Se per gli italiani è problematico acquistare casa, rispettare le scadenze del mutuo, gestire il rapporto con la banca, le difficoltà sono moltiplicate per gli immigrati. Nonostante tutto, un'ampia percentuale prova ad acquistare casa in Italia, per ragioni pratiche, psicologiche, economiche. Sono una grande ricchezza per il paese ospitante, ma non hanno nessun aiuto. Il caso particolare dei brasiliani a Milano.
L’acquisto di una casa è sicuramente un investimento che ha i suoi effetti e ritorni economici, in senso positivo, in un arco temporale di media-lunga grandezza.
Spesso, si pone come una alternativa, e la piu’ gettonata rispetto all’affitto. Negli ultimi anni in Italia, grosso modo, dal 2000-2005 si è assistito ad un ricorso frequente, da parte della popolazione italiana e straniera residente in Italia, regolarmente soggiornante, all’accensione di prestiti e mutui bancari.
Soprattutto per gli immigrati, rappresenta un passo molto importante e significativo nella storia e nella vicenda immigratoria: la casa, simbolo di stanzialità, di fissità e assimilazione, rispetto al paese ospitante e di approdo.
Si acquista la casa per essere come gli italiani e per farci accettare dagli stessi, ma si acquista la casa anche per rimandare l’idea, in chi è rimasto nel proprio paese di appartenenza che la nostra mission immigratoria non è fallita: sono venuto in Italia per lavorare e per trovare migliori condizioni di vita e sono riuscito, tra l’altro, a comprare casa.
Diversamente l’affitto, rimanda a una idea di transitorietà e precarietà non compatibile, a chi viene in Italia o per la maggior parte degli immigrati (anche se è frequente l’affitto, paradossalmente, tra gli italiani di altissimo tenore di vita che vivono transitoriamente nei quartieri alti delle metropoli, soprattutto del triangolo industriale, per esigenze legate al lavoro).
In Italia sono in molti a possedere una casa: direi che un buon 75% della popolazione italiana è proprietaria dell’appartamento in cui abita, mentre il 15% della popolazione straniera regolarmente soggiornante, e non è poco, ha la casa di proprietà.
Ho sottolineato e piu’ di una volta, “popolazione straniera regolarmente soggiornante”, e non a caso: infatti, gli immigrati, prima di compiere questo passo, aspettano alcuni anni.
In genere, si tratta di coloro che sono in possesso della carta di soggiorno, un titolo che si acquisisce dopo una permanenza di almeno cinque anni, sul territorio nazionale, durante la quale si è dato prova di una certa continuità nello svolgimento della propria attività lavorativa e non si abbiano commesso gravi reati. Un titolo di soggiorno che si pone a metà strada tra il permesso di soggiorno e la cittadinanza o naturalizzazione, che da’ maggiori garanzie a chi né è in possesso e non è soggetto a rinnovo: la carta di soggiorno, infatti, è a tempo indeterminato.
Sono pochissimi i casi di immigrati col permesso di soggiorno in corso di validità che si avventurano nell’acquisto di una casa. Il permesso di soggiorno per lavoro subordinato, per esempio, strettamente legato al tipo di lavoro esercitato, non da garanzie di rinnovo annuale o biennale: è sufficiente, infatti, l’interruzione, per una qualsiasi causa, dell’attività lavorativa, per determinarne il mancato rinnovo, ponendo già l’immigrato in una condizione giuridica di irregolarità.
Si capisce bene come, passare da una condizione di regolarità a quella di irregolarità sia molto semplice, ma soprattutto che tale passaggio sia il risultato di condizionamenti politici e sociali e non soltanto personali.
L’immigrato, in Italia, risente fortemente degli effetti della legislazione (Testo Unico sull’Immigrazione n. 189/2002 Bossi-Fini) che sono positivi in chi entra nel nostro Paese, ma che via via diventano macchinosi e, sotto certi aspetti, perversi, negli anni successivi.
