali diminuisce repentinamente nonostante la gran produzione di prodotti
tropicali. Questa guerra a colpi di ribassi è iniziata con la riduzione del 33%
del prezzo al pubblico dei succhi Hit-Postobón. Due giorni dopo, la Panamco ha
ridotto del 30% il prezzo della Coca Cola al consumatore e del 40% al
rivenditore. In conseguenza la bottiglia da 6,5 once, che rappresenta l’11-12%
delle vendite totali dell’industria, arrivò a costare 200 pesos (oggi è di 400
pesos). Progressivamente la riduzione dei prezzi si è spostata alle bottiglie
di dimensioni maggiori e in particolare agli invasi non restituibili. Con
questa strategia le compagnie hanno spinto verso un aumento nella domanda e
dopo alcuni mesi, Postobón e la Panamco hanno riconosciuto incrementi nelle
vendite del 30% [37]. Tuttavia questa politica ha beneficiato assai poco i
consumatori poiché si calcola che quasi il 45% dei rivenditori non ha
trasferito i ribassi al pubblico, così sono rimasti nelle mani dei commercianti
i guadagni dovuti alle differenze di prezzo, con la giustificazione degli alti
costi dell’elettricità di cui necessitano per raffreddare le bibite. C’è da aggiungere che la guerra dei prezzi è scoppiata dopo
che nel 1999 SIC-Superindustria (la
Superintendenza dell’Industria e del Commercio) aveva avviato un’indagine sulle
grandi industrie di bevande per un presunto “accordo sui prezzi”. Nello
specifico, la SIC, che ha la funzione
di verificare in via preliminare le infrazioni alle disposizioni di legge sulla
promozione della competizione e sulle pratiche commerciali restrittive, sospetta
che l’aumento dei prezzi registratosi negli anni 1997-98 delle soft drinks sia stato frutto di un
accordo tra la Panamco-Indega, Postobón e Bavaria. L’inchiesta si rifà a quanto
avvenuto nei primi giorni del mese di maggio 1997, quando la Panamco per prima,
e Bavaria e Postobón dopo, incrementarono il prezzo delle loro bibite. Le tre
compagnie concordarono il prezzo della bottiglia da un litro, mentre Postobón e
la Panamco fissarono prezzi uguali per le bottiglie da 2 litri, un litro e
mezzo, da 12 e 6 once, e per i prodotti in lattina. Il 13 giugno 1998 le tre
compagnie, in maniera simultanea, incrementarono nuovamente il prezzo delle
bibite e lo stesso accadde il 12 settembre 1998. La SIC ha messo sotto inchiesta queste società anche per essersi
ripartite il mercato, vale a dire per essersi accordate nel suddividere le aree
di vendita tra produttori e distributori. La SIC “ha incontrato elementi che le tre imprese assegnano zone
esclusive ed escludenti ai loro distributori, i quali sono aziende indipendenti
e che hanno diritto alla libera competizione” [38]. Un comportamento detestabile che se fosse stato provato
giudiziariamente, poteva costare alle imprese sanzioni che vanno dal pagamento
di 3.000 salari minimi mensili sino alla loro liquidazione. La Colombia è però
il paese dispensatore d’impunità e nessuna misura è stata presa per penalizzare
il presunto accordo di cartello. Oggi la lotta è finalizzata alla ricerca del consenso di
sempre più ampli segmenti di popolazione giovanile, la più sensibile alle
persuasive campagne pubblicitarie delle compagnie. In questo senso vanno
rilevate le amare conclusioni di SINALTRAINAL all’udienza popolare di Bogotà
sui crimini della Coca Cola: “Quando qualcuno beve una Coca Cola deve ricordare
le testimonianze che qui ci hanno fatto i compagni. Quest’immagine
relativamente giovanile, apparentemente felice che la Coca Cola proietta nei
suoi spot non è altro che un’immagine che riflette tutta un’azione macabra,
tutta una politica finalizzata ad accumulare sempre più capitale”. [1] Le dichiarazioni del
segretario generale di SINILTRAINAL e dei lavoratori della Coca Cola riportate
in questo rapporto sono state raccolte dall’autore in occasione della Terza
Sessione dell’Udienza Pubblica sui Crimini della Transnazionale, tenutasi a
Bogotá nei giorni 5 e 6 dicembre 2002. [2] Foro situación laboral en Colombia, “Declaración política.
