Giornalista? No, content editor. Dodici anni di lavoro usa e getta

Riviste specializzate, radio commerciali, portali Internet di primo piano, periodici patinati. Sono editoria mainstream o new media, ma il l`obiettivo è sempre uguale: ridurre al massimo il costo del lavoro, evitando a tutti i costi il contratto da giornalista. Un`odissea iniziata nel 1998 e che diventa un atto di accusa per un mondo dove il lavoratore è solo un oggetto intercambiambile.

2010. Il mensile per il quale ho lavorato nell’ultimo anno ha cessato la pubblicazione durante le vacanze natalizie senza un giorno di preavviso (Weekend&Viaggi). La collaborazione con il sito www.piusanipiubelli.it, dello stesso editore, si è interrotta all’arrivo della lettera del mio avvocato. 2009. Il contratto a tempo determinato è stato sostituito con quello del figlio ventenne di un redattore, assente giustificato per un brutto male (Astra). 2008. La mia sostituzione estiva è inevitabilmente finita con lo spuntare delle foglie ingiallite sui rami (Novella 2000, Oggi, Il Giornale, Chi). 2005. La sostituzione maternità a Tu Style l’ho improvvidamente rimbalzata io perché nello stesso giorno avevo ricevuto la proposta per un lavoro più stabile.

Quello come autrice per la neonata radio del gruppo Mondadori R101, improvvisamente conclusasi due anni dopo per implicite divergenze sul mio ruolo, se valletta o giornalista. 2004. L’editore francese è scappato con la cassa (Rolling Stone) e il nuovo editore, questa volta italiano, ha assunto solo i giornalisti che già avevano un contratto in regola. Due le eccezioni. 2003. La sostituzione maternità (Chi 2.0) si è conclusa con il fatto che ero già al mio secondo incarico consecutivo. Il terzo avrebbe esposto il datore di lavoro (forse) al rischio di assumermi.

2001. Il precedente contratto di lavoro a tempo indeterminato alla Microsoft è terminato con le mie espresse dimissioni: la qualifica di content editor nell’azienda precedente significava giornalista, mentre su msn.it stava per pubblicitaria: la disposizione e la natura dei contenuti in homepage era stabilita da accordi economici presi da un battaglione di rampanti sales manager in giacca e cravatta. Worldonline.it – l’azienda dell’incarico di prima – dove solo un olandese poteva dirmi a fine colloquio: «Bene, per te dunque un articolo 1».

Non potevo credere alle mie orecchie. Il contratto giornalistico a tempo indeterminato! La chimera di ogni giornalista rimase in vita fino a quando la presidente e fondatrice, Nina Brink, una bionda banchiera olandese, sul lastrico per aver tentato avventate avventure in Borsa, vendette tutto il network a Tiscali di Renato Soru, sede di lavoro: Cagliari. Declinai a malincuore, a fronte di sessanta milioni delle vecchie lire, come indennizzo, che utilizzai per fare la giornalista freelance, senza tetto né legge. In quel periodo vinsi due premi giornalistici su due elaborati presentati. Poi l’ambo secco non mi è più riuscito.

 Così come – in certi giorni – il coraggio di continuare a crederci. Tutto era iniziato con i tre anni a ritenuta d’acconto nella redazione di Dossier Salute, Guadagnare e Millionaire, conclusisi con la richiesta del praticantato d’ufficio da parte dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e conseguente esame da professionista. Era il 1998. Ecco a ritroso, la mia avventura nel mondo del giornalismo, che se proprio non si può escludere una percentuale di dabbenaggine da parte mia nel valutare le proposte di lavoro, una certa dose di volontà da parte di direttori ed editori di sbarazzarsi della sottoscritta per i più disparati motivi (che peraltro non conosco) non è neanche possibile ipotizzare che tutto questo sia il raro caso di una sfortuna accidentale.

Monica Piccini – ilcinicoadattoaquestomestiere.blogspot.com