E’ come se si favorisse l’ingresso degli immigrati con i flussi contingentati e con le sanatorie per chi è già presente sul territorio clandestinamente ma poi, non si desse garanzia, agli stessi, della continuità di soggiorno. Ed è in questo difficile percorso di soggiorno in cui, pochi, forti di un lavoro, spesso non congeniale, rispetto agli studi compiuti nel proprio paese di appartenenza e di molti sacrifici economici, riescono a comprare casa.
Ma qual è la tipologia di immigrato a stanzializzarsi maggiormente nel nostro Paese? Qual’è l’etnia o il paese di provenienza piu’ rappresentativo nell’area milanese?
Generalmente, gli immigrati provenienti dall’America latina, lo sono di piu’ rispetto ad altri: basti citare paesi come il Brasile, il Peru’, l’Ecuador.
Si tratta, sostanzialmente, di paesi in cui, le condizioni di vita e lo sviluppo economico risentono di una politica locale piu’ legata a interessi particolaristici e clientelari che non volta a garantire condizioni di benessere per la collettività e la popolazione in genere.
Ricchi in materie prime, basti pensare al caffè, al petrolio e allo zucchero, ma poveri in servizi e programmi per la salute e l’educazione dei cittadini, paesi dove il degrado ambientale è forte e la povertà è sotto gli occhi di tutti. Le favelas brasiliane, fanno da sfondo agli alberghi cinque stelle, ospitanti danarosi e viziati turisti, vera e unica ricchezza del Paese. E la violenza, effetto della povertà, si riversa, come un fiume in piena, verso quei malcapitati turisti che, magari, a passeggio per le strade di Rio de Janeiro, si vedono borseggiati e derubati dei propri effetti personali, sotto la minaccia di un affilatissimo coltello, tenuto tra le mani dei meninos de rua.
E’ chiaro che, un quadro così desolante ma veritiero, non può che spingere un cittadino brasiliano, per esempio, spesso di cultura media e già in possesso di un proprio bagaglio esperienziale sufficientemente maturo, a portarsi verso l’Europa, verso quel “primo mondo”, terra di approdo e di conquista, per abbandonare, anche se non definitivamente, il proprio “terzo mondo”.
Sono le condizioni economiche del paese di provenienza, in primis, a determinare la ratio dell’investimento.
In Brasile, il sistema dei mutui per la casa, non è facilmente accessibile, neppure per le classi medie della popolazione. Anzi, può succedere che, accedendo al prestito presso la “caixa economica” ad un determinato tasso iniziale, ci si veda, pian piano, aumentare in maniera progressiva il tasso medesimo, con il conseguente aumento della rata mensile, così da non riuscire a pagare, anche a distanza di anni, con l’effetto di perdere la casa.
Effetto di una inflazione galoppante e selvaggia: così, impiegati, ma anche medici, avvocati, quindi persone di una certa cultura, appartenenti al ceto medio, vivono del proprio stipendio e, modestamente, in affitto, non possedendo nessuna ricchezza, se non il proprio lavoro.
Ed è questo, il ceto medio, a maturare il progetto immigratorio: ai due estremi il ceto basso e quello alto, veri rappresentanti la struttura della popolazione brasiliana.
I primi, tanti, non emigrano, perché privi di mezzi di sussistenza, relegati ad un destino già segnato, situati sotto la soglia della povertà. Il ceto alto, costituito, comunque, da una bassa percentuale della popolazione, vive e prospera nel proprio Paese: vive in splendide ville con piscina, protette da recinti forniti di “cerca elettrica”, filo elettrico che procura vere e proprie folgorazioni, a quei malintenzionati che volessero oltrepassarli, per derubarli delle loro ricchezze.
Ma, a questo punto, non rimane che chiedersi: non è che l’immigrazione sia un sistema che possa servire per veicolare le economie e gli investimenti? La risposta non può che essere affermativa. Ciò vale sia a beneficio del Paese di approdo, dove l’investimento immobiliare ha trovato negli immigrati una grossa percentuale di sicuri clienti, ma il discorso vale anche per i paesi di provenienza, verso i quali, i risparmi del cittadino extracomunitario sono investiti, a loro volta, nell’acquisto di appartamenti.