Segunda sesión Audiencia Popular ’Héctor Daniel Useche Berón’”, Bruxelles, 10
ottobre 2002. [3] Foro situación laboral en Colombia, “Declaración política.
Primera sesión Audiencia Popular ‘Héctor Daniel Useche Berón’”, Atlanta, 20
luglio 2002. [4] Per conocere i
contenuti della dichiarazione finale dell’Udienza pubblica popolare di Bogotà,
si consulti la pagina web www.terrelibere.it/cocacolacolombia.htm. [5] Udienza pubblica
popolare ‘Colombia Clama Justicia’, “Riparazone integrale delle vittime”,
Bogotà 5 dicembre 2002, in www.terrelibere.it/cocacolacolombia. [6] Resource Center of Americas, “Guatemala:
Coca-Cola Workers’ Union Threatened”, Press communicate, October 16, 2002. [7] Lo scorso 16 gennaio, soldati della
Guardia Nazionale del Venezuela hanno occupato l’impianto d’imbottigliamento
della città di Valencia di proprietà della Panamco-Coca-Cola, la quale è
accusata di aver accaparrato i prodotti durante il cosiddetto "paro
cívico" contro il governo. (“Soldados toman
plantas de bebidas en Venezuela”, 17 de enero 2003, Actualizado: 9:19, CNN en
español). [8] R. Kalyadan, “India: Coca-Cola swallows
villagers' fresh water”, Green Left
Weekly, May 22, 2002. [9] L’omicidio di Isidro
Segundo Gil Gil fu eseguito dopo che il dirigente dell’impresa Rigoberto Marín
fu visto parlare con i paramilitari appartenenti alle AUC (Autodefensas Unidas
de Colombia). [10] Cfr. David Bacon, in Znet http://www.zmag.org/ltaly. [11] SINALTRAINAL, “Denuncia pública: ‘Sigue la represión contra los
trabajadores al servicio de Coca Cola y organizados en SINALTRAINAL”’, Bogotà,
novembre 2002. [12] Sino al 3 gennaio del 2003,
Alfredo Porras non era stato posto a disposizione dell’autorità competente e
permaneva nelle installazioni della V^ Brigata a Bucaramanga. [13] Dirección Nacional SINALTRAINAL–Colombia, “Detenido ex trabajador
de Coca Cola en Colombia”, Bogotà, 3 gennaio 2003. [14] S. Nicholson “Urgent action needed for SINALTRAINAL leader
William Mendoza”, Montana Human Rights Network, January 23,
2003. [15] A. Mazzeo, “Coca
Cola Crimes”, agosto de 2001, www.terrelibere.it/cocacola. [16] “Los paras contra Coca-Cola”, in Cambio, 8 febbraio 1999, pp. 14-21. [17] Ibidem. [18] Ibidem. [19] Nel consiglio di amministrazione del Morgan-Chase compaiono
membri e dirigenti di altre note transnazionali, tutte con forti interessi in
Colombia: le imprese petrolifere Exxon-Mobil,
Chevron-Texaco e BP-Amoco; la Honeywell
(filiale della General Electric); il gigante delle telecomunicazioni AT&T, le compagnie della chimica Du Pont e Monsanto (l’ultima produttrice del glifosato utilizzato nelle
fumigazioni della coca); la United
Technologies che produce la metà degli elicotteri del Plan Colombia. [20] L’88% del fatturato della Panamco è attualmente generato dalla
produzione e dalla commercializzazione in America Latina delle bibite con marca
Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione nel mercato sudamericano
delle note birre europee Kaiser ed Heineken. [21] “Los genios de las botellas”, in Dinero, 12 febbraio 1999, pp. 56-58. [22] Nel giugno 1999, Salvador Almeida ha lasciato la Colombia per
trasferirsi a Buenos Aires, dove ha assunto l’incarico di manager della Femsa, la seconda più grande società
d’imbottigliamento della Coca Cola in America Latina. Nuovo presidente della
Coca Cola de Colombia, è stato nominato l’ecuadoriano José Luis Murillo, già
dirigente della società in Ecuador e Bolivia. [23] I metodi utilizzati per monopolizzare il mercato messicano delle soft drinks sono stati denunciati dalla
‘Cooperativa Pascual’, produttrice della bevanda storica nazionale Boeing: mazzette ai politici per
ottenere licenze esclusive di vendita e regali ai rivenditori per eliminare la
distribuzione dei prodotti della Cooperativa. In un panorama segnato dalle
gravi violazioni dei diritti dei lavoratori, la transnazionale ha potuto
contare in Messico su dirigenti di altissimo profilo politico e finanziario:
direttore della Coca Cola è stato Vicente Fox, oggi presidente della Repubblica
mentre presidente della più grande compagnia d’imbottigliamento della Coca Cola
nel paese, la “Fomento Económico Mexicano”, è uno degli uomini più ricchi
dell’America Latina, Eugenio Garza Laguera. Quest’ultimo vanta un patrimonio
personale di 2.100 milioni di dollari ed una partecipazione del 25% nel ‘Grupo
Financiero Bancomer’, la seconda banca del Messico. Nel marzo 1999, Bancomer si
è dichiarata colpevole di esportazione illecita di denaro agli Stati Uniti (In Dinero, n. 87, 2 luglio 1999, p. 68). [24] Nel marzo 2000 la Coca Cola ha investito altri 17.000 milioni di
pesos in una nuova campagna pubblicitaria per migliorare la propria immagine
nel paese. [25] “Las lecciones de Coca-Cola”, in Dinero, 18 giugno 1999, pp. 64-67. [26] Nel 1998 sono stati assassinati due distributori della Coca Cola,
uno a Cali e l’altro all’interno della Universidad de Bogotà, tuttavia gli
investigatori non hanno accertato la matrice politica degli omicidi. [27] Nel centro di addestramento esiste uno speciale decalogo per
affrontare potenziali situazioni di pericolo; tra le raccomandazioni si può
leggere ad esempio: “Se un pistolero è posizionato ad un lato della via o di
fronte, premi l’acceleratore e dirigi l’auto verso l’assassino invece di
cercare di schivarlo. Con un auto a tutta velocità che si dirige verso di lui,
l’assassino non potrà puntare con attenzione”. [28] J. Akasie, “Contra el terrorismo, entrenamiento”, Dinero, 28 settembre 1998, pp. 124-127. [29] Le industrie militari della compagnia ‘O'Gara-Hess & Eisenhardt’ sono ubicate a Fairfield,
Ohio (USA), vicino Cinchinnati. L’impresa possiede diverse filiali al mondo che
producono sistemi militari per i rispettivi mercati regionali: a Lamballe Cedex
(Francia), Città del Messico e Guadalajara (Messico), San Paolo e Recife
(Brasile), Torino (Italia), Ginevra (Svizzera) – le ultime due inviano la
produzione al redditizio mercato di guerra del Medio Oriente e dell’Africa.
‘O'Gara-Hess & Eisenhardt's’ possiede anche una filiale in Colombia
(Bogotà) che realizza auto blindate per lo Stato e per clienti privati. [30] Le quotizzazioni azionarie della ‘Armor Holding Inc.’ nella borsa
di New York hanno registrato nel corso del 2001 una crescita del 31%, e la
rivista Fortune ha nominato il
conglomerato con sede in Florida, come una delle “100 imprese con il maggiore
sviluppo negli Stati Uniti”. La ‘Armor Holding Inc.’ è specializzata in
prodotti e servizi di sicurezza e possiede centinaia di filiali che producono e
commerciano di tutto, dai giubbotti antiproiettile e le polveri per prelevare
le impronte digitali ai servizi di disattivazione delle mine terrestri. La
‘Armour Group’, sezione-servizi della ‘Armour Holdings’, è stata recentemente
contratta dal governo di Londra per organizzare i sistemi di sicurezza delle ambasciate
britanniche, dopo che un diplomatico è stato assassinato in un attentato con
bomba di cui si è ipotizzato la relazione con Al Qaeda. (Consorcio Internacional de Periodistas Investigativos
(Icij), “La guerra privatizada”, Semana,
11 novembre 2002, pp. 66-70). [31] Nel 1999 la ‘Organización Ardila Lulle’ ha fatto ingresso nel
redditizio sistema delle telecomunicazioni e dei cellulari. Nella produzione di
birre i capitali di Ardila Lulle si sono incrociati con quelli della maggiore
entità finanziaria colombiana, il ‘Grupo Bavaria’. Gli impienti per la
produzione di birra di Bavaria hanno monopolizzato il mercato di alcuni
importanti paesi sudamericani come Ecuador, Perù e Venezuela. [32] “Ardila revoluciona sus bebidas” in Dinero, 23 aprile 1999, pp. 40-46. [33] Dinero, 19 novembre
1999, p. 64. [34] Tra le marche della
‘Cadbury Schweppes’, compare la Canada
Dry, assai apprezzata in Colombia, che tuttavia continua ad essere gestita
da Gaseosas Lux del gruppo Postobón. [35] Va detto che la conquista del mercato delle bevande gasate non è
stata priva di dolori. A causa di gravi errori di marketing, dello scarso
successo di nuovi sapori e della crisi sociale ed economica colombiana, la
Panamco Indaga ha riconosciuto nel 1999 un indebitamento per 65 miliardi di
pesos ed una caduta delle vendite generali del 22%. L’impresa è stata così
costretta ad emettere buoni ordinari per 100 milioni di pesos. Il maggiore
insuccesso della Coca Cola è stato il lancio della bibita Tai, dal sapore di pera, che dopo quattro mesi è stata ritirata dal
mercato. Nel 2001 la transnazionale ha riconosciuto il fallimento del succo per
bambini multivitaminico Sonfil. I
dirigenti della Coca Cola hanno ammeso errori nella pianificazione della
strategia di marketing e la sottovalutazione del potere dei bambini nella
scelta della bevanda che desiderano bere. Sonfil
cercava di conquistare il 5% del mercato delle bibite con invaso non
restituibile, ma in cinque mesi la sua partecipazione si è ridotta al 3,3%. La
Coca Cola ha deciso l’ingresso nel settore dei succhi arricchiti con vitamine
dopo una lunga ricerca nel suo laboratorio di Rio de Janeiro. Il nome è stato
preso da un succo a base di latte prodotto dalla multinazionale in Spagna. Per
risolvere i problemi che si sono presentati nella pubblicità di Sonfil, dove i messaggi si sono
concentrati sulle madri, la Coca Cola ha avviato una nuova campagna diretta ai
bambini. Contemporaneamente il succo è stato lanciato in altri paesi
dell’America Latina, in due dell’Europa dell’Est e in uno dell’Asia (“A cuenta
gotas”, in Dinero, 17 agosto 2001,
pp. 50-52). [36] “Resurrección de Pepsi”, in Dinero,
27 aprile 2001, pp. 84-85. [37] “La guerra de Ardila (Otro round)”, in Dinero, 25 febbraio 2000, pp. 42-44. [38] “La Ley es para todos”, in Dinero,
29 gennaio 1999, pp. 56-59. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo. "Crimini e Misfatti della Coca Cola". terrelibere.org, 11 marzo 2003, http://www.terrelibere.it/crimini-e-misfatti-della-coca-cola
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